19 Settembre 2022
Un’altra favoletta che cerca di inserire la tradizione narrativa locale (Il cagnolino mazzichino mozzichino) in un contesto socio-politico dall’inizio del Novecento fino all’avvento del fascismo, giusto cent’anni fa.
Il termine “canaglia” veniva spesso usato dai padroni per definire il proletariato, ma era stato anche assunto in modo ironico anche dagli stessi avversari: la Provincia Pavese, quando era ancora radicale e repubblicana si intitolava “La Canaglia” e lo stesso Ferruccio Ghinaglia, un mese prima della sua uccisione, aveva scritto un articolo intitolato “Santa canaglia” riferendosi alle vittime dello squadrismo fascista, con questo incipit: “Giorni tristi pel canagliume proletario. Il borghese sogghigna beffardo. Passano dei funerali, si scavano delle tombe. Si leva al cielo il pianto delle mamme e l’imprecazione dei detenuti. Corre sangue nelle strade. È sangue proletario.
Migliaia di turpi ceffi ghignano di un ghigno macabro e malvagio. La patria è salva, la cassaforte è sicura, la rivoluzione è domata, la canaglia è rinchiusa in carcere, la terra copre il cadavere dei suoi capi”.
Marco
C’era una volta un povero contadino che non riusciva mai a trovare un lavoro. Tutte le mattine molto presto andava in piazza dove l’agente del grande fittabile reclutava i braccianti per la giornata. Ma Carlo non era quasi mai chiamato, un po’ per la sua giovane età, per la sua magrezza e la piccola statura che lo facevano sembrare ancora più giovane dei suoi quindic’anni, ma un po’ perché era figlio del primo socialista del paese. Suo padre Antonio dall’America aveva portato le idee di emancipazione e di eguaglianza che aveva sentito e imparato nei lungi anni passati in giro per il mondo. Antonio, tornato entusiasta con la voglia di cambiare, era stato ancor prima di Carlo rifiutato dai caporali del padrone, finché un giorno era ripartito oltreoceano deluso e amareggiato. Prima di partire aveva lasciato pochi soldi alla moglie e ai giovani figli con la promessa che ne avrebbe al più presto mandati altri. Ma mesi e mesi erano passati e nulla era arrivato alla povera casa. Così Carlo si era proposto sulla piazza. Suo padre gli aveva insegnato a usare la falce fienaia e la falce messoria, il badile e la zappa, a seminare e a trebbiare e Carlo aveva imparato con volontà anche se spesso gli sembrava che le forze gli mancassero. Non gli mancava la capacità di lavorare ma la prestanza fisica e l’apparenza contavano più dell’impegno per chi reclutava gli uomini e poi su Carlo pendeva l’ombra del padre che il padrone aveva visto come una minaccia per il suo potere incontrastato. E anche adesso che Antonio era partito, ogni protesta, sciopero o semplice rivendicazione veniva imputata alle idee diffuse dall’emigrante sovversivo, e l’ostracismo verso la sua famiglia si faceva più severa.
Neppure il panettiere faceva più credito alla mamma di Carlo, il quale dopo l’ennesimo rifiuto della piazza e l’ennesima polenta che doveva bastare per tutta una giornata per lui, la mamma e i cinque fratellini, si era convinto a partire da casa per andare in cerca di fortuna. La mamma l’aveva scongiurato di non lasciarla come il marito, ma Carlo era troppo deciso e amareggiato per restare senza far nulla. La mamma rassegnata gli aveva preparato un fagottino con l’ultimo pane che i vicini le avevano regalato, tre noci e una forma di formaggio. Niente di più se non mille raccomandazioni e un consiglio: “Qualunque cosa ti succeda ricordati di restare te stesso:
“Chi si lascia cambiare
raccoglierà messi amare”.
E così era partito. E cammina, cammina, cammina verso sera, arrivato in un bosco, gli era venuta fame e prima di mettersi a dormire sotto un grande noce si era messo a mangiare il pane e il formaggio che gli aveva preparato la mamma. Ma il pane era piccolo e il formaggio era poco e in attimo la sua cena era finita. Carlo avrebbe avuto ancora un po’ di appetito e gli restavano ancora le tre noci, ma aveva pensato di conservale per la colazione del mattino dopo e si era addormentato con le noci strette in una mano.
