Categoria: Mondo

La sempre viva presenza di Frantz Fanon

6 Dicembre 2025

Siamo giunti al quarto e ultimo appuntamento del ciclo 2025 degli incontri organizzati dal Collettivo Culturale Rosa Luxemburg – Rete delle Alternative di Vigevano.

sabato 13 dicembre 2025 – ore 15.30-18

Vigevano – Biblioteca Civica Lucio Mastronardi
Corso Cavour 82

La sempre viva presenza di Frantz Fanon. 

Colonialismo, imperialismo, la decolonizzazione come processo universale permanente.
Relatore 

Giorgio Riolo (saggista, Rete delle Alternative)

Organizza il Collettivo Culturale Rosa Luxemburg – Rete delle Alternative di Vigevano

PARTONO LE PRENOTAZIONI DELLA CAMPAGNA “ARANCE DI NATALE ARANCE PER LA VITA” 2025

25 Novembre 2025

Chi fosse interessato a qualsiasi prodotto solidale, lo ordini al sottoscritto via e-mail, specificando la quantità entro il 1° dicembre. Provvederò io a informarvi sulla data di consegna e sulla modalità di ritiro (le stesse di sempre).
Saluti solidali.

Vladimiro

PARTONO LE PRENOTAZIONI DELLA CAMPAGNA “ARANCE DI NATALE ARANCE PER LA VITA” 2025. C’E’ TEMPO FINO AL 3 DICEMBRE!

Per info: Antonio 335 7564743 – Lucia 333 5627137

La finalità è quella della ripresa dei lavori per il completamento dell’ospedale di Duhla, lavori che attualmente sono fermi per mancanza di fondi, come potete leggere dalla brochoure.

Arance, marmellate, riso, birre AZADI’, GAZA Cola e i libri “EZIDI Storia e cultura di un popolo in lotta contro il proprio genocidio” saranno disponibili, da dicembre, presso la sede dell’Associazione Verso il Kurdistan in Alessandria, via Mazzini 118. Per quantitativi significativi, come al solito, l’Associazione si rende disponibile al trasporto a domicilio, senza oneri aggiuntivi.

Questo è l’IBAN dell’Associazione Verso il Kurdistan: IT17 Q030 6909 6061 0000 0111 185  Causale: Campagna Arance 2025

Per chi volesse dare un contributo liberale, la causale è: contributo volontario.

Associazione Verso il Kurdistan Odv

QUE VIVA VENEZUELA

6 Novembre 2025

Antonella Bundu

Mentre Trump annuncia che a Maduro restano “poche ore”, e negli stessi Caraibi gli Stati Uniti attaccano le barche davanti alle coste venezuelane e schierano una delle portaerei più grandi del mondo, sento di dover raccontare e condividere quello che ho visto a Caracas, qualche mese fa come delegata al Congresso Mondiale Antifascista.

Tra bandiere rosse, canti popolari e delegazioni da oltre cento Paesi, il Venezuela si racconta come laboratorio di resistenza e solidarietà. Dal Festival Antifascista al giuramento di Maduro, la forza di un popolo che difende la propria sovranità.

Un paese che resiste.

Ero a Caracas a gennaio del 2025.

La capitale venezuelana si sveglia immersa in un verde che pare voler inghiottire il cemento. La città vive, respira, resiste.

All’interno del grande centro congressi si riuniscono i rappresentanti di 102 Paesi per il Festival Mondiale Internazionale Antifascista: bandiere, tamburi, lingue diverse ma un solo grido comune —

“¡Viva Venezuela!”

Una tromba intona Bella Ciao e la sala si trasforma in un coro globale. È l’inizio di un incontro che unisce i popoli contro imperialismo, fascismo e colonialismo.

“La ricchezza del popolo al popolo”

La vicepresidente Delcy Rodríguez Gómez, vestita di rosso, sale sul palco e parla con voce chiara:

“Lottiamo contro il fascismo e il colonialismo che vogliono normalizzare l’orrore, come il massacro del popolo palestinese. Mai più!”

Rivendica l’eredità di Chávez e il diritto del Venezuela a governarsi senza interferenze.

