9 Ottobre 2026




9 Ottobre 2026




9 Ottobre 2026
Tratto dall’INFORMATORE VIGEVANESE: https://www.informatorevigevanese.it/attualita/2026/10/09/news/un-nuovo-circolo-arci-in-citta-569847/
L’obiettivo dell’associazione casa Aperta è di partire già a gennaio

dade.x@hotmail.it
Obiettivo: aprire un circolo Arci a Vigevano. L’Associazione Ricreativa Culturale Italiana vanta in Italia circa un milione di soci attivi, ma a Vigevano non è più presente una struttura di questo tipo. Ci prova un gruppo di giovani che a fine luglio ha dato vita a una nuova associazione di promozione sociale, Casa Aperta. Verrà presentata sabato al Festival dell’equità a palazzo Merula.
Il Festival dell’equità per illustrare una proposta di legge
Il presidente di Casa Aperta è Yuri La Cava, vigevanese. Coi suoi 43 anni è il più anziano del consiglio direttivo. Lavora nel mondo del mercato dell’arte, è anche cantante ed attore.
«Il desiderio – spiega – è di creare un presidio sociale e culturale permanente a Vigevano. Sono cresciuto al Fateci Spazio, per intenderci. Vorrei che nel circolo ci fossero attività trasversali per ogni età: laboratori artistici e culturali, proiezioni di film, piccoli concerti. Ci piacerebbe che chiunque potesse entrare e stare quanto vuole senza dover consumare niente». A inizio settembre Yuri La Cava e gli altri sono andati a incontrare il sindaco Paolo Previde Massara e la vice, Antonella Mairate.
«Ci hanno accolti benevolmente e ci hanno fornito – spiega – una disponibilità di massima, perché noi vorremmo usufruire di uno spazio comunale, che potrebbe essere la palazzina Pertini. Speriamo che si possa andare in questa direzione. Se poi dal municipio cambiassero idea o se i tempi burocratici fossero insostenibilmente lunghi, siamo disposti a prendere in affitto un luogo privato e a mantenerlo di tasca nostra, pur rimanendo senza scopo di lucro. L’obiettivo sarebbe partire da gennaio». Oltre a La Cava fanno parte del direttivo Anna Carraro come vicepresidente, Andrea Franceschetti (segretario), Elvis Lo Fiego nel ruolo di tesoriere. Poi Edoardo Casati, Lorenzo Antibo, Iara Savoia. «Vorremmo – proseguono – fare rete con altre associazioni come Ero Forestiero, Libera, Cavallo Blu, e con realtà culturali come L’Urlo di Vigevano. Notiamo in generale come in città si sia tutti slegati gli uni dagli altri. Ci sono collaborazioni, ma sporadiche e non continuative. Del resto anche negli obiettivi di Regione Lombardia c’è quello di fare rete con le altre associazioni. Noi siamo d’accordo. Non vogliamo stare nel nostro angolino privato solo per noi e i nostri amici».

Yuri La Cava
La domanda viene spontanea, leggendo i nomi del direttivo. C’è un orientamento politico in questo progetto? «Sarà un circolo Arci. Siamo affiliati – chiarisce il presidente – a un’associazione che ne annovera più di quattromila in Italia e che ha dei riferimenti politici, e non partitici, molto chiari che del resto sono gli stessi della Costituzione italiana. I vigevanesi traggano le proprie conclusioni perché noi non siamo interessati alle polemiche o alle contrapposizioni. Semplicemente, chi non vorrà entrare negli spazi del circolo, non entrerà. Io non ho mai avuto tessere di partito ed è anche per questo, oltre che per la mia età e la mia maggiore esperienza, che sono stato voluto come presidente di Casa Aperta».
Parlando con Yuri La Cava e con gli altri si percepisce questa voglia di creare una comunità vera e propria per stare insieme e parlare. Questi soci, e magari gli altri futuri (il tesseramento inizierà proprio il 10 a palazzo Merula) si prenderanno l’onere di tenere sempre aperto per chi vorrà andare lì, sedendosi e partecipando alle attività senza timore di venire cacciato o di dover per forza spendere soldi come avviene, del resto, in tante altre città italiane dove l’Arci è un punto di aggregazione in cui si vedono, a poca distanza, anziani giocare a carte e ragazzi conversare in assoluta tranquillità.
