Categoria: Mondo

CONTRO IL SILENZIO, CONTRO LA CENSURA, PER LA PALESTINA

2 Ottobre 2026

MILU’ CHISARI

Io non sono contraria a questo ddl perché odio una religione.

Non sono contraria perché odio un popolo.

Non sono contraria perché considero gli ebrei responsabili delle azioni dello Stato di Israele.

Sono contraria perché rifiuto con tutta me stessa l’idea che la lotta contro l’antisemitismo possa essere trasformata in uno strumento politico per restringere lo spazio della critica, della protesta e della solidarietà verso il popolo palestinese.

E questa distinzione dovrebbe essere elementare.

L’antisemitismo va combattuto. Ma combattere l’antisemitismo non significa consegnare allo Stato israeliano una sorta di immunità politica; non significa rendere intoccabile il sionismo come ideologia politica; non significa impedire a chiunque di denunciare l’occupazione, la colonizzazione, il genocidio, la pulizia etnica, la distruzione e le violenze commesse contro la popolazione palestinese.

Criticare uno Stato non significa odiare un’etnia o una religione.

E se questa distinzione viene deliberatamente cancellata, allora non siamo più davanti a una semplice questione semantica. Siamo davanti a una questione di potere.

Perché il problema è precisamente questo: chi decide cosa può essere detto? Chi stabilisce quale critica sia legittima? Chi traccia il confine tra antisemitismo e dissenso politico? E soprattutto: chi beneficia del fatto che quel confine venga spostato sempre più verso il silenzio?

Io questa domanda voglio continuare a farla.

Anzi, voglio farla ancora più forte.

Perché vivo in un’epoca nella quale la parola “sicurezza” viene continuamente utilizzata per giustificare restrizioni, la parola “ordine” per delegittimare le proteste e la parola “antisemitismo” rischia, nella mia lettura politica, di essere utilizzata in modo sempre più indiscriminato per mettere sotto sospetto chiunque scelga di schierarsi apertamente con la Palestina.

E io mi rifiuto di stare zitta.

NON MI CHIEDETE DI ESSERE NEUTRALE DAVANTI ALL’OPPRESSIONE

Io non credo nella neutralità quando esistono rapporti di potere profondamente asimmetrici.

La neutralità, davanti all’oppressione, troppo spesso significa semplicemente accettare lo stato delle cose.

E io non sono interessata a difendere lo stato delle cose.

Sono interessata a metterlo in discussione.

Da comunista, per me la politica non consiste nell’osservare il mondo dall’esterno con una distanza sterile. Consiste nell’individuare i rapporti di forza, capire chi possiede il potere, chi viene privato del potere, chi viene ascoltato e chi viene sistematicamente reso invisibile.

Per questo la Palestina non può essere ridotta a una questione diplomatica.

Non può essere trasformata in una disputa astratta tra due governi.

Non può essere raccontata esclusivamente attraverso le esigenze strategiche degli Stati.

Al centro devono esserci le persone.

Le persone che vivono sotto occupazione.

Le persone che perdono la propria casa.

Le persone che vedono distrutti ospedali, scuole e infrastrutture.

Le persone costrette a fuggire.

Le famiglie che perdono i propri cari.

I bambini che nascono e crescono dentro una realtà di genocidio e privazione.

E davanti a tutto questo io non voglio essere educata al silenzio.

Voglio essere libera di denunciare.

Voglio essere libera di protestare.

Voglio essere libera di manifestare.

Voglio essere libera di dire che considero inaccettabile ciò che sta accadendo.

E non voglio che sulla mia bocca venga appiccicata l’etichetta di antisemita soltanto perché rifiuto di accettare una narrazione politica che considera la sicurezza israeliana come l’unico punto di partenza possibile.

Anche la vita palestinese conta.

Questa frase dovrebbe essere banale.

E invece, nel dibattito pubblico, sembra quasi una dichiarazione rivoluzionaria.

LA MEMORIA NON PUÒ DIVENTARE UN’ARMA

Rispetto profondamente la memoria della Shoah.

La Shoah rappresenta uno dei crimini più terribili della storia europea e mondiale, e la sua memoria deve essere preservata.

Ma proprio per questo mi rifiuto di accettare che quella memoria venga trasformata in uno strumento per impedire altre denunce.

