



Comunicato stampa
Il capitalismo e i movimenti antisistemici, da Karl Marx a Samir Amin. È questo il “percorso” in cui si articolerà il secondo ed ultimo appuntamento del ciclo di incontri di formazione on-line sulla piattaforma Zoom organizzati dal Collettivo culturale “Rosa Luxemburg” di Vigevano in collaborazione con il Circolo “Hugo Chavez Frias” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano. Dopo la lezione dedicata alle crisi globali contemporanee che si è svolta lo scorso 12 marzo, questa videoconferenza, gratuita e in diretta, è in programma venerdì 26 marzo 2021 dalle ore 18 alle ore 19,30 circa. Relatore sarà il saggista Giorgio Riolo, della “Rete delle Alternative”.
Si spazierà da Karl Marx a Samir Amin, con un’analisi del sistema capitalistico dalle origini alla nuova globalizzazione-mondializzazione, nonché con un approfondimento sul pensiero antisistema e i movimenti storico-sociali a esso ispirato. «In questo incontro – spiegano gli attivisti del Collettivo “Luxemburg” nel presentare l’iniziativa – verrà tracciato un affresco della storia del pensiero e dell’azione rivoluzionaria e riformistica tra Ottocento e Novecento fino ai primi decenni del XXI secolo, attraverso alcune figure fondamentali del marxismo, del socialismo e del comunismo e alcuni soggetti storici decisivi nel cammino dell’emancipazione umana su scala mondiale. Sarà inoltre affrontato il tema dello sviluppo del pensiero antisistema e dei movimenti antisistemici in relazione alle profonde trasformazioni del sistema capitalistico dalle origini a oggi».
Per ricevere il link di partecipazione è indispensabile inviare una mail all’indirizzo di posta elettronica rifondazionecomunista.vigevano@gmail.com.
Fonte: https://www.cumpanis.net/prometeo-e-il-web-una-relazione-particolare.html
Nunzia Augeri
La scuola si fa a distanza, il lavoro è smart, si acquista via internet, virtuali le riunioni con gli amici, per salutare la nonna ci vuole il tablet, di politica si discute sui social, Trump governa via Twitter (e ne viene estromesso) – a quanto pare tutta la nostra vita ormai si svolge con la mediazione della tecnologia. Complice il Covid 19, ci siamo ritirati nel guscio come lumache freddolose – alcuni trovano comodo lavorare semisdraiati sul divano, in tuta e pantofole, e gli imprenditori trovano molto comodo non doversi accollare i costi di uffici, riscaldamento, buoni pasto. E forse è comodo anche per chi preferisce che la vita pubblica si svolga in questa maniera immateriale, dove l’unica minaccia sono i “leoni da tastiera” paghi di sfogare la loro insofferenza lanciando in rete ingiurie e volgarità. O comodo anche per chi – come si è visto recentemente – pensa di poter mantenere il potere via Twitter, spingendo alla rivolta masnade armate e violente.
Insomma, la tecnologia sembra diventata padrona della nostra vita pubblica e privata. Ma fino a che punto la tecnologia può servire, fino a dove può arrivare?
Tutti ricordiamo l’antico mito greco di Prometeo: egli rapisce il fuoco e lo dona agli esseri umani, e per questo gli dei gli infliggono una crudele condanna: sopravvive incatenato su una rupe, dove ogni giorno un’aquila si reca in volo a rodergli il fegato, che ogni giorno ricresce.
Il fuoco è lo strumento e il simbolo dell’inizio dello sviluppo tecnologico dell’umanità: in un primo tempo serve a cuocere la carne e altri alimenti; con la cottura i cibi diventano più facilmente digeribili e assimilabili, l’organismo deve fare meno fatica per nutrirsi e le energie risparmiate permettono all’ominide – ancora impigliato nell’animalità – di sviluppare il cervello, arricchire il linguaggio e avvicinarsi sempre più allo status di uomo. In un secondo tempo il fuoco permette la cottura dell’argilla, dando la possibilità di fabbricare vasellame adatto a cuocere zuppe e pappe di cereali, quando inizia la rivoluzione agricola, a lavorare il latte per ottenerne formaggio, e per conservare i liquidi, l’olio, il vino e altre derrate. In un momento successivo di sviluppo, il fuoco permette di fondere e lavorare i metalli, e con la metallurgia l’uomo è fuori dall’età della pietra, può fabbricare falci ed aratri che fanno progredire l’agricoltura, inventa lance, spade, frecce da lanciare con l’arco: armi molto più letali del bastone o del sasso. Iniziano le guerre, inizia la storia.
Tornando a Prometeo, dal quale tutto questo comincia, nel mito originale greco la storia è più ampia di quella che tutti conoscono, ed è stata portata alla luce e raccontata in maniera affascinante da quel grande esperto del mondo greco che fu Mario Vegetti. Egli racconta che, secondo i Greci, Prometeo fondò una polis, una società umana regolata dal fuoco, cioè dalla tecnologia. Ma la polis non funzionava, la convivenza era disordinata e conflittuale, non si svolgeva in modo civile e sereno. Per renderla tale, a fianco di Prometeo dovettero intervenire due altre forze, due dee: Aidos e Dike. Aidos è il rispetto, Dike la giustizia. I Greci cioè ci dicono che per organizzare civilmente la convivenza umana la tecnologia non basta: devono necessariamente intervenire l’etica e il diritto.
