Tag: #Palestina

CONTRO IL SILENZIO, CONTRO LA CENSURA, PER LA PALESTINA

2 Ottobre 2026

MILU’ CHISARI

Io non sono contraria a questo ddl perché odio una religione.

Non sono contraria perché odio un popolo.

Non sono contraria perché considero gli ebrei responsabili delle azioni dello Stato di Israele.

Sono contraria perché rifiuto con tutta me stessa l’idea che la lotta contro l’antisemitismo possa essere trasformata in uno strumento politico per restringere lo spazio della critica, della protesta e della solidarietà verso il popolo palestinese.

E questa distinzione dovrebbe essere elementare.

L’antisemitismo va combattuto. Ma combattere l’antisemitismo non significa consegnare allo Stato israeliano una sorta di immunità politica; non significa rendere intoccabile il sionismo come ideologia politica; non significa impedire a chiunque di denunciare l’occupazione, la colonizzazione, il genocidio, la pulizia etnica, la distruzione e le violenze commesse contro la popolazione palestinese.

Criticare uno Stato non significa odiare un’etnia o una religione.

E se questa distinzione viene deliberatamente cancellata, allora non siamo più davanti a una semplice questione semantica. Siamo davanti a una questione di potere.

Perché il problema è precisamente questo: chi decide cosa può essere detto? Chi stabilisce quale critica sia legittima? Chi traccia il confine tra antisemitismo e dissenso politico? E soprattutto: chi beneficia del fatto che quel confine venga spostato sempre più verso il silenzio?

Io questa domanda voglio continuare a farla.

Anzi, voglio farla ancora più forte.

Perché vivo in un’epoca nella quale la parola “sicurezza” viene continuamente utilizzata per giustificare restrizioni, la parola “ordine” per delegittimare le proteste e la parola “antisemitismo” rischia, nella mia lettura politica, di essere utilizzata in modo sempre più indiscriminato per mettere sotto sospetto chiunque scelga di schierarsi apertamente con la Palestina.

E io mi rifiuto di stare zitta.

NON MI CHIEDETE DI ESSERE NEUTRALE DAVANTI ALL’OPPRESSIONE

Io non credo nella neutralità quando esistono rapporti di potere profondamente asimmetrici.

La neutralità, davanti all’oppressione, troppo spesso significa semplicemente accettare lo stato delle cose.

E io non sono interessata a difendere lo stato delle cose.

Sono interessata a metterlo in discussione.

Da comunista, per me la politica non consiste nell’osservare il mondo dall’esterno con una distanza sterile. Consiste nell’individuare i rapporti di forza, capire chi possiede il potere, chi viene privato del potere, chi viene ascoltato e chi viene sistematicamente reso invisibile.

Per questo la Palestina non può essere ridotta a una questione diplomatica.

Non può essere trasformata in una disputa astratta tra due governi.

Non può essere raccontata esclusivamente attraverso le esigenze strategiche degli Stati.

Al centro devono esserci le persone.

Le persone che vivono sotto occupazione.

Le persone che perdono la propria casa.

Le persone che vedono distrutti ospedali, scuole e infrastrutture.

Le persone costrette a fuggire.

Le famiglie che perdono i propri cari.

I bambini che nascono e crescono dentro una realtà di genocidio e privazione.

E davanti a tutto questo io non voglio essere educata al silenzio.

Voglio essere libera di denunciare.

Voglio essere libera di protestare.

Voglio essere libera di manifestare.

Voglio essere libera di dire che considero inaccettabile ciò che sta accadendo.

E non voglio che sulla mia bocca venga appiccicata l’etichetta di antisemita soltanto perché rifiuto di accettare una narrazione politica che considera la sicurezza israeliana come l’unico punto di partenza possibile.

Anche la vita palestinese conta.

Questa frase dovrebbe essere banale.

E invece, nel dibattito pubblico, sembra quasi una dichiarazione rivoluzionaria.

