Categoria: Giovani comunisti/e

E per una volta siamo noi a dire: GIÚ IL CAPPELLO. Ciao Roberto, hasta la victoria siempre!

Edoardo Casati

Oggi ho guardato molte volte il tuo profilo; non mi capacitavo di questa notizia che é arrivata in quello che era un momento di gioia e spensieratezza, durante uno degli ultimi giorni di scuola di tutta la mia vita.Ti descrivo così: gentilezza, passione e coerenza.

Avevi una forza interiore fuori dal comune, forza che hai saputo utilizzare per affrontare tutte quelle sfide che la vita ti ha posto. Avevi voglia di lottare, dentro e fuori la politica. Avevi sempre voglia di sognare un mondo migliore e noi possiamo dire, con molto onore, di aver sognato questo mondo assieme a te.

Per me e per molti giovani del nostro amato circolo sei stato e sarai sempre una grandissima fonte d’ispirazione: da quando mi hai accolto, ormai 5 anni fa, in quella sede in Corso Garibaldi a quando, solo pochissimi giorni fa, abbiamo discusso della situazione politica locale. Proprio in quella occasione mi hai dato l’ennesima e purtroppo ultima lezione di vita e di politica. Tante lezioni impartite e tanti consigli regalati, anche a costo di qualche lavata di capo che però, se mai avrò acquisito un decimo della tua capacità di unire la fermezza delle idee alla gentilezza con cui le si espone, saranno servite sicuramente.

Dicevi che “c’è sempre una ragione per tutto” e possiamo quindi dire che non é sicuramente un caso che tu te ne sia andato lo stesso giorno in cui, anni fa, Enrico Berlinguer pronunciava quel suo ultimo famoso discorso a Padova. Proprio quell’Enrico il cui insegnamento volevi portare in comune. Dicevi “Sarò un sindaco che vi parlerà anche di Partigiani e di Berlinguer…” ora che non lo puoi più fare, ti possiamo promettere una cosa: continueremo a farlo noi. Continueremo a tenerti vivo nelle nostre lotte.

Da te abbiamo da imparare moltissimo e non basta certo un post sui social per spiegare tutto.

Ci carichiamo sulle spalle il tuo insegnamento, la tua coerenza, la tua passione e la tua dedizione; portiamo tutto con noi, nel nostro viaggio, che é partito da lontano e che arriverà lontano.

E per una volta siamo noi a dire: GIÚ IL CAPPELLO.

Ciao Roberto, hasta la victoria siempre!

CONFERENZA STAMPA: “TRENORD, SIAMO AL CAPOLINEA”!

8 Aprile 2022

Campagna sul TPL a cura del Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea e delle/i Giovani Comunaste/i della Lombardia.

A gennaio 2020 la Giunta Regionale rinnova, senza gara d’appalto, l’accordo con Trenord condannando così i cittadini e le cittadine ad altri 9 anni di disagi e disservizio. I ritardi continui e le pessime condizioni dei treni sono solo la punta dell’iceberg di un sistema fatto di mancate verifiche della sicurezza dei mezzi e delle infrastrutture, scarsi controlli sui mezzi, passaggi a livello pericolosi, mezzi strapieni e di una gestione politica del trasporto pubblico.
Chiediamo più trasparenza ed un trasporto pubblico che sia di tutt*, per questo lanciamo la campagna “Trenord, siamo al capolinea!
La conferenza stampa si terrà in forma mista lunedì 11 aprile dalle ore 11:30 alle ore 12:30 c/o il cortile della nostra sede regionale a Milano Via Vallarsa n°2.

Fabrizio Baggi, Segretario regionale Prc/SE Lombardia

Vittorio Savini, Coordinatore GC Lombardia

PER UN PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICO E ANTIFASCISTA

22 Gennaio 2022

PER UN PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICO E ANTIFASCISTA.

Lunedì 24 gennaio avranno inizio in Parlamento le votazioni per eleggere il prossimo Presidente della Repubblica italiana: una tappa fondamentale in vista del prossimo settennato.

In questi giorni assistiamo tuttavia, ancora una volta, ad un approccio alla politica fatto di  giochi strategici, messaggi in codice, specchietti per le allodole.

