4 Gennaio 2024
Categoria: Giovani comunisti/e
Rifondazione Comunista Mortara: presidio per la Palestina
15 Dicembre 2023
Il Partito della Rifondazione Comunista scende in piazza a Mortara domenica 17 dicembre, alle ore 15 e 30, a favore del popolo palestinese in lotta, per chiedere lo stop immediato del genocidio in corso a Gaza e per il riconoscimento internazionale di uno stato palestinese.
Il presidio statico si terrà in piazza del Teatro, e aderiscono, oltre al Prc, anche i Giovani Comunisti, Unione Popolare, l’Associazione Culturale Islamica di Mortara, la sezione Anpi – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia “Fratelli Capettini” di Mortara e il Collettivo Culturale “Rosa Luxemburg” di Vigevano.
“La strage di civili, soprattutto donne e bambini, in corso a Gaza ed in Palestina dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso – dichiara Giuseppe Abbà, consigliere comunale del Partito della Rifondazione Comunista – non ci può lasciare indifferenti o titubanti in nome di una presunta equidistanza e del diritto di Israele alla difesa. 6.600 bambini sono stati uccisi a Gaza, e questi numeri confermano che si tratta di un vero e proprio genocidio che non ha paragoni con altre drammatiche vicende accadute in epoche recenti. Le varie dichiarazioni del mondo occidentale, del mondo arabo e quelle stesse dell’Onu, di condanna di Hamas e della risposta spropositata di Israele, non incidono minimamente su quello che sta succedendo: Israele, indisturbato, sta distruggendo un popolo in modo calcolato, con una reazione che non è di guerra all’attacco di Hamas, ma di un pianificato eccidio, in continuità con 75 anni di sistematica epurazione ed espulsione dei palestinesi dai propri territori”. L’obiettivo finale di Israele, secondo i rappresentanti di Rifondazione Comunista, è quello di distruggere qualsiasi entità palestinese al fine di una totale annessione dell’intero territorio, continuando a ignorare tutti i deliberati dell’Onu, gli accordi di Oslo e le dichiarazioni dei vari governanti che ripetono ormai in modo quasi rituale e acritico la necessità di due stati. “In questo momento drammatico – prosegue Giuseppe Abbà – al di là e oltre le necessarie analisi politiche sulle responsabilità di Israele, e sulle ragioni del progressivo indebolimento della capacità di guida politica e di delegittimazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, è necessario attivare tutti i percorsi di mobilitazione per un immediato cessate il fuoco, rimarcando la distanza tra i governi, compreso il nostro, appiattiti su posizioni neutrali o di aperto supporto al governo israeliano, e le società civili che in larga misura stanno manifestando per la Palestina libera. Importante in questo percorso è il contrasto alla disinformazione e alla limitazione delle voci critiche, affinché le notizie e le immagini che arrivano dalla Palestina grazie al lavoro di giornaliste e giornalisti, tra cui i 63 reporter uccisi finora a Gaza, le voci che dal mondo ebraico si esprimono contro le scelte del governo israeliano, possano trovare sponda in un’opinione pubblica che in ogni piazza ed in ogni paese si mobilita per fermare questo genocidio”.
La guerra non è la soluzione e combattere per la pace significa stare dalla parte dei popoli oppressi.
Per questo Rifondazione scende in piazza: è urgente fermare il massacro, chiedere una tregua immediata che consenta la fornitura di aiuti umanitari, la fine dell’apartheid e dell’occupazione israeliana e la riapertura di serie trattative.
La discussione e la riflessione sul futuro di quell’area dipendono anche da ciò che succede ora.
RIFONDAZIONE COMUNISTA MORTARA – GIOVANI COMUNISTI/E

70 MILA FIRME DEPOSITATE AL SENATO DA UNIONE POPOLARE SUL SALARIO MINIMO A 10 EURO
28 Novembre 2023
OGGI A ROMA CON LE ALTRE FORZE DI UNIONE POPOLARE ABBIAMO CONSEGNATO IN SENATO 70.000 FIRME PER LA PRESENTAZIONE DELLA PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE SUL SALARIO MINIMO A 10 L’ORA
La giornata ha preso il via con una partecipata conferenza stampa di presentazione davanti a Palazzo Madama dopo di che una nostra delegazione è entrata in Senato per la consegna delle più di 70.000 firme che le compagne e i compagni di Unione Popolare hanno raccolto in questi sei mesi al fine di presentare la proposta di legge di iniziativa popolare per un salario minimo legale non inferiore a 10€ l’ora, automaticamente indicizzato rispetto all’inflazione e non gravante sulla fiscalità generale.
