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CONTRO IL SILENZIO, CONTRO LA CENSURA, PER LA PALESTINA

2 Ottobre 2026

MILU’ CHISARI

Io non sono contraria a questo ddl perché odio una religione.

Non sono contraria perché odio un popolo.

Non sono contraria perché considero gli ebrei responsabili delle azioni dello Stato di Israele.

Sono contraria perché rifiuto con tutta me stessa l’idea che la lotta contro l’antisemitismo possa essere trasformata in uno strumento politico per restringere lo spazio della critica, della protesta e della solidarietà verso il popolo palestinese.

E questa distinzione dovrebbe essere elementare.

L’antisemitismo va combattuto. Ma combattere l’antisemitismo non significa consegnare allo Stato israeliano una sorta di immunità politica; non significa rendere intoccabile il sionismo come ideologia politica; non significa impedire a chiunque di denunciare l’occupazione, la colonizzazione, il genocidio, la pulizia etnica, la distruzione e le violenze commesse contro la popolazione palestinese.

Criticare uno Stato non significa odiare un’etnia o una religione.

E se questa distinzione viene deliberatamente cancellata, allora non siamo più davanti a una semplice questione semantica. Siamo davanti a una questione di potere.

Perché il problema è precisamente questo: chi decide cosa può essere detto? Chi stabilisce quale critica sia legittima? Chi traccia il confine tra antisemitismo e dissenso politico? E soprattutto: chi beneficia del fatto che quel confine venga spostato sempre più verso il silenzio?

Io questa domanda voglio continuare a farla.

Anzi, voglio farla ancora più forte.

Perché vivo in un’epoca nella quale la parola “sicurezza” viene continuamente utilizzata per giustificare restrizioni, la parola “ordine” per delegittimare le proteste e la parola “antisemitismo” rischia, nella mia lettura politica, di essere utilizzata in modo sempre più indiscriminato per mettere sotto sospetto chiunque scelga di schierarsi apertamente con la Palestina.

E io mi rifiuto di stare zitta.

NON MI CHIEDETE DI ESSERE NEUTRALE DAVANTI ALL’OPPRESSIONE

Io non credo nella neutralità quando esistono rapporti di potere profondamente asimmetrici.

La neutralità, davanti all’oppressione, troppo spesso significa semplicemente accettare lo stato delle cose.

E io non sono interessata a difendere lo stato delle cose.

Sono interessata a metterlo in discussione.

Da comunista, per me la politica non consiste nell’osservare il mondo dall’esterno con una distanza sterile. Consiste nell’individuare i rapporti di forza, capire chi possiede il potere, chi viene privato del potere, chi viene ascoltato e chi viene sistematicamente reso invisibile.

Per questo la Palestina non può essere ridotta a una questione diplomatica.

Non può essere trasformata in una disputa astratta tra due governi.

Non può essere raccontata esclusivamente attraverso le esigenze strategiche degli Stati.

Al centro devono esserci le persone.

Le persone che vivono sotto occupazione.

Le persone che perdono la propria casa.

Le persone che vedono distrutti ospedali, scuole e infrastrutture.

Le persone costrette a fuggire.

Le famiglie che perdono i propri cari.

I bambini che nascono e crescono dentro una realtà di genocidio e privazione.

E davanti a tutto questo io non voglio essere educata al silenzio.

Voglio essere libera di denunciare.

Voglio essere libera di protestare.

Voglio essere libera di manifestare.

Voglio essere libera di dire che considero inaccettabile ciò che sta accadendo.

E non voglio che sulla mia bocca venga appiccicata l’etichetta di antisemita soltanto perché rifiuto di accettare una narrazione politica che considera la sicurezza israeliana come l’unico punto di partenza possibile.

Anche la vita palestinese conta.

Questa frase dovrebbe essere banale.

E invece, nel dibattito pubblico, sembra quasi una dichiarazione rivoluzionaria.

LA MEMORIA NON PUÒ DIVENTARE UN’ARMA

Rispetto profondamente la memoria della Shoah.

La Shoah rappresenta uno dei crimini più terribili della storia europea e mondiale, e la sua memoria deve essere preservata.

Ma proprio per questo mi rifiuto di accettare che quella memoria venga trasformata in uno strumento per impedire altre denunce.

La memoria dovrebbe insegnarci a riconoscere la disumanizzazione.

Dovrebbe insegnarci cosa succede quando un essere umano viene trasformato in una categoria inferiore, in un nemico collettivo, in qualcuno la cui vita vale meno.

Non dovrebbe insegnarci a stabilire quali vittime meritino più solidarietà di altre.

Non voglio una gerarchia delle vittime.

Non voglio scegliere tra il dolore degli ebrei e il dolore dei palestinesi.

Non voglio che la memoria della Shoah venga contrapposta alla memoria della Nakba.

Non voglio che un genocidio storico venga utilizzato per rendere invisibile una tragedia contemporanea.

Il dolore non è una proprietà privata. La memoria non è un’arma geopolitica.

E rispettare una persona sopravvissuta alla Shoah non significa trasformare ogni sua posizione politica in una verità indiscutibile.

