10 Maggio 2025
Categoria: Interviste
Mafie “Area 51”. La grande inchiesta sulla droga
14 Gennaio 2025
Il 18/01/2025 alle ore 16,30 alla Sala dell’Affresco al Castello Sforzesco di Vigevano l’associazione
Sostenibilità Equità Solidarietà e la Rete Antifascista Presentano l’utimo libro di Ersilio Mattioni
AREA 51
Sarà presente l’autore che dialogherà con Simone Satta attivista Libera e Gallina Massimo
portavoce Lomellina Sostenibilità Equità Solidarietà
Presenta Giuseppe Querciuola Rete Antifascista
Ancora una storia di mafia sul nostro territorio Lombardia occupata dalla ndrangheta base economicamente appetibile per traffici di droga e riciclaggio.
Ersilio Mattioni fondatore e direttore per dieci anni del settimanale «Libera Stampa l’Altomilanese». Dirige il giornale online «Liberastampa.net». È collaboratore de «il Fatto Quotidiano» e del mensile «FQ Millennium» racconta questa nuova inchiesta che può sembrare un romanzo ma invece è la cruda realtà.
Un ragazzo poco più che trentenne, enfant prodige del clan Gallace di Guardavalle, costruisce un
impero della cocaina. Comincia con i doppifondi nelle auto, progetta le carlinghe truccate sugli
aerei e fa veleggiare sui mari migliaia di chili di polvere bianca. Per anni pro – tegge i suoi traffici
con telefoni criptati, carrozzieri amici, tecnici aeronautici, marinai compiacenti e finanzieri
spericolati. Sparisce pochi giorni prima degli arresti e dalla latitanza continua a gestire una
multinazionale del crimine. Dalla Calabria alla Lombardia, pas – sando per il Lazio e la Toscana, la
cosca allunga le mani sull’Euro – pa del Nord, stringe patti con i narcos in Sudamerica e si prepara a
invadere l’Australia e la Nuova Zelanda. Tutto comincia in una vec – chia corte di un paesino del
Milanese: un fortino invisibile come «Area 51», la base militare americana segreta nel Sud del
Nevada.

Interviste ai compagni Giovanni e Carlo del Circolo “Hugo Chavez Frias” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano
8 Maggio 2023
Acerbo: «Il voto a Up farà crescere in Italia una sinistra alla Mélenchon»
22 settembre 2022
di Andrea Carugati
Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista. La vostra lista Unione popolare, guidata da de Magistris, ha ricevuto sostegni da leader stranieri come il francese Mélenchon e lo spagnolo Iglesias. Ha senso in Italia pensare di replicare questi modelli?
La Francia è l’esempio di come solo la ricostruzione di una sinistra popolare può contrastare efficamente l’estrema destra. In Italia è fondamentale il nostro successo per dar vita a una sinistra chiaramente autonoma e alternativa alle politiche liberiste dell’ultimo ventennio. Mélenchon ha costruito la sua credibilità verso i giovani e le classi popolari nel suo contrasto prima al socialista Hollande e poi a Macron.
Il Pd in queste settimane sta abbandonando l’agenda Draghi per posizionarsi più a sinistra. Un esempio è l’addio al Jobs Act.
Come diceva De Andrè: «Dà buoni consigli chi non può più dare il cattivo esempio». Il Pd ha le maggiori responsabilità nella precarizzazione del lavoro, nelle controriforme delle pensioni e nelle privatizzazioni. E a pochi giorni dal voto scopre una vocazione sociale. Ma nel loro programma non c’è l’abolizione del Jobs Act, solo frasi generiche sulla precarietà. Hanno votato contro il reddito di cittadinanza, e la proposta sul salario minimo del ministro Orlando è evanescente e coprirebbe solo una minima parte dei 4,5 milioni di lavoratori a bassissimo reddito. Tra poco scopriranno di essere anche pacifisti per raccattare qualche voto…
Si presentano come l’unico argine alla destra di Meloni.
Letta è il principale alleato di Meloni. La richiesta di scegliere «o noi o loro» spinge molti italiani a guardare a destra. Anche Landini ha detto che oggi non c’è una forza politica che rappresenti il lavoro. Noi stiamo cercando di farlo.
Anche Conte ora vuole accreditarsi come leader di sinistra.
Lo definirei un abbaglio. Il M5S resta il partito dei decreti sicurezza, del taglio dei parlamentari, degli urrà per l’arresto di Mimmo Lucano. Fu Grillo a benedire il governo Draghi e lanciare come ministro Cingolani. E Conte il primo premier a dire sì alla richiesta Nato di portare al 2% del pil le spese militari. A sinistra c’è così bisogno di recuperare una dimensione di forza che si rischia di cadere nelle amnesie. La santificazione di Conte mi pare davvero eccessiva.
Eppure voi avevate proposto a M5S e Sinistra italiana di creare una coalizione.
Il loro rifiuto spiega bene le loro ambiguità. Solo un successo di Up potrà incidere positivamente sull’evoluzione del M5S e delle altre forze di sinistra.
Dopo il voto tornerete a parlarvi?
Con Conte c’è una potenzialità di relazione comunque superiore a quella che abbiamo col Pd.
Con Meloni premier l’Italia correrebbe il rischio di una involuzione democratica?
L’Italia è già una democrazia autoritaria. Penso allo svuotamento del Parlamento, alla concentrazione di tutto il potere nel governi: fenomeni che maturano da tempo.
Non vorrà fare un paragone con l’Ungheria di Orban? Mi riferisco alla libertà di stampa e ai diritti della comunità lgbt.
Sono stato in Ungheria a manifestare con le opposizioni a Orban, ho visitato l’archivio del filosofo marxista György Lukács prima che Orban lo chiudesse. Ricordo che prima di lui al governo c’era un centrosinistra liberista.
Dunque vede il rischio?
Le posizioni di Meloni, simili a quelle dell’ultradestra Usa e degli spagnoli di Vox, non sono una novità. Eppure Letta è andato alla festa di Atreju e con lei ha fatto un patto per tenere questa legge elettorale che rischia di consegnare alla destra una maggioranza assoluta che non c’è nel paese. Dunque non è legittimato a strumentalizzare l’antifascismo e i diritti civili per la solita campagna sul “voto utile”. Contro questa destra servirà una opposizione combattiva e legata ai movimenti, altrimenti prevarrà la pulsione al consociativismo. Letta e Meloni sono più vicini di quanto si dica: penso alla guerra ma non solo.
E il rischio autoritario?
Certo, con Meloni al governo la degenerazione della democrazia farebbe un salto ulteriore, persino fuori dai principi liberali. Per questo serve una opposizione vera. Il Pd la contrasterebbe sui conti pubblici e sulla fedeltà alla Nato.
Voi però non avete la spinta propulsiva di Mélenchon.
La nostra è una strada in salita, Up è nata da poco, in nessun paese la sinistra è arrivata in doppia cifra in un battibaleno. Ma un nostro successo sarebbe l’unico fatto nuovo di queste elezioni, aprirebbe una prospettiva. Serve che tante persone di sinistra escano dalla rassegnazione, dalla tentazione di votare il meno peggio.
Perché un elettore incerto dovrebbe scegliere voi rispetto a M5S o Sinistra italiana?