Poche sono le analisi politiche tese ad individuare una figura davvero adatta a svolgere questo ruolo, selezionando una figura che possa essere per davvero garante della Costituzione nata dall’antifascismo. Una figura che insomma non abbia alle spalle un passato fatto di vicende ambigue ed episodi che la rendano inadatta a porsi alla guida del Paese.

Al di là delle legittime e necessarie mediazioni, degli accordi che questa nomina richiede e che fanno parte integrante del lavoro politico, risulta imbarazzante assistere a continui giochi strategici e candidature di personaggi del tutto inadeguati.

Si è persa la sostanza, si sono perse la dignità e il senso di responsabilità che dovrebbero essere il faro di chi ha il grande privilegio di parlare a nome del popolo italiano.

Il nostro paese non ha bisogno di finti salvatori della patria dietro al quale si nasconde un presidenzialismo mascherato.

Basta candidature oscene, irricevibili e alle volte di facciata.

Basta giochini, circhi, accordicchi dietro porte chiuse, prese in giro, dichiarazioni folli o vuote.

Il presidente dovrà essere completamente autonomo dal consenso attribuitegli dai partiti e non si dovrà limitare a rappresentare le opinioni dei partiti ma dovrà ascoltare il buonsenso popolare, le propensioni dei movimenti, dei sindacati, delle associazioni e del mondo della cultura e del lavoro.

Chiediamo serietà, democrazia, antifascismo; chiediamo una democrazia veramente partecipata.

Il presidente deve essere un sostenitore della solidarietà sociale e della democrazia, contro il fascismo e contro questo sistema economico basato sullo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente.

Ai nostri rappresentanti chiediamo di essere degni del proprio ruolo: “ragazzi, giudizio!”

Vogliamo un Presidente Partigiano come Pertini che nel messaggio di fine anno del 1979 disse agli italiani: “Si svuotino gli arsenali, si colmino i granai.”

GIOVANI COMUNISTI/E

RIFONDAZIONE COMUNISTA, FED. DI PAVIA

LORENZO PARELLI, MORTO OGGI A 18 ANNI IN UN’AZIENDA IN PROVINCIA DI UDINE, DOVEVA ESSERE TRA I BANCHI DI SCUOLA

22 Gennaio 2022

Non è il primo incidente grave durante l’alternanza scuola-lavoro nel nostro paese. Non è accettabile che un ragazzo venga mandato in un contesto così pericoloso.

La realtà è che l’alternanza non corrisponde per nulla a quanto sostengono le norme che l’hanno introdotta.

Ragazze e ragazzi che non arricchiscono il loro percorso formativo ma perdono preziose ore di studio che mai nessuno gli restituirà.  

Si deve insegnare ai ragazzi ad amare la lettura, i libri, la conoscenza non mandarli al macello.

Non si può rubare la vita ai ragazzi in questa maniera barbara. Si usa la scusa della formazione per procurare manodopera gratuita alle imprese.

Siamo tornati a una società iper-classista. Chi ha introdotto questa legge e l’ha votata è da ritenersi politicamente responsabile di quanto sta accadendo.

A governo e parlamento torniamo a chiedere di abolire immediatamente questa legge infame e che la scuola recuperi il compito che gli assegna la Costituzione.

Ai familiari le più sentite condoglianze di @rifondazione e dei/delle GC.

GIOVANI COMUNISTI/E

CALZATURIERO – La crisi del settore vista da Edoardo Casati, coordinatore dei Giovani Comunisti di Pavia

Il comparto ha preferito ridurre il costo del lavoro

«Le aziende del settore, tutte medie e piccole, non hanno investito in innovazione e competenze»

Testo a cura di Edoardo Varese, da “Il Punto Pavese” del 12/07/2021

Un settore che ha segnato per decenni la storia di Vigevano e della terra del riso, dal secondo dopoguerra fino ad arrivare ai giorni nostri. Un arco di tempo immenso, ricco di vari avvenimenti storici e di eventi. Stiamo parlando del settore calzaturiero ed in particolar modo della ditta Moreschi, un’azienda che ha reso famosa la cittadina ducale in Italia, in Europa e nel mondo: il fatto che Vigevano fosse considerata la capitale della scarpa ne è una diretta conferma. Un’azienda che però, adesso si trova costretta a lottare per la propria sopravvivenza.

