Categoria: Mondo

MIKIS THEODORAKIS, COMUNISTA NON PENTITO

Con la morte di Mikis Theodorakis la Grecia e l’Europa perdono uno degli ultimi simboli di una generazione che ha lottato per la democrazia e il socialismo.

L’anno scorso aveva scritto: “voglio lasciare questo mondo da comunista”.

Esprimiamo il nostro cordoglio al popolo e alla sinistra greca per la scomparsa del compagno Mikis Theodorakis, artista indimenticabile e partigiano antifascista.

Theidorakis ha combattuto contro la barbarie nazifascista la dittatura dei colonnelli sponsorizzata dagli USA, la corruzione dei socialisti e negli ultimi anni contro la troika al fianco del vecchio compagno Manolis Glezos.

Abbiamo appreso con tristezza la notizia della morte questa mattina. Lo ricordiamo come immenso musicista e comunista mai pentito.

La sua resistenza è iniziata sin da giovane, ha patito la tortura e la prigione durante il regime dei colonnelli, la sua musica popolarissima in tutto il mondo fu vietata in Grecia.

Theodorakis dopo la dittatura ha continuato a combattere contro la corruzione e il dogmatismo, fino a 96 anni.

Una vita grande che lascia un patrimonio immenso alle donne e agli uomini liberi. Lo ricordiamo con noi nelle giornate dell’Oxi, del no del popolo greco al terrorismo economico di Shauble e Draghi.

Ogni sua composizione trasmetterà alle generazioni future i suoi ideali di libertà e giustizia sociale.

Maurizio Acerbo

#mikistheodorakis

ACERBO (PRC-SE): AFGHANISTAN, UE SCEGLIE LINEA DI ORBAN E MELONI SU PROFUGHI

Maurizio Acerbo

La dichiarazione del Consiglio Europeo su Afghanistan è un’offesa a tutti i principi umanitari che i paesi occidentali millantano. 
La realtà è che la linea condivisa è quella che in maniera più esplicita hanno proposto Orban, Meloni e Salvini. La differenza tra la destra e il resto è solo di toni non di sostanza. Alla fine Europa è unita nel dire “aiutiamoli a casa degli altri”. 
Dopo 20 anni di guerra e occupazione militare giustificate con ragioni umanitarie l’Europa blinda le frontiere e si prepara a respingere uomini, donne e bambini che fuggiranno dall’Afghanistan. 
Come si fa a definire illegale l’immigrazione dall’Afghanistan quando è evidente la situazione del paese? 
Noi che ci siamo opposti alla guerra e all’enorme spreco di risorse che ha comportato pensiamo che onorerebbe i nostri popoli spendere per la solidarietà concreta aprendo le porte del nostro continente a chi fugge. 

La dichiarazione del Consiglio Europeo è una vergogna: “L’UE impegnerà e rafforzerà il suo sostegno ai paesi terzi, in particolare ai paesi vicini e di transito, che ospitano un gran numero di migranti e rifugiati, per rafforzare le loro capacità di fornire protezione, condizioni di accoglienza dignitose e sicure e mezzi di sussistenza sostenibili per i rifugiati e le comunità di accoglienza. L’UE coopererà inoltre con tali paesi per prevenire l’immigrazione illegale dalla regione, rafforzare la capacità di gestione delle frontiere e prevenire il traffico di migranti e la tratta di esseri umani” (…)  “l’UE ei suoi Stati membri sono determinati ad agire congiuntamente per prevenire il ripetersi di movimenti migratori illegali su larga scala incontrollati affrontati in passato, preparando una risposta coordinata e ordinata. L’UE dovrebbe inoltre rafforzare il sostegno ai paesi nelle immediate vicinanze dell’Afghanistan per garantire che coloro che ne hanno bisogno ricevano un’adeguata protezione principalmente nella regione.”(…)”L’UE e i suoi Stati membri, con il sostegno di Frontex, restano determinati a proteggere efficacemente le frontiere esterne dell’UE, a prevenire gli ingressi non autorizzati e ad assistere gli Stati membri più colpiti”.
Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea 

