Categoria: Comunicati stampa

Il festival dell’equità al Merula si è concluso con soddisfazione per l’ottima partecipazione. Prime riflessioni sul dibattito 1%equo

13 Ottobre 2026

Il Festival si è concluso ed è arrivato il momento di ripercorrere insieme i momenti più salienti dell’evento!
Abbiamo assistito alla presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare @unpercentoequo, che si propone di tassare dell’1% i patrimoni superiori ai 2 milioni di euro.

In dialogo con il giornalista Alessio Facciolo (de @araldolomellino) gli economisti Andrea Fumagalli e Piergiorgio Ardeni. Li ringraziamo per la semplicità con cui sono riusciti a spiegare concetti complessi e per aver coinvolto attivamente il pubblico, alimentando il dibattito.

Durante tutta la mattinata, poi, Elvis Lo Fiego ( @elvislofiego ) ha raccolto le firme per la legge e Yuri La Cava ( @yurikuadra ), presidente Arci Casa Aperta, ha compilato le prime tessere del nuovo anno!

Elvis Lo Fiego raccoglie firme per l’1%equo
Yuri La Cava compila le prime tessere Arci
Yuri La Cava Presidente ARCI VIGEVANO

Vigevano. Un nuovo circolo Arci in città

9 Ottobre 2026

Tratto dall’INFORMATORE VIGEVANESE: https://www.informatorevigevanese.it/attualita/2026/10/09/news/un-nuovo-circolo-arci-in-citta-569847/

L’obiettivo dell’associazione casa Aperta è di partire già a gennaio

Davide Maniaci

Davide Maniaci

dade.x@hotmail.it

Obiettivo: aprire un circolo Arci a Vigevano. L’Associazione Ricreativa Culturale Italiana vanta in Italia circa un milione di soci attivi, ma a Vigevano non è più presente una struttura di questo tipo. Ci prova un gruppo di giovani che a fine luglio ha dato vita a una nuova associazione di promozione sociale, Casa Aperta. Verrà presentata sabato al Festival dell’equità a palazzo Merula.

Il Festival dell’equità per illustrare una proposta di legge

Sabato a palazzo Merula

Il presidente di Casa Aperta è Yuri La Cava, vigevanese. Coi suoi 43 anni è il più anziano del consiglio direttivo. Lavora nel mondo del mercato dell’arte, è anche cantante ed attore.
«Il desiderio – spiega – è di creare un presidio sociale e culturale permanente a Vigevano. Sono cresciuto al Fateci Spazio, per intenderci. Vorrei che nel circolo ci fossero attività trasversali per ogni età: laboratori artistici e culturali, proiezioni di film, piccoli concerti. Ci piacerebbe che chiunque potesse entrare e stare quanto vuole senza dover consumare niente». A inizio settembre Yuri La Cava e gli altri sono andati a incontrare il sindaco Paolo Previde Massara e la vice, Antonella Mairate.
«Ci hanno accolti benevolmente e ci hanno fornito – spiega – una disponibilità di massima, perché noi vorremmo usufruire di uno spazio comunale, che potrebbe essere la palazzina Pertini. Speriamo che si possa andare in questa direzione. Se poi dal municipio cambiassero idea o se i tempi burocratici fossero insostenibilmente lunghi, siamo disposti a prendere in affitto un luogo privato e a mantenerlo di tasca nostra, pur rimanendo senza scopo di lucro. L’obiettivo sarebbe partire da gennaio». Oltre a La Cava fanno parte del direttivo Anna Carraro come vicepresidente, Andrea Franceschetti (segretario), Elvis Lo Fiego nel ruolo di tesoriere. Poi Edoardo Casati, Lorenzo Antibo, Iara Savoia. «Vorremmo – proseguono – fare rete con altre associazioni come Ero Forestiero, Libera, Cavallo Blu, e con realtà culturali come L’Urlo di Vigevano. Notiamo in generale come in città si sia tutti slegati gli uni dagli altri. Ci sono collaborazioni, ma sporadiche e non continuative. Del resto anche negli obiettivi di Regione Lombardia c’è quello di fare rete con le altre associazioni. Noi siamo d’accordo. Non vogliamo stare nel nostro angolino privato solo per noi e i nostri amici».

