Categoria: Cultura

L’Accento sulla A. Vogliamo Pace e Libertà .Concerto tematico dei CANTOSOCIALE

DOMENICA DALLE ORE 15:00 ALLE 16:40

Arci Terranova – Cesano Boscone

Buongiorno vi invitiamo ai nostri Concerti  per il 25 Aprile 2022
Domenica 24 Aprile 2022 ore 15 CESANO BOSCONE  MI   CIRCOLO ARCI  Terranova  Via Kuliscioff n 8ore 21 MELEGNANO  TEATRO LA CORTE DEI MIRACOLI . P.le delle Associazioni Entrata Libera per info Piero Carcano  3335740348  Cantosociale  
L’accento sulla A’
Ho scritto sui muri della città
 Vogliamo Pace e Libertà
Canzoni e Storie di Pace, Resistenza, Liberta’
Pensando ai 77 anni da quel 25 APRILE che ha portato la LIBERTA’ dal nazifascismo e la fine della GUERRA guardando ad oggi
nel concerto-tematico dei
C A N T O S O C I A L E
Partendo dai versi della filastrocca di Gianni Rodari, da quel libro degli errori dove il più grande sulla terra era e resta sempre: LA GUERRA drammaticamente anche oggi, i CANTOSOCIALE dopo i numerosi spettacoli appositamente realizzati sulla Resistenza e presentati negli anni nella nostra penisola, quest’anno in occasione del 25 Aprile propongono
: L’ACCENTO SULLA A , concerto-tematico con canti, musiche affiancate a monologhi brevi che raccontano storie (da fonti orali) legate tra loro dall’esigenza di narrare e testimoniare. La Storia raccontata e cantata dalla Gente, dalle trincee e i massacri  della prima guerra Mondiale alle decimazioni e fucilazioni dei disertori alle rappresaglie contro i ribelli
–partigiani che resistettero in vari modi al nazifascismo. A distanza di 77 anni da quel 1945 è importante far Memoria per ricordare GLI UOMINI  che hanno sofferto combattendo  per i valori che hanno lasciato in eredità alla nostra Repubblica  e alla sua Costituzione: Giustizia, Pace, Libertà. Questi temi saranno ricordati attraverso un percorso narrativo fatto di canti sociali storici , canzoni appositamente scritte, musiche e brevi ma intensi monologhi costruiti su testimonianze e racconti orali spesso frutto di ricerche del gruppo. Storie, voci e suoni che ci parlano di SOFFERENZE , del DRAMMA della GUERRA soprattutto della gente e dei modi diversi con cui si è “subita “ le GUERRE MONDIALI e la RESISTENZA messa in campo durante il, fascismo fino al 25 Aprile 1945 L’opposizione a quel clima culturale di odio, razzismo, guerra, vincendo quotidianamente la paura con coraggio, attraverso la disubbidienza civile a fianco all’eroismo della GUERRIGLIA PARTIGIANA. Un chiaro riferimento agli scenari di guerra di oggi e un doveroso tributo anche a chi resiste oggi come ieri e quindi anche all’epica dei nostri partigiani sulle montagne ma anche chi ha rischiato la vita facendo da collegamento e da sostegno logistico, nascondendoli e proteggendoli, anche quei semplici cittadini che con azioni quotidiane di resistenza per lo più culturale  si sono è opposti in vari modi al regime.  Il repertorio portante dello  spettacolo è costituito oltre che dai classici appositamente riarrangiati e musicalmente “rivitalizzati” come :La Canzone del Piave ( che viene “de-mitizzata”), Gorizia (tu sei maledetta ), Bella Ciao(anche in un’inedita versione con testo tratto da  “la madre del partigiano di Rodari),Fischia il vento, Dalle belle città, la Strehleriana “Ma mì”. Importante anche il recupero di brani simbolo, veri e propri inni delle diverse brigate partigiane, operanti sia nell’Oltrepò che nel piacentino; nell’alessandrino, in Val Sesia e d’Ossola e sull’Appenino ligure come “La Brigata Garibaldi”, “Quando saremo a Varzi” , Anche la poesia trova il giusto spazio nello spettacolo con suggestivi brani strumentali originali “costruiti” intorno ai versi

dei grandi poeti come Franco Fortini e non mancherà Beppe Fenoglio nel centenario dalla nascita con alcune letture da l “Partigiano Johnny” oltre che del grandissimo Gianni Rodari poeta e scrittore ; non solo per bambini ,autore della filastrocca che dà il titolo allo spettacolo; quell’”accento sulla A “dalla sua raccolta “la grammatica della fantasia” dove gli errori sono i mancati diritti, le guerre e non gli accenti e le virgole mancanti e di quel “PROMEMORIA, ci sono cose da fare..” mai dimenticato e riproposto ne “La luna bambina” in abbinamento ad un testo di P.P. Pasolini che ricorda il dramma degli sbarchi dei migranti .Anche la canzone d’autore è presente con “Partigiani Fratelli Maggiori” “Dieci milioni di uomini” frutto del lavoro compositivo dei Canta cronache primi tra tutti a reinventare e recuperare il repertorio della canzone di protesta e partigiana . Importanti anche le canzoni originali che il gruppo ha composto negli anni “Storia di Pozzol Groppo” sulla strage efferata di giovanissimi partigiani della brigata Cornaggia, ad opera dei repubblichini sanguinari della Sicherheits, avvenuta nella scuola del piccolo centro pavese sul crinale della Val Staffora e della Val Curone, senza dimenticare “Avevo soltanto vent’anni” sugli IMI i militari italiani internati in Germania “ Cefalonia” sulle ultime ore delle truppe italiane fucilate dai nazisti nell’omonima isola greca fino a “Dòn cuntra le guèra” sugli scioperi per la pace delle filandere nel 1917.e “Non Pretenderai” dedicato a Liliana Segre lettera canzone in risposta agli odiatori  e agli indifferenti dei nostri giorni
Il finale sarà un inedito e ’originale Inno di Mameli alias “Canto degli Italiani” sia per la musica , una versione quasi Hendrixiana, sia per il testo privato di ogni enfasi retorica restituito alla gente comune.
L’ACCENTO SULLA A è un “lavoro” non solo di rivalutazione di un repertorio dimenticato ma anche di vera e propria “ricostruzione” di canti poco o mai eseguiti di cui si sono perse le tracce ma tutt’ora vitali e capaci di far riflettere oltre i tempi e le mode, un’appassionante abbinamento dei versi scritti con musiche originali di atmosfera folk-rock blues comunque rispettoso della matrice popolare ed acustica.

i CANTOSOCIALE  sono :Carcano Piero : voce, percussioni, kazoo
Rota Gianni:chitarra acustica ed elettrica ,flauto, percussioni, voce
Buratti Davide contrabbasso. Basso elettrico, voce
Anzaldi Cristian : fisarmonica, chitarre elettriche e acustiche, voce…
Turcato Marcello sassofoni : soprano , tenore, alto.. percussioni , voce
Info FB.: CANTOSOCIALE Cell Piero 3335740348
pierocarcano3@gmail.com

LAVORO, PASOLINI, AMBIENTE: TRE CONFERENZE DEL COLLETTIVO CULTURALE “ROSA LUXEMBURG”

19 marzo 2022

LAVORO, PASOLINI, AMBIENTE: TRE CONFERENZE DEL COLLETTIVO CULTURALE “ROSA LUXEMBURG”
Il lavoro oggi, Pier Paolo Pasolini, la questione climatica. Sono questi i temi al centro del ciclo di tre conferenze pubbliche organizzate per le prossime settimane dal collettivo culturale “Rosa Luxemburg” – Rete delle alternative di Vigevano.

