Categoria: Mondo

RIFONDAZIONE: VITTORIA DELLA DEMOCRAZIA IN VENEZUELA. BASTA CON SANZIONI USA E UE

Pubblicato il 24 nov 2021

Dichiarazione di Marco Consolo, responsabile esteri del Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, di ritorno da Caracas:

Il Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea si congratula per la vittoria delle forze bolivariane in Venezuela.

Domenica 21 novembre si sono svolte le elezioni regionali e municipali in Venezuela. Si tratta delle elezioni numero 29 in 22 anni.

A questa scadenza elettorale erano accreditati più di 70.000 candidati di 82 formazioni politiche, di cui la maggioranza dell’opposizione, testimonianza di un grande pluralismo politico.
Ricordiamo che la parte più estremista dell’opposizione di destra è arrivata a chiedere l’intervento militare straniero e sanzioni contro la propria popolazione.
Ma il popolo venezuelano ha parlato forte e chiaro: il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), il partito di Chavez e Maduro, ha ottenuto la vittoria in 20 dei 23 stati e nella capitale. È una vittoria che conferma il cammino di trasformazione in atto, nonostante la dura crisi economica dovuta, in gran parte, al bloqueo e alle sanzioni USA e UE.
La destra viene castigata dal voto per la strategia distruttiva, che in questi anni non ha portato a casa nessun risultato.

L’elezione è stata seguita in loco da più di 300 “accompagnatori” internazionali.

Tra gli osservatori era presente la delegazione ufficiale della UE che ha potuto attestare il clima sereno, la piena tranquillità e trasparenza di un sistema elettorale automatizzato totalmente a prova di brogli. Una evidente smentita delle dichiarazione di Blinken a nome dell’amministrazione USA che senza inviare osservatori ha dichiarato elezioni non valide.

È ora che la UE rispetti la legalità delle istituzioni venezuelane, i risultati delle urne, la legittimità del suo governo e del suo Presidente Nicolás Maduro e prenda le distanze dal golpismo nordamericano.

Il contesto elettorale era stato preceduto dall’inizio del dialogo in Messico tra governo e opposizione, su iniziativa del governo del Presidente Maduro.
Un dialogo che purtroppo si è interrotto a causa del sequestro a Cabo Verde, da parte degli Stati Uniti, del diplomatico venezuelano e membro del tavolo del dialogo, Álex Saab.
Rifondazione Comunista esige l’immediata liberazione di Saab, il cui sequestro da parte statunitense è l’ennesimo atto di pirateria extraterritoriale, in flagrante violazione del diritto internazionale e della Convenzione di Vienna.

Allo stesso tempo, è ora di rimuovere tutte le criminali misure coercitive unilaterali che violano i diritti umani della popolazione venezuelana.

Rifondazione Comunista, si congratula con il popolo venezuelano per questa ennesima prova di democrazia nonostante l’incessante attività di destabilizzazione portata avanti dagli USA e dai loro alleati.

Il Venezuela bolivariano continua a rappresentare una speranza per i popoli che si battono per la propria liberazione. Lo capiranno il governo italiano e l’Unione Europea? O continueranno a genuflettersi agli ordini della Casa Bianca?

L’ipocrisia e la retorica al potere. Debito ecologico, debito coloniale e malsviluppo, i grandi assenti nei vertici mondiali sul clima

Giorgio Riolo

Leonardo Boff è stato tra i fondatori della Teologia della Liberazione. Una volta dismesso il saio di francescano (ci ricordiamo il 1984, giustizieri Wojtyla e Ratzinger?), è diventato uno dei più attenti e più efficaci critici del malsviluppo. La dimensione sociale e la dimensione ambientale sempre presenti nella sua critica e nelle sue proposte alternative al corso dominante capitalistico su scala mondiale.

In un recente articolo ha parlato dei grandi assenti alla COP26 di Glasgow, la Terra e la Natura. Così, da lui ispirati, usiamo la stessa metafora a proposito di altri grandi assenti.