3 Ottobre 2026
Ottimo risultato ottenuto con il banchetto: in poche ore raccolte 25 firme, si prosegue domani mattina in Piazza Ducale.
2 Ottobre 2026
MILU’ CHISARI
Io non sono contraria a questo ddl perché odio una religione.
Non sono contraria perché odio un popolo.
Non sono contraria perché considero gli ebrei responsabili delle azioni dello Stato di Israele.
Sono contraria perché rifiuto con tutta me stessa l’idea che la lotta contro l’antisemitismo possa essere trasformata in uno strumento politico per restringere lo spazio della critica, della protesta e della solidarietà verso il popolo palestinese.
E questa distinzione dovrebbe essere elementare.
L’antisemitismo va combattuto. Ma combattere l’antisemitismo non significa consegnare allo Stato israeliano una sorta di immunità politica; non significa rendere intoccabile il sionismo come ideologia politica; non significa impedire a chiunque di denunciare l’occupazione, la colonizzazione, il genocidio, la pulizia etnica, la distruzione e le violenze commesse contro la popolazione palestinese.
Criticare uno Stato non significa odiare un’etnia o una religione.
E se questa distinzione viene deliberatamente cancellata, allora non siamo più davanti a una semplice questione semantica. Siamo davanti a una questione di potere.
Perché il problema è precisamente questo: chi decide cosa può essere detto? Chi stabilisce quale critica sia legittima? Chi traccia il confine tra antisemitismo e dissenso politico? E soprattutto: chi beneficia del fatto che quel confine venga spostato sempre più verso il silenzio?
Io questa domanda voglio continuare a farla.
Anzi, voglio farla ancora più forte.
Perché vivo in un’epoca nella quale la parola “sicurezza” viene continuamente utilizzata per giustificare restrizioni, la parola “ordine” per delegittimare le proteste e la parola “antisemitismo” rischia, nella mia lettura politica, di essere utilizzata in modo sempre più indiscriminato per mettere sotto sospetto chiunque scelga di schierarsi apertamente con la Palestina.
E io mi rifiuto di stare zitta.
NON MI CHIEDETE DI ESSERE NEUTRALE DAVANTI ALL’OPPRESSIONE
Io non credo nella neutralità quando esistono rapporti di potere profondamente asimmetrici.
La neutralità, davanti all’oppressione, troppo spesso significa semplicemente accettare lo stato delle cose.
E io non sono interessata a difendere lo stato delle cose.
Sono interessata a metterlo in discussione.
Da comunista, per me la politica non consiste nell’osservare il mondo dall’esterno con una distanza sterile. Consiste nell’individuare i rapporti di forza, capire chi possiede il potere, chi viene privato del potere, chi viene ascoltato e chi viene sistematicamente reso invisibile.
Per questo la Palestina non può essere ridotta a una questione diplomatica.
Non può essere trasformata in una disputa astratta tra due governi.
Non può essere raccontata esclusivamente attraverso le esigenze strategiche degli Stati.
Al centro devono esserci le persone.
Le persone che vivono sotto occupazione.
Le persone che perdono la propria casa.
Le persone che vedono distrutti ospedali, scuole e infrastrutture.
Le persone costrette a fuggire.
Le famiglie che perdono i propri cari.
I bambini che nascono e crescono dentro una realtà di genocidio e privazione.
E davanti a tutto questo io non voglio essere educata al silenzio.
Voglio essere libera di denunciare.
Voglio essere libera di protestare.
Voglio essere libera di manifestare.
Voglio essere libera di dire che considero inaccettabile ciò che sta accadendo.
E non voglio che sulla mia bocca venga appiccicata l’etichetta di antisemita soltanto perché rifiuto di accettare una narrazione politica che considera la sicurezza israeliana come l’unico punto di partenza possibile.
Anche la vita palestinese conta.
Questa frase dovrebbe essere banale.