Dichiarazione sulla situazione in Afghanistan

  1. I ministri dell’Interno dell’UE si sono riuniti oggi in una riunione straordinaria del Consiglio per discutere gli sviluppi in Afghanistan, più specificamente in relazione alle potenziali implicazioni nei settori della protezione internazionale, della migrazione e della sicurezza. La gravità della situazione in evoluzione richiede una risposta determinata e concertata alle sue molteplici dimensioni da parte dell’UE e della comunità internazionale.
  2. L’evacuazione dei nostri cittadini e, per quanto possibile, dei cittadini afgani che hanno collaborato con l’UE, i suoi Stati membri e le loro famiglie è stata condotta in via prioritaria e continuerà. Al riguardo, è in corso un intenso lavoro per individuare soluzioni mirate per i restanti casi specifici di persone a rischio in Afghanistan.
  3. Come priorità immediata, l’UE continuerà a coordinarsi con i partner internazionali, in particolare l’ONU e le sue agenzie, per la stabilizzazione della regione e per garantire che gli aiuti umanitari raggiungano le popolazioni vulnerabili, in particolare donne e bambini, in Afghanistan e in paesi limitrofi. A tal fine, l’UE ei suoi Stati membri intensificheranno il sostegno finanziario alle pertinenti organizzazioni internazionali.
  4. L’UE impegnerà e rafforzerà il suo sostegno ai paesi terzi, in particolare ai paesi vicini e di transito, che ospitano un gran numero di migranti e rifugiati, per rafforzare le loro capacità di fornire protezione, condizioni di accoglienza dignitose e sicure e mezzi di sussistenza sostenibili per i rifugiati e le comunità di accoglienza. L’UE coopererà inoltre con tali paesi per prevenire l’immigrazione illegale dalla regione, rafforzare la capacità di gestione delle frontiere e prevenire il traffico di migranti e la tratta di esseri umani. A tal fine, i mandati delle agenzie dell’UE dovrebbero essere pienamente utilizzati. In particolare, l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo dovrebbe intensificare le sue operazioni esterne per lo sviluppo delle capacità di asilo. Inoltre, nell’ambito degli sforzi globali, il sostegno potrebbe essere fornito sotto forma di reinsediamento su base volontaria,
  5. Il piano d’azione sull’Afghanistan dovrebbe essere prioritario e rivisto alla luce di questa dichiarazione e delle mutate circostanze per renderlo più operativo. È necessario un approccio Team Europe per lavorare con i vicini dell’Afghanistan per affrontare l’impatto dello sfollamento nella regione. Il Consiglio esorta la Commissione a valutare tutte le opzioni per l’assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del quadro finanziario pluriennale, in particolare l’NDICI e gli strumenti in materia di asilo, migrazione e gestione delle frontiere.
  6. Sulla base delle lezioni apprese, l’UE ei suoi Stati membri sono determinati ad agire congiuntamente per prevenire il ripetersi di movimenti migratori illegali su larga scala incontrollati affrontati in passato, preparando una risposta coordinata e ordinata. Si dovrebbero evitare incentivi all’immigrazione clandestina. L’UE dovrebbe inoltre rafforzare il sostegno ai paesi nelle immediate vicinanze dell’Afghanistan per garantire che coloro che ne hanno bisogno ricevano un’adeguata protezione principalmente nella regione. La necessità di una comunicazione esterna ma anche interna unificata e coordinata è fondamentale. Dovrebbero essere lanciate campagne informative mirate per combattere le narrazioni utilizzate dai trafficanti, anche nell’ambiente online, che incoraggiano le persone a intraprendere viaggi pericolosi e illegali verso l’Europa.
  7. L’UE ei suoi Stati membri faranno tutto il possibile per garantire che la situazione in Afghanistan non comporti nuove minacce alla sicurezza per i cittadini dell’UE. Tutti gli sforzi devono essere perseguiti per garantire che il regime dei talebani cessi tutti i legami e le pratiche con il terrorismo internazionale e che l’Afghanistan non diventi ancora una volta un santuario per terroristi e gruppi criminali organizzati. L’UE utilizzerà tutti gli strumenti a sua disposizione per monitorare da vicino e rispondere agli sviluppi sul campo che potrebbero avere un impatto sulla sua sicurezza, in particolare nel settore della criminalità organizzata e del terrorismo, compreso il suo finanziamento. Europol fornirà un’analisi dei rischi criminali legati alla situazione in Afghanistan. Scambio di informazioni e intelligence, in linea con le competenze nazionali, anche con paesi terzi e condivisione di valutazioni periodiche delle minacce, sono della massima importanza. L’esecuzione tempestiva dei controlli di sicurezza delle persone evacuate dall’Afghanistan rimane cruciale.
  8. L’UE e i suoi Stati membri, con il sostegno di Frontex, restano determinati a proteggere efficacemente le frontiere esterne dell’UE, a prevenire gli ingressi non autorizzati e ad assistere gli Stati membri più colpiti. Dovrebbero essere effettuati adeguati controlli di sicurezza, anche attraverso il pieno utilizzo delle pertinenti banche dati dell’UE, nonché la registrazione in Eurodac. Inoltre, nell’ambito del nostro approccio globale alla cooperazione esterna in materia di migrazione, le clausole relative ai cittadini di paesi terzi negli accordi di riammissione tra l’UE e alcuni paesi di transito dovrebbero essere utilizzate laddove siano soddisfatti i requisiti legali.
    Il Consiglio riconosce la necessità di sostenere e fornire un’adeguata protezione a chi ne ha bisogno, in linea con il diritto dell’UE e i nostri obblighi internazionali, e di avvicinare le prassi degli Stati membri in materia di accoglienza e trattamento dei richiedenti asilo afghani.
  9. Il Consiglio seguirà da vicino gli sviluppi nel settore della protezione internazionale, della migrazione e della sicurezza. Risponderà ai tentativi di strumentalizzare la migrazione illegale per scopi politici e altre minacce ibride, anche sviluppando nuovi strumenti. Il Consiglio monitorerà inoltre da vicino l’attuazione delle azioni summenzionate e garantirà un bilancio regolare al fine di migliorare ulteriormente la capacità di gestione delle crisi dell’UE, basandosi sugli strumenti già sviluppati. Il coordinamento di tutte le dimensioni di questa situazione (umanitaria, sviluppo, protezione internazionale, migrazione, sicurezza, politica estera) è cruciale

Solidarietà Cuba: Cgil, raggiunto risultato straordinario. L’impegno continua

Fonte Cgil: http://www.cgil.it/solidarieta-cuba-cgil-raggiunto-risultato-straordinario-limpegno-continua/

Roma, 26 agosto –

“Un aereo carico di 200 metri cubi di materiale sanitario destinato al popolo cubano è decollato dall’aeroporto di Milano Malpensa. Un risultato straordinario ottenuto in un solo mese grazie alla solidarietà di tante organizzazioni, enti, lavoratori, lavoratrici, iscritti al sindacato, cittadini, studenti, pensionati”.

È quanto affermato dalla Cgil, nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta al Terminal 1 dell’aeroporto milanese al termine della prima fase dell’iniziativa umanitaria ‘Poniendole corazon a Cuba’ promossa dal coordinamento di Aicec, in collaborazione con Cgil, Ctc e Conaci.

“Una grande azione di aiuto reciproco con Cuba che poco più di un anno fa – ricorda la Confederazione – supportò l’Italia, in piena pandemia, con la professionalità e l’esperienza di 61 operatori sanitari della brigata Henri Reeve. Un’azione di sostegno ben riassunta nel nostro slogan ‘Ieri ci avete aiutato voi, oggi tocca a noi’ che ci ha permesso di raccogliere 280mila euro e di comprare: 151 respiratori polmonari; 41 concentratori di ossigeno doppia via in grado di produrre ossigeno per 82 pazienti; 6.000 dosi di Atracurio farmaco monodose per l’intubazione del paziente (farmaco salvavita); 300 maschere CPAP; 5.000 cicli di antibiotici ospedalieri per co-morbilità; 72.000 test rapidi per il Covid-19; migliaia di farmaci generici per adulti e migliaia di farmaci generici per bambini; 80.000 FFP2; 530.000 mascherine chirurgiche; 80.000 siringhe; 40.000 guanti; 30.000 gel mani ospedalieri”.