LA MEMORIA NON PUÒ DIVENTARE UN’ARMA

Rispetto profondamente la memoria della Shoah.

La Shoah rappresenta uno dei crimini più terribili della storia europea e mondiale, e la sua memoria deve essere preservata.

Ma proprio per questo mi rifiuto di accettare che quella memoria venga trasformata in uno strumento per impedire altre denunce.

La memoria dovrebbe insegnarci a riconoscere la disumanizzazione.

Dovrebbe insegnarci cosa succede quando un essere umano viene trasformato in una categoria inferiore, in un nemico collettivo, in qualcuno la cui vita vale meno.

Non dovrebbe insegnarci a stabilire quali vittime meritino più solidarietà di altre.

Non voglio una gerarchia delle vittime.

Non voglio scegliere tra il dolore degli ebrei e il dolore dei palestinesi.

Non voglio che la memoria della Shoah venga contrapposta alla memoria della Nakba.

Non voglio che un genocidio storico venga utilizzato per rendere invisibile una tragedia contemporanea.

Il dolore non è una proprietà privata. La memoria non è un’arma geopolitica.

E rispettare una persona sopravvissuta alla Shoah non significa trasformare ogni sua posizione politica in una verità indiscutibile.

Anche Liliana Segre, è una figura politica e pubblica le cui posizioni possono essere discusse e criticate. E in questo momento storico dove le sue dichiarazioni sono state IGNOBILI, criticare è un atto dovuto.

Il rispetto per una sopravvissuta non può significare obbedienza politica.

La memoria non può diventare una forma di autorità incontestabile.

Perché se davvero abbiamo imparato qualcosa dalla storia, allora dovremmo aver imparato che nessuna identità collettiva rende automaticamente giusta qualsiasi decisione presa in suo nome.

E POI C’È IL PD

Un partito che, per quanto mi riguarda, non ha MAI rappresentato la sinistra. (già il fatto che un partito LIBERALE si definisca di sinistra è pura follia)

Per anni ho visto una “sinistra istituzionale” incapace di assumere una posizione netta sulla Palestina. Una sinistra che spesso sembrava più preoccupata di non disturbare gli equilibri internazionali che di prendere posizione davanti alla sofferenza di un popolo.

Poi, quando la questione palestinese è diventata impossibile da ignorare, quando la pressione sociale è diventata troppo forte, quando migliaia di persone hanno riempito le piazze e la realtà ha cominciato a bussare sempre più violentemente alla porta della politica, improvvisamente è diventato necessario parlare di Palestina.

Ma io non dimentico gli anni precedenti.

Non dimentico il silenzio.

Non dimentico le ambiguità.

Non dimentico la prudenza selettiva.

E soprattutto non confondo una dichiarazione politica con una trasformazione reale.

Per me una sinistra che si limita a inseguire gli eventi non è una sinistra rivoluzionaria.

Una sinistra che ha paura di disturbare i potenti non è la sinistra che voglio.

Una sinistra che considera la politica estera un problema di opportunità diplomatica e non di rapporti di potere non mi rappresenta.

Io voglio una sinistra internazionalista.

Una sinistra anticolonialista.

Una sinistra antimperialista.

Una sinistra che non scelga le proprie battaglie in base alla convenienza elettorale.

Una sinistra che abbia il coraggio di dire che i diritti umani non possono dipendere dall’alleanza geopolitica di chi li viola.

Io non sostengo la Palestina perché è diventata una questione di tendenza.

Non la sostengo perché appartiene a una determinata area politica.

Non la sostengo perché mi interessa provocare la destra.

La sostengo perché considero il popolo palestinese vittima di una condizione di oppressione che non può essere normalizzata.

E non ho bisogno di trasformare i palestinesi in santi per riconoscere la loro umanità.

Non ho bisogno di negare la complessità del conflitto.