Su Conte ho detto. Il gruppo di Sinistra italiana si staccò da noi nel 2009 per spingere a sinistra il Pd, ma non ci sono riusciti, anzi, sono subalterni. Ora Letta dice che non farebbe mai un governo con loro. Mi stupisce che neppure l’atteggiamento guerrafondaio dei dem abbia convinto Si a staccarsi.
fonte: il manifesto
Il silenzio degli innocenti. Come funziona la propaganda
11 settembre 2022
Presentazione di GIORGIO RIOLO
John Pilger è giornalista e scrittore di origine australiana e lavora in Inghilterra. Ha scritto per varie testate inglesi. È stato inviato e reporter in varie guerre, soprattutto Vietnam e Cambogia. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti. Voce vera del giornalismo indipendente.
John Pilger
Negli anni settanta ho incontrato Leni Riefenstahl, una delle principali propagandiste di Hitler, i cui film epici glorificavano il nazismo. Ci capitò di soggiornare nello stesso hotel in Kenya, dove lei si trovava per un incarico fotografico, essendo sfuggita al destino di altri amici del Führer. Mi disse che i “messaggi patriottici” dei suoi film non dipendevano da “ordini dall’alto” ma da quello che lei definiva il “vuoto sottomesso” del pubblico tedesco.
Questo coinvolgeva la borghesia liberale e istruita? Ho chiesto. “Sì, soprattutto loro”, rispose.
Penso a questo quando mi guardo intorno e osservo la propaganda che sta deteriorando le società occidentali.
Certo, siamo molto diversi dalla Germania degli anni trenta. Viviamo in società dell’informazione. Siamo globalisti. Non siamo mai stati così consapevoli, così in contatto, così connessi.
Lo siamo? Oppure viviamo in una Società Mediatica in cui il lavaggio del cervello è insidioso e implacabile e la percezione è filtrata in base alle esigenze e alle bugie del potere statale e del potere delle imprese?
Gli Stati Uniti dominano i media del mondo occidentale. Tutte le dieci principali società mediatiche, tranne una, hanno sede in Nord America. Internet e i social media – Google, Twitter, Facebook – sono per lo più di proprietà e controllo americano.
Nel corso della mia vita, gli Stati Uniti hanno rovesciato o tentato di rovesciare più di 50 governi, la gran parte democrazie. Hanno interferito nelle elezioni democratiche di 30 Paesi. Hanno sganciato bombe sulla popolazione di 30 paesi, la maggior parte dei quali poveri e indifesi. Ha tentato di assassinare i dirigenti politici di 50 paesi. Ha combattuto per reprimere i movimenti di liberazione in 20 paesi.
La portata e l’ampiezza di questa carneficina è in gran parte non riportata, non riconosciuta; e i responsabili continuano a dominare la vita politica anglo-americana.
Negli anni precedenti la sua morte, avvenuta nel 2008, il drammaturgo Harold Pinter pronunciò due discorsi straordinari, che ruppero il silenzio.
“La politica estera degli Stati Uniti”, disse, “è meglio definita come segue: baciami il culo o ti spacco la testa. È così semplice e cruda. L’aspetto interessante è che ha un successo incredibile. Possiede le strutture della disinformazione, dell’uso della retorica, della distorsione del linguaggio, che sono molto persuasive, ma in realtà sono un sacco di bugie. È una propaganda di grande successo. Hanno i soldi, hanno la tecnologia, hanno tutti i mezzi per farla franca, e la fanno”.
Nell’accettare il Premio Nobel per la Letteratura, Pinter ha detto questo: “I crimini degli Stati Uniti sono stati sistematici, costanti, feroci, senza remore, ma pochissime persone ne hanno veramente parlato. Occorre riconoscerlo all’America. Ha esercitato una manipolazione affatto patologica del potere in tutto il mondo, mascherandosi come forza per il bene universale. È un atto di ipnosi brillante, persino spiritoso e di grande successo”.
Pinter era un mio amico e forse l’ultimo grande saggio politico, cioè prima che la politica del dissenso si fosse imborghesita. Gli chiesi se la “ipnosi” a cui si riferiva fosse il “vuoto sottomesso” descritto da Leni Riefenstahl.
“È la stessa cosa”, ha risposto. “Significa che il lavaggio del cervello è così accurato tanto che siamo programmati a ingoiare un mucchio di bugie. Se non riconosciamo la propaganda, possiamo accettarla come normale e crederci. Questo è il vuoto sottomesso”.
Nei nostri sistemi di “democrazia delle grandi imprese”, la guerra è una necessità economica, il connubio perfetto tra sovvenzioni pubbliche e profitto privato: socialismo per i ricchi, capitalismo per i poveri. Il giorno dopo l’11 settembre i prezzi delle azioni dell’industria bellica sono saliti alle stelle. Stavano per arrivare altri spargimenti di sangue, il che è ottima cosa per gli affari.
Oggi le guerre più redditizie hanno un proprio marchio. Si chiamano “guerre eterne”: Afghanistan, Palestina, Iraq, Libia, Yemen e ora Ucraina. Tutte si basano su un cumulo di bugie.
L’Iraq è la più famosa, con le sue armi di distruzione di massa che non esistevano. Nel 2011 la distruzione della Libia da parte della Nato è stata giustificata da un massacro a Bengasi che non c’è stato. L’Afghanistan è stata una comoda guerra di vendetta per l’11 settembre, la qual cosa non aveva nulla a che fare con il popolo afghano.
Oggi, le notizie dall’Afghanistan parlano di quanto siano malvagi i talebani, e non del fatto che il furto di 7 miliardi di dollari delle riserve bancarie del paese da parte di Joe Biden stia causando sofferenze diffuse. Recentemente, la National Public Radio di Washington ha dedicato due ore all’Afghanistan e 30 secondi al suo popolo affamato.
Al vertice di Madrid di giugno, la Nato, controllata dagli Stati Uniti, ha adottato un documento strategico che militarizza il continente europeo e aumenta la prospettiva di una guerra con Russia e Cina. Il documento propone “un combattimento bellico multidimensionale contro un contendente dotato di armi nucleari”. In altre parole, una guerra nucleare.
Dice: “L’allargamento della Nato è stato un successo storico”.
L’ho letto con incredulità.
Una misura di questo “successo storico” è la guerra in Ucraina, le cui notizie per lo più non sono notizie, ma una litania unilaterale di sciovinismo, distorsione, omissione. Ho raccontato diverse guerre e non ho mai conosciuto una propaganda così generalizzata.
Nello scorso febbraio, la Russia ha invaso l’Ucraina come risposta a quasi otto anni di uccisioni e distruzioni criminali nella regione russofona del Donbass, al suo confine.
Nel 2014, gli Stati Uniti hanno sponsorizzato un colpo di stato a Kiev per sbarazzarsi del presidente ucraino democraticamente eletto e favorevole alla Russia, insediando un successore che gli americani stessi hanno chiarito essere il loro uomo.
Negli ultimi anni, missili “di difesa” americani sono stati installati in Europa orientale, Polonia, Slovenia, Repubblica Ceca, quasi certamente puntati contro Russia, accompagnati da false rassicurazioni che risalgono alla “promessa” di James Baker a Gorbaciov, nel febbraio 1990, secondo la quale la Nato non si sarebbe mai espansa oltre la Germania.
L’Ucraina è la linea del fronte. La Nato ha di fatto raggiunto la stessa terra di confine attraverso la quale l’esercito di Hitler irruppe nel 1941, causando più di 23 milioni di morti in Unione Sovietica.
Lo scorso dicembre, la Russia ha proposto un piano di sicurezza per l’Europa di vasta portata. I media occidentali lo hanno respinto, deriso o soppresso. Chi ha letto le sue proposte passo dopo passo? Il 24 febbraio, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha minacciato di sviluppare armi nucleari se l’America non avesse armato e protetto l’Ucraina. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Lo stesso giorno, la Russia ha invaso l’Ucraina – secondo i media occidentali, un atto non provocato di infamia congenita. La storia, le bugie, le proposte di pace, gli accordi solenni sul Donbass a Minsk non hanno contato nulla.