Tutti gli incontri saranno a ingresso libero e si svolgeranno nei pomeriggi di sabato con inizio alle ore 15,30 presso la Sala polivalente “Giuseppe Franzoso” della Biblioteca Civica “Lucio Mastronardi” in corso Cavour 82 a Vigevano.

Saranno applicate le disposizioni anti-Covid vigenti al momento di ogni singola iniziativa.
«Le conferenze – spiega il collettivo nel comunicato stampa di presentazione – sono raggruppate sotto un significativo titolo: “Dignità umana, dignità del lavoro, dignità della natura. Cultura, movimenti sociali, politica” e hanno l’obiettivo di far conoscere ed approfondire alcune dinamiche importanti del nostro tempo.

Questi temi sono declinati nel mondo contemporaneo come “crisi globali”, come crisi economica, crisi ecologica-climatica e crisi epidemiologica. La conoscenza delle suddette dinamiche viene proposta come premessa culturale necessaria per un agire sociale e politico efficace».

Il primo appuntamento è in programma sabato 9 aprile con inizio alle ore 15,30 e sarà dedicato al tema “Il lavoro nel mondo contemporaneo: precarietà, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, salario minimo, reddito incondizionato, lavoro di cura e riproduzione sociale”.

I relatori saranno Andrea Fumagalli, docente all’Università di Pavia, la saggista Cristina Morini, e Nadia Rosa, responsabile regionale lavoro Prc-Se Lombardia.
Sabato 14 maggio (sempre con inizio alle ore 15,30) si svolgerà la seconda conferenza, dedicata a Pier Paolo Pasolini nel centenario dalla nascita. La sua “presenza profetica” sarà analizzata ed approfondita dai saggisti Francesco Muraro e Giorgio Riolo.

Infine, sabato 21 maggio (ore 15,30) verrà affrontato l’argomento “La giustizia ecologico-climatica e la giustizia sociale, la confluenza dei movimenti.

Dai movimenti antisistemici e dai Forum Sociali Mondiali ai nuovi movimenti”.

Ne parleranno Ilaria Falossi e Bjork Ruggeri, studentesse di Pavia e attiviste di “Fridays For Future”, insieme a Giorgio Riolo, esponente dalla “Rete delle alternative”.

Presentazione Collettivo Culturale Rosa Luxemburg di Vigevano

26 Gennaio 2022

Vladimiro Lionello

Il Collettivo Culturale Rosa Luxemburg è attivo sul piano culturale e politico da oltre 25 anni. Pur in un contesto generale non propizio, tra innumerevoli difficoltà economiche e politiche, ha sempre operato a favore di una cultura critica e di un agire politico a fianco delle forze politiche e dei movimenti sociali alternativi. A fianco dei soggetti deboli su scala nazionale e su scala mondiale.

La Rete delle Alternative ci ha offerto l’opportunità di uscire dall’isolamento e da un certo provincialismo perché ha sempre mantenuto un orizzonte internazionale sulle tematiche che, di volta in volta, abbiamo proposto e discusso.

Le prime iniziative risalgono agli inizi del 1996 ma solo il 12 marzo 2005 abbiamo creato la sezione locale, intitolandola a Rosa Luxemburg. Le iniziative sono state moltissime e hanno affrontato argomenti diversi tra loro, alla luce anche degli obiettivi che ci eravamo prefissati.

Il primo di questi obiettivi è stato quello di tentare di assolvere (senza presunzione) a un compito formativo e pedagogico. Da qui le iniziative su “Marx e i marxismi”, “il marxismo critico”, analisi dei principi di economia, le lezioni di storia, di filosofia e di letteratura, le serate culturali dedicate alla Resistenza e all’ antifascismo.

Allo stesso tempo abbiamo voluto conoscere e approfondire le tematiche del movimento altermondialista e dei Forum Sociali Mondiali. Critica del neoliberismo, della globalizzazione, del neocolonialismo, dell’imperialismo ecc. Sovranità alimentare, agricoltura biologica, OGM, beni comuni, altreconomia, sviluppo sostenibile, proprietà intellettuale, cambiamenti climatici, crisi ambientale. Tutti temi collocati entro la visione della giustizia sociale, della giustizia ambientale, della giustizia climatica.

Il nostro impegno si è sviluppato anche sul terreno delle questioni internazionali, in particolare su Kurdistan, Palestina, Chiapas.

Non sono poi mancate le “nuove tematiche”, con incontri dedicati a lavoro, alla precarietà, al consumo critico, alla Teologia della Liberazione, ai diritti di cittadinanza ecc.

Infine abbiamo affrontato tematiche inerenti le questioni locali e la storia di Vigevano e dell’area circostante.

Abbiamo anche proposto concerti (come quelli antifascisti dei Cantosociale o quello dedicato a Fabrizio De André), happening letterari a più voci (come quello su Pasolini, che abbiamo anche esportato alla Casa del Popolo di Lodi, con reading, musica, video), recitazione, canti, mostre e cineforum.

A Vigevano in questi anni il Collettivo ha rappresentato un punto di riferimento, un polo di aggregazione e di socializzazione.

L’odio degli indifferenti

25 Gennaio 2022

ROBECCHETTO (MI)
L’amministrazione Comunale invita alla Sala Biblioteca “A. Merini ” Via Novara 11 nell’ambito della
GIORNATA DELLA MEMORIA 2022 al Concerto Tematico di Testimonianza dei C A N T O S O C I A L E L’ODIO DEGLI INDIFFERENTI.
Storie Canti, Musiche: Il Vaccino della MEMORIA perché non ritorni

ENTRATA LIBERA green pass e prenotazione obbligatoria
tel 0331 876476

Prima vennero a prendere gli zingari fui contento perché…Poi vennero per gli ebrei e non dissi niente non ero ebreo. Poi vennero a prendere me e non c’era più nessuno che potesse dire.. fare.. qualcosa ”Oggi c’è voglia di far vedere all’altro che si è più forti, trovo queste forme di rabbia e odio e di tutti i pregiudizi che stanno dietro, preoccupanti per la nostra comunità; questo porta a delle conseguenze gravissime. L’ho già visto, sulla mia pelle. Dilaga poi
l’indifferenza che è più colpevole della violenza stessa. È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo. La memoria vale proprio come vaccino contro l’indifferenza.”
Sen. Liliana SEGRE sopravvissuta n 75190 sull’avambraccio con onore.