“Quando la ricchezza di un Paese è nelle mani di pochi, questo è fascismo. Chávez ci ha insegnato che l’energia, il petrolio, la terra appartengono al popolo.”

Fuori, nei quartieri “bene” di Caracas, l’opposizione di destra, guidata da Machado (Corina Machado, ora insignita del Premio Nobel della Pace, prontamente dedicato a Trump), manifesta.

Dentro, la sinistra internazionale applaude un progetto che è anche un simbolo: la dignità popolare come frontiera contro il dominio economico e militare dell’Occidente.

Mi imbatto per la prima volta in una scena irrituale -militari in piena uniforme, in moto, in tenuta antisommossa, che — fermi nelle postazioni o mentre interagiscono con la gente — hanno un atteggiamento di complicità, non di minaccia o contenimento.

Perplessa, cerco di capire, e un compagno mi conferma:

“È l’esercito bolivariano.”

L’Esercito Bolivariano: a fianco del popolo, non contro

Nelle giornate del giuramento di Nicolás Maduro, la città si riempie di moto, bandiere e volti sorridenti.

Mentre un milione di persone si riversa nelle piazze, l’Esercito Bolivariano presidia le strade. Ma non è un esercito di oppressione: è un corpo civile e militare nato per difendere, non per reprimere.

Giovani soldati distribuiscono acqua e assistenza, collaborano con la Protezione Civile, aiutano anziani e famiglie sotto il sole.

Alle postazioni mobili, alcuni intonano canti patriottici insieme ai cittadini. È un’immagine che rompe gli stereotipi: lo Stato non si mostra come forza di controllo, ma come braccio operativo del popolo.

L’esercito, qui, è parte della comunità.

È la traduzione visibile del principio chavista – Unidad Cívico-Militar — unità tra popolo e forze armate per la difesa della rivoluzione.

“Noi non puntiamo le armi contro il nostro popolo,” dice un ufficiale giovane, “le puntiamo contro la fame, la disuguaglianza e contro chi vorrebbe riportarci indietro.”

Il giuramento di Maduro

Nel giorno del giuramento, Caracas vibra.

Dalle colline scendono orde di motociclisti, a piedi arrivano famiglie, anziani, bambini.

Il popolo canta:

“¡Yo juro con Maduro!”

“¡El pueblo jura con Maduro!”

Sotto un sole che spacca, la gente balla e ride. Sugli spalti, rappresentanti di nazioni del Sud del mondo, rappresentanti dei popoli nativi delle Americhe,

i popoli di Panama e Guatemala, con il volto dipinto come si fa quando si porta la storia sulle guance;

i popoli caraibici di Saint Vincent e Grenadine, che avanzano con quel passo ondulante che ti prende per mano e ti trascina con loro;

la comunità afro-discendente, con la bandiera afro;

il rappresentante dell’India, in abiti tradizionali, che dagli spalti prova a seguire il ritmo della musica.

Maduro, in abito blu, sale sul palco e intona:

“Oligarcas, temblad… ¡viva la libertad!”

Parla al popolo, balla e, con la fascia della bandiera del Venezuela, procede con il giuramento:

“Giurate di difendere la patria?”

E da ogni angolo della piazza, un coro compatto:

“¡Juro!”

Mentre Washington annuncia nuove sanzioni e una taglia da 25 milioni di dollari sulla sua testa, Caracas risponde con orgoglio e appartenenza.

Nel Congresso Mondiale Antifascista, la Palestina è ovunque: nei discorsi, nelle bandiere, negli occhi dei delegati.

Il Festival si apre con *La raíz del olivo*, documentario cubano sui giovani palestinesi che studiano a L’Avana — un tributo alla solidarietà internazionalista.

Cuba e Venezuela camminano insieme.

Maduro cita Ho Chi Minh e Fidel, ricordando che “l’unione dei popoli è la prima arma contro l’imperialismo”.

Racconta i risultati della rivoluzione bolivariana: milioni di case popolari, sanità gratuita con *Barrio Adentro*, istruzione accessibile a tutti.

“Seguendo l’esempio di Cuba,” afferma, “abbiamo trasformato la solidarietà in politica di Stato.”