In primo luogo, una questione di metodo. Il positivismo dominante, lo specialismo esasperato, la cultura del frammento, la mancanza di narrazione e di visione della “lunga durata”, il postmoderno, il guardarsi bene dal considerare che “nel capitalismo tutto si tiene”, la cancellazione della coscienza storica e del “presente come storia”, il neoliberismo insomma, la fanno da padrone. Il risultato è questo scenario desolante dei vertici mondiali, il G20 e la COP26 di Glasgow come ultimi esempi. Manca la possibilità della considerazione dei problemi mondiali come un tutto organico, come un tutto correlato. A malapena si mettono in relazione i problemi ambientali e climatici con i problemi sociali, con il lavoro e con il non-lavoro. Non si mette in relazione la giustizia climatica con la giustizia sociale, con la questione femminile ecc. E quando lo si fa è spesso solo come concessione retorica.

II.

Semplicemente, alla COP26 i protagonisti sono stati i rappresentanti dei governi e delle istituzioni internazionali. Con le potenti lobby delle multinazionali come convitati di pietra. Sempre attive da Rio 1992 e influenti, anche per i soldi che mettono volta a volta come sponsors. Una netta contraddizione.

I giovani, di Fridays For Future (FFF), di Extinction Rebellion e di altri organismi, i rappresentanti dei popoli e dei senzapotere del Sud Globale, dei popoli indigeni, dei movimenti ambientalisti e dei movimenti sociali, delle coalizioni popolari sui problemi ambientali e sociali, dei sindacati, delle associazioni della società civile ecc. a latere, fuori dal vertice, nelle strade di Glasgow. Solo alcuni rappresentanti di questi organismi invitati a parlare nel vertice, come ornamento ed espressione di buona volontà da parte dei potenti.

Il fallimento era annunciato. Molte dichiarazioni di principio, anche nel documento finale, ma senza piani concreti e impegni vincolanti per conseguire i fini enunciati. Ipocrisia e retorica. Il neoliberismo per definizione non tollera leggi, norme, impegni vincolanti. Anche se i dominanti mondiali non possono più negare come facevano un tempo. In questo, tra l’altro, accompagnati da negazionisti presenti là dove meno te lo saresti aspettato. L’industrialismo, il produttivismo, lo “strutturalismo”, lo scientismo, la visione ingenua del progresso ecc. hanno fatto molti danni a sinistra, partiti e sindacati. Anche in alcuni marxismi.

Naturalmente eurocentrismo e occidentalocentrismo in azione alla grande. Gli Usa e i paesi storicamente inquinatori hanno compiuto da subito la diversione di massa. Cina, India, Russia ecc. paesi additati quali responsabili del disastro ambientale e climatico e quindi del fallimento del vertice. Il fondamentalismo, il cretinismo “democratico” nostrano all’opera. Giornalisti e vari esponenti politici italiani di centrosinistra arruolati, infervorati e solerti a malinformare.

“La Cina la più grande inquinatrice del pianeta” ecc. ecc. Nessun riferimento al retroterra storico e all’ingiustizia storica accumulata. Si assisteva a qualche dibattito televisivo e spesso era un giornalista economico o un esponente politico di destra a ricordare che le emissioni si calcolano pro-capite. Come indicato da organismi seri come lo Ipcc e il Global Footprint Network (GKN). E così facendo la Cina sprofonda al 42mo posto nelle emissioni di gas serra. Paesi del Golfo, Usa, Canada, Australia ecc. diventano allora i primi inquinatori. Martina Comparelli di FFF Italia sobriamente ricordava, in uno di questi dibattiti, che la gran parte delle produzioni cinesi sono a uso e beneficio dei mercati e dei consumi occidentali. La “officina del mondo” attuale, come l’Inghilterra lo era a partire dal 1750 e per tutto l’Ottocento. Si produce e si inquina fuori, nelle periferie, si consuma allegramente nei centri. Cina e India sono in tutti i casi paesi “cattivi”.

L’accumulazione del capitale e l’accumulazione dei gas serra. Sono processi secolari. I cambiamenti climatici in corso hanno una causa attuale nei gas serra emessi in qualche ciminiera di Manchester dal 1750 in avanti o a Pittsburgh o nella Ruhr dall’inizio del Novecento. Quello che si riesce a fare come controtendenza da qui in avanti lo vedremo solo come effetto tra alcuni decenni. Almeno tra mezzo secolo.