Il 25 aprile, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, il generale Lloyd Austin, è volato a Kiev e ha confermato che l’obiettivo dell’America è quello di distruggere la Federazione Russa – la parola che ha usato è “indebolire”. L’America aveva ottenuto la guerra che voleva, condotta per procura da una pedina sacrificabile, finanziata e armata dall’America stessa.
Quasi nulla di tutto ciò è stato spiegato alle opinioni pubbliche occidentali.
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è sconsiderata e imperdonabile. Invadere un paese sovrano è un crimine. Non ci sono “ma” – tranne uno.
Quando è cominciata l’attuale guerra in Ucraina, e chi l’ha iniziata? Secondo le Nazioni Unite, tra il 2014 e quest’anno, circa 14.000 persone sono state uccise nella guerra civile del regime di Kiev nel Donbass. Molti degli attacchi sono stati condotti da neonazisti.
Guardate un servizio di ITV News del maggio 2014, realizzato dal veterano dei reporters James Mates, il quale viene bombardato, insieme ai civili nella città di Mariupol, dal battaglione Azov (neonazista) dell’Ucraina.
Nello stesso mese, decine di persone di lingua russa sono state bruciate vive o soffocate in un edificio dei sindacati di Odessa, assediato da teppisti fascisti, seguaci del collaborazionista e fanatico antisemita Stephen Bandera. Il New York Times ha definito i teppisti “nazionalisti”.
“La missione storica della nostra nazione in questo momento critico”, ha dichiarato Andreiy Biletsky, fondatore del Battaglione Azov, “è quella di guidare le Razze Bianche del mondo in una crociata finale per la loro sopravvivenza, una crociata contro gli Untermenschen (sottouomini) guidati dai semiti”.
Da febbraio, una campagna di autoproclamati “news monitors” (“osservatori delle informazioni”), per lo più finanziati da americani e britannici aventi legami con i governi, ha cercato di sostenere l’assurdità secondo la quale i neonazisti ucraini non esistono.
Il ritocco delle fotografie, un termine un tempo associato alle purghe staliniane, è diventato uno strumento del giornalismo dominante.
In meno di un decennio, la Cina “buona” è stata “ritoccata” e la Cina “cattiva” l’ha sostituita: da laboratorio e fabbrica del mondo a nuovo Satana emergente.
Gran parte di questa propaganda ha origine negli Stati Uniti ed è trasmessa attraverso vari intermediari e vari “think tank”, come il famoso Australian Strategic Policy Institute, voce dell’industria delle armi, e da giornalisti zelanti come Peter Hartcher del Sydney Morning Herald, che ha etichettato coloro che diffondono l’influenza cinese come “ratti, mosche, zanzare e passeri” e ha auspicato che questi “parassiti” vengano “estirpati”.
Le notizie sulla Cina in Occidente riguardano quasi esclusivamente la minaccia proveniente da Pechino. “Ritoccate” sono le 400 basi militari americane che circondano la maggior parte della Cina, una collana armata che si estende dall’Australia al Pacifico e al sud-est asiatico, al Giappone e alla Corea. L’isola giapponese di Okinawa e quella coreana di Jeju sono armi cariche puntate a bruciapelo sul cuore industriale della Cina. Un funzionario del Pentagono ha descritto questa situazione come un “cappio”.
La Palestina è stata raccontata in modo errato da sempre, a mia memoria. Per la Bbc, c’è il “conflitto” tra “due narrazioni”. L’occupazione militare più lunga, brutale e illegale dei tempi moderni è innominabile.
La popolazione colpita dello Yemen esiste a malapena. È un “non-popolo mediatico”. Mentre i sauditi fanno piovere le loro bombe a grappolo americane, con i consiglieri britannici che lavorano a fianco degli ufficiali sauditi addetti al bombardamento, più di mezzo milione di bambini rischiano di morire di fame.
Questo lavaggio del cervello per omissione ha una lunga storia. Il massacro della prima guerra mondiale è stato cancellato da reporter che sono stati insigniti del cavalierato per il loro impegno e che hanno poi confessato nelle loro memorie. Nel 1917, il direttore del Manchester Guardian, C. P. Scott, confidò al primo ministro Lloyd George: “Se la gente sapesse davvero [la verità], la guerra verrebbe fermata domani, ma non sa e non può sapere”.
Il rifiuto di vedere le persone e gli eventi come li vedono gli altri paesi è un virus mediatico in Occidente, debilitante quanto il Covid. È come se vedessimo il mondo attraverso uno specchio unidirezionale, in cui “noi” siamo morali e benigni e “loro” no. È una visione profondamente imperiale.
La storia quale presenza viva in Cina e in Russia è raramente spiegata e raramente compresa. Vladimir Putin è Adolf Hitler. Xi Jinping è Fu Man Chu. Risultati epici, come lo sradicamento della povertà in Cina, sono a malapena conosciuti. Quanto è perverso e squallido tutto ciò.
Quando ci permetteremo di comprendere? La formazione dei giornalisti in laboratorio non è la risposta. E nemmeno il meraviglioso strumento digitale, che è un mezzo, non un fine, come la macchina da scrivere con un solo dito e la macchina per linotype.
Negli ultimi anni, alcuni dei migliori giornalisti sono stati espulsi dai media dominanti. “Defenestrati” è il termine usato. Gli spazi un tempo aperti ai cani sciolti, ai giornalisti controcorrente, a quelli che dicevano la verità, si sono chiusi.
Il caso di Julian Assange è il più sconvolgente. Quando Julian e WikiLeaks erano in grado di conquistare lettori e premi per il Guardian, il New York Times e altri autodefiniti importanti “giornali di cronaca”, venivano celebrati.
Quando lo Stato occulto si è opposto e ha chiesto la distruzione dei dischi rigidi e l’assassinio del personaggio di Julian, egli è stato reso un nemico pubblico. Il vicepresidente Biden lo ha definito un “terrorista hi-tech”. Hillary Clinton ha chiesto: “Non possiamo silenziarlo proprio questo tipo?”.
La seguente campagna di abusi e di diffamazione contro Julian Assange – il Relatore sulla Tortura delle Nazioni Unite l’ha definita “mobbing” – ha condotto la stampa liberale al suo minimo storico. Sappiamo chi sono. Li considero dei collaborazionisti: giornalisti del regime di Vichy.
Quando si solleveranno i veri giornalisti? Un samizdat ispiratore esiste già in Internet: Consortium News, fondato dal grande reporter Robert Parry, Grayzone di Max Blumenthal, Mint Press News, Media Lens, Declassified UK, Alborada, Electronic Intifada, WSWS, ZNet, ICH, Counter Punch, Independent Australia, il lavoro di Chris Hedges, Patrick Lawrence, Jonathan Cook, Diana Johnstone, Caitlin Johnstone e altri che mi perdoneranno se non li cito qui.
E quando gli scrittori si alzeranno in piedi, come fecero contro l’ascesa del fascismo negli anni trenta? Quando si alzeranno i registi, come fecero contro la guerra fredda negli anni quaranta? Quando si solleveranno gli autori della satira, come fecero una generazione fa?
Dopo essersi immersi per 82 anni in un profondo bagno di perbenismo, la versione ufficiale dell’ultima guerra mondiale, non è forse giunto il momento che coloro che sono destinati a dire la verità dichiarino la loro indipendenza e decodifichino la propaganda? L’urgenza è più grande che mai.