C A N T O S O C I A L E

Piero Carcano : voce, canto, recitazione, kazoo….
Cristian Anzaldi: fisarmonica, chitarra acustica, elettr., banjo
Grisolia Vittorio : violino, flauto, baghèt, mandolino, armonica a bocca
Buratti Davide: contrabbasso, basso elettrico
Gianni Rota: voce, chitarra, flauto, percussioni

IL gruppo dei CANTOSOCIALE partendo dalle parole della senatrice Liliana Segre deportata ad Auschwitz ,
tra i pochi sopravvissuti rimasti, presenta questo concerto a tema di testimonianza e riflessione in memoria e
per tener viva la memoria dell’Olocausto e delle vittime dei Lager per contrastare forme di odio e pregiudizi
che oggi stanno sempre più prendendo piede nella nostra società. Il nostro vaccino sono i canti, le musiche e
i monologhi aiutano a capire quello che sembra impossibile spiegare: le crudeltà, gli orrori in un percorso che
va dalle leggi razziali fino ai campi di concentramento, spesso accompagnato dall’indifferenza della gente.
Non mancheranno infine canzoni e poesie che toccano i pregiudizi gli odi dell’oggi.

Le storie sono secondo lo stile del gruppo, frutto di ricerche oraliste sulle testimonianze dei sopravvissuti.
L’ODIO DEGLI INDIFFERENTI prende spunto dalle parole del pastore tedesco Martin Niemoller, inizialmente fedele alle teorie naziste successivamente molto critico e oppositore che gli costarono l’interna mento a Dachau “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi… Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.

Qui riproposta nei versi della canzone “Yellow Triangle” del cantautore irlandese Christy Moore che pongono l’accento
sull’’atteggiamento di chi pur sapendo ha fatto finta di niente, girandosi dall’altra parte, non contrastando in alcun modo quella macchina di odio di pregiudizi che ha poco a poco lasciato che succedesse il massacro epocale dei campi di sterminio.

Lo spettacolo ci trasporta nel vortice dei diversi drammi dei deportati dagli ebrei che portavano un triangolo giallo sormontato dalla stella di David, gli internati politici portavano un triangolo rosso, gli omosessuali un triangolo rosa e i testimoni di Geova un triangolo porpora. A quelli neri ai cosiddetti “asociali”, quelli marroni agli zingari, quelli bianchi agli scioperanti, e infine quelli blu agli stranieri senza trascurare i disabili, insomma tutti” gli indegni, gli scarti della società”. Ogni triangolo costituisce un pregiudizio e per lo spettacolo un punto di partenza e quindi di riflessione sulle ragioni che lo muoveva a far questo sono le storie, canti e canzoni che si incrociano come le lingue diverse da cui proveniva la gente che si è ritrovata coattamente nei campi.

Particolare cura è dedicata ai testi, alcuni canti riguardano il nazismo, la nascita e la crescita culturale che ha
avuto, la maggior parte provengono dai lager e sono spesso frutto di rifacimenti di canzoni d’epoca, popolari
e militari, melodie che erano cantate addirittura dagli stessi aguzzini delle SS e venivano poi riproposte dai
deportati con nuovi testi dissacranti. Le canzoni d’autore e le musiche conducono lo spettatore in un viaggio
emotivo e storico dalle leggi razziali alla timida opposizione all’occupazione nazista fino alle deportazioni.

Alcuni canti sono in forma di preghiera corale, per infondere speranza e forza morale a dispetto delle condizioni tragiche in cui si era costretti vivere. Altri contengono versi di incredibile forza che riescono a parlare d’amore a dispetto dell’orrore. Altri (“10 fratelli“) come estrema forma di resistenza e dignità contro l’aguzzino, riescono persino ad ironizzare anche sulle camere a gas. Dell’orrore della “non vita” nei campi di sterminio “parla” il brano originale “DAKAU non può che essere blues”.

Non mancheranno musiche della tradizione popolare yddish e zingara. In particolare alcuni brani daranno “voce” ai Rom e altri ai disabili, malati di mente altre vittime della follia nazista (il famigerato progetto AktionT4) senza dimenticare i perseguitati politico-sindacali e religiosi. Per questi sono state appositamente recuperate dall’oblio alcune canzoni d’autore appositamente riarrangiate, come del resto gli altri brani di repertorio.

Tra queste “Tredici milioni” dei Canta cronache sull’assurda disputa storica sui numeri del genocidio ebreo.
Musiche e brani originali oltre a canzoni d’autore, frutto di accurate ricerche del gruppo sposteranno infine i
riflettori sulle diverse discriminazioni e sulle ragioni dell’ODIO che serpeggiano anche OGGI dall’omofobia
al bullismo alle prevaricazioni di genere.

Per finire la dedica a Liliana Segre con il brano “NON PRETENDERAI“ immaginando una sua lettera in risposta agli odiatori che quotidianamente mandano messaggi offensivi di vario tipo nelle diverse forme dei “social” a Lei senatrice della Repubblica Italiana, lucida appassionata testimone dell’olocausto e simbolo dei valori del rispetto della dignità umana contro ogni forma di discriminazione.

20/7/2001 G8 GENOVA

Racconto dei fatti accaduti in quel terribile 20 Luglio 2001 a Genova scritto pochi giorni dopo da Piero Carcano e successivamente ripreso come una ossessione mai rimossa nel tempo

Sulla decisione di andare a Genova a manifestare non ho mai avuto il minimo dubbio o alcuna esitazione.

Appena si è saputa la notizia che il vertice delle 8 cosiddette “grandi nazioni” si sarebbe tenuto a pochi passi da casa, l’unica incognita poteva essere “come?, con chi? Sotto quale bandiera? Gruppi antiglobal locali? associazioni culturali a cui appartengo? gruppi politici a cui per affinità più che per tessera sento di appartenere?”

Le motivazioni erano infatti tutte molto forti a cominciare dal perché queste poche persone si arrogano il diritto di poter decidere della vita delle popolazioni del mondo?

Perché riunirsi in pompa magna per decidere, bontà loro, di dare qualche briciola a chi hanno tolto 100, 1000 volte tanto e molto, molto di più?

Perché questi, e con loro, sopra di loro, poche multinazionali possono comandare, modificare, usare l’ambiente a loro vantaggio esclusivamente economico, inquinando e affamando intere popolazioni già povere?

E’ per riconfermare a tutto il mondo che i padroni sono loro che si tengono questi incontri, ed è quindi doveroso opporsi sostenendo le ragioni di un mondo più giusto: dall’azzeramento del debito di questi paesi alla ricerca di un’economia più equa nei suoi meccanismi all’investimento in attività umanitarie come il diritto alla salute, i prestiti a sostegno di uno sviluppo compatibile socialmente ed ecologicamente.