La memoria dovrebbe insegnarci a riconoscere la disumanizzazione.

Dovrebbe insegnarci cosa succede quando un essere umano viene trasformato in una categoria inferiore, in un nemico collettivo, in qualcuno la cui vita vale meno.

Non dovrebbe insegnarci a stabilire quali vittime meritino più solidarietà di altre.

Non voglio una gerarchia delle vittime.

Non voglio scegliere tra il dolore degli ebrei e il dolore dei palestinesi.

Non voglio che la memoria della Shoah venga contrapposta alla memoria della Nakba.

Non voglio che un genocidio storico venga utilizzato per rendere invisibile una tragedia contemporanea.

Il dolore non è una proprietà privata. La memoria non è un’arma geopolitica.

E rispettare una persona sopravvissuta alla Shoah non significa trasformare ogni sua posizione politica in una verità indiscutibile.

Anche Liliana Segre, è una figura politica e pubblica le cui posizioni possono essere discusse e criticate. E in questo momento storico dove le sue dichiarazioni sono state IGNOBILI, criticare è un atto dovuto.

Il rispetto per una sopravvissuta non può significare obbedienza politica.

La memoria non può diventare una forma di autorità incontestabile.

Perché se davvero abbiamo imparato qualcosa dalla storia, allora dovremmo aver imparato che nessuna identità collettiva rende automaticamente giusta qualsiasi decisione presa in suo nome.

E POI C’È IL PD

Un partito che, per quanto mi riguarda, non ha MAI rappresentato la sinistra. (già il fatto che un partito LIBERALE si definisca di sinistra è pura follia)

Per anni ho visto una “sinistra istituzionale” incapace di assumere una posizione netta sulla Palestina. Una sinistra che spesso sembrava più preoccupata di non disturbare gli equilibri internazionali che di prendere posizione davanti alla sofferenza di un popolo.

Poi, quando la questione palestinese è diventata impossibile da ignorare, quando la pressione sociale è diventata troppo forte, quando migliaia di persone hanno riempito le piazze e la realtà ha cominciato a bussare sempre più violentemente alla porta della politica, improvvisamente è diventato necessario parlare di Palestina.

Ma io non dimentico gli anni precedenti.

Non dimentico il silenzio.

Non dimentico le ambiguità.

Non dimentico la prudenza selettiva.

E soprattutto non confondo una dichiarazione politica con una trasformazione reale.

Per me una sinistra che si limita a inseguire gli eventi non è una sinistra rivoluzionaria.

Una sinistra che ha paura di disturbare i potenti non è la sinistra che voglio.

Una sinistra che considera la politica estera un problema di opportunità diplomatica e non di rapporti di potere non mi rappresenta.

Io voglio una sinistra internazionalista.

Una sinistra anticolonialista.

Una sinistra antimperialista.

Una sinistra che non scelga le proprie battaglie in base alla convenienza elettorale.

Una sinistra che abbia il coraggio di dire che i diritti umani non possono dipendere dall’alleanza geopolitica di chi li viola.

Io non sostengo la Palestina perché è diventata una questione di tendenza.

Non la sostengo perché appartiene a una determinata area politica.

Non la sostengo perché mi interessa provocare la destra.

La sostengo perché considero il popolo palestinese vittima di una condizione di oppressione che non può essere normalizzata.

E non ho bisogno di trasformare i palestinesi in santi per riconoscere la loro umanità.

Non ho bisogno di negare la complessità del conflitto.

Non ho bisogno di giustificare ogni organizzazione armata.

La mia solidarietà non è un assegno in bianco.

È una scelta politica fondata su un principio molto più semplice: un popolo oppresso ha diritto alla libertà, alla dignità e all’autodeterminazione.

E questo principio non diventa meno vero perché qualcuno tenta di renderlo scomodo.

Quello che rifiuto, in definitiva, è l’idea che per poter parlare della Palestina io debba prima dimostrare di essere abbastanza rispettosa, abbastanza moderata, abbastanza prudente, abbastanza diplomatica.

Non voglio il permesso.

Non voglio che qualcuno stabilisca preventivamente quanto posso essere indignata.

Non voglio che la mia solidarietà venga sottoposta a un esame di purezza politica.

E soprattutto non voglio che una legge, una definizione o un clima politico trasformino la paura di essere accusati di antisemitismo in un meccanismo di autocensura collettiva.