Yuri La Cava


La domanda viene spontanea, leggendo i nomi del direttivo. C’è un orientamento politico in questo progetto? «Sarà un circolo Arci. Siamo affiliati – chiarisce il presidente – a un’associazione che ne annovera più di quattromila in Italia e che ha dei riferimenti politici, e non partitici, molto chiari che del resto sono gli stessi della Costituzione italiana. I vigevanesi traggano le proprie conclusioni perché noi non siamo interessati alle polemiche o alle contrapposizioni. Semplicemente, chi non vorrà entrare negli spazi del circolo, non entrerà. Io non ho mai avuto tessere di partito ed è anche per questo, oltre che per la mia età e la mia maggiore esperienza, che sono stato voluto come presidente di Casa Aperta».
Parlando con Yuri La Cava e con gli altri si percepisce questa voglia di creare una comunità vera e propria per stare insieme e parlare. Questi soci, e magari gli altri futuri (il tesseramento inizierà proprio il 10 a palazzo Merula) si prenderanno l’onere di tenere sempre aperto per chi vorrà andare lì, sedendosi e partecipando alle attività senza timore di venire cacciato o di dover per forza spendere soldi come avviene, del resto, in tante altre città italiane dove l’Arci è un punto di aggregazione in cui si vedono, a poca distanza, anziani giocare a carte e ragazzi conversare in assoluta tranquillità.

Banchetto al mercato del Circolo di Rifondazione Comunista di Vigevano per raccolta firme a sostegno della legge popolare 1% Equo

3 Ottobre 2026

Ottimo risultato ottenuto con il banchetto: in poche ore raccolte 25 firme, si prosegue domani mattina in Piazza Ducale.

CONTRO IL SILENZIO, CONTRO LA CENSURA, PER LA PALESTINA

2 Ottobre 2026

MILU’ CHISARI

Io non sono contraria a questo ddl perché odio una religione.

Non sono contraria perché odio un popolo.

Non sono contraria perché considero gli ebrei responsabili delle azioni dello Stato di Israele.

Sono contraria perché rifiuto con tutta me stessa l’idea che la lotta contro l’antisemitismo possa essere trasformata in uno strumento politico per restringere lo spazio della critica, della protesta e della solidarietà verso il popolo palestinese.

E questa distinzione dovrebbe essere elementare.

L’antisemitismo va combattuto. Ma combattere l’antisemitismo non significa consegnare allo Stato israeliano una sorta di immunità politica; non significa rendere intoccabile il sionismo come ideologia politica; non significa impedire a chiunque di denunciare l’occupazione, la colonizzazione, il genocidio, la pulizia etnica, la distruzione e le violenze commesse contro la popolazione palestinese.

Criticare uno Stato non significa odiare un’etnia o una religione.

E se questa distinzione viene deliberatamente cancellata, allora non siamo più davanti a una semplice questione semantica. Siamo davanti a una questione di potere.

Perché il problema è precisamente questo: chi decide cosa può essere detto? Chi stabilisce quale critica sia legittima? Chi traccia il confine tra antisemitismo e dissenso politico? E soprattutto: chi beneficia del fatto che quel confine venga spostato sempre più verso il silenzio?

Io questa domanda voglio continuare a farla.

Anzi, voglio farla ancora più forte.

Perché vivo in un’epoca nella quale la parola “sicurezza” viene continuamente utilizzata per giustificare restrizioni, la parola “ordine” per delegittimare le proteste e la parola “antisemitismo” rischia, nella mia lettura politica, di essere utilizzata in modo sempre più indiscriminato per mettere sotto sospetto chiunque scelga di schierarsi apertamente con la Palestina.

E io mi rifiuto di stare zitta.

NON MI CHIEDETE DI ESSERE NEUTRALE DAVANTI ALL’OPPRESSIONE

Io non credo nella neutralità quando esistono rapporti di potere profondamente asimmetrici.

La neutralità, davanti all’oppressione, troppo spesso significa semplicemente accettare lo stato delle cose.

E io non sono interessata a difendere lo stato delle cose.

Sono interessata a metterlo in discussione.

Da comunista, per me la politica non consiste nell’osservare il mondo dall’esterno con una distanza sterile. Consiste nell’individuare i rapporti di forza, capire chi possiede il potere, chi viene privato del potere, chi viene ascoltato e chi viene sistematicamente reso invisibile.

Per questo la Palestina non può essere ridotta a una questione diplomatica.

Non può essere trasformata in una disputa astratta tra due governi.

Non può essere raccontata esclusivamente attraverso le esigenze strategiche degli Stati.

Al centro devono esserci le persone.

Le persone che vivono sotto occupazione.

Le persone che perdono la propria casa.

Le persone che vedono distrutti ospedali, scuole e infrastrutture.

Le persone costrette a fuggire.

Le famiglie che perdono i propri cari.

I bambini che nascono e crescono dentro una realtà di genocidio e privazione.