Infine ma non per ultimo è giusto cercare di arginare la deriva dei diritti del mondo del lavoro, accentuata dalle politiche della globalizzazione che consentono un uso dei lavoratori come merce. Sfruttamenti, licenziamenti, lavoro precario e flessibile, da poter usare nei tempi, nei modi e nei luoghi a piacimento dell’azienda.

Proprio su questi problemi e perché no anche per trovare nel mio lavoro di bancario un disperato senso etico, mi è sembrato fosse giusto, doveroso schierarsi.

Forse perché ritengo sia più importante manifestare un pensiero in controtendenza partendo proprio dall’altra parte, da quel mondo del capitale, del denaro, del potere che è costituito dalle Banche.

Per questi motivi la bandiera sotto cui stare non poteva che essere quindi quella del sindacato, il FALCRI sindacato autonomo dei lavoratori del credito, l’unico del settore ad aver realizzato (grazie a noi) qui a Milano un anno prima un convegno sulla globalizzazione.

Orgogliosamente lo riterrei uno dei momenti sindacali più attivi, nuovi e propositivi per una categoria spesso chiusa in problemi corporativi.

Lì parlando di poveri, ma anche di ambiente, di diritti negati ai bambini, di libertà e salute aprivamo porte lasciate chiuse. Quello è stato una specie di Social Forum e quindi Genova 2001 non poteva che essere l’ideale continuazione dopo essere stati anche al Social Forum di Firenze dove incontrare Noam Chomski, Vandana Shiva è stato come essere essere protagonisti di idee, di cambiamenti per un Altro Mondo Possibile.

Non solo un sindacato quindi, ma un’anomalia fatta di compagni, gli amici di sempre, non solo di lavoro anzi direi soprattutto di “movimento”.

Con loro non si è mai fermi, che si tratti di discutere un contratto nazionale o di controllare l’igiene e la sicurezza sul posto di lavoro, o che si organizzi una mostra di libri, una manifestazione sull’handicap o un concerto delle “mondariso”.

Su cosa avremmo trovato a Genova nessuno di noi poteva saperlo. Dovevamo esserci e basta! E per fortuna che come noi c’erano centinaia di associazioni, migliaia di persone di diversa estrazione e colore.

Bene abbiamo fatto a scegliere Piazza Manin come punto di ritrovo, il 20 luglio in quella che era stata battezzata “La giornata delle piazze tematiche e della disobbedienza civile”. Proprio lì infatti sarebbero confluite le diverse anime, soprattutto le più pacifiche di quel minestrone dai mille sapori che è la rete di Lilliput, lì riuniti con banchetti, palloncini e striscioni in un clima di festa.

Certo sarebbe stato bello partecipare ai convegni, ai dibattiti dei giorni precedenti, al Genova Social Forum e dialogare con i filosofi, gli scienziati ed i santoni no global, ma soprattutto cantare, suonare e ballare nel coloratissimo corteo dei migranti del giorno prima, ma gli impegni di lavoro e soprattutto  di famiglia non  ci permettevano un  periodo lungo  di assenza  .

Si è deciso così per il venerdì 20 e tutto era cominciato bene, fin dal mattino sul bus che da Nervi ci portava a Genova con i ragazzini gioiosi di Pinerolo arrivati come in gita con magliette gialle originali con scritte no global d’obbligo. Anche noi non eravamo da meno con la nostra maglietta autoprodotta (solo un po’ troppo aderente visto il fisico non più da ventenne) disegnata da Alberto che mostrava una G ricurva seduta a vomitare su un “cesso” a forma di 8 e una scritta “Fuck the Niù Ekkonomy” ispirata dall’ultimo libro di Stefano Benni, che lasciava pochi dubbi sul nostro pensiero.

No, non ci sentivamo vecchi vicino a quei ragazzi dalla parvenza oratoriale emozionati di essere a Genova a manifestare forse per la prima volta.

Una certa emozione c’era comunque anche tra noi, non lo nascondo, motivata dal senso di appartenenza, di fratellanza con tutti quelli che erano arrivati lì per manifestare da tutto il mondo, anche noi parte attiva di quella tribù allegra, variopinta e creativa. Quasi un festival, un happening dalle portaerei di cartone che si trasformavano in scuole e ospedali, alle mutande giganti che prendevano in giro i potenti capi di stato e le “esternazioni” del nostro presidente del consiglio che non voleva vederle perché indecorose; a Don Gallo e Franca Rame vestiti da carcerati e altro tanto ancora.

La sensazione è di quelle giuste, si sta bene con la Rete di Lilliput, Mani Tese, le femministe ed i comunisti turchi, gli amici del centro sociale di Novara e con l’amico Stefano Apuzzo “mitico” animalista a sfilare in corteo con noi.

Con il nostro striscione veniamo accolti con sorpresa e simpatia, qualcuno dei bancari presenti in incognito al seguito di altre associazioni ci incoraggia, ci vuole conoscere, parlare, scambiare indirizzi.

Radio Popolare ci intervista, vuole sapere se abbiamo preparato qualche animazione, qui tutti i gruppi di affinità hanno preparato un intervento da fare nel momento collettivo della protesta.

Noi abbiamo solo una canzone ma verrebbe da dire “i no global per questo G8 è da mesi che si stanno preparando ma noi non ne abbiamo avuto il tempo “Num fin a ier uma lavurà!” ma non mi tiro indietro e a voce nuda accenno, con i miei compagni a rispondere in coro rappando a “cappella” il ritornello “Ma per un bambino non c’è sorriso se lavora quindici ore per un pugno di riso…” di “Diritti e Dignità” composta insieme agli altri amici-musicisti dei Cantosociale che avrebbero voluto anche loro essere li con noi a suonarle. 

Superato il mezzodì si va ad attaccare simbolicamente la “zona rossa” di piazza Corvetto, ma dopo poche centinaia di metri si capisce subito che le cose non andranno come previsto, tronconi di un altro corteo, quello dei “creativi” gli artisti i “pink” tedeschi e francesi, si inserisce nel nostro sospinto dalle cariche della polizia che sta andando giù dura contro chi si avvicina alle gabbie delle altre zone.proibite.

Infatti il sit-in previsto per le 14.00 non si può più fare.

Genova diventa improvvisamente una città maledetta, le strade che prima erano mute e deserte si riempiono di gente che da sola o a gruppi scappa mostrando evidenti segni di scontri, sangue, lividi, teste spaccate e magliette strappate.

Giovani dall’aria spaesata e smarrita si sentono traditi dalle forze dell’ordine “ci hanno attaccato senza alcun motivo”.

In piazza Manin sotto una cortina di lacrimogeni terribili, urticanti al peperoncino, impauriti e sanguinanti alcuni ragazzi piangono proprio davanti ai banchetti che erano festanti solo un’ora fa ed ora sono ridotti a macerie, come se fossero passati dei barbari.

