La guerra di Trump e Netanyahu in Medio Oriente ha esposto tutti noi a nuove difficoltà economiche. Le accise sui carburanti sono ormai schizzate alle stelle mentre questo governo che, con Giorgia Meloni, prometteva di abolirle ora é impegnato a trovare infantili giustificazioni. Come Rifondazione Comunista ci opponiamo a qualsiasi tipo di speculazione economica sul carburante e chiediamo che si attivi un sistema di accise mobili come già proposto dalle opposizioni in parlamento. Questo é l’unico modo razionale per tutelare la mobilità delle lavoratrici e dei lavoratori italiani. Dall’altra parte condanniamo l’attacco imperialista degli USA contro l’Iran pur esprimendo le nostre più forti critiche contro il regime islamista degli ayatollah e chiediamo che al più presto si aprano dei tavoli di pace per evitare un’ulteriore escalation.
Convegno materiali | Il neocolonialismo della pace – di Andrea Fumagalli
La firma dell’accordo di pace tra Israele e Hamas ha giustamente suscitato molte speranze perché si possa arrivare a un definitivo “cessate il fuoco”. Tuttavia, dietro questo accordo si nascondano nuove forme di colonialismo e di depredazione/saccheggio a danno dei palestinesi e dei territori occupati. La guerra delle armi e delle macerie lascia così lo spazio a una nuova guerra: quella del business della ricostruzione, della speculazione e del profitto per pochi
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Il vertice del 13 ottobre 2025 a Sharm el-Sheikh per la convalida a livello internazionale degli accordi di pace tra il governo israeliano e Hamas con la mediazione del Quatar, Egitto e Turchia viene descritto come una tappa storica nell’evoluzione dei rapporti tra Israele e i paesi del Medio Oriente e un esempio di pacificazione globale. Ma nel nome della fine (unilaterale) delle ostilità contro una popolazione civile inerme, si tratta invece di una delle pagine più ipocrite e meno gloriose nella storia del colonialismo occidentale. Perché di neo-colonialismo trattasi e gli interventi di Netanyahu e di Trump alla Knesset nella mattinata – a dir poco agghiaccianti – lo hanno ben confermato.
Presenti al vertice ci sono in primo luogo i Paesi mediatori nella trattativa, a partire da Turchia e Qatar. Non c’è Benjamin Netanyahu e non ci sono rappresentanti di Hamas. L’Europa è rappresentata da vari leader, dal francese Emmanuel Macron allo spagnolo Pedro Sanchez al primo ministro britannico Keir Starmer. In totale, i leader dovrebbero essere una ventina, compresa la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni (alla ricerca di un ruolo internazionale, che nonostante i suoi falsi proclami, non è in grado di avere se non in una corte di vassalli). C’è anche Antonio Costa per l’Ue (ma non la presidente Ursula Van der Leyen, che non è stata invitata) e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.
Le agenzie di stampa internazionali, prone all’informazione mainstream, concordano nell’affermare che “lo scopo del vertice in Egitto è quello di garantire una legittimazione internazionale all’accordo di pace tra Israele e Hamas, così che nessuna delle parti in causa possa tornare indietro”. L’obiettivo dell’incontro, ha sottolineato la presidenza egiziana, è “porre fine alla guerra, intensificare gli sforzi per raggiungere la stabilità in Medio Oriente e inaugurare una nuova era di sicurezza e stabilità”. L’accordo riguarda la prima fase del piano di pace proposto dagli Stati Uniti.
Ciò che sappiamo è che, nell’immediato, oltre allo scambio tra ostaggi e detenuti palestinesi (ma con l’esclusione Marwan Barghuthi, l’unico leader in grado di riunire le forze politiche palestinesi da Gaza a Ramallah e per questo considerato da Israele troppo pericoloso), ci sarà l’ingresso degli aiuti umanitari e l’esercito israeliano continuerà a controllare comunque più del 50% del territorio gazawo. Il sito Jewish Voice for Liberation pubblica le prime analisi del Piano Trump, e scopre che Israele manterrà il controllo del 58% di Gaza, guarda caso i terreni agricoli della Striscia, che i coloni sono già pronti a occupare.
Nel prossimo futuro, invece, l’accordo prevede la consegna delle armi da parte dei miliziani di Hamas e delle altre forze militari palestinesi (obiettivo difficilmente realizzabile) e che Gaza sarà governata da un’amministrazione transitoria temporanea: un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e delle amministrazioni comunali per la popolazione. Questo comitato sarà composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione di un nuovo organismo internazionale di transizione, eufemisticamente chiamato Board of Peace (quando il nome corretto dovrebbe essere Board of Ruins), che sarà presieduto dal presidente Donald Trump, con altri membri e capi di Stato che saranno annunciati, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair. Nulla viene detto a proposito della Cisgiordania né della volontà di porre fine alle violenze dei coloni israeliani e all’occupazione israeliana che dura da 77 anni.