Non ho bisogno di giustificare ogni organizzazione armata.

La mia solidarietà non è un assegno in bianco.

È una scelta politica fondata su un principio molto più semplice: un popolo oppresso ha diritto alla libertà, alla dignità e all’autodeterminazione.

E questo principio non diventa meno vero perché qualcuno tenta di renderlo scomodo.

Quello che rifiuto, in definitiva, è l’idea che per poter parlare della Palestina io debba prima dimostrare di essere abbastanza rispettosa, abbastanza moderata, abbastanza prudente, abbastanza diplomatica.

Non voglio il permesso.

Non voglio che qualcuno stabilisca preventivamente quanto posso essere indignata.

Non voglio che la mia solidarietà venga sottoposta a un esame di purezza politica.

E soprattutto non voglio che una legge, una definizione o un clima politico trasformino la paura di essere accusati di antisemitismo in un meccanismo di autocensura collettiva.

Perché la censura non comincia necessariamente con qualcuno che viene trascinato via.

A volte comincia molto prima.

Comincia quando le persone iniziano a chiedersi se possono parlare.

Quando gli studenti hanno paura di manifestare.

Quando gli artisti evitano di prendere posizione.

Quando gli accademici pesano ogni parola.

Quando un’attivista pensa due volte prima di scrivere “Palestina libera”.

Quando una persona smette di denunciare un’ingiustizia perché teme di essere immediatamente trasformata nel nemico.

È questo il meccanismo che io rifiuto.

E se il prezzo della solidarietà è essere considerata scomoda, allora preferisco essere scomoda.

Se il prezzo della denuncia è essere accusata di estremismo, allora preferisco essere accusata.

Se il prezzo del dissenso è non essere accettata nei salotti della rispettabilità politica, allora quei salotti non mi interessano.

Perché non sono venuta al mondo per essere rispettabile agli occhi del potere.

Sono venuta al mondo per mettere in discussione il potere.

La mia posizione, quindi, è radicale perché non accetta compromessi sulla dignità umana.

Condanno l’antisemitismo.

Condanno ogni forma di razzismo.

Condanno l’odio religioso.

Condanno la discriminazione.

E proprio per questo condanno anche la disumanizzazione dei palestinesi.

Non accetto che un popolo venga ridotto a una minaccia.

Non accetto che milioni di persone vengano trasformate in una categoria indistinta.

Non accetto che la loro sofferenza venga trattata come un effetto collaterale inevitabile.

Non accetto che la parola “terrorismo” venga utilizzata per cancellare ogni distinzione tra combattenti e popolazione civile.

Non accetto che la parola “sicurezza” venga utilizzata per rendere invisibili i diritti di chi vive dall’altra parte del confine.

E non accetto che la memoria di una tragedia venga utilizzata per impedire di denunciare un’altra tragedia.

Perché la mia idea di antifascismo, di comunismo e di internazionalismo non può funzionare attraverso gerarchie della sofferenza.

O la dignità umana è universale, oppure non è dignità.

O i diritti valgono per tutti, oppure diventano privilegi.

O la libertà di espressione vale anche quando ciò che viene detto è scomodo, oppure non è libertà.

E allora sì: io continuerò a parlare.

Continuerò a criticare.

Continuerò a manifestare.

Continuerò a stare dalla parte della Palestina.

Continuerò a denunciare ciò che considero oppressione.

E continuerò contemporaneamente a combattere l’antisemitismo, perché non ho bisogno di scegliere tra due lotte che considero inseparabili nella costruzione di una società realmente libera dal razzismo.

Non voglio una politica che mi chieda di scegliere quale popolo meriti di essere umano.

Non voglio una sinistra che abbia paura delle proprie parole.

Non voglio una democrazia nella quale la solidarietà debba essere autorizzata.

Voglio una politica che rompa il silenzio.

Una politica che non abbia paura di chiamare l’oppressione con il proprio nome.