Come sempre, per capire il motivo per il quale una ditta che per anni ha portato avanti la propria attività con grandi risultati, sia andata incontro ad un inesorabile declino, occorre soffermarsi sul rapporto cause ed effetto. Analizzando le varie scelte di stampo economico-politico che si sono rivelate errate. In questo senso, Edoardo Casati, coordinatore dei Giovani Comunisti di Pavia, vuole dare uno sguardo da vicino al destino al quale sta andando incontro il famoso marchio calzaturiero vigevanese.

“I problemi – spiega Edoardo Casati – sono iniziati a sorgere a partire dal momento in cui invece di innovare i prodotti, si è preferito ridurre i costi del lavoro. Con la globalizzazione, se si vuole vendere su larga scala i propri prodotti, è fondamentale innovare, altrimenti si rischia di implodere. Le aziende di Vigevano, tutte piccole o medie, invece di investire per nuove competenze, hanno abbassato i costi del lavoro, diminuendo le proprie possibilità di vendita e azzerando di fatto la possibilità di ottenere guadagni. Quando un’azienda specializzata in un determinato settore entra in crisi, in questo caso quello calzaturiero, perdiamo persone che hanno interesse nel prepararsi adeguatamente per entrare a farne parte. Vengono a mancare delle esperienze professionali che poi sono difficili da recuperare. Noi di Rifondazione Comunista riteniamo sia doverosa una nuova gestione economica da parte dello Stato. Dalla crisi si può fuoriuscire non grazie ai privati, ma solo tramite lo Stato. E il Comune, in questo senso, potrebbe sollecitare questo tipo di intervento”.

La base industriale è molto importante per la sopravvivenza di un Paese.

“Moreschi – prosegue il giovane militante di Rifondazione Comunista – rappresenta l’ultimo baluardo di azienda che contribuisce a creare un settore industriale con basi solide a Vigevano. La vecchia gestione ha dato in mano l’azienda a qualcuno che dell’azienda non era minimamente interessato e soprattutto a qualcuno che non aveva minimamente a cuore i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Lo Stato deve aiutare quelle aziende che vogliono rimanere in Italia e che intendano tutelare tutti i posti di lavoro dei propri dipendenti. Il Comune non ha detto o comunque fatto nulla in favore dei lavoratori della Moreschi. I lavoratori dipendenti vengono trattati come se appartenessero ad una categoria inferiore, un modus cogitandi che deve essere cambiato. Se non si applicano le richieste e le rivendicazioni che noi, mettiamo in campo, si va a peggiorare la situazione. Serve un intervento dello Stato, una programmazione seria che parta dal pubblico e non dal privato. Occorre applicare tutti gli ammortizzatori sociali possibili, partendo da una cassa integrazione che possa gradualmente portare al rilancio produttivo dell’azienda. Si può benissimo fare”.

Gli ingredienti per impedire alla storica azienda di fallire ci sono tutti. Non resta altro da fare che applicarli.

Alessandro Farina: l’appello ai giovani e la sua immancabile presenza in consiglio comunale

Testo a cura di Massimiliano Farrell, da “L’Informatore Lomellino” del 16/06/2021

Giovani, state attenti ai nuovi fascismi! È questo il monito che Alessandro Farina rivolge ai ragazzi e alle ragazze della nuova generazione, che rappresentano il futuro della città, e che dovranno farsi carico molto presto dell’eredità lasciata dalla vecchia classe politica.

È fondamentale per i giovani – afferma il “Farinin” – interessarsi alla politica e a tutto ciò che succede intorno a loro. I giovani rappresentano il futuro, e per questo è importante che oltre a viverlo siano essi stessi a costruirselo. Non bisogna mai dimenticare i valori fondamentali che caratterizzano la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza e dalla lotta contro il nazifascismo. I giovani devono farsi portavoce di questi valori e devono stare attenti, perché il fascismo può sempre ritornare. È necessario essere attivi, fare volantinaggi, partecipare alle iniziative politiche e lottare sempre per la giustizia sociale e per i diritti”.

E Alessandro Farina questo lo sa bene: lui non solo ha fatto il bracciante e l’operaio, non solo è un importante testimone oculare della storia di Mortara dal 1946 ad oggi, ma è anche un uomo dei record. Fin dagli anni ’60, da tempi immemorabili, il “Farinin” ha sempre seguito dalla parte del pubblico tutti i Consigli Comunali della città di Mortara per applaudire e manifestare consenso durante gli interventi dei consiglieri del PCI, prima del 1991, e del PRC, dopo il 1991.