Una proposta di civiltà che mette le basi per contrastare il lavoro povero che impervia in questo Paese.
#UnionePopolare lavorando unitariamente ha dato prova di essere in grado di avanzare una proposta politica chiara e riconoscibile e che, quando si lavora insieme, si portano a casa i risultati.
Ora il #Senato è tenuto a discutere la nostra proposta di legge e l’obiettivo comune deve essere quello di costruire mobilitazione e iniziativa unitaria atta a stringer i tempi ed a mettere i presupposti per far si che la discussione parlamentare venga fatta il prima possibile. #10èilminimo@follower
28.11.2023
Fabrizio Baggi, Segretario Prc/SE Lombardia e componente del Comitato promotore regionale di Unione Popolare Lombardia


“Cara” Università
26 Novembre 2023
Fonte: https://www.sulatesta.net/cara-universita/
Foto: http://Foto da www.open.online
Simone Rossi*, Edoardo Casati**
Uno dei tanti cori delle mobilitazioni universitarie di quest’anno è stato: “La borsa di studio non si tocca/ci togliete il cibo dalla bocca!”.
“Solo un coro” qualcuno potrebbe dire; “un grido di aiuto e di rabbia” diciamo noi.
Un grido che rende palese la necessità, per tutte le studentesse e gli studenti d’Italia, di avere accesso all’istruzione fino al più alto grado. A oggi, infatti, non è così, e anzi l’università italiana è elitaria, e come istituzione in grado di fornire il più alto grado di formazione sta morendo.
Errore: accesso negato
Per capire la realtà dei costi universitari, basti citare il fatto che le persone diplomate che intraprendono il percorso universitario sono appena 2/3 del totale, e pochissime provenienti da istituti professionali, dove di solito va chi viene dalle famiglie meno abbienti. Quando parliamo di costi, infatti, dobbiamo considerare, oltre a quelli elevati delle tasse universitarie, anche i costi dei libri (difficili da trovare nelle biblioteche che hanno sempre meno risorse), della mensa, del trasporto. In molti casi, vi è il trasferimento in una località diversa dalla propria o, come alternativa, lunghi viaggi in treno: appena il 40% delle persone frequenta infatti l’università nella stessa provincia in cui si diploma (pensiamo a chi vive in piccoli borghi o al Sud e nelle Isole). Bisogna poi tenere conto che il diritto all’accesso agli studi dipende molto dalle risorse della singola università, che variano in base alla sua posizione e dimensione. Tutto questo senza contare che il percorso universitario spesso non consente di lavorare. Secondo alcuni dati, è chiaro perché nelle università italiane il numero di persone laureate, che vengono dalla numerosissima classe lavoratrice, è uguale a quello di chi viene dalla minuscola minoranza dei ceti privilegiati, a ulteriore conferma che non esiste in Italia un’università di massa.
Eppure, esisterebbero diritti istituiti appositamente per garantire il diritto allo studio, come alloggi e borse di studio.