E davanti a tutto questo io non voglio essere educata al silenzio.

Voglio essere libera di denunciare.

Voglio essere libera di protestare.

Voglio essere libera di manifestare.

Voglio essere libera di dire che considero inaccettabile ciò che sta accadendo.

E non voglio che sulla mia bocca venga appiccicata l’etichetta di antisemita soltanto perché rifiuto di accettare una narrazione politica che considera la sicurezza israeliana come l’unico punto di partenza possibile.

Anche la vita palestinese conta.

Questa frase dovrebbe essere banale.

E invece, nel dibattito pubblico, sembra quasi una dichiarazione rivoluzionaria.

LA MEMORIA NON PUÒ DIVENTARE UN’ARMA

Rispetto profondamente la memoria della Shoah.

La Shoah rappresenta uno dei crimini più terribili della storia europea e mondiale, e la sua memoria deve essere preservata.

Ma proprio per questo mi rifiuto di accettare che quella memoria venga trasformata in uno strumento per impedire altre denunce.

La memoria dovrebbe insegnarci a riconoscere la disumanizzazione.

Dovrebbe insegnarci cosa succede quando un essere umano viene trasformato in una categoria inferiore, in un nemico collettivo, in qualcuno la cui vita vale meno.

Non dovrebbe insegnarci a stabilire quali vittime meritino più solidarietà di altre.

Non voglio una gerarchia delle vittime.

Non voglio scegliere tra il dolore degli ebrei e il dolore dei palestinesi.

Non voglio che la memoria della Shoah venga contrapposta alla memoria della Nakba.

Non voglio che un genocidio storico venga utilizzato per rendere invisibile una tragedia contemporanea.

Il dolore non è una proprietà privata. La memoria non è un’arma geopolitica.

E rispettare una persona sopravvissuta alla Shoah non significa trasformare ogni sua posizione politica in una verità indiscutibile.

Anche Liliana Segre, è una figura politica e pubblica le cui posizioni possono essere discusse e criticate. E in questo momento storico dove le sue dichiarazioni sono state IGNOBILI, criticare è un atto dovuto.

Il rispetto per una sopravvissuta non può significare obbedienza politica.

La memoria non può diventare una forma di autorità incontestabile.

Perché se davvero abbiamo imparato qualcosa dalla storia, allora dovremmo aver imparato che nessuna identità collettiva rende automaticamente giusta qualsiasi decisione presa in suo nome.

E POI C’È IL PD

Un partito che, per quanto mi riguarda, non ha MAI rappresentato la sinistra. (già il fatto che un partito LIBERALE si definisca di sinistra è pura follia)

Per anni ho visto una “sinistra istituzionale” incapace di assumere una posizione netta sulla Palestina. Una sinistra che spesso sembrava più preoccupata di non disturbare gli equilibri internazionali che di prendere posizione davanti alla sofferenza di un popolo.

Poi, quando la questione palestinese è diventata impossibile da ignorare, quando la pressione sociale è diventata troppo forte, quando migliaia di persone hanno riempito le piazze e la realtà ha cominciato a bussare sempre più violentemente alla porta della politica, improvvisamente è diventato necessario parlare di Palestina.

Ma io non dimentico gli anni precedenti.

Non dimentico il silenzio.

Non dimentico le ambiguità.

Non dimentico la prudenza selettiva.

E soprattutto non confondo una dichiarazione politica con una trasformazione reale.

Per me una sinistra che si limita a inseguire gli eventi non è una sinistra rivoluzionaria.

Una sinistra che ha paura di disturbare i potenti non è la sinistra che voglio.

Una sinistra che considera la politica estera un problema di opportunità diplomatica e non di rapporti di potere non mi rappresenta.

Io voglio una sinistra internazionalista.

Una sinistra anticolonialista.

Una sinistra antimperialista.

Una sinistra che non scelga le proprie battaglie in base alla convenienza elettorale.

Una sinistra che abbia il coraggio di dire che i diritti umani non possono dipendere dall’alleanza geopolitica di chi li viola.

Io non sostengo la Palestina perché è diventata una questione di tendenza.

Non la sostengo perché appartiene a una determinata area politica.

Non la sostengo perché mi interessa provocare la destra.

La sostengo perché considero il popolo palestinese vittima di una condizione di oppressione che non può essere normalizzata.

E non ho bisogno di trasformare i palestinesi in santi per riconoscere la loro umanità.

Non ho bisogno di negare la complessità del conflitto.

Non ho bisogno di giustificare ogni organizzazione armata.

La mia solidarietà non è un assegno in bianco.

