Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno sferrato un attacco all’Iran. La guerra ha oltrepassato i confini e sta dilagando in tutto il Medio Oriente. Un’altra guerra. Altra violenza. Chi ne paga le conseguenze sono sempre i civili, la popolazione inerme. Il 9 marzo Trump ha infatti dichiarato che “la guerra finirà presto”. L’Iran è pronto a combattere contro gli Stati Uniti e Israele “per tutto il tempo necessario”. Secondo le autorità iraniane, gli attacchi statunitensi hanno causato più di 1.200 morti finora. Come ben sappiamo, non è la prima volta che Trump dà il suo appoggio a Netanyahu nell’attacco verso altre potenze, per il petrolio, reificare le logiche d’oppressione del capitalismo. La reazione dell’Iran e degli altri paesi colpiti può degenerare. La paura dello scoppio di una Terza guerra mondiale è sempre più reale. La rottura degli equilibri internazionali segue la follia di Trump e Netanyahu, sopravvivenza di logiche coloniali ed imperialiste che sembrano dure a morire. Chi vince è la violenza indiscriminata, le lobby delle armi, chi investe sul riarmo del mondo. Questi pochi stanno arricchendosi sulle miserie di tuttə noi, testando i limiti di una conflittualità che viene passata come normalità, venduta come una soluzione senza alternative, anche nella nostra piccola realtà cittadina. Noi siamo angosciatə e preoccupatə. La guerra ci nasconde i drammi di un futuro che sembra ormai quasi inevitabile. Per questo vogliamo pensare che un mondo diverso sia ancora possibile. Non solo qui a Vigevano ma anche nell’unico mondo che abbiamo e viviamo. Agire significa cambiare le retoriche, poter pensare veramente di non essere solo spettatori di uno spettacolo grande e drammatico. Significa riacquisire la possibilità di fare qualcosa. Partendo anche dalle cose più piccole. Anche solo credendo che pace non sia una semplice parola, ma atto consapevole di resistenza quotidiana.
“La posizione della Spagna è la stessa che abbiamo avuto sull’Ucraina o su Gaza. No alla rottura di un diritto internazionale che protegge tutti. No a risolvere i conflitti con le bombe. In tre parole: no alla guerra. Il mondo, l’Europa e la Spagna ci sono già passati. Ventitré anni fa gli Stati Uniti ci trascinarono in una guerra per eliminare le (inesistenti) armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, per portare la democrazia e garantire la sicurezza globale. In realtà, produsse l’effetto opposto, scatenando una grave crisi migratoria ed economica. Quello che sappiamo è che da questa guerra non uscirà un ordine internazionale più giusto. E non ne usciranno nemmeno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano. Anzi, quello che per ora possiamo intravedere è più incertezza economica, aumento del prezzo del petrolio e anche del gas. Per questo, in Spagna siamo contrari a questo disastro, perché riteniamo che i governi siano qui per migliorare la vita delle persone, per dare soluzioni ai problemi, non per peggiorarla. Ed è assolutamente inaccettabile che quei dirigenti che sono incapaci di assolvere a questo compito usino il fumo della guerra per nascondere il proprio fallimento e, nel frattempo, riempire le tasche di pochi, i soliti, gli unici che vincono quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili. Alcuni diranno che è ingenuo puntare sulla diplomazia. L’ingenuità è pensare che la soluzione sia la violenza. O pensare che essere seguaci ciechi e servili significhi guidare. Io credo che questa posizione non sia affatto ingenua, ma coerente e, proprio per questo, non saremo complici di qualcosa che è male per il mondo, che è contrario ai nostri valori, semplicemente per paura delle ritorsioni di qualcuno. Perché noi abbiamo una fiducia assoluta nella forza economica, istituzionale e direi anche morale del nostro Paese, e perché in momenti come questo ci sentiamo più orgogliosi che mai di essere spagnoli. Non siamo soli, il governo è con chi deve stare: con i valori della Costituzione, dell’UE, con la Carta dell’ONU, con la PACE.