E invece, nel dibattito pubblico, sembra quasi una dichiarazione rivoluzionaria.
LA MEMORIA NON PUÒ DIVENTARE UN’ARMA
Rispetto profondamente la memoria della Shoah.
La Shoah rappresenta uno dei crimini più terribili della storia europea e mondiale, e la sua memoria deve essere preservata.
Ma proprio per questo mi rifiuto di accettare che quella memoria venga trasformata in uno strumento per impedire altre denunce.
La memoria dovrebbe insegnarci a riconoscere la disumanizzazione.
Dovrebbe insegnarci cosa succede quando un essere umano viene trasformato in una categoria inferiore, in un nemico collettivo, in qualcuno la cui vita vale meno.
Non dovrebbe insegnarci a stabilire quali vittime meritino più solidarietà di altre.
Non voglio una gerarchia delle vittime.
Non voglio scegliere tra il dolore degli ebrei e il dolore dei palestinesi.
Non voglio che la memoria della Shoah venga contrapposta alla memoria della Nakba.
Non voglio che un genocidio storico venga utilizzato per rendere invisibile una tragedia contemporanea.
Il dolore non è una proprietà privata. La memoria non è un’arma geopolitica.
E rispettare una persona sopravvissuta alla Shoah non significa trasformare ogni sua posizione politica in una verità indiscutibile.
Anche Liliana Segre, è una figura politica e pubblica le cui posizioni possono essere discusse e criticate. E in questo momento storico dove le sue dichiarazioni sono state IGNOBILI, criticare è un atto dovuto.
Il rispetto per una sopravvissuta non può significare obbedienza politica.
La memoria non può diventare una forma di autorità incontestabile.
Perché se davvero abbiamo imparato qualcosa dalla storia, allora dovremmo aver imparato che nessuna identità collettiva rende automaticamente giusta qualsiasi decisione presa in suo nome.
E POI C’È IL PD
Un partito che, per quanto mi riguarda, non ha MAI rappresentato la sinistra. (già il fatto che un partito LIBERALE si definisca di sinistra è pura follia)
Per anni ho visto una “sinistra istituzionale” incapace di assumere una posizione netta sulla Palestina. Una sinistra che spesso sembrava più preoccupata di non disturbare gli equilibri internazionali che di prendere posizione davanti alla sofferenza di un popolo.
Poi, quando la questione palestinese è diventata impossibile da ignorare, quando la pressione sociale è diventata troppo forte, quando migliaia di persone hanno riempito le piazze e la realtà ha cominciato a bussare sempre più violentemente alla porta della politica, improvvisamente è diventato necessario parlare di Palestina.
Ma io non dimentico gli anni precedenti.
Non dimentico il silenzio.
Non dimentico le ambiguità.
Non dimentico la prudenza selettiva.
E soprattutto non confondo una dichiarazione politica con una trasformazione reale.
Per me una sinistra che si limita a inseguire gli eventi non è una sinistra rivoluzionaria.
Una sinistra che ha paura di disturbare i potenti non è la sinistra che voglio.
Una sinistra che considera la politica estera un problema di opportunità diplomatica e non di rapporti di potere non mi rappresenta.
Io voglio una sinistra internazionalista.
Una sinistra anticolonialista.
Una sinistra antimperialista.
Una sinistra che non scelga le proprie battaglie in base alla convenienza elettorale.
Una sinistra che abbia il coraggio di dire che i diritti umani non possono dipendere dall’alleanza geopolitica di chi li viola.
Io non sostengo la Palestina perché è diventata una questione di tendenza.
Non la sostengo perché appartiene a una determinata area politica.
Non la sostengo perché mi interessa provocare la destra.
La sostengo perché considero il popolo palestinese vittima di una condizione di oppressione che non può essere normalizzata.
E non ho bisogno di trasformare i palestinesi in santi per riconoscere la loro umanità.
Non ho bisogno di negare la complessità del conflitto.
Non ho bisogno di giustificare ogni organizzazione armata.
La mia solidarietà non è un assegno in bianco.