È una scelta politica fondata su un principio molto più semplice: un popolo oppresso ha diritto alla libertà, alla dignità e all’autodeterminazione.

E questo principio non diventa meno vero perché qualcuno tenta di renderlo scomodo.

Quello che rifiuto, in definitiva, è l’idea che per poter parlare della Palestina io debba prima dimostrare di essere abbastanza rispettosa, abbastanza moderata, abbastanza prudente, abbastanza diplomatica.

Non voglio il permesso.

Non voglio che qualcuno stabilisca preventivamente quanto posso essere indignata.

Non voglio che la mia solidarietà venga sottoposta a un esame di purezza politica.

E soprattutto non voglio che una legge, una definizione o un clima politico trasformino la paura di essere accusati di antisemitismo in un meccanismo di autocensura collettiva.

Perché la censura non comincia necessariamente con qualcuno che viene trascinato via.

A volte comincia molto prima.

Comincia quando le persone iniziano a chiedersi se possono parlare.

Quando gli studenti hanno paura di manifestare.

Quando gli artisti evitano di prendere posizione.

Quando gli accademici pesano ogni parola.

Quando un’attivista pensa due volte prima di scrivere “Palestina libera”.

Quando una persona smette di denunciare un’ingiustizia perché teme di essere immediatamente trasformata nel nemico.

È questo il meccanismo che io rifiuto.

E se il prezzo della solidarietà è essere considerata scomoda, allora preferisco essere scomoda.

Se il prezzo della denuncia è essere accusata di estremismo, allora preferisco essere accusata.

Se il prezzo del dissenso è non essere accettata nei salotti della rispettabilità politica, allora quei salotti non mi interessano.

Perché non sono venuta al mondo per essere rispettabile agli occhi del potere.

Sono venuta al mondo per mettere in discussione il potere.

La mia posizione, quindi, è radicale perché non accetta compromessi sulla dignità umana.

Condanno l’antisemitismo.

Condanno ogni forma di razzismo.

Condanno l’odio religioso.

Condanno la discriminazione.

E proprio per questo condanno anche la disumanizzazione dei palestinesi.

Non accetto che un popolo venga ridotto a una minaccia.

Non accetto che milioni di persone vengano trasformate in una categoria indistinta.

Non accetto che la loro sofferenza venga trattata come un effetto collaterale inevitabile.

Non accetto che la parola “terrorismo” venga utilizzata per cancellare ogni distinzione tra combattenti e popolazione civile.

Non accetto che la parola “sicurezza” venga utilizzata per rendere invisibili i diritti di chi vive dall’altra parte del confine.

E non accetto che la memoria di una tragedia venga utilizzata per impedire di denunciare un’altra tragedia.

Perché la mia idea di antifascismo, di comunismo e di internazionalismo non può funzionare attraverso gerarchie della sofferenza.

O la dignità umana è universale, oppure non è dignità.

O i diritti valgono per tutti, oppure diventano privilegi.

O la libertà di espressione vale anche quando ciò che viene detto è scomodo, oppure non è libertà.

E allora sì: io continuerò a parlare.

Continuerò a criticare.

Continuerò a manifestare.

Continuerò a stare dalla parte della Palestina.

Continuerò a denunciare ciò che considero oppressione.

E continuerò contemporaneamente a combattere l’antisemitismo, perché non ho bisogno di scegliere tra due lotte che considero inseparabili nella costruzione di una società realmente libera dal razzismo.

Non voglio una politica che mi chieda di scegliere quale popolo meriti di essere umano.

Non voglio una sinistra che abbia paura delle proprie parole.

Non voglio una democrazia nella quale la solidarietà debba essere autorizzata.

Voglio una politica che rompa il silenzio.

Una politica che non abbia paura di chiamare l’oppressione con il proprio nome.

Una politica che non trasformi la memoria in censura.

Una politica che non confonda la critica a uno Stato con l’odio verso un popolo.

Una politica che riconosca ai palestinesi la stessa dignità che riconosce a ogni altro essere umano.

E soprattutto voglio una sinistra che smetta di chiedere scusa per il fatto di essere dalla parte degli oppressi.

Perché io non intendo chiedere scusa.

La mia solidarietà alla Palestina non è antisemitismo.

La mia critica a Israele non è odio verso gli ebrei.

La mia memoria della Shoah non cancella la Nakba.

La mia lotta contro il razzismo non termina quando il razzismo è politicamente scomodo da denunciare.

E la mia idea di comunismo non conosce confini quando si tratta di difendere la dignità degli oppressi.

Di fronte al silenzio, scelgo la parola.

Di fronte alla censura, scelgo il dissenso.

Di fronte alla propaganda, scelgo la coscienza critica.

Di fronte all’indifferenza, scelgo la solidarietà.

E davanti alla Palestina, scelgo di non voltarmi dall’altra parte.

(mio manifesto per UNIGE radio)

Tornano i banchetti di Rifondazione Comunista di Vigevano

1° Ottobre 2026

Nei giorni 3 e 4 Ottobre al mercato e in Piazza Ducale, dalle ore 10,00 alle ore 12,00 saremo presenti per la raccolta firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare 1% equo.

Propone un contributo dell’1% sui patrimoni dell’1% più ricco della popolazione con più di 2 milioni di euro.

Non è una tassa su tutti. E’ un contributo mirato.

2.000.000 di €. Solo chi supera questa soglia, il 99% non paga nulla.

Non è una tassa sul ceto medio.

Non è una tassa sulla prima casa.

E’ selettiva. Non generalizzata. Oggi l’1% più ricco (500 mila persone di cui la metà ereditieri) paga meno di insegnanti e infermieri. Questo non è giusto né sostenibile. Per questo chiediamo che chi ha di più contribuisca di più.

Le risorse raccolte saranno vincolate per legge. Serviranno a finanziare la sanità pubblica. Scuola, università e istruzione gratuita. Case popolari e diritto all’abitare. Tutela dell’ambiente e del territorio. Servizi per la disabilità e la cura.

Leggi simili esistono già in Norvegia, Svizzera e Spagna, e se ne sta discutendo a livello mondiale. In Italia manca una grande campagna popolare unitaria.

L’1% EQUO nasce per questo.

La raccolta firme in tutto il paese ha avuto un ottimo successo, sono già state raccolte 70mila firme con cartaceo e online. L’obiettivo è di raccoglierne 100mila entro la fine di ottobre.

Invitiamo la cittadinanza a firmare presentandosi ai banchetti sabato 3 e domenica 4 ottobre con un documento d’identità valido.

Per firmare online vai sul sito: www.unpercentoequo.it

Vi aspettiamo numerosi.

RIFONDAZIONE COMUNISTA VIGEVANO

Il caso. Mensa scolastica a Mortara con “pasto in bianco” per chi non paga. Il sindaco: “Serve a far emergere le famiglie sconosciute”

26 Settembre 2026

Fonte: Mensa scolastica a Mortara con “pasto in bianco” per chi non paga. Il sindaco: «Serve a far emergere le famiglie sconosciute» – L’informatore

Bruno Romani

Bruno Romani

bruno.romani@ievve.com

Il Comune spiega la decisione in un comunicato, ma le opposizioni (Pd, Avs e Prc) attaccano: «È una scelta discriminatoria»

L’idea era nata con l’inizio della mensa scolastica a Mortara. Molti bambini non avevano pagato il conto agli uffici del Comune e ancor più le loro famiglie risultavano sconosciute. Per questo la decisione è stata quella di fornire un “pasto in bianco” a coloro che non avevano ottemperato, nella speranza che questo facesse emergere le insolvenze. Il sindaco Fabio Farina è stato eletto nella lista civica “Sveglia Mortara” ma ha un passato politico. Prima militante della Lega (è stato vicesindaco) e poi presidente di AsMortara spa, l’azienda comunale, quando sindaco è stato Ettore Gerosa di Fratelli d’Italia. Oggi Farina spiega così le decisioni della sua giunta: «Non sono stati solo i pagamenti insoluti a farci prendere la decisione del pasto in bianco. Ma soprattutto la volontà di portare alcune famiglie sconosciute verso la scuola e quindi verso la regolarizzazione». In un comunicato oggi l’amministrazione comunale spiega: «La deliberazione della Giunta non nasce per escludere i bambini dalla mensa. Nasce per affrontare situazioni rimaste irrisolte, a partire da quelle dei minori che frequentano la scuola ma non risultano iscritti al servizio. Includere significa anche conoscere le esigenze di ciascun bambino e mettere ogni famiglia nelle condizioni di accedere regolarmente alla mensa. Per questo abbiamo riaperto le iscrizioni fino al 30 settembre 2026. La domanda consente agli uffici di organizzare il servizio e di acquisire le informazioni necessarie su eventuali allergie, intolleranze o altre esigenze alimentari. Chiediamo alle famiglie di completarla nell’interesse dei figli».

La nota del Comune poi precisa: «Fino alla regolarizzazione, per gli alunni non iscritti è previsto un “pasto in bianco temporaneo”, secondo le modalità stabilite dal servizio competente e tenendo conto delle esigenze sanitarie segnalate. Il bambino riceve un pasto, mentre gli uffici lavorano con la famiglia per arrivare all’iscrizione e all’accesso ordinario al servizio».