Il Foro di Caracas: nasce una rete mondiale

Dai tavoli di lavoro emerge una risoluzione votata all’unanimità: la nascita del Foro di Caracas, un think tank mondiale per coordinare le lotte popolari.

Temi centrali:

Donne e transfemminismo emancipato

Giovani come avanguardia del mondo multipolare

Popoli indigeni contro estrattivismo e colonialismo

Sindacalismo e antifascismo nel XXI secolo

Arte e cultura come strumenti di liberazione

Maduro chiude il Congresso intonando L’Internazionale, ricorda i rivoluzionari della Bolivia, Santa Lucia, Honduras – Tupac Katari, Augusto César, Chavez..

Ricorda il progetto di Chavez di restituire al popolo quello che è del popolo. Saluta l’anziana cachica Guayira, consegna la Medaglia del Bicentenario di Ayacucho a funzionari e magistrati sanzionati dall’Occidente.

“Chi resiste all’imperialismo non va punito, va onorato.”

Invita il rappresentante dei Senza Terra a leggere la risoluzione finale uscita dai tavoli di lavoro

Un popolo in cammino

Di notte, Caracas non dorme.

Le strade restano piene di canti, discussioni, tamburi.

Delegazioni di ogni continente condividono esperienze e sogni.

Una donna cubana racconta:

“Da noi, ogni bambino va a scuola, anche con l’embargo. E se serve un medico, lo trovi sotto casa. È questo che temono: un popolo istruito, un popolo sano.”

Un giovane venezuelano aggiunge:

“Abbiamo poco, ma quel poco è nostro. E lo difendiamo insieme.”

Un altro mondo è possibile

Il Venezuela resiste alla fame, alle sanzioni e alle guerre con la forza della solidarietà.

In queste piazze, la rivoluzione non è parola d’archivio, ma pratica quotidiana.

E nel rumore dei tamburi, tra i volti sorridenti, risuona la frase che chiude ogni discorso, ogni canto, ogni sogno:

¡Que viva Cuba! ¡Que viva Venezuela! ¡No pasarán!

Geopolitica del caos. Le guerre, il riarmo, il dominio dell’Occidente al tramonto e la sfida dei Brics. Nuovi equilibri nell’orizzonte mondiale

27 Ottobre 2025

VLADIMIRO LIONELLO

Prosegue il ciclo autunnale degli appuntamenti culturali e politici su temi importanti del nostro tempo, a cura del “Collettivo Culturale Rosa Luxemburg”.

Vigevano – Biblioteca Civica Lucio Mastronardi – Corso Cavour 82.

Il secondo incontro si svolgerà

sabato 8 novembre 2025 – ore 15.30-18

Geopolitica del caos. Le guerre, il riarmo, il dominio dell’Occidente al tramonto e la sfida dei Brics.

Nuovi equilibri nell’orizzonte mondiale.

Relatori

Giorgio Monestarolo (ricercatore in storia) e Raffaele Sciortino (saggista)

Campagna Clementine biologiche (e non solo)

27 Ottobre 2025

Chi fosse interessato a qualsiasi prodotto solidale, lo ordini al sottoscritto via e-mail, specificando la quantità (e la tipologia per le marmellate), entro il 4 novembre.

Provvederò io a informarvi sulla data di consegna e sulla modalità di ritiro (le stesse di sempre).
Saluti solidali

Vladimiro

Il genocidio in Palestina e il ruolo dell’Occidente, degli Usa e dell’Europa

21 Ottobre 2025

Fonte https://effimera.org/il-neocolonialismo-della-pace-di-andrea-fumagalli/

Convegno materiali | Il neocolonialismo della pace – di Andrea Fumagalli

La firma dell’accordo di pace tra Israele e Hamas ha giustamente suscitato molte speranze perché si possa arrivare a un definitivo “cessate il fuoco”. Tuttavia, dietro questo accordo si nascondano nuove forme di colonialismo e di depredazione/saccheggio a danno dei palestinesi e dei territori occupati. La guerra delle armi e delle macerie lascia così lo spazio a una nuova guerra: quella del business della ricostruzione, della speculazione e del profitto per pochi