Quasi nessuno ha fatto riferimento al GFN, la rete mondiale sulla “impronta ecologica”, e ai numerosi rapporti che tale organismo emette . Vero metro di misura di ciò che succede nel pianeta come uso e abuso delle risorse. “Il livello di vita dell’americano medio non è in discussione”, è il mantra Usa da Reagan in avanti. Il fondamentalismo americano, democratico o repubblicano, non fa differenza, è sempre in azione. Allora se consumassimo o depredassimo come uno statunitense occorrerebbero 5 pianeti terra, come un cinese 2,2, come un indiano 0,7. Dati GFN.

III.

Alcuni dati e alcuni riferimenti storici. Il Sud Globale giustamente rivendica il debito coloniale e il debito ecologico. Il colonialismo ha depredato risorse ed esseri umani. Ha sfruttato e ha sottratto ricchezza a beneficio dei paesi colonizzatori del centro, per il proprio sviluppo. Inibendo così lo sviluppo di queste aree saccheggiate.

A proposito di debito coloniale, valenti storici indiani stanno calcolando quanta ricchezza la Gran Bretagna ha sottratto all’India. Dalla East India Company al dominio diretto britannico fino all’indipendenza del 1947. Somma incredibile, enorme, se si applica l’interesse composto in tutto questo tempo trascorso.

Il debito ecologico è fortemente connesso. Non solo per quanto compiuto nel Sud Globale da parte delle potenze colonizzatrici, ma anche per l’uso indiscriminato delle energie fossili (e conseguenti emissioni) per il proprio sviluppo dal 1750 in avanti. Ora si impone ai paesi cosiddetti in via di sviluppo di fermarsi. Cina e India dicono di no. Occorre una transizione verso la fine dell’energia fossile e verso l’energia totalmente rinnovabile. Questa transizione dovrebbe essere pagata dai paesi sviluppati, colonizzatori in primo luogo. Anche il ben misero fondo per il clima promesso a Parigi nel 2015 è stato disatteso. Nessuno ha versato. Adesso si promette di raddoppiare i 100 miliardi di dollari di prima. Ma non si contempla alcuna misura vincolante. Infine occorre ricordare sempre che la differenziazione e la diseguaglianza non è solo su scala mondiale. È anche entro il singolo paese. Negli Usa il 10% più ricco emette gas serra come il 50% più povero.

Un dato storico si impone e ci aiuta a comprendere lo stato del mondo, di allora e di oggi. Esiste una gerarchia mondiale nell’uso dell’energia, diretta e indiretta, contenuta nelle merci e nei servizi. Nel 1980 un abitante Usa consumava tanta energia quanto 2 tedeschi, 3 svizzeri, 4 italiani, 60 indiani, 160 tanzaniani e 1100 ruandesi.

IV

Alcune considerazioni sempre sulla necessaria transizione. Energetica e complessivamente nella riorganizzazione capitalistica. La prima energia alternativa è il risparmio energetico. Non solo nella sfera degli stili di vita e nelle scelte individuali. È enorme l’energia che si potrebbe risparmiare con un cambiamento radicale dei processi di produzione, non solo nelle macchine, ma anche e soprattutto nella organizzazione produttiva. Anche in agricoltura e negli allevamenti, con la fine dei nefasti allevamenti intensivi. Scienza e tecnologia contemporanee soccorrono. Tutto ciò comporta enormi investimenti. Che verrebbero ovviamente ripagati nel lungo periodo. Ma le singole imprese non procedono se non sospinte entro un piano governato dal centro, istituzioni nazionali e internazionali. Allora. È interpellato il protagonismo non solo degli ambientalisti, ma di tutti i soggetti sociali, in primo luogo del mondo del lavoro (i sindacati, le lavoratrici e i lavoratori).

V.

Esiste una prospettiva. Un’esigenza. Occorre agire come soggetto sociale complessivo. Non separare ciò che non è separabile. L’auspicio è che alle mobilitazioni dei lavoratori partecipino gli ambientalisti (o loro delegazioni) e così che alle mobilitazioni sui cambiamenti climatici e sull’ambiente partecipino sindacati e lavoratori. Così si è sperimentato nei Forum Sociali Mondiali e nel movimento altermondialista. Questo è risultato più agevole nel Sud Globale, a misura delle gravi condizioni in cui si trovano quelle aree del mondo. Meno facile nei centri capitalistici. Ma è la sfida con cui le classi subalterne, i movimenti antisistemici e i partiti della sinistra alternativa del centro debbono misurarsi.