Si capisce dal sindaco che un pasto in bianco viene ritenuto molto meglio di un panino portato da casa. Inoltre, appena le famiglie si presentano, possono concordare un piano di rateizzazione. «Gli insoluti sono passati da 33.003,58 euro ad agosto a 25.788,11 euro al 25 settembre. Sono stati recuperati 7.215,47 euro, quasi il 22%. Anche oggi gli uffici hanno incontrato famiglie intenzionate a pagare o a rateizzare. Quando si indicano una strada e tempi chiari, molte posizioni possono essere risolte». Inoltre 49 utenti hanno avuto l’esenzione «dopo la valutazione del Servizio sociale, per un valore complessivo annuo medio di 42.500 euro. Riconoscere le difficoltà reali e intervenire concretamente è parte della stessa politica di inclusione». Aggiunge il Comune. Le situazioni che resteranno insolute saranno poi approfondite con controlli dei Servizi sociali e della polizia locale anche a domicilio «per individuare eventuali bisogni di sostegno e verificare se emergano criticità riguardanti la cura e la tutela del minore».

La decisione della giunta mortarese ha di fatto sollevato il tema che sta dietro l’angolo, ovvero quello della discriminazione. Hanno sollevato forti critiche i partiti di sinistra e il Partito Democratico, che hanno emesso questo comunicato: «Il “pasto in bianco” ai figli degli inadempienti è una misura discriminatoria: i bambini non possono pagare per le difficoltà o le responsabilità degli adulti».

Poi il comunicato prosegue: «La scelta dell’Amministrazione comunale di Mortara di introdurre il cosiddetto “pasto in bianco” per gli alunni appartenenti a famiglie con debiti superiori ai 150 euro per la mensa scolastica merita una riflessione seria. È difficile ritenere educativa o socialmente neutra una scelta attraverso la quale un minore si vede servire a scuola un pasto diverso da quello dei propri compagni a causa di una situazione economica o di un comportamento imputabile alla propria famiglia. Non tutti i debiti, infatti, nascono dalla stessa situazione: possono esserci dimenticanze, difficoltà temporanee, problemi economici, incomprensioni amministrative o situazioni di fragilità. Ed è proprio per questo che la condizione economica della famiglia dovrebbe essere affrontata con strumenti rivolti agli adulti e ai servizi competenti, non attraverso il trattamento differenziato di un bambino durante un momento educativo e di socialità quale è la mensa.

Nel caso di una difficoltà economica, sarebbe più opportuno interrogarsi sulla possibilità di sostenere la famiglia anziché far ricadere la conseguenza sul minore. Il Comune ha certamente il diritto e il dovere di recuperare le somme dovute per i servizi erogati. La morosità non può essere ignorata e le famiglie che possono pagare devono essere chiamate a farlo. Ma recuperare un credito e colpire il minore sono due cose diverse.

La stessa Amministrazione riferisce che molti genitori, dopo il sollecito, hanno regolarizzato spontaneamente la propria posizione e che per alcune situazioni sono già possibili rateizzazioni. Perché allora non rafforzare proprio questi strumenti? Mortara dispone già di un sistema di agevolazioni collegato all’ISEE e di un Ufficio Servizi Sociali che prende in considerazione la situazione economica delle famiglie.

Come forze politiche non ci limitiamo quindi a chiedere la cancellazione del provvedimento, ma proponiamo di discutere concretamente un modello diverso: solleciti e recupero del credito rivolti direttamente ai genitori, senza coinvolgere i bambini; piani di rateizzazione automatici e sostenibili per chi dimostra una temporanea difficoltà; verifica della situazione ISEE e presa in carico dei nuclei realmente in difficoltà economica; istituzione o rafforzamento di un fondo comunale per la morosità incolpevole della mensa, eventualmente attraverso risorse comunali, donazioni e forme di solidarietà territoriale; colloqui riservati con le famiglie prima di qualsiasi intervento sul servizio; un sistema di recupero progressivo dei crediti, con tempi e modalità chiare, che distingua chi non paga per scelta da chi non riesce temporaneamente a pagare; mantenimento del medesimo pasto per tutti i bambini, lasciando alla relazione tra Comune e famiglia la gestione della posizione debitoria.