La questione delle borse è, ovviamente, strettamente legata alle tasse universitarie, il cui aumento da decenni dimostra il disinteresse dei nostri governi nel garantire a tutte le persone la possibilità di studiare; per rendere ancora più chiaro questo disinteresse, va detto che la gestione delle borse, di competenza regionale e quindi dipendente dalle risorse di ogni regione, è basata su uno stanziamento di fondi preventivo e a esaurimento. Le differenze sono enormi, in termini di possibilità di spesa tra regione e regione, con un solco profondo tra le regioni del Nord e quelle del Sud. Ciò ricade a cascata anche sulla capacità dei singoli atenei di assicurare effettivamente l’accesso alle risorse universitarie per tutte le studentesse e tutti gli studenti. Accade anche molto spesso che chi vince una borsa, per mantenerla, debba continuare a ottenere risultati eccellenti e senza rimanere indietro, pena la restituzione dell’intero importo della borsa. Insomma, è “il danno oltre la beffa” per quelle famiglie che non si sarebbero potute permettere i costi dell’università e che, proprio per questo, hanno richiesto una borsa, rischiando di ritrovarsi, a percorso intrapreso, a dover far fronte a delle spese che, senza il supporto dello Stato, non sarebbero mai riuscite a sostenere e che forse, se il supporto fosse mancato sin dall’inizio, non avrebbero nemmeno mai pensato di intraprendere.
La conseguenza dei tagli all’accesso all’università è che una parte consistente della popolazione studentesca è costretta a lavorare per poter studiare; spesso in nero, date le condizioni lavorative di questo paese.
Per quanto riguarda gli alloggi la situazione è drammatica, se pensiamo che solo in due regioni italiane il totale degli alloggi universitari supera il 10% di quelli che sarebbero necessari per tutte le persone fuorisede. Numeri ridicoli.
L’arrivo: gli strumenti per potersi laureare
Un altro elemento, emblematico della controrivoluzione portata avanti nell’università sin dagli anni ‘80, è quello delle facoltà a numero chiuso, funzionali a ridurre il numero di figure professionali laureate in vari settori, pensiamo per esempio ai medici, mentre, sul modello statunitense, vengono gradualmente ridotte le persone laureate in medicina per sostituirle con quelle di infermieristica e professioni sanitarie, una dimostrazione evidente a chiunque dello squilibrio gravissimo tra le pretese del tanto decantato “mercato” e le necessità della popolazione.
Di contro, dove il numero chiuso non c’è, vediamo un sistema universitario che punta sempre di più sulla quantità delle persone che ogni anno effettuano l’iscrizione senza alcun interesse per la qualità della preparazione da fornire, e senza per questo ampliare il personale docente o gli spazi accademici, con un forte impatto sulla quotidianità della popolazione studentesca. Malgrado questo tentativo di puntare alla quantità, la popolazione universitaria in Italia negli ultimi anni sta calando, mentre tra chi prosegue gli studi dopo le scuole superiori sono sempre di più le persone che fuggono dall’università pubblica preferendo. Chi è benestante quella privata, chi non lo è, quella telematica. In quest’ultimo settore stiamo assistendo, in Italia, a un vero e proprio exploit: nell’anno universitario 2010/11 le persone iscritte alle università telematiche erano 40 mila, oggi assistiamo a crescite esponenziali che ci portano ad avere, nell’anno 2020/21, 185 mila iscritte e iscritti. Nonostante ciò, le università italiane non fanno nulla per includere le studentesse e gli studenti che sono più in difficoltà, non garantendo neppure l’affiancamento con tutor. In questo modo si spinge queste persone ad abbandonare gli studi.
L’accesso all’istruzione universitaria non è più un “servizio” (un diritto, diremmo noi) da estendere progressivamente, ma diviene un privilegio che ci si può permettere di iniziare ma che solo poche persone possono riuscire a concludere, perché foraggiate dalle possibilità economiche della famiglia, che permettono loro di poter usufruire di ripetizioni o corsi privati di “potenziamento”. È ovvio, altresì, che questa situazione di mancata solidarietà e di mancato sostegno mette in luce (anche qui come nella società tutta) le differenze di classe più marcate. Si dice spesso, a ragione, che l’università si è via via trasformata in un mero “esamificio”, dove l’unica cosa che conta è la corsa per quel pezzo di carta che sta perdendo progressivamente ogni valore, se confrontato con le università private d’élite. Già ora non dice più quasi nulla di conoscenze acquisite. In questa corsa, chi può si fa aiutare privatamente, e chi non può soccombe. Questa differenza dimostra il classismo del concetto di “meritocrazia” che la destra tiene a imporre. In una società in cui le persone più abbienti possono permettersi ripetizioni e approfondimenti fatti privatamente, non ha senso pensare di poter fare paragoni con chi, invece, non riesce fare fronte a questa spesa o con chi, pur riuscendoci, deve tentare di moderarla il più possibile, dato l’altissimo impatto che una spesa del genere ha sul budget familiare.
