Categoria: Mondo

Calendario del popolo: 6 agosto 1945, la bomba atomica su Hiroshima.

GIUSEPPE ABBA’

76 anni fa, il 6 agosto 1945, nelle prime ore del mattino, un aereo degli Stati Uniti sganciò sulla città giapponese di Hiroshima una bomba atomica.

Il 9 agosto un altro ordigno nucleare fu lanciato su Nagasaki.

Antefatto storico: il Giappone si era avviato sulla strada dell’imperialismo dalla fine dell’800 in poi.

Le tappe successive furono: la guerra con la Cina nel 1894, la partecipazione, assieme alle potenze occidentali, alla repressione della rivolta dei “Boxers” nel 1900, la guerra russo-giapponese del 1904-1905, l’invasione della Manciuria nel 1931, l’attacco alla Cina nel 1937, gli scontri con l’Armata Rossa Sovietica in Siberia nel 1938 e al confine mongolo- manciuriano nel 1939.

Alla fine, dopo aver trovato una forte resistenza da parte dell’ Unione sovietica e della guerriglia comunista cinese, il Giappone si rivolge verso Sud (il Nanshin) attaccando la base USA di Pearl Harbour nelle Hawaii.

Tutto questo promosso, come per gli altri imperialismi, dai grossi gruppi capitalistici (nel caso del Giappone gli “zaibatsu”).

Gli Stati Uniti, durante la guerra, con il progetto “Manhattan” avevano costruito tre bombe atomiche.

La prima fu sperimentata nel deserto del New Mexico, ma le altre due furono lanciate sul Giappone.

In realtà il Giappone, nel 1945, era ormai sconfitto per cui l’uso delle bombe atomiche, che provocarono la morte orrenda di centinaia di migliaia di persone sia nel primo impatto che successivamente per le radiazioni, aveva lo scopo di cominciare a preparare il terreno per il dopoguerra contro l’Unione sovietica.

L’Unione sovietica entrò in guerra contro il Giappone l’8 agosto, sconfiggendo la forte armata nipponica del Kwantung e occupando la Manciuria e la Corea del Nord.

Con l’uso della bomba atomica il presidente USA Truman voleva dimostrare che” non aveva bisogno dell’armata Rossa” e poi voleva far pesare negli anni successivi l’ arma nucleare nei nuovi rapporti di forza.

Ma, nel 1949, “l’equilibrio atomico” fu ristabilito, in quanto anche l’Unione Sovietica riuscì a dotarsi di tali armi.

Il Mondo entrava in una nuova era, in quanto la potenza distruttiva di tali armi era (ed è) tale da distruggere gran parte della vita sulla Terra.

Nacquero sin dal 1949 grandi movimenti contro le armi atomiche: dall’appello di Stoccolma con la raccolta di milioni di firme (in prima fila i Comunisti), alla marcia Londra-Aldermaston, alla lotta contro la NATO e le basi militari, a quella contro gli euromissili.

Anche oggi è necessario l’impegno contro le armi atomiche. In Italia, a Ghedi e ad Aviano sono stoccate decine di testate nucleari in fase di ristrutturazione per essere portate dagli F 35, con spese enormi.

Mancano i soldi per i “Canadair” contro gli incendi, mentre miliardi di euro vengono spesi per gli F 35, per i profitti dell’industria aeronautica degli Stati Uniti.

20/7/2001 G8 GENOVA

Racconto dei fatti accaduti in quel terribile 20 Luglio 2001 a Genova scritto pochi giorni dopo da Piero Carcano e successivamente ripreso come una ossessione mai rimossa nel tempo

Sulla decisione di andare a Genova a manifestare non ho mai avuto il minimo dubbio o alcuna esitazione.

Appena si è saputa la notizia che il vertice delle 8 cosiddette “grandi nazioni” si sarebbe tenuto a pochi passi da casa, l’unica incognita poteva essere “come?, con chi? Sotto quale bandiera? Gruppi antiglobal locali? associazioni culturali a cui appartengo? gruppi politici a cui per affinità più che per tessera sento di appartenere?”

Le motivazioni erano infatti tutte molto forti a cominciare dal perché queste poche persone si arrogano il diritto di poter decidere della vita delle popolazioni del mondo?

Perché riunirsi in pompa magna per decidere, bontà loro, di dare qualche briciola a chi hanno tolto 100, 1000 volte tanto e molto, molto di più?

Perché questi, e con loro, sopra di loro, poche multinazionali possono comandare, modificare, usare l’ambiente a loro vantaggio esclusivamente economico, inquinando e affamando intere popolazioni già povere?

E’ per riconfermare a tutto il mondo che i padroni sono loro che si tengono questi incontri, ed è quindi doveroso opporsi sostenendo le ragioni di un mondo più giusto: dall’azzeramento del debito di questi paesi alla ricerca di un’economia più equa nei suoi meccanismi all’investimento in attività umanitarie come il diritto alla salute, i prestiti a sostegno di uno sviluppo compatibile socialmente ed ecologicamente.

Infine ma non per ultimo è giusto cercare di arginare la deriva dei diritti del mondo del lavoro, accentuata dalle politiche della globalizzazione che consentono un uso dei lavoratori come merce. Sfruttamenti, licenziamenti, lavoro precario e flessibile, da poter usare nei tempi, nei modi e nei luoghi a piacimento dell’azienda.

Proprio su questi problemi e perché no anche per trovare nel mio lavoro di bancario un disperato senso etico, mi è sembrato fosse giusto, doveroso schierarsi.

Forse perché ritengo sia più importante manifestare un pensiero in controtendenza partendo proprio dall’altra parte, da quel mondo del capitale, del denaro, del potere che è costituito dalle Banche.

Per questi motivi la bandiera sotto cui stare non poteva che essere quindi quella del sindacato, il FALCRI sindacato autonomo dei lavoratori del credito, l’unico del settore ad aver realizzato (grazie a noi) qui a Milano un anno prima un convegno sulla globalizzazione.

Orgogliosamente lo riterrei uno dei momenti sindacali più attivi, nuovi e propositivi per una categoria spesso chiusa in problemi corporativi.

Lì parlando di poveri, ma anche di ambiente, di diritti negati ai bambini, di libertà e salute aprivamo porte lasciate chiuse. Quello è stato una specie di Social Forum e quindi Genova 2001 non poteva che essere l’ideale continuazione dopo essere stati anche al Social Forum di Firenze dove incontrare Noam Chomski, Vandana Shiva è stato come essere essere protagonisti di idee, di cambiamenti per un Altro Mondo Possibile.