Perché la censura non comincia necessariamente con qualcuno che viene trascinato via.

A volte comincia molto prima.

Comincia quando le persone iniziano a chiedersi se possono parlare.

Quando gli studenti hanno paura di manifestare.

Quando gli artisti evitano di prendere posizione.

Quando gli accademici pesano ogni parola.

Quando un’attivista pensa due volte prima di scrivere “Palestina libera”.

Quando una persona smette di denunciare un’ingiustizia perché teme di essere immediatamente trasformata nel nemico.

È questo il meccanismo che io rifiuto.

E se il prezzo della solidarietà è essere considerata scomoda, allora preferisco essere scomoda.

Se il prezzo della denuncia è essere accusata di estremismo, allora preferisco essere accusata.

Se il prezzo del dissenso è non essere accettata nei salotti della rispettabilità politica, allora quei salotti non mi interessano.

Perché non sono venuta al mondo per essere rispettabile agli occhi del potere.

Sono venuta al mondo per mettere in discussione il potere.

La mia posizione, quindi, è radicale perché non accetta compromessi sulla dignità umana.

Condanno l’antisemitismo.

Condanno ogni forma di razzismo.

Condanno l’odio religioso.

Condanno la discriminazione.

E proprio per questo condanno anche la disumanizzazione dei palestinesi.

Non accetto che un popolo venga ridotto a una minaccia.

Non accetto che milioni di persone vengano trasformate in una categoria indistinta.

Non accetto che la loro sofferenza venga trattata come un effetto collaterale inevitabile.

Non accetto che la parola “terrorismo” venga utilizzata per cancellare ogni distinzione tra combattenti e popolazione civile.

Non accetto che la parola “sicurezza” venga utilizzata per rendere invisibili i diritti di chi vive dall’altra parte del confine.

E non accetto che la memoria di una tragedia venga utilizzata per impedire di denunciare un’altra tragedia.

Perché la mia idea di antifascismo, di comunismo e di internazionalismo non può funzionare attraverso gerarchie della sofferenza.

O la dignità umana è universale, oppure non è dignità.

O i diritti valgono per tutti, oppure diventano privilegi.

O la libertà di espressione vale anche quando ciò che viene detto è scomodo, oppure non è libertà.

E allora sì: io continuerò a parlare.

Continuerò a criticare.

Continuerò a manifestare.

Continuerò a stare dalla parte della Palestina.

Continuerò a denunciare ciò che considero oppressione.

E continuerò contemporaneamente a combattere l’antisemitismo, perché non ho bisogno di scegliere tra due lotte che considero inseparabili nella costruzione di una società realmente libera dal razzismo.

Non voglio una politica che mi chieda di scegliere quale popolo meriti di essere umano.

Non voglio una sinistra che abbia paura delle proprie parole.

Non voglio una democrazia nella quale la solidarietà debba essere autorizzata.

Voglio una politica che rompa il silenzio.

Una politica che non abbia paura di chiamare l’oppressione con il proprio nome.

Una politica che non trasformi la memoria in censura.

Una politica che non confonda la critica a uno Stato con l’odio verso un popolo.

Una politica che riconosca ai palestinesi la stessa dignità che riconosce a ogni altro essere umano.

E soprattutto voglio una sinistra che smetta di chiedere scusa per il fatto di essere dalla parte degli oppressi.

Perché io non intendo chiedere scusa.

La mia solidarietà alla Palestina non è antisemitismo.

La mia critica a Israele non è odio verso gli ebrei.

La mia memoria della Shoah non cancella la Nakba.

La mia lotta contro il razzismo non termina quando il razzismo è politicamente scomodo da denunciare.

E la mia idea di comunismo non conosce confini quando si tratta di difendere la dignità degli oppressi.

Di fronte al silenzio, scelgo la parola.

Di fronte alla censura, scelgo il dissenso.

Di fronte alla propaganda, scelgo la coscienza critica.

Di fronte all’indifferenza, scelgo la solidarietà.

E davanti alla Palestina, scelgo di non voltarmi dall’altra parte.

