Sabato pomeriggio presso l’Ospedale Civile di Vigevano si è verificato l’ennesimo episodio di violenza, da parte di una persona ubriaca o comunque alterata che spazientita dall’attesa ha prima invitato gli altri astanti ad uscire, poi ha cominciato a spaccare tutto, mettendo fuori uso il Pronto Soccorso per diverse ore, dirottando così tutte le urgenze verso la Clinica Beato Matteo, creando code e attese che avrebbero potuto originare conseguenze anche gravi.
Noi condanniamo in maniera netta ed inequivocabile quanto è successo e ribadiamo che la mancanza di presidi di forze di sicurezza (che in passato esistevano) in luoghi come: Ospedali, Stazioni, edifici di pubblica utilità, vuol dire accettare supinamente i rischi.
Le risorse economiche devono essere impegnate per il miglioramento della vita delle persone e dei servizi socio sanitari onde evitare lunghe attese o chiusure di presidi e non spesi per acquistare armi per improbabili aggressioni da parte di paesi stranieri.
Soltanto una reale presenza delle Istituzioni, in concertazione con tutte le forze politiche, può prima arginare e poi risolvere una situazione sempre più fuori controllo.
La propaganda e demagogia fatta sinora dalle destre (ronde/esercito) non risolve il problema, anzi lo accentua creando false speranze nella popolazione.
Invitiamo tutti a farsi parte attiva di queste problematiche in prima persona e non delegando a chi da molti anni di fatto pensa più ad interessi personali che non al bene collettivo.
La situazione in cui versa la città è sotto gli occhi di tutti.
Circolo “Hugo Chavez Frias” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano
Convegno materiali | Il neocolonialismo della pace – di Andrea Fumagalli
La firma dell’accordo di pace tra Israele e Hamas ha giustamente suscitato molte speranze perché si possa arrivare a un definitivo “cessate il fuoco”. Tuttavia, dietro questo accordo si nascondano nuove forme di colonialismo e di depredazione/saccheggio a danno dei palestinesi e dei territori occupati. La guerra delle armi e delle macerie lascia così lo spazio a una nuova guerra: quella del business della ricostruzione, della speculazione e del profitto per pochi
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Il vertice del 13 ottobre 2025 a Sharm el-Sheikh per la convalida a livello internazionale degli accordi di pace tra il governo israeliano e Hamas con la mediazione del Quatar, Egitto e Turchia viene descritto come una tappa storica nell’evoluzione dei rapporti tra Israele e i paesi del Medio Oriente e un esempio di pacificazione globale. Ma nel nome della fine (unilaterale) delle ostilità contro una popolazione civile inerme, si tratta invece di una delle pagine più ipocrite e meno gloriose nella storia del colonialismo occidentale. Perché di neo-colonialismo trattasi e gli interventi di Netanyahu e di Trump alla Knesset nella mattinata – a dir poco agghiaccianti – lo hanno ben confermato.
Presenti al vertice ci sono in primo luogo i Paesi mediatori nella trattativa, a partire da Turchia e Qatar. Non c’è Benjamin Netanyahu e non ci sono rappresentanti di Hamas. L’Europa è rappresentata da vari leader, dal francese Emmanuel Macron allo spagnolo Pedro Sanchez al primo ministro britannico Keir Starmer. In totale, i leader dovrebbero essere una ventina, compresa la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni (alla ricerca di un ruolo internazionale, che nonostante i suoi falsi proclami, non è in grado di avere se non in una corte di vassalli). C’è anche Antonio Costa per l’Ue (ma non la presidente Ursula Van der Leyen, che non è stata invitata) e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.
Le agenzie di stampa internazionali, prone all’informazione mainstream, concordano nell’affermare che “lo scopo del vertice in Egitto è quello di garantire una legittimazione internazionale all’accordo di pace tra Israele e Hamas, così che nessuna delle parti in causa possa tornare indietro”. L’obiettivo dell’incontro, ha sottolineato la presidenza egiziana, è “porre fine alla guerra, intensificare gli sforzi per raggiungere la stabilità in Medio Oriente e inaugurare una nuova era di sicurezza e stabilità”. L’accordo riguarda la prima fase del piano di pace proposto dagli Stati Uniti.