“Un’importante esperienza di solidarietà e partecipazione che si è potuta realizzare – prosegue la Cgil – grazie alla mobilitazione dei delegati e delle delegate di molti luoghi di lavoro che ci hanno aiutato a superare difficoltà dettate dai tempi e alla Fp Cgil che con la sua competenza ha fornito un prezioso aiuto. Per questo possiamo dire che Cuba non è sola a combattere il Covid e a contrastare l’embargo economico”.

“Il nostro impegno non si ferma, la campagna di solidarietà proseguirà. Prossimo obiettivo: un secondo invio di farmaci e dispositivi sanitari già nel mese di settembre. 

Le donazioni continueranno ad essere raccolte nel conto corrente (IBAN: IT22W0103003201000002777900), intestato a Cgil Nazionale. La causale da indicare è Cgil Cuba”, conclude il sindacato di corso d’Italia.

Lettera aperta a Merlo e compagnia

Pubblicato il 22 ago 2021

Franco “Bifo”Berardi*

Il coro di raffinati intellettuali ha ripreso a cantare: esportare la democrazia è un nostro diritto, anzi un nostro dovere!

Cantano nel coro illustri intellettuali come Francesco Merlo, Ernesto Galli della Loggia, Fiamma Nierenstein e naturalmente Giuliano Ferrara.

Colpito da tanta passione democratica sono andato a informarmi, e ho studiato la storia passata e presente del principale esportatore della democrazia, i famosi Stati Uniti d’America.

Ho scoperto che si tratta di un paese nato da un genocidio perfetto, dallo sterminio spietato degli indigeni che abitavano quella terra prima che i democratici arrivassero.

Ho scoperto che si tratta di un paese che ha conquistato la prosperità grazie alla deportazione di decine di milioni di africani, e grazie allo schiavismo sistematico, abolito formalmente dopo una guerra civile, ma poi tranquillamente continuato con la carcerazione di massa e i lavori forzati dei neri.

Ho scoperto che in questo paese la polizia uccide quotidianamente nelle strade persone disarmate, soprattutto se di pelle nera.

Ho scoperto che l’11 settembre del 1973 questo paese finanziò e appoggiò un generale nazista che uccise Salvador Allende e trentamila cittadini cileni.

Ho scoperto che una piccola minoranza possiede una ricchezza immensa mentre la maggioranza della popolazione, nera latina e bianca, vive in condizioni di miseria, sfruttamento e ignoranza.

Ho scoperto che per ottenere un titolo di studio universitario è necessario contrarre un debito che pagherai solo accettando condizioni di lavoro precario e miserabile.

Ho scoperto che le grandi aziende farmaceutiche di quel paese hanno distribuito oppiacei a milioni di poveri bianchi disperati.

Inoltre, approfondendo un poco, ho scoperto che gli orribili assassini talebani non esistevano prima che gli Stati Uniti (il faro della democrazia, appunto) finanziassero l’islamismo radicale per colpire gli occupanti sovietici.

Per giustificare il finanziamento del terrore islamista in Afghanistan, Zbignew Brzezinski, uno dei più importanti intellettuali dell’impero americano disse: “Cosa pensate che sia più importante nella storia del mondo? I talebani o la caduta dell’impero sovietico? Qualche islamista un po’ troppo eccitato o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?”

Ecco, ora sappiamo che Brzezinski sbagliava, su questo punto. L’Unione sovietica è scomparsa, dimenticata. Pace all’anima sua.

Ma qualche islamista un po’ troppo eccitato ha finito per provocare il collasso della credibilità americana, al punto che possiamo dire che adesso è l’occidente che scompare, anche se forse non lo farà così tranquillamente come lo fece l’URSS.

Il punto è che i principali finanziatori del terrorismo islamico, e particolarmente di Al Qaida, furono proprio loro, i difensori della democrazia, e la cosa non è poi tanto sorprendente dal momento che un altro paese dominato dall’orrore islamista, l’Arabia Saudita, strettamente allacciata al grande fratello democratico dal petrolio e dal dollaro, è il principale alleato degli Stati Uniti.

Mi è sorto allora il sospetto che questi intellettuali da bar Messico che scrivono su giornali liberi come La Repubblica, o Il Corriere, (e altri leccatori dei piatti di casa Agnelli) non conoscano la storia. O forse la conoscono.

Ma in questo caso sono costretto a dire che questo genere di leccapiatti mi disgusta. Mi disgustano per il cinismo orrendo con cui chiamano le donne afghane a testimone della superiorità della loro democrazia. Mi disgustano per la mala fede con cui citano la liberazione dal nazismo per esaltare l’intervento armato americano. Solo cinismo e mala fede, infatti, possono far dimenticare a questi intellettuali da Bar Messico che la storia americana è una storia di orrore razzista e nazista che dura da due secoli.

Ma adesso è finita, anche se quelli che scrivono sui giornali di casa Agnelli non sono in grado di capirlo, o forse preferiscono ignorarlo.

E’ finita perché l’America non esiste più. Quel paese, che da due secoli garantisce nel mondo la violenza razzista e imperialista, che da due secoli fomenta guerra, ora è morto.

Non ha un presidente, perché Biden è annichilito dalla vergogna e nessuno può fidarsi più di lui. Non ha alleati perché gli alleati di quel paese se la stanno filando all’inglese.

Non ha un popolo perché ce ne sono due e sono in guerra. Non ha un governo perché non c’è nessuna maggioranza parlamentare. Non ha un futuro perché il suo destino manifesto è quello di dilaniarsi nella disuguaglianza, nella demenza di massa, nell’ignoranza e nella violenza armata.

L’occidente è finito, cari Merlo, Ferrara, Nierenstein, Della Loggia e compagnia bella.

E anche voi siete finiti, nonostante lo stipendio che vi paga la famiglia Agnelli o qualcun altro di quel genere lì.

*da Il Manifesto 21/08/2021

L’Afghanistan dietro l’Afghanistan

Pubblicato il 20 ago 2021

Stefano Galieni*

Sono molti gli elementi da prendere in considerazione per cercare di comprendere meglio quanto accaduto e quanto sta accadendo in Afghanistan. Ma ci sono alcune parole che vanno considerate cardine per evitare di cadere nei triti e ritriti commenti attuali. La prima parola è colonialismo, o meglio ennesima riprova di approccio coloniale ad una realtà considerata più “primitiva”, se la si relaziona ai nostri “civili paesi”. Nell’immaginario comune al paese asiatico si associano nell’ordine donne col burka, attentati, uomini armati con barba e sguardo crudele, guerra. Oppio o eroina per i più raffinati. Ma la storia afghana non inizia 20 anni fa con l’occupazione Nato. Raggiunta l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1919, il Paese conobbe un periodo di modernizzazione anche se la sua intera storia moderna era già allora attraversata da attentati, colpi di stato, conflitti. Neutrale durante la Seconda guerra mondiale, restò lontano anche dai tumulti della guerra fredda, divenne repubblica nel 1973 dopo un golpe incruento. Nell’aprile del 1978 andò addirittura al potere il PDPA (Partito democratico popolare dell’Afghanistan (già allora diviso in due componenti). Il resto, dall’invasione sovietica all’uccisione da parte dei taliban (studenti del corano) dell’ultimo presidente Najibullah nel settembre 1996, all’invasione Nato, sono vicende note. Meno noto è il fatto che negli anni settanta il paese, soprattutto nelle sue aree urbane, abbia conosciuto una sorta di Sessantotto con tutto il bagaglio di modernizzazione nei costumi, crescita di coscienza politica, intellettuale e culturale che ha messo fortemente a rischio le basi di una società strutturata sul potere patriarcale, sui legami clanici, sull’intangibilità della tradizione. Un “Sessantotto” nato grazie anche a spinte che provenivano da una parte della società afghana.  Gli stessi mujiaheddin che combatterono contro l’allora Armata rossa, non erano un corpo unico. In alcuni gruppi prevaleva lo spirito nazionalista, altri si sentivano partigiani, altri ancora, quelli che rimasero più coesi e ricevettero i maggiori finanziamenti Usa in chiave antisovietica, avevano come obbiettivo politico quello di riportare il paese a diventare un emirato islamico in cui la sola legge vigente era la più rigida interpretazione della sharia. Queste milizie ben armate e ben addestrate tennero il potere fino al 2001, riportando la vita delle persone indietro di un secolo. Faceva impressione l’odio verso le donne non obbedienti, verso la musica ed ogni altra forma di divertimento, arte, lettura, che non fossero diretta emanazione della propria visione religiosa. Ma quella storia profonda non si è persa e, spesso nascosta o costretta alla fuga, esiste ancora una società civile che cercava anche propria rappresentanza politica, che ha tutti gli strumenti per fermare l’ennesimo ritorno al passato. Ecco, ignorare questa profonda ed endogena capacità di resistere a tutto e a tutti è il più grave insulto che si possa rivolgere a chi vive in questo martoriato paese.

La seconda parola da utilizzare, pensando non solo ad un passato remoto è comunismo, da accompagnare ad anticomunismo. La ragione principale che portò gli Usa e la CIA, dal 1979 con l’operazione Cyclone, a finanziare i gruppi mujihaeddin, privilegiando poi i  taliban, era la destabilizzazione ai fianchi dell’allora Urss. Prima e dopo l’invasione sovietica, dopo le sconfitte subite in Vietnam, Laos, Cambogia, il terrore statunitense era quello di ritrovarsi con un altro importantissimo paese asiatico come spina nel fianco e in Afghanistan c’erano le condizioni per impedirlo. Una parte del paese – quella più tradizionale – non aveva accettato le riforme radicali imposte da Kabul, riguardanti non solo il ruolo delle donne ma la ripartizione delle terre, l’accesso all’istruzione, la diminuzione dell’autorità delle potenti famiglie dominanti soprattutto nelle aree rurali. La guerra al comunismo poteva essere combattuta e vinta e questo venne cinicamente fatto, consegnando il paese al buio più totale. Oggi quello che manca, non solo in Afghanistan, è la proposta di un’alternativa di società, anche da questo è dipesa la schiacciante vittoria taliban. Questa parola è importante, indica in pashtun, lingua maggioritaria nel paese, il plurale di talib, (studente), all’epoca si trattava di giovani che si erano alfabetizzati nelle scuole coraniche in Pakistan e Afghanistan. Solo i migliori di loro potevano aspirare a divenire ulema (teologi o depositari della legge religiosa) o mullah (cultore di teologia musulmana), per gli altri restava solo l’obbligo di imparare le sure (versetti coranici che sancivano alcuni divieti) e di saper applicare la sharia (cammino che conduce alla fonte a cui abbeverarsi). La sharia non è, come spesso si pensa, un codice definito ma un insieme di applicazioni delle sure, che varia da paese a paese, di norme a cui un buon musulmano si deve attenere. In alcuni paesi questa, che costituisce solo una parte del Corano, è divenuta diritto da esercitare anche in maniera coercitiva e la cui interpretazione è affidata a figure in grado di interpretare la norma in relazione alla persona che l’ha violata. Ed è su una rigida interpretazione della sharia che riporta all’affermazione dei valori “tradizionali” che prendono il potere gli studenti.

