Categoria: I racconti

Con i piedi nell’acqua. Donna, canto e lavoro in risaia

12 Novembre 2024

MARCO SAVINI

La cultura materiale contadina spesso produce anche cultura immateriale, e il caso più noto e conosciuto è proprio rappresentato dal lavoro di monda e trapianto che non si può scindere da quel vastissimo repertorio del canto di risaia. Repertorio che, com’è ovvio, è direttamente influenzato dal retroterra di cultura tradizionale di cui erano portatrici le varie squadre di mondine (locali e forestiere) ma anche dal clima storico in cui veniva espresso: lotte sindacali, fase politica, condizioni di lavoro, ecc.

Si tratta di un repertorio molto eterogeneo che attinge a varie fonti: dalle antiche ballate, fino ad arrivare ai canti da cantastorie e alle canzonette d’autore, conosciute a partire dagli Anni Trenta attraverso la radio. Non mancarono creazioni delle mondine, ma più spesso si verificava il fenomeno della “rifunzionalizzazione”, cioè dell’assunzione della melodia di una canzone nota ma con il cambio del testo in funzione delle esigenze del momento o della situazione lavorativa.

È nota anche la combattività sindacale delle mondine, che non si era arrestata neppure negli anni del fascismo, con gli scioperi dal 1927 al 1931 contro la diminuzione del salario.

D’altra parte la cultura popolare, nelle sue varie manifestazioni è sottoposta da anni a fenomeni di logoramento e di oblio, a causa del frammentarsi e dell’esaurirsi dei tradizionali meccanismi di trasmissione tra le generazioni.

La cultura popolare, che è soprattutto una cultura orale, rischia di perdersi con la morte dei depositari della tradizione.

Per fortuna i ricercatori chiamati al convegno hanno realizzato registrazioni sia quando le mondine era ancora al lavoro, sia dopo la fine del lavoro manuale in risaia, con i gruppi canori che si sono formati negli anni Ottanta e Novanta a Ferrera, Mede, Sannazzaro e Valle Lomellina, che si sono esibiti in varie feste popolari, attingendo a una sorta di memoria collettiva dei testi e delle melodie di questa manifestazione tipica del mondo popolare.


Sabato 16 novembre 2024 | ore 21:00 | Auditorium San Dionigi | Piazza Martiri della Liberazione, Vigevano

Curmaia, siur padron!

CONCERTO

Canti, storie e riti della risaia
Con Barabàn – Coro Storie, Canti, Fogli Volanti.
Progetto “Con i piedi nell’acqua – Donna, canto e lavoro tra Lomellina e Oltrepò Pavese”.

3 OTTOBRE, 9 ANNI DOPO LA STRAGE DI LAMPEDUSA

4 Ottobre 2022

In occasione della giornata che ricorda la strage nella quale 360 migranti persero la vita al largo delle coste di Lampedusa pubblichiamo il testo di Alessandra Ornaghi, attivista della Rete Como senza frontiere, che nell’estate 20’16, insieme alle/i Compagne/i della nostra Federazione di Como e molte e molti altre/i era tra chi, alla stazione di Como San Giovanni, provava a rendere meno disperata la situazione delle persone che, abbandonate dalle istituzioni, stazionavano nell’area adiacente alla stazione.

Non ho mai raccontato molto delle serate in stazione durante l’emergenza profughi che colpì la mia città nell’estate 2016. I volti si susseguivano sera dopo sera, con alcuni arrivavi a scambiare parole, ascoltavi i loro racconti di paesi così lontani e situazioni tragiche, che davano ancora di più significato alla frase “nascere nella parte giusta del mondo”, soprattutto quando l’ora si faceva tarda, cibo e coperte erano stati distribuiti e i più si erano coricati per la notte nel portico della stazione o sui prati del parco mentre tu sapevi che di lì a poco avresti avuto la fortuna di tornare a casa a dormire nel tuo letto. Ricordo i “miei” bambini:

Jonathan, il primo con cui entrai in contatto, arrivato insieme alla sua mamma, febbricitante, per il quale mi prodigai per ore a fare da interprete tra la dottoressa che parlava italiano, l’interprete eritreo al quale riferivo in inglese quello che lui poi doveva tradurre in tigrino alla giovane donna per capire cosa avesse il bambino. Il suo terrore per il termometro, il ghiaccio portato da chi, in teoria, era lì per vigilare la situazione non esitò a correre a prenderlo perché si doveva far scendere la febbre. L’ultima immagine che ho di loro è mentre salgono sull’ambulanza, poi ho saputo che il mattino dopo lasciarono l’ospedale e li videro cercare di salire su un treno per andare in Svizzera.

Duracell, che diceva di avere 13 anni dimostrandone almeno 3 di meno, soprannominato così perché alle due del mattino era capace di essere lì seduto sui gradini della stazione con noi, ascoltando senza capire i nostri discorsi senza il minimo accenno di sonno. Rimandato indietro più volte dalla frontiera svizzera, nonostante fosse minorenne non accompagnato con carte che dichiaravano che i suoi familiari vivevano in Europa. Uno dei pochi dei quali ho saputo che è riuscito a ricongiungersi con la famiglia.

Tibora, il piccolo folletto che se non mi vedeva veniva a cercarmi e mi seguiva come un’ombra nei vari spostamenti ad ascoltare i bisogni delle persone, portare un po’ di cibo o una coperta. Che mi riempiva di baci e mi girò la faccia verso l’obiettivo quando mi voltai perché non volevo fare una fotografia, mi sembrava un “souvenir del dolore” e invece per lei era solo una foto con la sua amica.

Del più piccolo in assoluto passato dalla stazione ho perso il nome nei meandri della memoria, ma ricordo il suo viso paffutello, le guanciotte piene come solo i bebè di sei mesi possono avere, gli occhi color velluto, la culla di fortuna sotto gli alberi del parco, la diffidenza di madre e zia ad andare nel tendone della Croce rossa per la notte per la paura di essere divise.

La scena più assurda la vissi una sera mentre ero intenta a distribuire coperte. Un attimo prima non c’era nessuno, un attimo dopo con la coda dell’occhio vidi una splendida ragazza con due gemellini. Sia io che l’altro volontario non siamo mai riusciti a capire da dove fossero sbucati. Il tempo di capire i bisogni di questa mamma e poi la decisione di mandarli a passare la notte in parrocchia, da uno dei preti più straordinari che la mia vita diagnostica mi abbia mai fatto incontrare. Resta ancora oggi il dubbio di capire da dove fossero spuntati, sembrò davvero che si fosse aperto un buco spaziotemporale nell’asfalto da cui uscirono.

Una sera però mi capitò una cosa che mi rimarrà incisa nel cuore per sempre. Nuovo arrivo, una mamma con una bambina e una ragazzina. Dubitai subito fossero veramente parenti, la mamma, giovanissima tra l’altro e la sua piccolina, parlavano francese, la ragazzina inglese. Sembrava più una delle tante “famiglie” che si formavano durante questi viaggi della speranza. Anime sole che si trovavano e decidevano di proseguire il viaggio insieme per proteggersi a vicenda. Fratelli e sorelle, zii e nipoti non per sangue, ma disperazione, che unendosi in gruppi si sostenevano e accudivano l’un l’altro. Scambiata qualche parola e appurato che non serviva l’interprete eritreo, dissi loro che sarei andata a prendere le coperte per farle sistemare per la notte. Feci per allontanarmi e la ragazzina cominciò a chiamarmi: “sister, sister!!” mi girai e lei mi offrì una delle tre crostatine che avevano con loro. Rifiutai con un sorriso e andai a prendergli delle coperte.

Quando tornai i loro “vicini”, che nel frattempo si erano spostati per permettere alle ragazze di dormire nell’angolo più riparato (uno dei tanti, bellissimi gesti che ho visto fare una sera dopo l’altra), mi fermarono e a bassa voce mi dissero che le tre non mangiavano dal giorno prima. Il loro unico cibo consisteva in quelle crostatine e il gesto di condivisione della ragazzina prese un altro significato, pur non avendo niente nella pancia mi offriva parte del suo cibo per ringraziarmi.

Ecco come delle semplici crostatine sono diventate le mie Madeleines, quando le vedo non posso fare a meno di pensare a quella notte in stazione, a quelle tre anime che cercavano un loro posto nel mondo dove poter vivere in serenità e addentando la merendina mando loro un saluto, con la speranza che siano riuscite a trovarlo.

3 ottobre, giornata della memoria e dell’accoglienza…

Se divisi siam canaglia

19 Settembre 2022

Un’altra favoletta che cerca di inserire la tradizione narrativa locale (Il cagnolino mazzichino mozzichino) in un contesto socio-politico dall’inizio del Novecento fino all’avvento del fascismo, giusto cent’anni fa.