In realtà, il vertice in Egitto sembra più la riunione di un comitato d’affari, a cui sono stati invitati solo i paesi che più potranno trarre beneficio economico dal business della ricostruzione di Gaza e dallo sfruttamento dei giacimenti offshore. Per gli Stati Uniti inoltre si tratta di festeggiare un risultato politico che un ringazzullitoTrump ha intenzione di utilizzare per ribadire l’egemonia militare, economica e diplomatica a livello globale, in una fase in cui tale egemonia è messa in discussione su più fronti.
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Quasi 200mila edifici distrutti, reti idriche ed elettriche da rimettere in funzione, strade da rifare: la Striscia diventerà un immenso cantiere. La Banca Mondiale nel febbraio 2025 aveva stimato in 53 miliardi di dollari la somma necessaria per riparare le devastazioni nella Striscia e in Cisgiordania: una cifra pari a tre volte il Pil della Palestina. Dopo l’invasione di terra del 15 settembre 2025, la stessa Banca Mondiale ha aggiornato il conto a 80 miliardi dollari.
Secondo tale fonte, 30 miliardi di dollari sarebbero destinati al ripristino delle infrastrutture fisiche, mentre altri 19 miliardi coprirebbero le perdite economiche e sociali causate dal conflitto. Solo il sistema sanitario avrebbe bisogno di oltre 7 miliardi, in un territorio dove il 94% degli ospedali è stato distrutto. Ma la crisi non risparmia nessun settore: il 90% degli appartamenti e delle scuole, l’86% dei campi coltivabili e il 65% delle strade risultano danneggiati o in macerie.
Inoltre, sarà necessario in primo luogo avviare la rimozione di circa 61 milioni di tonnellate di detriti, gran parte dei quali contenenti amianto. Un’operazione titanica che, secondo le stime della Banca Mondiale, richiederà 21 anni di lavoro e 1,2 miliardi di dollari di risorse.
L’Unione europea mira a un ruolo centrale nella ricostruzione, coordinando un gruppo di Paesi donatori per sostenere la ripartenza di Gaza. La Bei (Banca Europea degli investimenti) e la Commissione Europea stanno pensando a un piano di ricostruzione (Gaza Reconstruction Facility), con il supporto della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite, sul modello ucraino e a fine settembre hanno annunciato la firma con l’Autorità monetaria palestinese di una linea di credito da 400 milioni di euro per sostenere la ripresa economica del settore privato in Palestina.
Secondo Milano Finanza, il documento IRDNA (The Gaza and West Bank Interim Rapid Damage and Needs Assessment) prevede una filiera integrata di imprese locali e internazionali, dalle demolizioni al project management. Le agenzie multilaterali puntano a combinare operatori palestinesi e contractor Mena (Middle East North Africa) per i lavori di base, con società europee e asiatiche nei ruoli di supervisione, utilities e ingegneria ambientale. […] I settori a maggiore impatto sono housing, con domanda immediata di prefabbricati, acqua ed energia, desalinizzazione e micro-reti elettriche […] I gruppi dell’area Mena si stanno posizionando per i futuri bandi multilaterali: le egiziane Orascom Construction e Arab Contractors, la libanese-qatariota Consolidated Contractors Company, l’Organi Group, le turche Limak Holding e Tekfen, insieme al colosso immobiliare Talaat Moustafa Group, figurano già nei dossier preliminari della Lega Araba. La regia della Casa Bianca negli accordi di pace garantisce un ruolo alle aziende Usa. Bechtel, Aecom e Fluor sono pronte per i primi progetti infrastrutturali, come reti idriche e sanitarie. Caterpillar, fornitore globale di macchinari pesanti, potrebbe essere coinvolta nella logistica e nella rimozione delle macerie (dopo che ha – macabra ironia – contribuito alla distruzione delle case di Gaza…). Anche l’Europa e l’Italia non stanno a guardare. A piazza Affari, per esempio, si è messo subito in luce il comparto costruzioni e materiali, con Cementir, Buzzi e Webuild tra i titoli più esposti in Italia. In particolare, secondo Banca Akros, Cementir “potrebbe beneficiare della fine dei conflitti in Ucraina, Siria e nella Striscia di Gaza” grazie alla forte presenza in Turchia che la colloca nella posizione ideale per servire i cantieri dell’area. Last but not least, l’Eni potrà attivare le concessioni vinte ma congelate dal 7 ottobre 2023 sui giacimenti di gas antistanti le coste di Gaza
Si confermano così le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani in un’intervista al Quotidiano Nazionale: “Vogliamo essere protagonisti oltre che della sicurezza, della ricostruzione. Con lo sguardo rivolto alle infrastrutture, anche con l’impegno delle nostre imprese”.