Il regime che si impose col mullah Omar, nel 1996 nasceva da un contesto profondamente diverso da quello attuale. Allora una parte minoritaria ma ricca del mondo musulmano era convinta che si potesse, anche attraverso il terrorismo, costringere e impedire che si giungesse ad una secolarizzazione già dominante, un tentativo di “fermare la storia” in nome di un dio, di cui in Italia dovremmo  conservare recente memoria. L’alleanza fra il ginepraio di Al Qaeda (la base) che trovò soprattutto in Pakistan e Afghanistan luoghi sicuri, e gli studenti coranici, si rivelò ben presto una scelta fallimentare. L’11 settembre dimostrò, nel suo orrore, di come una politica da “apprendista stregone” tipica degli Usa, aveva consentito ad organizzazioni composte da poche persone di divenire punto di riferimento per milioni di diseredati che si sentivano privi di futuro tanto in occidente che in casa. Senza mettere in discussione il pensiero unico neoliberista, il principe saudita e i suoi adepti avevano costruito un contesto simbolico di appartenenza e di rivalsa che non portò mai – come continuano a dire gli islamofobici di tutto il mondo – ad uno scontro di civiltà. Ogni attentato che dimostrava la fragilità del potere occidentale ha prodotto effetti spesso fra loro in contrapposizione. Da una parte la crescita di popolarità verso chi affrontava un sistema percepito come estraneo ed escludente, dall’altra il rifiuto (maggioritario) di uccidere e/o uccidersi in nome di una interpretazione dell’islam ritenuta blasfema ed errata. I 10 anni trascorsi dall’invasione dell’Afghanistan all’uccisione (peraltro in Pakistan) di Osama Bin Laden, potente e ricco saudita ritenuto, forse non a torto, l’unico in grado di governare Al qaeda e di terrorizzare il pianeta con i suoi videomessaggi, sono stati anni cruciali per indebolire temporaneamente, il potere talebano. I taliban hanno continuato a mantenere il controllo del territorio, finanziandosi anche col fiorente mercato d’eroina. Si continuavano a rappresentare nel paese come elemento di stabilità, in un contesto sconvolto dalla corruzione governativa, dagli occupanti occidentali e dai soprusi perpetrati dai signori della guerra, ma intanto perdevano qualsiasi potere contrattuale di relazione verso l’esterno. Paradossalmente l’impantanarsi successivo dell’occupazione, l’impoverimento del paese, il clima di violenza che nessuno sembrava poter fermare, il fallimento – in gran parte causa corruzione – anche di molti progetti di cooperazione internazionale, ha ridato loro slancio. Già dal 2015, chi non riusciva a fuggire verso il Pakistan dove ormai esistono due generazioni di persone prive di cittadinanza, verso l’Iran, dove si finiva nei campi e nella marginalizzazione, verso l’Europa, che già da alcuni anni, considerando il paese ormai in pace, ha cominciato a rimpatriare chi non aveva diritto all’asilo, beh chi non riusciva a scappare non di rado si rifugiava, con la famiglia, nelle aree controllate dai taliban, in cui le donne dovevano rendersi invisibili, in cui pochi diritti erano garantiti ma dove regnavano quel law and order in cui almeno non si rischiavano rapimenti, furti, uccisioni. L’operazione militare Nato Enduring freedom iniziata nell’ottobre 2001, era durata un mese con la fuga da Kabul dei taliban e la creazione di un governo garantito dall’occidente. Ma le truppe di occupazione – quello erano – sono rimaste 20 anni nel paese che di fatto non sono mai riusciti a controllare. Vaste aree rimasero, come già scritto sotto il controllo taliban, gli attentati si susseguirono e neanche le libere elezioni servirono ad “esportare democrazia”, a cui molti leader politici di oggi rinnegano di aver creduto. Nemmeno la creazione nel 2003 dell’ISAF  (International Security Assistance Force) sistema di controllo del territorio con cui i diversi occupanti si suddivisero le province per garantire l’autorità non solo a Kabul, del governo, ottenne l’effetto desiderato. La missione si concluse con un nulla di fatto nel 2014 lasciando i diversi contingenti in aree spesso isolate del Paese. Esemplare il caso italiano; i 900 uomini mandati nella provincia di Herat a garantire ordine e sicurezza, trascorsero gran parte del loro tempo nel compound assegnato, Ad ogni uscita c’era il rischio di un’imboscata e 53 soldati hanno lasciato la vita in quella assurda missione. Negli anni intanto, milioni di persone, forse 7, hanno lasciato il paese alla ricerca di un futuro, tre anni fa dal Pakistan è iniziata la più grande operazione di rimpatrio mai effettuata. La fuga di persone o compromesse con la passata amministrazione o indisponibili a vivere in un paese dominato dalla sharia, è il pericolo che oggi fa più tremare le cancellerie europee. I richiedenti asilo (altro termine fondamentale) potrebbero essere molti. Sarà possibile a tutti i paesi comportarsi in maniera cinica come l’Austria, intenzionata non solo a rimpatriare chi è già nel territorio e ha avuto il diniego all’asilo, ma anche a non accettare nessun afghano? O si darà un sostegno alla Turchia che sta edificando rapidamente un muro al confine iraniano per impedire ingressi? Ad oggi soltanto paesi come l’Albania, la Nuova Zelanda, il Canada, la Scozia, la Macedonia, persino l’Uganda (terzo paese per numero di rifugiati accolti) hanno assunto impegni chiari. Dichiarazioni generiche di disponibilità giungono da Germania, (a settembre va al voto), Francia e Turchia (dopo aver fatto il muro). Balbetta l’Italia laddove sarebbe invece necessaria una presa di posizione complessiva dell’UE e un piano coordinato che non obblighi chi fugge a pagare 5000 dollari e a rischiare la pelle per arrivare in Europa. A Kabul e nella provincia di Kandahar si concentra per ora il più alto numero di sfollati, (quasi 400 mila) e ha ragione da vendere il portavoce in Italia dell’Unicef, Andrea Iacomini, quando reclama un piano generale di redistribuzione e accoglienza dei profughi. Ma l’UE di Ursula Von Der Leyen, sarà in condizione di rivedere, anzi di stracciare il non ancora discusso in aula New pact on migration and asylum?

Un altro termine importante per capire quanto sta avvenendo è la parola oppio. L’Afghanistan è un paese ricco di metalli e minerali rari, potrebbe avere un enorme potenziale estrattivo, nel suo territorio c’è anche petrolio ma perché scavare quando la ricchezza, ovviamente per pochi si può produrre facendo coltivare papaveri? Nel 2012 – prima dell’avvento dell’energia solare – l’Afghanistan ha prodotto un totale di 3.700 tonnellate di oppio. Nel 2016 la produzione era cresciuta fino a 4.800 tonnellate. Nel 2017 c’è stato un raccolto davvero eccezionale, di gran lunga il più grande mai prodotto: 9.000 tonnellate di oppio. l’Afghanistan è diventato il più grande produttore mondiale di tale prodotto, in buona parte raffinato in eroina. La maggior parte proviene dalle province di Kandahar e Helmand, di cui la seconda è considerata il principale produttore. Si calcola oltretutto che in Afghanistan solo l’uno per cento dell’eroina esportata illegalmente veniva intercettata e distrutta dal governo. Secondo il rapporto Sigar (ispettorato generale per la ricostruzione dell’Afghanistan) e il capo dei servizi antidroga russi Viktor Ivanov,  ogni anno nel martoriato paese vengono prodotte 150 miliardi di dosi. Nessuno durante l’occupazione Nato ha realmente combattuto la guerra all’oppio magari permettendo ai contadini di produrre nei propri terreni altre colture. I taliban, che fino al 2008 consideravano l’oppio contrario all’islam, oggi sanno perfettamente che gran parte del pil del paese dipende da questa produzione e non sembrano interessati a farne a meno. Del resto i proventi della vendita, sono serviti a garantire armamenti e stipendi, quelli che l’esercito regolare spesso non riceveva.