Una visione d’insieme: che fare?
Sarebbe facile considerare questo insieme di problematiche come dipendente da scelte della singola università, come una “cattiveria” non necessaria. Non è purtroppo così. Per quanto le istituzioni universitarie siano quasi sempre in accordo con questo piano di svendita del diritto allo studio, ciò che rende il processo qualcosa di strutturale è l’ANVUR, ente controllato dal Ministero dell’Università e della ricerca (MUR) e che si occupa, per esempio, di gestire il finanziamento pubblico delle università, sulla base di una serie di indicatori che mettono le università in competizione tra loro e le forzano a tagliare sulle spese sociali, oltre a costringerle a rivolgersi a finanziamenti privati per colmare quella parte di bilancio che l’ANVUR strutturalmente non sostiene: un meccanismo nazionale di spolpamento dei nostri diritti.
Ci auguriamo che risulti chiaro il perché delle mobilitazioni per gli alloggi e per il diritto allo studio in generale. Per poter studiare dignitosamente, tuttavia, è prioritario riuscire a ricostruire un movimento universitario nazionale che abbia la forza di rispondere a questi attacchi, partendo da chi si sta già mobilitando: dalle proteste contro l’aumento dei costi della mensa a Torino, alle università chiuse alle persone non iscritte come a Bologna, dall’attacco alle infiltrazioni delle grandi compagnie del fossile o dell’entità sionista come a Roma, al rilancio dell’alleanza tra comunità studentesca e classe lavoratrice, per convergere ed insorgere insieme, come a Firenze con la vertenza GKN, cercando di ricostruire un blocco che comprenda anche studentesse e studenti medi, sempre con attenzione verso chi non può studiare per motivi economico-culturali.
* 23 anni, studente di filosofia all’università La Sapienza di Roma. Membro dei GC nella federazione di Roma e responsabile scuola ed università per la stessa federazione. Già in precedenza in altre organizzazioni, da 4 anni nel coordinamento dei collettivi della Sapienza.
** 20 anni, studente di scienze politiche all’ università di Pavia. Dal 17 Settembre 2019 é coordinatore dei/delle Giovani Comunisti/e della federazione di Pavia. Candidato alla carica di consigliere regionale nelle elezioni del 2023 nella lista di Unione Popolare. Dal 27 Luglio 2023, a seguito della conferenza nazionale GC, é nominato responsabile nazionale saperi.
ALCUNE IMMAGINI DEL CORTEO DEGLI STUDENTI A PAVIA
18 Novembre 2023
Mobilitiamoci per cambiare scuola e Università. Per sodalizzare con il popolo palestinese
17 Novembre 2023
SCUOLA E UNIVERSITÀ SI FERMANO!
È stato proclamato uno sciopero nazionale per tutta la giornata del 17 novembre 2023 a cui come GC aderiamo con convinzione. È importante che ogni studentessa e ogni studente si fermi per protestare contro il continuo impoverimento di tutto il settore dell’istruzione e della conoscenza.
Chiediamo che venga portata avanti una politica di ampliamento degli studentati e l’intervento dello stato per impedire la speculazione selvaggia sui costi degli affitti.
Vogliamo il rifinanziamento pubblico delle università per migliorare la vita della popolazione studentesca. Diciamo basta ai finanziamenti privati delle grandi aziende che impongono alle università l’indirizzo dello studio e della ricerca!
Richiediamo la piena attuazione delle carriere alias a scuola e in università. Vogliamo percorsi di educazione emotiva e sessuale durante l’orario di lezione, oltre alla figura dello psicologo scolastico in ogni istituto.
Riteniamo fondamentale l’abrogazione dei percorsi PCTO. L’inserimento di attività pratiche nelle scuole non può essere una scusa per educare le nuove generazioni a un lavoro non sicuro e non pagato.