È una scelta politica fondata su un principio molto più semplice: un popolo oppresso ha diritto alla libertà, alla dignità e all’autodeterminazione.
E questo principio non diventa meno vero perché qualcuno tenta di renderlo scomodo.
Quello che rifiuto, in definitiva, è l’idea che per poter parlare della Palestina io debba prima dimostrare di essere abbastanza rispettosa, abbastanza moderata, abbastanza prudente, abbastanza diplomatica.
Non voglio il permesso.
Non voglio che qualcuno stabilisca preventivamente quanto posso essere indignata.
Non voglio che la mia solidarietà venga sottoposta a un esame di purezza politica.
E soprattutto non voglio che una legge, una definizione o un clima politico trasformino la paura di essere accusati di antisemitismo in un meccanismo di autocensura collettiva.
Perché la censura non comincia necessariamente con qualcuno che viene trascinato via.
A volte comincia molto prima.
Comincia quando le persone iniziano a chiedersi se possono parlare.
Quando gli studenti hanno paura di manifestare.
Quando gli artisti evitano di prendere posizione.
Quando gli accademici pesano ogni parola.
Quando un’attivista pensa due volte prima di scrivere “Palestina libera”.
Quando una persona smette di denunciare un’ingiustizia perché teme di essere immediatamente trasformata nel nemico.
È questo il meccanismo che io rifiuto.
E se il prezzo della solidarietà è essere considerata scomoda, allora preferisco essere scomoda.
Se il prezzo della denuncia è essere accusata di estremismo, allora preferisco essere accusata.
Se il prezzo del dissenso è non essere accettata nei salotti della rispettabilità politica, allora quei salotti non mi interessano.
Perché non sono venuta al mondo per essere rispettabile agli occhi del potere.
Sono venuta al mondo per mettere in discussione il potere.
La mia posizione, quindi, è radicale perché non accetta compromessi sulla dignità umana.
Condanno l’antisemitismo.
Condanno ogni forma di razzismo.
Condanno l’odio religioso.
Condanno la discriminazione.
E proprio per questo condanno anche la disumanizzazione dei palestinesi.
Non accetto che un popolo venga ridotto a una minaccia.
Non accetto che milioni di persone vengano trasformate in una categoria indistinta.
Non accetto che la loro sofferenza venga trattata come un effetto collaterale inevitabile.
Non accetto che la parola “terrorismo” venga utilizzata per cancellare ogni distinzione tra combattenti e popolazione civile.
Non accetto che la parola “sicurezza” venga utilizzata per rendere invisibili i diritti di chi vive dall’altra parte del confine.
E non accetto che la memoria di una tragedia venga utilizzata per impedire di denunciare un’altra tragedia.
Perché la mia idea di antifascismo, di comunismo e di internazionalismo non può funzionare attraverso gerarchie della sofferenza.
O la dignità umana è universale, oppure non è dignità.
O i diritti valgono per tutti, oppure diventano privilegi.
O la libertà di espressione vale anche quando ciò che viene detto è scomodo, oppure non è libertà.
E allora sì: io continuerò a parlare.
Continuerò a criticare.
Continuerò a manifestare.
Continuerò a stare dalla parte della Palestina.
Continuerò a denunciare ciò che considero oppressione.
E continuerò contemporaneamente a combattere l’antisemitismo, perché non ho bisogno di scegliere tra due lotte che considero inseparabili nella costruzione di una società realmente libera dal razzismo.
Non voglio una politica che mi chieda di scegliere quale popolo meriti di essere umano.
Non voglio una sinistra che abbia paura delle proprie parole.
Non voglio una democrazia nella quale la solidarietà debba essere autorizzata.
Voglio una politica che rompa il silenzio.
Una politica che non abbia paura di chiamare l’oppressione con il proprio nome.
Una politica che non trasformi la memoria in censura.
Una politica che non confonda la critica a uno Stato con l’odio verso un popolo.
Una politica che riconosca ai palestinesi la stessa dignità che riconosce a ogni altro essere umano.
E soprattutto voglio una sinistra che smetta di chiedere scusa per il fatto di essere dalla parte degli oppressi.