Ma torniamo ai taliban che, diminuito il peso in Asia di Al Qaeda, da tempo deve affrontare anche le nuove aggregazioni che si costituiscono attorno all’idea di Stato Islamico, con cui gli studenti coranici sono in concorrenz. I taliban hanno già, prima di andare al potere, nell’apparenza, cambiato obiettivi e modalità d’azione. Esiste ancora la generazione dei sessantenni che hanno combattuto contro l’Armata Rossa, uno dei quali, Abdul Ghani Baradar, è passato tranquillamente dalla detenzione in Pakistan, da cui lo ha sottratto Trump, al tavolo delle trattative di Doha, del 2020 su cui solo gli ingenui si sono illusi. Oggi potrebbe divenire il nuovo presidente afghano. Altro anziano è Ashraf Ghani, detenuto per 8 anni a Guantanamo, accusato di svolgere un ruolo rilevante nell’intelligence taliban e ora anche lui pronto a nuove cariche. Ma a questa generazione si è affiancata quella dei “figli di”, a partire da Mohammed Yaqoob, figlio del fondatore dei taliban il Mullah Omar, trentenne laureato a Karachi. Questi nuovi taliban, che padroneggiano l’inglese sembrano aver compreso gli errori del passato. Perché imbarcarsi in crociate contro gli infedeli quando è possibile divenire elemento di stabilità di una regione e in quanto tale goderne dei benefici? Mentre partecipavano agli accordi di Doha che prevedevano una fase di transizione e un “cessate il fuoco” mai attuato, i taliban 2.0 come qualcuno li ha ben definiti, hanno aperto colloqui con la Russia di Putin che esercita un certo controllo sulle repubbliche caucasiche confinanti pur non essendo più (a qualcuno va ricordato) l’Unione Sovietica. Ma anche con il nuovo governo conservatore in Iran, con la Cina, che si è affrettata a riconoscere il governo taliban a condizione che ovviamente questo non pregiudichi la delicata situazione uigura, fonte di preoccupazione per Pechino. Già a luglio la Cina aveva rilasciato dichiarazioni di disponibilità dimostrando consapevolezza anche nei tempi di quanto sarebbe avvenuto in Afganistan, a condizione che la popolazione uigura, in maggioranza nella provincia confinante dello Xinjiang, non ottenga sostegno alla causa indipendentista. Non a caso le ambasciate di questi paesi, dopo l’arrivo dei taliban, sono rimaste aperte. L’impressione che si trae dalle prime dichiarazioni dei nuovi padroni dell’Afghanistan, improntate all’amnistia, ai diritti garantiti alle donne – nei limiti imposti dalla sharia – alla volontà di intrattenere relazioni pacifiche col mondo intero in cambio della non interferenza nei propri affari interni, è che il nuovo governo, che magari includerà anche qualche figura femminile e qualche personaggio non di rilievo del passato governo, intende pacificare il paese e a farlo crescere.

Crederci? Difficile ma non stupirebbe che anche dagli Usa giungano presto segnali di distensione per non lasciare l’importante nodo strategico sotto il controllo di potenze nemiche. Le reazioni politiche peggiori giungono per ora proprio dall’Europa che non solo non chiarisce cosa fare per l’accoglienza dei profughi ma, dove alcuni esponenti politici di diversi partiti, chiedono di riprendere “la guerra al terrore per difendere le donne”. Gli stessi che per venti anni hanno prorogato le missioni militari spacciandole per atti umanitari. Già le donne, ecco il penultimo termine su cui fermare l’attenzione. Utilizzate da un regime misogino come merce, e dai governi occidentali come simbolo per cui combattere, a ben pochi sembra interessare cosa siano veramente le donne in Afghanistan. Le varie organizzazioni in cui agiscono da tanti anni pressoché in clandestinità, mostrano un mondo sconosciuto fatto di professionalità, cultura politica, intelligenza, coraggio e determinazione. Per coloro che decidessero di fuggire sarebbe obbligatorio garantire corridoi di ingresso sicuri, magari con figlie e figli, possibilmente con l’intero nucleo familiare. Ma alcune, raggiunte in via rocambolesca per telefono, dopo che si sono messe per ora in sicurezza,  non intendono lasciare il paese. “Non spegnete i riflettori puntati su di noi solo in questi giorni. Almeno questo. Continuate a informare il vostro paese. I vostri governi sono responsabili quanto e più dei taliban delle nostre sventure. Noi restiamo a fare quello che potremo fare, consapevoli di quanto rischiamo”. Ed è questa l’ultima parola che si impone parlando di Afghanistan e non solo, “Resistenza”, non solo contro le teocrazie, i regimi dittatoriali sparsi per il pianeta, le violenze imposte da un neoliberismo che accomuna ogni simbologia dominante, ma anche contro i diversi imperialismi che sovrastano la spartizione del mondo. Le responsabilità sono diverse fra le grandi potenze perché diverse sono le strategie, le prospettive, le culture di base a cui afferiscono, i mille caratteri che li differenziano. Ed è scontato che, non riconoscendoci nella “notte in cui tutte le vacche sono nere”, i principali responsabili della catastrofe afghana da portare sul banco degli imputati siano i governi dei paesi Nato, Usa in primis. Ma con altrettanta nettezza va affermato che se un auspicato multilateralismo rischia di trasformarsi, come nel caso Afghanistan, nella spartizione di una torta, nulla di buono potrà mai venirne per nessun popolo.

da https://transform-italia.it/lafghanistan-dietro-lafghanistan/

* Stefano Galieni: responsabile immigrazione del Partito della Rifondazione Comunista

AFGHANISTAN, DISGUSTOSA CAMPAGNA DEL PD. LETTA SI TOGLIE L’ELMETTO QUANDO LO ORDINA WASHINGTON

Pubblicato il 19 ago 2021

Troviamo disgustosa la campagna del Pd per aiutare il popolo dell’Afghanistan. Un modo per far dimenticare di aver sostenuto questa e altre guerre “umanitarie”, un’operazione per non rimettersi in discussione e salvaguardare l’immagine di bravi boy scout dai buoni sentimenti.

Ancor più disgustosa perché il governo di cui fa parte il Pd non ha nemmeno organizzato per tempo l’evacuazione degli afghani che hanno collaborato con le truppe italiane (interpreti, ecc.).
Il Pd è un partito guerrafondaio, allineato con la Nato e gli Usa come nessun partito della prima repubblica.
Mentre il commissario europeo Gentiloni rivendica la giustezza della guerra il partito fa finta di essere umanitario. Letta si toglie l’elmetto solo quando lo ordina Washington.

Non siete i “buoni”, siete cinici e ipocriti. Abbiate almeno il buon gusto di chiedere scusa e tagliare le spese militari.

Il travestirsi da ong appare un modo per non mettere in discussione la propria politica di guerra che nulla ha più a che fare con i valori della sinistra e i principi della Costituzione.

Tutta questa retorica serve a nascondere il fatto che la Commissione Europea ha già annunciato che bisogna impedire a chi fugge dall’Afghanistan di arrivare in Europa.

Chiediamo corridoi umanitari e accoglienza per chi fugge dall’ Afghanistan.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

ELEMENTI DI STORIA DELL’AFGHANISTAN E LE RESPONSABILITÀ DELL’IMPERIALISMO

Giuseppe Abbà


l’Afghanistan, fin dall’800, è stato al centro di un’azione di tipo imperialista. I britannici, che già controllavano l’India (adesso divisa in India e Pakistan) posero il protettorato sull’Afghanistan fin dal 1879, anche per contrastare la spinta verso il Sud dell’ Impero zarista, che controllava l’Asia centrale, allora denominata Turkestan.

Dopo la seconda guerra mondiale, l’Afghanistan, che si era dichiarato indipendente nel 1919, era retto da una monarchia e svolgeva una politica estera di neutralità.

Anche l’India non aderiva ai blocchi contrapposti, mentre il Pakistan aderiva alla SEATO (la NATO asiatica controllata dagli Usa). Nel 1973 la monarchia fu abbattuta e proclamata la Repubblica.

Il 27 aprile 1978 truppe guidate dai comunisti si impadroniscono del potere (rivoluzione Saur- in afgano Saur vuol dire Aprile).

Comincia una politica di riforme. Samir Amin scrisse: “l’Afghanistan ha conosciuto il miglior periodo della sua storia moderna all’epoca della repubblica detta comunista”.

Un regime di dispotismo illuminato modernista che aveva aperto ampiamente all’istruzione dei bambini dei due sessi, avversario dell’oscurantismo.

La riforma agraria che aveva varato era costituita da un insieme di provvedimenti intesi a ridurre i poteri tirannici dei capi delle tribù.

Il sostegno, quanto meno tacito, delle maggioranze contadine garantiva il probabile successo di questa rivoluzione ben avviata”.

Inoltre Samir Amin (un grande studioso marxista e molto esperto del cosiddetto “Terzo Mondo”) sottolineava che “il modello di progresso realizzato dai popoli vicini dell’Asia centrale sovietica, in confronto al disastro sociale permanente della gestione imperialista britannica nei Paesi vicini, aveva avuto l’effetto, qui come in altri paesi della regione, di spingere i patrioti a comprendere che l’imperialismo costituiva un serio ostacolo a ogni tentativo di modernizzazione”.

Alcuni dati per capire.

Percentuale di analfabetismo: in Afghanistan 57 per cento. In Tagikistan lo 0,2 per cento, in Uzbekistan lo 0,1 per cento, in Kirghizistan lo 0,4 per cento, in Turkmenistan lo 0,3 per cento, in Kazakistan lo 0,2 per cento.

Questi 5 paesi fino al 1991 erano repubbliche sovietiche. Evidentemente, nonostante i successivi governi siano stati discutibili, qualcosa di buono era stato lasciato dal socialismo.

Se poi guardiamo la Sanità, abbiamo il seguente quadro: Afghanistan posti letto ospedalieri 0,45 ogni 1.000 abitanti, il Tagikistan 4,4 ogni 1.000 abitanti, l’Uzbekistan 4,66 ogni 1.000 abitanti, il Kirghizistan 5,2 ogni 1.000 abitanti, il Turkmenistan 7,4 ogni 1.000 abitanti, il Kazakistan 5,2 ogni 1.000 abitanti.

La stessa cosa vale per il numero dei medici, mentre l’Afghanistan ha 0,45 medici ogni 1.000 abitanti, gli stati ex sovietici dell’Asia centrale variano da 2,1 fino a 4.

Cito queste statistiche per renderci conto di quanto sia stata importante la “sedimentazione” lasciata dalla Rivoluzione d’ottobre, nonostante quello che è avvenuto dopo il 1991, nell’ Asia centrale.

La Rivoluzione d’ottobre portò nell’Asia centrale un grande movimento per l’istruzione, la libertà delle donne, per l’abbattimento del potere feudale.

Anche l’Afghanistan stava avviandosi dopo il 1978 su questa strada, ma ci fu la forte opposizione delle forze feudali, oscurantiste e dell’imperialismo.

Peraltro il Partito Comunista locale era diviso in due fazioni (Parcham e Khalq).

Tra queste due fazioni ci furono scontri, sino a che, il 24 dicembre 1979, intervenne l’Unione sovietica che mandò l’Armata Rossa in Afghanistan a sostegno della fazione del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (comunista) facente capo a Karmal.

L’intervento provocò una recrudescenza della guerriglia condotta dalle milizie dei capi feudali, sostenute dagli Usa, dalla Gran Bretagna e dall’ Occidente in generale, nonché dall’Arabia Saudita e dal Pakistan.

I guerriglieri fondamentalisti erano chiamati in Occidente “combattenti per la libertà”, mentre in realtà erano dei tagliagole oscurantisti.

Bin Laden stesso, della famiglia reale saudita e socio in affari dei petrolieri americani e con Bush, era una creatura degli Stati Uniti e della CIA.

Dopo 10 anni di guerra l’Armata Rossa si ritirò, nel 1989, dall’Afghanistan.

Comunque il governo comunista doveva godere di consenso se riuscì a resistere ancora tre anni dopo il ritiro dei sovietici.

Nel 2001 convenne agli imperialisti di occupare l’Afghanistan, non certo per liberare le donne. Basti pensare all’alleanza degli Usa e dell’Occidente con l’Arabia Saudita per renderci conto che, in realtà, a costoro non importa nulla né delle donne, né dei diritti umani e sociali. L’intervento fu fatto per cercare di controllare l’Asia centrale.

Nel 2003 fu la volta dell’Iraq. Scelte terribili che hanno costato la vita e la miseria di milioni di persone.

A queste scelte, compiute per gli interessi e i profitti di pochi potenti, si son accodati tutti i nostri governi, di destra o di finta sinistra.

Abbiamo anni fa, prima a Seattle, poi a Genova, Firenze, Roma, ecc. lanciato la parola d’ordine “un altro mondo è possibile” e partecipato a imponenti manifestazioni per la pace, continuiamo ad impegnarci.

Giuseppe Abba’

KEN LOACH ESPULSO DAL LABOUR PARTY. SOLIDALI CON IL COMPAGNO KEN

Dalla Gran Bretagna ci giunge l’inquietante notizia dell’espulsione del regista Kenneth (Ken) Loach dal partito laburista.

Ne da notizia lo stesso regista: “Il quartier generale del Labour ha finalmente deciso che non sono adatto a essere un membro del loro partito, poiché non rinnegherò quelli già espulsi. Bene… sono orgoglioso di stare con i buoni amici e compagni vittime dell’epurazione. C’è davvero una caccia alle streghe… Starmer e la sua cricca non guideranno mai un partito del popolo. Siamo tanti, loro sono pochi. Solidarietà.”

L’espulsione di Ken Loach è l’ultima di una lunga serie di espulsioni di esponenti della sinistra del Partito Laburista da parte del gruppo dirigente blairiano neoliberista.

Ken Loach ha giustamente definito “caccia alle streghe” e “purghe” le espulsioni.

Il provvedimento contro Ken Loach sarebbe derivato dalla sua solidarietà con gli altri compagni espulsi.

Lo stesso Jeremy Corbyn è stato sospeso lo scorso ottobre. Ken Loach era uscito dal Labour disgustato da Blair negli anni ’90 e rientrò con la svolta a sinistra di Corbyn.

È evidente che i dirigenti blairiani vogliono evitare che la sinistra riconquisti la direzione del partito dopo aver sabotato con ogni mezzo Jeremy Corbyn.

Il Labour grazie a Corbyn era diventato l’unico partito socialista europeo fedele agli ideali del socialismo e con un programma antiliberista, pacifista e antimperialista.

Tutto il capitalismo britannico e internazionale, i media e la stessa componente blairiana del Labour lavorarono per la sconfitta di Corbyn.

Al compagno Ken Loach inviamo la più sentita solidarietà del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea per la coerenza con cui da una vita si batte per la classe lavoratrice e il socialismo.

Maurizio Acerbo , segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Aiutiamo Cuba nell’emergenza

Fabrizio Baggi, Segretario Regionale Prc Lombardia

🇨🇺#Cuba ha sempre dimostrato di essere un Paese che opera mettendo al centro la #solidarietà internazionale e la salute delle persone.

Anche l’#Italia, nella fattispecie la #Lombardia, nel corso della prima grave ondata della #pandemia ha potuto contare sul prezioso aiuto della Brigata medica #HenryReeve.

Ora è Cuba che a causa del #bloqueo criminale imposto dagli #USA sta vivendo una situazione di emergenza ed ha bisogno di tutto l’aiuto possibile.

Attraverso l’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba è possibile donare, ognuna e ognuno secondo le proprie possibilità, contribuendo a questa importante campagna di solidarietà.

#CubaSalva

#CubaSalvaVidas

#NoMasBloqueoACuba

Rifondazione Comunista: 8 agosto 1991, l’Italia oggi come allora non è un paese per l’accoglienza

Pubblicato il 7 ago 2021

Esattamente 30 anni fa giungeva, dal porto di Durazzo in Albania a quello di Bari, una navo con quasi 27 mila uomini, donne e minori in fuga.

Una data della vergogna. Vennero rinchiusi nello Stadio, nutriti dall’alto con gli elicotteri sotto un sole cocente. Dopo pochi giorni l’inganno: l’allora governo Andreotti, che aveva dichiarato impossibilità all’accoglienza, illuse i profughi promettendo il trasferimento in altre città italiane.

Quasi in 18 mila vennero caricati su aerei e motonavi e riportati in Albania.

Sei anni dopo l’allora governo Prodi dichiarò unilateralmente il blocco navale per impedire arrivi – atto illegale . e chi arrivava da quel paese venne bollato come “antropologicamente portato al crimine”.

Trent’anni dopo poche reali differenze e spesso in peggio. Il 75% di coloro che fuggono finiscono in centri di accoglienza straordinari gestiti in modalità emergenziale, pochi i passi in avanti fatti per garantire un sistema di accoglienza funzionante, tanti gli ostacoli frapposti tanto da governi di destra che di centro sinistra.

Un paese che non sa accogliere poche migliaia di persone, che le tiene ai margini, che le rinchiude, a cui, in piena pandemia, non garantisce neanche i vaccini è un paese a cui la storia non ha insegnato nulla.

Investire su un sistema di accoglienza diffusa, controllata dagli enti locali e a gestione pubblica è il solo modo per far si che sulla disperazione nessuno lucri, in cui l’arrivo di pochi non possa esser raccontato come una pericolosa e incontrollata invasione da impedire con ogni mezzo.

I blocchi navali attuati di fatto oggi in Libia o in Tunisia sono figli della stessa logica e produrranno solo morte e dispendio di risorse.

Rifondazione Comunista considera la realizzazione di un modello comune europeo di accoglienza come fondamentale per l’esistenza dell’UE.

Chi invoca rimpatri e respingimenti non solo è inumano ma vive nel passato.

La libertà di movimento deve essere il futuro.

Stefano Galieni, Responsabile immigrazione PRC-S.E.