(mio manifesto per UNIGE radio)

Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza: un riconoscimento per tutta l’infanzia in guerra

15 Agosto 2026

Tratto da Avvenire: https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/il-nobel-per-la-pace-ai-bambini-di-gaza-un-premio-per-tutta-linfanzia-in-guerra_111905

Copia dell’Appello pubblicato giorni fa su “AVVENIRE” dal prof. EUGENIO MAZZARELLA, chiedendovi di proporlo al voto dei Vostri Consigli Comunali.

All’appello ha aderito anche il nostro segretario Maurizio Acerbo.


di Eugenio Mazzarella

Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi.

Dare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza, uccisi perché non l’hanno avuta la pace, e che stanno ancora morendo perché la pace promessa non è arrivata, «è un atto di verità e di giustizia». Lo ha detto bene ad Avvenire padre Ibrahim Faltas, frate francescano direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa, ed ha colto benissimo il senso della proposta: «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».

Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Il premio per la Pace che non hanno avuto, per la mancanza di pace di cui sono morti, è un premio all’infanzia in tutte le guerre, ai bambini ridotti all’oscenità, con le loro madri, della categoria – l’ipocrisia della lingua di chi li uccide – dei “danni collaterali”.

La lingua ne uccide più della spada. È vero. E mai come oggi lo vediamo nel mare di menzogne in cui anneghiamo, in cui si inabissa l’etica, la politica, il diritto internazionale. Una menzogna che ci prende alla gola. Ma se è vero questo, è vero anche che la lingua può salvarne più della spada, se è parola di pace. E questa parola dobbiamo dirla. Perché è parola “non uccidere”, è parola la pace, il “patto”, il com-promesso che la sa promettere insieme ai propri popoli, è parola quella della diplomazia che le guerre le evita o le chiude. Diamo parola ad Oslo, alla pace nella memoria dei bambini cui è stata negata e che nella pace negata hanno perso la vita. E diamo parola ad Oslo alla nostra coscienza, denunciando noi stessi, l’omertà delle nostre omissioni di pace, di dialogo, di fraternità. Non c’è niente che somigli ad un uomo, all’uomo migliore che possiamo essere, che un bambino.

Fatelo vivere quel bambino, fateli vivere i bambini. Il Maestro della civilizzazione cristiano-europea i bambini li benediceva, nonostante i consigli ciechi dei suoi stessi discepoli, che volevano allontanarli, perché fastidiosi, dalla sua vista. Imponeva loro le mani e chiedeva che li si lasciasse venire a Lui, «perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 19,13-15). Non faceva altro che riprendere al dettaglio della necessità di ogni giorno, il Salmo 8, dove la gloria del Signore, la sua forza contro i suoi nemici, gli odi e l’assassinio che ne viene, sale a Lui e si afferma «dalla bocca dei bimbi e dei lattanti». Chi salva un bambino, salva il seme degli uomini. Lo si dica ad Oslo, diamo giustizia e verità ai nostri figli. Siamo stanchi di vedere in braccio a troppe madri sudari bianchi che sono fagotti con dentro, lavati del loro sangue, i loro bambini, piccoli sudari bianchi per nascondere a Dio cui li presentano la vergogna del sangue versato.

Italia tradisce Cuba all’Onu

8 Luglio 2026

L’Italia si è astenuta durante la votazione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per riaprire il dibattito sull’impatto del blocco degli Stati Uniti contro Cuba, risultando uno dei pochi paesi dell’UE ad aver adottato tale posizione.
È l’ennesima infamia del governo Meloni. Con questo voto l’Italia tradisce Cuba che ci ha aiutato con il suo personale sanitario ci ha aiutato durante la pandemia.
Il popolo cubano sta subendo un criminale blocco totale genocida da parte di Trump e il governo italiano non ha la dignità di votare insieme alla maggior parte dei paesi europei e del mondo.

Nonostante l’ignavia meloniana è stata approvata, a stragrande maggioranza degli Stati membri – con 136 voti a favore e 9 contrari – nel corso di una sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite una risoluzione sul tema «Necessità di porre fine all’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti contro Cuba».

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Anna Camposampiero, responsabile esteri del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

30 anni di attività del circolo culturale “Rosa Luxemburg” di Vigevano

29 Aprile 2026

Collettivo Culturale Rosa Luxemburg di Vigevano

Il Collettivo Culturale Rosa Luxemburg è attivo sul piano culturale e politico da quasi 30 anni.