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La guerra è un grande business e l’intreccio con la politica è oramai evidente dando realtà concreta a forme di neofeudalismo e neocolonialismo che, seppur mai del tutti scomparsi, si ritenevano marginali nell’era post-coloniale.
Tale istanza è oggi governata dalla finanza e della speculazione immobiliare. Non è necessario il controllo diretto del territorio. È sufficiente la sua bonifica da qualsiasi possibile opposizione politica e sociale.
Tony Blair, ex primo ministro britannico oggi advisor internazionale fondatore della Tony Blair Institute for Global Change , secondo il sito Economy, “si muove da settimane come mediatore e promotore della Blair Capital Real Assets, un fondo specializzato in operazioni post-conflitto e rigenerazione di aree strategiche che ha già avviato relazioni con la Lega Araba e con la partnership MENA Investment Board”. Blair ha lavorato in tandem con banche quali Standard Chartered e Barclays per predisporre un veicolo d’investimento ad hoc dedicato a Gaza, mirando ad attrarre sia capitali sovrani dei paesi del Golfo sia fondi pensione istituzionali europei.
Parallelamente, sul fronte americano, Donald Trump ha ufficializzato l’impegno della Trump Organization attraverso la nuova piattaforma Middle East Recovery Properties, un consorzio di veicoli finanziari che include la Trump International Real Estate, le Kushner Companies, la Witkoff Development e soggetti legati a Bain Capital e Carlyle Group. Non sorprende che tali società facciano riferimento alle persone (il genero Kushner e l’inviato di Trump per la questione medio-orientale, Witkoff) che erano fisicamente presenti all’incoronazione di Trump alla Knesset israeliana e al vertice di Sharm el-Sheikh, confermando un conflitto di interessi che farebbe impallidire gli eredi di Berlusconi
Più nello specifico, sempre secondo il magazine Economy, la Blair Capital Real Assets svolge la funzione di advisory strategico e di co-investimento istituzionale, assicurandosi i diritti prioritari su progetti di utility, resort e infrastrutture portuali. La Middle East Recovery Properties di Trump, invece, dovrebbe operare come motore esecutivo, con il compito di raccogliere capitali globali, stringere partnership operative con advisor legati a Blackstone, Citadel e fondi arabi affiliati all’Abu Dhabi Investment Authority, per poi internalizzare la gestione degli appalti, della pianificazione urbanistica e del lancio commerciale degli asset immobiliari.
Ancora una volta, gli Stati Uniti hanno rafforzato le loro manovre militari e i comportamenti ostili verso la Repubblica bolivariana del Venezuela, nonostante il loro fallimento in tutti questi anni. Le ultime attività dell’amministrazione Trump hanno visto lo schieramento di navi da guerra e truppe militari statunitensi nelle acque vicine al territorio venezuelano, con la scusa della lotta al narcotraffico. Parallelamente, come se fossimo nel Far West, Washington ha raddoppiato la taglia sul capo del Presidente venezuelano, Nicolás Maduro.
L’obiettivo della Casabianca è quello di destabilizzare la nazione latino-americana, far cadere il governo Maduro ed impadronirsi delle ricche risorse del Paese, a partire dal petrolio.
Le minacce e le ostilità dell’amministrazione Trump verso il Venezuela sono iniziate già durante il suo primo mandato, quando il presidente statunitense voleva imporre un regime fantoccio a Caracas contro la volontà democratica del popolo venezuelano.
La belligeranza aggressiva di Washington è il maggiore ostacolo ad una risoluzione pacifica e diplomatica delle controversie internazionale, in particolare quella tra Venezuela e Guyana rispetto alla sovranità territoriale sulla ricca regione petrolifera dell’Essequibo.
Sin dalla vittoria di Hugo Chávez, la Casabianca ha cospirato attivamente per far cadere il legittimo governo costituzionale e democraticamente eletto della Repubblica Bolivariana del Venezuela, guidato dal Presidente Nicolás Maduro. L’ultimo dispiegamento delle forze militari statunitensi in America Latina rappresenta un ulteriore pericoloso precedente e mette a rischio la pace nella regione.