Anche Liliana Segre, è una figura politica e pubblica le cui posizioni possono essere discusse e criticate. E in questo momento storico dove le sue dichiarazioni sono state IGNOBILI, criticare è un atto dovuto.

Il rispetto per una sopravvissuta non può significare obbedienza politica.

La memoria non può diventare una forma di autorità incontestabile.

Perché se davvero abbiamo imparato qualcosa dalla storia, allora dovremmo aver imparato che nessuna identità collettiva rende automaticamente giusta qualsiasi decisione presa in suo nome.

E POI C’È IL PD

Un partito che, per quanto mi riguarda, non ha MAI rappresentato la sinistra. (già il fatto che un partito LIBERALE si definisca di sinistra è pura follia)

Per anni ho visto una “sinistra istituzionale” incapace di assumere una posizione netta sulla Palestina. Una sinistra che spesso sembrava più preoccupata di non disturbare gli equilibri internazionali che di prendere posizione davanti alla sofferenza di un popolo.

Poi, quando la questione palestinese è diventata impossibile da ignorare, quando la pressione sociale è diventata troppo forte, quando migliaia di persone hanno riempito le piazze e la realtà ha cominciato a bussare sempre più violentemente alla porta della politica, improvvisamente è diventato necessario parlare di Palestina.

Ma io non dimentico gli anni precedenti.

Non dimentico il silenzio.

Non dimentico le ambiguità.

Non dimentico la prudenza selettiva.

E soprattutto non confondo una dichiarazione politica con una trasformazione reale.

Per me una sinistra che si limita a inseguire gli eventi non è una sinistra rivoluzionaria.

Una sinistra che ha paura di disturbare i potenti non è la sinistra che voglio.

Una sinistra che considera la politica estera un problema di opportunità diplomatica e non di rapporti di potere non mi rappresenta.

Io voglio una sinistra internazionalista.

Una sinistra anticolonialista.

Una sinistra antimperialista.

Una sinistra che non scelga le proprie battaglie in base alla convenienza elettorale.

Una sinistra che abbia il coraggio di dire che i diritti umani non possono dipendere dall’alleanza geopolitica di chi li viola.

Io non sostengo la Palestina perché è diventata una questione di tendenza.

Non la sostengo perché appartiene a una determinata area politica.

Non la sostengo perché mi interessa provocare la destra.

La sostengo perché considero il popolo palestinese vittima di una condizione di oppressione che non può essere normalizzata.

E non ho bisogno di trasformare i palestinesi in santi per riconoscere la loro umanità.

Non ho bisogno di negare la complessità del conflitto.

Non ho bisogno di giustificare ogni organizzazione armata.

La mia solidarietà non è un assegno in bianco.

È una scelta politica fondata su un principio molto più semplice: un popolo oppresso ha diritto alla libertà, alla dignità e all’autodeterminazione.

E questo principio non diventa meno vero perché qualcuno tenta di renderlo scomodo.

Quello che rifiuto, in definitiva, è l’idea che per poter parlare della Palestina io debba prima dimostrare di essere abbastanza rispettosa, abbastanza moderata, abbastanza prudente, abbastanza diplomatica.

Non voglio il permesso.

Non voglio che qualcuno stabilisca preventivamente quanto posso essere indignata.

Non voglio che la mia solidarietà venga sottoposta a un esame di purezza politica.

E soprattutto non voglio che una legge, una definizione o un clima politico trasformino la paura di essere accusati di antisemitismo in un meccanismo di autocensura collettiva.

Perché la censura non comincia necessariamente con qualcuno che viene trascinato via.

A volte comincia molto prima.

Comincia quando le persone iniziano a chiedersi se possono parlare.

Quando gli studenti hanno paura di manifestare.

Quando gli artisti evitano di prendere posizione.

Quando gli accademici pesano ogni parola.

Quando un’attivista pensa due volte prima di scrivere “Palestina libera”.

Quando una persona smette di denunciare un’ingiustizia perché teme di essere immediatamente trasformata nel nemico.

È questo il meccanismo che io rifiuto.

E se il prezzo della solidarietà è essere considerata scomoda, allora preferisco essere scomoda.

Se il prezzo della denuncia è essere accusata di estremismo, allora preferisco essere accusata.

Se il prezzo del dissenso è non essere accettata nei salotti della rispettabilità politica, allora quei salotti non mi interessano.

Perché non sono venuta al mondo per essere rispettabile agli occhi del potere.

Sono venuta al mondo per mettere in discussione il potere.

La mia posizione, quindi, è radicale perché non accetta compromessi sulla dignità umana.

Condanno l’antisemitismo.

Condanno ogni forma di razzismo.

Condanno l’odio religioso.

Condanno la discriminazione.

E proprio per questo condanno anche la disumanizzazione dei palestinesi.

Non accetto che un popolo venga ridotto a una minaccia.

Non accetto che milioni di persone vengano trasformate in una categoria indistinta.

Non accetto che la loro sofferenza venga trattata come un effetto collaterale inevitabile.

Non accetto che la parola “terrorismo” venga utilizzata per cancellare ogni distinzione tra combattenti e popolazione civile.