Non solo un sindacato quindi, ma un’anomalia fatta di compagni, gli amici di sempre, non solo di lavoro anzi direi soprattutto di “movimento”.

Con loro non si è mai fermi, che si tratti di discutere un contratto nazionale o di controllare l’igiene e la sicurezza sul posto di lavoro, o che si organizzi una mostra di libri, una manifestazione sull’handicap o un concerto delle “mondariso”.

Su cosa avremmo trovato a Genova nessuno di noi poteva saperlo. Dovevamo esserci e basta! E per fortuna che come noi c’erano centinaia di associazioni, migliaia di persone di diversa estrazione e colore.

Bene abbiamo fatto a scegliere Piazza Manin come punto di ritrovo, il 20 luglio in quella che era stata battezzata “La giornata delle piazze tematiche e della disobbedienza civile”. Proprio lì infatti sarebbero confluite le diverse anime, soprattutto le più pacifiche di quel minestrone dai mille sapori che è la rete di Lilliput, lì riuniti con banchetti, palloncini e striscioni in un clima di festa.

Certo sarebbe stato bello partecipare ai convegni, ai dibattiti dei giorni precedenti, al Genova Social Forum e dialogare con i filosofi, gli scienziati ed i santoni no global, ma soprattutto cantare, suonare e ballare nel coloratissimo corteo dei migranti del giorno prima, ma gli impegni di lavoro e soprattutto  di famiglia non  ci permettevano un  periodo lungo  di assenza  .

Si è deciso così per il venerdì 20 e tutto era cominciato bene, fin dal mattino sul bus che da Nervi ci portava a Genova con i ragazzini gioiosi di Pinerolo arrivati come in gita con magliette gialle originali con scritte no global d’obbligo. Anche noi non eravamo da meno con la nostra maglietta autoprodotta (solo un po’ troppo aderente visto il fisico non più da ventenne) disegnata da Alberto che mostrava una G ricurva seduta a vomitare su un “cesso” a forma di 8 e una scritta “Fuck the Niù Ekkonomy” ispirata dall’ultimo libro di Stefano Benni, che lasciava pochi dubbi sul nostro pensiero.

No, non ci sentivamo vecchi vicino a quei ragazzi dalla parvenza oratoriale emozionati di essere a Genova a manifestare forse per la prima volta.

Una certa emozione c’era comunque anche tra noi, non lo nascondo, motivata dal senso di appartenenza, di fratellanza con tutti quelli che erano arrivati lì per manifestare da tutto il mondo, anche noi parte attiva di quella tribù allegra, variopinta e creativa. Quasi un festival, un happening dalle portaerei di cartone che si trasformavano in scuole e ospedali, alle mutande giganti che prendevano in giro i potenti capi di stato e le “esternazioni” del nostro presidente del consiglio che non voleva vederle perché indecorose; a Don Gallo e Franca Rame vestiti da carcerati e altro tanto ancora.

La sensazione è di quelle giuste, si sta bene con la Rete di Lilliput, Mani Tese, le femministe ed i comunisti turchi, gli amici del centro sociale di Novara e con l’amico Stefano Apuzzo “mitico” animalista a sfilare in corteo con noi.

Con il nostro striscione veniamo accolti con sorpresa e simpatia, qualcuno dei bancari presenti in incognito al seguito di altre associazioni ci incoraggia, ci vuole conoscere, parlare, scambiare indirizzi.

Radio Popolare ci intervista, vuole sapere se abbiamo preparato qualche animazione, qui tutti i gruppi di affinità hanno preparato un intervento da fare nel momento collettivo della protesta.

Noi abbiamo solo una canzone ma verrebbe da dire “i no global per questo G8 è da mesi che si stanno preparando ma noi non ne abbiamo avuto il tempo “Num fin a ier uma lavurà!” ma non mi tiro indietro e a voce nuda accenno, con i miei compagni a rispondere in coro rappando a “cappella” il ritornello “Ma per un bambino non c’è sorriso se lavora quindici ore per un pugno di riso…” di “Diritti e Dignità” composta insieme agli altri amici-musicisti dei Cantosociale che avrebbero voluto anche loro essere li con noi a suonarle. 

Superato il mezzodì si va ad attaccare simbolicamente la “zona rossa” di piazza Corvetto, ma dopo poche centinaia di metri si capisce subito che le cose non andranno come previsto, tronconi di un altro corteo, quello dei “creativi” gli artisti i “pink” tedeschi e francesi, si inserisce nel nostro sospinto dalle cariche della polizia che sta andando giù dura contro chi si avvicina alle gabbie delle altre zone.proibite.

Infatti il sit-in previsto per le 14.00 non si può più fare.

Genova diventa improvvisamente una città maledetta, le strade che prima erano mute e deserte si riempiono di gente che da sola o a gruppi scappa mostrando evidenti segni di scontri, sangue, lividi, teste spaccate e magliette strappate.

Giovani dall’aria spaesata e smarrita si sentono traditi dalle forze dell’ordine “ci hanno attaccato senza alcun motivo”.

In piazza Manin sotto una cortina di lacrimogeni terribili, urticanti al peperoncino, impauriti e sanguinanti alcuni ragazzi piangono proprio davanti ai banchetti che erano festanti solo un’ora fa ed ora sono ridotti a macerie, come se fossero passati dei barbari.

Lì intorno in effetti ci sono ragazzi in tuta nera e poliziotti con bandane nere e tute antisommossa che poco o niente si differenziano, sembrano masnadieri pronti a tutto.

Più in là li vedono, i Black, da vicino saccheggiare un supermercato sfondando la vetrata e depredando tutto e poi incendiando con i poliziotti che vedono e nulla fanno stando a debita distanza lasciando che questi si muovano in gruppo come squadracce fasciste.

La manifestazione non ha più ragion d’essere, la città è in guerra, in stato d’assedio.

Elicotteri sorvolano a bassa quota, fumo e ambulanze riempiono l’aria mentre noi disperatamente cerchiamo di uscire dal labirinto di Brignole risalendo e scendendo vie strette, superando trappole e cambiando spesso percorso cercando di stare uniti usando i cellulari come trasmittenti, due di noi davanti in ricognizione e noi dietro a seguire fermati a volte dai cassonetti bruciati che spostiamo dalla strada per far passare le ambulanze.