Chiediamo a Stati Uniti, Israele e Iran, tutta la responsabilità necessaria perché si fermino prima che sia troppo tardi. Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità: è così che cominciano i più grandi disastri dell’umanità”.
Le RE-sistenti nascono nel 2013 dalla volontà di dare voce alle donne, alle loro storie e alla loro Storia R/Esistenti, con una sbarretta dopo la R perché credono che resistere attivamente, facendo qualcosa che possa migliorare anche di pochissimo la realtà che ci circonda, sia l’unico modo di esistere. Sono attrici non professioniste, un gruppo tra pari, a geometria variabile, in cui le funzioni sceneggiatura, regia, recitazione sono condivise. Venerdì alle ore 21 alla Biblioteca civica Mastronardi alle ore 21 ci presenteranno il loro ultimo lavoro. “Come le mani umide nella farina”, è un lavoro dedicato alla Pace, è una serie di scritti al femminile da loro elaborati, accompagnati da azioni sceniche che manifestano il loro/nostro sgomento e dolore; è uno sguardo femminile sull’abominio di tutte le guerre partendo da Lisistrata per arrivare ai nostri tragici giorni in cui si continuano a massacrare innocenti; Ma in nome di cosa? Nel tempo delirante del conflitto, quando gli orologi impazziscono, le prime vittime sono tutti quei piccoli gesti e quelle piccole cose della quotidianità che costruiscono la libertà, la pace, l’amore … La scelta è quella di stare sempre dalla parte della Pace e della mediazione in tutti i conflitti, portando il pensiero femminile e femminista, che segue logiche di cura e di vita, contro le motivazioni, sempre economiche, dei conflitti. Parafrasando Gino Strada diciamo che “Non sono pacifiste, sono contro la guerra”, sono cioè donne che si arrabbiano, che reagiscono, che non rifiutano il conflitto verbale, il conflitto di idee, rifiutano però la violenza delle armi, la violenza organizzata delle potenze e degli eserciti.
È ufficiale: una divisione dell’ICE, l’agenzia federale che negli Stati Uniti si occupa dell’immigrazione clandestina e delle dogane, sarà presente alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.
È la deriva delle Olimpiadi: il messaggio di pace che rappresenta la competizione mondiale è compromesso dai metodi brutali e violenze perpetrate contro indifesi, dalle deportazioni, dalle uccisioni indiscriminate.
Stati Uniti, come Israele, devono essere esclusi dalle olimpiadi invernali. E cosa fa il nostro governo? Niente.
Noi crediamo che tutto ciò sia un insulto intollerabile alla nostra umanità. Ricordiamo il corteo nazionale organizzato il 7 febbraio a Milano. La sicurezza non può essere la scusa per dimenticarci da che parte stiamo: quella dell’umanità. Il nostro sindaco dovrebbe ricordarselo.
Il 7 dicembre, presso la cooperativa di Bereguardo, Rifondazione Comunista organizza un pranzo di autofinanziamento per trascorrere un momento di convivialità socialità e discutere della situazione politica internazionale.
In Europa soffiano sempre più forte i venti di guerra.
L’Europa impone una politica di riarmo demenziale e pericoloso. Demenziale perché i soldi spesi per le armi li si tolgono al sociale, case, trasporti, scuola e sanità ma soprattutto pericoloso perché innesca una corsa al riarmo che inevitabilmente porta alla guerra.
Come diceva il compagno Berlinguer “se vuoi la pace prepara la pace” per questo come Rifondazione Comunista siamo impegnati nella costruzione di un ampio movimento popolare contro la guerra e per la pace. Di questo discuteremo domenica 7 dicembre. Tutti i cittadini amanti della pace sono invitati.
I fondi raccolti, come di consuetudini saranno utilizzati per le nostre attività politiche.
Mentre Trump annuncia che a Maduro restano “poche ore”, e negli stessi Caraibi gli Stati Uniti attaccano le barche davanti alle coste venezuelane e schierano una delle portaerei più grandi del mondo, sento di dover raccontare e condividere quello che ho visto a Caracas, qualche mese fa come delegata al Congresso Mondiale Antifascista.