Il termine “canaglia” veniva spesso usato dai padroni per definire il proletariato, ma era stato anche assunto in modo ironico anche dagli stessi avversari: la Provincia Pavese, quando era ancora radicale e repubblicana si intitolava “La Canaglia” e lo stesso Ferruccio Ghinaglia, un mese prima della sua uccisione, aveva scritto un articolo intitolato “Santa canaglia” riferendosi alle vittime dello squadrismo fascista, con questo incipit: “Giorni tristi pel canagliume proletario. Il borghese sogghigna beffardo. Passano dei funerali, si scavano delle tombe. Si leva al cielo il pianto delle mamme e l’imprecazione dei detenuti. Corre sangue nelle strade. È sangue proletario.

Migliaia di turpi ceffi ghignano di un ghigno macabro e malvagio. La patria è salva, la cassaforte è sicura, la rivoluzione è domata, la canaglia è rinchiusa in carcere, la terra copre il cadavere dei suoi capi”.

Marco

C’era una volta un povero contadino che non riusciva mai a trovare un lavoro. Tutte le mattine molto presto andava in piazza dove l’agente del grande fittabile reclutava i braccianti per la giornata. Ma Carlo non era quasi mai chiamato, un po’ per la sua giovane età, per la sua magrezza e la piccola statura che lo facevano sembrare ancora più giovane dei suoi quindic’anni, ma un po’ perché era figlio del primo socialista del paese. Suo padre Antonio dall’America aveva portato le idee di emancipazione e di eguaglianza che aveva sentito e imparato nei lungi anni passati in giro per il mondo. Antonio, tornato entusiasta con la voglia di cambiare, era stato ancor prima di Carlo rifiutato dai caporali del padrone, finché un giorno era ripartito oltreoceano deluso e amareggiato. Prima di partire aveva lasciato pochi soldi alla moglie e ai giovani figli con la promessa che ne avrebbe al più presto mandati altri. Ma mesi e mesi erano passati e nulla era arrivato alla povera casa. Così Carlo si era proposto sulla piazza. Suo padre gli aveva insegnato a usare la falce fienaia e la falce messoria, il badile e la zappa, a seminare e a trebbiare e Carlo aveva imparato con volontà anche se spesso gli sembrava che le forze gli mancassero. Non gli mancava la capacità di lavorare ma la prestanza fisica e l’apparenza contavano più dell’impegno per chi reclutava gli uomini e poi su Carlo pendeva l’ombra del padre che il padrone aveva visto come una minaccia per il suo potere incontrastato. E anche adesso che Antonio era partito, ogni protesta, sciopero o semplice rivendicazione veniva imputata alle idee diffuse dall’emigrante sovversivo, e l’ostracismo verso la sua famiglia si faceva più severa.

Neppure il panettiere faceva più credito alla mamma di Carlo, il quale dopo l’ennesimo rifiuto della piazza e l’ennesima polenta che doveva bastare per tutta una giornata per lui, la mamma e i cinque fratellini, si era convinto a partire da casa per andare in cerca di fortuna. La mamma l’aveva scongiurato di non lasciarla come il marito, ma Carlo era troppo deciso e amareggiato per restare senza far nulla. La mamma rassegnata gli aveva preparato un fagottino con l’ultimo pane che i vicini le avevano regalato, tre noci e una forma di formaggio. Niente di più se non mille raccomandazioni e un consiglio: “Qualunque cosa ti succeda ricordati di restare te stesso:

“Chi si lascia cambiare

raccoglierà messi amare”.

E così era partito. E cammina, cammina, cammina verso sera, arrivato in un bosco, gli era venuta fame e prima di mettersi a dormire sotto un grande noce si era messo a mangiare il pane e il formaggio che gli aveva preparato la mamma. Ma il pane era piccolo e il formaggio era poco e in attimo la sua cena era finita. Carlo avrebbe avuto ancora un po’ di appetito e gli restavano ancora le tre noci, ma aveva pensato di conservale per la colazione del mattino dopo e si era addormentato con le noci strette in una mano.

Il suo sonno era stato agitato: dalla rabbia per i datori di lavoro, alla disperazione della madre, alla speranza in un futuro di ricchezza che avrebbe cambiato la loro vita, alla paura di brutti incontri nel suo viaggio e quella stessa notte, che era la prima che passava fuori di casa.

Nel mezzo della notte fu svegliato da una canzone che non aveva mai ascoltato: era cantata da un coro con voci sguaiate, come qualche volta aveva sentito solo dagli ubriachi.

Pensando a uomini sbronzi provenienti da un’osteria, si era quasi rassicurato dopo un primo spavento: “La sbronza della sera, svanisce la mattina” gli ricordava sempre suo padre quando tornava a casa un po’ brillo dall’osteria dove gli era stato offerto del vino perché parlasse dell’America e delle idee nuove che aveva ascoltato, idee che parlavano di contadini che alzavano la testa e si univano in cooperative per avere assicurato il lavoro e il pane per tutti.

Carlo allora si era alzato e si era messo a guardare: dietro il noce si intravedevano i bagliori di un fuoco. Attorno al fuoco c’erano venti uomini vestiti di nero che bruciavano libri e cantavano a squarciagola. Incerto se fossero degli ubriachi o degli invasati, Carlo incuriosito aveva sollevato la testa e aveva cominciato a capire qualche parola della canzone che cantavano quegli omaccioni e che non aveva mai sentito:

Siamo i cani da guardia della città / nessuno si salverà / fiero l’occhio svelto il passo / al nemico in fronte un sasso / di sicuro lui ne muor…

Mentre si sporgeva per sentire meglio quelle parole inquietanti, sentì una voce arrogante che gli disse “Cane, sei venuto a spiarci”. Lui cercò di giustificarsi, ma un’altra voce tuonò: “Che cosa nascondi nella mano?” Prima che potesse rispondere gli fu aperta la mano e gli uomini che possedevano le voci di prima, dissero con una voce sola:

“Hai rubato le noci della nostra pianta, sarai punito”

Gli fecero cadere due noci – una era riuscito a nasconderla- e lo portarono davanti al rogo dei libri. Quello che sembrava il capo aprì un libro che non aveva ancora bruciato e dopo averlo sfogliato lesse questa formula magica:

Questa notte fa un freddo cane

il fuoco dei libri non ci basta

una spia è venuta a rubarci il pane

che sia bruciato assieme alla catasta”.

Disperato Carlo, vistosi alla fine, ruppe coi denti e con la disperazione una noce. All’improvviso uscì una voce gentile che disse:

Il ragazzo non si può bruciare

la luna in cielo lo vuole salvare”.

Tutti volsero lo sguardo in cielo e proprio in quel momento le nuvole si scoprirono e uscì la luna piena, luminosa come un faro, e illuminò lo spiazzo dove il fuoco si andava ormai spegnendo con gli ultimi deboli bagliori della brace.

Gli uomini si fermarono e pregarono il loro capo di liberare il ragazzo, ma lui disse:

Se il sacrificio non vuole la luna

un’altra punizione sarà opportuna

se non bruciato sul falò

diventi un cane da qui e un po’

ma un cane piccolino

con mozzo il suo codino”.

Dopo un attimo la luna fu ancora coperta dalle nubi e Carlo si sentì strano: vide la pelle coprirsi di peli, le mani diventare zampe, ridursi alla statura di un bambino, e come un bambino si mise a gattonare finché sentì crescersi la coda, ma solo un po’. Era diventato un piccolo cane con la coda mozza: un cagnolino mozzichino, mozzichino.

Ripresosi dallo spavento e dal disgusto pensò subito a scappare. Sullo spiazzo non c’era più… un cane, al di fuori di lui, rimaneva solo della brace che si stava esaurendo. Guardò i fogli bruciati dei libri e volle vedere se ancora riusciva a leggere, ma nessun frammento di foglio era ancora intatto. Stava per rassegnarsi quando si ricordò dell’unico libro sfuggito alla furia di quegli uomini neri: il libro di magia. Col suo fiuto non tardò a trovarlo, ma le sue zampe faticarono ad aprirlo. Quando finalmente ci riuscì abbaiò di sollievo: il contenuto del libro rimaneva oscuro, ma riusciva ancora a capire le lettere, le parole, le frasi. Era un libro esoterico: di magia, nera non bianca, sicuramente. Anche se forse erano formule solo per creare malefici e incantesimi malvagi, pensò di conservarlo anche perché lo aveva fatto risentire umano. Non riusciva a portarlo con sé se non in bocca, allora lo nascose in un buco nel tronco di una pianta, e si avviò verso l’abitato dopo il bosco.

Ma appena imboccato il sentiero si trovò davanti un grande lupo nero con una grossa coda pelosa. Parlava una specie di dialetto antico ma con un certo sforzo si riusciva a capire il senso delle frasi. Delle frasi? Dell’unica frase: “Ti voglio mangiare bel cagnolino, a partire dal tuo piccolo codino”.

Mozzichino, vedendosi alle strette, dopo aver urinato e defecato dalla paura, ma senza sporcarsi, inventò la storia che era invitato proprio quel giorno a un pranzo di nozze nel paese al di là del bosco e se il lupo fosse stato così comprensivo e paziente ne avrebbe ricevuto una giusta ricompensa, perché Mozzichino al ritorno sarebbe stato ben più grasso di quanto lo era in quel momento dopo giorni e giorni di fame e la sua coda sarebbe diventata saporita come un salsicciotto dolce e liquoroso. Mentre diceva così cercava di tirar dentro la pancia e di mostrarsi stanco e debilitato da un lungo digiuno, senza dimenticarsi però di scodinzolare maliziosamente.

Il lupo -si sa come sono certe bestie- famelico ma disposto ad aspettare, prepotente ma credulone, lo lasciò andare non senza aver fatto giurare Mozzichino che sarebbe tornato dalla stessa strada, pena la strage di tutti i cani della città, tra i quali ci dovevano essere certamente amici, familiari, mogli, concubine, amanti, figli e… i suoi animali da compagnia. Mozzichino giurò portando prima una zampa poi l’altra al muso e in men che non si dica sgattaiolò via.

Quasi per caso ripassò dallo spiazzo dove aveva incontrato quegli uomini neri ed erano incominciate le sue sventure.

Roba da cani mise la zampa su una noce! Non sapeva se fosse la sua, quella datagli dalla quella persona così umana di sua mamma, quando lui era ancora umano, o se fosse un frutto appena caduto dal noce attorno al quale si erano messi a cantare quegli esseri disumani.

Prese la noce tra i canini e facilmente la ruppe, sul momento non successe nulla e Mozzichino quasi si compatì per essersi illuso in una nuova magia, quand’ecco che lo spiazzo dove era avvenuto il rogo dei libri si affollò di una muta di cani, che non restarono muti, ma chiesero a gran voce, o meglio latrarono a Mozzichino di aiutarli a diventare umani, visto che li aveva chiamati a raccolta.

“Nessuno vi ha chiamati” si schermì Mozzichino.

Un vecchio cane moro e peloso che sembrava quasi avesse la barba gli disse nella loro lingua canina: “Tu non ci hai chiamati ma noi siamo venuti, quando ciascuno prende coscienza del suo essere degradato e capisce che non può uscirne da solo si unisce a quelli della sua condizione”.

“Ma come possiamo fare per tornare noi stessi, noi stessi di prima?” guaì Mozzichino.

“Dobbiamo liberarci dalle nostre catene e dai nostri padroni!”

“E i lupi? – ringhiò un cane bastardino di una razza indefinita – Loro non ci lasceranno andar via e non ci permetteranno una vita pacifica per conto nostro, anche se ci libereremo dei padroni”. “Uccidiamoli” disse un bulldog.

“No è meglio usare l’astuzia” replicò un foxterrier.

“E come?” riprese a dire Mozzichino.

“Leggiamo sul libro una formula che ci possa liberare dalle catene, dai padroni, dai loro lupi e rompa l’incantesimo”.

“Quale libro?” si lasciò sfuggire ancora Mozzichino che era ancora sorpreso di capire e parlare quella lingua canina.

“Quello che hai salvato dal fuoco e che ci salverà dalla nostra condizione da cani”

“Ma se non capiamo più la lingua degli umani come possiamo leggere la scrittura umana?” disse ancora una volta Mozzichino che era diventato un vero bastard contrario. Infatti un cane tutto distinto, doveva essere uno di razza, aveva trovato il libro di magia, con una certa fatica erano riusciti ad aprirlo e sfogliarlo ma nessuno era capace di leggere una pagina, una frase, una riga o anche una sola lettera, neppure Mozzichino quando si cimentò, fu più in grado di capire quei segni neri sulla carta bianca.

“Ci vorrebbe una magia” disse un cane superstizioso.

“Dobbiamo cercare una noce, loro sono miracolose” replicò con entusiasmo Mozzichino, per una volta propositivo. Tutti si misero a cercare con grande impegno e gran cagnara e vennero raccolte coi denti molte noci. Ognuna con un certo sforzo venne rotta, ma le magie non si facevano vedere, finché Mozzichino addentò una noce più grossa delle altre, che gli parve di riconoscere, la mise sotto i denti per romperla e con lei l’incantesimo, ne era sicuro. Ma non si ruppe per niente. Allora provò prima il primo cane, poi per secondo il secondo cane, per terzo il terzo finché per ultimo anche l’ultimo ma nessuno riuscì neppure a scalfirla.

“Rinunciamo e torniamo dalle nostre padrone” disse una bella barboncina ben pettinata.

“No, mai! Io piuttosto faccio il barbone, povero ma libero” disse un randagio pieno di zecche.

Il cane peloso, sì quello con la barba, disse con autorità: “Dobbiamo imparare dai padroni, dobbiamo usare i loro stessi strumenti, non basta il cuore, ci vuole il cervello, non basta la passione, ci vuole la tecnica!”

“Sì, ma come? È impossibile!” ridisse rabbioso Mozzichino.

“Dobbiamo studiare la situazione e cercare di risolvere il duro problema!” sentenziò il barba-cane.

Passarono la notte nel bosco, dopo aver istituito, ben inteso, i turni da cane da guardia. Era nei loro pensieri il pericolo di lupi neri e di accalappiacani pronti a rinchiuderli in un canile e gettare la chiave. Venne l’aurora che arrossò tutto il cielo, ridando colore alle cose, spente dalla lunga e buia notte. I cani si risvegliarono a poco a poco e si industriarono a trovare qualche strumento umano che permettesse di aprire la noce della speranza nell’avvenire. Chi trovò un altro libro, sfuggito al rogo, chi una penna per scrivere, chi una falce, chi un martello, chi un remo, chi un piffero, chi una rete, chi… roba abbandonata dagli umani, ma ancora utile, ricca di sapere e di valore… I cani si misero a studiare tutti gli oggetti raccolti, chi sapeva come si usava la falce, chi aveva visto il padrone usare la penna, chi il pescatore lanciare la rete, chi la padrona cucire con l’ago. Non fu breve il tempo dello studio e delle prove, con momenti di scoraggiamento e di divisioni, litigi e rappacificazioni, volontà di primeggiare e necessità di collaborare, alla fine fu costruita una macchina che non so dire come fu e come poté ma la noce spezzò.

Pian piano quei cani rognosi si sentirono come spogliare dai peli, crescere in altezza e riprendere le sembianze umane quasi dimenticate.

Prese la parola, come è naturale, il vecchio moro barbuto, ma non barboso, e disse solennemente: “Il momento è solenne: abbiamo finalmente drizzato la schiena e rotte le nostre catene, non cadiamo più sotto l’incantesimo che ci vuole servi e contenti, docili e impotenti, restiamo uniti, cooperiamo nei nostri paesi e non tramutiamo anche noi in padroni o caporali, fosse anche solo a casa nostra, o gli anziani con i giovani, oppure gli uomini con le donne. Ricordiamo sempre chi siamo stati e cosa abbiamo rischiato, non speriamo più nella magia, ma lavoriamo sempre per l’utopia. Su marciam santa canaglia e inneggiamo all’avvenir”.

Dopo un lungo applauso gli ex-animali si baciarono e abbracciarono e ognuno partì per il proprio paese, la propria casa, la propria famiglia, giurando di portare con sé il messaggio di riscatto e di fede e con la promessa di tenersi in contatto come le maglie di una rete.

Larga la voglia, stretta la vita,

su compagni non è finita.

La leggenda dei re buffi

12 Settembre 2022

Premessa

Il ritrovamento di un manoscritto post-medievale ci permette di risalire all’origine del nome di tante strade cittadine, in particolare all’origine del nome di via Rebuffi. La trascrizione del testo è stata scrupolosa: si sono date anche le parole cancellate. Gli incisi (tra due trattini e in corsivo) sono invece dell’amanuense.

Tutti  – tutti? I diversamente giovani – ricordano l’esistenza di una strada “regina”. Ci sarebbe anche una vecchia via “capurala”, ma non scendiamo troppo nella gerarchia – siamo uomini… o caporali? – Forse non tutti, anzi quasi nessuno sa della vecchia presenza di una strada dei “re”, di cui è rimasta traccia nell’etimologia . Allora ecco a voi la storia della strada dei re.

Un tempo, quando non c’erano ancora i re – o ci sono sempre stati? Se non loro i maschi che comandavano sulle donne, i padroni sui dipendenti, i ricchi sui poveri – presso la città ma verso la valle del Ticino passava una via che per il suo essere periferica era frequentata non solo da pellegrini e camminanti, ma anche dalla “lingera” – come si chiamava un tempo quella marmaglia di sfaticati che poco lavoravano e molto rubacchiavano -. Ma venne il tempo dei re – se non dei re, dei vescovi, dei conti, dei duchi, dei marchesi – che dicevano che la terra, le acque, le città e quindi anche le strade erano le loro – c’era ancora diseguaglianza sociale, non come adesso…

La nostra strada, per essere in aperta campagna e vicino alla valle, era spesso attraversata da cervi, caprioli, cinghiali e uccellagione varia. Appunto un re, passando, dopo una battaglia, per la nostra terra e vedendo quel ben di Dio scacciò tutti i camminanti, ordinando che si potesse percorrere quella via solo coi cavalli motore, poi si accampò lì vicino, in un campo della cascina Colombarola – ma esistevano già le cascine? – Il campo era seminato a grano, che però essendo primavera – c’erano ancora ben quattro stagioni! – sembrava erba. “Date quest’erba da pascere ai cavalli, che noi ci pasceremo – esiste la parola in italiano? – con la cacciagione. Mica siamo vegetariani” – esistevano già? Sì, per necessità!

Era un re che non capiva niente di botanica, direte voi. Io dirò anche di altre cose, ma non voglio anticipare il finale. Comunque quanti di noi hanno pensato: “Se oggi non valgo niente, non varrò niente neanche domani; ma se domani scoprono in me dei valori, vuol dire che li posseggo anche oggi. Poiché il grano è grano, anche se la gente prima lo prende per erba”?

Quindi strada fu invasa da quattro ruote quadrupedi e campo coperto da accampamenti e scuderie.

Il popolo non era contento. Per i cittadini quella terra era riservata all’agricoltura e quella strada al passaggio di tutti i pedoni. Provarono a mandare una delegazione a parlare col re, che però neppure si degnò di riceverli, dicendo: “Regnerò per almeno altri cinque anni e qui magari costruirò un castello”.

Finché a qualcuno venne in mente di chiamare la compagnia dei saltimbanchi, che spesso portavano spettacoli in città. Loro avevano già salvato una volta la città dal rogo degli stregoni che volevano friggere anche l’aria.

Erano, come dire, giullari, girovaghi, vagabondi, conta-storie e portavano gli spettacoli in piazza, andavano loro dal pubblico, non aspettavano che venisse il pubblico allo spettacolo; non avevano palcoscenico, al massimo banchetti.

Una volta ingaggiati, naturalmente “a gratis”, si portarono all’accampamento del re e il loro capobanda cominciò a cantare:

Questa sera girando attorno al suo palazzo

Ho sentito un gran fracazzo

Io sono Arlecchin della bella sorte

Che fa rinascere la vita e non la morte.

E se i morti non vogliono resuscitare

Sia pronto il suonatore a suonare

Che noi siamo pronti a ballare.

Il re, che era sempre triste anche se aveva tutto, incuriosito da quella allegria invitò nella sua tenda l’Arlecchino, capo giullare, dicendo: “È buffo, ma non ho mai avuto alla mia corte un vero buffone, tutti i re più alla moda ce l’hanno. Se non chiedi troppo ti assumo, così posso ridere anch’io”.

Inviato a parlare il giullare cominciò così il suo discorso: “La gente di quaggiù ha sempre avuto più polenta che pane, più fame che polenta, più debiti che soldi, più figli che letti, più capre che mucche, più topi per casa che polli in cortile, più asini che buoi, più braccia che terra, più boschi che campi, più pregiudizi che libri, ma adesso sta risorgendo, ha scoperto una stoffa bellissima che viene dalla lontana Cina – ma era già stata aperta la via della seta?– Pensate, o sire di sera e di mattina, che è così leggera, sottile e così trasparente che non si vede, cioè non la vede chi la indossa, ma agli occhi degli altri compare come luminosa, opalescente e setosa. Noi siamo sarti e tessitori e se lei ci lascia, noi le cuciamo addosso il più bel vestito che si sia mai, dico mai, visto”.

Il re vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento acconsentì, ma a un patto, anzi due.

“Va bene, ragazzacci, vi libero della mia sontuosa presenza, ma a condizione che mi facciate ridere, anzi che mi insegnate a far ridere. Ecco se farò ridere anche solo una volta quei musoni dei miei cortigiani, libererò la città della mia presenza, che dicono ingombrante, mentre per me è solo un fattore di progresso e commercio”.

Gli  imbroglioni, si misero subito all’opera e fingendo di lavorare con cura del tessuto, di tagliarlo e cucirlo, quando in realtà maneggiavano l’aria; fecero spogliare il re e finsero di addobbarlo con la nuova seta, impalpabile, inesplicabile e invisibile.

I suoi elettori cortigiani, per non essere giudicati male, lodarono la magnificenza del tessuto. Il re si rendeva conto di non essere in grado di vedere un bel niente, ma come facciamo tutti, voleva credere ai suoi adulatori che si mostravano estasiati per il lavoro dei tessitori. Col nuovo vestito volle sfilare, il mattino dopo, per le vie della città, ma appena varcata Porta Pavesa una bambina si mise a gridare: “Il re è in mutande. Il re è buffo”. E la gente scoppiò tutta a ridere, anche se temeva che il presentarsi in mutande volesse dire essere messi loro in mutande con nuove tasse e balzelli.

Il re, in un primo momento si sentì rabbrividire perché era sicuro che avevano ragione; ma pensò:
“Sono riuscito finalmente a far ridere qualcuno, visto il successo che è successo sarà meglio che levi le tende e cerchi un’altra città, dove mostrare come sono buffo”.

Posfazione

Il manoscritto post-medievale finisce qui, ma sembra che altri re di passaggio, per i fatidici cinque anni, tentarono di costruire sui campi, intasare le strade con i loro carri, ma finirono sempre beffati, tant’è vero che i cittadini decisero di intitolare la strada contesa ai re buffi, poi diventata “via Rebuffi”, e forse in futuro “Re buffi via!”.

Incontri

5 settembre 2022

Adriano Arlenghi

Accade che nelle settimane più bollenti dell’anno, Piero Rusconi e Adriano Arlenghi si incontrano ed invece di parlare di vacanze e di quotidianità, si scambiano domande e risposte difficili. Difficili, ma importanti per continuare ad avere cura, come dice Attac, di se, degli altri, del mondo. Ne nasce un confronto che abbiamo trascritto e che offriamo a chi ha piacere di leggerci.

Adriano                                              

Qualcuno parla di tempesta perfetta. Ovvero la sovrapposizione di molti fatti nuovi come la siccità ed il cambiamento climatico, la guerra in Europa, le migrazioni sempre più forti, la pandemia che rialza la testa, la crisi economica ed energetica potrebbero essere le cause di una ridefinizione degli assetti geopolitici globali e dunque di una nuova possibile e terribile guerra mondiale. Tu che ne pensi?

Piero        

Non ci sono dubbi che tutta l’umanità, non solo le popolazioni di alcune aree del mondo, si trovano nel bel mezzo di una situazione drammatica e per molti aspetti inediti. Credo che mai nella storia recente, l’umanità si sia trovata dentro a processi tanto drammatici, radicali e generalizzati in tutto il pianeta, processi che sono forieri di gravi conseguenze per la sopravvivenza stessa della nostra specie. Ogni aspetto della cosiddetta “tempesta perfetta” andrebbe analizzata attentamente, ma credo che se vogliamo trovare le cause e quindi le soluzioni non possiamo che partire dal modello economico e sociale che ci siamo dati negli ultimi 300 anni, il cosiddetto sistema capitalista. Il sistema capitalista è innanzitutto un sistema sociale, e come tutti i sistemi sociali non è un frutto divino, cioè indipendente dalla volontà umana, ma come tutti i sistemi sociali che si sono susseguiti negli ultimi 20.000 anni sono stati costruiti dall’uomo e che quindi dall’uomo possono essere cambiati, basta conoscere un minimo di storia per capire che la realtà sociale cambia continuamente e sempre cambierà.

Tutto quello che sta accadendo oggi è frutto delle scelte di noi umani e così come li abbiamo creati questi problemi li possiamo risolvere, anzi li dobbiamo risolvere.Negli ultimi 300 anni abbiamo costruito un modello di vita che si basa sostanzialmente su uno sviluppo tecnologico e produttivo, cioè produrre-consumare-produrre all’infinito non capendo che non possiamo produrre all’infinito in un mondo che ha limiti fisici insuperabili. L’impressione che io ho è che purtroppo le classi dirigenti mondiali, soprattutto quelle occidentali, non abbiano la minima idea di come risolvere questi problemi epocali o meglio pensano di risolverli con i vecchi modi cioè la guerra, che nella fase storica attuale non potrebbe che essere termonucleare con evidenti conseguenze catastrofiche. Il mondo negli ultimi 3 secoli è stato dominato dalle potenze occidentali, Francesi, Inglesi e Statunitensi, con le loro politiche coloniali.

Negli ultimi anni si sono affacciate nello scacchiere mondiali altre potenze, innanzitutto quelle asiatiche e latinoamericane oltre che al Sudafrica e la Turchia. Tutte potenze che rivendicano un ruolo non subordinato agli interessi Occidentali. A questo punto o l’occidente accetta e riconosca la necessità di passare da un mondo unipolare ad un mondo multipolare o inevitabilmente si andrà ad uno scontro generale per determinare le gerarchie mondiali.

Detto in altre parole, o ci si mette tutti attorno ad un tavolo e si concordano le regole di convivenza tra le varie potenze o si va verso uno scontro generalizzato con le conseguenze catastrofiche che inevitabilmente ci determineranno.

Prendiamo la questione che secondo me è quella centrale, cioè quella del cambiamento climatico, noi assistiamo da anni ad una sottovalutazione del problema che sfiora l’irresponsabilità. Nonostante tutte le prove scientifiche e l’evidenza fattuale del fenomeno, le classi dirigenti non fanno nulla se non chiacchiere e bei propositi, questo perché lor signori non sono assolutamente disponibili a modificare radicalmente il sistema sociale e produttivo attuale.

Questo, secondo me è il centro del problema.O il “popolo” prende coscienza della incapacità o non volontà delle attuali classi dirigenti di affrontare questi problemi o questi problemi non si risolveranno mai trascinando l’umanità verso la catastrofe.

Chi trae maggior guadagno, da questo stato delle cose presenti, non ha nessun interesse a cambiare le cose, solo chi pagherà pesantemente le conseguenze di questa “tempesta perfetta” si deve impegnare per un cambiamento reale. Insisto molto su questo punto, il futuro dell’umanità è nelle mani delle classi subalterne, che o prenderanno in mano questa situazione “imponendo” un reale cambiamento o il rischio di una catastrofe è dietro l’angolo.

Adriano       

Il futuro è un parola che fa paura. Lo dicono i sociologi che parlano di società liquida ovvero caratterizzata dalla sola dimensione del presente ed infatti se ti guardi in giro l’impressione è quella di vedere soprattutto persone e giovani in particolare, che cercano di estrarre dalla vita oggi quel poco di felicità che è gli è consentito, senza preoccuparsi di un futuro che all’apparenza sembra distopico. E' a tuo avviso realmente così?


Piero 

Non so cosa intendi tu per società liquida, io penso che noi viviamo in una società dove per molta gente è più importante l’immaginario che il reale, cioè è più importante l’idea che si ha della realtà che la realtà stessa.

O come si dice spesso la “narrazione” è superiore al reale vissuto. Mi spiego, negli USA il così detto “modello Americano”(quello cioè che si basa sul primato dell’individuo che può raggiungere individualmente qualsiasi obbiettivo basta che si impegni) è così penetrato nel DNA della gente che, come diceva un intellettuale statunitense “ogni americano povero è convinto di essere un ricco in momentanea difficoltà economica”.
Anche in Italia questo modello è vincente tra la gente, il sistema ha convinto che ogni lavoratore non è un subordinato sfruttato ma un “imprenditore di sé stesso.Alla base di tutto c’è il pensiero “liberale” classico che sostiene, come diceva la Margaret Thatcher, non esiste la società ma solo l’individuo.

Quindi è chiaro se ci si convince che non esiste la comunità dove io vivo e con la quale mi relaziono per un intesse collettivo, ma esisto solo io, non posso che cercare soluzioni individuali, spesso a scapito degli altri, cercare cioè la felicità per me stesso ma la felicità individuale non esiste, esiste solo in un ambito collettivo.L’uomo è sempre stato “animale sociale” se lo si estranea dalla collettività dentro la quale vive lo si “uccide”, tanto è vero che nell’antichità la forma di punizione più diffusa e temuta era l’esilio, cioè essere cacciato dalla propria comunità.L’altro problema che sollevi con questa domanda è il pensiero di vivere il presente senza pensare al futuro.Questo è vero ma anche questa idea è indotta dalle classi dominati, da sempre chi comanda fa passar il concetto che non esiste il passato e il futuro ma solo il presente per convincere la gente che la realtà non cambia mai e che non può cambiare.

Mi spiego meglio, se studio la storia so che l’umanità è sempre vissuta in una situazione di evoluzione e cambiamento costante quindi anche l’attuale stato delle cose presente prima o poi dovrà cambiare ma le classi dominati non vogliono che questo stato delle cose presente cambi e quindi fanno passare l’idea che esista solo il presente, questo presente che a lor signori va benissimo.

Negli anni “90” del secolo scorso ebbe un enorme successo il libro, La fine della Storia, di Francis Fukujama dove si teorizzava che mai il sistema capitalismo sarebbe stato superato perché è il migliorMondo possibile. Faccio un esempio per farmi capire, gli USA sono considerati la patria delle libertà e delle opportunità ma gli USA non sono sempre stati così, gli USA nascono 220 anni fa, ed era uno stato schiavista, solo un secolo dopo l’hanno abolita e gli afroamericani solo a partire dagli anni sessanta del secolo scorso hanno conquistato piena cittadinanza pur tra mille contraddizioni.

La realtà è sempre in movimento l’esito di tale movimento dipende dai movimenti sociali e reali che si determinano, non esiste nessun evoluzionismo positivo ma solo il reale cambiamento imposto dalle volontà collettiva del popolo.A Genova 20 anni fa si gridava “un altro mondo è possibile” oggi si deve gridare “un altro mondo è necessario”.

Adriano

Negli anni 70, ma poi ancora a Genova nel 2001 intere generazioni dicevano che un altro mondo era possibile, che si poteva raddrizzare le storture e le ingiustizie e schiodare i chiodi arrugginiti, insomma seminare una nuova idea di umanesimo e di mondo. Ora io vedo in giro solo un grande pessimismo e poca ribellione, come se il realismo dell’esistente avesse fiaccato ogni voglia di andare in direzione ostinata e contraria. E’ una visione parziale questa? E ancora,
la mia impressione è che un po’ ovunque, ma io leggo i riflessi nella nostra lomellina, stia aumentando in modo esponenziale dopo la pandemia, la sofferenza intima delle persone, la solitudine, la disgregazione sociale, la perdita di coesione. Insomma ognuno per se nel tentativo di sopravvivere. La solitudine che non è ormai solo una condizione per chi è più fragile o ha poche cerchie parentali e amicali, è una condizione sempre più diffusa. Il consumo esasperato, la mercificazione di ogni cosa, hanno fatto perdere senso e significato alla vita. Dove stiamo andando

Piero

Non vi sono dubbi che il carattere peculiare di questa nostra epoca,è il pessimismo,la rassegnazione e l’apatia che coinvolge complessivamente la popolazioni di ogni età e ceto sociale,compreso i giovani.Difficile dire se è solo una caratteristica dell’occidente o di tutto il globo ma sicuramente nel nostro mondo rappresenta un grosso problema. Io penso che questa dell’apatia sia un “prodotto”sociale indotto,non è naturale ma costruito a tavolino perché meno la gente si interessa di problemi sociali e collettivi e meglio è per chi vuole mantenere lo stato delle cose presente. Secondo me questo problema ha conseguenze negative,sicuramente per quelli che si battono per il cambiamento,che come dicevo precedentemente in un’altra parte della nostra nostra chiacchierata,senza un’attività consapevole da parte del popolo non vi è nessuna possibilità di “cambiare lo stato delle cose presenti”,ma ha conseguenze anche per lo stesso capitalismo. Negli anni 80 del secolo scorso è partita una campagna da parte dei media per distruggere l’ideologia,descritta o come inutile o addirittura dannosa, una campagna che tendeva descrivere la realtà come immutabile. Il ragionamento era:inutile battersi per un cambiamento tanto il sistema non si può cambiare quindi rassegnatevi a vivere in questo stato di cose.
La conseguenza,non è stato solo la distruzione di un pensiero critico,ma di tutto il pensiero creativo di cui anche il capitalismo ha bisogno. Una società apatica ,cioè non creativa crea problemi anche al Capitalismo ,che ha perso la sua spinta propulsiva.
Senza creatività e spinte propulsive nessuna società ha un futuro.

Se osserviamo il mondo del lavoro,che ricordo è sempre il punto centrale di ogni civiltà,negli anni 60 70 del secolo scorso pur in presenza di un grande conflitto sociale ,o forse grazie a quello,si è avuto un grande balzo in avanti sia delle condizioni sociali dei lavoratori ma anche un grande progresso del sistema sociale nel suo complesso. La forza “creativa”del sistema era al sua apice.
Ora tutto questo non c’è più,il livello di alienazione ed estraniazione nel mondo del lavoro è tale che la gente tende a sopravvivere e basta. In altre parole il pessimismo indotto ,l’alienazione dei rapporti sociali creano tutta una serie di fenomeni individuali (alcolismo,dipendenza da droghe,gioco d’azzardo corruzione ecc ecc)che minano la base stessa della convivenza civile.

Questa situazione ha conseguenze “catastrofiche”,oggi rassegnarsi vuol dire condannare l’umanità agli effetti della crisi climatica o della guerra,con conseguenze facilmente prevedibili.
In conclusione,una società per progredire ha bisogno di un sogno,una speranza anche una illusione che domani sia meglio di oggi,ma se questo non c’è abbiamo solo la decadenza.
Invito tutti a studiare le cause della caduta dell’Impero Romano e i secoli bui che sono seguiti alla sua caduta.

Ovviamente quello che accade nel mondo ha riflessi anche in Lomellina,non ti so dire se qui è peggio o meglio di altre zone del Paese ma sicuramente tutto quello che ci siamo detti finora ha i suoi riflessi anche da noi. Individualismo,intimismo ,pessimismo sono il tratto generale della nostra epoca. Viviamo una crisi profonda del convivere civile, si è perso il senso di comunità e quindi di solidarietà. Voglio parlarti di tre fenomeni,secondo me significativi.

Il primo è la crisi della tanto decantata famiglia.

Che questo sia un’ ”istituto”in crisi è evidente,basta vedere il numero di divorzi e famiglie allargate anche nel nostro territorio.
Anche da noi si sta verificando quello che a Milano è già evidente da anni,molta gente vive da sola sono cioè singoli, a Milano il 50% delle famiglie è composta da un unico individuo.
Nemmeno la famiglia regge all’individualismo e l’edonismo imperante,ricordiamo che la famiglia è sempre stata un asse centrale di tutte le civiltà.
Ovviamente come tutti i fenomeni sociale anche la famiglia non è mai stata uguale in tutte le varie epoche storiche e sistemi sociali ma si è modificata a secondo delle mutate condizioni sociali.
Ovviamente non tratto qui la questione dell’emancipazione femminile che ha un ruolo decisivo sulla concezione della famiglia e del suo modificarsi in questa fase storica.
Ma mai si era verificato un fenomeno come quello attuale di persone totalmente sole senza un collettivo solidale a cui fare riferimento.
Di una cosa sono certo,quello che noi stiamo vivendo è una fase transitoria prima o poi dovremo trovare un nuovo modo di ricostruire una socialità che ci permetta di superare l’idea che un persona possa vivere isolato dal contesto reale in cui è collocato.
Come detto in altre parti della nostra chiacchierata ,l’uomo è un animale sociale,non può vivere isolato, pena la sua scomparsa.
Le conseguenze anche psicologiche di questo sono evidenti a tutti, se non si appartiene ad un gruppo solidale è ovvio che si è più deboli e spaventati e non si ha fiducia nel futuro.

Denatalità

Questo è un fenomeno tutto Occidentale che in Lomellina si presenta in forme più peculiari.
Da noi stiamo assistendo ad uno spopolamento di molti piccoli paesini,la gente non fa figli per le cose che si diceva prima,paura del futuro edonismo e quant’altro.
Abbiamo poi un problema di lavoro,la nostra zona una volta a vocazione agricola(le famose mondine) poi industriale(i famosi operai)oggi è praticamente un territorio che vive all’ombra della grande Milano.
Sempre più Lomellini sono pendolari verso la grande città,quando addirittura emigrano verso altri paesi.
Questo secondo fenomeno ha cause specifiche riguardano più la voglia di andare a vivere in realtà più dinamiche culturalmente che non la mancanza di lavoro in Italia.
Questo ovviamente impoverisce sempre di più la nostra zona non solo economicamente ma soprattutto culturalmente,non dimentichiamo che sono i giovani i portatori del rinnovamento.
Il mondo di lavoro ha sempre caratterizzato un territorio se il territorio diventa solo un dormitorio non riesce più ad esprimere una cultura locale.
Si può discutere sulla qualità della vita delle società contadine o operaie ma sicuramente esprimevano una cultura popolare che oggi non esiste più.

L’altro fenomeno è l’immigrazione.

Parlando di questo fenomeno qui io vedo delle differenze,anche se minime, con altri territori del nostro Paese.
Mi sembra ovvio che una città di mare per tradizione è sicuramente più aperta alle culture diverse rispetto a territori dell’entroterra o di montagna.
Anche nelle grandi città è diverso l’atteggiamento verso il nuovo o verso lo straniero.
Nel nostro territorio,pur essendo presente da decenni il problema dell’immigrazione,prima dal sud Italia ora da altre parti del mondo si tende ad avere un atteggiamento di esclusione e non certo di inclusione.
Questo è un vero peccato perché si perde un tassello importante del nostro arricchimento culturale.
Ti invito a pensare come sarebbe il nostro territorio senza l’immigrazione dei “meridionali” degli anni 50 60 del secolo scorso e senza la recente immigrazione.
Sicuramente un territorio più povero culturalmente.
Su questo problema però io non darei la responsabilità ad un atteggiamento “provinciale” o “chiuso” dei Lomellini,qui io chiamerei in causa i nostri politici.
L’integrazione dello straniero è sempre un processo lungo e complesso,per raggiungere il quale tutti devono collaborare.
Fu cosi con i meridionali nel recente passato,nessuna forza politica dell’epoca strumentalizzò le difficoltà,anzi ognuno fece la sua parte per favorire l’integrazione.
Oggi non è così,alcune forze politiche hanno fatto la loro fortuna elettorale proprio sfruttando la diffidenza e la paura della gente,questo ha reso tutto molto più difficile.
Ma quello della società”meticcia”è una tendenza storica inevitabile.

Il confronto è continuato a lungo. Per ora ci fermiamo qui. Pensiamo entrambi che ciò che latita oggi è il pensiero, la fatica di entrare nella complessità degli eventi per trarne lanterna capace di fornire orientamento per i nostri passi. Questa breve intervista vuole andare in quella direzione.

Cappuccetto verde. Fiaba per “diversamente” settentrionali

26 Agosto 2022

Ci sarà una volta una ragazza che dovrà andare in città a cercare lavoro.

La mamma le prepara la valigia e la rassicura: 

-Non ti preoccupare, vai dalla nonna, e vedrai che lei ti sistemerà per il meglio, non solo a casa sua, ma ti troverà pure un bel lavoro. Lei è sempre vissuta in città, conosce un sacco di gente e senz’altro saprà metterti a posto. Stai solo attenta in treno e poi in metropolitana. Arriverai tardi, e di sera ci sono in giro dei tipi loschi, non fermarti a parlare a nessuno, né uomo né donna, vai subito alla casa della nonna, piuttosto prendi un taxi. Anzi prendilo alla stazione, non scendere in metropolitana, è troppo pericolosa –

– Va bene mamma farò quello che dici tu, non darmi troppi soldi, se no poi ho paura davvero che mi derubino, tanto poi con l’aiuto della nonna, vedrai quanti ne guadagnerò e ne manderò pure a casa. Stai tranquilla, non sono più una bambina -.

Il viaggio in treno è lungo, ma abbastanza tranquillo, la ragazza non dà confidenza a nessuno e nessuno la infastidisce, anche se o forse proprio perché il treno è stracolmo e non c’è posto a sedere. Lei infatti è costretta a stare tutto il viaggio su un piccolo sedile sul corridoio e deve alzarsi ogni momento per lasciar passare i viaggiatori.

– Così mi abituo al traffico e alla confusione della città – pensa, stanca ma anche incuriosita da quel viavai di gente di tutti i tipi e dall’idea di andare a vivere in una grande metropoli.

È così eccitata che arrivata alla stazione, dopo un attimo di smarrimento in quegli spazi enormi (non ha mai visto un edificio così grande, più alto e lungo della stessa chiesa parrocchiale del paese) vede l’insegna della metropolitana, non chiede l’indicazione per non dover parlare con qualcuno, in questo seguendo il consiglio della mamma, ma dall’altra parte vuole provare l’esperienza (è sempre stata incuriosita dall’idea dei treni che viaggiano sottoterra).

Con qualche difficoltà, ma senza mai domandare a nessuno, riesce a prendere il biglietto, passare il tornello, scegliere la linea e salire sulla vettura giusta. Anche sul vagone è costretta a rimanere in piedi. Il tratto da percorrere per raggiungere la via della nonna è lungo e, appena si libera un posto a sedere, subito viene occupato oppure c’è un anziano e lei, volendo mostrarsi civile, lo lascia accomodare. A un certo punto è avvicinata, o almeno così crede, da un uomo di colore, che ha appeso la mano proprio vicino al suo viso. Lei imbarazzata cerca di allontanarsi un poco, finché si libera un posto e questa volta si siede senza guardare se ci sono anziani o donne incinte. Appunto una donna che sembra incinta è seduta accanto a lei, ma è tutta coperta, come non ha mai visto neppure le suore del paese: non ha solo un velo in testa ma anche una specie di fazzoletto davanti al viso, in modo che si vedono solo degli occhi nerissimi. Anche quella donna la mette in soggezione, cerca di farsi piccola e di discostarsi il più possibile, mentre l’altra sembra a suo agio, come se fosse lei l’italiana. Per fortuna, almeno crede, si siede vicino un uomo distinto con la barba e una vistosa cravatta verde che le rivolge la parola. Disubbidendo la seconda volta alla mamma, ma per togliersi dall’imbarazzo, la sfortunata risponde. Il signore è molto gentile, capisce subito che lei viene dalla campagna, e in poche frasi le dipinge un quadro della città:

-Ormai sono loro i padroni – indicando la donna incinta – tra un po’ ci obbligheranno a salire su vagoni solo per noi. E poi gli uomini sono tutti sfaticati e sai come fanno a mantenersi? Con la droga e la prostituzione! Stai attenta ragazzina non fermarti a parlare con loro e non dargli mai l’elemosina, sono peggio degli zingari, si mostrano magari gentili e bisognosi, poi spacciano e rubano-

Proprio il quel momento sale sul vagone un ragazzino con un violino e suona in un modo incredibile un motivo che non ha mai sentito e che sicuramente proviene da un lontano paese, poi passa con un bicchierino di carta a raccogliere qualche monetina. Quasi nessuno dà qualcosa; lei mette la mano in tasca, ma lo sguardo severo del signore con la barba la fa desistere e per la prima volta non dà la carità a chi chiede l’elemosina.

-Se cominci con uno non finisci più: sai qui in città quanti sono, nella metro e poi ai semafori, agli incroci, davanti ai supermercati e alle chiese, e magari sono pieni di soldi perché spacciano e rubano. Sta’ attenta ragazzina! Ma non mi hai ancora detto cosa sei venuta a fare in città. La domestica o la badante no di sicuro, ci sono loro e hanno il monopolio – dice, indicando ancora la donna velata – Ah vai dalla nonna, che ti deve cercare un lavoro. E dove abita la nonnina? Ah proprio la mia zona e come si chiama? Ah Donata… Fede Donata, è mica una donna alta e magra con gli occhiali? La conosco. Il mondo è piccolo! Allora magari ci rivediamo, scusa adesso devo scendere, tu invece alla prossima. Allora a presto e mi raccomando, niente confidenza e niente soldi agli stranieri, li riconosci subito, difendiamoci tra di noi finché siamo in tempo. A presto, ciao-

E scende alla prima fermata, dove crede di dover scendere pure lei, ma l’indicazione del signore è di aspettare ancora e così fa, anche se poi deve fare ancora un bel po’ di strada ed è costretta a chiedere informazioni a un giovane forse straniero, disubbidendo ancora una volta alle raccomandazioni della mamma e pure a quel signore della metropolitana.

Appena arrivata dalla nonna dopo baci e abbracci viene fatta cenare. La nonna sembra molto contenta, quasi euforica e non vuole sentire lamentele:

-Sono tanti mesi che sono disoccupata. Ho spedito centinaia di curriculum. Ho fatto diversi stage gratuiti e non mi hanno neppure ringraziata –

-Vedrai che adesso la tua vita cambierà. Qui al Nord il lavoro si trova, basta sapersi muovere e io ho una bella sorpresa per te, ma adesso mangia e poi subito a letto che sarai stanca e domani devi alzarti presto per correre a cercare una bella occupazione, qui nella grande metropoli non si perde tempo, siamo attivi noi, non ci piangiamo addosso come fate voi giù-.

La casa della nonna non è cambiata dall’ultima volta, ma qualcosa di nuovo lo nota e chiede:

-Come mai hai appeso alla parete un piatto con il fiore della mariuana, nonna? –

– Sciocchina, è il sole delle Alpi –

– Quanti soprammobili verdi che hai –

– Per raccomandarti meglio, piccina –

– Come raccomandarmi, nonna cosa dici? –

– Non vuoi cercare un lavoro? E qui al Nord, come da voi, se non hai una spintarella, se non ungi un po’… Volevo dirtelo domani, ma visto che siamo in argomento, devi sapere che appena prima che arrivassi tu è venuto a casa mia un consigliere del nostro quartiere, un signore molto distinto, e mi ha segnalato la sua agenzia di lavoro interinale, che ha un sacco di offerte di lavoro, per gli amici naturalmente, e io lo sono, l’ho votato, me li ha regalati lui quegli oggettini e i piatti con il sole delle Alpi–

– C’è del verde in tutti i suoi regali, sarà un ecologista il tuo consigliere –

– Come sei giovane e ingenua, nipotina, ma presto capirai, in città qui al Nord si capiscono prima certe cose-

Con queste parole tra il rassicurante e il preoccupante la nonna l’accompagna a dormire.

L’indomani mattina, dopo un’abbondante colazione la nonna le dice: – Scriviti l’indirizzo di questa agenzia e va’ subito per le nove che il signore ti aspetta e vedrai come ti troverai contenta –

L’agenzia “Lavoro Nostro” è abbastanza vicina: anche la vetrina è tutta bordata di verde e lo zerbino ha disegnato… il sole delle Alpi, ormai l’ha capito, anche se le Alpi da lì non si vede dove siano. Appena entrata riconosce il signore della metropolitana che la fa accomodare e comincia, col tono paterno della sera prima, a interrogarla:

– Ah sei del Sud? Non fa niente, tua nonna ormai è dentro… dentro al partito. Ah è tuo padre che è sceso giù? Per lavoro? E perché non è tornato? Beh le radici lombarde ci sono. Allora hai voglia di lavorare? No il diploma non serve. Il curriculum neppure. Sarai mica incinta? Sta’ attenta che poi ti licenziano, non fare come quelle là. Come chi?! Quella sulla metro non la ricordi, la donna tutta fasciata anche in faccia? Sei automunita? Almeno patentata? E allora ho solo un posto per te, ma bello vedrai, è un call-center qui in periferia. Puoi iniziare già domani e fare pure gli straordinari, però devi renderti disponibile la domenica e la sera. Sì, ci arriva la metro e funziona fino a tardi, avrai mica paura? Per i soldi non preoccuparti: tu ti affidi a noi per il lavoro, noi te lo troviamo e ti paghiamo pure, sempre noi. Firma qua, è una semplice formalità, prendi quella biro lì col cappuccetto verde, te la regalo, sta’ tranquilla scrive nero, l’unico nero che ci piace è quello dell’inchiostro, ah, ah, ah… – e ride da solo.

In quel mentre entra un signore in borghese seguito da due agenti vestiti di grigio.

– Sono il commissario Cacciatori la dichiaro in arresto per evasione fiscale, corruzione e truffa aggravata. Lei signorina esca per favore, spero non abbia firmato qualche carta, non sa cosa ha rischiato con questo bel ceffo! –

La ragazzina racconta tutto piangendo alla nonna, che chissà perché corre a stracciare una tesserina e a staccare dei piatti dalla parete, poi saluta così: – Nonna domani torno al paese, niente mi lega a questi luoghi, il Nord non fa per me, c’è troppo… verde marcio – e già il giorno dopo parte.

E vivrà felice e con decoro, speriamo… con un lavoro.

Tesoro finito

18 Agosto 2022

MARCO SAVINI

C’era una volta un signore, che però era povero. Chiamiamolo… come lo chiamiamo? Giovanni? Ivan? Jean? John? Vanno bene tutti. Tanto è una storia… mondiale! Be’ quello lì aveva saputo da uno stregone – non io neh! – che c’era un tesoro nascosto in un bosco.