Una politica che non trasformi la memoria in censura.

Una politica che non confonda la critica a uno Stato con l’odio verso un popolo.

Una politica che riconosca ai palestinesi la stessa dignità che riconosce a ogni altro essere umano.

E soprattutto voglio una sinistra che smetta di chiedere scusa per il fatto di essere dalla parte degli oppressi.

Perché io non intendo chiedere scusa.

La mia solidarietà alla Palestina non è antisemitismo.

La mia critica a Israele non è odio verso gli ebrei.

La mia memoria della Shoah non cancella la Nakba.

La mia lotta contro il razzismo non termina quando il razzismo è politicamente scomodo da denunciare.

E la mia idea di comunismo non conosce confini quando si tratta di difendere la dignità degli oppressi.

Di fronte al silenzio, scelgo la parola.

Di fronte alla censura, scelgo il dissenso.

Di fronte alla propaganda, scelgo la coscienza critica.

Di fronte all’indifferenza, scelgo la solidarietà.

E davanti alla Palestina, scelgo di non voltarmi dall’altra parte.

(mio manifesto per UNIGE radio)

Bilancio positivo, anno 2025, dell’attività del circolo Prc di Vigevano

30 Dicembre 2025

L’anno 2025 si sta concludendo e sentiamo la necessità di fare un’accurata analisi del lavoro svolto del nostro circolo.

Le circostanze internazionali e nazionali sono drammaticamente condizionate dai venti di guerra, di riarmo e di scontri fra superpotenze che minano la possibilità di vivere in pace e senza ulteriori sacrifici per milioni di persone.

In Palestina continua il genocidio e in Ucraina non emerge la volontà di aprire un serio tavolo di trattative per il cessate il fuoco e giungere alla pace.

In questa pesante situazione, il nostro circolo ha svolto durante l’anno parecchie iniziative per sollecitare la pace e una buona politica per la cittadinanza.

  • Il circolo “Hugo Chavez Frias Prc Vigevano” ha dato la propria partecipazione a diverse iniziative su temi locali e nazionali. Ha partecipato alla lotta dei lavoratori e lavoratrici della Moreschi contro la chiusura e licenziamenti. Ha organizzato manifestazioni a sostegno del popolo Palestinese, partecipato a presidi per chiedere le dimissioni del Sindaco e la giunta. Ha organizzato molti banchetti al mercato e in Piazza Ducale a sostegno dei referendum indetti dalla Cgil contro il precariato e la diminuzione dei tempi per il diritto alla cittadinanza. Ha inoltre dato la propria adesione alla battaglia contro l’abbattimento dei tigli al mercato coperto. Ha partecipato alla festa provinciale a Bereguardo e ad iniziative politiche del vicino circolo Prc di Mortara. Ha partecipato ai tavoli di “Partecipa Vigevano days” per la preparazione del programma per le prossime elezioni amministrative della primavera 2026 e data l’adesione alla coalizione “Vigevano SìCura” con candidata Sindaca Rossella Buratti.
  • I Giovani Comunisti/e sono sempre stati presenti con entusiasmo ed attivi in tutte le iniziative locali e provinciali dando al partito un prezioso contributo di partecipazione con iniziative importanti come la distribuzione di un questionario cartaceo e online per raccogliere consigli e proposte da inserire nel programma per le prossime elezioni amministrative. Hanno organizzato parecchi banchetti al mercato e in Piazza Ducale per la vendita di libri usati alla modica spesa di 10€ al kilo e ottenuto un ottimo risultato economico per le future spese della campagna elettorale.
  • Conclusioni: come compagni e compagne, giovani e meno giovani del circolo di Rifondazione Comunista di Vigevano, siamo estremamente soddisfatti del lavoro svolto con sacrifici ma con tanta passione per creare le condizioni di un reale cambiamento della società e di Vigevano, per la difesa dei più deboli e non dei ricchi come ha sempre fatto il Governo Meloni finora ed anche i precedenti. Ci sentiamo con la coscienza a posto e speriamo che in futuro si possa allargare il nostro consenso con più tesserati e attivisti per diminuire l’astensione o l’indifferenza di persone deluse da tutte le aspettative e che si rinchiudono nel privato favorendo così le politiche antipopolari delle classi dominanti.