9 ottobre 1967. Il Compagno Ernesto Che Guevara veniva assassinato dai militari boliviani guidati da un agente della C.I.A.

CALENDARIO DEL POPOLO

9 ottobre 2021

Giuseppe Abbà

Quel giorno, nel villaggio di La Higuera in Bolivia veniva ucciso il Che, catturato il giorno prima durante un violento combattimento.

L’emozione nel Mondo, soprattutto tra i giovani, fu enorme. Che Guevara era diventato il simbolo della lotta rivoluzionaria per cambiare un mondo ingiusto.
Il giovane Ernesto, nato a Rosario, in Argentina, il 14 giugno 1928, nei suoi viaggi attraverso l’America Latina assieme all’amico Alberto Granado, si rese conto della tragica realtà del continente sudamericano: fame, malattie, analfabetismo, rapina delle risorse e sfruttamento spietato da parte delle multinazionali degli Stati Uniti con la complicità dei governi locali.

Maturò in questo modo convinzioni marxiste, comuniste. Giunse in Guatemala dove sostenne il governo di Jacobo Arbenz, un progressista che aveva “osato” nazionalizzare le immense proprietà della “United Fruit” per potere aiutare i contadini poveri del proprio Paese.

Nel 1954 gli Stati Uniti abbatterono il governo Arbenz con un’invasione di mercenari. Ernesto Guevara dovette riparare in Messico dove conobbe gli esuli cubani, Fidel Castro e Raul Castro. Si unì a loro nella spedizione del “Granma” che il 2 dicembre 1956 approdò sulla costa cubana di Oriente.

Dopo la prima sconfitta ad opera delle truppe del dittatore Batista, i superstiti raggiunsero la Sierra Maestra. Si sviluppò la guerriglia che ottenne l’ appoggio dei contadini. Dopo due anni di combattimenti, tra cui l’epica battaglia di Santa Clara, diretta dal Che, la guerriglia trionfò il 2 gennaio 1959.

Fu effettuata una vasta riforma agraria e Cuba si avviò, nonostante le aggressioni e il blocco ( che dura tutt’ora) degli Stati Uniti, verso il socialismo.
Il Che, dopo aver fatto il Presidente della Banca Nazionale e il Ministro dell’Industria, dopo 5 anni lascia Cuba, annunciando che “altre terre del Mondo reclamano i suoi modesti sforzi”. Con l’aiuto cubano si reca clandestinamente nel Congo (1965) per aiutare i guerriglieri lumumbisti, ma la guerra popolare non riesce a svilupparsi. Il Che si ritira per qualche tempo a Praga, quindi ritorna per qualche tempo a Cuba, senza che la cosa venga resa nota.

Riparte per la Bolivia dove, purtroppo, la guerriglia insediata nella Selva, viene accerchiata e sconfitta.
Che Guevara fu un esempio di internazionalismo proletario.
Ricordiamolo con le parole pronunciate da Fidel Castro: “il Che non è caduto difendendo altri interessi, altra causa che la causa degli sfruttati e degli oppressi di questo continente. La causa per cui il Che è morto è la causa degli umili di questa Terra”.
Ricordiamolo anche con le parole della canzone cubana “Guantanamera “( versi di José Marti’): “con los pobres de la Tierra quiero yo mi suerte echar” (con i poveri della Terra voglio lanciare la mia sorte).

Marcia della Pace Perugia-Assisi 2021. L’Italia è un Paese belligerante da trent’anni.

Marcia della Pace Perugia-Assisi 2021

L’Italia è un Paese belligerante da trent’anni.

É  secondo per soldati e mezzi inviati all’estero nelle missioni Nato dopo gli Stati Uniti.
È nono nella “top ten” mondiale per produzione di armi e sistemi d’arma.
È il quinto avamposto militare statunitense a livello globale.

I nostri porti sono un nodo strategico nella logistica dei trasferimenti di armamenti mentre Camp Darby, che si serve del porto di Livorno, è il più grande arsenale statunitense al di fuori dai confini della madre patria.