In altre parole: si può essere rigorosi con i conti senza essere punitivi con i bambini. La mensa non è soltanto un servizio da pagare. È anche un momento della giornata scolastica nel quale i bambini mangiano insieme, stanno con i propri compagni e vivono una dimensione di comunità. Il Comune deve recuperare i propri crediti, ma non deve trasformare la mensa scolastica nel luogo in cui i bambini vengono chiamati a rispondere dei problemi degli adulti».

NAZA di Yuval Abraham, Rachel Szor al Cinema Odeon

25 Settembre 2026

Cinema Teatro Odeon Vigevano 

Il Cinema di Vigevano, gestito dall’associazione di volontariato La Barriera, unica monosala rimasta e secondo teatro cittadino per grandezza. Offre visioni di qualità a prezzi contenuti per tutti e spazi per realizzare eventi e spettacoli dal vivo.

NAZA di Yuval Abraham, Rachel Szor al Cinema Odeon

• Martedì 29 Settembre ore 16.00

• Martedì 29 Settembre ore 18.30

• Martedì 29 Settembre ore 21.15

Un’inchiesta implacabile e struggente sui sistemi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza programmata da Israele, per denunciare la strage degli innocenti come cinico effetto collaterale. Dai registi di No Other Land, in Concorso a Venezia 83.

info e dettagli ai link in bio

ingresso 6 €

354.000 FIRME PER LA LEGGE IN DIFESA DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE! GRANDE SUCCESSO A MILANO

23 Settembre 2026

Milano, successo a teatro per “Curarsi è un diritto non un privilegio”

354.000 le firme raccolte a oggi a sostegno della Legge di Iniziativa Popolare per il rafforzamento del SSN! Corte dei conti: In Lombardia oltre otto miliardi di spesa corrente non messa in circolo nel servizio sanitario regionale. Tantissime le testimonianze di attori, magistrati, sacerdoti, esponenti della cultura e della comunicazione, operatori/operatrici sanitari e rappresentanti di associazioni,

Milano, 15 settembre 2026. Sono 354.000 le firme raccolte ad oggi dalla legge di iniziativa popolare “Disposizioni per rendere effettivo il diritto alla salute mediante il rafforzamento del SSN e la valorizzazione del personale”, promossa da una rete nazionale di oltre 100 associazioni e realtà sociali e depositata in Cassazione il 27 aprile 2026: è questo il dato straordinario rimbalzato ieri sera al Teatro della Cooperativa, per la serata speciale di sostegno con attori, magistrati, sacerdoti. “In scena” non una pièce teatrale ma una maratona per la salute con esponenti della cultura e della comunicazione, operatori/operatrici sanitari e rappresentanti di associazioni, quali Francesco Maisto, Mauro Clerici, Renato Sarti, Massimo Cirri, Luca Mangoni, Gherardo Colombo, Margherita Napolitano, don Paolo Selmi, don Massimo Mapelli, Alice Pavan, Camilla Ponti, Maurizio Ambrosini, Cinzia Cena e Paolo Dell’Oca. Alla conduzione l’attore Silvano Piccardi.

Il diritto alla salute per tutti, sancito dall’art. 32 della Costituzione va salvaguardato dagli assalti di stampo “privatistico”, in atto da tempo: “Il rapido superamento della soglia minima di 50.000 firme, prevista per legge, è la testimonianza di quanto sia sentito l’accesso sempre più difficile alle cure per ampi strati di popolazione e di quanto sia urgente l’intervento legislativo per la salvezza del SSN”, hanno sostenuto i rappresentanti del Comitato Promotore Lombardo Vera Addamo, Vittorio Agnoletto, Massimo Cortesi, Andrea Villa, Catello Tramparulo e Marco Caldiroli. Ricordiamo che Comitato Promotore Lombardo è formato da CGIL, ACLI, ARCI, Medicina Democratica, UDU, Auser, Federconsumatori Lombardia, Libera.

In particolare, il Comitato ha sottolineato i temi presenti nella proposta con effetti diretti sulla situazione regionale: la richiesta di incrementare il Fondo sanitario nazionale al 7,5% del PIL entro il 2030, oggi al 6,2%, è la base per il rilancio della sanità e in particolare di quella pubblica. Fra i tanti, un riferimento più che autorevole: la Corte dei conti della Lombardia ha evidenziato, nell’esaminare il bilancio 2025, il paradosso della presenza «di oltre otto miliardi di spesa corrente non messa in circolo nel servizio sanitario regionale».