* * * * *

Il vertice del 13 ottobre 2025 a Sharm el-Sheikh per la convalida a livello internazionale degli accordi di pace tra il governo israeliano e Hamas con la mediazione del Quatar, Egitto e Turchia viene descritto come una tappa storica nell’evoluzione dei rapporti tra Israele e i paesi del Medio Oriente e un esempio di pacificazione globale. Ma nel nome della fine (unilaterale) delle ostilità contro una popolazione civile inerme, si tratta invece di una delle pagine più ipocrite e meno gloriose nella storia del colonialismo occidentale. Perché di neo-colonialismo trattasi e gli interventi di Netanyahu e di Trump alla Knesset nella mattinata – a dir poco agghiaccianti –  lo hanno ben confermato.

Presenti al vertice ci sono in primo luogo i Paesi mediatori nella trattativa, a partire da Turchia e Qatar. Non c’è Benjamin Netanyahu e non ci sono rappresentanti di Hamas. L’Europa è rappresentata da vari leader, dal francese Emmanuel Macron allo spagnolo Pedro Sanchez al primo ministro britannico Keir Starmer. In totale, i leader dovrebbero essere una ventina, compresa la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni (alla ricerca di un ruolo internazionale, che nonostante i suoi falsi proclami, non è in grado di avere se non in una corte di vassalli). C’è anche Antonio Costa per l’Ue (ma non la presidente Ursula Van der Leyen, che non è stata invitata) e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.

Le agenzie di stampa internazionali, prone all’informazione mainstream, concordano nell’affermare che “lo scopo del vertice in Egitto è quello di garantire una legittimazione internazionale all’accordo di pace tra Israele e Hamas, così che nessuna delle parti in causa possa tornare indietro”. L’obiettivo dell’incontro, ha sottolineato la presidenza egiziana, è “porre fine alla guerra, intensificare gli sforzi per raggiungere la stabilità in Medio Oriente e inaugurare una nuova era di sicurezza e stabilità”. L’accordo riguarda la prima fase del piano di pace proposto dagli Stati Uniti.

Ciò che sappiamo è che, nell’immediato, oltre allo scambio tra ostaggi e detenuti palestinesi (ma con l’esclusione Marwan Barghuthi, l’unico leader in grado di riunire le forze politiche palestinesi da Gaza a Ramallah e per questo considerato da Israele troppo pericoloso), ci sarà l’ingresso degli aiuti umanitari e l’esercito israeliano continuerà a controllare comunque più del 50% del territorio gazawo. Il sito Jewish Voice for Liberation pubblica le prime analisi del Piano Trump, e scopre che Israele manterrà il controllo del 58% di Gaza, guarda caso i terreni agricoli della Striscia, che i coloni sono già pronti a occupare.

Nel prossimo futuro, invece, l’accordo prevede la consegna delle armi da parte dei miliziani di Hamas e delle altre forze militari palestinesi (obiettivo difficilmente realizzabile) e che Gaza sarà governata da un’amministrazione transitoria temporanea: un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e delle amministrazioni comunali per la popolazione. Questo comitato sarà composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione di un nuovo organismo internazionale di transizione, eufemisticamente chiamato Board of Peace (quando il nome corretto dovrebbe essere Board of Ruins), che sarà presieduto dal presidente Donald Trump, con altri membri e capi di Stato che saranno annunciati, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair. Nulla viene detto a proposito della Cisgiordania né della volontà di porre fine alle violenze dei coloni israeliani e all’occupazione israeliana che dura da 77 anni.

In realtà, il vertice in Egitto sembra più la riunione di un comitato d’affari, a cui sono stati invitati solo i paesi che più potranno trarre beneficio economico dal business della ricostruzione di Gaza e dallo sfruttamento dei giacimenti offshore. Per gli Stati Uniti inoltre si tratta di festeggiare un risultato politico che un ringazzullitoTrump ha intenzione di utilizzare per ribadire l’egemonia militare, economica e diplomatica a livello globale, in una fase in cui tale egemonia è messa in discussione su più fronti.