Il suo sonno era stato agitato: dalla rabbia per i datori di lavoro, alla disperazione della madre, alla speranza in un futuro di ricchezza che avrebbe cambiato la loro vita, alla paura di brutti incontri nel suo viaggio e quella stessa notte, che era la prima che passava fuori di casa.
Nel mezzo della notte fu svegliato da una canzone che non aveva mai ascoltato: era cantata da un coro con voci sguaiate, come qualche volta aveva sentito solo dagli ubriachi.
Pensando a uomini sbronzi provenienti da un’osteria, si era quasi rassicurato dopo un primo spavento: “La sbronza della sera, svanisce la mattina” gli ricordava sempre suo padre quando tornava a casa un po’ brillo dall’osteria dove gli era stato offerto del vino perché parlasse dell’America e delle idee nuove che aveva ascoltato, idee che parlavano di contadini che alzavano la testa e si univano in cooperative per avere assicurato il lavoro e il pane per tutti.
Carlo allora si era alzato e si era messo a guardare: dietro il noce si intravedevano i bagliori di un fuoco. Attorno al fuoco c’erano venti uomini vestiti di nero che bruciavano libri e cantavano a squarciagola. Incerto se fossero degli ubriachi o degli invasati, Carlo incuriosito aveva sollevato la testa e aveva cominciato a capire qualche parola della canzone che cantavano quegli omaccioni e che non aveva mai sentito:
“Siamo i cani da guardia della città / nessuno si salverà / fiero l’occhio svelto il passo / al nemico in fronte un sasso / di sicuro lui ne muor…”
Mentre si sporgeva per sentire meglio quelle parole inquietanti, sentì una voce arrogante che gli disse “Cane, sei venuto a spiarci”. Lui cercò di giustificarsi, ma un’altra voce tuonò: “Che cosa nascondi nella mano?” Prima che potesse rispondere gli fu aperta la mano e gli uomini che possedevano le voci di prima, dissero con una voce sola:
“Hai rubato le noci della nostra pianta, sarai punito”
Gli fecero cadere due noci – una era riuscito a nasconderla- e lo portarono davanti al rogo dei libri. Quello che sembrava il capo aprì un libro che non aveva ancora bruciato e dopo averlo sfogliato lesse questa formula magica:
“Questa notte fa un freddo cane
il fuoco dei libri non ci basta
una spia è venuta a rubarci il pane
che sia bruciato assieme alla catasta”.
Disperato Carlo, vistosi alla fine, ruppe coi denti e con la disperazione una noce. All’improvviso uscì una voce gentile che disse:
“Il ragazzo non si può bruciare
la luna in cielo lo vuole salvare”.
Tutti volsero lo sguardo in cielo e proprio in quel momento le nuvole si scoprirono e uscì la luna piena, luminosa come un faro, e illuminò lo spiazzo dove il fuoco si andava ormai spegnendo con gli ultimi deboli bagliori della brace.
Gli uomini si fermarono e pregarono il loro capo di liberare il ragazzo, ma lui disse:
“Se il sacrificio non vuole la luna
un’altra punizione sarà opportuna
se non bruciato sul falò
diventi un cane da qui e un po’
ma un cane piccolino
con mozzo il suo codino”.
Dopo un attimo la luna fu ancora coperta dalle nubi e Carlo si sentì strano: vide la pelle coprirsi di peli, le mani diventare zampe, ridursi alla statura di un bambino, e come un bambino si mise a gattonare finché sentì crescersi la coda, ma solo un po’. Era diventato un piccolo cane con la coda mozza: un cagnolino mozzichino, mozzichino.
Ripresosi dallo spavento e dal disgusto pensò subito a scappare. Sullo spiazzo non c’era più… un cane, al di fuori di lui, rimaneva solo della brace che si stava esaurendo. Guardò i fogli bruciati dei libri e volle vedere se ancora riusciva a leggere, ma nessun frammento di foglio era ancora intatto. Stava per rassegnarsi quando si ricordò dell’unico libro sfuggito alla furia di quegli uomini neri: il libro di magia. Col suo fiuto non tardò a trovarlo, ma le sue zampe faticarono ad aprirlo. Quando finalmente ci riuscì abbaiò di sollievo: il contenuto del libro rimaneva oscuro, ma riusciva ancora a capire le lettere, le parole, le frasi. Era un libro esoterico: di magia, nera non bianca, sicuramente. Anche se forse erano formule solo per creare malefici e incantesimi malvagi, pensò di conservarlo anche perché lo aveva fatto risentire umano. Non riusciva a portarlo con sé se non in bocca, allora lo nascose in un buco nel tronco di una pianta, e si avviò verso l’abitato dopo il bosco.