Un cittadino modello che ha sempre partecipato alla vita politica della sua città, tanto che perfino l’ex sindaco di centrodestra Giorgio Spadini, al termine del suo mandato, ha voluto conferire un riconoscimento al “Farinin”, vero e proprio uomo dei record nella partecipazione ai Consigli Comunali.

Oggi, purtroppo, a causa dell’età avanzata, a causa dell’orario serale in cui solitamente si svolgono i Consigli Comunali, e a causa del fatto che ultimamente i Consigli, per via del Covid, si stanno svolgendo da remoto, Sandro Farina non ha più occasione di parteciparvi come faceva una volta. Ma il riconoscimento conferito dall’ex sindaco Spadini rimarrà per sempre.

“Da quando abito a Mortara – racconta il “Farinin” – ho sempre seguito tutti i Consigli Comunali. Ho iniziato a seguirli prima ancora che Giuseppe Abbà fosse consigliere. L’ex sindaco Roberto Robecchi non ha mai sopportato le mie contestazioni, e una volta aveva addirittura chiamato un vigile per allontanarmi. A differenza di Robecchi, invece, l’ex sindaco Giorgio Spadini al termine del suo mandato amministrativo ha voluto darmi un riconoscimento perché in qualità di cittadino, dalla parte del pubblico, non mi ero mai perso un Consiglio Comunale”.

Purtroppo, però, i tempi sono cambiati e un po’ per l’età che avanza, un po’ perché ultimamente i Consigli Comunali si svolgono alla sera e da remoto, Sandro Farina non partecipa più come faceva un tempo. Nonostante ciò, si tiene sempre informato: al mercoledì o al giovedì si reca presso la sede del PRC e si mette a leggere “L’Informatore Lomellino”, legge tantissimi libri sulla Resistenza e sulla storia contemporanea, e partecipa sempre a tutti i banchetti e alle iniziative di partito.

I tradimenti dei Cinque Stelle ai vari movimenti ambientalisti, dei quali hanno intercettato i voti salvo poi fare il contrario.

Grazie all’istituzione del Ministero della Transizione Ecologica il Movimento Cinque Stelle é riuscito a convincere i suoi militanti a dare il via libera al governo Draghi.

Tanta esultanza dalle associazioni ambientaliste WWF, Greenpeace e Legambiente, le quali affermano “Mario Draghi ci fa sentire in Europa”.

Come Giovani Comunisti/e Lombardia dubitiamo che basterà un ministero per una transizione ecologica di cui il nostro Paese e il resto mondo hanno bisogno.

Ricordiamo benissimo infatti le politiche ambientali che le forze politiche che sostengono questo governo hanno portato avanti in passato, dal nucleare di Berlusconi allo Sblocca-Italia di Renzi che ha liberalizzato trivelle e inceneritori, per non parlare dell’appoggio di centrodestra e centrosinistra alla TAV Torino-Lione per la quale stanno devastando i territori della Val di Susa.

Ricordiamo benissimo anche i tradimenti dei Cinque Stelle ai vari movimenti ambientalisti, dei quali hanno intercettato i voti salvo poi fare il contrario.

Dopo aver accettato il TAP e il Terzo Valico nel contratto di governo con la Lega e hanno finito per accettare di fatto anche la TAV lasciando che fosse il Parlamento a stragrande maggioranza favorevole a decidere quando avevano un loro esponente a capo del Ministero delle Infrastrutture.

Non sarà un nuovo ministero a dare al Paese una svolta ecologica, ma un cambio di rotta nelle politiche ambientali: energie rinnovabili in alternativa ai combustibili fossili, lotta ai cambiamenti climatici in opposizione all’alto tasso d’inquinamento atmosferico e raccolta differenziata in opposizione agli inceneritori sarebbero tre importanti punti di partenza.

Se la nostra classe politica non metterà l’ambiente al di sopra degli interessi delle lobby e dei padroni a cui hanno finora servito i peggiori scempi, saranno necessarie le mobilitazioni di piazza perché questo cambio si concretizzi e, come sempre, noi saremo pronti.