Riscendendo verso Nervi, dove avevamo il nostro pulmino, ci mescoliamo al corteo della disobbedienza civile, lo percorriamo al contrario cercando una via di fuga, in testa vediamo ancora fumo, sentiamo colpi e lì a poca distanza verrà ucciso Carlo Giuliani.

Nel corteo numerose ed improvvise fughe sospinti dalle azioni violente dei Black Block, il blocco nero in assetto di guerriglia organizzati come una falange militare, un corpo di guastatori che nonostante venissero respinti, rientravano a lanciare sassi e molotov difficile pensarli come anarchici idealisti nella mia idea romantica e originaria del termine. Qui sembravano mandati apposta a distruggere le nostre intenzioni forse utopiche, a farci del male.

Finalmente dopo oltre 3 ore di cammino e di corse, usciamo dall’inferno e approdiamo come viandanti in fuga al primo “porto franco” aperto nella via per Nervi: un circolo Arci affiancato da una sede dell’ANPI.

Ci è apparso subito come un luogo famigliare e di amici, “siamo venuti in pace!” ho detto entrando con le braccia alzate ed in mano un salame e dal bancone del bar la signora mi risponde con una battuta “Ah! Se siete con Bush qui non si serve niente!”

Ci sediamo al tavolo, la gente si avvicina per sapere, “ma voi con chi eravate?” “Da che zona venite?” “Ma in città è così un’inferno?” Come fosse gente di Beirut, Sarajevo, Roma “città aperta”.

Un portuale simpatico, dai lineamenti duri si avvicina per salutarci prima di andare via, ci dice “Domani ci saremo anche noi a darvi una mano nella manifestazione, ci saranno 15.000 camalli incazzati!” “Però cosa vuol dire bruciare le macchine…..uno magari ha fatto delle cambiali per pagarla e quelli lì gliela bruciano, a un lavoratore come noi!”

Rifocillati e rincuorati prendiamo il bus di ritorno per Nervi dove abbiamo la macchina, sono poche fermate, e lì tra le facce dei giovani manifestanti sudati, stanchi e pestati apprendiamo della tragedia.

Quegli occhi sbarrati, il silenzio irreale, in un luogo così affollato, interrotto da brevi bisbigli, quella parola “un morto” sono ancora molto nitidi nella memoria e chissà se sfumeranno col tempo.

La rabbia, la tristezza, i se ed i ma, le nostre risposte su quello che era successo, i confronti con la storia recente e passata si susseguono confusi con le onde radio sulla macchina nel viaggio di ritorno.

La convinzione è che dopo questa giornata nulla sarà più come prima anche per noi.

La sera tardi mi addormento a casa dopo ore e ore passate con l’orecchio alla radio per catturare notizie, voci, impressioni senza riuscire a dire una parola anche con mia figlia e mia moglie.

Chiudo gli occhi sull’ultima immagine in TV di una Genova buia, notturna con il faro dell’elicottero della Polizia a controllare, cercare, spiare, comandare dall’alto.

Uno shock che si trascina per giorni, così come il dolore inguinale crescente, “regalo” di quella maledetta giornata, che sarebbe culminato in settembre con un’intervento chirurgico all’ernia, e soprattutto una pressante quasi terapeutica esigenza di raccontare, discutere, parlare di quello che è successo, di quello che ci poteva succedere, a chi c’era e soprattutto a chi non c’era e che chissà quale idea si sarà fatto dai tambureggianti media, appositamente “mediati”.

Questo è stato il racconto che una settimana dopo i fatti di Genova ho sentito la necessità di scrivere non necessariamente per essere pubblicato, soprattutto per me stesso, quasi un esigenza psicofisica, e oggi a distanza di anni credo sia giusto metterlo insieme a mille altre racconti che da quei giorni si sono susseguite, orali e scritte. Per testimoniare con le proprie esperienze a tutto quello che ci han voluto dire e scrivere di falso, e rispondere a chi diceva e ancora dice “se uno sta a casa queste cose non gli succedono…si sapeva che quelli li sarebbero andati là per fare casino… ti è andata ancora bene!”. Che non si può sempre stare a guardare.

Incontrando poi recentemente il papà e la mamma di Carlo Giuliani il 25 Aprile scorso a Costa Vescovato su una collina prima di un nostro concerto, a parlare di resistenza e di pace ho sentito l’esigenza di recuperare la poesia che avevo scritto in quei giorni e che nelle intenzioni sarebbe dovuta diventare una canzone ma non ho mai trovato la musica giusta per esprimere in pieno la tristezza, il dolore, la rabbia.

Questo l’ho scritto dieci anni fa …e oggi?

A distanza di vent’anni considero quei giorni e quegli anni un’esperienza che ha aperto e al contempo chiuso molte strade, forse un utopia, quel movimento che è stato volutamente e scientificamente stroncato ma… le idee non muoiono mai… e allora a distanza di anni quell’aria l’ho respirata, almeno questa è stata la mia percezione e non solo la mia nelle manifestazioni sul clima pre pandemia e credo potranno riprendere spero con ancora più forza comprendendo altri temi connessi. Forsa giuinott l’idea l’è mai morta!!!

Questa la poesia

20.7.G8

G8 GENOVA

GIOCOSO GIOIOSO VOCIARE

SOLIDALE                        

BANK ETICO AMBIENTALE

MANIN MANITESE PER INCONTRARE

PIAZZE VICOLI A RIEMPIRE

IN RETE SOLARE MANIFESTARE RADIOPOPOLARE

IN CORTEO INGENUI ASTANTI

LILLIPUZIANI SALTELLANTI

MUTANDE A VELEGGIARE SBEFFEGGIARE

SUPPONENTI NARCISI

CINICI DUCI DI BON TON

IMPROVVISAMENTE  IMPROVVIDO

INFIDO CALDO POMERIGGIO SALE

ALTE PESANTI GABBIE IDRANTI

SIRENE URLANTI 

CAMIONETTE ARREMBANTI

IMPERIALI PROTERVI ELICOTTERI OSSERVANTI

E’ STATO DI POLIZIA

FUMO ACRE DI BRUCIATA VIA

IMPEDITE USCITE IN LABIRINTO DI PAURA

CELERE DURA BANDANE SCURE BARBARE INCENDIARIE FIGURE

CONFUSI FREDDI PRESAGI IN ANSIMANTE CORSA

A PRECIPITARE SUL BUS

STRETTI   

BISBIGLI SOSPETTI

SGUARDI DIRETTI

UNA VOCE

LA RADIO

UN MESTO RICORDO

UN MORTO.