Aidos rappresenta le norme morali elaborate dal costume e custodite dalla religione, quelle che presiedono ai rapporti fra gli esseri umani, alla vita individuale, dalla nascita al matrimonio, alla morte: “dal dì che nozze e tribunali ed are dier alle umane belve esser pietose” ricorda il grande Foscolo nei suoi immortali “Sepolcri”, riassumendo in forma poetica – breve, icastica ed efficace – il percorso di umanizzazione della specie umana, fino all’alto traguardo della pietas, che non è la pietà passiva e inane del formalismo religioso, ma è il moto di empatia che si fa attivo e porta a operare per il bene degli altri.
Dike rappresenta la giustizia, il piano propriamente giuridico della convivenza, che è ambiguo, può portare a conflitti – ricordiamo Antigone e il contrasto acuto che può sempre sorgere fra la norma scritta, soprattutto se emanata dal tiranno, e la norma più alta, quella della pietas di Aidos. E’ il conflitto fra un diritto “naturale” ed eterno e la norma transeunte del governante di turno. Ne abbiamo avuto ancora recentemente un esempio, quando la norma di un ministro dell’interno ha sollevato l’indignazione di buona parte dell’opinione pubblica italiana ed estera per aver bloccato e punito le navi che, obbedendo a un’antichissima regola diventata precisa norma di diritto internazionale, procedevano al salvataggio in mare dei naufraghi.
Ma a parte conflitti ed eccezioni, la norma, preferibilmente scritta – si consideri che il codice di Hammurabi risale a circa 4.000 anni fa – pone norme precise per la convivenza e stabilisce pene altrettanto precise per chi vi trasgredisce. Maestri in fatto di Dike sono stati i Romani, che in 1.200 anni di gestione di un territorio che è giunto a comprendere tutta l’Europa, dal Regno Unito all’Africa settentrionale al Medio Oriente, hanno messo a punto un sistema giuridico definitivamente fissato nel Codex iuris civilis di Giustiniano del 535 d.C., ed è giunto fino ai nostri giorni, quando è stato adottato come modello di base perfino dalla Repubblica Popolare Cinese. Va ricordato peraltro che uno dei principi fondamentali di quel diritto è il “suum cuique tribuere”, dare a ciascuno il suo, cioè attribuire la proprietà (privata) a chi ne ha diritto. E chi ne avesse diritto lo decidevano loro, i Romani, con la spada in mano, per tutto il mondo di allora. E infine va ricordato che i Romani stessi avvertivano i pericoli derivanti da un’esagerata produzione di norme: loro hanno creato la massima che recita “maxima lex, maxima iniuria”, cioè che l’eccesso di norme porta alla negazione della giustizia. Il greve apparato burocratico italiano, fonte a volte di tante ingiustizie, ha radici antiche.
Dunque la civiltà greca ci ammonisce che la tecnologia non è sufficiente per regolare la vita associata, ma sono necessarie norme etiche e giuridiche. E chi può elaborarle e imporle? La risposta è univoca: solo la società, l’insieme dei e delle (non si tratta solo di uomini ma di uomini e donne) componenti della polis, lasciando l’imposizione e l’applicazione delle pene alla forza organizzata e legalmente esercitata dallo Stato. In termini attuali, la formazione delle leggi spetta ai rappresentanti del popolo riuniti in un Parlamento, e la funzione esecutiva è affidata a un governo che ha la fiducia del Parlamento.
E veniamo al dunque: è accettabile allora che la tecnologia pretenda di avocare a sé e regolare tutta la vita di una società? E quando la tecnologia si presenta concretamente come una impresa commerciale, è accettabile che un’impresa privata al comando di un privato imprenditore possa identificarsi con Aidos e Dike, con l’etica e la giustizia? E dato che il privato imprenditore nella sua attività ha come bussola l’accumulazione di un profitto, è giusto lasciarlo agire senza condizioni, ammettendo perciò che il profitto sia l’ultima, definitiva ratio della storia e dell’umanità tutta?
E’ quanto sta avvenendo oggi. Già negli anni 80 del secolo scorso la Lady di ferro Margareth Thatcher aveva proclamato che “non c’è alternativa”, che la “mano invisibile” del mercato deve diventare l’unico regolatore di tutte le attività della società, e regolare anche la fornitura di beni e servizi che i paesi europei considerano pubblici, come l’acqua, la salute, l’istruzione. Tutto doveva venir sottoposto al mercato, e il profitto dei più fortunati sarebbe filtrato agli strati inferiori della società, distribuendo benessere a tutti. Così non è stato, e le crisi che si sono succedute sia nell’economia che in campo sanitario, provocando diseguaglianze abissali, miseria e morte per miliardi di persone, hanno dimostrato che quello regolato dal mercato non è il migliore dei mondi possibili. E oggi politici, sociologi, economisti e studiosi di varia umanità si stanno domandando se la crisi in cui ci troviamo avviluppati dall’ormai lontano 2008 non sia semplicemente ciclica e quindi superabile, ma investa le strutture portanti del sistema capitalistico.