Tra bandiere rosse, canti popolari e delegazioni da oltre cento Paesi, il Venezuela si racconta come laboratorio di resistenza e solidarietà. Dal Festival Antifascista al giuramento di Maduro, la forza di un popolo che difende la propria sovranità.
Un paese che resiste.
Ero a Caracas a gennaio del 2025.
La capitale venezuelana si sveglia immersa in un verde che pare voler inghiottire il cemento. La città vive, respira, resiste.
All’interno del grande centro congressi si riuniscono i rappresentanti di 102 Paesi per il Festival Mondiale Internazionale Antifascista: bandiere, tamburi, lingue diverse ma un solo grido comune —
“¡Viva Venezuela!”
Una tromba intona Bella Ciao e la sala si trasforma in un coro globale. È l’inizio di un incontro che unisce i popoli contro imperialismo, fascismo e colonialismo.
“La ricchezza del popolo al popolo”
La vicepresidente Delcy Rodríguez Gómez, vestita di rosso, sale sul palco e parla con voce chiara:
“Lottiamo contro il fascismo e il colonialismo che vogliono normalizzare l’orrore, come il massacro del popolo palestinese. Mai più!”
Rivendica l’eredità di Chávez e il diritto del Venezuela a governarsi senza interferenze.
“Quando la ricchezza di un Paese è nelle mani di pochi, questo è fascismo. Chávez ci ha insegnato che l’energia, il petrolio, la terra appartengono al popolo.”
Fuori, nei quartieri “bene” di Caracas, l’opposizione di destra, guidata da Machado (Corina Machado, ora insignita del Premio Nobel della Pace, prontamente dedicato a Trump), manifesta.
Dentro, la sinistra internazionale applaude un progetto che è anche un simbolo: la dignità popolare come frontiera contro il dominio economico e militare dell’Occidente.
Mi imbatto per la prima volta in una scena irrituale -militari in piena uniforme, in moto, in tenuta antisommossa, che — fermi nelle postazioni o mentre interagiscono con la gente — hanno un atteggiamento di complicità, non di minaccia o contenimento.
Perplessa, cerco di capire, e un compagno mi conferma:
“È l’esercito bolivariano.”
L’Esercito Bolivariano: a fianco del popolo, non contro
Nelle giornate del giuramento di Nicolás Maduro, la città si riempie di moto, bandiere e volti sorridenti.
Mentre un milione di persone si riversa nelle piazze, l’Esercito Bolivariano presidia le strade. Ma non è un esercito di oppressione: è un corpo civile e militare nato per difendere, non per reprimere.
Giovani soldati distribuiscono acqua e assistenza, collaborano con la Protezione Civile, aiutano anziani e famiglie sotto il sole.
Alle postazioni mobili, alcuni intonano canti patriottici insieme ai cittadini. È un’immagine che rompe gli stereotipi: lo Stato non si mostra come forza di controllo, ma come braccio operativo del popolo.
L’esercito, qui, è parte della comunità.
È la traduzione visibile del principio chavista – Unidad Cívico-Militar — unità tra popolo e forze armate per la difesa della rivoluzione.
“Noi non puntiamo le armi contro il nostro popolo,” dice un ufficiale giovane, “le puntiamo contro la fame, la disuguaglianza e contro chi vorrebbe riportarci indietro.”
Il giuramento di Maduro
Nel giorno del giuramento, Caracas vibra.
Dalle colline scendono orde di motociclisti, a piedi arrivano famiglie, anziani, bambini.
Il popolo canta:
“¡Yo juro con Maduro!”
“¡El pueblo jura con Maduro!”
Sotto un sole che spacca, la gente balla e ride. Sugli spalti, rappresentanti di nazioni del Sud del mondo, rappresentanti dei popoli nativi delle Americhe,
i popoli di Panama e Guatemala, con il volto dipinto come si fa quando si porta la storia sulle guance;
i popoli caraibici di Saint Vincent e Grenadine, che avanzano con quel passo ondulante che ti prende per mano e ti trascina con loro;
la comunità afro-discendente, con la bandiera afro;
il rappresentante dell’India, in abiti tradizionali, che dagli spalti prova a seguire il ritmo della musica.