Giovani Comunisti/e Lombardia

La sinistra non è immune dal patriarcato

Tratto da: http://www.laspina.red/2020/12/29/la-sinistra-non-e-immune-dal-patriarcato/?fbclid=IwAR039EPXWhDkXQsAKrGAYgBjkYu0hRNKr0PMNcVGsuiri1FcYSC2MfIhD1I

di Martina Briccola, Edoardo Casati, Riccardo Gandini

La storia della violenza contro le donne è strettamente correlata all’idea arcaica della donna come proprietà privata, sottomessa a un uomo “proprietario”. L’immagine della donna come oggetto non autonomo e oppresso nasce con l’affermarsi dell’istituzione sociale del patriarcato, un sistema mondiale globale in cui le disuguaglianze di genere si perpetuano costantemente. Il patriarcato attraversa tutti gli aspetti socio-culturali e gli ambiti di vita di donne e uomini, dalla più intima sfera affettivo-familiare, alla più ampia dimensione economica, politica e sociale. Tutti siamo chiamati a prendere una posizione davanti a questa struttura di ingiustizia per la quale sulla base di una differenza biologica si genera una differenza sociale.

Il mondo della sinistra è tradizionalmente “al fianco delle donne”, delle loro lotte contro il patriarcato e il sistema di violenze e sessismo che esso perpetua. Femminismo e comunismo vanno perciò da sempre di pari passo nella lotta contro le diseguaglianze sociali e il sistema capitalistico, e ideologicamente il pensiero comunista non può ammettere l’oppressione maschile e la violenza sessista. Ciò è teoricamente vero, se non fosse che tra il dire e il fare ci sono di mezzo i retaggi socio-culturali prodotti dalla società patriarcale e capitalistica in cui viviamo, che influenzano i comportamenti e le azioni di tutti, compagni compresi.

Nella figura dei compagni, le donne trovano un importante supporto, e nei circoli e nelle sedi di partito un luogo in cui sentirsi al sicuro e lontane da atteggiamenti fortemente conservatori e discriminatori. Ma non sempre è così, perché anche quegli ambienti politici che sembrano più lontani dalle idee sessiste e maschiliste tipiche della più becera visione politica di destra, spesso assumono atteggiamenti e pensieri in contrasto con le lotte che tanto rivendicano. E se proprio questi luoghi possono prevedere violenze e molestie sessuali e verbali, discriminazioni e prevaricazioni, allora ciò significa che qualcosa, nella mentalità di chi quei posti li frequenta e vi milita, non va.

Questo lo sapeva bene la compagna partigiana Lidia Menapace, che in più occasioni ha raccontato e denunciato un clima non proprio solidale e rispettoso delle donne all’interno del PCI e tra i compagni che vi militavano. Con rabbia ha spesso ricordato quel 25 aprile 1945, quando il segretario Palmiro Togliatti disse a gran voce che le donne non dovevano essere presenti in piazza per festeggiare la Liberazione, perché troppo spesso considerate alla stregua di “prostitute dei partigiani”. Proprio quelle donne che, con coraggio e determinazione, avevano condiviso la montagna e lottato a fianco dei compagni uomini, venivano così considerate da questi ultimi delle “poco di buono”. Le donne delle brigate Giustizia e Libertà, come raccontò la compagna Lidia, decisero invece di sfilare lo stesso, e la loro presenza fu screditata da insulti e volgarità proprio da parte dei compagni di partito.

“Compagni in sezione, fascisti a letto”: un’affermazione molto forte e provocatoria, nata da una lettera scritta dalle compagne dell’UDI (Unione Donne Italiane), che fece arrabbiare tanti compagni di partito, offesi e risentiti per l’essere stati paragonati al nemico fascista. Eppure quella parola così estremizzata e tanto contestata rispecchiava proprio il comportamento contraddittorio e violento di molti compagni che, se nelle sezioni si prodigavano in discorsi aperti alla lotta e all’emancipazione femminile, nel privato delle loro case portavano avanti la cultura sessista del patriarcato. “Non è un problema che riguarda la sessualità” spiegava la compagna Menapace in uno dei suoi tanti brillanti discorsi alle compagne, “ma è una questione che riguarda il potere e la proprietà”: in questo senso, la radice del patriarcato è la “proprietà” dell’uomo sulla donna, la sua pretesa di considerarla tale e il potere di farne una cosa “sua” (la registrazione dell’intervento è in fondo all’articolo ndr). Sono concetti apparentemente ben lontani dal pensiero politico comunista e di sinistra, eppure così vicini e fatti propri da coloro che nella sfera pubblica lottano per abbatterli. Non sono stati immuni quindi nemmeno la resistenza e la rivolta delle classi oppresse contro le classi dominanti da devianze verso sistemi patriarcali di proprietà della donna da parte dell’uomo.