Attualmente poi il grande sviluppo nell’uso delle tecnologie della comunicazione, incrementato dall’isolamento imposto dalla pandemia, ci pone di fronte a ulteriori interrogativi. Uno dei pilastri del sistema di democrazia liberale è la libertà di informazione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” recita l’articolo 21 della nostra Costituzione, scritta da uomini memori della dittatura fascista che mandava in carcere perfino per una scritta sui muri.
La libertà dovrebbe dunque garantire anche la nuova forma di espressione del pensiero, quella che si svolge sulla rete di Internet. L’unico limite alla libertà è il divieto “delle pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”, come recita l’ultimo comma dell’articolo 21. Nell’Italia democristiana degli anni 50 alle ballerine della televisione veniva imposta una spessa calzamaglia – Dio non voglia che si vedessero oscene gambe nude – ma nelle edicole venivano vendute neanche clandestinamente varie riviste pornografiche. E oggi sulla rete la pornografia non è neppure tanto nascosta, e il suo aspetto peggiore – la pedopornografia – ha trovato un suo posto nel “dark web”, che non deve essere poi tanto oscuro se anche in Italia migliaia di persone trovano il filo di Arianna per accedervi.
Sulla rete quindi non esiste alcuna censura – o quasi. Ma questo ha cominciato a entrare in discussione quando si sono affacciati e sono cresciuti gruppi variamente e pericolosamente estremisti: odiatori a prescindere, antisemiti negatori dell’Olocausto, cantori del razzismo, nostalgici del nazismo, integralisti musulmani, “machos” assatanati, “sovranisti” e sostenitori delle “democrazie illiberali”: fenomeni che hanno allarmato governi e opinioni pubbliche dei paesi di democrazia “occidentale”. L’ultimo caso che ha allarmato seriamente il governo degli USA e gli organi di informazione è quello dell’ormai ex-presidente Donald Trump, che accampando pretese frodi elettorali, per non lasciare la sua carica ha aizzato le folle di suoi seguaci a compiere manifestazioni armate e violente, fino all’invasione e devastazione del Congresso. Twitter e poi Facebook lo hanno espulso, anche se tardi. Ma questo ha sollevato varie critiche che risultano ampiamente condivisibili: possono degli imprenditori privati, proprietari di questi mezzi di comunicazione, tacitare un’autorità politica? Se si oscura un Presidente degli USA perché presenta atteggiamenti dittatoriali, altri Presidenti potrebbero essere egualmente oscurati, primi fra tutti quei “terribili dittatori” di Cuba e del Venezuela, per non parlare di Putin o Lukashenko, o della Cina popolare. Mentre degli emuli di Pinochet e Videla potrebbero essere considerati come campioni della libertà e quindi in grado di inondare la rete con le loro comunicazioni.
Il problema è di difficile soluzione. Oggi la rete è regolata da una legge degli Stati Uniti, il Communication Decency Act del 1996, varato sotto la presidenza di Clinton, che riguarda appunto la pornografia, ma la norma più discussa è quella contenuta al punto 230 che recita: “Nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet può essere considerato responsabile, come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi”. Il che sancisce l’assoluta irresponsabilità dei padroni della rete per i contenuti messi in circolazione. Altre norme assai discutibili riguardano l’esenzione fiscale alle imprese commerciali che vendono esclusivamente in rete (oggi quasi-monopolio di Amazon), e l’attenuazione dei vincoli antitrust.
Al tempo di Clinton, Al Gore ebbe l’incarico di occuparsi dei lavori preparatori della legge e creò una commissione di diciotto esperti provenienti da tutti i ministeri interessati. A dirigere i lavori della commissione fu posto Larry Irving, allora sottosegretario del Ministero del commercio. Oggi Irving è il primo ad ammettere che è necessario discutere e agire, perché “una democrazia non può resistere a un uso massiccio di strumenti tecnologici per diffondere bugie e disinformazione” e non si può lasciare la questione nelle mani di “pochi miliardari non eletti che abbiano il potere di sbattere fuori chiunque da tutte le principali piattaforme”, come dichiara in una intervista a “Repubblica” del 19 gennaio scorso.
La questione comincia ad allarmare anche gli Stati Uniti, ma più dovrebbe allarmarsi la sinistra mondiale: eventuali Commissioni di controllo o di garanzia costituite all’interno dei singoli stati dovrebbero comunque seguire le indicazioni di carattere politico e ideologico impartite dal governo del rispettivo stato, con il pericolo sempre incombente che le opposizioni vengano bandite da Internet e totalmente oscurate.
Nel 1996 gli utenti di Internet era 30 o 40 milioni su una popolazione di sei miliardi. Oggi gli abitanti del pianeta sono sette miliardi, di cui 4,5 miliardi sono connessi a Internet e 3,8 miliardi sono attivi sui social. La rete è diventata una piovra gigantesca e onnipotente, e si è appropriata dell’informazione che prima passava attraverso giornali, radio e televisioni che potevano rispecchiare la diversità di opinioni e interessi. Andiamo forse verso un sistema di reti che possa ugualmente rispecchiare la diversità del mondo? Sembra difficile scalzare oggi il quasi monopolio di quattro miliardari proprietari privati della rete.