Ciò che sappiamo è che, nell’immediato, oltre allo scambio tra ostaggi e detenuti palestinesi (ma con l’esclusione Marwan Barghuthi, l’unico leader in grado di riunire le forze politiche palestinesi da Gaza a Ramallah e per questo considerato da Israele troppo pericoloso), ci sarà l’ingresso degli aiuti umanitari e l’esercito israeliano continuerà a controllare comunque più del 50% del territorio gazawo. Il sito Jewish Voice for Liberation pubblica le prime analisi del Piano Trump, e scopre che Israele manterrà il controllo del 58% di Gaza, guarda caso i terreni agricoli della Striscia, che i coloni sono già pronti a occupare.
Nel prossimo futuro, invece, l’accordo prevede la consegna delle armi da parte dei miliziani di Hamas e delle altre forze militari palestinesi (obiettivo difficilmente realizzabile) e che Gaza sarà governata da un’amministrazione transitoria temporanea: un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e delle amministrazioni comunali per la popolazione. Questo comitato sarà composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione di un nuovo organismo internazionale di transizione, eufemisticamente chiamato Board of Peace (quando il nome corretto dovrebbe essere Board of Ruins), che sarà presieduto dal presidente Donald Trump, con altri membri e capi di Stato che saranno annunciati, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair. Nulla viene detto a proposito della Cisgiordania né della volontà di porre fine alle violenze dei coloni israeliani e all’occupazione israeliana che dura da 77 anni.
In realtà, il vertice in Egitto sembra più la riunione di un comitato d’affari, a cui sono stati invitati solo i paesi che più potranno trarre beneficio economico dal business della ricostruzione di Gaza e dallo sfruttamento dei giacimenti offshore. Per gli Stati Uniti inoltre si tratta di festeggiare un risultato politico che un ringazzullitoTrump ha intenzione di utilizzare per ribadire l’egemonia militare, economica e diplomatica a livello globale, in una fase in cui tale egemonia è messa in discussione su più fronti.
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Quasi 200mila edifici distrutti, reti idriche ed elettriche da rimettere in funzione, strade da rifare: la Striscia diventerà un immenso cantiere. La Banca Mondiale nel febbraio 2025 aveva stimato in 53 miliardi di dollari la somma necessaria per riparare le devastazioni nella Striscia e in Cisgiordania: una cifra pari a tre volte il Pil della Palestina. Dopo l’invasione di terra del 15 settembre 2025, la stessa Banca Mondiale ha aggiornato il conto a 80 miliardi dollari.
Secondo tale fonte, 30 miliardi di dollari sarebbero destinati al ripristino delle infrastrutture fisiche, mentre altri 19 miliardi coprirebbero le perdite economiche e sociali causate dal conflitto. Solo il sistema sanitario avrebbe bisogno di oltre 7 miliardi, in un territorio dove il 94% degli ospedali è stato distrutto. Ma la crisi non risparmia nessun settore: il 90% degli appartamenti e delle scuole, l’86% dei campi coltivabili e il 65% delle strade risultano danneggiati o in macerie.
Inoltre, sarà necessario in primo luogo avviare la rimozione di circa 61 milioni di tonnellate di detriti, gran parte dei quali contenenti amianto. Un’operazione titanica che, secondo le stime della Banca Mondiale, richiederà 21 anni di lavoro e 1,2 miliardi di dollari di risorse.
L’Unione europea mira a un ruolo centrale nella ricostruzione, coordinando un gruppo di Paesi donatori per sostenere la ripartenza di Gaza. La Bei (Banca Europea degli investimenti) e la Commissione Europea stanno pensando a un piano di ricostruzione (Gaza Reconstruction Facility), con il supporto della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite, sul modello ucraino e a fine settembre hanno annunciato la firma con l’Autorità monetaria palestinese di una linea di credito da 400 milioni di euro per sostenere la ripresa economica del settore privato in Palestina.