In particolare negli ultimi anni si è vista l’affermazione di nuove teorie di pensiero, di stampo hegeliano e antimaterialista, spacciate per pseudomarxiste, le quali hanno affermato una presunta separazione tra diritti civili e diritti sociali, concependo un disegno di mistificazione volto a confondere i militanti e i simpatizzanti politicamente meno preparati in una contrapposizione inesistente, forse abusando della contrapposizione tra anarchici e comunisti. In particolare sembra si confonda il dibattito tra Marx e Bakunin sulla necessità per il primo di volgere prima ad una liberazione collettiva della classe sfruttata tramite la dittatura del proletariato e per il secondo di dare la priorità alla liberazione dell’individuo in quanto tale. In particolare, filosofi come Fusaro sfruttando tale contrapposizione, da una posizione paradossalmente anticomunista e antimaterialista tacciano i comunisti che lottano anche per i diritti civili, libertà d’impresa e altre amenità escluse, di non rispecchiare i veri valori del comunismo prediligendo forme anarcoidi funzionali, a detta dell’autore, al capitale. L’apparato ideologico di tali teorie affermerebbe invece come la priorità andrebbe data ai diritti sociali, un costrutto che, come i diritti civili, è nato in seno allo Stato borghese, in particolare in funzione di prevenzione da eventuali rivoluzioni proletarie tramite la creazione di forme di assistenzialismo sociale, garanzia di alcune libertà sindacali e di diritti per i lavoratori e lavoratrici.

Tale impianto idealista oltre ad essere una radicale revisione delle teorie di Marx e Engels, in particolare di quanto espresso nel “Manifesto del Partito Comunista” e nelle “Origini della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” è privo di qualsivoglia fondamento sul piano storico e pratico. Engels stesso ben analizza il rapporto tra capitale, patriarcato e ruoli sociali basati sul genere sessuale. Seguitamente tutti i grandi movimenti comunisti del Novecento, da quelli di derivazione prettamente leninista a quelli maoisti, non hanno mai operato discriminazioni simili, cercando chi più chi meno di favorire la creazione di una visione di cittadinanza alternativa a quella borghese, comprendente il più ampio novero di diritti legati alla dignità umana sul piano economico e sociale ma anche un certo grado di libertà individuale, spesso compressa a causa di un certo autoritarismo la cui necessità non sarà esaminata in tale articolo ma quantomeno garantita sulla carta e mai totalmente soppressa.

In questo quadro rientrano anche i compagni e le compagne che prendono sottogamba la lotta per i diritti delle donne e della comunità LGBT+, tralaltro danneggiando trasversalmente anche lotte da loro considerate più “tradizionali”. La disparità di salario tra donne e uomini nel mondo del lavoro non collegherebbe i due ambiti? La questione di uno stipendio idoneo a garantire un minimo di dignità ad una famiglia costituita da due uomini o due donne non è forse una battaglia “sociale”?

Il dibattito sulla stretta correlazione tra capitalismo e patriarcato ha messo in luce che la legittimazione dei rapporti di sfruttamento e dominio nella nostra società hanno radici nel rapporto tra uomini e donne. La permanenza, in ogni luogo e in ogni forma, della violenza, sia essa esplicita o ben nascosta, nei confronti delle donne, rivela la profondità di queste radici.

Sessismo, maschilismo, potere, discriminazione. Affrontare queste problematiche è proprio il compito di chi vuole cambiare il sistema e lotta per una società migliore; ma non basta sventolare bandiere e srotolare striscioni in piazza per dirsi femministi e antisessisti, a maggior ragione se gli atteggiamenti e le azioni che tanto si contestano nella sfera pubblica vengono poi attuati acriticamente nel privato.