Pur in un contesto generale non propizio, tra innumerevoli difficoltà economiche e politiche, ha sempre operato a favore di una cultura critica e di un agire politico a fianco delle forze politiche e dei movimenti sociali alternativi. A fianco dei soggetti deboli su scala nazionale e su scala mondiale.

La Rete delle Alternative ci ha offerto l’opportunità di uscire dall’isolamento e da un certo provincialismo perché ha sempre mantenuto un orizzonte internazionale sulle tematiche che, di volta in volta, abbiamo proposto e discusso.

Le prime iniziative risalgono agli inizi del 1996 ma solo il 12 marzo 2005 abbiamo creato la sezione locale, intitolandola a Rosa Luxemburg. Le iniziative sono state moltissime e hanno affrontato argomenti variegati.

Il primo di questi obiettivi è stato quello di tentare di assolvere a un compito formativo e pedagogico. Da qui le iniziative su “Marx e i marxismi”, “il marxismo critico”, analisi dei principi di economia, lezioni di storia, di filosofia e di letteratura, serate culturali dedicate alla Resistenza e all’antifascismo.

Allo stesso tempo abbiamo voluto conoscere e approfondire le tematiche del Movimento Altermondialista e dei Forum Sociali Mondiali. Critica del neoliberismo, della globalizzazione, del neocolonialismo, dell’imperialismo ecc. Sovranità alimentare, agricoltura biologica, OGM, beni comuni, altreconomia, sviluppo sostenibile, proprietà intellettuale, cambiamenti climatici, crisi ambientale. Tutti temi collocati entro la visione della giustizia sociale, della giustizia ambientale, della giustizia climatica. Il nostro impegno si è sviluppato anche sul terreno delle questioni internazionali, in particolare su Kurdistan, Palestina, Chiapas.

Non sono poi mancate le “nuove tematiche”, con incontri dedicati a lavoro, precarietà, consumo critico, Teologia della Liberazione, diritti di cittadinanza, diritti di genere, fenomeni migratori e diritti dei migranti, ecc.

Infine abbiamo affrontato tematiche inerenti alle questioni locali e alla storia di Vigevano e dell’area circostante.

Abbiamo anche proposto concerti (come quelli antifascisti dei Cantosociale o quelli dedicati a Fabrizio De André), happening letterari a più voci (come quello su Pasolini con reading, musica, video), recitazione, canti, mostre e cineforum.

A Vigevano il Collettivo ha rappresentato inoltre un punto di riferimento, un polo di aggregazione e di socializzazione e continuerà il proprio impegno come soggetto promotore di cultura e di politica.

Collettivo Culturale Rosa Luxemburg – Rete delle Alternative di Vigevano

Cuba chiede aiuto, Vigevano risponde

12 marzo 2026

Il 13 febbraio Cuba ha inviato una lettera aperta al mondo.

La piccola isola caraibica, da oltre 60 anni sotto un criminale embargo imposto dagli Stati Uniti d’America, sta chiedendo ai paesi del mondo di mobilitarsi per permetterle di continuare ad assicurare alla sua popolazione una vita degna.

NON POSSIAMO RESTARE A GUARDARE.

Raccogliamo tutto ciò che può essere inviato sull’isola tramite un container organizzato dall’associazione di amicizia “Italia-Cuba”, con l’obiettivo di dare ossigeno ad un popolo forte, generoso e consapevole delle sfide che ha affrontato e che affronterà.

Cuba è la stessa che, durante la pandemia da COVID, ha inviato in Italia un totale di 497 medici: 51 nel 2022, 120 nel 2023, 176 nel 2024, essenziali per evitare il collasso del nostro sistema sanitario.

RACCOGLIAMO:
– medicinali (qualsiasi)
– latte in polvere per bambini
– tonno
– olio (qualsiasi)
– riso
– pasta
– farina bianca
– prodotti in scatola

AIUTA CUBA OGGI!
Condividi, dona, mobilitati.
Ogni piccolo gesto salva vite.

SCORRI LE FOTO E SCOPRI COME POTER FARE.



La lettera, scritta da una donna comune e tradotta da una associazione di solidarietà, è un grido aperto al mondo


Ecco un estratto della lettera inviata al mondo. VI INVITIAMO A SEGUIRE QUESTA PAGINA per ricevere aggiornamenti su date e luoghi per poter consegnare il materiale. Grazie in anticipo a tutti quelli e a tutte quelle che daranno una mano alla nostra isola preferita.