Maduro, in abito blu, sale sul palco e intona:
“Oligarcas, temblad… ¡viva la libertad!”
Parla al popolo, balla e, con la fascia della bandiera del Venezuela, procede con il giuramento:
“Giurate di difendere la patria?”
E da ogni angolo della piazza, un coro compatto:
“¡Juro!”
Mentre Washington annuncia nuove sanzioni e una taglia da 25 milioni di dollari sulla sua testa, Caracas risponde con orgoglio e appartenenza.
Nel Congresso Mondiale Antifascista, la Palestina è ovunque: nei discorsi, nelle bandiere, negli occhi dei delegati.
Il Festival si apre con *La raíz del olivo*, documentario cubano sui giovani palestinesi che studiano a L’Avana — un tributo alla solidarietà internazionalista.
Cuba e Venezuela camminano insieme.
Maduro cita Ho Chi Minh e Fidel, ricordando che “l’unione dei popoli è la prima arma contro l’imperialismo”.
Racconta i risultati della rivoluzione bolivariana: milioni di case popolari, sanità gratuita con *Barrio Adentro*, istruzione accessibile a tutti.
“Seguendo l’esempio di Cuba,” afferma, “abbiamo trasformato la solidarietà in politica di Stato.”
Il Foro di Caracas: nasce una rete mondiale
Dai tavoli di lavoro emerge una risoluzione votata all’unanimità: la nascita del Foro di Caracas, un think tank mondiale per coordinare le lotte popolari.
Temi centrali:
Donne e transfemminismo emancipato
Giovani come avanguardia del mondo multipolare
Popoli indigeni contro estrattivismo e colonialismo
Sindacalismo e antifascismo nel XXI secolo
Arte e cultura come strumenti di liberazione
Maduro chiude il Congresso intonando L’Internazionale, ricorda i rivoluzionari della Bolivia, Santa Lucia, Honduras – Tupac Katari, Augusto César, Chavez..
Ricorda il progetto di Chavez di restituire al popolo quello che è del popolo. Saluta l’anziana cachica Guayira, consegna la Medaglia del Bicentenario di Ayacucho a funzionari e magistrati sanzionati dall’Occidente.
“Chi resiste all’imperialismo non va punito, va onorato.”
Invita il rappresentante dei Senza Terra a leggere la risoluzione finale uscita dai tavoli di lavoro
Un popolo in cammino
Di notte, Caracas non dorme.
Le strade restano piene di canti, discussioni, tamburi.
Delegazioni di ogni continente condividono esperienze e sogni.
Una donna cubana racconta:
“Da noi, ogni bambino va a scuola, anche con l’embargo. E se serve un medico, lo trovi sotto casa. È questo che temono: un popolo istruito, un popolo sano.”
Un giovane venezuelano aggiunge:
“Abbiamo poco, ma quel poco è nostro. E lo difendiamo insieme.”
Un altro mondo è possibile
Il Venezuela resiste alla fame, alle sanzioni e alle guerre con la forza della solidarietà.
In queste piazze, la rivoluzione non è parola d’archivio, ma pratica quotidiana.
E nel rumore dei tamburi, tra i volti sorridenti, risuona la frase che chiude ogni discorso, ogni canto, ogni sogno:
Ancora una volta, gli Stati Uniti hanno rafforzato le loro manovre militari e i comportamenti ostili verso la Repubblica bolivariana del Venezuela, nonostante il loro fallimento in tutti questi anni. Le ultime attività dell’amministrazione Trump hanno visto lo schieramento di navi da guerra e truppe militari statunitensi nelle acque vicine al territorio venezuelano, con la scusa della lotta al narcotraffico. Parallelamente, come se fossimo nel Far West, Washington ha raddoppiato la taglia sul capo del Presidente venezuelano, Nicolás Maduro.
L’obiettivo della Casabianca è quello di destabilizzare la nazione latino-americana, far cadere il governo Maduro ed impadronirsi delle ricche risorse del Paese, a partire dal petrolio.