Ma appena imboccato il sentiero si trovò davanti un grande lupo nero con una grossa coda pelosa. Parlava una specie di dialetto antico ma con un certo sforzo si riusciva a capire il senso delle frasi. Delle frasi? Dell’unica frase: “Ti voglio mangiare bel cagnolino, a partire dal tuo piccolo codino”.
Mozzichino, vedendosi alle strette, dopo aver urinato e defecato dalla paura, ma senza sporcarsi, inventò la storia che era invitato proprio quel giorno a un pranzo di nozze nel paese al di là del bosco e se il lupo fosse stato così comprensivo e paziente ne avrebbe ricevuto una giusta ricompensa, perché Mozzichino al ritorno sarebbe stato ben più grasso di quanto lo era in quel momento dopo giorni e giorni di fame e la sua coda sarebbe diventata saporita come un salsicciotto dolce e liquoroso. Mentre diceva così cercava di tirar dentro la pancia e di mostrarsi stanco e debilitato da un lungo digiuno, senza dimenticarsi però di scodinzolare maliziosamente.
Il lupo -si sa come sono certe bestie- famelico ma disposto ad aspettare, prepotente ma credulone, lo lasciò andare non senza aver fatto giurare Mozzichino che sarebbe tornato dalla stessa strada, pena la strage di tutti i cani della città, tra i quali ci dovevano essere certamente amici, familiari, mogli, concubine, amanti, figli e… i suoi animali da compagnia. Mozzichino giurò portando prima una zampa poi l’altra al muso e in men che non si dica sgattaiolò via.
Quasi per caso ripassò dallo spiazzo dove aveva incontrato quegli uomini neri ed erano incominciate le sue sventure.
Roba da cani mise la zampa su una noce! Non sapeva se fosse la sua, quella datagli dalla quella persona così umana di sua mamma, quando lui era ancora umano, o se fosse un frutto appena caduto dal noce attorno al quale si erano messi a cantare quegli esseri disumani.
Prese la noce tra i canini e facilmente la ruppe, sul momento non successe nulla e Mozzichino quasi si compatì per essersi illuso in una nuova magia, quand’ecco che lo spiazzo dove era avvenuto il rogo dei libri si affollò di una muta di cani, che non restarono muti, ma chiesero a gran voce, o meglio latrarono a Mozzichino di aiutarli a diventare umani, visto che li aveva chiamati a raccolta.
“Nessuno vi ha chiamati” si schermì Mozzichino.
Un vecchio cane moro e peloso che sembrava quasi avesse la barba gli disse nella loro lingua canina: “Tu non ci hai chiamati ma noi siamo venuti, quando ciascuno prende coscienza del suo essere degradato e capisce che non può uscirne da solo si unisce a quelli della sua condizione”.
“Ma come possiamo fare per tornare noi stessi, noi stessi di prima?” guaì Mozzichino.
“Dobbiamo liberarci dalle nostre catene e dai nostri padroni!”
“E i lupi? – ringhiò un cane bastardino di una razza indefinita – Loro non ci lasceranno andar via e non ci permetteranno una vita pacifica per conto nostro, anche se ci libereremo dei padroni”. “Uccidiamoli” disse un bulldog.
“No è meglio usare l’astuzia” replicò un foxterrier.
“E come?” riprese a dire Mozzichino.
“Leggiamo sul libro una formula che ci possa liberare dalle catene, dai padroni, dai loro lupi e rompa l’incantesimo”.
“Quale libro?” si lasciò sfuggire ancora Mozzichino che era ancora sorpreso di capire e parlare quella lingua canina.