Questo articolo è una versione modificata di un discorso tenuto al Trondheim World Festival, Norvegia, il 6 settembre 2022
Le domande
8 Agosto 2022
ADRIANO ARLENGHI
Domande ad un amico. Domande rivolte a chi ha visione del tempo presente e prospettiva del futuro. Domande insomma a Piero Rusconi, conosciuto in Lomellina da tutti. Difficili ma essenziali per dare senso ai giorni. Seconda parte.
Eccole…
Adriano
Il futuro è un parola che fa paura. Lo dicono i sociologi che parlano di società liquida ovvero caratterizzata dalla sola dimensione del presente ed infatti se ti guardi in giro l’impressione è quella di vedere soprattutto persone e giovani in particolare, che cercano di estrarre dalla vita oggi quel poco di felicità che è gli è consentito senza preoccuparsi di un futuro che all’apparenza sembra distopico. E’ una affermazione vera questa? Negli anni 70, ma poi ancora a Genova nel 2001 intere generazioni dicevano che un altro mondo era possibile, che si poteva raddrizzare le storture e le ingiustizie e schiodare i chiodi arrugginiti, insomma seminare per una nuova idea di umanesimo e di mondo. Ora io vedo solo un grande pessimismo in giro e poca ribellione come se il realismo dell’esistente avesse fiaccato ogni voglia di andare in direzione ostinata e contraria. E’ una visione parziale questa o solo eurocentrica? La mia impressione è che un po’ ovunque, ma io leggo i riflessi nella nostra lomellina, stia aumentando in modo esponenziale dopo la pandemia, la sofferenza intima delle persone, la solitudine, la disgregazione sociale, la perdita di coesione. Insomma ognuno per se nel tentativo di sopravvivere. La solitudine che non è ormai solo una condizione per chi è più fragile o ha poche cerchie parentali e amicali, è una condizione sempre più diffusa. Il consumo esasperato, la mercificazione di ogni cosa, hanno fatto perdere senso e significato alla vita. Si tratta di questo? Oppure c’è dell’altro?
Piero
Non vi sono dubbi che il carattere peculiare di questa nostra epoca, è il pessimismo, la rassegnazione e l’apatia che coinvolge complessivamente la popolazioni di ogni età e ceto sociale, compreso i giovani. Difficile dire se è solo una caratteristica dell’occidente o di tutto il globo ma sicuramente nel nostro mondo rappresenta un grosso problema. Io penso che questa dell’apatia sia un “prodotto” sociale indotto, non è naturale ma costruito a tavolino perché meno la gente si interessa di problemi sociali e collettivi e meglio è per chi vuole mantenere lo stato delle cose presenti. Secondo me questo problema ha conseguenze negative, sicuramente per quelli che si battono per il cambiamento, che come dicevo precedentemente in un’altra parte della nostra chiacchierata, senza un’attività consapevole da parte del popolo non vi è nessuna possibilità di “cambiare lo stato delle cose presenti”, ma ha conseguenze anche per lo stesso capitalismo. Negli anni 80 del secolo scorso è partita una campagna da parte dei media per distruggere l’ideologia, descritta o come inutile o addirittura dannosa, una campagna che tendeva descrivere la realtà come immutabile. Il ragionamento era: inutile battersi per un cambiamento tanto il sistema non si può cambiare quindi rassegnatevi a vivere in questo stato di cose.
La conseguenza, non è stato solo la distruzione di un pensiero critico, ma di tutto il pensiero creativo di cui anche il capitalismo ha bisogno. Una società apatica, cioè non creativa crea problemi anche al Capitalismo, che ha perso la sua spinta propulsiva.
Senza creatività e spinte propulsive nessuna società ha un futuro.
Se osserviamo il mondo del lavoro, che ricordo è sempre il punto centrale di ogni civiltà, negli anni 60 70 del secolo scorso pur in presenza di un grande conflitto sociale, o forse grazie a quello, si è avuto un grande balzo in avanti sia delle condizioni sociali dei lavoratori ma anche un grande progresso del sistema sociale nel suo complesso.
La forza “creativa” del sistema era al sua apice.
Ora tutto questo non c’è più, il livello di alienazione ed estraniazione nel mondo del lavoro è tale che la gente tende a sopravvivere e basta. In altre parole il pessimismo indotto, l’alienazione dei rapporti sociali creano tutta una serie di fenomeni individuali (alcolismo, dipendenza da droghe, gioco d’azzardo, corruzione ecc. ecc.) che minano la base stessa della convivenza civile.
Questa situazione ha conseguenze “catastrofiche”, oggi rassegnarsi vuol dire condannare l’umanità agli effetti della crisi climatica o della guerra, con conseguenze facilmente prevedibili.
In conclusione, una società per progredire ha bisogno di un sogno, una speranza anche una illusione che domani sia meglio di oggi, ma se questo non c’è abbiamo solo la decadenza.
Invito tutti a studiare le cause della caduta dell’Impero Romano e i secoli bui che sono seguiti alla sua caduta.
Ovviamente quello che accade nel mondo ha riflessi anche in Lomellina, non ti so dire se qui è peggio o meglio di altre zone del Paese ma sicuramente tutto quello che ci siamo detti finora ha i suoi riflessi anche da noi. Individualismo, intimismo, pessimismo sono il tratto generale della nostra epoca. Viviamo una crisi profonda del convivere civile, si è perso il senso di comunità e quindi di solidarietà. Voglio parlarti di tre fenomeni, secondo me significativi.
Il primo è la crisi della tanto decantata FAMIGLIA.
Che questo sia un’ ”istituto” in crisi è evidente, basta vedere il numero di divorzi e famiglie allargate anche nel nostro territorio.
Anche da noi si sta verificando quello che a Milano è già evidente da anni, molta gente vive da sola sono cioè singoli, a Milano il 50% delle famiglie è composta da un unico individuo.
Nemmeno la famiglia regge all’individualismo e l’edonismo imperante, ricordiamo che la famiglia è sempre stata un asse centrale di tutte le civiltà.
Ovviamente come tutti i fenomeni sociale anche la famiglia non è mai stata uguale in tutte le varie epoche storiche e sistemi sociali ma si è modificata a secondo delle mutate condizioni sociali.
Ovviamente non tratto qui la questione dell’emancipazione femminile che ha un ruolo decisivo sulla concezione della famiglia e del suo modificarsi in questa fase storica.
Ma mai si era verificato un fenomeno come quello attuale di persone totalmente sole senza un collettivo solidale a cui fare riferimento.
Di una cosa sono certo, quello che noi stiamo vivendo è una fase transitoria prima o poi dovremo trovare un nuovo modo di ricostruire una socialità che ci permetta di superare l’idea che un persona possa vivere isolato dal contesto reale in cui è collocato.
Come detto in altre parti della nostra chiacchierata, l’uomo è un animale sociale, non può vivere isolato, pena la sua scomparsa.
Le conseguenze anche psicologiche di questo sono evidenti a tutti, se non si appartiene ad un gruppo solidale è ovvio che si è più deboli e spaventati e non si ha fiducia nel futuro.
Denatalità
Questo è un fenomeno tutto Occidentale che in Lomellina si presenta in forme più peculiari.
Da noi stiamo assistendo ad uno spopolamento di molti piccoli paesini, la gente non fa figli per le cose che si diceva prima, paura del futuro edonismo e quant’altro.
Abbiamo poi un problema di lavoro, la nostra zona una volta a vocazione agricola (le famose mondine) poi industriale (i famosi operai) oggi è praticamente un territorio che vive all’ombra della grande Milano.