La nostra spesa militare si attesta tra i 70/80 milioni di euro al giorno in costante aumento.

In trent’anni abbiamo accumulato pesantissime responsabilità di guerra.

L’Italia non ha bisogno della Nato e dei suoi nemici inventati, delle basi e delle bombe nucleari statunitensi né di un esercito professionale concepito per l’offesa.

Servono risorse per la sanità pubblica, per la scuola, per i trasporti, per il reddito.

Ridurre le spese militari
Cambiare modello di Difesa
Uscire dalla Nato.

Andrea Ferroni, coordinatore Gc e segr. Fed. Perugia
Gregorio Piccin Responsabile Nazionale Pace

Rifondazione Comunista: Afghanistan venti anni fa iniziava la guerra infinita

Sono passati venti anni esatti dall’attacco lanciato dagli Usa in Afghanistan.

Iniziava un bombardamento che, come ormai di prassi nei conflitti armati, colpiva soprattutto le popolazioni civili e le infrastrutture di base del paese. Bin Laden, verrà poi individuato e ucciso in Pakistan, le responsabilità degli “amici sauditi” nella costruzione di Al Qaeda e nel sostegno alla strategia stragista sarà secretato.

L’obiettivo era quello di occupare un paese e di ridefinire l’assetto geopolitico dell’area spacciando l’operazione come intervento umanitario per liberare le donne dall’oppressione patriarcale talebana. A venti anni sappiamo come è andata.

Gli Usa prima e poi la Nato hanno impegnato ingenti risorse e uomini per distruggere il paese per  poi repentinamente abbandonarlo senza aver ottenuto alcun obiettivo tra quelli annunciati.

L’Afghanistan oggi è tornato saldamente nelle mani dei talebani.

Gli accordi di Doha implicavano la consegna agli ‘studenti coranici’ del paese e di poter reimporre la loro oppressione reazionaria sulle donne e sulla società, simile a quella di alleati fondamentalisti dell’Occidente come l’Arabia Saudita.

Rifondazione Comunista ricorda la data di oggi come il punto di svolta di una tragedia di cui non si vede la fine e si schiera con le organizzazioni delle donne afghane e le loro reti di resistenza, con le forze laiche che vivono oggi in clandestinità e solidarizza con un popolo che dall’occidente ha avuto solo fame, guerre e violenza

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale

Gregorio Piccin, Responsabile pace – Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Il mondo diverso

Adriano Arlenghi

Noi non vogliamo crescere senza sogni, dice il cartello di una ragazza che sfila tra migliaia di studenti oggi, in un serpentone infinito di colori, dal Castello sino quasi a Casa Milan.

Uno striscione colorato e felice di occhi lungo due chilometri , con tanti ragazzi che corrono e ballano, alzano cartelli e inneggiano slogan ritmati.il futuro è nostro e non lo deleghiamo a nessuno, non staremo a guardare passivamente il bla bla bla della politica.

Dice un ragazzino che avrà forse sedici anni, completamente diverso nei pensieri e nei linguaggi da come eravamo noi, mezzo secolo fa. Meno ideologia, più consapevolezza, la voglia di riportare nel dibattito collettivo parole che sembravano ormai dimenticati quali, sogno, lotta, utopia, futuro. Con la convinzione profonda che il tempo sta per scadere e il cambiamento climatico globale renderà la terra un posto invivibile, se non si agisce subito in modo profondo e critico verso il sistema. Greta piccolissima dal mio punto di osservazione, ribadisce con radicalità gli obiettivi del nuovo millennio, rende trasparente la frattura con la politica.

Il futuro è nostro, urlano ora tutti a gran voce e non ce lo faremo scippare. Questa manifestazione non è una passeggiata, la nostra lotta deve essere senza compromessi. Noi siamo la generazione ribelle e vogliamo costruire dal basso, in opposizione ai grandi della Terra il tempo che verrà. Questo è molto altro nei cartelli e negli slogan, alcuni seri altri spiritosi, un poco sullo stile dei vecchi indiani metropolitani.

Vogliamo studiare cose che non sono in contrasto con l’umanità che ci sta attorno.