Di fronte a queste minacce e ai tentativi di destabilizzazione, il Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea esige la cessazione di ogni azione provocatoria che aumenta le tensioni nella regione. Proprio perché promuoviamo la pace, la giustizia sociale e ambientale, ci opponiamo senza riserve all’uso della forza o della coercizione nell’agenda imperialista sia in America Latina, che nel resto del pianeta.
Il Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea ribadisce la propria solidarietà con il Venezuela e con il presidente Nicolás Maduro, mentre condanna le manovre militari e la retorica aggressiva e guerrafondaia di Washington nei confronti della nazione latinoamericana.
Partito della Rifondazione Comunista
Circolo “Hugo Chavez Frias” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano
“Oggi 2 agosto sarò a Bologna per partecipare alla manifestazione nell’anniversario della strage.
Dopo la sentenza della Cassazione non ci sono più dubbi sulla matrice fascista e atlantista”, dichiara il segretario nazionale del Partito della Rifondazione comunista Maurizio Acerbo. “Licio Gelli lavorava al servizio degli USA e aveva relazioni che arrivavano fino alla Casa Bianca.
Quando parliamo di eversione è doveroso specificare che gli USA e la NATO hanno destabilizzato l’Itaia per decenni come hanno fatto in tutto il mondo.
La responsabilità di neofascisti e loggia P2 è stata ormai accertata nei processi.
Bologna fu l’ennesima puntata del romanzo delle stragi che da Piazza Fontana insanguinarono l’Italia nell’ambito della strategia contro le sinistre e i comunisti degli Stati Uniti. Non si può tacere il ruolo che svolsero gli USA e la Nato nella strategia della tensione, i loro legami con Licio Gelli e tanti protagonisti del terrorismo nero e degli apparati dello stato, i finanziamenti al MSI. Noi non dimentichiamo”, aggiunge Acerbo.
“Grazie a Paolo Bolognesi e all’associazione dei familiari delle vittime per aver lottato per la verità e la giustizia”, conclude il segretario di Rifondazione Comunista.
Un manifesto di DEMOCRAZIA PROLETARIA di Bologna dell’Agosto 1981.
Rispetto agli avvenimenti degli ultimi giorni a Cuba, sotto forma di manifestazioni con lo slogan di “SOS Cuba”, il Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea ricorda che, in un flagrante attacco ai diritti umani, dall’arrivo della pandemia gli Stati Uniti hanno indurito il blocco economico, commerciale e finanziario. Un blocco il cui principale obiettivo è quello di soffocare l’economia dell’isola. Nella logica del “tanto peggio, tanto meglio” si cerca di provocare una rivolta sociale per destabilizzare il governo cubano, nei confronti del quale ribadiamo la nostra solidarietà.
Solo pochi giorni fa, l’ONU ha votato massicciamente contro il blocco con solo due voti contrari, gli Stati Uniti e Israele. Si tratta del 29° voto all’ONU contro il blocco, senza che finora sia stato fatto nulla per rimuoverlo. Solo da aprile 2019 a dicembre 2020, il blocco ha causato a Cuba perdite di circa 9.157,2 milioni di dollari. La pandemia di Covid-19 ha ulteriormente acuito le sue conseguenze nei confronti dell’isola, e l’amministrazione statunitense di Biden non ha mostrato nessuna volontà di allentare le misure coercitive unilaterali. Al contrario, rimangono intatte le 243 misure imposte dall’amministrazione Trump e la ridicola inclusione di Cuba, da parte del governo degli Stati Uniti, nella lista dei Paesi che sponsorizzano il terrorismo. Ciò, nonostante la solidarietà delle brigate mediche cubane, la ricerca scientifica per sviluppare diversi vaccini contro il Covid-19 o la donazione gratuita dei suoi vaccini a Paesi terzi, con grandi sforzi nel mezzo di una pandemia.
Sarà un caso che pochi giorni dopo la missione in Colombia e Brasile del capo del Comando Sur degli Stati Uniti, almirante Craig Faller e del direttore CIA, William J. Burns, il continente latino-americano sta vivendo momenti di forti tensioni (Haiti, Venezuela, Perù, Colombia ed ora Cuba…) ?
Se davvero gli Stati Uniti hanno a cuore la situazione “umanitaria” a Cuba, la facciano finita con l’ingerenza imperialista e con il blocco che viola i diritti umani e colpisce direttamente la popolazione per la mancanza di medicine, di pezzi di ricambio o di energia, in mezzo a una pandemia.
Ancora una volta, Il PRC-SE si unisce a quanti esigono l’eliminazione immediata del blocco criminale ed illegale, principale misura contro il diritto alla salute, all’alimentazione ed il ritorno alla normalità, affinchè siano i cubani a decidere il loro presente e futuro.
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
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