Che fare allora? Ci avviamo verso la barbarie tecnologica? La magistratura interviene quando i messaggi messi in rete configurano reati precisi, previsti dal Codice penale. Peraltro una regolamentazione è considerata ormai necessaria: ma quali i soggetti e le modalità? La discussione da qualche tempo è aperta ed è irta di difficoltà. Di fronte a questo ennesimo problema complesso che agita il mondo capitalistico, la sinistra mondiale ha il dovere di intervenire con autorevolezza, di discutere e proporre delle soluzioni. Perché accanto a Prometeo non restino solo Aidos e Dike, ma possa forse affacciarsi una giovane dea spavalda e pugnace che i greci chiamerebbero Epanastasi (tradotto: rivoluzione).
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Le crisi globali contemporanee saranno al centro del primo dei due incontri di formazione sulla piattaforma Zoom organizzati dal Collettivo culturale “Rosa Luxemburg” di Vigevano in collaborazione con il Circolo “Hugo Chavez Frias” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano. Questa videoconferenza, gratuita e in diretta, è in programma venerdì 12 marzo 2021 dalle ore 18 alle ore 19,30 circa. Relatore sarà il saggista Giorgio Riolo, della “Rete delle Alternative”.
Il titolo dell’incontro di venerdì 12 marzo è “Il sistema-mondo e le crisi globali contemporanee. Il capitalismo nell’era del neoliberismo e la crisi economica, la crisi ecologico-climatica e la crisi epidemiologica. Le alternative possibili”. «Verrà proposta – spiegano gli organizzatori nel presentare l’iniziativa – l’analisi a grandi linee delle dinamiche fondamentali del mondo contemporaneo con l’indicazione di alcune alternative possibili qui e ora. Sarà inoltre illustrato lo stato del mondo diviso tra Nord Globale e Sud Globale e si approfondiranno le questioni legate alla giustizia sociale e alla giustizia ambientale».
La seconda videoconferenza si terrà venerdì 26 marzo e spazierà da Karl Marx a Samir Amin, con un’analisi del sistema capitalistico dalle origini alla nuova globalizzazione-mondializzazione, nonché un approfondimento sul pensiero antisistema e i movimenti storico-sociali a esso ispirato.
Per ricevere il link di partecipazione è indispensabile inviare una mail all’indirizzo di posta elettronica rifondazionecomunista.vigevano@gmail.com.
Organizzati dal Collettivo culturale “Rosa Luxemburg” di Vigevano
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Dalle crisi globali contemporanee a Marx. Si può sintetizzare così il ciclo di incontri di formazione sulla piattaforma Zoom organizzati dal Collettivo culturale “Rosa Luxemburg” di Vigevano in collaborazione con il Circolo “Hugo Chavez Frias” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano. Si tratta di due appuntamenti gratuiti in diretta curati dal saggista Giorgio Riolo, della “Rete delle Alternative”, in programma venerdì 12 marzo e venerdì 26 marzo sempre dalle ore 18 alle ore 19,30 circa.
Il tema dell’incontro di venerdì 12 marzo sarà “Il sistema-mondo e le crisi globali contemporanee. Il capitalismo nell’era del neoliberismo e la crisi economica, la crisi ecologico-climatica e la crisi epidemiologica. Le alternative possibili”. «Verrà proposta – spiegano gli organizzatori nel presentare l’iniziativa – l’analisi a grandi linee delle dinamiche fondamentali del mondo contemporaneo con l’indicazione di alcune alternative possibili qui e ora. Sarà inoltre illustrato lo stato del mondo diviso tra Nord Globale e Sud Globale e si approfondiranno le questioni legate alla giustizia sociale e alla giustizia ambientale».
Venerdì 26 marzo la videoconferenza spazierà invece da Karl Marx a Samir Amin, con un’analisi del sistema capitalistico dalle origini alla nuova globalizzazione-mondializzazione, nonché un approfondimento sul pensiero antisistema e i movimenti storico-sociali a esso ispirato. «In questo incontro – affermano gli attivisti del Collettivo “Luxemburg” – verrà tracciato un affresco della storia del pensiero e dell’azione rivoluzionaria e riformistica tra Ottocento e Novecento fino ai primi decenni del XXI secolo, attraverso alcune figure fondamentali del marxismo, del socialismo e del comunismo e alcuni soggetti storici decisivi nel cammino dell’emancipazione umana su scala mondiale. Sarà inoltre affrontato il tema dello sviluppo del pensiero antisistema e dei movimenti antisistemici sempre in relazione alle profonde trasformazioni del sistema capitalistico dalle origini a oggi».
Per ricevere il link di partecipazione è indispensabile inviare una mail all’indirizzo di posta elettronica rifondazionecomunista.vigevano@gmail.com.