Sempre più Lomellini sono pendolari verso la grande città, quando addirittura emigrano verso altri paesi.
Questo secondo fenomeno ha cause specifiche riguardano più la voglia di andare a vivere in realtà più dinamiche culturalmente che non la mancanza di lavoro in Italia.
Questo ovviamente impoverisce sempre di più la nostra zona non solo economicamente ma soprattutto culturalmente, non dimentichiamo che sono i giovani i portatori del rinnovamento.
Il mondo di lavoro ha sempre caratterizzato un territorio se il territorio diventa solo un dormitorio non riesce più ad esprimere una cultura locale.
Si può discutere sulla qualità della vita delle società contadine o operaie ma sicuramente esprimevano una cultura popolare che oggi non esiste più.
L’altro fenomeno è l’immigrazione.
Parlando di questo fenomeno qui io vedo delle differenze, anche se minime, con altri territori del nostro Paese.
Mi sembra ovvio che una città di mare per tradizione è sicuramente più aperta alle culture diverse rispetto a territori dell’entroterra o di montagna.
Anche nelle grandi città è diverso l’atteggiamento verso il nuovo o verso lo straniero.
Nel nostro territorio, pur essendo presente da decenni il problema dell’immigrazione, prima dal sud Italia ora da altre parti del mondo si tende ad avere un atteggiamento di esclusione e non certo di inclusione.
Questo è un vero peccato perché si perde un tassello importante del nostro arricchimento culturale.
Ti invito a pensare come sarebbe il nostro territorio senza l’immigrazione dei “meridionali” degli anni 50 60 del secolo scorso e senza la recente immigrazione.
Sicuramente un territorio più povero culturalmente.
Su questo problema però io non darei la responsabilità ad un atteggiamento “provinciale” o “chiuso” dei Lomellini, qui io chiamerei in causa i nostri politici.
L’integrazione dello straniero è sempre un processo lungo e complesso, per raggiungere il quale tutti devono collaborare.
Fu così con i meridionali nel recente passato, nessuna forza politica dell’epoca strumentalizzò le difficoltà, anzi ognuno fece la sua parte per favorire l’integrazione.
Oggi non è così, alcune forze politiche hanno fatto la loro fortuna elettorale proprio sfruttando la diffidenza e la paura della gente, questo ha reso tutto molto più difficile.
Ma quello della società ”meticcia” è una tendenza storica inevitabile.
2 continua…
20/7/2001 G8 GENOVA
Racconto dei fatti accaduti in quel terribile 20 Luglio 2001 a Genova scritto pochi giorni dopo da Piero Carcano e successivamente ripreso come una ossessione mai rimossa nel tempo
Sulla decisione di andare a Genova a manifestare non ho mai avuto il minimo dubbio o alcuna esitazione.
Appena si è saputa la notizia che il vertice delle 8 cosiddette “grandi nazioni” si sarebbe tenuto a pochi passi da casa, l’unica incognita poteva essere “come?, con chi? Sotto quale bandiera? Gruppi antiglobal locali? associazioni culturali a cui appartengo? gruppi politici a cui per affinità più che per tessera sento di appartenere?”
Le motivazioni erano infatti tutte molto forti a cominciare dal perché queste poche persone si arrogano il diritto di poter decidere della vita delle popolazioni del mondo?
Perché riunirsi in pompa magna per decidere, bontà loro, di dare qualche briciola a chi hanno tolto 100, 1000 volte tanto e molto, molto di più?
Perché questi, e con loro, sopra di loro, poche multinazionali possono comandare, modificare, usare l’ambiente a loro vantaggio esclusivamente economico, inquinando e affamando intere popolazioni già povere?
E’ per riconfermare a tutto il mondo che i padroni sono loro che si tengono questi incontri, ed è quindi doveroso opporsi sostenendo le ragioni di un mondo più giusto: dall’azzeramento del debito di questi paesi alla ricerca di un’economia più equa nei suoi meccanismi all’investimento in attività umanitarie come il diritto alla salute, i prestiti a sostegno di uno sviluppo compatibile socialmente ed ecologicamente.
Infine ma non per ultimo è giusto cercare di arginare la deriva dei diritti del mondo del lavoro, accentuata dalle politiche della globalizzazione che consentono un uso dei lavoratori come merce. Sfruttamenti, licenziamenti, lavoro precario e flessibile, da poter usare nei tempi, nei modi e nei luoghi a piacimento dell’azienda.
Proprio su questi problemi e perché no anche per trovare nel mio lavoro di bancario un disperato senso etico, mi è sembrato fosse giusto, doveroso schierarsi.
Forse perché ritengo sia più importante manifestare un pensiero in controtendenza partendo proprio dall’altra parte, da quel mondo del capitale, del denaro, del potere che è costituito dalle Banche.
Per questi motivi la bandiera sotto cui stare non poteva che essere quindi quella del sindacato, il FALCRI sindacato autonomo dei lavoratori del credito, l’unico del settore ad aver realizzato (grazie a noi) qui a Milano un anno prima un convegno sulla globalizzazione.
Orgogliosamente lo riterrei uno dei momenti sindacali più attivi, nuovi e propositivi per una categoria spesso chiusa in problemi corporativi.
Lì parlando di poveri, ma anche di ambiente, di diritti negati ai bambini, di libertà e salute aprivamo porte lasciate chiuse. Quello è stato una specie di Social Forum e quindi Genova 2001 non poteva che essere l’ideale continuazione dopo essere stati anche al Social Forum di Firenze dove incontrare Noam Chomski, Vandana Shiva è stato come essere essere protagonisti di idee, di cambiamenti per un Altro Mondo Possibile.
Non solo un sindacato quindi, ma un’anomalia fatta di compagni, gli amici di sempre, non solo di lavoro anzi direi soprattutto di “movimento”.
Con loro non si è mai fermi, che si tratti di discutere un contratto nazionale o di controllare l’igiene e la sicurezza sul posto di lavoro, o che si organizzi una mostra di libri, una manifestazione sull’handicap o un concerto delle “mondariso”.
Su cosa avremmo trovato a Genova nessuno di noi poteva saperlo. Dovevamo esserci e basta! E per fortuna che come noi c’erano centinaia di associazioni, migliaia di persone di diversa estrazione e colore.
Bene abbiamo fatto a scegliere Piazza Manin come punto di ritrovo, il 20 luglio in quella che era stata battezzata “La giornata delle piazze tematiche e della disobbedienza civile”. Proprio lì infatti sarebbero confluite le diverse anime, soprattutto le più pacifiche di quel minestrone dai mille sapori che è la rete di Lilliput, lì riuniti con banchetti, palloncini e striscioni in un clima di festa.
Certo sarebbe stato bello partecipare ai convegni, ai dibattiti dei giorni precedenti, al Genova Social Forum e dialogare con i filosofi, gli scienziati ed i santoni no global, ma soprattutto cantare, suonare e ballare nel coloratissimo corteo dei migranti del giorno prima, ma gli impegni di lavoro e soprattutto di famiglia non ci permettevano un periodo lungo di assenza .
Si è deciso così per il venerdì 20 e tutto era cominciato bene, fin dal mattino sul bus che da Nervi ci portava a Genova con i ragazzini gioiosi di Pinerolo arrivati come in gita con magliette gialle originali con scritte no global d’obbligo. Anche noi non eravamo da meno con la nostra maglietta autoprodotta (solo un po’ troppo aderente visto il fisico non più da ventenne) disegnata da Alberto che mostrava una G ricurva seduta a vomitare su un “cesso” a forma di 8 e una scritta “Fuck the Niù Ekkonomy” ispirata dall’ultimo libro di Stefano Benni, che lasciava pochi dubbi sul nostro pensiero.