Circolo “Hugo Chavez Frias” del Partito della Rifondazione Comunista Vigevano

Coca? No, Gaza Cola. Il Cairoli beve solidale

24 Dicembre 2025

Fonte: L’INFORMATORE VIGEVANESE cartaceo del 24 Dicembre 2025

VIGEVANO – Il sapore è quello canonico, zuccherino aromatico, della bevanda analcolica più famosa del pianeta. Ma lo scopo è molto profondo, perché la Gaza Cola non è una semplice bibita: acquistarla vuol dire schierarsi e contribuire, nel proprio piccolo, a sostenere la causa palestinese. Da qualche giorno anche al bar del Liceo Cairoli la propone. Il prezzo non è concorrenziale: costa 2-euro esattamente come le altre bibite, ma la capienza è minore (25 centilitri anziché 33). L’iniziativa arriva da un gruppo di professori. La proposta è stata poi lanciata al gestore del locale al pianterreno dell’ex collegio convitto Saporiti, che ha accettato. Il primo stock era di 48 lattine. Poi si vedrà se farne arrivare altre, a seconda delle vendite. In questo caso il ricavato netto servirà per contribuire a costruire una scuola in Palestina. O meglio, tre tende didattiche.

La piattaforma Go-FundMe illustra questo progetto voluto da due attivisti, Klara Jarova e Feyal Adel, che questi docenti hanno deciso di sposare. “Queste tende – spiegano – saranno un rifugio sicuro, un luogo per l’apprendimento e una fonte di speranza che restituirà la gioia dell’infanzia. Oltre all’istruzione, le tende offriranno spazi per il gioco e le attività ricreative, permettendo ai bambini di esprimersi attraverso il disegno, il gioco e la musica, rafforzando la fiducia in se stessi e sviluppando capacità di cooperazione e perseveranza”.

La Gaza Coca, che prende il nome dalla città al centro dell’attuale conflitto israelo-palestinese, è un progetto nato a Londra senza scopo di lucro, avviato due anni fa e diffusosi poi in Italia come “alternativa etica” alla cola della multinazionale.

d.m.

Il genocidio in Palestina e il ruolo dell’Occidente, degli Usa e dell’Europa

21 Ottobre 2025

Fonte https://effimera.org/il-neocolonialismo-della-pace-di-andrea-fumagalli/

Convegno materiali | Il neocolonialismo della pace – di Andrea Fumagalli

La firma dell’accordo di pace tra Israele e Hamas ha giustamente suscitato molte speranze perché si possa arrivare a un definitivo “cessate il fuoco”. Tuttavia, dietro questo accordo si nascondano nuove forme di colonialismo e di depredazione/saccheggio a danno dei palestinesi e dei territori occupati. La guerra delle armi e delle macerie lascia così lo spazio a una nuova guerra: quella del business della ricostruzione, della speculazione e del profitto per pochi

* * * * *

Il vertice del 13 ottobre 2025 a Sharm el-Sheikh per la convalida a livello internazionale degli accordi di pace tra il governo israeliano e Hamas con la mediazione del Quatar, Egitto e Turchia viene descritto come una tappa storica nell’evoluzione dei rapporti tra Israele e i paesi del Medio Oriente e un esempio di pacificazione globale. Ma nel nome della fine (unilaterale) delle ostilità contro una popolazione civile inerme, si tratta invece di una delle pagine più ipocrite e meno gloriose nella storia del colonialismo occidentale. Perché di neo-colonialismo trattasi e gli interventi di Netanyahu e di Trump alla Knesset nella mattinata – a dir poco agghiaccianti –  lo hanno ben confermato.