* * * * *

Quasi 200mila edifici distrutti, reti idriche ed elettriche da rimettere in funzione, strade da rifare: la Striscia diventerà un immenso cantiere. La Banca Mondiale nel febbraio 2025 aveva stimato in 53 miliardi di dollari la somma necessaria per riparare le devastazioni nella Striscia e in Cisgiordania: una cifra pari a tre volte il Pil della Palestina. Dopo l’invasione di terra del 15 settembre 2025, la stessa Banca Mondiale ha aggiornato il conto a 80 miliardi dollari.

Secondo tale fonte, 30 miliardi di dollari sarebbero destinati al ripristino delle infrastrutture fisiche, mentre altri 19 miliardi coprirebbero le perdite economiche e sociali causate dal conflitto. Solo il sistema sanitario avrebbe bisogno di oltre 7 miliardi, in un territorio dove il 94% degli ospedali è stato distrutto. Ma la crisi non risparmia nessun settore: il 90% degli appartamenti e delle scuole, l’86% dei campi coltivabili e il 65% delle strade risultano danneggiati o in macerie.

Inoltre, sarà necessario in primo luogo avviare la rimozione di circa 61 milioni di tonnellate di detriti, gran parte dei quali contenenti amianto. Un’operazione titanica che, secondo le stime della Banca Mondiale, richiederà 21 anni di lavoro e 1,2 miliardi di dollari di risorse.

L’Unione europea mira a un ruolo centrale nella ricostruzione, coordinando un gruppo di Paesi donatori per sostenere la ripartenza di Gaza. La Bei (Banca Europea degli investimenti) e la Commissione Europea stanno pensando a un piano di ricostruzione (Gaza Reconstruction Facility), con il supporto della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite, sul modello ucraino e a fine settembre hanno annunciato la firma con l’Autorità monetaria palestinese di una linea di credito da 400 milioni di euro per sostenere la ripresa economica del settore privato in Palestina.

Secondo Milano Finanza, il documento IRDNA (The Gaza and West Bank Interim Rapid Damage and Needs Assessment) prevede una filiera integrata di imprese locali e internazionali, dalle demolizioni al project management. Le agenzie multilaterali puntano a combinare operatori palestinesi e contractor Mena (Middle East North Africa) per i lavori di base, con società europee e asiatiche nei ruoli di supervisione, utilities e ingegneria ambientale. […] I settori a maggiore impatto sono housing, con domanda immediata di prefabbricati, acqua ed energia, desalinizzazione e micro-reti elettriche […] I gruppi dell’area Mena si stanno posizionando per i futuri bandi multilaterali: le egiziane Orascom Construction Arab Contractors, la libanese-qatariota Consolidated Contractors Company, l’Organi Group, le turche Limak Holding e Tekfen, insieme al colosso immobiliare Talaat Moustafa Group, figurano già nei dossier preliminari della Lega Araba. La regia della Casa Bianca negli accordi di pace garantisce un ruolo alle aziende Usa. BechtelAecom e Fluor sono pronte per i primi progetti infrastrutturali, come reti idriche e sanitarie. Caterpillar, fornitore globale di macchinari pesanti, potrebbe essere coinvolta nella logistica e nella rimozione delle macerie (dopo che ha – macabra ironia – contribuito alla distruzione delle case di Gaza…). Anche l’Europa e l’Italia non stanno a guardare. A piazza Affari, per esempio, si è messo subito in luce il comparto costruzioni e materiali, con Cementir, Buzzi e Webuild tra i titoli più esposti in Italia. In particolare, secondo Banca Akros, Cementir “potrebbe beneficiare della fine dei conflitti in Ucraina, Siria e nella Striscia di Gaza” grazie alla forte presenza in Turchia che la colloca nella posizione ideale per servire i cantieri dell’area. Last but not least, l’Eni potrà attivare le concessioni vinte ma congelate dal 7 ottobre 2023 sui giacimenti di gas antistanti le coste di Gaza

Si confermano così le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani in un’intervista al Quotidiano Nazionale: “Vogliamo essere protagonisti oltre che della sicurezza, della ricostruzione. Con lo sguardo rivolto alle infrastrutture, anche con l’impegno delle nostre imprese”.