Perché io non intendo chiedere scusa.
La mia solidarietà alla Palestina non è antisemitismo.
La mia critica a Israele non è odio verso gli ebrei.
La mia memoria della Shoah non cancella la Nakba.
La mia lotta contro il razzismo non termina quando il razzismo è politicamente scomodo da denunciare.
E la mia idea di comunismo non conosce confini quando si tratta di difendere la dignità degli oppressi.
Di fronte al silenzio, scelgo la parola.
Di fronte alla censura, scelgo il dissenso.
Di fronte alla propaganda, scelgo la coscienza critica.
Di fronte all’indifferenza, scelgo la solidarietà.
E davanti alla Palestina, scelgo di non voltarmi dall’altra parte.
(mio manifesto per UNIGE radio)
VIGEVANO BENE COMUNE
Vi aspettiamo alla nostra iniziativa dedicata all’Equità, una giornata all’insegna della riflessione, della creatività e della socialità. ✨


7 Settembre 2026
Alexander è stato gettato nel canale al ponte della giacchetta perché omosessuale e pochi giorni dopo è stato trovato morto lì vicino.
Mercoledì 9 settembre dalle ore 21:00, ad una settimana dalla morte, faremo una marcia silenziosa che partirà dal ponte della giacchetta, avremo con noi candele, fiori ed uno striscione in testa che reciterà semplicemente la frase SIAMO TUTTI COINVOLTI.
Invitiamo chi vuole unirsi a partecipare, senza bandiere di partito o altro, semplicemente come singoli cittadini, per una serata di riflessione silenziosa e rispettosa.
Per tenere viva la memoria di Alexander
Vi aspettiamo il giorno 9 settembre alle ore 21:00 al Ponte della Giacchetta di Vigevano, per una città contro l’esclusione, l’indifferenza e la discriminazione.
🗓️ 9 settembre, 21:00
📍Vigevano, Ponte della Giacchetta
🕯️Il percorso:
Via Madonna degli Angeli
Via Scapardini
Via Riberia
Via Carrobbio
Via del Popolo
Piazza Ducale
Via XX Settembre
Via Cairoli
Corso Pavia (Ponte della Giacchetta)
🌸 Ricorda di portare con te un fiore o una candela per Alexander.
VIGEVANO BENE COMUNE
7 Settembre 2026
Si è svolta a Roma il 5 ed il 6 settembre l’VIII Conferenza Nazionale dei Giovani Comunisti/e. Più di 100 delegati e delegate da tutta Italia si sono riuniti per definire la linea politica ed eleggere il gruppo dirigente che guiderà l’organizzazione nei prossimi tre anni.
Grande soddisfazione è stata mostrata per il raddoppio degli iscritti e lo sviluppo del radicamento territoriale, che vede la giovanile tornare ad essere presente in tutte le regioni d’Italia.
Dopo la relazione introduttiva del Coordinatore Nazionale uscente Paolo Bertolozzi vi sono stati i saluti di Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista e di varie organizzazioni che negli anni hanno collaborato con i Giovani Comunisti/e.
Al termine di una Conferenza che ha visto la conferma del percorso unitario anche tramite un documento è stato eletto come nuovo coordinatore nazionale il vigevanese Edoardo Casati, 22 anni, laureando in Scienze Politiche e collaboratore giornalista, che succede a Paolo Bertolozzi.
Obiettivo del nuovo gruppo dirigente è continuare il positivo lavoro svolto in questi anni e puntare ad un ancora maggiore crescita per quanto riguarda iscritti e presenza territoriale.
I giovani hanno ancora voglia di organizzarsi e di fare militanza, serve un’organizzazione sempre più capace di cogliere quelle istanze che stanno a cuore al mondo giovanile. Non solo criticando il presente ma cogliendo la sfida di immaginare l’orizzonte e portare proposte concrete che risolvano davvero i problemi delle persone. Con l’obiettivo di portare avanti chi è nato indietro.