Presenti al vertice ci sono in primo luogo i Paesi mediatori nella trattativa, a partire da Turchia e Qatar. Non c’è Benjamin Netanyahu e non ci sono rappresentanti di Hamas. L’Europa è rappresentata da vari leader, dal francese Emmanuel Macron allo spagnolo Pedro Sanchez al primo ministro britannico Keir Starmer. In totale, i leader dovrebbero essere una ventina, compresa la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni (alla ricerca di un ruolo internazionale, che nonostante i suoi falsi proclami, non è in grado di avere se non in una corte di vassalli). C’è anche Antonio Costa per l’Ue (ma non la presidente Ursula Van der Leyen, che non è stata invitata) e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.

Le agenzie di stampa internazionali, prone all’informazione mainstream, concordano nell’affermare che “lo scopo del vertice in Egitto è quello di garantire una legittimazione internazionale all’accordo di pace tra Israele e Hamas, così che nessuna delle parti in causa possa tornare indietro”. L’obiettivo dell’incontro, ha sottolineato la presidenza egiziana, è “porre fine alla guerra, intensificare gli sforzi per raggiungere la stabilità in Medio Oriente e inaugurare una nuova era di sicurezza e stabilità”. L’accordo riguarda la prima fase del piano di pace proposto dagli Stati Uniti.

Ciò che sappiamo è che, nell’immediato, oltre allo scambio tra ostaggi e detenuti palestinesi (ma con l’esclusione Marwan Barghuthi, l’unico leader in grado di riunire le forze politiche palestinesi da Gaza a Ramallah e per questo considerato da Israele troppo pericoloso), ci sarà l’ingresso degli aiuti umanitari e l’esercito israeliano continuerà a controllare comunque più del 50% del territorio gazawo. Il sito Jewish Voice for Liberation pubblica le prime analisi del Piano Trump, e scopre che Israele manterrà il controllo del 58% di Gaza, guarda caso i terreni agricoli della Striscia, che i coloni sono già pronti a occupare.

Nel prossimo futuro, invece, l’accordo prevede la consegna delle armi da parte dei miliziani di Hamas e delle altre forze militari palestinesi (obiettivo difficilmente realizzabile) e che Gaza sarà governata da un’amministrazione transitoria temporanea: un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e delle amministrazioni comunali per la popolazione. Questo comitato sarà composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione di un nuovo organismo internazionale di transizione, eufemisticamente chiamato Board of Peace (quando il nome corretto dovrebbe essere Board of Ruins), che sarà presieduto dal presidente Donald Trump, con altri membri e capi di Stato che saranno annunciati, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair. Nulla viene detto a proposito della Cisgiordania né della volontà di porre fine alle violenze dei coloni israeliani e all’occupazione israeliana che dura da 77 anni.

In realtà, il vertice in Egitto sembra più la riunione di un comitato d’affari, a cui sono stati invitati solo i paesi che più potranno trarre beneficio economico dal business della ricostruzione di Gaza e dallo sfruttamento dei giacimenti offshore. Per gli Stati Uniti inoltre si tratta di festeggiare un risultato politico che un ringazzullitoTrump ha intenzione di utilizzare per ribadire l’egemonia militare, economica e diplomatica a livello globale, in una fase in cui tale egemonia è messa in discussione su più fronti.

* * * * *

Quasi 200mila edifici distrutti, reti idriche ed elettriche da rimettere in funzione, strade da rifare: la Striscia diventerà un immenso cantiere. La Banca Mondiale nel febbraio 2025 aveva stimato in 53 miliardi di dollari la somma necessaria per riparare le devastazioni nella Striscia e in Cisgiordania: una cifra pari a tre volte il Pil della Palestina. Dopo l’invasione di terra del 15 settembre 2025, la stessa Banca Mondiale ha aggiornato il conto a 80 miliardi dollari.