Lì intorno in effetti ci sono ragazzi in tuta nera e poliziotti con bandane nere e tute antisommossa che poco o niente si differenziano, sembrano masnadieri pronti a tutto.

Più in là li vedono, i Black, da vicino saccheggiare un supermercato sfondando la vetrata e depredando tutto e poi incendiando con i poliziotti che vedono e nulla fanno stando a debita distanza lasciando che questi si muovano in gruppo come squadracce fasciste.

La manifestazione non ha più ragion d’essere, la città è in guerra, in stato d’assedio.

Elicotteri sorvolano a bassa quota, fumo e ambulanze riempiono l’aria mentre noi disperatamente cerchiamo di uscire dal labirinto di Brignole risalendo e scendendo vie strette, superando trappole e cambiando spesso percorso cercando di stare uniti usando i cellulari come trasmittenti, due di noi davanti in ricognizione e noi dietro a seguire fermati a volte dai cassonetti bruciati che spostiamo dalla strada per far passare le ambulanze.

Riscendendo verso Nervi, dove avevamo il nostro pulmino, ci mescoliamo al corteo della disobbedienza civile, lo percorriamo al contrario cercando una via di fuga, in testa vediamo ancora fumo, sentiamo colpi e lì a poca distanza verrà ucciso Carlo Giuliani.

Nel corteo numerose ed improvvise fughe sospinti dalle azioni violente dei Black Block, il blocco nero in assetto di guerriglia organizzati come una falange militare, un corpo di guastatori che nonostante venissero respinti, rientravano a lanciare sassi e molotov difficile pensarli come anarchici idealisti nella mia idea romantica e originaria del termine. Qui sembravano mandati apposta a distruggere le nostre intenzioni forse utopiche, a farci del male.

Finalmente dopo oltre 3 ore di cammino e di corse, usciamo dall’inferno e approdiamo come viandanti in fuga al primo “porto franco” aperto nella via per Nervi: un circolo Arci affiancato da una sede dell’ANPI.

Ci è apparso subito come un luogo famigliare e di amici, “siamo venuti in pace!” ho detto entrando con le braccia alzate ed in mano un salame e dal bancone del bar la signora mi risponde con una battuta “Ah! Se siete con Bush qui non si serve niente!”

Ci sediamo al tavolo, la gente si avvicina per sapere, “ma voi con chi eravate?” “Da che zona venite?” “Ma in città è così un’inferno?” Come fosse gente di Beirut, Sarajevo, Roma “città aperta”.

Un portuale simpatico, dai lineamenti duri si avvicina per salutarci prima di andare via, ci dice “Domani ci saremo anche noi a darvi una mano nella manifestazione, ci saranno 15.000 camalli incazzati!” “Però cosa vuol dire bruciare le macchine…..uno magari ha fatto delle cambiali per pagarla e quelli lì gliela bruciano, a un lavoratore come noi!”

Rifocillati e rincuorati prendiamo il bus di ritorno per Nervi dove abbiamo la macchina, sono poche fermate, e lì tra le facce dei giovani manifestanti sudati, stanchi e pestati apprendiamo della tragedia.

Quegli occhi sbarrati, il silenzio irreale, in un luogo così affollato, interrotto da brevi bisbigli, quella parola “un morto” sono ancora molto nitidi nella memoria e chissà se sfumeranno col tempo.

La rabbia, la tristezza, i se ed i ma, le nostre risposte su quello che era successo, i confronti con la storia recente e passata si susseguono confusi con le onde radio sulla macchina nel viaggio di ritorno.

La convinzione è che dopo questa giornata nulla sarà più come prima anche per noi.

La sera tardi mi addormento a casa dopo ore e ore passate con l’orecchio alla radio per catturare notizie, voci, impressioni senza riuscire a dire una parola anche con mia figlia e mia moglie.

Chiudo gli occhi sull’ultima immagine in TV di una Genova buia, notturna con il faro dell’elicottero della Polizia a controllare, cercare, spiare, comandare dall’alto.

Uno shock che si trascina per giorni, così come il dolore inguinale crescente, “regalo” di quella maledetta giornata, che sarebbe culminato in settembre con un’intervento chirurgico all’ernia, e soprattutto una pressante quasi terapeutica esigenza di raccontare, discutere, parlare di quello che è successo, di quello che ci poteva succedere, a chi c’era e soprattutto a chi non c’era e che chissà quale idea si sarà fatto dai tambureggianti media, appositamente “mediati”.

Questo è stato il racconto che una settimana dopo i fatti di Genova ho sentito la necessità di scrivere non necessariamente per essere pubblicato, soprattutto per me stesso, quasi un esigenza psicofisica, e oggi a distanza di anni credo sia giusto metterlo insieme a mille altre racconti che da quei giorni si sono susseguite, orali e scritte. Per testimoniare con le proprie esperienze a tutto quello che ci han voluto dire e scrivere di falso, e rispondere a chi diceva e ancora dice “se uno sta a casa queste cose non gli succedono…si sapeva che quelli li sarebbero andati là per fare casino… ti è andata ancora bene!”. Che non si può sempre stare a guardare.

Incontrando poi recentemente il papà e la mamma di Carlo Giuliani il 25 Aprile scorso a Costa Vescovato su una collina prima di un nostro concerto, a parlare di resistenza e di pace ho sentito l’esigenza di recuperare la poesia che avevo scritto in quei giorni e che nelle intenzioni sarebbe dovuta diventare una canzone ma non ho mai trovato la musica giusta per esprimere in pieno la tristezza, il dolore, la rabbia.

Questo l’ho scritto dieci anni fa …e oggi?

A distanza di vent’anni considero quei giorni e quegli anni un’esperienza che ha aperto e al contempo chiuso molte strade, forse un utopia, quel movimento che è stato volutamente e scientificamente stroncato ma… le idee non muoiono mai… e allora a distanza di anni quell’aria l’ho respirata, almeno questa è stata la mia percezione e non solo la mia nelle manifestazioni sul clima pre pandemia e credo potranno riprendere spero con ancora più forza comprendendo altri temi connessi. Forsa giuinott l’idea l’è mai morta!!!