Secondo Milano Finanza, il documento IRDNA (The Gaza and West Bank Interim Rapid Damage and Needs Assessment) prevede una filiera integrata di imprese locali e internazionali, dalle demolizioni al project management. Le agenzie multilaterali puntano a combinare operatori palestinesi e contractor Mena (Middle East North Africa) per i lavori di base, con società europee e asiatiche nei ruoli di supervisione, utilities e ingegneria ambientale. […] I settori a maggiore impatto sono housing, con domanda immediata di prefabbricati, acqua ed energia, desalinizzazione e micro-reti elettriche […] I gruppi dell’area Mena si stanno posizionando per i futuri bandi multilaterali: le egiziane Orascom Construction e Arab Contractors, la libanese-qatariota Consolidated Contractors Company, l’Organi Group, le turche Limak Holding e Tekfen, insieme al colosso immobiliare Talaat Moustafa Group, figurano già nei dossier preliminari della Lega Araba. La regia della Casa Bianca negli accordi di pace garantisce un ruolo alle aziende Usa. Bechtel, Aecom e Fluor sono pronte per i primi progetti infrastrutturali, come reti idriche e sanitarie. Caterpillar, fornitore globale di macchinari pesanti, potrebbe essere coinvolta nella logistica e nella rimozione delle macerie (dopo che ha – macabra ironia – contribuito alla distruzione delle case di Gaza…). Anche l’Europa e l’Italia non stanno a guardare. A piazza Affari, per esempio, si è messo subito in luce il comparto costruzioni e materiali, con Cementir, Buzzi e Webuild tra i titoli più esposti in Italia. In particolare, secondo Banca Akros, Cementir “potrebbe beneficiare della fine dei conflitti in Ucraina, Siria e nella Striscia di Gaza” grazie alla forte presenza in Turchia che la colloca nella posizione ideale per servire i cantieri dell’area. Last but not least, l’Eni potrà attivare le concessioni vinte ma congelate dal 7 ottobre 2023 sui giacimenti di gas antistanti le coste di Gaza
Si confermano così le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani in un’intervista al Quotidiano Nazionale: “Vogliamo essere protagonisti oltre che della sicurezza, della ricostruzione. Con lo sguardo rivolto alle infrastrutture, anche con l’impegno delle nostre imprese”.
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La guerra è un grande business e l’intreccio con la politica è oramai evidente dando realtà concreta a forme di neofeudalismo e neocolonialismo che, seppur mai del tutti scomparsi, si ritenevano marginali nell’era post-coloniale.
Tale istanza è oggi governata dalla finanza e della speculazione immobiliare. Non è necessario il controllo diretto del territorio. È sufficiente la sua bonifica da qualsiasi possibile opposizione politica e sociale.
Tony Blair, ex primo ministro britannico oggi advisor internazionale fondatore della Tony Blair Institute for Global Change , secondo il sito Economy, “si muove da settimane come mediatore e promotore della Blair Capital Real Assets, un fondo specializzato in operazioni post-conflitto e rigenerazione di aree strategiche che ha già avviato relazioni con la Lega Araba e con la partnership MENA Investment Board”. Blair ha lavorato in tandem con banche quali Standard Chartered e Barclays per predisporre un veicolo d’investimento ad hoc dedicato a Gaza, mirando ad attrarre sia capitali sovrani dei paesi del Golfo sia fondi pensione istituzionali europei.
Parallelamente, sul fronte americano, Donald Trump ha ufficializzato l’impegno della Trump Organization attraverso la nuova piattaforma Middle East Recovery Properties, un consorzio di veicoli finanziari che include la Trump International Real Estate, le Kushner Companies, la Witkoff Development e soggetti legati a Bain Capital e Carlyle Group. Non sorprende che tali società facciano riferimento alle persone (il genero Kushner e l’inviato di Trump per la questione medio-orientale, Witkoff) che erano fisicamente presenti all’incoronazione di Trump alla Knesset israeliana e al vertice di Sharm el-Sheikh, confermando un conflitto di interessi che farebbe impallidire gli eredi di Berlusconi
Più nello specifico, sempre secondo il magazine Economy, la Blair Capital Real Assets svolge la funzione di advisory strategico e di co-investimento istituzionale, assicurandosi i diritti prioritari su progetti di utility, resort e infrastrutture portuali. La Middle East Recovery Properties di Trump, invece, dovrebbe operare come motore esecutivo, con il compito di raccogliere capitali globali, stringere partnership operative con advisor legati a Blackstone, Citadel e fondi arabi affiliati all’Abu Dhabi Investment Authority, per poi internalizzare la gestione degli appalti, della pianificazione urbanistica e del lancio commerciale degli asset immobiliari.