PER I MIEI NONNI: Denuncio il fatto che a Cuba gli anziani muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l’arrivo di farmaci per malattie cardiache, ipertensione e diabete. Non si tratta di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate e minacciate. E nel frattempo, un nonno cubano si stringe il petto e aspetta.

PER I MIEI FIGLI: Denuncio il fatto che le incubatrici a Cuba abbiano dovuto essere chiuse per mancanza di carburante. Che i neonati stiano lottando per la propria vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali paesi possono venderci petrolio e quali no. Che le madri cubane abbiano visto la vita dei loro figli messa in pericolo perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 145 chilometri dalle loro coste.

PER I MEDICI: Denuncio il fatto che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite durante la pandemia mentre il mondo intero era al collasso, ora non hanno più siringhe, anestesia e apparecchiature radiologiche. Non perché non sappiamo come produrle. Non perché ci manchino i talenti. Ma perché il blocco ci impedisce di accedere a forniture, pezzi di ricambio e tecnologia. I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza alcun aiuto. Contro ogni previsione. Contro blocchi e bugie. Eppure, l’impero ci punisce per avercela fatta.

La loro guerra la paghiamo noi!

10 marzo 2026

La guerra di Trump e Netanyahu in Medio Oriente ha esposto tutti noi a nuove difficoltà economiche.
Le accise sui carburanti sono ormai schizzate alle stelle mentre questo governo che, con Giorgia Meloni, prometteva di abolirle ora é impegnato a trovare infantili giustificazioni.
Come Rifondazione Comunista ci opponiamo a qualsiasi tipo di speculazione economica sul carburante e chiediamo che si attivi un sistema di accise mobili come già proposto dalle opposizioni in parlamento.
Questo é l’unico modo razionale per tutelare la mobilità delle lavoratrici e dei lavoratori italiani.
Dall’altra parte condanniamo l’attacco imperialista degli USA contro l’Iran pur esprimendo le nostre più forti critiche contro il regime islamista degli ayatollah e chiediamo che al più presto si aprano dei tavoli di pace per evitare un’ulteriore escalation.

RIFONDAZIONE E GIOVANI COMUNISTI/E

Senza arretrare di un millimetro

5 Marzo 2026

“La posizione della Spagna è la stessa che abbiamo avuto sull’Ucraina o su Gaza.
No alla rottura di un diritto internazionale che protegge tutti.
No a risolvere i conflitti con le bombe.
In tre parole: no alla guerra.
Il mondo, l’Europa e la Spagna ci sono già passati.
Ventitré anni fa gli Stati Uniti ci trascinarono in una guerra per eliminare le (inesistenti) armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, per portare la democrazia e garantire la sicurezza globale.
In realtà, produsse l’effetto opposto, scatenando una grave crisi migratoria ed economica.
Quello che sappiamo è che da questa guerra non uscirà un ordine internazionale più giusto.
E non ne usciranno nemmeno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano.
Anzi, quello che per ora possiamo intravedere è più incertezza economica, aumento del prezzo del petrolio e anche del gas.
Per questo, in Spagna siamo contrari a questo disastro, perché riteniamo che i governi siano qui per migliorare la vita delle persone, per dare soluzioni ai problemi, non per peggiorarla.
Ed è assolutamente inaccettabile che quei dirigenti che sono incapaci di assolvere a questo compito usino il fumo della guerra per nascondere il proprio fallimento e, nel frattempo, riempire le tasche di pochi, i soliti, gli unici che vincono quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili.
Alcuni diranno che è ingenuo puntare sulla diplomazia. L’ingenuità è pensare che la soluzione sia la violenza.
O pensare che essere seguaci ciechi e servili significhi guidare.
Io credo che questa posizione non sia affatto ingenua, ma coerente e, proprio per questo, non saremo complici di qualcosa che è male per il mondo, che è contrario ai nostri valori, semplicemente per paura delle ritorsioni di qualcuno.
Perché noi abbiamo una fiducia assoluta nella forza economica, istituzionale e direi anche morale del nostro Paese, e perché in momenti come questo ci sentiamo più orgogliosi che mai di essere spagnoli.
Non siamo soli, il governo è con chi deve stare: con i valori della Costituzione, dell’UE, con la Carta dell’ONU, con la PACE.