L’Informatore lomellino ha raccontato in un anteprima del tuo prossimo libro: di quella volta che gli amministratori di Mortara andarono a soccorrere i popoli terremotati dei Friuli.
Ecco io partirei da qui, perché questo episodio che hai scelto per parlare del tuo nuovo libro non è banale, ma certifica una profonda visione solidale tra paesi e tra persone nel momento del bisogno. La scelta che ho fatto è stata quella di parlare di episodi della nostra città, naturalmente in modo alternativo rispetto alle narrazioni fatte da altri storici. Ho cercato di essere molto rigoroso nel riportare fatti ed accadimenti avvenuti e poi anche di dare voce a tutti i personaggi che hanno dato lustro alla nostra città. Nel libro ho voluto raccontare episodi che mi hanno coinvolto in prima persona quale Sindaco di Mortara. Un’esperienza che ho sempre ritenuto personalmente utile e interessante e che ci ha permesso di affrontare diversi problemi della città. Una città che cercava la sua strada verso un futuro migliore, ma che aveva bisogno di indirizzi e di scelte politicamente forti.
Quali i capitoli che stai scrivendo e cosa di essi ci puoi anticipare?
Ho iniziato a scrivere a mano perché, come ho detto mille volte, io non riesco a pensare se non scrivo di pugno le cose. Poi il libro sarà costruito in versione tipografica con l’aggiunta di foto d’epoca che lo renderanno anche un documento storico. Avevo iniziato a scriverlo nella primavera scorsa, al tempo dell’isolamento per il Covid. Poi, quando avevo già scritto due terzi circa dell’opera, ho dovuto sospenderlo per diversi mesi in quanto io stesso sono stato colpito dalla malattia e l’ho ripreso solo poco tempo fa. Mi mancano ora solo pochi capitoli. Posso parlare di quelli già scritti. L’Informatore Lomellino ha pubblicato già nel mese di dicembre un primo capitolo che parla della solidarietà del Comune di Mortara verso altre comunità che erano state colpite dal terremoto e dei nostri viaggi in Friuli ed in Irpinia per portare aiuti e solidarietà. I capitoli già pronti parlano della metanizzazione della città, dell’emergenza idrica, di opere particolari realizzate in città. Opere anche controverse come l’intervento sull’area di Viale Dante, si parla anche di urbanistica, di case popolari e poi della cultura e degli spettacoli.
La cultura come strumento per maggiore consapevolezza e capacità di critica e di partecipazione?
Si, la cultura era concepita in un certo modo, c’erano spettacoli pubblici che si svolgevano in piazza. Con compagnie d’eccellenza come l’orchestra sinfonica di Budapest e poi anche spettacoli teatrali. Il titolo era Settembre Culturale – Si va per cominciare-, organizzato dalla provincia di Pavia a cui i comuni avevano dato disponibilità per ospitare gli spettacoli itineranti. Nel 1976, ricordo, ci fu l’esibizione del balletto dell’Azerbaigian che coinvolse circa mille persone, tutti assiepati nella piazza antistante Piazza del Municipio. Poi Severino Gazzelloni che portammo ad esibirsi nella scuola Media Travelli in Palazzo Lateranense. In origine avrebbe dovuto suonare nella Chiesa di san Lorenzo, ma non fu possibile perché il Vescovo proibì il suo utilizzo.
Quale il significato di questa raccolta di memorie?
Il libro non vuole assolutamente essere celebrativo, facendo solo un elenco di opere realizzate e di scelte vincenti. Ho cercato, pur sottolineando l’attività amministrativa, di fare emergere l’anima della città, il coinvolgimento delle persone e il forte desiderio di suscitare partecipazione. In quegli anni infatti la partecipazione dei cittadini, anche su sollecitazioni precise da parte dell’amministrazione comunale e delle stesse forze politiche e sociali, era molto forte ed era un elemento fondamentale. Pensa che riuscivamo anche, lo ricordo qui, ma questo capitolo non l’ho ancora scritto, a discutere del bilancio facendo assemblee pubbliche per spiegarlo nei particolari e sottoponendolo poi anche al giudizio dei consigli di fabbrica cittadini. Oggi si parla di bilancio partecipato, messo in atto da alcuni comuni virtuosi, ma forme di bilancio partecipato lo avevamo già ipotizzato allora, in un certo senso eravamo degli antesignani. Ci piaceva l’idea che i cittadini potessero conoscere come venivano spesi i soldi pubblici e dire la propria. All’epoca, e recentemente ne ho parlato in occasione della morte della compagna Mirella Balzaretti che era assessore al bilancio, noi concepivamo il bilancio anche come un atto di lotta. Chiedevamo al governo di venire incontro alle esigenze della città. Una politica fatta insieme ad altre realtà territoriali che portò fondi importanti ai comuni che così poterono affrontare questioni sociali. Poi negli anni successivi i bilanci si sono irrigiditi e tagli pesanti hanno impedito grandi spazi di manovra. In quegli anni però era così: discutevamo con la gente delle entrate e delle spese fatte o da effettuare.
Tu mi ricordi del resto che uno di questi incontri si è svolto al Teatro Comunale in una sala gremita di persone.
Due accadimenti in particolare mi sono rimasti in mente: la prima è l’emergenza per inquinamento delle falde, la seconda la questione urbanistica che non è un argomento di poco conto perché un giusto rapporto di spazi, di costruito, di verde, di servizi può rendere bella da abitare una città.
L’emergenza idrica fu un fatto molto traumatico per la nostra città. Era la fine del maggio del 1986, quando dal Pmip di Pavia che poi diventerà Arpa, che faceva le analisi, mi viene comunicato che avevamo l’acquedotto inquinato da molinate. Mi telefonarono a casa sul fisso all’ora di cena, perché allora non esistevano i cellulari, mi chiamò questo responsabile del Presidio annunciandomi che avevamo dieci volte il livello di molinate consentito dalla legge nell’acquedotto. Gli chiesi che cosa era questo prodotto di cui non ero a conoscenza e fui informato che era un diserbante usato nelle risaie. Gli chiesi allora come avrei dovuto comportarmi. Mi rispose semplicemente: io gliel’ho detto, poi deve decidere lei. Convocammo una riunione d’emergenza della giunta con l’ufficiale sanitario, il maresciallo dei carabinieri, i vigili urbani e annunciammo alla città che non si poteva consumare l’acqua, se non per lavarsi e che era nostra intenzione trovare contenitori per ovviare all’emergenza. Mi ero rivolto alla Prefettura in quanto allora non esisteva alcuna forma di Protezione Civile. Mi passarono al telefono un colonnello che disse “ il mio ufficio consiste solo di una targa sulla porta”. Così cercai una soluzione. In particolare grazie al lavoro svolto dal vice sindaco Giorgio Farina, morto purtroppo in un incidente d’auto un paio di anni dopo, ci rivolgemmo a Casale Monferrato che aveva avuto un’emergenza simile anche se non dovuta all’uso della chimica in agricoltura ma ad un inquinamento industriale. Portammo a Mortara di notte dei grandi contenitori di vetroresina che mettemmo in vari punti della città. Contenitori pieni d’acqua, dove i cittadini poterono rifornirsi. Dovevano essere riempiti di acqua buona e chiedemmo a Pavia, a Vigevano ed ai comuni limitrofi di fornirci il liquido prezioso. Attraverso i pompieri ci mandarono autobotti di acqua potabile. La sera dell’emergenza non riuscii a parlare col Prefetto perché era al ballo della Festa della Repubblica, ma il giorno dopo questi mi convocò a Pavia. Mi recai in Prefettura e mi trovai alla riunione del comitato per l’ordine pubblico. Feci una relazione su come avevamo agito e fummo lodati per le misure prese. Chiesi di poter avere la vigilanza ai contenitori perché temevamo atti vandalici. Il Prefetto si consultò con il Comandante dei Carabinieri, il quale disse che ci sarebbero volute quaranta persone, ma che non le aveva a disposizione. Il Prefetto, a questo punto con un sorriso che mi irritò profondamente mi guardò e disse: “cosa temete? Gli untori?” Al che non ci vidi più e ribattei: due anni fa avete tenuto quaranta carabinieri per due mesi davanti alla fabbrica della Parein, contro una lotta operaia ed ora mi negate la vigilanza ai contenitori. Me ne andai sbattendo la porta e facendo interviste alle varie radio e televisioni locali. Ci fu anche un’interpellanza parlamentare che chiedeva la rimozione del Prefetto.
E poi come andò a finire la vicenda dell’acqua?
Feci immediatamente un’ordinanza che proibiva l’uso dei diserbanti e dei fitofarmaci in agricoltura. Fui l’unico sindaco che prese questa posizione, gli altri sindaci dei paesi limitrofi non ebbero il coraggio di seguire questa strada. Ci furono polemiche da parte dell’imprenditoria agricola perché questo comportava per loro un danno. Il nostro era un atto altamente simbolico che segnalava un problema complesso che non era solo del nostro territorio, che comunque non è un territorio piccolo misurando cinquantadue chilometri quadrati. Poi gli agricoltori locali, pur mugugnando, almeno nel primo periodo, si adattarono abbastanza bene ai provvedimenti presi. Facemmo una campagna politica contro l’abuso dei prodotti di chimica di sintesi nei campi. La questione idrica fu poi risolta in questo modo. Scoprimmo, facendo le analisi, che l’acquedotto vicino a Sant’Albino, che pescava a cento metri di profondità, non aveva problemi. Dunque erano inquinate solo le falde più superficiali e questo riguardava in particolare l’acquedotto vicino alle Scuole Elementari, che era stato costruito negli anni prima della guerra. Staccammo il prelievo dell’acqua dalle finestre più superficiali e immettemmo acqua da quelle più profonde. Non accettammo il decreto Donat Cattin che alzò con decreto legge i parametri di riferimento, rendendo potabile l’acqua aumentando di dieci volte il limite tollerabile di molinate.
Se l’acqua non è buona ora, dicevamo, non lo può diventare con una legge. Così continuammo per qualche tempo ad utilizzare i contenitori, fino a quando immettemmo nelle condutture l’acqua dell’acquedotto di Sant’Albino che non aveva problemi. Con una delegazione andammo da Zamberletti, che allora era ministro e che aveva seguito il terremoto in Friuli e riuscimmo ad avere fondi sufficienti per scavare e trovare una falda molto potente a 240 metri di profondità. C’erano per la verità delle perplessità, perché come si sa Mortara è a 108 metri sul livello del mare e quindi temevamo di trovare acqua salmastra. C’era una falda invece molto buona. Chiudemmo le finestre superficiali e con i lavori necessari riuscimmo a trovare e a rifornire di acqua buona la città. Approfittammo dei lavori per portare la rete idrica anche alle frazioni che ne erano sprovvista e utilizzammo gli scavi per estendere la metanizzazione della città fino alle più lontane frazioni, dotandole così di acqua e gas . Fu una delle prime lotte ambientali: un precedente ed un riferimento obbligato sulla conservazione dell’ambiente naturale. In quei mesi ci furono poi incontri e convegni che iniziarono a porre sul piano del dibattito i temi dell’economia, del lavoro, della salute, dell’ecologia. Ci fu una coda alla vicenda: potenti multinazionali chimiche (veri benefattori dell’umanità) promossero una causa legale contro il sottoscritto. La cosa non ebbe poi seguito, ma è chiaro che quando si pestano i piedi a determinati poteri, c’è da aspettarsi ogni sorta di reazione. – Consumo di suolo, piani regolatori: spesso una città piace se si è pensato ad uno sviluppo urbano ordinato e coerente.
Su questo tema c’è qualcosa nel libro che hai scritto?
Ci mettemmo al lavoro per costruire il piano regolatore della città. Esisteva ancora il piano di fabbricazione del 1971. Le scelte urbanistiche italiane erano fino ad allora andate avanti in modo confuso e irrazionale. Fino al 1967 tutte le costruzioni eseguite, come è evidente oggi guardando la città a partire dal mega condominio di quattordici piani in Piazza Silvabella ed altri manufatti, erano nate in un contesto urbanistico poco vincolante. E’ nota la devastazione ambientale urbanistica in tutta Italia degli anni sessanta. La “legge ponte” del 1967 produceva un incentivo alla speculazione immobiliare perché dava un anno di tempo prima della sua entrata in vigore con la perimetrazione dei centri storici. Ed in quell’anno ci fu un boom di licenze edilizie speculative e non congrue. Poi nel 1971 con il sindaco Maestro Ercole Del Conte si iniziò a creare un piano di fabbricazione che iniziava a regolamentare l’edilizia cittadina. Un indubbio passo in avanti. Ora si trattava di creare un piano regolatore diverso. Il piano dell’architetto Oliva, approvato nel 1978 e che entrò in vigore con l’approvazione regionale due anni dopo, lo ritengo ancora oggi un ottimo piano. Prevedeva di limitare il consumo di suolo, evitare l’espansione a macchia d’olio della città, il recupero del centro storico. Nel piano le costruzioni “terribili” degli anni sessanta erano segnate come “demolizione senza ricostruzione”. Un atto simbolico, perché ovviamente non potevamo certo acquistare il grattacielo di Piazza Silvabella e demolirlo, ma volevamo far capire che non si sarebbe più consentito un uso del territorio fatto in tal modo. Prevedevamo una zona industriale all’esterno della città e case popolari non solo in periferia ma anche in centro. Per questo acquisimmo terreni per l’edilizia popolare ad esempio le vecchie case dell’ospedale cittadino in Via Cortellona. Prevedemmo spazi per il verde e per le attività sportive. Una cosa interessante fu la creazione della cosiddetta “spina dei servizi”. E qui devo rendere omaggio all’architetto Andrea Villa , assessore all’urbanistica, che era molto convinto di questa operazione. La spina dei servizi partiva da Viale Dante dove era previsto il Palazzetto dello Sport e la piscina (costruite durante la mia amministrazione) e le scuole medie che furono poi costruite da amministrazioni successive. Insomma un agglomerato di servizi scolastici e sportivi. Prevedeva anche un ventaglio di verde, un polmone senza costruzione residenziali, che arrivava sino alla circonvallazione in direzione dell’Asilo Vittoria. In questo ventaglio era ipotizzato un grande parco. Facemmo un progetto da realizzare a tappe. La politica urbanistica programmata portò sicuramente ad una nuova visione urbanistica di Mortara. Tutto ciò però è stato demolito dalle amministrazioni successive. Penso al consumo di territorio enorme di oggi e a quel previsto ventaglio di verde attrezzato che è stato distrutto per lasciare spazio a lottizzazioni residenziali sbagliate, anche vicino a corsi d’acqua di pregio come il Cavo Plezza. Ricordarlo però non è inutile perché si sottolinea la necessità di pianificare in modo diverso la Mortara del prossimo decennio.-
Quando uscirà il libro?
Penso che entro l’autunno del 2021 il libro vedrà la luce. Vorrei aggiungere anche foto molto significative al fine di creare un testo storico interessante che parla dello sviluppo della città.