No, non ci sentivamo vecchi vicino a quei ragazzi dalla parvenza oratoriale emozionati di essere a Genova a manifestare forse per la prima volta.
Una certa emozione c’era comunque anche tra noi, non lo nascondo, motivata dal senso di appartenenza, di fratellanza con tutti quelli che erano arrivati lì per manifestare da tutto il mondo, anche noi parte attiva di quella tribù allegra, variopinta e creativa. Quasi un festival, un happening dalle portaerei di cartone che si trasformavano in scuole e ospedali, alle mutande giganti che prendevano in giro i potenti capi di stato e le “esternazioni” del nostro presidente del consiglio che non voleva vederle perché indecorose; a Don Gallo e Franca Rame vestiti da carcerati e altro tanto ancora.
La sensazione è di quelle giuste, si sta bene con la Rete di Lilliput, Mani Tese, le femministe ed i comunisti turchi, gli amici del centro sociale di Novara e con l’amico Stefano Apuzzo “mitico” animalista a sfilare in corteo con noi.
Con il nostro striscione veniamo accolti con sorpresa e simpatia, qualcuno dei bancari presenti in incognito al seguito di altre associazioni ci incoraggia, ci vuole conoscere, parlare, scambiare indirizzi.
Radio Popolare ci intervista, vuole sapere se abbiamo preparato qualche animazione, qui tutti i gruppi di affinità hanno preparato un intervento da fare nel momento collettivo della protesta.
Noi abbiamo solo una canzone ma verrebbe da dire “i no global per questo G8 è da mesi che si stanno preparando ma noi non ne abbiamo avuto il tempo “Num fin a ier uma lavurà!” ma non mi tiro indietro e a voce nuda accenno, con i miei compagni a rispondere in coro rappando a “cappella” il ritornello “Ma per un bambino non c’è sorriso se lavora quindici ore per un pugno di riso…” di “Diritti e Dignità” composta insieme agli altri amici-musicisti dei Cantosociale che avrebbero voluto anche loro essere li con noi a suonarle.
Superato il mezzodì si va ad attaccare simbolicamente la “zona rossa” di piazza Corvetto, ma dopo poche centinaia di metri si capisce subito che le cose non andranno come previsto, tronconi di un altro corteo, quello dei “creativi” gli artisti i “pink” tedeschi e francesi, si inserisce nel nostro sospinto dalle cariche della polizia che sta andando giù dura contro chi si avvicina alle gabbie delle altre zone.proibite.
Infatti il sit-in previsto per le 14.00 non si può più fare.
Genova diventa improvvisamente una città maledetta, le strade che prima erano mute e deserte si riempiono di gente che da sola o a gruppi scappa mostrando evidenti segni di scontri, sangue, lividi, teste spaccate e magliette strappate.
Giovani dall’aria spaesata e smarrita si sentono traditi dalle forze dell’ordine “ci hanno attaccato senza alcun motivo”.
In piazza Manin sotto una cortina di lacrimogeni terribili, urticanti al peperoncino, impauriti e sanguinanti alcuni ragazzi piangono proprio davanti ai banchetti che erano festanti solo un’ora fa ed ora sono ridotti a macerie, come se fossero passati dei barbari.
Lì intorno in effetti ci sono ragazzi in tuta nera e poliziotti con bandane nere e tute antisommossa che poco o niente si differenziano, sembrano masnadieri pronti a tutto.
Più in là li vedono, i Black, da vicino saccheggiare un supermercato sfondando la vetrata e depredando tutto e poi incendiando con i poliziotti che vedono e nulla fanno stando a debita distanza lasciando che questi si muovano in gruppo come squadracce fasciste.
La manifestazione non ha più ragion d’essere, la città è in guerra, in stato d’assedio.
Elicotteri sorvolano a bassa quota, fumo e ambulanze riempiono l’aria mentre noi disperatamente cerchiamo di uscire dal labirinto di Brignole risalendo e scendendo vie strette, superando trappole e cambiando spesso percorso cercando di stare uniti usando i cellulari come trasmittenti, due di noi davanti in ricognizione e noi dietro a seguire fermati a volte dai cassonetti bruciati che spostiamo dalla strada per far passare le ambulanze.
Riscendendo verso Nervi, dove avevamo il nostro pulmino, ci mescoliamo al corteo della disobbedienza civile, lo percorriamo al contrario cercando una via di fuga, in testa vediamo ancora fumo, sentiamo colpi e lì a poca distanza verrà ucciso Carlo Giuliani.
Nel corteo numerose ed improvvise fughe sospinti dalle azioni violente dei Black Block, il blocco nero in assetto di guerriglia organizzati come una falange militare, un corpo di guastatori che nonostante venissero respinti, rientravano a lanciare sassi e molotov difficile pensarli come anarchici idealisti nella mia idea romantica e originaria del termine. Qui sembravano mandati apposta a distruggere le nostre intenzioni forse utopiche, a farci del male.
Finalmente dopo oltre 3 ore di cammino e di corse, usciamo dall’inferno e approdiamo come viandanti in fuga al primo “porto franco” aperto nella via per Nervi: un circolo Arci affiancato da una sede dell’ANPI.
Ci è apparso subito come un luogo famigliare e di amici, “siamo venuti in pace!” ho detto entrando con le braccia alzate ed in mano un salame e dal bancone del bar la signora mi risponde con una battuta “Ah! Se siete con Bush qui non si serve niente!”
Ci sediamo al tavolo, la gente si avvicina per sapere, “ma voi con chi eravate?” “Da che zona venite?” “Ma in città è così un’inferno?” Come fosse gente di Beirut, Sarajevo, Roma “città aperta”.
Un portuale simpatico, dai lineamenti duri si avvicina per salutarci prima di andare via, ci dice “Domani ci saremo anche noi a darvi una mano nella manifestazione, ci saranno 15.000 camalli incazzati!” “Però cosa vuol dire bruciare le macchine…..uno magari ha fatto delle cambiali per pagarla e quelli lì gliela bruciano, a un lavoratore come noi!”
Rifocillati e rincuorati prendiamo il bus di ritorno per Nervi dove abbiamo la macchina, sono poche fermate, e lì tra le facce dei giovani manifestanti sudati, stanchi e pestati apprendiamo della tragedia.
Quegli occhi sbarrati, il silenzio irreale, in un luogo così affollato, interrotto da brevi bisbigli, quella parola “un morto” sono ancora molto nitidi nella memoria e chissà se sfumeranno col tempo.
La rabbia, la tristezza, i se ed i ma, le nostre risposte su quello che era successo, i confronti con la storia recente e passata si susseguono confusi con le onde radio sulla macchina nel viaggio di ritorno.
La convinzione è che dopo questa giornata nulla sarà più come prima anche per noi.
La sera tardi mi addormento a casa dopo ore e ore passate con l’orecchio alla radio per catturare notizie, voci, impressioni senza riuscire a dire una parola anche con mia figlia e mia moglie.
Chiudo gli occhi sull’ultima immagine in TV di una Genova buia, notturna con il faro dell’elicottero della Polizia a controllare, cercare, spiare, comandare dall’alto.