Secondo tale fonte, 30 miliardi di dollari sarebbero destinati al ripristino delle infrastrutture fisiche, mentre altri 19 miliardi coprirebbero le perdite economiche e sociali causate dal conflitto. Solo il sistema sanitario avrebbe bisogno di oltre 7 miliardi, in un territorio dove il 94% degli ospedali è stato distrutto. Ma la crisi non risparmia nessun settore: il 90% degli appartamenti e delle scuole, l’86% dei campi coltivabili e il 65% delle strade risultano danneggiati o in macerie.

Inoltre, sarà necessario in primo luogo avviare la rimozione di circa 61 milioni di tonnellate di detriti, gran parte dei quali contenenti amianto. Un’operazione titanica che, secondo le stime della Banca Mondiale, richiederà 21 anni di lavoro e 1,2 miliardi di dollari di risorse.

L’Unione europea mira a un ruolo centrale nella ricostruzione, coordinando un gruppo di Paesi donatori per sostenere la ripartenza di Gaza. La Bei (Banca Europea degli investimenti) e la Commissione Europea stanno pensando a un piano di ricostruzione (Gaza Reconstruction Facility), con il supporto della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite, sul modello ucraino e a fine settembre hanno annunciato la firma con l’Autorità monetaria palestinese di una linea di credito da 400 milioni di euro per sostenere la ripresa economica del settore privato in Palestina.

Secondo Milano Finanza, il documento IRDNA (The Gaza and West Bank Interim Rapid Damage and Needs Assessment) prevede una filiera integrata di imprese locali e internazionali, dalle demolizioni al project management. Le agenzie multilaterali puntano a combinare operatori palestinesi e contractor Mena (Middle East North Africa) per i lavori di base, con società europee e asiatiche nei ruoli di supervisione, utilities e ingegneria ambientale. […] I settori a maggiore impatto sono housing, con domanda immediata di prefabbricati, acqua ed energia, desalinizzazione e micro-reti elettriche […] I gruppi dell’area Mena si stanno posizionando per i futuri bandi multilaterali: le egiziane Orascom Construction e Arab Contractors, la libanese-qatariota Consolidated Contractors Company, l’Organi Group, le turche Limak Holding e Tekfen, insieme al colosso immobiliare Talaat Moustafa Group, figurano già nei dossier preliminari della Lega Araba. La regia della Casa Bianca negli accordi di pace garantisce un ruolo alle aziende Usa. Bechtel, Aecom e Fluor sono pronte per i primi progetti infrastrutturali, come reti idriche e sanitarie. Caterpillar, fornitore globale di macchinari pesanti, potrebbe essere coinvolta nella logistica e nella rimozione delle macerie (dopo che ha – macabra ironia – contribuito alla distruzione delle case di Gaza…). Anche l’Europa e l’Italia non stanno a guardare. A piazza Affari, per esempio, si è messo subito in luce il comparto costruzioni e materiali, con Cementir, Buzzi e Webuild tra i titoli più esposti in Italia. In particolare, secondo Banca Akros, Cementir “potrebbe beneficiare della fine dei conflitti in Ucraina, Siria e nella Striscia di Gaza” grazie alla forte presenza in Turchia che la colloca nella posizione ideale per servire i cantieri dell’area. Last but not least, l’Eni potrà attivare le concessioni vinte ma congelate dal 7 ottobre 2023 sui giacimenti di gas antistanti le coste di Gaza

Si confermano così le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani in un’intervista al Quotidiano Nazionale: “Vogliamo essere protagonisti oltre che della sicurezza, della ricostruzione. Con lo sguardo rivolto alle infrastrutture, anche con l’impegno delle nostre imprese”.

* * * * *

La guerra è un grande business e l’intreccio con la politica è oramai evidente dando realtà concreta a forme di neofeudalismo e neocolonialismo che, seppur mai del tutti scomparsi, si ritenevano marginali nell’era post-coloniale.