Immaginate, se ci riuscite, di vivere su un’isoletta sperduta tra l’Oceano Atlantico, il Mar dei Caraibi e il Golfo del Messico.

EMILIANO RUBBI

Immaginate che, sull’isoletta sulla quale vivete, la mortalità infantile sia più bassa che negli Stati Uniti, immaginate che su quell’isoletta nessuno muoia di fame e il popolo abbia il diritto di poter studiare gratuitamente e di usufruire della sanità pubblica, diversamente da quanto accade in tutti i paesi vicini.

Immaginate che, mentre gli altri spedivano soldati e carri armati in giro per il mondo ed “esportavano la democrazia” a forza di bombe, la vostra isoletta mandasse medici e infermieri.

E adesso immaginate che l’isola sulla quale vivete sia sotto embargo da sessant’anni per volontà del paese militarmente più forte del mondo.
La maggior parte della popolazione non era neanche nata, prima dell’embargo.

Poi è arrivato il Covid.
E la vostra isoletta ha spedito medici e infermieri anche in posti lontanissimi, come l’Italia, per aiutare quelli che, in quel momento, se la stavano passando peggio.

Immaginate che, per l’ennesima volta, poco più di un mese fa ci sia stata una votazione all’Onu in cui si chiedeva di rimuovere l’embargo, e in quella votazione ci siano stati solo due voti contrari, ma sufficienti ad annullare il provvedimento: quello di Israele e quello degli USA.

Adesso immaginate che sulla vostra isoletta, ultimamente, il Covid abbia colpito fortissimo.
Ma immaginate anche che, con una sanità sotto embargo e con una popolazione numericamente paragonabile alla Lombardia, la vostra isoletta sia comunque riuscita a produrre autonomamente non un vaccino, ma due: “Abdala” e “Soberana 2”.

E adesso immaginate che, in piena pandemia, quei vaccini non possano essere utilizzati, perché mancano le siringhe.

E immaginate che nessuno ve le possa mandare, quelle siringhe, perché qualsiasi paese che lo facesse incorrerebbe in sanzioni da parte degli Stati Uniti.

Immaginate che una superpotenza abbia così tanta paura di voi e di quello che rappresentate da voler ridurre allo stremo la vostra popolazione, pur di convincerla a ribellarsi.

Immaginate che quella superpotenza, quella degli “esportatori di democrazia”, abbia supportato e appoggiato, negli anni, le più feroci dittature del pianeta, ma di voi abbia ancora una paura fottuta.
E immaginate che faccia di tutto, da anni, per convincere il vostro popolo a scendere in piazza e destituire il governo.
E tutto questo sulla vostra pelle e su quella di chi vi sta accanto, giocando a Risiko con le vostre vite.

Immaginate che degli scontri di piazza violenti, gli stessi scontri che possono essere avvenuti negli USA durante le proteste per l’assassinio di George Floyd, o in Italia durante il G8, diventino istantaneamente un motivo per istigare l’intera opinione pubblica globale contro la vostra isoletta.
E adesso immaginate che nessuno abbia detto nulla della manifestazione successiva, in cui la gente è scesa in piazza per supportare il governo.

E immaginate di dover spiegare il perché di tutto questo a un mondo che, ormai, non si chiede neanche più perché, nonostante siate sotto embargo da 60 anni, ve la passiate comunque infinitamente meglio del 99% dei paesi che vi stanno accanto.

Immaginate di vivere a Cuba.

«Un altro mondo è sempre più necessario»

A vent’anni dal G8 di Genova la testimonianza di chi c’era: le proteste e quelle giornate segnate dal sangue

di Roberto Guarchi *
Pubblicato sull’Informatore Vigevanese di giovedì 15 luglio 2021

Venti anni fa sono stato a Genova, insieme alla moltitudine arrivata in terra ligure nel luglio del 2001 per contrastare il vertice dei “G8”.
Il clima che si respirava in quei giorni era tremendo: i giornali nazionali ed internazionali più diffusi arrivarono a scrivere che i cosiddetti “no-global” avrebbero colpito le forze dell’ordine con sacche di sangue infettato dall’Aids!
Noi qui a Vigevano ci eravamo preparati: con i disobbedienti avevamo studiato e sperimentato le azioni di difesa, avevamo esposto sulla torre del Bramante un gigantesco striscione con la scritta “No G8”, da mesi cercavamo di richiamare l’attenzione della città con iniziative d’informazione e di protesta. Molto prima del vertice genovese si era costituito il “Coordinamento vigevanese e lomellino No G8”, composto soprattutto da ragazze e ragazzi che si volevano impegnare contro le politiche neoliberiste e chiedevano la nascita di un nuovo modello di sviluppo sociale ed ambientale. Insieme a loro, tanti militanti di Rifondazione Comunista e della sinistra radicale vigevanese.
Ricordo bene una telefonata che ricevetti quel maledetto venerdì 20 luglio: «Roberto, è morto un ragazzo a Genova. Non andare!». E ricordo come se fosse ieri la mia risposta: «Anche per quanto è accaduto bisogna andare. Ed essere in tantissimi».
Eppure, arrivati a Genova, il giorno dopo l’assassinio di Carlo Giuliani, per l’imponente manifestazione che doveva attraversare la città, abbiamo capito subito che un giovane morto ammazzato non sarebbe bastato ai “potenti” della terra, che volevano e cercavano anche il sangue della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. Lo volevano il governo italiano, molti governi mondiali e le multinazionali. Ognuno per i propri interessi. Ognuno mettendo in campo gli strumenti che avevano tra le mani: gran parte dell’informazione, le armi della repressione e della violenza, l’inganno e la vigliaccheria.
I potenti temevano il movimento che voleva “un altro mondo possibile” e sono stati determinati nel cercare di schiacciarlo. In parte sono anche riusciti a soffocarlo, qui in Italia.
Ricordo le cariche delle cosiddette “forze dell’ordine” in quel sabato 21 luglio, che spezzarono in due il corteo internazionale che sfilava pacificamente sul lungomare di Genova. Ricordo i lacrimogeni che ci facevano piangere e la preoccupazione di non perdere di vista qualcuno di coloro che da Vigevano erano partiti in pullman per la città ligure.
Sono passati venti anni dai giorni del G8 di Genova e da quella che Amnesty International allora definì “la più grande violazione dei diritti umani in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale”. Ancora oggi non c’è chiarezza su motivi e mandanti di quei fatti, né è stata ottenuta giustizia piena e verità per le vittime.
Il grande movimento popolare altermondialista che con i “devastatori prezzolati” di allora non aveva nulla a che fare e che venne represso nel sangue nelle strade di Genova, alla Diaz, a Bolzaneto, ha resistito, si è rialzato e ha saputo scrivere pagine importanti della storia sociale del nostro Paese, come quella del Forum Sociale Europeo di Firenze, e la più grande manifestazione del mondo contro la guerra all’Iraq del 2003. In questi venti anni ha dato vita a innumerevoli campagne, vertenze, pratiche e proposte di alternativa.

Quel movimento denunciava l’insostenibilità della globalizzazione neoliberista e i suoi pesantissimi impatti sociali, economici e ambientali. Anno dopo anno, crisi sempre più gravi hanno dimostrato le sue ragioni, fino alla pandemia da Covid che ha messo in luce tutti i limiti e i pericoli del sistema: un virus ha messo a nudo la profondità del disastro climatico, sociale, umano, di genere, ambientale, pandemico, sanitario. Le conseguenze della sottovalutazione, da parte del sistema politico, delle proposte e dei contenuti di quel movimento, sono evidenti e drammatiche.
Ed io non dimentico mai che il movimento contro il neoliberismo ed anticapitalista ha continuato e continua ancora oggi il suo cammino. In Perù, in India, in Kurdistan, in Palestina, in Africa, sulle montagne del Chiapas, tra gli sfruttati dell’Europa e di ogni parte del mondo.
Se appena guardiamo fuori dal nostro immiserito “orticello” italiano, se appena guardiamo oltre i confini sempre più “blindati” della razzista Europa… Ecco, possiamo scoprire che dalla Genova del 2001 ad oggi rimane vivo quello che non è soltanto uno slogan: “un altro mondo è sempre più necessario”.

* del Circolo di Vigevano del Partito della Rifondazione Comunista

CUBA: farla finita con il bloqueo che viola i diritti umani

Rispetto agli avvenimenti degli ultimi giorni a Cuba, sotto forma di manifestazioni con lo slogan di “SOS Cuba”, il Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea ricorda che, in un flagrante attacco ai diritti umani, dall’arrivo della pandemia gli Stati Uniti hanno indurito il blocco economico, commerciale e finanziario. Un blocco il cui principale obiettivo è quello di soffocare l’economia dell’isola. Nella logica del “tanto peggio, tanto meglio” si cerca di provocare una rivolta sociale per destabilizzare il governo cubano, nei confronti del quale ribadiamo la nostra solidarietà.

Solo pochi giorni fa, l’ONU ha votato massicciamente contro il blocco con solo due voti contrari, gli Stati Uniti e Israele. Si tratta del 29° voto all’ONU contro il blocco, senza che finora sia stato fatto nulla per rimuoverlo. Solo da aprile 2019 a dicembre 2020, il blocco ha causato a Cuba perdite di circa 9.157,2 milioni di dollari. La pandemia di Covid-19 ha ulteriormente acuito le sue conseguenze nei confronti dell’isola, e l’amministrazione statunitense di Biden non ha mostrato nessuna volontà di allentare le misure coercitive unilaterali. Al contrario, rimangono intatte le 243 misure imposte dall’amministrazione Trump e la ridicola inclusione di Cuba, da parte del governo degli Stati Uniti, nella lista dei Paesi che sponsorizzano il terrorismo. Ciò, nonostante la solidarietà delle brigate mediche cubane, la ricerca scientifica per sviluppare diversi vaccini contro il Covid-19 o la donazione gratuita dei suoi vaccini a Paesi terzi, con grandi sforzi nel mezzo di una pandemia.

Sarà un caso che pochi giorni dopo la missione in Colombia e Brasile del capo del Comando Sur degli Stati Uniti, almirante Craig Faller e del direttore CIA, William J. Burns, il continente latino-americano sta vivendo momenti di forti tensioni (Haiti, Venezuela, Perù, Colombia ed ora Cuba…) ?

Se davvero gli Stati Uniti hanno a cuore la situazione “umanitaria” a Cuba, la facciano finita con l’ingerenza imperialista e con il blocco che viola i diritti umani e colpisce direttamente la popolazione per la mancanza di medicine, di pezzi di ricambio o di energia, in mezzo a una pandemia.

Ancora una volta, Il PRC-SE si unisce a quanti esigono l’eliminazione immediata del blocco criminale ed illegale, principale misura contro il diritto alla salute, all’alimentazione ed il ritorno alla normalità, affinchè siano i cubani a decidere il loro presente e futuro.

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

PLAN CONDOR: finalmente un po’ di giustizia dall’Italia

Dopo un lungo iter processuale, la magistratura italiana ha finalmente ratificato la condanna all’ergastolo per tre ex-militari cileni coinvolti nel “Plan Condor” per l’omicidio e la scomparsa dei corpi dei cittadini italiani Omar Venturelli (nella foto) e Juan José Montiglio.

Come si ricorderà, il “Plan Condor” fu il coordinamento delle dittature civico-militari sudamericane degli anni ’70 e ’80, con la direzione degli Stati Uniti, attraverso il quale si realizzarono azioni repressive contro gli oppositori dei regimi militari imposti nel continente, con un saldo tragico di torture, omicidi e desaparecidos, in Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Paraguay, Uruguay ed in minor misura Colombia Ecuador, Perù e Venezuela.

Il colonnello Rafael Ahumada Valderrama, il maresciallo Orlando Moreno Vásquez e il brigadiere Manuel Vásquez Chauan erano stati condannati dalla Corte d’appello di Roma nel luglio 2019, per l’omicidio e la scomparsa dei due cittadini italiani durante la dittatura civico-militare di Augusto Pinochet. La sentenza è stata confermata dopo che il loro avvocato non ha presentato ricorso.

Secondo notizie di stampa, la procura di Roma avrebbe già inviato i mandati d’arresto corrispondenti al governo cileno di Sebastian Piñera.

Il prossimo 8 luglio, la Corte di Cassazione italiana si pronuncerà sulle altre condanne all’ergastolo emesse nel luglio 2019 dalla Corte d’appello di Roma, in secondo grado, contro un totale di 24 militari e civili di Bolivia, Cile, Uruguay e Perù.