Dal 2023 (data dell’ultima conferenza nazionale che si era tenuta a Solaio) l’organizzazione è aumentata del 100% negli iscritti e del 300% nel seguito social. Per quanto riguarda il dato dei social, in particolare su Instagram, la piattaforma Liberi Network (che monitora la crescita specifica sulla piattaforma Instagram) colloca i Giovani Comunisti al secondo posto tra tutte le giovanili di partito, dietro solo ai Giovani Democratici, per crescita dei follower.
Per quanto riguarda il dato degli iscritti questo è rafforzato dalla presenza della giovanile in tutte le regioni d’Italia e in quasi tutte le province. In alcuni luoghi, poi, interi circoli o addirittura intere federazioni provinciali di Rifondazione Comunsita sono gestite da giovani e composte a maggioranza da iscritti ed iscritte under 30.
23 Agosto 2026
Per sentirle casa, devono essere vivibili e attraversabili da tuttə senza differenze economiche, di posizionamento politico e orientamento. Devono essere luoghi di crescita senza sentirsi inadeguatə, diversə, sbagliatə.
A Vigevano quella discriminazione quotidiana fatta di fischi, commenti omofobi e insulti verbali è sfociata ancora una volta nell’aggressione fisica.
Noi siamo incazzatə e indignatə. L’indifferenza di fronte a fatti come questi è ciò che ogni giorno ci allontana da quella Vigevano che vorremmo, una città composta da cittadinə che l’attraversano, costruendo quella sicurezza sociale e collettiva per una città che vuole curare e curarsi.
Non possiamo più stare in silenzio. Non possiamo più stare a guardare. La nostra solidarietà va tutta al ragazzo di 24 anni, in maniera incondizionata. Qui ripetiamo con più rabbia e risolutezza che vogliamo una Vigevano più sociale, più solidale, più sicura.
Non domani, questa città la vogliamo adesso.
VIGEVANO BENE COMUNE
GIOVANI COMUNISTI/E
RIFONDAZIONE COMUNISTA VIGEVANO
4 Agosto 2026
In un tempo segnato da guerre, disuguaglianze, precarietà e attacchi ai diritti, c’è ancora più bisogno di incontrarsi, discutere, organizzarsi e lottare.
La Festa Nazionale di Rifondazione Comunista sarà cinque giorni di politica, dibattiti, cultura, musica, socialità e ottima cucina, ma soprattutto un luogo di partecipazione, confronto e costruzione collettiva.
Questa Festa nasce grazie allo straordinario impegno della Federazione di Padova, dei Circoli, delle compagne e dei compagni, delle volontarie e dei volontari che, con passione e militanza, stanno lavorando per rendere possibile un appuntamento fondamentale per tutto il Partito. A loro va il nostro più sentito ringraziamento.
Pra’ del Donatore – Via Magarotto 27, Limena (PD)
26–30 agosto 2026
Sarà l’occasione per rafforzare il nostro impegno comune, costruire iniziative, rilanciare le lotte e dare forza a un’alternativa fondata sulla pace, sulla giustizia sociale, sul lavoro, sui diritti, sull’uguaglianza e sulla difesa dell’ambiente.
Anche il vostro contributo è importante.
Sostenete la Festa con una donazione e aiutateci a costruire insieme questo grande momento di partecipazione.

1° Agosto 2026
Mancano esattamente 3 mesi. La risposta del Paese è già fortissima: abbiamo superato le 63.000 firme!
Ma non ci fermiamo qui. La raccolta firme per la legge d’iniziativa popolare sull’imposta sui grandi patrimoni si concluderà il 13 novembre, e per darci la spinta finale faremo qualcosa di mai visto: il 31 ottobre saremo in piazza con 20 eventi in contemporanea, uno in ogni regione d’Italia!
Musica, dibattiti, cultura e socialità per ribadire un concetto semplice: Ricchi non abbiate paura, è solo equità!
NON HAI ANCORA FIRMATO?
Puoi farlo adesso in due modi semplici:
* Online con SPID/CIE tramite il link in bio
* Ai banchetti presenti nelle piazze e nei mercati di tutta Italia!
Nel frattempo stiamo componendo la mappa nazionale degli eventi del 31 ottobre, e vogliamo farlo insieme a voi.