Le minacce e le ostilità dell’amministrazione Trump verso il Venezuela sono iniziate già durante il suo primo mandato, quando il presidente statunitense voleva imporre un regime fantoccio a Caracas contro la volontà democratica del popolo venezuelano.
La belligeranza aggressiva di Washington è il maggiore ostacolo ad una risoluzione pacifica e diplomatica delle controversie internazionale, in particolare quella tra Venezuela e Guyana rispetto alla sovranità territoriale sulla ricca regione petrolifera dell’Essequibo.
Sin dalla vittoria di Hugo Chávez, la Casabianca ha cospirato attivamente per far cadere il legittimo governo costituzionale e democraticamente eletto della Repubblica Bolivariana del Venezuela, guidato dal Presidente Nicolás Maduro. L’ultimo dispiegamento delle forze militari statunitensi in America Latina rappresenta un ulteriore pericoloso precedente e mette a rischio la pace nella regione.
Di fronte a queste minacce e ai tentativi di destabilizzazione, il Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea esige la cessazione di ogni azione provocatoria che aumenta le tensioni nella regione. Proprio perché promuoviamo la pace, la giustizia sociale e ambientale, ci opponiamo senza riserve all’uso della forza o della coercizione nell’agenda imperialista sia in America Latina, che nel resto del pianeta.
Il Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea ribadisce la propria solidarietà con il Venezuela e con il presidente Nicolás Maduro, mentre condanna le manovre militari e la retorica aggressiva e guerrafondaia di Washington nei confronti della nazione latinoamericana.
Partito della Rifondazione Comunista
Circolo “Hugo Chavez Frias” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano
Alle ore 21 di ieri sera a Vigevano, a Mede e in tutti i paesi della diocesi di Vigevano le campane delle chiese si sono messe a suonare . Un suono antico, familiare che da secoli scandisce il tempo delle comunità. Per rompere un altro tipo di silenzio: quello dell’indifferenza. Un suono dedicato a chi ha fame a Gaza, a chi muore sotto le bombe, alla tragedia umana che in questi mesi ha colpito migliaia di persone , in particolare le più fragili. Ricordare chi, a Gaza, vive nella privazione più assoluta – senza acqua, senza elettricità, senza pane – significa sentire che quella sofferenza ci riguarda tutti , anche se geograficamente ci appare lontana.
Le campane di ieri sera , suonando tutte insieme, hanno unito le parrocchie, i paesi, le persone, in un gesto corale che voleva andare oltre le parole e le opinioni.
Così è iniziato ieri sera il presidio di pace per Gaza. Centocinquanta persone a Vigevano e decine a Mede, si sono date appuntamento sulle piazze dei loro paesi. Ogni rintocco è stato come un battito del cuore della Lomellina, che si è fatta solidale, ha rifiutato l’idea che la fame oggi, possa ancora essere un’arma di guerra. Per un popolo che ha il diritto di non morire di fame e di lacrime. Il caldo, terribile anche di sera, le zanzare e la vicinanza con il ferragosto non hanno fermato la voglia di esserci di un piccolo popolo di attivisti e di gente comune. Immediatamente al suono delle campane, la piccola folla armata di tamburelli, fischietti, corni , maracas, si è messa a fare rumore e il rumore si è allargato ovunque nella splendida piazza.
Era un suono carico di partecipazione ma si sentiva una grande tristezza di tutti nel cuore, ma anche la convinzione che non si poteva assistere alla barbarie senza dire: non in mio nome. Si è detto anche : ci sentiamo impotenti di fronte all’enormità di quel grande campo di concentramento in cui Israele ha trasformato Gaza. Sappiamo però che saremo davvero impotenti solo se rimarremo muti di fronte allo scandalo della fame usata come arma di sterminio di massa. “Noi che siamo qui stasera non vogliamo rimanere in silenzio, mentre la gente di Gaza viene sterminata. Vogliamo disertare questo silenzio di morte. Vogliamo unire le nostre sirene e le campane delle chiese”.