Oltre ai tre condannati in via definitiva, la Cassazione deve pronunciarsi sugli altri 19 imputati, visto che due sono già deceduti: l’ex ministro dell’Interno boliviano, Luis Arce Gómez, e l’uruguaiano José Horacio “Nino” Gavazzo Pereira.

Il Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea esprime la propria soddisfazione per la importantissima sentenza che rappresenta un atto di giustizia sui crimini imprescrivibili.

Il PRC-SE abbraccia tutti i familiari delle vittime, e in particolare la famiglia di Omar Venturelli e di Juan José Montiglio.

Nel riaffermare la nostra solidarietà, insieme a loro esigiamo VERITÀ, GIUSTIZIA, RIPARAZIONE, MEMORIA E GARANZIA DI NON RIPETIZIONE dei crimini.

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

XI JINPING HA RAGIONE SUL BULLISMO USA, NO ALLA NUOVA GUERRA FREDDA

Il discorso tenuto dal presidente Xi Jinping, celebrando il centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese, merita attenzione e rispetto.

Invece di lasciarsi avvelenare dalla propaganda della nuova guerra fredda che gli USA stanno imponendo, l’Italia e l’Europa dovrebbero sviluppare la cooperazione e il dialogo con la Cina. I fatti esposti da Xi Jinping sono difficilmente contestabili. Quando rifiuta il “bullismo” non si riferisce solo al passato ma anche ai comportamenti degli USA e non gli si può dar torto.

I meriti storici del Partito Comunista Cinese nel riunificare un immenso paese e liberarlo dalla sottomissione coloniale sono innegabili. I comunisti cinesi sono stati protagonisti di un’originale esperienza rivoluzionaria – la più grande della storia – che ha trasformato un paese che era stato umiliato dall’imperialismo occidentale e dal militarismo giapponese. Nessuno potrà cancellare l’eroismo dei comunisti massacrati a Shangai nel 1927 o l’epopea della Lunga Marcia. La rivoluzione cinese ha spazzato via i signori della guerra, l’oscurantismo e ogni forma di oppressione semifeudale. Bisognerebbe ricordare “il secolo di umiliazioni” che le potenze coloniali inflissero ai cinesi e che solo la guerra di liberazione dall’invasore giapponese costò 27 milioni di morti.

Quando nel 1949 fu proclamata la Repubblica Popolare l’aspettativa di vita media era di 35 anni, regnavano l’analfabetismo, le malattie e la miseria. Oggi la Cina è un paese prospero che è stato modernizzato e portato fuori dalla povertà. Notoriamente la nostra visione democratica e libertaria del socialismo è profondamente diversa da quella dei comunisti cinesi, come lo sono le differenti storie dei due paesi, e riteniamo che sia nostro dovere criticare gli aspetti autoritari di quel sistema ereditati dal modello sovietico e dalla stessa storia cinese. Ma è profondamente sbagliato trasformare in un mostro totalitario un paese dove ci sono un ampio dibattito pubblico e lotte sociali. La nuova guerra fredda scatenata dagli USA non ha nulla a che fare con la democrazia e i diritti umani che, tra l’altro, non sono priorità del mondo cosiddetto libero a giudicare dal numero di detenuti negli Stati Uniti e dai regimi sanguinari sostenuti dall’occidente in tutto il mondo.

Dopo la repressione delle proteste di Piazza Tien An Men le multinazionali occidentali – con la benedizione della Casa Bianca – non si sono certo poste qualche problema nel delocalizzare in Cina. La realtà è che gli USA non accettano la sovranità e l’indipendenza di un grande paese come la Cina. Il PCC è considerato dagli Stati Uniti una minaccia alla loro pretesa di dominio unipolare del mondo. L’interesse dei popoli è invece quello allo sviluppo del multilateralismo, della cooperazione e della pace.

Parteciperemo nei prossimi giorni a un incontro internazionale con il presidente Xi Jinping per esprimere il nostro dissenso rispetto alla nuova guerra fredda e per riaffermare che a nostro avviso l’Italia e l’Europa devono svolgere un ruolo positivo e autonomo di pace.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

L’Onu contro il blocco economico a Cuba

Fonte: http://www.rifondazione.it/esteri/index.php/2021/06/23/lonu-contro-il-blocco-economico-a-cuba/

CUBA SI, YANKEES NO !!!

L’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha votato oggi la risoluzione presentata da Cuba intitolata “Necessità di sospendere il blocco economico, commerciale e finanziario promosso dagli Stati Uniti contro Cuba”. Con questa risoluzione, Cuba chiede di condannare il decennale blocco economico, commerciale e finanziario che gli Stati Uniti, in modo unilaterale, hanno deciso di applicare all’isola caraibica.

Hanno votato contro il blocco 184 Paesi, 2 a favore (Stati Uniti e Israele), con 3 astensioni.

Il blocco imposto dagli Stati Uniti contro Cuba da 59 anni rappresenta il genocidio più lungo nella storia del genere umano, il culmine di una politica crudele e disumana, priva di legalità e legittimità, deliberatamente progettata per causare fame, malattie e disperazione nella popolazione cubana.

Lungi dal porre fine al blocco, il governo degli Stati Uniti ha mantenuto in vigore le leggi, i regolamenti e le pratiche che ne consentono l’attuazione, mentre sono stati rafforzati i meccanismi politici, amministrativi e repressivi per il suo approfondimento.

Dal 1992, ogni anno Cuba presenta la risoluzione di condanna e chiede la sospensione del blocco che gli Stati Uniti hanno promosso dal 1962. Ogni anno la risoluzione ottiene i voti favorevoli di tutti i Paesi rappresentati all’Onu, ad eccezione degli Stati Uniti e dei suoi sodali, a partire da Israele. Solo una volta, nel 2015, gli Stati Uniti ed Israele hanno modificato il loro voto astenendosi.

Dopo quasi sessanta anni, gli Stati Uniti continuano a voler punire la legittima scelta del popolo cubano di autodeterminarsi e di avere una forma di governo socialista, che non si assoggetta alle politiche che gli Stati Uniti hanno deciso per i loro Paesi satelliti.

Parlare di blocco significa confrontarsi con le mille ristrettezze che il popolo cubano soffre giornalmente. Il blocco impedisce allo Stato cubano di acquistare sul mercato internazionale merci e prodotti che per noi sono normali; significa non poter acquistare medicinali per curare le più comuni malattie; significa non poter portare avanti politiche di sviluppo che, in condizioni “normali”,  permettono allo Stato di fornire servizi di qualità.