Molestie sessuali e verbali, avances fin troppo esplicite, mansplaining, complimenti non richiesti e del tutto inappropriati: sono tante le forme con cui il sessismo e la cultura del patriarcato si è annidata e continua diffondersi indisturbata anche nei luoghi di lotta. Tante, troppe, sono le compagne che hanno vissuto situazioni violente nelle sedi di partito, tante si sono sentite umiliate, tante hanno percepito sguardi di troppo. Tante ancora hanno subito in silenzio l’umiliazione e l’oggettivazione del proprio corpo. Davanti a tutto questo, è fin troppo diffusa la tendenza da parte della comunità maschile di proteggersi dalle critiche, di professare un atteggiamento omertoso e negazionista di un comportamento sessista e discriminatorio che è parte della società in cui vivono. E ancora una volta, questo clima fa capire la portata globale di un problema che non è un mero fenomeno circoscritto a determinati contesti politici e socio-culturali, ma è una questione sistemica che riguarda tutti gli uomini, compagni compresi.

Ed è proprio davanti alle accuse delle donne verso i compagni di partito, che la risposta è sempre la stessa: “non tutti gli uomini sono così!”. Un vero e proprio mantra, uno slogan usato e abusato, quasi sempre senza un minimo di autoconsapevolezza dei propri pensieri e delle proprie azioni; una retorica insulsa che non apporta nessun aiuto alla donna vittima di violenza maschile, ma che serve solo ed esclusivamente a discolpare e allontanare l’uomo dalla problematica che, in quanto sistemica, lo riguarda.

E così la violenza di genere, anche nelle sedi di partito, finisce per essere vista come un caso isolato attuato da uomini problematici, mentre la donna è solo una povera sfortunata che forse tanto vittima non è. Ora più che mai è importante che i compagni non si nascondano dietro retoriche controproducenti, ma compiano quell’importante processo individuale e collettivo di autocoscienza e autoriflessione che li renda consapevoli della cultura patriarcale che indirettamente li influenza nelle azioni e nei comportamenti. Ciò è possibile solo mettendosi in una posizione di ascolto e rispetto delle compagne, dando loro più spazio e più voce, supportandole nelle loro lotte, non solo quelle nelle piazze, ma anche le lotte quotidiane tra le mura domestiche.

Nella storia politica passata e odierna, c’è un’immagine convenzionale che è sempre stata utilizzata per spiegare e far comprendere le evidenti differenze tra l’esperienza umana maschile e quella femminile: è l’immagine della “sfera pubblica” contrapposta alla “sfera privata”. Nel pensiero comune, la vita degli uomini si svolge nella più visibile e considerevole sfera pubblica, mentre quella delle donne nella maggior parte dei casi si trova a ridursi nell’invisibile e irrilevante privato.

Oggi questa immagine divisoria continua a essere utilizzata e perpetuata acriticamente, nonostante le donne siano presenti in tutti i luoghi e gli spazi della vita pubblica. È una contraddizione che esiste fin dagli albori del patriarcato, perché è funzionale ad esso in quanto mostra una ben precisa visione della storia delle donne: una storia fatta di sfruttamento, diseguaglianze e discriminazioni su vari livelli.

Negli anni Settanta, con i movimenti femministi, sempre più donne iniziarono a comprendere quanto fosse necessario e importante unirsi per riflettere sulla propria condizione sociale, e per cambiare il sistema che le relegava ad un ruolo subalterno rispetto all’uomo. Furono proprio le donne di quegli anni ad aver formulato il famoso slogan “il personale è politico”, facendolo non solo entrare nel lessico comune, ma rendendolo uno dei punti più importanti della loro lotta e una vera e propria rivendicazione sociale e materiale. Nacquero così i gruppi di autocoscienza, nei quali le donne si ritrovavano per discutere delle loro esperienze personali e dei molteplici e stratificati problemi che dovevano affrontare fuori e dentro gli ambienti familiari. Furono tanti gli uomini che cercarono di screditare tali iniziative, definendole delle mere sedute di terapia per donne problematiche, sminuendo così il valore e l’importanza di quegli incontri. Ma ciò che stava avvenendo era una vera e propria rivoluzione politica e socio-culturale: le donne infatti avevano scoperto un efficace mezzo per politicizzare la comprensione di ciò che sperimentavano nel quotidiano delle loro case e che erano costrette spesso a dover nascondere in quanto socialmente considerato “affare privato”. Si arrivò così a capire che rivendicare il personale come politico non significava solo considerare un caso di violenza sessuale come un attacco personale alla singola donna che lo ha subito, ma come un vero e proprio attacco politico alle donne per mano di un sistema patriarcale e maschilista e di una società non in grado di educare gli uomini al rispetto e alla parità di genere. Dal punto di vista marxista, tale lessico non era estraneo ma era stato spesso oggetto di deroghe o di notevoli devianze, purtroppo presenti tutt’ora. Non è un mistero che  lo stesso PCI, non una formazione femminista, dichiarava nel suo Statuto come i suoi militanti dovessero essere d’esempio e tenere una condotta rispettosa dei principi del Partito anche nella vita privata.* Una separazione tra le due sfere che infatti non è mai stata considerata, ufficialmente, in alcuna organizzazione comunista, in quanto frutto di costrutti astratti fuori da qualsiasi considerazione reale e materiale.