Perché in piazza? Per chiedere la fine dell’aggressione israeliana e il riconoscimento dello Stato di Palestina, il blocco della vendita di armi e la fine degli accordi economici con Israele anche da parte del governo italiano. Aiuti umanitari per la popolazione di Gaza, che sta subendo un assedio e una crisi alimentare senza precedenti. Del resto i rapporti presentati da Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, non ammette dubbi: il grido di dolore ci giunge ogni giorno anche dalle organizzazioni umanitarie che tentano di resistere, come Action Aid e Medici senza frontiere. Ci parlano di una situazione che ha assunto da tempo i colori della disumanità, della barbarie più totale. Le stesse cose che ci aveva raccontato Hani Gaber console per il Nord Italia della Palestina, che a Vigevano aveva portato quasi piangendo la rabbia e le privazioni del suo popolo.
La gente di Vigevano e di Mede presenti ieri sera avevano risposto ad un invito del coordinamento per la pace di Vigevano e Lomellina, che riprendevano un appello nazionale: “facciamo suonare a distesa le campane dei palazzi comunali, quelle delle chiese, e ogni sirena possibile: ambulanze, navi, barche, porti. Suoniamo ogni fischietto, battiamo le pentole. Facciamo più rumore, più chiasso, più fracasso possibile. Facciamolo insieme: nelle piazze e sulle spiagge. Facciamolo sui balconi e alle finestre. Facciamolo sui social. Facciamolo dappertutto. Che ci sentano fino a Gaza: perché sappiano di non essere soli. Che ci sentano nei palazzi del potere italiano”
Abbiamo presentato lo striscione che Ale Puro, un artista che vive e lavora a Vigevano e che giovanissimo si è affacciato al mondo della street art, ha voluto creare e regalare al coordinamento per la pace. Nello striscione c’era scritto : la pace non tace, ed era una sintesi della necessità di non rimanere indifferenti quando si vede la tragedia che illumina alcune parti del mondo. Decine di persone sono venute a firmarlo mentre la notte nel sagrato del Duomo calava velocemente e la fatica e il sudore annebbiavano la vista. Il collegamento tra le piazze purtroppo per motivi tecnici non è stato possibile e ci sarebbe piaciuto unire le parole di tutti, intrecciando un sentire comune.
Poi tanti gli interventi, con Giancarla che ha parlato del gruppo di donne che da quando è iniziata la guerra in Ucraina scende nella piazza del mercato a Sartirana ogni sabato per chiedere pace, Luisa che ha invitato ad aderire alla marcia Perugia -Assisi di ottobre per la quale sta organizzando un pulmann intero, Luigi che ha raccontato dell’iniziativa per Gaza con i camminatori e i ciclisti che sono giunti da Oropa sino a Mortara e poi sono andati in Prefettura a Milano per portare le firme raccolte. Cinzia Bauci del gruppo artistico Stellerranti , ha letto le poesie selezionate da Marco e da Antonietta di poeti palestinesi, Piero Carcano ha infine recitato altre poesie e ha cantato una canzone di rivolta. Per terminare con uno slogan: il classico free free Palestine , ripreso immediatamente dai presenti e urlato nella notte infinite volte.
In mezzo per tre volte la gente ha fatto rumore con tutto quello che di rumoroso aveva portato con se. Sottolineando in questo modo la voglia di esserci e dire che Gaza non può morire e che è necessario buttare la guerra fuori dalla Storia. I più commoventi sono stati i ragazzi presenti, con i loro fischietti e la loro voglia di futuro. Poi tutti sono tornati alle loro case ed è rimasto sul sagrato solo uno strano silenzio, capace tuttavia di parlare ancora. Per rivendicare un tempo nuovo, un tempo capace di non spargere odio e sofferenza ma indicare la necessità per tutti di potere, usando una bellissima frase di Alex Zanotelli, “continuare a danzare la vita”.
Un grazie commosso va a tutte e a tutti coloro che hanno reso possibile la piazza, alla diocesi, a chi ha partecipato, a chi è intervenuto, a chi crede che il Coordinamento per la pace territoriale sia importante per proseguire nelle iniziative di pace. Le foto delle due piazze sono tratte dalle chat e dalla rete.
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