Chiediamo a Stati Uniti, Israele e Iran, tutta la responsabilità necessaria perché si fermino prima che sia troppo tardi.
Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità: è così che cominciano i più grandi disastri dell’umanità”.

Campagna delle Uova di Pasqua per la realizzazione dell’ospedale a Shengal (Nord Iraq) e per aiuti sanitari in Rojava

16 Febbraio 2026

Da oggi parte la Campagna di prenotazioni delle Uova di Pasqua – al latte o fondenti -insieme agli altri prodotti del paniere (marmellate di arance, Gaza Cola e Birra AZADI’).

Questi i prodotti della Campagna in offerta minima:

– Uova di Pasqua, al latte o fondente, gr. 500: euro 19   

– Marmellata di arance: euro 3,50 (gr.370)

– Lattina di GAZA Cola: euro 3,50 (ml 259)

– Birra AZADI’: euro 4.50 (Cl 33)

Le prenotazioni dovranno essere effettuate entro il 5 marzo.

La consegna avverrà presso la nostra sede di Alessandria, via Mazzini 118.  Per quantitativi significativi, l’Associazione si rende disponibile al trasporto a domicilio. Le uova di Pasqua e tutto quanto il resto sarà disponibile entro la prima quindicina del mese di marzo.

L’IBAN per i bonifici della Campagna e per eventuali contributi straordinari per il Rojava, è il seguente: IT17 Q030 6909 6061 0000 0111 185 intestato all’Associazione Verso il Kurdistan Odv. Causale: Campagna Uova di Pasqua 2026 e Aiuti sanitari per il Rojava

FAI GIRARE E DIFFONDI QUESTA CAMPAGNA!   LE VITTIME RICHIEDONO IMPEGNI PRECISI, QUI ED ORA!

Per info e prenotazioni:  LUCIA (333 5627137)  ANTONIO (335 7564743)

Associazione Verso il Kurdistan Odv                                                             Rete Kurdistan Italia

Chi fosse interessato a qualsiasi prodotto solidale, lo ordini al sottoscritto via e-mail, specificando la quantità entro il 5 marzo. Per favore, ricordatevi di specificare se cioccolato al latte o fondente. Provvederò io a informarvi sulla data di consegna e sulla modalità di ritiro (le stesse di sempre).
Saluti solidali

Vladimiro

Un popolo, la sua storia, la sua cultura e il genocidio. Gli Ezidi in Medio Oriente

16 Febbraio 2026

VLADIMIRO LIONELLO

L’incontro sarà anche l’occasione per un aggiornamento sulla situazione nel nord-est della Siria, in cui le popolazioni che lì vivono sono a rischio di sterminio e la rivoluzione curda sotto attacco militare da parte del “Governo Transitorio Siriano” guidato dal presidente Ahmed al-Shara. Questi, fino a un anno fa, era considerato un pericoloso jihadista, formatosi nelle file di AL-QAEDA e dell’ISIS, poi ha fondatore dell’HTS, altra organizzazione terroristica, che a dicembre 2024 è riuscita, supportata dalla Turchia e col benestare degli Usa e dell’Europa, a raggiungere Damasco e mettere in fuga Bashar al-Assad. L’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES)  
ha perduto più di 2/3 del proprio territorio 
dall’aggressione del “Nuovo esercito siriano” iniziata il 6 gennaio 2026. 
Undici anni fa era l’ISIS a stringere d’assedio Kobane e la città divenne simbolo globale della resistenza curda contro il terrorismo, e la sua liberazione segnò un punto di svolta nella lotta contro l’ISIS.

Oggi sono le forze del nuovo governo siriano, affiancate dalle milizie filoturche, a chiudere ogni via di fuga. Cambiano gli attori ma non la logica: cancellare l’esperimento politico di autogoverno 
– il Confederalismo Democratico – e ridurlo a una parentesi da archiviare con la forza, nel silenzio complice dei media internazionali: troppa democrazia, troppa libertà per le donne e troppo rispetto per l’ambiente, in contrasto con le politiche predatorie delle società capitalistiche. Tutto ciò non è gradito né a Damasco né ad Ankara né all’Occidente. Oltre all’aspetto ideologico ci sono anche quelli economici (risorse energetiche e idriche) e geostrategici.