Se non c’è un bosco non è una vera fiaba.

Allora si è messo a cercare un giorno e non ha trovato niente. Torna il giorno dopo e non trova niente neanche quel giorno. Allora va anche il terzo giorno e niente neppure lì…

Sarà la solita storia senza fine? No speriamo che questa finisca.

Allora, cosa fa questo Jean, Ivan, John, Giovannino? Va a prendere una motosega.

Voi direte ma non c’erano una volta le motoseghe.

Ci sono adesso. Questa è una storia moderna.

Allora con questa motosega comincia a tagliare una pianta che gli sembrava che nascondesse sotto il tesoro, ma niente. Allora taglia una seconda pianta da un’altra parte, ma niente anche lì. Allora passa a un’altra parte ancora del bosco e taglia una terza pianta. E sapete cos’ha trovato?

“Il tesoro!” Direte voi.

No, tesori miei, niente anche lì. Intanto che tagliava però portava a casa la legna che bruciava o vendeva.

“Ecco il tesoro, era la legna, era il bosco”. Direte voi.

Era… Ma voi fate presto. La storia non è mica finita lì. Insomma, per farla corta, a un bel momento aveva tagliato tutte le piante. E proprio all’ultima, che non c’era più né ombra, né fresco, né animali del bosco, lui vede che si apre sotto la radice una grossa buca. Allora lui si infila e va sotto. E va… e va… e va… arriva dove c’era un grande ma grande, ma grande lago nero. Ma era scuro e lui non sapeva se era il buio o era proprio nero e allora ha acceso un fiammifero e ha visto che era proprio nero, anzi che se immergeva il suo bastone e poi attizzava la fiamma bruciava da matti.

E quindi lui si è chiesto: “Sarà mica questo il tesoro?”

E allora ne prende un po’, lo mette dentro la borraccia e pensa: “Adesso lo porto su, faccio analizzare questo olio nero e poi lo vendo. Altroché il legno, questo è il vero tesoro!”

“È finita così?” Direte ancora voi impazienti.

No, cercate di avere un po’ di pazienza, che la storia è lunga… un secolo e forse anche di più, ma sta quasi per finire. Allora lì il… il giovane cerca di tornare su, ma non ce la fa più. Non aveva portato con sé una scala e neppure una corda, che gli uomini, ma anche le donne, non sono mica previdenti, loro pensano solo all’oggi non al domani. Allora pensa e ripensa, ma non era un’aquila, come si dice. E a un certo punto gli è venuta anche paura che con tutti quei tesori, quelli che c’aveva già in banca e quello lì che c’aveva ai piedi, però doveva morire, che lì sotto mancava l’aria… e c’era un gran caldo, sembrava di essere in una serra, ma buia, senza luce.

Finalmente sente un grido, va a vedere, era un’aquila, che era andata a fare il nido proprio lì sotto. Allora chiede all’aquila se fa il favore di portarlo su. L’aquila che era rimasta senza mangiare ha detto: “Sì ti porto su, ma te devi darmi della carne da mangiare tutte le volte che te la chiedo”.

Giovannino aveva portato un fagottino con due bistecche dentro a due michette per la colazione e ha cominciato a dargliene una. Così l’aquila l’ha preso per la collottola e ha cominciato a sollevarlo.

Solo che non erano ancora volati fuori che l’aquila ha chiesto ancora “Carne” e allora Giovannino le ha dato l’altra bistecca. Stavano per uscire fuori dal buco quando l’aquila ha chiesto ancora della carne. Giovannino non ce ne aveva più e allora l’aquila ha cominciato a scendere giù velocemente, come le azioni in borsa. Allora Giovannino ha pensato – andando con le aquile si impara un po’ -. Ha tirato fuori il suo coltello si è tagliato la natica destra e gliel’ha data da mangiare. E forse ce l’ha fatta a uscire. O forse ha dovuto tagliare anche la sinistra. Ma non si sa bene, la fiaba non è ancora finita. Però io non so il finale, magari lo saprete voi che siete giovani…

Sì, ma il perché delle natiche mutilate, direte voi, non l’abbiamo capito. La fiaba è così, mica l’ho inventata io. Si vede che l’uomo per uscirne fuori, per salvarsi deve tagliare via qualcosa… non so io. Lo vedrete voi… aquile.

Dialogo tra Malaberlusco e Furfantello (liberamente tratto dai “Dialoghi morali” di Giacomo Leopardi)

16 Agosto 2022

Malaberlusco. Spiriti dell’abisso, Furfantello, Reganello, Scelbiatto, Craxiotte, Gellisto, Cossighino, Trampiota, o come siete chiamati, io vi scongiuro nel nome di Belzebù, e vi comando in nome del mio futuro governo, che è il migliore di tutte le repubbliche, venga uno di voi con autorizzazione del vostro principe e pieno potere di usare le forze dell’inferno al mio servizio.

Furfantello. Eccomi qui.

MALABERLUSCO. Chi sei?

FURFANTELLO. Furfantello, non mi riconosci?

MALABERLUSCO. Adesso che ti guardo meglio ti riconosco, amico di gioventù. E porti il mandato di Belzebù?

FURFANTELLO. Sì lo porto, e posso fare tutto quello che il mio e tuo Re potrebbe.

MALABERLUSCO. Va bene, tu devi soddisfare un mio desiderio.

FURFANTELLO. Sarai servito. Che vuoi? Una ricchezza maggiore degli altri?

MALABERLUSCO. Non per vantarmi, ma quella già la possiedo.

FURFANTELLO. Donne minorenni di tutte le nazioni?

MALABERLUSCO. Non mi vergogno a dire che ho già chi mi serve a proposito.

FURFANTELLO. Un potere sulle onde che influenzano le menti delle genti?

MALABERLUSCO. Non per gloriarmi, ma già le controllo.

FURFANTELLO. La possibilità di comperare il consenso di tutti rappresentanti del popolo che ti possono servire?

MALABERLUSCO. No! Ti pare che per queste cose sia necessario il diavolo?

FURFANTELLO. Adulazione e buona fortuna ribaldo come sei?

MALABERLUSCO. Piuttosto mi servirebbe il diavolo se volessi il contrario.

FURFANTELLO. Allora cosa mi comandi?

MALABERLUSCO. Fammi ottenere grandezza e vera gloria per ora e… per i posteri.

FURFANTELLO. Non posso.

MALABERLUSCO. Come non puoi?

FURFANTELLO. Ti giuro che in coscienza non posso.

MALABERLUSCO. In coscienza di un demonio?

FURFANTELLO. Sì certo. Fa conto che ci sono diavoli dabbene come tra gli uomini.

MALABERLUSCO. Ma tu fa conto che ti rovino la reputazione con i miei giornali se non mi ubbidisci subito senza più parole.

FURFANTELLO. Tu mi puoi pure ammazzare, ma non ti posso accontentare.

MALABERLUSCO. Allora vattene di qui, incapace, e mandami a chiamare Belzebù in persona.

FURFANTELLO. Se pure venisse con tutti i Borgia e tutte le Bolge, non potrà dare grandezza né a te né a quelli della tua specie.

MALABERLUSCO. Ma come lui non può tutto?

FURFANTELLO. Già ti ha dato, senza tuo merito, fama, popolarità, consenso, ma la gloria non la puoi ottenere né da lui né da altri.

MALABERLUSCO. Ma mi ricorderanno i posteri, sarà scritto il mio nome nei libri di scuola, nei saggi di storia?

FURFANTELLO. Sì, quello te lo concediamo, ma senza onore.

MALABERLUSCO. Almeno potresti, intercedere per non farmi coprire di disonore?

FURFANTELLO. Forse, dopo morto, col tempo e con storici compiacenti, ma di più non ti prometto.

MALABERLUSCO. Scusa, se non ho la gloria io, chi la può avere?

FURFANTELLO. Molti che tu non apprezzi e neppure conosci.

MALABERLUSCO. Ma io posso pagare e profumatamente.

FURFANTELLO. A noi non serve il denaro, è una nostra invenzione, lo continuiamo a defecare.

MALABERLUSCO. E allora come posso corromperti, concuterti, comprometterti?

FURFANTELLO. Un cavillo forse ci sarebbe: una cosina che mi potresti dare per il mio principe.

MALABERLUSCO. Parla e te la darò senza esitare.

FURFANTELLO. Dai la tua anima al diavolo e lui vedrà quanta grandezza ti può assegnare.

MALABERLUSCO. Quella l’ho già data, anni fa, a una tua camerata dalle fiamme tricolori.

FURFANTELLO. Allora hai già avuto tutto quello che volevi, se non hai più l’anima da vendere, non hai più gloria da comprare.