Questa la poesia

20.7.G8

G8 GENOVA

GIOCOSO GIOIOSO VOCIARE

SOLIDALE                        

BANK ETICO AMBIENTALE

MANIN MANITESE PER INCONTRARE

PIAZZE VICOLI A RIEMPIRE

IN RETE SOLARE MANIFESTARE RADIOPOPOLARE

IN CORTEO INGENUI ASTANTI

LILLIPUZIANI SALTELLANTI

MUTANDE A VELEGGIARE SBEFFEGGIARE

SUPPONENTI NARCISI

CINICI DUCI DI BON TON

IMPROVVISAMENTE  IMPROVVIDO

INFIDO CALDO POMERIGGIO SALE

ALTE PESANTI GABBIE IDRANTI

SIRENE URLANTI 

CAMIONETTE ARREMBANTI

IMPERIALI PROTERVI ELICOTTERI OSSERVANTI

E’ STATO DI POLIZIA

FUMO ACRE DI BRUCIATA VIA

IMPEDITE USCITE IN LABIRINTO DI PAURA

CELERE DURA BANDANE SCURE BARBARE INCENDIARIE FIGURE

CONFUSI FREDDI PRESAGI IN ANSIMANTE CORSA

A PRECIPITARE SUL BUS

STRETTI   

BISBIGLI SOSPETTI

SGUARDI DIRETTI

UNA VOCE

LA RADIO

UN MESTO RICORDO

UN MORTO.

Il movimento altermondialista e le vicende di Genova G8. Le necessarie riflessioni a venti anni dagli eventi

Testo a cura di Giorgio Riolo

I.
Scrivevo nel precedente articolo, dedicato ai vent’anni del Forum Sociale Mondiale e
del movimento altermondialista, che si possono avere due modalità. Una è la
semplice rievocazione. Molto importante comunque, poiché la memoria storica è
sempre minacciata nella frenesia neoliberista e postmoderna del tempo brevissimo
del presente e del dileguare di ogni esperienza nell’effimero e nel frammento, negante ogni possibile sedimentazione, antropologica, culturale e politica. A favore
nondimeno di un’altra sedimentazione. Consumistica, improntata alla forma-merce,
al dato, alla superficie, al non porsi domande di senso e di carattere generale del
proprio vivere, della propria condizione, dei propri veri, profondi desideri di una vita
migliore.

L’altra modalità è invece quello di cogliere l’occasione per riflettere e per ponderare
alla luce dei due decenni trascorsi. Per cercare di trarre le lezioni e per proiettare
nell’oggi e nel futuro ciò che necessariamente impariamo nel cammino. Per
progettare, per costruire alternative, per costruire società, comunità, istituzioni e
assetti nazionali e internazionali alternativi al corso dominante.

E per decidere la propria agenda in questo cammino, in questo processo che
necessariamente abbisogna il tempo lungo, tipico delle costruzioni storiche non
effimere, non evanescenti. Nel nostro caso, per non cadere nella strategia dei
dominanti, i quali con la feroce repressione, come avvenuto nei giorni di luglio 2001
a Genova, miravano e mirano a bloccare il processo e a cacciare indietro, a porre
necessariamente i movimenti e le persone nella difensiva. Tragica difensiva,
beninteso. Il modo migliore per i dominanti nel porre all’ordine del giorno la “loro”
agenda. Così come è la loro agenda un vertice qualsiasi, come era allora il G8.

II.
Che cosa avvenne e soprattutto perché la straordinaria esperienza del G8 di Genova.
La chiamata, il proposito di andare a Genova per contestare il vertice dei potenti, non
fu casuale. Fu un passaggio nel processo del risveglio dei tanti soggetti che
chiamammo a suo tempo movimenti antisistemici, novecenteschi e non (il
movimento operaio, socialista e comunista rimonta almeno al secolo XIX). Negli
anni Novanta a misura della sfida totalizzante del capitalismo nell’era del
neoliberismo e della cosiddetta “globalizzazione”, soggetti e correnti del movimento
del lavoro, operaio e contadino, di pezzi del movimento sindacale, del movimento ambientalista, del movimento pacifista, del movimento femminista, del movimento
dei popoli indigeni, del movimento dei diritti civili, del movimento del solidarismo,
cattolico, protestante e laico ecc. cominciarono a dialogare, a porsi in una relazione
efficace, se non di collaborazione. Tutto ciò sfocerà nella protesta al vertice del Wto a
Seattle di fine 1999 e poi nella costruzione delle alternative al sistema con il Forum
Sociale Mondiale, a cominciare dal Fsm di Porto Alegre di gennaio 2001.

Genova non avrebbe avuta quella straordinaria mobilitazione e quella straordinaria
partecipazione di movimenti, associazioni, partiti, semplici persone e famiglie, dai
gruppi di religiosi e di religiose ai gruppi radicalizzati dei centri sociali, se prima non
si fosse svolto il Fsm di Porto Alegre. Sulla spinta di quel straordinario,
impressionante evento, nei mesi dal gennaio 2001 fino al luglio 2001, si tennero
numerose assemblee di analisi del Fsm, da una parte, e di preparazione quindi a
Genova G8, dall’altra. Assemblee partecipate, di grande dibattito, non celebrative e di
contenuti notevoli.

Senonché a tante assemblee vi partecipavano anche alcuni funzionari della Digos. A
uno di loro che si fermò a parlarmi, dopo una di queste assemblee, chiesi perché si
voleva “appiattire” una mobilitazione di popolo pacifica e così profonda di contenuti,
riconosciuti come notevoli questi contenuti dal funzionario stesso, e farne solo una
“questione di ordine pubblico”. “Ordini dall’alto, per evitare disordini”. Fu la
risposta.

Poi capimmo molto bene cosa ciò significava.

Il Genoa Social Forum e i vari organismi che si mobilitarono per l’evento
organizzarono conferenze e dibattiti sui contenuti prima delle giornate fatidiche dal
19 al 22 luglio. Poi tutto precipitato nello stato d’eccezione che si creò volutamente.
Con l’azione repressiva dei cortei di inaudita violenza a opera dei vari apparati
repressivi dello Stato. Con la modalità tipica in quella occasione. L’uso strumentale
delle esibizioni dei cosiddetti Black Bloc, e anche di gruppi mai visti nelle
mobilitazioni, inspiegabilmente non intercettati nei giorni precedenti dalla stretta
sorveglianza nell’arrivo a Genova. Queste attività di detti soggetti in prossimità o
entro i cortei, come giustificazione per attacchi e violenze efferate compiuti contro
gente inerme, compresi anziani e donne di evidente ispirazione pacifista.
Nella mente della catena di comando, dal livello politico italiano (Fini presente in una
caserma a Genova) al livello dei singoli comandi delle forze repressive, l’occasione
per dare una lezione definitiva a un movimento, a ragione ritenuto pericoloso per il
sistema. Pericoloso perché forte di ragioni storiche, di idee, di cultura, di etica, di
partecipazione, di passioni durevoli e non effimere.

Il culmine di questa esibizione della faccia feroce ed eversiva dello Stato furono i
criminali pestaggi nella caserma di Bolzaneto e nella macelleria messicana operata
alla scuola Diaz. Con l’uccisione di Carlo Giuliani in piazza Alimonda come tragico
suggello. Suggello di questo incredibile, quasi surreale, anche agli occhi di incalliti
oppositori al sistema come eravamo molti di noi partecipanti, forgiati dalla militanza
dal ‘68 e anni Settanta in avanti.

III.
Il problema per i dominanti mondiali, a mo’ di mandanti, nei loro incontri di G8, e
per i loro esecutori nelle strade di Genova è stato che quell’evento alla fine è risultato
uno degli eventi più fotografati, più filmati, più testimoniati da migliaia di giornalisti
e di attivisti della comunicazione, della storia. Migliaia di foto, di video, di
registrazioni, di cronache e di articoli di giornalisti onesti e non asserviti.
Vero problema e saltati tutti i tentativi di creare false prove, false testimonianze ecc.
per giustificare i comportamenti e per scagionare esponenti delle forze dell’ordine
palesemente colti in flagranza di reato.

La verità giornalistica e storica e la verità giudiziaria, grazie anche al lavoro di
squadre di avvocati e di esperti di vari campi, vicini al movimento altermondialista, e
grazie a esponenti della magistratura, obbedienti alla legge e alla Costituzione e non
al potere, alla fine sono state sanzionate, sancite.

Fermo restando che molti capi e funzionari di detti apparati, giudicati colpevoli nelle
varie sentenze di vario grado, la “eterna continuità dello Stato”, ma anche “l’eterno
fascismo italiano”, l’eterna impunibilità di dirigenti del molto avariato Stato italiano,
di cui dirò dopo, addirittura sono stati promossi e hanno continuato il normale, tipico
cursus honorum della vera casta di intoccabili.

IV.
Genova G8 costituì un vero e proprio shock. Nelle manifestazioni, nelle attività di
movimento, successive a luglio 2001, nei gruppi tematici di lavoro e di studio ecc. si
ritrovarono, e ritrovammo, molti attivisti e militanti, molte semplici persone, che non
vedevamo da molto tempo. I tanti e tante delusi dalle dinamiche autoreferenziali e
settarie anche dei vari pezzi della sinistra, storica e nuova, i quali non conducevano
più alcuna militanza o attività pur rimanendo con testa e cuore a sinistra, nel
solidarismo, nei valori di riferimento della loro fase precedente. Un rinnovato
protagonismo si palesò. Una febbrile attività fu lo scenario.

Poi, come è avvenuto nella storia dei Forum Sociali Mondiali e nel movimento
altermondialista, un lento venir meno di questa passione e di questo fervore, di questo
protagonismo e di questo attivismo.

V.
Alcune considerazioni finali.

La ragione (cultura, idee, studi ecc.) e la passione (scelta etica, qualità morali,
volontarismo, attivismo ecc.) sono necessarie, ma non sufficienti. Per dare continuità
a questa grande cosa che pensammo, vale a dire “un altro mondo è possibile”,
occorreva e occorre sempre “forza” e “organizzazione”.

Nozioni completamente diverse dalla forza e dall’organizzazione dei dominanti, da chi esercita e vive di potere. Nozioni aliene dalla gerarchia e dalla burocrazia di organismi abituati a
operare con gerarchia e burocrazia.

Un lavoro paziente di lunga durata per tenere assieme culture, sensibilità, matrici
culturali, di diversa ispirazione e di diversa indole, ma tutte miranti a dare un volto
umano a questo mondo e a questo pianeta, ormai in pericolo nella sua stessa
costituzione di civiltà, a causa delle enormi, incredibili diseguaglianze, e nella sua
stessa costituzione materiale.

È possibile riprendere il cammino interrotto dei Fsm e del movimento
altermondialista. E quindi delle passioni e delle ragioni di Genova G8. Indicavo
alcuni passaggi nel precedente articolo dedicato ai venti anni del Fsm.

Infine, senza riforma dello Stato italiano, senza riforma degli apparati dello Stato,
senza riforma della Pubblica Amministrazione ecc., senza la ferrea selezione
costituzionale e culturale dei dirigenti, ricadiamo nella condizione dell’eccezione e
nell’anomalia italiane. Non solo Genova, non solo Santa Maria Capua Vetere, non
solo Stefano Cucchi, non solo caserma dei carabinieri di Piacenza ecc., ma ogni
episodio eversivo, di quelli noti e di quelli ignoti, per i quali non abbiamo filmati,
testimonianze ecc. perché semplicemente occultati, nel passato, nel presente e nel
futuro, perché quello di cui discutiamo è solo la punta dell’iceberg. Chissà quale
montagna di altri episodi simili.

Dicevo “cultura” e “Costituzione”. Ma anche il livello antropologico di chi
semplicemente porta la divisa, si sente sotto la copertura e la protezione e l’omertà
anche di essere rappresentante dello Stato, della Pubblica Amministrazione. Un
tempo dicevamo “Forti con i deboli e deboli con i forti”. Le frustrazioni di persone
non formate, non educate e che pertanto considerano sudditi i cittadini e le cittadine.
Così come d’altra parte inculcano loro il livello politico e il livello dirigenziale di
detti apparati. Così è. E a farne le spese soprattutto i più deboli, i migranti, gli
stranieri, i “senza documenti”. Attendiamo di sapere, per esempio, che ne è del
detenuto algerino di cui testimonia uno dei reclusi bastonati nel carcere in questione.

Concludo.

Dicevamo “l’eterno fascismo italiano”, “il sovversivismo delle classi dominanti”, lo
“spagnolismo” tipico italiano. Privilegi, status, potere “con qualunque mezzo
possibile”. Todo modo, evocato da Leonardo Sciascia, e “Io so, ma non ho le prove”
negli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini.

REGGIO EMILIA, 7 luglio 1960

Testo a cura di Giuseppe Abbà

61 anni fa, il 7 luglio, la polizia sparava contro una manifestazione antifascista uccidendo 5 manifestanti: Lauro Ferioli, Emilio Reverberi, Ovidio Franchi, Afro Tondelli, Marino Serri, tutti iscritti al Partito Comunista o alla Federazione Giovanile. Ovidio Franchi era il più giovane, appena 19 anni.

La manifestazione antifascista era stata indetta per protestare contro il governo Tambroni. Il governo Tambroni era nato, dopo una lunga crisi di governo, nella primavera 1960 ed era un monocolore democristiano con l’appoggio esterno del partito neofascista (il MSI-Movimento Sociale Italiano, diretto erede della Repubblica Sociale fascista).

Il governo Tambroni permise che si celebrasse a Genova il congresso del MSI, per di più presieduto dal prefetto di Genova dell’epoca repubblichina e dell’occupazione nazista. Era, ovviamente, un gravissimo affronto per Genova, città Medaglia d’oro della Resistenza. Ci fu una vera e propria sollevazione popolare guidata dalle forze antifasciste con alla testa Sandro Pertini. In prima fila i portuali e gli operai delle fabbriche di Genova, i partigiani (erano passati solo 15 anni dalla fine della guerra), nonché i giovani (le famose “magliette a strisce”). Ci furono violenti scontri con la polizia dove ebbero sostanzialmente la meglio i manifestanti, tanto è vero che il congresso del MSI fu annullato.

Nei giorni successivi ci furono altre manifestazioni contro il governo Tambroni. Il 5 luglio a Licata, in Sicilia, ci fu la prima vittima per mano della polizia (Vincenzo Napoli). Il 6 luglio a Roma, a Porta San Paolo, un corteo, nel quale c’erano una cinquantina di parlamentari del PCI, PSI, PRI fu violentemente caricato dalla polizia a cavallo. Il 7 luglio i 5 morti di Reggio Emilia. L’8 luglio la CGIL proclama lo sciopero generale e a Palermo la polizia uccide tre manifestanti: Andrea Gangitano, di soli 14 anni, Francesco Vella, operaio edile, dirigente di una sezione comunista, una donna, Rosa La Barbera di 53 anni. Nello stesso giorno, a Catania, la polizia uccide un giovane comunista, Salvatore Novembre. Altre grandi manifestazioni di susseguirono, sino a che, il 19 luglio, Tambroni si dimise. Fu una grande vittoria dell’antifascismo. Memorabile fu la canzone che Fausto Amodei dedicò a quegli avvenimenti: I morti di Reggio Emilia.

La Comune di Parigi e Rosa Luxemburg: conferenza a Vigevano – Sabato 19 giugno 2021 – Ore 15,30

Comunicato stampa

Dall’esperienza della Comune di Parigi al 150esimo anniversario della nascita di Rosa Luxemburg. È dedicata a questi temi la conferenza pubblica intitolata “1871-2021: 150 anni di presenze” organizzata dal collettivo culturale “Rosa Luxemburg” di Vigevano per sabato 19 giugno con inizio alle ore 15,30 presso la Sala polivalente “Giuseppe Franzoso” della Biblioteca Civica “Lucio Mastronardi” in corso Cavour 82 a Vigevano.
Relatore dell’incontro sarà il saggista Giorgio Riolo, esponente della “Rete delle Alternative”.


La Comune di Parigi è la forma di organizzazione autogestionaria, di stampo socialista libertario, che assunse la città di Parigi dal 18 marzo al 28 maggio 1871. È considerata la prima grande esperienza di autogoverno della storia contemporanea. Rosa Luxemburg, nata il 5 marzo 1871, è stata invece una famosa filosofa, economista, politica polacca nonché sostenitrice del socialismo rivoluzionario.


A distanza di 150 anni da questi due avvenimenti, vogliamo offrire con questa conferenza un’occasione di approfondimento storico, culturale e politico su ciò che ha rappresentato la Comune di Parigi e sulla figura di Rosa Luxemburg, riflettendo anche sul valore e sull’attualità del tentativo rivoluzionario dei lavoratori parigini e valorizzando il pensiero politico e l’azione sociale della filosofa polacca naturalizzata tedesca.

L’ingresso alla conferenza è gratuito, ma per le disposizioni anti-Covid attualmente in vigore l’accesso è limitato: è previsto un massimo di 25 posti. È quindi obbligatoria la prenotazione, che deve essere effettuata inviando una mail a rifondazionecomunista.vigevano@gmail.com.

Collettivo culturale “Rosa Luxemburg” di Vigevano – giugno 2021

23 maggio 2021: 29 anni dopo la strage di Capaci cosa è realmente cambiato?

di Fabrizio Baggi, Segretario regionale Partito della Rifondazione Comunista – Lombardia

Sono trascorsi 29 anni da quel 23 maggio nel quale il giudice simbolo della lotta alle mafia – Giovanni Falcone, la giudice Francesca Morvillo e gli agenti della scorta vennero brutalmente assassinati dai quasi mille chili di tritolo per mano dell’organizzazione criminale “cosa nostra” in quella che passò poi alla storia come “la strage di Capaci”.

Con Giovanni Falcone morivano quel giorno, nell’immaginario di quella parte d’Italia che diceva no al compromesso mafioso, le sensazioni di “rivalsa” nei confronti della criminalità organizzata che le condanne del maxiprocesso avevano creato in molte e molti ma la stagione delle stragi non era ancora terminata.

Fu poi la volta di Paolo Borsellino, poco meno di due mesi dopo, e poi ci fu la “trattativa” Stato/mafia – sulla quale attraverso l’operato del Giudice Nino di Matteo si sta ancora (faticosamente) indagando e processo nel quale il Partito della Rifondazione Comunista fu l’unica forza politica a costituirsi parte Civile.

Cos’è cambiato da quei momenti terribili? I metodi certamente; oggi la mafia indossa il colletto bianco, ed invece che sparare si intromette nelle istituzioni, in certa politica, nei grandi appalti, pubblici e non, nelle cosiddette grandi opere (la tav ad esempio) ripulendo l’enorme quantità di “denaro sporco” attraverso attività “legali” creando di fatto degli enormi lavandini atti a ripulire i proventi della vendita della cocaina e delle molteplici attività criminali.

Tutto questo accade troppo spesso nell’indifferenza dei più che, non si accorgono di ciò che li circonda, fino al memento in cui un consiglio comunale viene commissariato per mafia o corruzione – in Lombardia è successo in diverse occasioni – oppure fino a che una maxi operazione di polizia fa un grosso numero di arresi nel paese limitrofo.

La mentalità mafiosa è purtroppo penetrata in gran parte del pensiero collettivo che, attraverso il venir meno delle grandi ideologie, ha portato una grandissima parte di popolazione a dimenticare che ogni scelta può essere da esso influenzata o no:

  • Al supermercato acquisto la passata di pomodoro economica che è stata fatta dai nuovi schiavi nelle mani del caporalato oppure spendo qualcosa in più e compro un prodotto etico?
  • Se ho la possibilità di evitare una lista d’attesa “grazie” all’intervento di un conoscente che lavora in quell’ente lo accetto oppure lotto perché, per tutta la collettività, quelle liste di attesa diminuiscano?

Si tratta di piccoli ma importanti gesti che possono magari apparire irrilevanti ma che vanno nella direzione giusta per provare a costruire tutte e tutti insieme le condizioni perché avvenga quella “rivoluzione culturale” realmente necessaria per combattere (e sconfiggere) il fenomeno mafioso che, come diceva Giovanni  Falcone, “è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine” una fine che purtroppo il nostro Paese non ha ancora conosciuto, nonostante i morti, nonostante le stragi, ma allo stesso tempo un fenomeno che l’Italia ha il dovere di sconfiggere non fosse altro per evitare che la morte di Falcone, così come quella di Peppino Impastato, Pio la Torre, Placido Rizzoto e molte e molti altri siano, anni dopo, risultate inutili.

Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola e le comuniste e i comunisti non hanno paura, e lo vogliono scrivere e gridare che la mafia è una montagna d merda. Facciamo in modo che il 23 maggio sia ogni giorno, che la lotta alle mafie tutte sia un compito che ci assumiamo come collettività e che la memoria dei martiri della lotta alle mafie sia onorata non solamente dalle periodiche commemorazioni ma dal comportamento di ognuna e ognuno di noi.

23 maggio 2021