Tale istanza è oggi governata dalla finanza e della speculazione immobiliare. Non è necessario il controllo diretto del territorio. È sufficiente la sua bonifica da qualsiasi possibile opposizione politica e sociale.

Tony Blair, ex primo ministro britannico oggi advisor internazionale fondatore della  Tony Blair Institute for Global Change , secondo il sito Economy, “si muove da settimane come mediatore e promotore della Blair Capital Real Assets, un fondo specializzato in operazioni post-conflitto e rigenerazione di aree strategiche che ha già avviato relazioni con la Lega Araba e con la partnership MENA Investment Board”. Blair ha lavorato in tandem con banche quali Standard Chartered e Barclays per predisporre un veicolo d’investimento ad hoc dedicato a Gaza, mirando ad attrarre sia capitali sovrani dei paesi del Golfo sia fondi pensione istituzionali europei.

Parallelamente, sul fronte americano, Donald Trump ha ufficializzato l’impegno della Trump Organization attraverso la nuova piattaforma Middle East Recovery Properties, un consorzio di veicoli finanziari che include la Trump International Real Estate, le Kushner Companies, la Witkoff Development e soggetti legati a Bain Capital e Carlyle Group. Non sorprende che tali società facciano riferimento alle persone (il genero Kushner e l’inviato di Trump per la questione medio-orientale, Witkoff) che erano fisicamente presenti all’incoronazione di Trump alla Knesset israeliana e al vertice di Sharm el-Sheikh, confermando un conflitto di interessi che farebbe impallidire gli eredi di Berlusconi

Più nello specifico, sempre secondo il magazine Economy, la Blair Capital Real Assets svolge la funzione di advisory strategico e di co-investimento istituzionale, assicurandosi i diritti prioritari su progetti di utility, resort e infrastrutture portuali. La Middle East Recovery Properties di Trump, invece, dovrebbe operare come motore esecutivo, con il compito di raccogliere capitali globali, stringere partnership operative con advisor legati a Blackstone, Citadel e fondi arabi affiliati all’Abu Dhabi Investment Authority, per poi internalizzare la gestione degli appalti, della pianificazione urbanistica e del lancio commerciale degli asset immobiliari.

Se non è neocolonialismo questo…

Pavia: tanti giovani in corteo, gioiosamente e indignati, contro il genocidio del popolo palestinese

4 Ottobre 2025

MOBILITAZIONE E SCIOPERO GENERALE 3 OTTOBRE – FERMARE IL GENOCIDIO A GAZA E DIFESA DELLA GLOBAL SUMUD FLOTTILLA 

2 Ottobre 2025

Vale la legge del più forte. La legge del mare internazionale che non vale più. Uno Stato accusato di genocidio, decide arbitrariamente il blocco, dice che le acque sono sue, sequestra il pacifico naviglio della Flottilla e arresta i suoi membri compresi Parlamentari di vari Stati europei. 

Gli Stati europei a doppio standard tra cui l’Italia, mentre straparlano di diritto internazionale e guerra si inchinano al sopruso. L’unica risposta a questa pavidità, vigliaccheria e complicità del Governo Meloni, è la mobilitazione e sciopero generale.

Rifondazione Comunista, invita a mobilitarsi subito in tutte le piazze lombarde e sostenere la proclamazione dello sciopero generale di 8 ore indetto da tutti i sindacati di base e CGIL per Venerdì 3 ottobre.

Rifondazione Comunista Lombardia – La Segreteria Regionale

Il genocidio in Palestina e il ruolo complice dell’Occidente, degli Usa e dell’Europa in primo luogo

30 Settembre 2025

Interventi dei partiti e associazioni al presidio Pro Palestina promosso dall’Anpi di Mortara il 21 settembre 2025 in Piazza Municipio

22 Settembre 2025