“Quello che hai salvato dal fuoco e che ci salverà dalla nostra condizione da cani”
“Ma se non capiamo più la lingua degli umani come possiamo leggere la scrittura umana?” disse ancora una volta Mozzichino che era diventato un vero bastard contrario. Infatti un cane tutto distinto, doveva essere uno di razza, aveva trovato il libro di magia, con una certa fatica erano riusciti ad aprirlo e sfogliarlo ma nessuno era capace di leggere una pagina, una frase, una riga o anche una sola lettera, neppure Mozzichino quando si cimentò, fu più in grado di capire quei segni neri sulla carta bianca.
“Ci vorrebbe una magia” disse un cane superstizioso.
“Dobbiamo cercare una noce, loro sono miracolose” replicò con entusiasmo Mozzichino, per una volta propositivo. Tutti si misero a cercare con grande impegno e gran cagnara e vennero raccolte coi denti molte noci. Ognuna con un certo sforzo venne rotta, ma le magie non si facevano vedere, finché Mozzichino addentò una noce più grossa delle altre, che gli parve di riconoscere, la mise sotto i denti per romperla e con lei l’incantesimo, ne era sicuro. Ma non si ruppe per niente. Allora provò prima il primo cane, poi per secondo il secondo cane, per terzo il terzo finché per ultimo anche l’ultimo ma nessuno riuscì neppure a scalfirla.
“Rinunciamo e torniamo dalle nostre padrone” disse una bella barboncina ben pettinata.
“No, mai! Io piuttosto faccio il barbone, povero ma libero” disse un randagio pieno di zecche.
Il cane peloso, sì quello con la barba, disse con autorità: “Dobbiamo imparare dai padroni, dobbiamo usare i loro stessi strumenti, non basta il cuore, ci vuole il cervello, non basta la passione, ci vuole la tecnica!”
“Sì, ma come? È impossibile!” ridisse rabbioso Mozzichino.
“Dobbiamo studiare la situazione e cercare di risolvere il duro problema!” sentenziò il barba-cane.
Passarono la notte nel bosco, dopo aver istituito, ben inteso, i turni da cane da guardia. Era nei loro pensieri il pericolo di lupi neri e di accalappiacani pronti a rinchiuderli in un canile e gettare la chiave. Venne l’aurora che arrossò tutto il cielo, ridando colore alle cose, spente dalla lunga e buia notte. I cani si risvegliarono a poco a poco e si industriarono a trovare qualche strumento umano che permettesse di aprire la noce della speranza nell’avvenire. Chi trovò un altro libro, sfuggito al rogo, chi una penna per scrivere, chi una falce, chi un martello, chi un remo, chi un piffero, chi una rete, chi… roba abbandonata dagli umani, ma ancora utile, ricca di sapere e di valore… I cani si misero a studiare tutti gli oggetti raccolti, chi sapeva come si usava la falce, chi aveva visto il padrone usare la penna, chi il pescatore lanciare la rete, chi la padrona cucire con l’ago. Non fu breve il tempo dello studio e delle prove, con momenti di scoraggiamento e di divisioni, litigi e rappacificazioni, volontà di primeggiare e necessità di collaborare, alla fine fu costruita una macchina che non so dire come fu e come poté ma la noce spezzò.
Pian piano quei cani rognosi si sentirono come spogliare dai peli, crescere in altezza e riprendere le sembianze umane quasi dimenticate.
Prese la parola, come è naturale, il vecchio moro barbuto, ma non barboso, e disse solennemente: “Il momento è solenne: abbiamo finalmente drizzato la schiena e rotte le nostre catene, non cadiamo più sotto l’incantesimo che ci vuole servi e contenti, docili e impotenti, restiamo uniti, cooperiamo nei nostri paesi e non tramutiamo anche noi in padroni o caporali, fosse anche solo a casa nostra, o gli anziani con i giovani, oppure gli uomini con le donne. Ricordiamo sempre chi siamo stati e cosa abbiamo rischiato, non speriamo più nella magia, ma lavoriamo sempre per l’utopia. Su marciam santa canaglia e inneggiamo all’avvenir”.
Dopo un lungo applauso gli ex-animali si baciarono e abbracciarono e ognuno partì per il proprio paese, la propria casa, la propria famiglia, giurando di portare con sé il messaggio di riscatto e di fede e con la promessa di tenersi in contatto come le maglie di una rete.
Larga la voglia, stretta la vita,
su compagni non è finita.