Ciò vale per i militanti dei partiti ma anche per i VIP o i grandi leader, per i quali andrebbe evitata la venerazione acritica o peggio l’esaltazione di aspetti della loro vita tutt’altro che meritevoli, spesso riguardanti la sfera privata. Perché i meriti politici non possono giustificare le manchevolezze sul piano personale e viceversa.

Oggi il mondo di internet e gli spazi online stanno dando un nuovo e importante contributo alla rottura della barriera fra il pubblico e il privato. In un certo senso, il web e i social media svolgono quelle funzioni di promozione della consapevolezza sulle questioni di genere che caratterizzavano i gruppi di autocoscienza degli anni Settanta. Un esempio tra tutti è il noto movimento #MeToo, movimento femminista nato online per denunciare pubblicamente la violenza e le molestie sessuali subite dalle donne, in particolar modo sul posto di lavoro. Raccontare e condividere la propria storia di violenza subita, riconoscersi in quella delle altre, ha permesso di individuare, analizzare e comprendere i molteplici e stratificati fattori che fanno sì che queste violenze non siano dei meri “casi isolati”, ma un vero e proprio problema sistemico.

In questo senso, per la lotta femminista mettere sullo stesso piano il personale e il politico ha significato, e significa tuttora, sovvertire quel paradigma su cui si fonda il potere e il dominio maschile che opprime tutte le donne. La sfera privata deve quindi necessariamente essere considerata sul piano politico, perché è quest’ultimo il più grande strumento per cambiare il personale. In tutto questo, è necessario non solo un lavoro di autoconsapevolezza da parte delle donne, ma è altrettanto fondamentale un convinto processo di autocoscienza e autocritica degli uomini, i quali attraverso una profonda riflessione sulla propria posizione di privilegio devono mettersi a dura prova, ascoltare ciò che le donne hanno da dire e affiancarle nella lotta contro il patriarcato di cui essi stessi sono figli spesso inconsapevoli.

Di questo e di tanto altro si è discusso anche nel nostro Partito: ad ogni Congresso giunge puntuale l’ordine del giorno o il documento sul rilancio delle lotte dei diritti delle donne o, come all’ultima Conferenza nazionale dei/delle GC, appelli affinché venga aumentata la vigilanza ad episodi di molestie tra militanti. Nella pratica però ancora molto poco si è fatto, a partire dalla comunicazione, spesso lasciata allo spontaneismo e ad una scarsa autodisciplina dei gruppi dirigenti in primis, che in buona o cattiva fede si danno ad espressioni e/o giudizi tali da danneggiare sia l’immagine esterna sia i rapporti interni su tale delicata tematica. Lo sforzo da fare non è enorme ma se non siamo noi per primi a cambiare mentalità e cultura, come potremo pretendere questo dagli altri? Il nostro appello è dunque di aprire fin da subito momenti di discussione e dibattito, a partire dalla giovanile e dai territori, non solo sotto forma di conferenze dedicate all’esterno ma anche di assemblee interne in cui si ragioni come intellettuale collettivo su come risolvere tali problemi, prima che essi divengano irrisolvibili.

*Art. 55, Statuto del PCI, ed. 1966.

Ascolta “Lidia Menapace: compagni in sezione, fascisti a letto” su Spreaker.