Risorse disponibili ma non spese per dare gli strumenti e il personale per la sanità pubblica regionale, come per esempio nella prevenzione, su cui è priorità assoluta investire: nel primo semestre 2026 gli infortuni sono aumentati del +6,9% rispetto al primo semestre 2025, al di sopra della media nazionale, con purtroppo 75 morti: in Lombardia, per rispettare lo standard nazionale, servirebbero oltre 1.500 operatori tra tecnici della prevenzione e medici del lavoro. Oggi sono poco più 600! Se si interviene nell’emergenza, si arriva troppo tardi. Altro caso eclatante: alla salute mentale va circa il 3% del Fondo sanitario nazionale, ma in Lombardia solo il 2,8% del fondo sanitario regionale: mancano almeno 300 psichiatri e oltre 2.000 operatori tra psicologi, infermieri, educatori e assistenti sociali.

In sintesi: in Lombardia mancano1.540 medici di medicina generale, 9.300 infermieri, 1921 medici specialisti stimati, in Italia mancano 63.000 infermieri: le conseguenze sono purtroppo note: visite rinviate, reparti sotto pressione, pronto soccorsi pieni, cure sempre più lontane!

Le proposte su maggiori diritti e risorse per il personale hanno la finalità di mantenere e valorizzare le professionalità più necessarie (infermieri, medici di medicina generale, tecnici della prevenzione) per dare concretezza alla medicina territoriale mentre in regione è stata assegnata la gestione di numerosi ospedali di comunità, pagati da tutti, ai privati (e prossimamente anche le case di comunità). I Direttori Generali non hanno un mandato di attuare prioritariamente la prevenzione primaria, funzione pubblica del SSN, ma principalmente di “far quadrare i conti”.

Il diniego alla autonomia differenziata in sanità è netto come l’obiettivo di contenere l’invasione delle assicurazioni che finiscono per sovrapporsi ai Livelli Essenziali di Assistenza (in Lombardia con la “super-intramoenia”).

Fra le priorità indicate: rafforzare i servizi territoriali, con interventi quali un Programma straordinario nazionale di azione per la prevenzione degli infortuni, delle malattie professionali e per la tutela della salute nei luoghi di lavoro; incrementare l’assistenza domiciliare per gli anziani, il diritto alla interruzione volontaria farmacologica, riduzione del danno dalle dipendenze, continuità assistenziale per le persone con cronicità.

Per firmare questo è il link:https://www.salutediritto.it/

Laura Messina

Ufficio stampa CGIL Lombardia

3421309533 laura.messina@cgil.lombardia.it

Carmìna Conte

Ufficio Stampa Medicina Democratica

3931377616

medicinademocraticastampa@gmail.com

La mobilitazione. Nuova riserva di caccia tra Vigevano e Gambolò: sabato la protesta con passeggiata e biciclettata

18 Settembre 2026

Fonte: https://www.informatorevigevanese.it/attualita/2026/09/18/news/nuova-riserva-di-caccia-tra-vigevano-e-gambolo-sabato-la-protesta-con-passeggiata-e-biciclettata-569621/

Alle 11 è previsto un momento di riflessione con l’attore Stefano Chiodaroli

Ilaria Dainesi

Ilaria Dainesi

ilaria.dainesi@ievve.com

Una passeggiata e una biciclettata per contestare l’istituzione della nuova azienda faunistico-venatoria (AFV) Dei Duca nel territorio tra Vigevano e Gambolò. È la mobilitazione organizzata per domani, sabato 19 settembre, da cittadini, associazioni e proprietari di terreni agricoli e boschivi contrari alla riserva, alla vigilia dell’apertura della stagione venatoria. I ritrovi sono fissati alla Sforzesca, alla Cooperativa Portalupi, al piazzale della Chiesetta e al Centro sociale di Belcreda; la partenza è alle 9,30 per il percorso a piedi e alle 10 per la biciclettata. Entrambi gli itinerari raggiungeranno la Chiesetta del Crocifisso, dove alle 11 è previsto un momento di riflessione con l’attore Stefano Chiodaroli.

L’iniziativa nasce dall’assemblea organizzata venerdì scorso al centro sociale di Belcreda, alla quale hanno partecipato abitanti e frequentatori della zona. Tra le questioni sollevate c’è soprattutto quella dell’accessibilità alle aree interessate. Alcuni partecipanti hanno riferito di aver trovato cartelli che vieterebbero o limiterebbero l’ingresso in determinate zone e di essere stati invitati ad allontanarsi da persone in borghese indicate come vigilanti. Le associazioni chiedono agli enti competenti di verificare la legittimità della segnaletica e le qualifiche degli addetti alla vigilanza. Durante l’incontro è stata inoltre prospettata la possibilità di presentare un ricorso urgente contro il provvedimento regionale del 31 luglio che ha autorizzato la nuova riserva.