Così termina questa intervista a Giuseppe Abbà che annuncia questo suo nuovo libro, dopo i due precedenti: “La corna dal fabricon” e “Il Mago dalle sette teste”. Un personaggio, Giuseppe che continua ad essere amato ed apprezzato da molti per la sua coerenza, per la sua capacità di guardare sempre oltre l’io, verso la direzione di un’umanità dolente che crede nel riscatto sociale per continuare a danzare la vita.
Il libro in preparazione è anche uno sguardo lungo che parte dal passato e può fornire elementi di studio e di confronto utili per le nuove emergenze di domani: quella sanitaria, la mobilità, il territorio, il cambiamento climatico. Insomma amministrare una città sembra voler dire tra le righe il “vecchio” sindaco non è un’operazione da tecnici o da ragionieri. Bisogna mettere in ogni atto amministrativo il desiderio profondo di maggior giustizia sociale ed ambientale. Ipotizzare una città della cura. Dove cura significa cura di sé, ma anche degli altri, della città, del mondo.
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Nell’ambito della rassegna
CANTIERE MEMORIA 2020/21promosso dalla CASA DELLA MEMORIA -Ass.to Cultura COMUNE DI MILANO
il 6 GENNAIO 2021 alle ore 21
In streaming gratuitamente visibile
www.casadellacultura.it e
pagina FACEBOOK: https://www.facebook.com/events/260004718790130
Cantiere memoria I C A N T O S O C I A L E
presentano
Il concerto tematico
R O D A R I e la COSTITUZIONE
dal grande Gianni :parole, rime e canzoni per resistere
registrato presso la CASA DELLA MEMORIA in via Confalonieri 14 a MILANO
” Ho scritto sui muri della città VOGLIAMO PACE E LIBERTA'” è una delle bellissime strofe che Gianni Rodari ci ha lasciato e che a modo suo, con parole semplici ma ferme , poetiche e giocose ha insegnato a piccoli e grandi valori come :Pace Giustizia , Libertà, Uguaglianza
In definitiva i principi su cui si fonda la Nostra Costituzione Italiana tanto bella quanto disattesa.
Da quelle rime da quelle poesie i CANTOSOCIALE ne hanno fatto canzoni che insieme a quelle di altri suoi amici poeti scrittori come Calvino, Fortini, e ai canti popolari verranno presentate nell’omaggio
che la band ha voluto fare per i 100 anni dalla nascita del grande autore piemontese
Dopo i numerosi spettacoli appositamente realizzati sulla Resistenza e presentati negli anni nella nostra penisola i CANTOSOCIALE presentano dopo i mesi di blocco per il Covid questo OMAGGIO A GIANNI RODARI E alla COSTITUZIONE in piena sintonia con la rassegna e il luogo dedicato alla Memoria sempre con la formula del Concerto-Testimonianza, come lo chiamano loro, che propone canti, musiche affiancate a monologhi brevi e in questo caso a poesie e filastrocche musicate e cantate che raccontano storie (da fonti orali) legate tra loro dall’esigenza di TESTIMONIARE i valori che la Resistenza ha lasciato in eredità alla nostra Repubblica e alla sua COSTITUZIONE valori capi saldo del nostro Paese : Giustizia, Pace, Libertà. In piena sintonia con la rassegna e la manifestazione CANTIERE MEMORIA i CANTOSOCIALE nel loro spettacolo originale svilupperanno questi temi del resto ampiamente presenti nelle poesie di Gianni Rodari collegandoli direttamente agli articoli della Costituzione Italiana attraverso un percorso narrativo fatto di canti sociali storici , canzoni appositamente scritte dal gruppo, musiche e brevi ma intensi monologhi costruiti su testimonianze e racconti orali oltre naturalmente alle CANZONI “RODARIANE” costruite intorno alle strofe delle sue filastrocche e dei brani delle sue fiabe .
Riflettere anche sul clima odierno culturale di odio, razzismo, guerra, vincendo quotidianamente la paura richiamando i diversi articoli della COSTITUZIONE ITALIANA spesso traditi e inattuati : la giustizia e lavoro per primi, quasi che quelle rime siano qui oggi a farci da monito non a caso una delle canzoni portanti dello spettacolo è “Partigiani fratelli maggiori “.
Il repertorio portante dello spettacolo è costituito ovviamente dai testi di Rodari ma non mancheranno canti popolari che tanto piacevano a lui (specie il canto delle mondine ) e anche una inedita “rodariana” Bella Ciao
Naturalmente la poesia trova il giusto spazio con suggestivi canzoni ispirate ai versi dei grandi poeti Franco Fortini e Pier Paolo Pasolini; in particolare il recupero dei Fausto Amodei, Michele Straniero che rivestirono lr sue filastrocche ( Il Pane, Girotondo di tutto il Mondo…) e insieme a Eco ,Calvino ed altri grandi scrittori furono protagonisti della grande esperienza del gruppo del CANTACRONACHE capostipite negli anni 50 della canzone politica e sociale.
Non mancheranno Le ultime canzoni dei Cantosociale verranno presentate in anteprima e daranno una significativa e appassionata analisi del presente : dal Covid e la sanità malata al razzismo e “L’odio” per i diversi, con dedica particolare a Liliana Segre.