Un’operazione che non solo farà diventare l’area una schifezza (un mercato coperto che non avrà più nemmeno la copertura) ma che peggiorerà anche di molto la vita delle persone che abitano alla zona.
Gli alberi che verranno piantati al posto di questi saranno molto più bassi e non riusciranno a svolgere la funzione che questi hanno: sia dal punto di vista della produzione di ossigeno, e sia dal punto di vista dell’abbassamento delle temperature in estate (coprendo il tratto del mercato del sole cocente e diretto dell’estate).
Insomma: una zona in cui la qualità dell’aria peggiorerà di molto e che d’estate sarà inutilizzabile a causa delle alte temperature.
Per aumentare salari e pensioni, Per dire NO al riarmo, Per investire su sanità e scuola, Per dire NO alla precarietà, Per una vera riforma fiscale. Concentramento a P.zza della Repubblica, ore 13:30; conclusione a P.zza San Giovanni in Laterano
Interessante libro di Aldo Burresi che racconta la sua storia di dirigente CGIL del nostro territorio che è poi la storia delle lotte sindacali del nostro territorio. Vi aspettiamo.
Vale la legge del più forte. La legge del mare internazionale che non vale più. Uno Stato accusato di genocidio, decide arbitrariamente il blocco, dice che le acque sono sue, sequestra il pacifico naviglio della Flottilla e arresta i suoi membri compresi Parlamentari di vari Stati europei.
Gli Stati europei a doppio standard tra cui l’Italia, mentre straparlano di diritto internazionale e guerra si inchinano al sopruso. L’unica risposta a questa pavidità, vigliaccheria e complicità del Governo Meloni, è la mobilitazione e sciopero generale.
Rifondazione Comunista, invita a mobilitarsi subito in tutte le piazze lombarde e sostenere la proclamazione dello sciopero generale di 8 ore indetto da tutti i sindacati di base e CGIL per Venerdì 3 ottobre.
Rifondazione Comunista Lombardia – La Segreteria Regionale
Il Ministero degli Affari Esteri italiano ci ha informato che la fregata navale che segue la nostra flottiglia emetterà presto una chiamata radio, offrendo ai partecipanti l’”opportunità” di abbandonare la nave e tornare a riva prima di raggiungere la cosiddetta “zona critica”. Siamo assolutamente chiari: questa non è protezione. È sabotaggio. È un tentativo di demoralizzare e frammentare una missione umanitaria pacifica che i governi non sono riusciti ad assumersi, anche se è il loro silenzio e la loro complicità che hanno portato a questo punto
Questa è codardia mascherata da diplomazia. Se l’Italia cercasse davvero di proteggere vite umane, non agirebbe come complice di Israele, né farebbe pressione sui civili affinché si ritirassero. Userebbe la sua flotta navale per garantire il passaggio sicuro di volontari pacifici a Gaza, per far rispettare il diritto internazionale e per consegnare rifornimenti salvavita. Qualsiasi cosa di meno è complicità.
Ogni singolo partecipante a bordo è arrivato con la piena consapevolezza dei rischi. Non siamo qui con false illusioni. Siamo qui perché è molto più pericoloso rimanere in silenzio di fronte al genocidio, alla fame e alle punizioni collettive che salpare trasportando aiuti umanitari. Il governo italiano lo sa, eppure invece di usare la sua considerevole potenza navale per rompere un assedio illegale, sceglie di scortarci solo fino al punto di pericolo e poi cercare di allontanarci, riportandoci a riva a mani vuote, mentre Israele continua a massacrare e affamare il popolo palestinese nella più totale impunità
Lo ripetiamo: la flottiglia prosegue. La Marina italiana non farà deragliare questa missione. La richiesta umanitaria di rompere il blocco non può essere ritirata in porto e la nostra responsabilità morale non può essere abbandonata a mare. Ogni miglio nautico che percorriamo, ogni minaccia che affrontiamo, non fa che sottolineare ciò che i governi non sono riusciti a fare e ciò che i cittadini comuni sono ora costretti a fare.
Il blocco di Israele è illegale. Il suo assedio è criminale. E il silenzio del mondo è intollerabile. Se il governo italiano vuole essere ricordato per il suo coraggio, deve navigare con noi.
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