Il voto di oggi, è una vittoria politica per Cuba che conferma l’appoggio del mondo per superare il blocco economico, commerciale e finanziario.

Nel congratularsi con Cuba per il voto all’ONU, il Partito della Rifondazione Comunista riafferma la propria solidarietà con il governo ed il popolo cubano nella sua decennale battaglia per l’umanità.

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Roma 23-6-2021

In Perù, Garabombo non è più invisibile

di Marco Consolo –

Sono ore di alta tensione in Perù. Dal 6 giugno, data del secondo turno delle elezioni presidenziali sono passate più di 2 settimane e l’autorità elettorale peruviana non ha ancora dichiarato ufficialmente vincitore il maestro Pedro Castillo, candidato della formazione di sinistra “Perù libre”. In base al totale dei voti scrutinati, Castillo è in testa per circa 44.000 voti (50,12%), contro Keiko Fujimori, la “candidata della vergogna” e della mafia che si è fermata al 49,88 %. Il risultato consegna un Paese diviso in due come una mela, con una profonda crisi istituzionale, più di 190.000 decessi a causa della pandemia, una corruzione dilagante, un profondo classismo (in particolare conro i popoli originari) e le sequele di un estrattivismo selvaggio con morti, feriti e detenuti.

Ma non c’è 2 senza 3, ed è la terza volta consecutiva che Fujimori viene sconfitta, dopo il 2011 ed il 2016.

Come da copione latino americano (e di Trump), va in scena il sovversivismo delle classi dirigenti: l’oligarchia bianca, il fascismo peruviano e la destra internazionale  non si rassegnano alla sconfitta, gridano ai brogli e da tempo hanno attivato un piano per non riconoscere la volontà popolare. Già prima del ballottaggio, il blocco sociale composto da oligarchia, latifondi mediatici, settori delle FF.AA. e della magistratura, insieme alla Confindustria locale, ha lanciato una campagna di odio anti-comunista e di false accuse di fiancheggiamento al terrorismo contro Castillo ed il resto della sinistra.

La strategia golpista

Nelle settimane scorse, a Washington è cresciuto il nervosismo e, sotto suggerimento a stelle e a strisce,  la “signora K” aveva invitato inutilmente il terrorista venezuelano Leopoldo Lopez a dar manforte nella campagna elettorale contro il “castro-chavismo”. Non sono serviti gli appelli anti-comunisti di Vargas Llosa a favore della signora K, con una giravolta rispetto al passato degna di miglior causa.  Nè era stato utile l’appello di 23 ex-presidenti di destra ad ammettere le “denunce” (fuori tempo massimo) di K per “brogli” e non riconoscere la vittoria di Castillo. Sforzi che non sono serviti ad evitare la sconfitta nel “cortile di casa” statunitense, nell’ennesimo Paese latinoamericano che cerca di sfuggire al controllo imperiale.

Oggi la signora K, la “mafia fujimorista” (e Vargas Llosa), cercano di evitare che Castillo sia proclamato presidente il prossimo 28 luglio, con sfacciate manovre golpiste.  Ed altresì, risparmiare 30 anni di galera per corruzione a Keiko Fujimori, accusata in vari processi a suo carico.

Per far ciò, utilizzano una strategia di “guerra asimmetrica” diretta dal famigerato Vladimiro Montesinos (ex capo dei servizi segreti, oggi nel carcere dorato della base navale del Callo) e dalla CIA.

E’ una strategia che conta su diverse mosse, comprese quelle del puntuale e sanguinoso attacco contro la popolazione attribuito immediatamente a Sendero Luminoso (formazione praticamente scomparsa da anni) a pochi giorni dalle elezioni.

In un elenco non esaustivo, all’inizio hanno provato a ritardare il più possibile, e con qualsiasi mezzo, il conteggio dei voti per evitare la proclamazione di Castillo, cosa che non ha portato a nulla a causa della differenza dei suffragi, ammessa dalle stesse autorità elettorali.

Vista la mala parata, hanno iniziato a chiedere nuove elezioni “per brogli”, senza uno straccio di prova ed in totale disprezzo delle leggi e della Costituzione peruviana (promulgata dal padre di Keiko, Alberto Fujimori, golpista, corrotto e genocida attualmente in galera), cercando di fare pressioni di ogni genere sull’autorità elettorale. Per fare ciò, la signora K ha arruolato i più famosi avvocati, con compensi milionari.

In queste settimane, si è intensificata la campagna di odio, paura e false accuse di “terrorista” contro Castillo, con l’appoggio dei mezzi di disinformazione di massa, innaffiati da abbondanti flussi di denaro. Una campagna rivelatasi contro-producente visto che, viceversa, ha provocato il rifiuto di metà della popolazione, della poca stampa indipendente e non corrotta, degli osservatori internazionali (tra cui la stessa progolpista OEA, diretta da Almagro).

Parallelamente, si agita la piazza con i suoi sostenitori, i poveri ingannati e i ricchi convinti (che obbligano le loro lavoratrici domestiche a portarne i cartelli di protesta contro Castillo e il comunismo, con la minaccia di licenziamento): cercano lo scontro fisico con i “ronderos” contadini, e quanti si sono mobilitati a Lima da tutto il Paese, con l’obiettivo di provocare scontri, caos, morti e feriti,  e fare intervenire le forze dell’ordine. Ma nonostante le provocazioni, neanche questo ha finora prodotto risultati.

Per non farsi mancare nulla, cercano anche di dare un golpe istituzionale per poter annullare le elezioni, attraverso manovre parlamentari e la nomina di un nuovo Tribunale Costituzionale, in mano a  un parlamento il cui mandato scade fra un mese.

Tintinnio di sciabole

Dulcis in fundo, si agita il sovversivismo nelle FF.AA., spingendo militari in pensione (di cui molti avevano appoggiato Montesinos nel marzo del 1999, come l’Almirante Jorge Montoya) a pronunciarsi contro il “caos político”. Puntuale come un buon orologio, lo scorso 15 giugno, un comunicato di ex–militari di destra delle tre armi, faceva appello alla sollevazione militare contro Castillo. Dietro le quinte, la regia del generale in pensione Otto Guibovich, oggi deputato di Acción Popular, partito dell’altro golpista Manuel Merino, cacciato dalle mobilitazioni studentesche nel novembre 2020.  Il comunicato ha provocato la dura reazione dell’attuale presidente Francisco Sagasti, che ha chiesto alla magistratura di procedere contro i firmatari.

Non è da sottovalutare questo tintinnio di sciabole, possibile anticamera di un golpe del XXI° secolo, con l’avallo del Pentagono e della CIA, per rendere impossibile il governo del maestro Castillo, “comunista, terrorista, incapace e confiscatore della proprietà privata”. Una modalità da non scartare, nonostante le difficoltà interne ed internazionali.

Ma piaccia o no alle classi dominanti, Castillo dovrebbe essere  proclamato presidente il prossimo 28 luglio. A differenza di Garabombo,  personaggio del bellissimo romanzo dello scomparso Manuel Scorza, che diventava invisibile agli occhi dei potenti per meglio difendere i diritti della povera gente, oggi gli invisibili, si sono palesati nella candidatura di un maestro elementare delle Ande peruviane.  Sono gli esclusi di sempre, delle campagne e  delle periferie urbane, impoveriti dal modello capitalista, neo-liberale ed estrattivista, che hanno poco da perdere, perchè possiedono poco o nulla. Sono tra i principali protagonisti della rivolta contro i poteri forti, contro i mafiosi che hanno governato il Paese negli ultimi decenni con il “pilota automatico” della Costituzione varata nel 1993 dal golpista Fujimori.

Dietro le quinte, la Casabianca corteggia i falchi golpisti e cerca affannosamente nuove e più efficaci strategie. Lo fa oggi con il “volto nuovo” di Biden, lo strascico “politico-letterario” del pennivendolo Vargas Llosa, la mafia di Miami e i congressisti come Marco Rubio, da sempre in prima fila nell’attacco ai processi di trasformazione del continente, con la trita propaganda di “libertà vs comunismo”.

Le priorità del maestro Pedro Castillo

Se sarà finalmente proclamato presidente, Castillo propone di arrivare ad una nuova Costituzione, che restituisca protagonismo allo Stato, sia in quanto a politiche pubbliche incisive, che come regolatore del mercato, per passare da una “Economia Sociale di Mercato” (secondo la costituzione golpista) a quello che il suo programma definisce  “Economia popolare con mercati”. Si tratta di un cambio di modello che propone misure urgenti per i primi 100 giorni. Tra le priorità, combattere a fondo la pandemia; rilanciare l’occupazione e l’economia popolare; un processo progressivo verso la seconda riforma agraria; una giusta fiscalità verso le grandi imprese (che oggi evadono sfacciatamente); la convocazione di un referendum costituente con un grande dialogo nazionale e popolare. Detto in altri termini, le priorità  immediate del futuro governo di Pedro Castillo saranno la campagna di vaccinazioni, e la riattivazione económica,  con l’obiettivo di creare occupazione, soprattutto nelle campagne e per le piccole e medie imprese.

Lungi dall’essere un “libro dei sogni”, sono misure urgenti e necessarie per cambiare il destino del popolo peruviano.

Ma sono misure che dovranno essere approvate dal nuovo Parlamento (eletto al primo turno), nel quale le sinistre di Perù Libre e della coalizione Juntos por el Perù non hanno la maggioranza.    Su 130 deputati, possono solo contare con i 37 del primo e i 5 della seconda, più pochi altri che potrebbero allearsi, per arrivare forse a 50. Sarà quindi una battaglia durissima, soprattutto rispetto alla possibilità di redigere una nuova Costituzione, che si può solo vincere con una forte mobilitazione sociale, come quella del novembre 2020 e di questi ultimi giorni.

Nel frattempo, l’accompagnamento internazionale contro le manovre golpiste in atto può aiutare a fare la differenza.

Questo articolo è stato pubblicato in America LatinaPerù da Marco Consolo .

Calendario del popolo: ottanta anni fa, 22 giugno 1941. All’alba di quel giorno la Germania nazista aggredì l’Unione Sovietica


GIUSEPPE ABBA’

Più di 5 milioni di soldati (tedeschi, ungheresi, finlandesi, romeni, italiani) con migliaia di carri armati e di aerei si avventarono su tre direttrici di attacco: a Nord verso Leningrado, al Centro verso Mosca, a Sud verso Kiev.

Il governo dell’Unione Sovietica, nonostante si aspettasse l’attacco della Germania (ma lo prevedeva più avanti nel tempo, nel 1943) fu colto di sorpresa. Anche le precise segnalazioni del servizio segreto sovietico (Richard Sorge dal Giappone) furono sottovalutate da Stalin. Ma, nonostante le sconfitte iniziali, il popolo sovietico, guidato dal Partito Comunista, seppe reagire. Celebre fu il discorso di Stalin per radio il 3 luglio dove invitò alla mobilitazione e alla resistenza, come pure il discorso fatto il 7 novembre nella Piazza Rossa.

Tutti i commentatori internazionali prevedevano la disfatta dei sovietici entro tre mesi. In realtà questo non accadde e già nell’inverno 1941-1942 l’offensiva nazista fu respinta davanti a Mosca.

Leningrado resistette ad un assedio di 900 giorni (pagato, purtroppo, con un milione di morti).

Dall’estate 1942 al successivo inverno si svolse l’epica battaglia di Stalingrado dove fu annientata un’intera armata germanica.

In seguito ci fu la battaglia di Kursk (estate 1943) e l’offensiva dell’ armata Rossa si sviluppò nel 1944 fino a liberare tutta l’Europa Orientale per concludersi a Berlino nell’aprile – maggio 1945.

Durante la guerra, nei territori sovietici occupati, si sviluppò un forte movimento partigiano.

Un’altra grande impresa del popolo sovietico fu l’evacuazione delle industrie dalle zone occidentali agli Urali.

L’Unione Sovietica ebbe un numero di morti mai calcolato interamente. Si parla di 25 o 27 milioni di morti.

Per non parlare delle distruzioni di migliaia di villaggi e di città.

Sebbene la maggioranza del Parlamento europeo nel 2019 abbia votato un’infame risoluzione che metteva sullo stesso piano nazismo e comunismo, è la forza dei fatti che smentisce questo assunto.

L’Unione Sovietica e i comunisti nella Resistenza (non solo europea, ma anche asiatica) hanno avuto un ruolo fondamentale per sconfiggere il nazifascismo e l’imperialismo giapponese.

Le truppe sovietiche marciano verso il fronte di Mosca.