Gli stessi PCTO sono purtroppo portati avanti anche in collaborazione con il complesso militare-industriale, indirizzando così le menti al suprematismo, al militarismo, alla svalutazione della vita umana. Necessitiamo di uno Stato che educhi a stare dalla parte dei popoli e contro il colonialismo, in Palestina come altrove.
Desideriamo infine che le università italiane si schierino pubblicamente contro il regime di apartheid ed il genocidio in atto da parte di Israele, e che cessino, intanto, ogni rapporto con questo.
GIOVANI COMUNISTI/E

Video presidio di solidarietà per il popolo palestinese a Vigevano il giorno 12 novembre 2023
13 Novembre 2023
350 persone in piazza, a Vigevano, da quanto non accadeva?
Eppure l’abbiamo fatto. Le abbiamo portate noi.
Al presidio organizzato come Giovani Comunisti (giovanile di Rifondazione Comunista – Unione Popolare) assieme ad alcuni giovani studenti di Vigevano, hanno partecipato più di 350 persone.
Una piazza importantissima che, aggiungendosi alle tantissime piazze in tutta Italia, dice un messaggio molto chiaro: noi non ci voltiamo dall’altra parte.
Il presidio chiede due cose: lo stop immediato ai bombardamenti su Gaza e il riconoscimento, da parte dello stato italiano, dello stato di Palestina. Nel pratico chiediamo di applicare gli accordi di Oslo del 1993 che erano un tentativo di pace e un tentativo di definire i confini dei due stati (accordi che, però, Israele non rispetta).
Il fatto che fossimo l’unica forza politica presente é molto grave ed é rappresentativo dell’ipocrisia che, anche a livello locale, regna in quasi tutte le forze politiche.
Nel video intervento di chiusura del presidio di Edoardo Casati (rappresentante locale del circolo di Rifondazione – Unione Popolare)
Presidio di solidarietà per il Popolo Palestinese a Vigevano
8 Novembre 2023
Il silenzio è impossibile di fronte ai massacri che avvengono ogni giorno nella Striscia di Gaza a danni dei palestinesi; quella che dai media ci viene proposta come una difesa da parte di Israele è in realtà un massacro di civili inermi che vivono senza il necessario per farlo.
Le statistiche parlano chiaro: di più 10 mila morti (più di quelli in Ucraina in due anni) circa 5 mila sono bambini e circa 3 mila sono donne; qui non si parla di numeri: si parla di persone che avevano sogni e desideri. Naturalmente condanniamo le azioni terroristiche e violente di Hamas, ma siamo schierati con forza col popolo palestinese.
L’ONU e l’intera comunità internazionale devono subito intervenire con risolutezza sulla questione palestinese.
Chiediamo lo stop di quello che è a tutti gli effetti un genocidio e di cessare il fuoco subito.
Chiediamo la libertà dei prigionieri delle carceri israeliane e degli ostaggi civili.
L’obiettivo deve essere la costruzione di un nuovo stato democratico, multietnico e multireligioso.
Israele deve retrocedere oltre la linea verde delimitata dagli accordi di Oslo del 1993.


4 date, 4 banchetti
12 Ottobre 2023
15/10 in piazza Ducale
28/10 al mercato cittadino
11/11 al mercato cittadino
26/11 in piazza Ducale
Banchetti unitari di Rifondazione Comunista e di Unione Popolare in cui potrete firmare per il salario minimo a 10€ l’ora (indicizzati all’inflazione) e anche conoscere le nostre proposte per una città migliore che spieghiamo con un volantino apposito.
Sarà anche, viste le ultime escalation, un’occasione per parlare di PACE e di come la guerra pesi sulle tasche dei cittadini che guadagnano, da anni, gli stessi stipendi che però valgono sempre meno.
Gli appuntamenti (due al mese) che ormai, da 3 anni, portiamo avanti sono una bellissima “tradizione” di confronto con la cittadinanza che (e questo ci viene riconosciuto universalmente dai Vigevanesi) portiamo avanti convintamente.
Circolo di Vigevano di RIFONDAZIONE COMUNISTA – UNIONE POPOLARE
Lavori in centro di Vigevano. Raccogliamo la protesta dei commercianti
7 Ottobre 2023