Uno shock che si trascina per giorni, così come il dolore inguinale crescente, “regalo” di quella maledetta giornata, che sarebbe culminato in settembre con un’intervento chirurgico all’ernia, e soprattutto una pressante quasi terapeutica esigenza di raccontare, discutere, parlare di quello che è successo, di quello che ci poteva succedere, a chi c’era e soprattutto a chi non c’era e che chissà quale idea si sarà fatto dai tambureggianti media, appositamente “mediati”.
Questo è stato il racconto che una settimana dopo i fatti di Genova ho sentito la necessità di scrivere non necessariamente per essere pubblicato, soprattutto per me stesso, quasi un esigenza psicofisica, e oggi a distanza di anni credo sia giusto metterlo insieme a mille altre racconti che da quei giorni si sono susseguite, orali e scritte. Per testimoniare con le proprie esperienze a tutto quello che ci han voluto dire e scrivere di falso, e rispondere a chi diceva e ancora dice “se uno sta a casa queste cose non gli succedono…si sapeva che quelli li sarebbero andati là per fare casino… ti è andata ancora bene!”. Che non si può sempre stare a guardare.
Incontrando poi recentemente il papà e la mamma di Carlo Giuliani il 25 Aprile scorso a Costa Vescovato su una collina prima di un nostro concerto, a parlare di resistenza e di pace ho sentito l’esigenza di recuperare la poesia che avevo scritto in quei giorni e che nelle intenzioni sarebbe dovuta diventare una canzone ma non ho mai trovato la musica giusta per esprimere in pieno la tristezza, il dolore, la rabbia.
Questo l’ho scritto dieci anni fa …e oggi?
A distanza di vent’anni considero quei giorni e quegli anni un’esperienza che ha aperto e al contempo chiuso molte strade, forse un utopia, quel movimento che è stato volutamente e scientificamente stroncato ma… le idee non muoiono mai… e allora a distanza di anni quell’aria l’ho respirata, almeno questa è stata la mia percezione e non solo la mia nelle manifestazioni sul clima pre pandemia e credo potranno riprendere spero con ancora più forza comprendendo altri temi connessi. Forsa giuinott l’idea l’è mai morta!!!
Questa la poesia
20.7.G8
G8 GENOVA
GIOCOSO GIOIOSO VOCIARE
SOLIDALE
BANK ETICO AMBIENTALE
MANIN MANITESE PER INCONTRARE
PIAZZE VICOLI A RIEMPIRE
IN RETE SOLARE MANIFESTARE RADIOPOPOLARE
IN CORTEO INGENUI ASTANTI
LILLIPUZIANI SALTELLANTI
MUTANDE A VELEGGIARE SBEFFEGGIARE
SUPPONENTI NARCISI
CINICI DUCI DI BON TON
IMPROVVISAMENTE IMPROVVIDO
INFIDO CALDO POMERIGGIO SALE
ALTE PESANTI GABBIE IDRANTI
SIRENE URLANTI
CAMIONETTE ARREMBANTI
IMPERIALI PROTERVI ELICOTTERI OSSERVANTI
E’ STATO DI POLIZIA
FUMO ACRE DI BRUCIATA VIA
IMPEDITE USCITE IN LABIRINTO DI PAURA
CELERE DURA BANDANE SCURE BARBARE INCENDIARIE FIGURE
CONFUSI FREDDI PRESAGI IN ANSIMANTE CORSA
A PRECIPITARE SUL BUS
STRETTI
BISBIGLI SOSPETTI
SGUARDI DIRETTI
UNA VOCE
LA RADIO
UN MESTO RICORDO
UN MORTO.
CALZATURIERO – La crisi del settore vista da Edoardo Casati, coordinatore dei Giovani Comunisti di Pavia
Il comparto ha preferito ridurre il costo del lavoro
«Le aziende del settore, tutte medie e piccole, non hanno investito in innovazione e competenze»
Testo a cura di Edoardo Varese, da “Il Punto Pavese” del 12/07/2021
Un settore che ha segnato per decenni la storia di Vigevano e della terra del riso, dal secondo dopoguerra fino ad arrivare ai giorni nostri. Un arco di tempo immenso, ricco di vari avvenimenti storici e di eventi. Stiamo parlando del settore calzaturiero ed in particolar modo della ditta Moreschi, un’azienda che ha reso famosa la cittadina ducale in Italia, in Europa e nel mondo: il fatto che Vigevano fosse considerata la capitale della scarpa ne è una diretta conferma. Un’azienda che però, adesso si trova costretta a lottare per la propria sopravvivenza.
Come sempre, per capire il motivo per il quale una ditta che per anni ha portato avanti la propria attività con grandi risultati, sia andata incontro ad un inesorabile declino, occorre soffermarsi sul rapporto cause ed effetto. Analizzando le varie scelte di stampo economico-politico che si sono rivelate errate. In questo senso, Edoardo Casati, coordinatore dei Giovani Comunisti di Pavia, vuole dare uno sguardo da vicino al destino al quale sta andando incontro il famoso marchio calzaturiero vigevanese.
“I problemi – spiega Edoardo Casati – sono iniziati a sorgere a partire dal momento in cui invece di innovare i prodotti, si è preferito ridurre i costi del lavoro. Con la globalizzazione, se si vuole vendere su larga scala i propri prodotti, è fondamentale innovare, altrimenti si rischia di implodere. Le aziende di Vigevano, tutte piccole o medie, invece di investire per nuove competenze, hanno abbassato i costi del lavoro, diminuendo le proprie possibilità di vendita e azzerando di fatto la possibilità di ottenere guadagni. Quando un’azienda specializzata in un determinato settore entra in crisi, in questo caso quello calzaturiero, perdiamo persone che hanno interesse nel prepararsi adeguatamente per entrare a farne parte. Vengono a mancare delle esperienze professionali che poi sono difficili da recuperare. Noi di Rifondazione Comunista riteniamo sia doverosa una nuova gestione economica da parte dello Stato. Dalla crisi si può fuoriuscire non grazie ai privati, ma solo tramite lo Stato. E il Comune, in questo senso, potrebbe sollecitare questo tipo di intervento”.
La base industriale è molto importante per la sopravvivenza di un Paese.
“Moreschi – prosegue il giovane militante di Rifondazione Comunista – rappresenta l’ultimo baluardo di azienda che contribuisce a creare un settore industriale con basi solide a Vigevano. La vecchia gestione ha dato in mano l’azienda a qualcuno che dell’azienda non era minimamente interessato e soprattutto a qualcuno che non aveva minimamente a cuore i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Lo Stato deve aiutare quelle aziende che vogliono rimanere in Italia e che intendano tutelare tutti i posti di lavoro dei propri dipendenti. Il Comune non ha detto o comunque fatto nulla in favore dei lavoratori della Moreschi. I lavoratori dipendenti vengono trattati come se appartenessero ad una categoria inferiore, un modus cogitandi che deve essere cambiato. Se non si applicano le richieste e le rivendicazioni che noi, mettiamo in campo, si va a peggiorare la situazione. Serve un intervento dello Stato, una programmazione seria che parta dal pubblico e non dal privato. Occorre applicare tutti gli ammortizzatori sociali possibili, partendo da una cassa integrazione che possa gradualmente portare al rilancio produttivo dell’azienda. Si può benissimo fare”.
Gli ingredienti per impedire alla storica azienda di fallire ci sono tutti. Non resta altro da fare che applicarli.
Alessandro Farina: l’appello ai giovani e la sua immancabile presenza in consiglio comunale
Testo a cura di Massimiliano Farrell, da “L’Informatore Lomellino” del 16/06/2021
Giovani, state attenti ai nuovi fascismi! È questo il monito che Alessandro Farina rivolge ai ragazzi e alle ragazze della nuova generazione, che rappresentano il futuro della città, e che dovranno farsi carico molto presto dell’eredità lasciata dalla vecchia classe politica.