* * * * *

La guerra è un grande business e l’intreccio con la politica è oramai evidente dando realtà concreta a forme di neofeudalismo e neocolonialismo che, seppur mai del tutti scomparsi, si ritenevano marginali nell’era post-coloniale.

Tale istanza è oggi governata dalla finanza e della speculazione immobiliare. Non è necessario il controllo diretto del territorio. È sufficiente la sua bonifica da qualsiasi possibile opposizione politica e sociale.

Tony Blair, ex primo ministro britannico oggi advisor internazionale fondatore della  Tony Blair Institute for Global Change , secondo il sito Economy, “si muove da settimane come mediatore e promotore della Blair Capital Real Assets, un fondo specializzato in operazioni post-conflitto e rigenerazione di aree strategiche che ha già avviato relazioni con la Lega Araba e con la partnership MENA Investment Board”. Blair ha lavorato in tandem con banche quali Standard Chartered e Barclays per predisporre un veicolo d’investimento ad hoc dedicato a Gaza, mirando ad attrarre sia capitali sovrani dei paesi del Golfo sia fondi pensione istituzionali europei.

Parallelamente, sul fronte americano, Donald Trump ha ufficializzato l’impegno della Trump Organization attraverso la nuova piattaforma Middle East Recovery Properties, un consorzio di veicoli finanziari che include la Trump International Real Estate, le Kushner Companies, la Witkoff Development e soggetti legati a Bain Capital e Carlyle Group. Non sorprende che tali società facciano riferimento alle persone (il genero Kushner e l’inviato di Trump per la questione medio-orientale, Witkoff) che erano fisicamente presenti all’incoronazione di Trump alla Knesset israeliana e al vertice di Sharm el-Sheikh, confermando un conflitto di interessi che farebbe impallidire gli eredi di Berlusconi

Più nello specifico, sempre secondo il magazine Economy, la Blair Capital Real Assets svolge la funzione di advisory strategico e di co-investimento istituzionale, assicurandosi i diritti prioritari su progetti di utility, resort e infrastrutture portuali. La Middle East Recovery Properties di Trump, invece, dovrebbe operare come motore esecutivo, con il compito di raccogliere capitali globali, stringere partnership operative con advisor legati a BlackstoneCitadel e fondi arabi affiliati all’Abu Dhabi Investment Authority, per poi internalizzare la gestione degli appalti, della pianificazione urbanistica e del lancio commerciale degli asset immobiliari.

Se non è neocolonialismo questo…

Democrazia al Lavoro: Cgil, 25 ottobre manifestazione nazionale a Roma

13 Ottobre 2025

Per aumentare salari e pensioni, Per dire NO al riarmo, Per investire su sanità e scuola, Per dire NO alla precarietà, Per una vera riforma fiscale. Concentramento a P.zza della Repubblica, ore 13:30; conclusione a P.zza San Giovanni in Laterano

Pavia: tanti giovani in corteo, gioiosamente e indignati, contro il genocidio del popolo palestinese

4 Ottobre 2025

MOBILITAZIONE E SCIOPERO GENERALE 3 OTTOBRE – FERMARE IL GENOCIDIO A GAZA E DIFESA DELLA GLOBAL SUMUD FLOTTILLA 

2 Ottobre 2025

Vale la legge del più forte. La legge del mare internazionale che non vale più. Uno Stato accusato di genocidio, decide arbitrariamente il blocco, dice che le acque sono sue, sequestra il pacifico naviglio della Flottilla e arresta i suoi membri compresi Parlamentari di vari Stati europei. 

Gli Stati europei a doppio standard tra cui l’Italia, mentre straparlano di diritto internazionale e guerra si inchinano al sopruso. L’unica risposta a questa pavidità, vigliaccheria e complicità del Governo Meloni, è la mobilitazione e sciopero generale.

Rifondazione Comunista, invita a mobilitarsi subito in tutte le piazze lombarde e sostenere la proclamazione dello sciopero generale di 8 ore indetto da tutti i sindacati di base e CGIL per Venerdì 3 ottobre.

Rifondazione Comunista Lombardia – La Segreteria Regionale