Diconk ancora in coro. Nel corteo c’è un po di tutto, critica al capitalismo e raccolta indifferenziata nelle scuole, desiderio di costruire un movimento capace di far inginocchiate i potenti. Sapendo che giustizia climatica e giustizia sociale viaggiano affiancati.

Tre ore lungo le vie di Milano, tra i sorrisi della gente che apre le finestre e li applaude. Riuscirà questo popolo ad introdurre sabbia nel motore dell’economia fossile oppure perderà la sua battaglia come quando milioni persone scesero in piazza in tutti i Paesi del mondo in contemporanea, per chiedere pace?

Vedremo. Per ora non rimane che sottolineare l’entusiasmo che fu anche nostro in un tempo diverso e soprattutto la ferrea convinzione od illusione che un mondo diverso sarà possibile.

Non esiste del resto un Pianeta B.

Su questo nessuno ha dubbi.

CALENDARIO DEL POPOLO: 1 OTTOBRE 1949-IL COMPAGNO MAO TSE TUNG PROCLAMA LA REPUBBLICA POPOLARE CINESE.

Giuseppe Abbà
Era il culmine di una delle più importanti rivoluzioni del Ventesimo secolo.

La Cina che, sin dalla prima metà dell’ottocento era stata preda dei vari imperialismi (inglese, statunitense, francese, tedesco, giapponese, Russia zarista) e che subiva, oltre all’oppressione semicoloniale, il dominio feudale dei grandi proprietari terrieri, la Cina preda di fame, carestie, analfabetismo, come disse Mao Tse Tung il 1 ottobre 1949,”si era levata in piedi”.

Lungo e complesso fu il percorso della Rivoluzione Cinese, dal movimento culturale del 4 maggio 1919, alla fondazione del Partito Comunista Cinese il 23 luglio 1921, ai contrastati rapporti con il Kuo Min Tang.

Il Kuo Min Tang era un partito all’inizio antimperialista che però successivamente vide prevalere la ” borghesia compradora” e i latifondisti rappresentati da Chiang Kai Shek.

La rottura con il Kuo Min Tang sfociò nel massacro dei comunisti da parte delle truppe reazionarie (Shanghai nell’aprile 1927).

I Comunisti reagirono creando nell’ agosto 1927 l’Armata Rossa. Furono liberate estese zone della Cina. Nel 1934 iniziò la “Lunga Marcia”, migliaia di chilometri percorsi in un anno per raggiungere la “base rossa” dello Shensi Settentrionale.

Seguì la Resistenza contro l’invasione giapponese con una relativa tregua con il Kuo Min Tang.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale gli imperialisti americani e Chiang Kai Shek fecero fallire i tentativi di un governo di unità nazionale.

Riprese il conflitto sino a che tutta la Cina fu liberata, tranne l’isola di Taiwan, bloccata dalla Settima Flotta americana.

Iniziò la marcia verso il socialismo.

Fu senz’altro uno dei più grandi avvenimenti dell’epoca contemporanea.

Rifondazione Comunista di Torrevecchia Pia: LIBERTÀ E DIRITTI PER LE DONNE IN AFGHANISTAN

Comunicato del Circolo di Torrevecchia Pia sull’iniziativa del 25/9

LIBERTÀ E DIRITTI PER LE DONNE IN AFGHANISTAN
Sono sempre più sotto attacco i diritti democratici e umani del popolo afghano e in particolare delle donne e della loro autodeterminazione .
Essere donne in questo paese è drammatico: si subiscono violenze quotidiane, umiliazioni, segregazioni, divieti lavorativi e sociali, mutilazioni e pubbliche uccisioni.
Dobbiamo sostenere le donne che lottano contro i fondamentalismi e le guerre che si sono succedute dagli anni ’90 in poi.
Molte donne cercano di fuggire ma molte altre continueranno a lottare contro questi fanatici criminali misogini, spesso in clandestinità.
I diritti delle donne devono essere pienamente riconosciuti e noi dobbiamo sostenere la lotta delle attiviste e delle loro organizzazioni, perché, come dice la storica Associazione rivoluzionaria RAWA: “Nessuna nazione può esportare i “diritti delle donne” o la “democrazia”. Crediamo che le donne afghane continueranno la lotta e nessuna oppressione, tirannia o violenza potrà fermare la resistenza”.