“È fondamentale per i giovani – afferma il “Farinin” – interessarsi alla politica e a tutto ciò che succede intorno a loro. I giovani rappresentano il futuro, e per questo è importante che oltre a viverlo siano essi stessi a costruirselo. Non bisogna mai dimenticare i valori fondamentali che caratterizzano la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza e dalla lotta contro il nazifascismo. I giovani devono farsi portavoce di questi valori e devono stare attenti, perché il fascismo può sempre ritornare. È necessario essere attivi, fare volantinaggi, partecipare alle iniziative politiche e lottare sempre per la giustizia sociale e per i diritti”.
E Alessandro Farina questo lo sa bene: lui non solo ha fatto il bracciante e l’operaio, non solo è un importante testimone oculare della storia di Mortara dal 1946 ad oggi, ma è anche un uomo dei record. Fin dagli anni ’60, da tempi immemorabili, il “Farinin” ha sempre seguito dalla parte del pubblico tutti i Consigli Comunali della città di Mortara per applaudire e manifestare consenso durante gli interventi dei consiglieri del PCI, prima del 1991, e del PRC, dopo il 1991.
Un cittadino modello che ha sempre partecipato alla vita politica della sua città, tanto che perfino l’ex sindaco di centrodestra Giorgio Spadini, al termine del suo mandato, ha voluto conferire un riconoscimento al “Farinin”, vero e proprio uomo dei record nella partecipazione ai Consigli Comunali.
Oggi, purtroppo, a causa dell’età avanzata, a causa dell’orario serale in cui solitamente si svolgono i Consigli Comunali, e a causa del fatto che ultimamente i Consigli, per via del Covid, si stanno svolgendo da remoto, Sandro Farina non ha più occasione di parteciparvi come faceva una volta. Ma il riconoscimento conferito dall’ex sindaco Spadini rimarrà per sempre.
“Da quando abito a Mortara – racconta il “Farinin” – ho sempre seguito tutti i Consigli Comunali. Ho iniziato a seguirli prima ancora che Giuseppe Abbà fosse consigliere. L’ex sindaco Roberto Robecchi non ha mai sopportato le mie contestazioni, e una volta aveva addirittura chiamato un vigile per allontanarmi. A differenza di Robecchi, invece, l’ex sindaco Giorgio Spadini al termine del suo mandato amministrativo ha voluto darmi un riconoscimento perché in qualità di cittadino, dalla parte del pubblico, non mi ero mai perso un Consiglio Comunale”.
Purtroppo, però, i tempi sono cambiati e un po’ per l’età che avanza, un po’ perché ultimamente i Consigli Comunali si svolgono alla sera e da remoto, Sandro Farina non partecipa più come faceva un tempo. Nonostante ciò, si tiene sempre informato: al mercoledì o al giovedì si reca presso la sede del PRC e si mette a leggere “L’Informatore Lomellino”, legge tantissimi libri sulla Resistenza e sulla storia contemporanea, e partecipa sempre a tutti i banchetti e alle iniziative di partito.
Alessandro Farina, memoria storica di Mortara: ha vissuto gli anni della guerra tra bombardamenti e paura
Testo a cura di Massimiliano Farrell, da “L’Informatore Lomellino” del 16/06/2021
Ne sono rimasti pochi di testimoni che hanno vissuto in prima persona la Seconda Guerra Mondiale e la Resistenza a Mortara.
Alessandro Farina è uno di questi: nel momento in cui fu siglato l’armistizio dell’8 settembre 1943 il “Farinin” aveva 15 anni, e quando la guerra giunse al termine nel 1945 ne aveva 17. Anche a quei tempi, nonostante la giovanissima età, è sempre stato in prima linea e ha fatto tutto ciò che gli era possibile per abbattere la crudeltà del nazifascismo, aiutando la Resistenza e facendo da staffetta partigiana tra San Giorgio e Mortara.
Mentre sfrecciava in bici tra le risaie lomelline, Alessandro Farina è stato testimone oculare dei bombardamenti che colpivano ripetutamente la stazione di Mortara, delle perquisizioni, dei rastrellamenti compiuti dalle brigate nere e del passaggio di treni carichi di prigionieri diretti in Germania.
“Tutte le notti – ricorda il “Farinin” – venivano le brigate nere. Io avevo paura di loro. Un mercoledì, durante il mercato, i fascisti hanno chiuso tutte le strade a San Giorgio. Hanno poi preso diverse persone e le hanno portate via. Quando perquisivano in casa, mia madre faceva finta di cucire. Un giorno fu costretta a terra dalla brigata nera. Ricorderò sempre quel fascista che ci è entrato in casa e sul cinturone aveva scritto ‘Dio ci protegge e ci salvi’. Se avessero guardato di sotto ci avrebbero portati via tutti. I fascisti cercavano mio fratello partigiano nascosto in una cascina, ma anche noi abbiamo sempre offerto aiuto ai partigiani, nel nostro piccolo”.
A Mortara il giovane “Farinin” ebbe modo di vedere il passaggio di un treno carico di prigionieri diretto in Germania. Un fatto che ha colpito molto Sandro Farina, il quale ripercorre il suo ricordo come se fosse avvenuto ieri.
“Arrivai in stazione con la mia bicicletta. – racconta il “Farinin” – I fascisti aspettavano il passaggio di un treno. Se a Milano c’era il binario 21, qui a Mortara c’era il binario 1. Dai finestrini del carro bestiame in arrivo vidi alcuni prigionieri che gridavano ‘Aiuto, aiuto! Acqua, acqua’. Io mi avvicinai per parlare con i prigionieri, e appena fui visto dalla brigata nera i fascisti iniziarono a corrermi dietro. Io sono subito fuggito e sono andato a riprendere la mia bici, che avevo nascosto dove attualmente si trova la Pizzeria Roma. Quel giorno, se fosse stata indetta una gara a premi, con la mia fuga avrei vinto il primo premio di velocità”.
Sempre a Mortara, il “Farinin” fu testimone in molteplici occasioni dei bombardamenti effettuati dagli Alleati, che avevano come obiettivo principale la stazione ferroviaria, ma che purtroppo portarono anche ad alcune vittime tra i civili.
“Ricordo un giorno in cui gli aeroplani hanno scagliato tre bombe. – afferma Sandro Farina – Una di queste ha colpito accidentalmente un portico, vicino all’attuale gioielleria Baiardi, dove si erano rifugiate alcune persone, morte sotto le macerie. Le altre colpirono l’officina ferroviaria, che andò completamente distrutta in quell’occasione. La stazione veniva bombardata regolarmente, ma di solito non c’erano mai vittime civili, tranne in alcune specifiche occasioni. Oltre al portico dove attualmente si trova la gioielleria Baiardi, fu bombardata per errore anche la bottega di un commerciante di cavalli, che si trovava dove ora c’è il Caffè Garibaldi. Questo commerciante morì nel bombardamento insieme ai suoi cavalli”.
In seguito alle esperienze vissute dal “Farinin” durante gli anni della guerra e grazie alle sue condizioni di bracciante, era quasi inevitabile l’avvicinamento al Partito Comunista Italiano, alle cui attività Sandro Farina cominciò a dedicare anima e corpo al termine della Seconda Guerra Mondiale. Un ruolo sempre di primo piano nell’attivismo politico locale, che Alessandro Farina ricopre ancora oggi nel Partito della Rifondazione Comunista.