Non accetto che la parola “sicurezza” venga utilizzata per rendere invisibili i diritti di chi vive dall’altra parte del confine.

E non accetto che la memoria di una tragedia venga utilizzata per impedire di denunciare un’altra tragedia.

Perché la mia idea di antifascismo, di comunismo e di internazionalismo non può funzionare attraverso gerarchie della sofferenza.

O la dignità umana è universale, oppure non è dignità.

O i diritti valgono per tutti, oppure diventano privilegi.

O la libertà di espressione vale anche quando ciò che viene detto è scomodo, oppure non è libertà.

E allora sì: io continuerò a parlare.

Continuerò a criticare.

Continuerò a manifestare.

Continuerò a stare dalla parte della Palestina.

Continuerò a denunciare ciò che considero oppressione.

E continuerò contemporaneamente a combattere l’antisemitismo, perché non ho bisogno di scegliere tra due lotte che considero inseparabili nella costruzione di una società realmente libera dal razzismo.

Non voglio una politica che mi chieda di scegliere quale popolo meriti di essere umano.

Non voglio una sinistra che abbia paura delle proprie parole.

Non voglio una democrazia nella quale la solidarietà debba essere autorizzata.

Voglio una politica che rompa il silenzio.

Una politica che non abbia paura di chiamare l’oppressione con il proprio nome.

Una politica che non trasformi la memoria in censura.

Una politica che non confonda la critica a uno Stato con l’odio verso un popolo.

Una politica che riconosca ai palestinesi la stessa dignità che riconosce a ogni altro essere umano.

E soprattutto voglio una sinistra che smetta di chiedere scusa per il fatto di essere dalla parte degli oppressi.

Perché io non intendo chiedere scusa.

La mia solidarietà alla Palestina non è antisemitismo.

La mia critica a Israele non è odio verso gli ebrei.

La mia memoria della Shoah non cancella la Nakba.

La mia lotta contro il razzismo non termina quando il razzismo è politicamente scomodo da denunciare.

E la mia idea di comunismo non conosce confini quando si tratta di difendere la dignità degli oppressi.

Di fronte al silenzio, scelgo la parola.

Di fronte alla censura, scelgo il dissenso.

Di fronte alla propaganda, scelgo la coscienza critica.

Di fronte all’indifferenza, scelgo la solidarietà.

E davanti alla Palestina, scelgo di non voltarmi dall’altra parte.

(mio manifesto per UNIGE radio)

PD E LEGA UNITI PER CONFINDUSTRIA. ELIMINATE LE CAUSALI PER I CONTRATTI A TERMINE

Il parlamento ha approvato la norma, voluta con forza da Lega e Pd, che elimina del tutto, per i contratti a termine, le causali, definite dal decreto “dignità”, che giustifichino la temporaneità reale delle esigenze dell’impresa, in assenza delle quali lo stesso decreto aveva previsto l’obbligo della conversione del contratto a termine in contratto a tempo determinato.
Già il governo Draghi, aderendo alle pressanti richieste di Confindustria, aveva approfittato dell’emergenza per consentire alle aziende, che già godevano della possibilità di assumere lavoratori a termine per un anno senza giustificazione alcuna, il rinnovo per una volta per 12 mesi senza causali.
Ora con la modifica approvata dal parlamento la regolazione delle proroghe e dei rinnovi è lasciata totalmente nella disponibilità della contrattazione collettiva anche aziendale.

Viene così smantellato il decreto bandiera del M5S, un argine già insufficiente rispetto alla precarizzazione introdotta dalla legge 30 e dal jobs act che si manifesta soprattutto con la prevalenza di contratti di lavoro inferiori a 6 mesi.
E’ comunque un’ulteriore via libera alle assunzioni precarie che saranno facilitate in parte dalla debolezza delle rappresentanze sindacali aziendali, ma soprattutto dalla complicità dei sindacati gialli firmatari delle centinaia di contratti pirata, ma legali, che in questi anni hanno ridotto salari e tutele a livelli vergognosi.
Pd e Lega fanno a gara nell’esprimere la propria soddisfazione per il risultato raggiunto. Con lo sblocco dei licenziamenti si manderanno a casa lavoratrici e lavoratori a tempo indeterminato ancora coperti dalle vecchie tutele che saranno sostituiti da precari senza diritti. Confindustria ringrazia, ma ad uscirne confermata è l’ispirazione neoliberista complessiva di questo governo che anche nel PNRR prefigura una ristrutturazione del sistema economico aumentando la precarietà e la flessibilità.
Ci sarebbe bisogno di una svolta con un piano per il lavoro che preveda la riduzione d’orario a parità di salario, il rilancio dell’obiettivo della piena occupazione a partire da un milione di assunzione nel pubblico, largamente al di sotto della media europea, un salario minimo orario legale contro i salari da fame, la fine delle esternalizzazioni, dei subappalti e delle false cooperative, l’abrogazione delle norme che precarizzano. Tutti obiettivi che questo governo dei padroni non intende perseguire.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Antonello Patta, responsabile lavoro del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea