Categoria: I racconti

“I MUCCHI VANNO MUNGIUTI”

2 Luglio 2022

ABBA’ GIUSEPPE

Questa me la raccontò Carlo Lombardi, l’indimenticabile “commissario Remo” della brigata “Arturo Capettini”.

Carlo Lombardi aveva appoggiato, nell’autunno 1920, il grande sciopero bracciantile scoppiato in Lomellina, attraverso l’organizzazione dei giovani socialisti “i ciclisti rossi”.

In una cascina di Castellaro de’ Giorgi, presso Mede, ci fu uno scontro a fuoco con i proprietari terrieri con una vittima: l’agricoltore Magni.

Carlo Lombardi non era presente al fatto, ma il tribunale di Voghera, dietro forti pressioni degli agrari e del nascente squadrismo, lo condannò come “mandante” a ben 30 anni di carcere.

Ne scontò 19. Uscito dal carcere nel 1939 a seguito di alcune riduzioni di pena, nonostante fosse sottoposto a sorveglianza speciale, riprese contatto con il Partito Comunista clandestino (Lombardi aveva aderito al Partito Comunista d’Italia, nato nel gennaio 1921, in carcere).

Nel 1943, dopo l’8 settembre, si mise ad organizzare la Resistenza. Salì in montagna, nell’Oltrepò Pavese, nella primavera del 1944 e costituì, assieme ad altri compagni, la brigata garibaldina “Arturo Capettini”.

Tornò a Mortara dopo la Liberazione e riprese l’attività sindacale organizzando il proletariato agricolo che, all’epoca, era molto numeroso: 100 mila addetti in Lomellina di cui ben 30 mila iscritti all’organizzazione bracciantile della CGIL.

Nel settembre 1945 esplode un grande sciopero nelle campagne, uno sciopero totale, compresa la mancata mungitura delle mucche.

Il padronato agrario chiede l’intervento delle autorità alleate occupanti. Così, un mattino, Carlo Lombardi vede entrare nel suo ufficio alla Camera del Lavoro un ufficiale alleato, il maggiore Philips che, come lo vede, lo chiama con il suo nome di battaglia “Remo”! Lombardi risponde “Philips”! Difatti i due si conoscevano in quanto Philips era stato paracadutato, durante la lotta partigiana, in Oltrepò e aveva fatto il radiofonista nel reparto garibaldino di Lombardi.

Immediatamente Philips, che parlava un italiano stentato, dice a Lombardi “Remo, i mucchi vanno mungiuti“!

Remo, sentendo declinare al maschile plurale il termine “mucca”, non resistette e rispose “i mucchi potrebbero essere i tori, ma non producono latte”! Philips insistette perché lo sciopero terminasse, ma Remo lo invitò a fare un giro con lui nelle cascine per rendersi conto di persona come vivevano braccianti e salariati.

Con la jeep di Philips i due girarono per tutta la Lomellina e l’ufficiale alleato (che doveva essere un sincero democratico) si rese conto della grande miseria, aggravata dalla guerra appena finita, in cui si viveva.

A quel punto convocò, nella sala consiliare del Comune di Mortara, una riunione fra i rappresentanti sindacali e gli agrari. I padroni non volevano cedere alle richieste fra le quali, importante per l’epoca, la parità salariale fra uomo e donna.

A quel punto, spazientito, Philips intervenne dichiarando ai padroni: “Guardate, se non firmate l’accordo, in provincia di Pavia posso disporre di 20 mila indiani che taglieranno il riso e vi sequestreremo il raccolto”!

I padroni firmarono l’accordo. Non solo: Philips si adoperò per far confluire il materiale, specialmente vestiario, abbandonato dai tedeschi che fu distribuito alle famiglie dei braccianti.

Questa fu, probabilmente, l’unica volta (almeno che io sappia) che le armi dell’Impero Britannico le quali, di solito, nel dopoguerra erano usate per restaurare il potere capitalistico, furono impiegate per un accordo sindacale a favore dei lavoratori.

Lombardi, che raccontava con indubbio divertimento l’episodio, mi disse pure che i padroni non gli perdonarono mai quell’intervento.

Lo sciopero contro la guerra

13 maggio 2022

Marco Savini

Generalmente, quando si discute di storia locale si prende in considerazione un solo aspetto della questione: la storia locale come conoscenza del territorio nel quale si vive, mentre esiste una seconda faccia del problema molto meno scontata e senz’altro più importante: si tratta della dimensione locale della storia generale.

In questi tempi minacciosi può essere utile ricordare uno sciopero contro la guerra avvenuto esattamente 105 anni fa a Vigevano, nel pieno della Grande Guerra.

Come è noto l’intervento dell’Italia è stato preceduto da un vivace dibattito tra interventisti e neutralisti, e durante gli anni della guerra è stato segnato da numerose manifestazioni di protesta. Quali sono state i riflessi locali di questa drammatica fase della storia nazionale?

Seguendo di pochi giorni gli incidenti avvenuti a Milano, ma anticipando i moti che avverranno un po’ in tutta Italia, con il culmine a Torino, l’8 maggio 1917 scoppia improvvisamente uno sciopero a Vigevano che dura ben tre giorni e vede interessati, come una reazione a catena, man mano tutti i più grandi stabilimenti.

Leggiamone la cronaca attraverso il rapporto redatto dal sottoprefetto del Circondario di Lomellina.

Il sottoprefetto di Mortara ne fa una sommaria cronaca, elencando tutti gli stabilimenti di Vigevano e di Molino del Conte interessati, e quantificando in 6000 gli scioperanti, parla della propaganda “sobillatrice” dei dirigenti socialisti e sindacali.

In effetti, pochi giorni prima, in occasione del primo maggio, i dirigenti della Camera del Lavoro avevano tenuto una grande convegno contro la guerra, ma non avevano assolutamente organizzato lo sciopero generale, che anzi li coglie di sorpresa, sia per la vastità della partecipazione sia per gli incidenti, quando la linea di condotta raccomandata era sempre stata quella di mobilitazioni assolutamente pacifiche e ordinate.

Le reazioni dei dirigenti sindacali sono improntate alla rivendicazione della loro estraneità alla protesta, ma non alla sua condanna.

Nessun iscritto alla Camera del Lavoro compare tra i fermati. Il processo per direttissima che si svolge a Vigevano tra il 18 e il 22 maggio, si conclude con 13 condannati (tra cui 9 donne) per un totale di 9 anni e 9 mesi di reclusione e una multa pari a £. 1500.

L’incapacità di comprensione delle motivazioni profonde all’origine della manifestazione spinge le autorità a ricercare la mente sobillatrice delle masse, le quali si ritengono incapaci di agire da sole senza un’oscura regia che li manovri.

Dove non può colpire l’autorità giudiziaria arriva l’autorità scolastica. Viene incriminato il prof. Giuseppe Manzoni del liceo ginnasio “Benedetto Cairoli”. Tra i capi d’accusa l’aver lanciato una sottoscrizione intitolata “Pro-pace”, su schede stampate a Vigevano. La persecuzione contro il professore (che sarà trasferito d’ufficio a Gubbio e, prima ancora, richiamato alle armi) prosegue, basandosi sulla sua assenza da scuola proprio il giorno dello scoppio degli incidenti.

Ma al di là di ciò, questi interventi repressivi della autorità scolastica sono premonitori di quello che avverrà poi in periodo fascista, quando, sempre a Vigevano, una vittima illustre sarà il direttore scolastico Luciano Mastronardi, padre dello scrittore.

Poco da segnalare negli altri mesi di guerra: lo scandalo delle forniture di scarpe di cartone non sembra toccare Vigevano (anche se l’«Indipendente» mette in prima pagina una feroce vignetta di Scalarini).

Nel novembre del 1917 avviene la ritirata di Caporetto. La sconfitta pare sedare le polemiche. Lontano dal fronte poco si sa delle decimazioni e della conduzione dissennata della guerra. La lista dei caduti continua a cresce fino a superare la quota di 500. A questa carneficina si aggiungerà, fatale come dopo le guerre d’ancien régime, la grossa epidemia di influenza spagnola, che mieterà a Vigevano, nel solo 1918, 220 vittime. Una generazione risulterà decimata, le sue speranze e illusioni frustate nel “caldo” dopoguerra, attraversato ancora da grandi manifestazioni, le ultime prima del ventennio del regime fascista.

Ma nessuna di queste agitazioni, di questi scioperi vedrà una partecipazione (soprattutto femminile) e susciterà un’adesione spontanea, come lo sciopero del maggio 1917 contro la guerra.

Allora la guerra, se non in casa, era vicina. Ma ancora oggi vediamo e leggiamo di violenze, lutti e guerra, che pensavamo superati dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Ricordi e riflessioni ancora attuali?

La funzione della storia si misura nella capacità di indicare un orizzonte di senso complessivo degli eventi. È quindi necessario guardare contemporaneamente sia all’indietro per capire ciò che l’ha reso possibile, sia in avanti per intenderne il lascito, spesso ignorato o dimenticato.

Piccole storie

5 marzo 2022

ADRIANO ARLENGHI

I gerarchi russi, gli affaristi del gas e delle armi, ed in generale tutti coloro che credono che la guerra risolva le questioni e non produca invece una grande inutile sofferenza, equamente divisi ad ogni latitudine del mondo nella loro visione folle dell’esercizio del potere, ci restituiscono oggi un’immagine di inconsolabile tristezza. Questo mi viene da pensare. Come in Russia, dove l’opposizione interna alla guerra viene incarcerata, la democrazia sospesa. Con un nome falsamente comunista, in realtà luogo di dittatura e di lobby, l’impero russo è un lager di vergogne crescenti.

Ho un’amica russa, conosciuta perché insieme a me volontaria al tempo dell’Expo milanese. Una simpatica donna, giovane e piena di speranze nel mondo. A quel tempo l’idea e gli scambi di auguri erano stati: ci rivedremo da qualche parte, in un continente che diventa sempre più luogo di scambi culturali e di nuove visioni, dove una generazione capace di sognare progetta un futuro assolutamente non mediocre. Non è andata così.

Ora lei, di cui non pubblico il nome per riservatezza, mi fa sapere attraverso i social che quei sogni si sono tutti infranti. Le chiacchiere, nelle squadre di volontari dei grandi padiglione dell’Esposizione universale, i mille passi per prendere un caffè, per tenere sotto controllo una coda, per distribuire un ventaglio od una mappa, sono ricordi lontani. Solo qualche breve flash, di una estate arroventata dal sole e da una metropolitana affollata di gente, che arrivava da ogni angolo della terra.

Expo era nata nel nome del valore del cibo, quale strumento culturale dentro agli obiettivi del millennio. Doveva unire anche Europa e Russia, immaginare mondi aperti e non contrapposti. Questa donna abitava e abita ancora a San Pietroburgo, città che un giorno lontano visitai e fui da essa “incarcerato” in sentimenti altalenanti, ammirazione ma anche tristezza.

Ricordo una sera, nella grande piazza dove si trova il museo dell’Ermitage, una notte piena di pioggia che lacrimava dal cielo impietosa. In quella notte trovammo un cane che abbaiava triste ed inconsolabile ed una signora che chiedeva elemosina, per sopravvivere. Una fotografia disperata.

Al tempo la fame imperversava ovunque, lunghe file di umanità facevano la coda davanti alle entrate della metrò, vendevano panni per il bucato ed anche il gatto di casa. Noi stessi dentro ai grandi hotel sfavillanti di luce e di desolazione, ci portavamo la nostra voglia di cena: solo cetrioli e gelato erano possibili. Ma San Pietroburgo bruciava anche di una bellezza ghiacciata e misteriosa, dentro ai suoi cieli che appassivano un poco alla volta, bucando le acque del fiume profondo e largo anche mille metri della Neva.

L’amica mi fa sapere, attraverso i social, probabilmente anche rischiando, della sua voglia di abbandonare un mondo in sfacelo, ritrovare le terre della libertà. Mi chiede se può abbandonare la patria per sempre. Mi dice che non è assolutamente d’accordo con le politiche governative, lei è tanti giovani di una nuova epoca combattono oggi come possono le scelte imperiali e vergognose del capo del Cremlino.

Lì la situazione economica oltre a quella democratica è pericolosa ed in rapido e costante deterioramento. Nelle sue parole, in un italiano imperfetto, si legge la sua paura, la voglia di non più combattere con l’orso, contro un regime incapace di regalare senso e significato alla sua gente.

Le dico che non può venire, che la Farnesina fa sapere che tutti i voli da e per la Russia sono bloccati. Non si arrende, forse attraverso la Turchia è possibile andarsene via. Rilancia. Le chiedo di dirmi di più, di farmi capire come posso aiutarla.

La maggior parte della sua famiglia si trova in Ucraina, non so dove, spiega. Immagino, che per lei non sia così semplice comunicare con il web. Mi dà tutti i suoi riferimenti, le mail, i telefoni. Dice che deve assolutamente ritrovare la voglia di vita e non lo può più fare nella sua città. Devo andarmene per sempre, scrive, senza rimpianti e senza paure. Ha bisogno di un visto per il nostro Paese, di un lavoro, di un luogo per abitare. In pratica di tutto un universo.

Fermo lo scambio di parole, le dico che proverò a chiedere in giro. Leggo nella foto che posta, tutta la sua disperazione e la sua rabbia verso un regime costruito sulla guerra e che odora di morte. Spesso i sogni cambiano colore e la mattina la realtà con le sue barbarie prende il sopravvento.

Vorrei almeno dirle, di non perdere la fiducia, dirle che la seguirò nella sua voglia di continuare a scavare nei luoghi dove non si estrae più eccedenza di vita, ma solo nebbia rabbiosa. Non ho il coraggio di dirle che presto tutto questo cambierà, che è forte il mio augurio.

So che non sarà per nulla vero. Spengo il computer e solo un interruttore con la luce verde rimane accesa. A ricordarmi l’umanità peggiore.

20/7/2001 G8 GENOVA

Racconto dei fatti accaduti in quel terribile 20 Luglio 2001 a Genova scritto pochi giorni dopo da Piero Carcano e successivamente ripreso come una ossessione mai rimossa nel tempo

Sulla decisione di andare a Genova a manifestare non ho mai avuto il minimo dubbio o alcuna esitazione.

Appena si è saputa la notizia che il vertice delle 8 cosiddette “grandi nazioni” si sarebbe tenuto a pochi passi da casa, l’unica incognita poteva essere “come?, con chi? Sotto quale bandiera? Gruppi antiglobal locali? associazioni culturali a cui appartengo? gruppi politici a cui per affinità più che per tessera sento di appartenere?”

Le motivazioni erano infatti tutte molto forti a cominciare dal perché queste poche persone si arrogano il diritto di poter decidere della vita delle popolazioni del mondo?

Perché riunirsi in pompa magna per decidere, bontà loro, di dare qualche briciola a chi hanno tolto 100, 1000 volte tanto e molto, molto di più?

Perché questi, e con loro, sopra di loro, poche multinazionali possono comandare, modificare, usare l’ambiente a loro vantaggio esclusivamente economico, inquinando e affamando intere popolazioni già povere?

E’ per riconfermare a tutto il mondo che i padroni sono loro che si tengono questi incontri, ed è quindi doveroso opporsi sostenendo le ragioni di un mondo più giusto: dall’azzeramento del debito di questi paesi alla ricerca di un’economia più equa nei suoi meccanismi all’investimento in attività umanitarie come il diritto alla salute, i prestiti a sostegno di uno sviluppo compatibile socialmente ed ecologicamente.

Infine ma non per ultimo è giusto cercare di arginare la deriva dei diritti del mondo del lavoro, accentuata dalle politiche della globalizzazione che consentono un uso dei lavoratori come merce. Sfruttamenti, licenziamenti, lavoro precario e flessibile, da poter usare nei tempi, nei modi e nei luoghi a piacimento dell’azienda.

Proprio su questi problemi e perché no anche per trovare nel mio lavoro di bancario un disperato senso etico, mi è sembrato fosse giusto, doveroso schierarsi.

Forse perché ritengo sia più importante manifestare un pensiero in controtendenza partendo proprio dall’altra parte, da quel mondo del capitale, del denaro, del potere che è costituito dalle Banche.

Per questi motivi la bandiera sotto cui stare non poteva che essere quindi quella del sindacato, il FALCRI sindacato autonomo dei lavoratori del credito, l’unico del settore ad aver realizzato (grazie a noi) qui a Milano un anno prima un convegno sulla globalizzazione.

Orgogliosamente lo riterrei uno dei momenti sindacali più attivi, nuovi e propositivi per una categoria spesso chiusa in problemi corporativi.

Lì parlando di poveri, ma anche di ambiente, di diritti negati ai bambini, di libertà e salute aprivamo porte lasciate chiuse. Quello è stato una specie di Social Forum e quindi Genova 2001 non poteva che essere l’ideale continuazione dopo essere stati anche al Social Forum di Firenze dove incontrare Noam Chomski, Vandana Shiva è stato come essere essere protagonisti di idee, di cambiamenti per un Altro Mondo Possibile.

Non solo un sindacato quindi, ma un’anomalia fatta di compagni, gli amici di sempre, non solo di lavoro anzi direi soprattutto di “movimento”.

Con loro non si è mai fermi, che si tratti di discutere un contratto nazionale o di controllare l’igiene e la sicurezza sul posto di lavoro, o che si organizzi una mostra di libri, una manifestazione sull’handicap o un concerto delle “mondariso”.

Su cosa avremmo trovato a Genova nessuno di noi poteva saperlo. Dovevamo esserci e basta! E per fortuna che come noi c’erano centinaia di associazioni, migliaia di persone di diversa estrazione e colore.

Bene abbiamo fatto a scegliere Piazza Manin come punto di ritrovo, il 20 luglio in quella che era stata battezzata “La giornata delle piazze tematiche e della disobbedienza civile”. Proprio lì infatti sarebbero confluite le diverse anime, soprattutto le più pacifiche di quel minestrone dai mille sapori che è la rete di Lilliput, lì riuniti con banchetti, palloncini e striscioni in un clima di festa.

Certo sarebbe stato bello partecipare ai convegni, ai dibattiti dei giorni precedenti, al Genova Social Forum e dialogare con i filosofi, gli scienziati ed i santoni no global, ma soprattutto cantare, suonare e ballare nel coloratissimo corteo dei migranti del giorno prima, ma gli impegni di lavoro e soprattutto  di famiglia non  ci permettevano un  periodo lungo  di assenza  .

Si è deciso così per il venerdì 20 e tutto era cominciato bene, fin dal mattino sul bus che da Nervi ci portava a Genova con i ragazzini gioiosi di Pinerolo arrivati come in gita con magliette gialle originali con scritte no global d’obbligo. Anche noi non eravamo da meno con la nostra maglietta autoprodotta (solo un po’ troppo aderente visto il fisico non più da ventenne) disegnata da Alberto che mostrava una G ricurva seduta a vomitare su un “cesso” a forma di 8 e una scritta “Fuck the Niù Ekkonomy” ispirata dall’ultimo libro di Stefano Benni, che lasciava pochi dubbi sul nostro pensiero.

No, non ci sentivamo vecchi vicino a quei ragazzi dalla parvenza oratoriale emozionati di essere a Genova a manifestare forse per la prima volta.

Una certa emozione c’era comunque anche tra noi, non lo nascondo, motivata dal senso di appartenenza, di fratellanza con tutti quelli che erano arrivati lì per manifestare da tutto il mondo, anche noi parte attiva di quella tribù allegra, variopinta e creativa. Quasi un festival, un happening dalle portaerei di cartone che si trasformavano in scuole e ospedali, alle mutande giganti che prendevano in giro i potenti capi di stato e le “esternazioni” del nostro presidente del consiglio che non voleva vederle perché indecorose; a Don Gallo e Franca Rame vestiti da carcerati e altro tanto ancora.

La sensazione è di quelle giuste, si sta bene con la Rete di Lilliput, Mani Tese, le femministe ed i comunisti turchi, gli amici del centro sociale di Novara e con l’amico Stefano Apuzzo “mitico” animalista a sfilare in corteo con noi.

Con il nostro striscione veniamo accolti con sorpresa e simpatia, qualcuno dei bancari presenti in incognito al seguito di altre associazioni ci incoraggia, ci vuole conoscere, parlare, scambiare indirizzi.

Radio Popolare ci intervista, vuole sapere se abbiamo preparato qualche animazione, qui tutti i gruppi di affinità hanno preparato un intervento da fare nel momento collettivo della protesta.

Noi abbiamo solo una canzone ma verrebbe da dire “i no global per questo G8 è da mesi che si stanno preparando ma noi non ne abbiamo avuto il tempo “Num fin a ier uma lavurà!” ma non mi tiro indietro e a voce nuda accenno, con i miei compagni a rispondere in coro rappando a “cappella” il ritornello “Ma per un bambino non c’è sorriso se lavora quindici ore per un pugno di riso…” di “Diritti e Dignità” composta insieme agli altri amici-musicisti dei Cantosociale che avrebbero voluto anche loro essere li con noi a suonarle. 

Superato il mezzodì si va ad attaccare simbolicamente la “zona rossa” di piazza Corvetto, ma dopo poche centinaia di metri si capisce subito che le cose non andranno come previsto, tronconi di un altro corteo, quello dei “creativi” gli artisti i “pink” tedeschi e francesi, si inserisce nel nostro sospinto dalle cariche della polizia che sta andando giù dura contro chi si avvicina alle gabbie delle altre zone.proibite.

Infatti il sit-in previsto per le 14.00 non si può più fare.

Genova diventa improvvisamente una città maledetta, le strade che prima erano mute e deserte si riempiono di gente che da sola o a gruppi scappa mostrando evidenti segni di scontri, sangue, lividi, teste spaccate e magliette strappate.

Giovani dall’aria spaesata e smarrita si sentono traditi dalle forze dell’ordine “ci hanno attaccato senza alcun motivo”.

In piazza Manin sotto una cortina di lacrimogeni terribili, urticanti al peperoncino, impauriti e sanguinanti alcuni ragazzi piangono proprio davanti ai banchetti che erano festanti solo un’ora fa ed ora sono ridotti a macerie, come se fossero passati dei barbari.

Lì intorno in effetti ci sono ragazzi in tuta nera e poliziotti con bandane nere e tute antisommossa che poco o niente si differenziano, sembrano masnadieri pronti a tutto.

Più in là li vedono, i Black, da vicino saccheggiare un supermercato sfondando la vetrata e depredando tutto e poi incendiando con i poliziotti che vedono e nulla fanno stando a debita distanza lasciando che questi si muovano in gruppo come squadracce fasciste.

La manifestazione non ha più ragion d’essere, la città è in guerra, in stato d’assedio.

Elicotteri sorvolano a bassa quota, fumo e ambulanze riempiono l’aria mentre noi disperatamente cerchiamo di uscire dal labirinto di Brignole risalendo e scendendo vie strette, superando trappole e cambiando spesso percorso cercando di stare uniti usando i cellulari come trasmittenti, due di noi davanti in ricognizione e noi dietro a seguire fermati a volte dai cassonetti bruciati che spostiamo dalla strada per far passare le ambulanze.

Riscendendo verso Nervi, dove avevamo il nostro pulmino, ci mescoliamo al corteo della disobbedienza civile, lo percorriamo al contrario cercando una via di fuga, in testa vediamo ancora fumo, sentiamo colpi e lì a poca distanza verrà ucciso Carlo Giuliani.

Nel corteo numerose ed improvvise fughe sospinti dalle azioni violente dei Black Block, il blocco nero in assetto di guerriglia organizzati come una falange militare, un corpo di guastatori che nonostante venissero respinti, rientravano a lanciare sassi e molotov difficile pensarli come anarchici idealisti nella mia idea romantica e originaria del termine. Qui sembravano mandati apposta a distruggere le nostre intenzioni forse utopiche, a farci del male.

Finalmente dopo oltre 3 ore di cammino e di corse, usciamo dall’inferno e approdiamo come viandanti in fuga al primo “porto franco” aperto nella via per Nervi: un circolo Arci affiancato da una sede dell’ANPI.

Ci è apparso subito come un luogo famigliare e di amici, “siamo venuti in pace!” ho detto entrando con le braccia alzate ed in mano un salame e dal bancone del bar la signora mi risponde con una battuta “Ah! Se siete con Bush qui non si serve niente!”

Ci sediamo al tavolo, la gente si avvicina per sapere, “ma voi con chi eravate?” “Da che zona venite?” “Ma in città è così un’inferno?” Come fosse gente di Beirut, Sarajevo, Roma “città aperta”.

Un portuale simpatico, dai lineamenti duri si avvicina per salutarci prima di andare via, ci dice “Domani ci saremo anche noi a darvi una mano nella manifestazione, ci saranno 15.000 camalli incazzati!” “Però cosa vuol dire bruciare le macchine…..uno magari ha fatto delle cambiali per pagarla e quelli lì gliela bruciano, a un lavoratore come noi!”

Rifocillati e rincuorati prendiamo il bus di ritorno per Nervi dove abbiamo la macchina, sono poche fermate, e lì tra le facce dei giovani manifestanti sudati, stanchi e pestati apprendiamo della tragedia.

Quegli occhi sbarrati, il silenzio irreale, in un luogo così affollato, interrotto da brevi bisbigli, quella parola “un morto” sono ancora molto nitidi nella memoria e chissà se sfumeranno col tempo.

La rabbia, la tristezza, i se ed i ma, le nostre risposte su quello che era successo, i confronti con la storia recente e passata si susseguono confusi con le onde radio sulla macchina nel viaggio di ritorno.

La convinzione è che dopo questa giornata nulla sarà più come prima anche per noi.

La sera tardi mi addormento a casa dopo ore e ore passate con l’orecchio alla radio per catturare notizie, voci, impressioni senza riuscire a dire una parola anche con mia figlia e mia moglie.

Chiudo gli occhi sull’ultima immagine in TV di una Genova buia, notturna con il faro dell’elicottero della Polizia a controllare, cercare, spiare, comandare dall’alto.

Uno shock che si trascina per giorni, così come il dolore inguinale crescente, “regalo” di quella maledetta giornata, che sarebbe culminato in settembre con un’intervento chirurgico all’ernia, e soprattutto una pressante quasi terapeutica esigenza di raccontare, discutere, parlare di quello che è successo, di quello che ci poteva succedere, a chi c’era e soprattutto a chi non c’era e che chissà quale idea si sarà fatto dai tambureggianti media, appositamente “mediati”.

Questo è stato il racconto che una settimana dopo i fatti di Genova ho sentito la necessità di scrivere non necessariamente per essere pubblicato, soprattutto per me stesso, quasi un esigenza psicofisica, e oggi a distanza di anni credo sia giusto metterlo insieme a mille altre racconti che da quei giorni si sono susseguite, orali e scritte. Per testimoniare con le proprie esperienze a tutto quello che ci han voluto dire e scrivere di falso, e rispondere a chi diceva e ancora dice “se uno sta a casa queste cose non gli succedono…si sapeva che quelli li sarebbero andati là per fare casino… ti è andata ancora bene!”. Che non si può sempre stare a guardare.

Incontrando poi recentemente il papà e la mamma di Carlo Giuliani il 25 Aprile scorso a Costa Vescovato su una collina prima di un nostro concerto, a parlare di resistenza e di pace ho sentito l’esigenza di recuperare la poesia che avevo scritto in quei giorni e che nelle intenzioni sarebbe dovuta diventare una canzone ma non ho mai trovato la musica giusta per esprimere in pieno la tristezza, il dolore, la rabbia.

Questo l’ho scritto dieci anni fa …e oggi?

A distanza di vent’anni considero quei giorni e quegli anni un’esperienza che ha aperto e al contempo chiuso molte strade, forse un utopia, quel movimento che è stato volutamente e scientificamente stroncato ma… le idee non muoiono mai… e allora a distanza di anni quell’aria l’ho respirata, almeno questa è stata la mia percezione e non solo la mia nelle manifestazioni sul clima pre pandemia e credo potranno riprendere spero con ancora più forza comprendendo altri temi connessi. Forsa giuinott l’idea l’è mai morta!!!

Questa la poesia

20.7.G8

G8 GENOVA

GIOCOSO GIOIOSO VOCIARE

SOLIDALE                        

BANK ETICO AMBIENTALE

MANIN MANITESE PER INCONTRARE

PIAZZE VICOLI A RIEMPIRE

IN RETE SOLARE MANIFESTARE RADIOPOPOLARE

IN CORTEO INGENUI ASTANTI

LILLIPUZIANI SALTELLANTI

MUTANDE A VELEGGIARE SBEFFEGGIARE

SUPPONENTI NARCISI

CINICI DUCI DI BON TON

IMPROVVISAMENTE  IMPROVVIDO

INFIDO CALDO POMERIGGIO SALE

ALTE PESANTI GABBIE IDRANTI

SIRENE URLANTI 

CAMIONETTE ARREMBANTI

IMPERIALI PROTERVI ELICOTTERI OSSERVANTI

E’ STATO DI POLIZIA

FUMO ACRE DI BRUCIATA VIA

IMPEDITE USCITE IN LABIRINTO DI PAURA

CELERE DURA BANDANE SCURE BARBARE INCENDIARIE FIGURE

CONFUSI FREDDI PRESAGI IN ANSIMANTE CORSA

A PRECIPITARE SUL BUS

STRETTI   

BISBIGLI SOSPETTI

SGUARDI DIRETTI

UNA VOCE

LA RADIO

UN MESTO RICORDO

UN MORTO.

Il movimento altermondialista e le vicende di Genova G8. Le necessarie riflessioni a venti anni dagli eventi

Testo a cura di Giorgio Riolo

I.
Scrivevo nel precedente articolo, dedicato ai vent’anni del Forum Sociale Mondiale e
del movimento altermondialista, che si possono avere due modalità. Una è la
semplice rievocazione. Molto importante comunque, poiché la memoria storica è
sempre minacciata nella frenesia neoliberista e postmoderna del tempo brevissimo
del presente e del dileguare di ogni esperienza nell’effimero e nel frammento, negante ogni possibile sedimentazione, antropologica, culturale e politica. A favore
nondimeno di un’altra sedimentazione. Consumistica, improntata alla forma-merce,
al dato, alla superficie, al non porsi domande di senso e di carattere generale del
proprio vivere, della propria condizione, dei propri veri, profondi desideri di una vita
migliore.

L’altra modalità è invece quello di cogliere l’occasione per riflettere e per ponderare
alla luce dei due decenni trascorsi. Per cercare di trarre le lezioni e per proiettare
nell’oggi e nel futuro ciò che necessariamente impariamo nel cammino. Per
progettare, per costruire alternative, per costruire società, comunità, istituzioni e
assetti nazionali e internazionali alternativi al corso dominante.

E per decidere la propria agenda in questo cammino, in questo processo che
necessariamente abbisogna il tempo lungo, tipico delle costruzioni storiche non
effimere, non evanescenti. Nel nostro caso, per non cadere nella strategia dei
dominanti, i quali con la feroce repressione, come avvenuto nei giorni di luglio 2001
a Genova, miravano e mirano a bloccare il processo e a cacciare indietro, a porre
necessariamente i movimenti e le persone nella difensiva. Tragica difensiva,
beninteso. Il modo migliore per i dominanti nel porre all’ordine del giorno la “loro”
agenda. Così come è la loro agenda un vertice qualsiasi, come era allora il G8.

II.
Che cosa avvenne e soprattutto perché la straordinaria esperienza del G8 di Genova.
La chiamata, il proposito di andare a Genova per contestare il vertice dei potenti, non
fu casuale. Fu un passaggio nel processo del risveglio dei tanti soggetti che
chiamammo a suo tempo movimenti antisistemici, novecenteschi e non (il
movimento operaio, socialista e comunista rimonta almeno al secolo XIX). Negli
anni Novanta a misura della sfida totalizzante del capitalismo nell’era del
neoliberismo e della cosiddetta “globalizzazione”, soggetti e correnti del movimento
del lavoro, operaio e contadino, di pezzi del movimento sindacale, del movimento ambientalista, del movimento pacifista, del movimento femminista, del movimento
dei popoli indigeni, del movimento dei diritti civili, del movimento del solidarismo,
cattolico, protestante e laico ecc. cominciarono a dialogare, a porsi in una relazione
efficace, se non di collaborazione. Tutto ciò sfocerà nella protesta al vertice del Wto a
Seattle di fine 1999 e poi nella costruzione delle alternative al sistema con il Forum
Sociale Mondiale, a cominciare dal Fsm di Porto Alegre di gennaio 2001.

Genova non avrebbe avuta quella straordinaria mobilitazione e quella straordinaria
partecipazione di movimenti, associazioni, partiti, semplici persone e famiglie, dai
gruppi di religiosi e di religiose ai gruppi radicalizzati dei centri sociali, se prima non
si fosse svolto il Fsm di Porto Alegre. Sulla spinta di quel straordinario,
impressionante evento, nei mesi dal gennaio 2001 fino al luglio 2001, si tennero
numerose assemblee di analisi del Fsm, da una parte, e di preparazione quindi a
Genova G8, dall’altra. Assemblee partecipate, di grande dibattito, non celebrative e di
contenuti notevoli.

Senonché a tante assemblee vi partecipavano anche alcuni funzionari della Digos. A
uno di loro che si fermò a parlarmi, dopo una di queste assemblee, chiesi perché si
voleva “appiattire” una mobilitazione di popolo pacifica e così profonda di contenuti,
riconosciuti come notevoli questi contenuti dal funzionario stesso, e farne solo una
“questione di ordine pubblico”. “Ordini dall’alto, per evitare disordini”. Fu la
risposta.

Poi capimmo molto bene cosa ciò significava.

Il Genoa Social Forum e i vari organismi che si mobilitarono per l’evento
organizzarono conferenze e dibattiti sui contenuti prima delle giornate fatidiche dal
19 al 22 luglio. Poi tutto precipitato nello stato d’eccezione che si creò volutamente.
Con l’azione repressiva dei cortei di inaudita violenza a opera dei vari apparati
repressivi dello Stato. Con la modalità tipica in quella occasione. L’uso strumentale
delle esibizioni dei cosiddetti Black Bloc, e anche di gruppi mai visti nelle
mobilitazioni, inspiegabilmente non intercettati nei giorni precedenti dalla stretta
sorveglianza nell’arrivo a Genova. Queste attività di detti soggetti in prossimità o
entro i cortei, come giustificazione per attacchi e violenze efferate compiuti contro
gente inerme, compresi anziani e donne di evidente ispirazione pacifista.
Nella mente della catena di comando, dal livello politico italiano (Fini presente in una
caserma a Genova) al livello dei singoli comandi delle forze repressive, l’occasione
per dare una lezione definitiva a un movimento, a ragione ritenuto pericoloso per il
sistema. Pericoloso perché forte di ragioni storiche, di idee, di cultura, di etica, di
partecipazione, di passioni durevoli e non effimere.

Il culmine di questa esibizione della faccia feroce ed eversiva dello Stato furono i
criminali pestaggi nella caserma di Bolzaneto e nella macelleria messicana operata
alla scuola Diaz. Con l’uccisione di Carlo Giuliani in piazza Alimonda come tragico
suggello. Suggello di questo incredibile, quasi surreale, anche agli occhi di incalliti
oppositori al sistema come eravamo molti di noi partecipanti, forgiati dalla militanza
dal ‘68 e anni Settanta in avanti.

III.
Il problema per i dominanti mondiali, a mo’ di mandanti, nei loro incontri di G8, e
per i loro esecutori nelle strade di Genova è stato che quell’evento alla fine è risultato
uno degli eventi più fotografati, più filmati, più testimoniati da migliaia di giornalisti
e di attivisti della comunicazione, della storia. Migliaia di foto, di video, di
registrazioni, di cronache e di articoli di giornalisti onesti e non asserviti.
Vero problema e saltati tutti i tentativi di creare false prove, false testimonianze ecc.
per giustificare i comportamenti e per scagionare esponenti delle forze dell’ordine
palesemente colti in flagranza di reato.

La verità giornalistica e storica e la verità giudiziaria, grazie anche al lavoro di
squadre di avvocati e di esperti di vari campi, vicini al movimento altermondialista, e
grazie a esponenti della magistratura, obbedienti alla legge e alla Costituzione e non
al potere, alla fine sono state sanzionate, sancite.

Fermo restando che molti capi e funzionari di detti apparati, giudicati colpevoli nelle
varie sentenze di vario grado, la “eterna continuità dello Stato”, ma anche “l’eterno
fascismo italiano”, l’eterna impunibilità di dirigenti del molto avariato Stato italiano,
di cui dirò dopo, addirittura sono stati promossi e hanno continuato il normale, tipico
cursus honorum della vera casta di intoccabili.

IV.
Genova G8 costituì un vero e proprio shock. Nelle manifestazioni, nelle attività di
movimento, successive a luglio 2001, nei gruppi tematici di lavoro e di studio ecc. si
ritrovarono, e ritrovammo, molti attivisti e militanti, molte semplici persone, che non
vedevamo da molto tempo. I tanti e tante delusi dalle dinamiche autoreferenziali e
settarie anche dei vari pezzi della sinistra, storica e nuova, i quali non conducevano
più alcuna militanza o attività pur rimanendo con testa e cuore a sinistra, nel
solidarismo, nei valori di riferimento della loro fase precedente. Un rinnovato
protagonismo si palesò. Una febbrile attività fu lo scenario.

Poi, come è avvenuto nella storia dei Forum Sociali Mondiali e nel movimento
altermondialista, un lento venir meno di questa passione e di questo fervore, di questo
protagonismo e di questo attivismo.

V.
Alcune considerazioni finali.

La ragione (cultura, idee, studi ecc.) e la passione (scelta etica, qualità morali,
volontarismo, attivismo ecc.) sono necessarie, ma non sufficienti. Per dare continuità
a questa grande cosa che pensammo, vale a dire “un altro mondo è possibile”,
occorreva e occorre sempre “forza” e “organizzazione”.

Nozioni completamente diverse dalla forza e dall’organizzazione dei dominanti, da chi esercita e vive di potere. Nozioni aliene dalla gerarchia e dalla burocrazia di organismi abituati a
operare con gerarchia e burocrazia.

Un lavoro paziente di lunga durata per tenere assieme culture, sensibilità, matrici
culturali, di diversa ispirazione e di diversa indole, ma tutte miranti a dare un volto
umano a questo mondo e a questo pianeta, ormai in pericolo nella sua stessa
costituzione di civiltà, a causa delle enormi, incredibili diseguaglianze, e nella sua
stessa costituzione materiale.

È possibile riprendere il cammino interrotto dei Fsm e del movimento
altermondialista. E quindi delle passioni e delle ragioni di Genova G8. Indicavo
alcuni passaggi nel precedente articolo dedicato ai venti anni del Fsm.

Infine, senza riforma dello Stato italiano, senza riforma degli apparati dello Stato,
senza riforma della Pubblica Amministrazione ecc., senza la ferrea selezione
costituzionale e culturale dei dirigenti, ricadiamo nella condizione dell’eccezione e
nell’anomalia italiane. Non solo Genova, non solo Santa Maria Capua Vetere, non
solo Stefano Cucchi, non solo caserma dei carabinieri di Piacenza ecc., ma ogni
episodio eversivo, di quelli noti e di quelli ignoti, per i quali non abbiamo filmati,
testimonianze ecc. perché semplicemente occultati, nel passato, nel presente e nel
futuro, perché quello di cui discutiamo è solo la punta dell’iceberg. Chissà quale
montagna di altri episodi simili.

Dicevo “cultura” e “Costituzione”. Ma anche il livello antropologico di chi
semplicemente porta la divisa, si sente sotto la copertura e la protezione e l’omertà
anche di essere rappresentante dello Stato, della Pubblica Amministrazione. Un
tempo dicevamo “Forti con i deboli e deboli con i forti”. Le frustrazioni di persone
non formate, non educate e che pertanto considerano sudditi i cittadini e le cittadine.
Così come d’altra parte inculcano loro il livello politico e il livello dirigenziale di
detti apparati. Così è. E a farne le spese soprattutto i più deboli, i migranti, gli
stranieri, i “senza documenti”. Attendiamo di sapere, per esempio, che ne è del
detenuto algerino di cui testimonia uno dei reclusi bastonati nel carcere in questione.

Concludo.

Dicevamo “l’eterno fascismo italiano”, “il sovversivismo delle classi dominanti”, lo
“spagnolismo” tipico italiano. Privilegi, status, potere “con qualunque mezzo
possibile”. Todo modo, evocato da Leonardo Sciascia, e “Io so, ma non ho le prove”
negli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini.

Alessandro Farina: l’appello ai giovani e la sua immancabile presenza in consiglio comunale

Testo a cura di Massimiliano Farrell, da “L’Informatore Lomellino” del 16/06/2021

Giovani, state attenti ai nuovi fascismi! È questo il monito che Alessandro Farina rivolge ai ragazzi e alle ragazze della nuova generazione, che rappresentano il futuro della città, e che dovranno farsi carico molto presto dell’eredità lasciata dalla vecchia classe politica.

È fondamentale per i giovani – afferma il “Farinin” – interessarsi alla politica e a tutto ciò che succede intorno a loro. I giovani rappresentano il futuro, e per questo è importante che oltre a viverlo siano essi stessi a costruirselo. Non bisogna mai dimenticare i valori fondamentali che caratterizzano la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza e dalla lotta contro il nazifascismo. I giovani devono farsi portavoce di questi valori e devono stare attenti, perché il fascismo può sempre ritornare. È necessario essere attivi, fare volantinaggi, partecipare alle iniziative politiche e lottare sempre per la giustizia sociale e per i diritti”.

E Alessandro Farina questo lo sa bene: lui non solo ha fatto il bracciante e l’operaio, non solo è un importante testimone oculare della storia di Mortara dal 1946 ad oggi, ma è anche un uomo dei record. Fin dagli anni ’60, da tempi immemorabili, il “Farinin” ha sempre seguito dalla parte del pubblico tutti i Consigli Comunali della città di Mortara per applaudire e manifestare consenso durante gli interventi dei consiglieri del PCI, prima del 1991, e del PRC, dopo il 1991.

Un cittadino modello che ha sempre partecipato alla vita politica della sua città, tanto che perfino l’ex sindaco di centrodestra Giorgio Spadini, al termine del suo mandato, ha voluto conferire un riconoscimento al “Farinin”, vero e proprio uomo dei record nella partecipazione ai Consigli Comunali.

Oggi, purtroppo, a causa dell’età avanzata, a causa dell’orario serale in cui solitamente si svolgono i Consigli Comunali, e a causa del fatto che ultimamente i Consigli, per via del Covid, si stanno svolgendo da remoto, Sandro Farina non ha più occasione di parteciparvi come faceva una volta. Ma il riconoscimento conferito dall’ex sindaco Spadini rimarrà per sempre.

“Da quando abito a Mortara – racconta il “Farinin” – ho sempre seguito tutti i Consigli Comunali. Ho iniziato a seguirli prima ancora che Giuseppe Abbà fosse consigliere. L’ex sindaco Roberto Robecchi non ha mai sopportato le mie contestazioni, e una volta aveva addirittura chiamato un vigile per allontanarmi. A differenza di Robecchi, invece, l’ex sindaco Giorgio Spadini al termine del suo mandato amministrativo ha voluto darmi un riconoscimento perché in qualità di cittadino, dalla parte del pubblico, non mi ero mai perso un Consiglio Comunale”.

Purtroppo, però, i tempi sono cambiati e un po’ per l’età che avanza, un po’ perché ultimamente i Consigli Comunali si svolgono alla sera e da remoto, Sandro Farina non partecipa più come faceva un tempo. Nonostante ciò, si tiene sempre informato: al mercoledì o al giovedì si reca presso la sede del PRC e si mette a leggere “L’Informatore Lomellino”, legge tantissimi libri sulla Resistenza e sulla storia contemporanea, e partecipa sempre a tutti i banchetti e alle iniziative di partito.

Alessandro Farina, memoria storica di Mortara: ha vissuto gli anni della guerra tra bombardamenti e paura

Testo a cura di Massimiliano Farrell, da “L’Informatore Lomellino” del 16/06/2021

Ne sono rimasti pochi di testimoni che hanno vissuto in prima persona la Seconda Guerra Mondiale e la Resistenza a Mortara.

Alessandro Farina è uno di questi: nel momento in cui fu siglato l’armistizio dell’8 settembre 1943 il “Farinin” aveva 15 anni, e quando la guerra giunse al termine nel 1945 ne aveva 17. Anche a quei tempi, nonostante la giovanissima età, è sempre stato in prima linea e ha fatto tutto ciò che gli era possibile per abbattere la crudeltà del nazifascismo, aiutando la Resistenza e facendo da staffetta partigiana tra San Giorgio e Mortara.

Mentre sfrecciava in bici tra le risaie lomelline, Alessandro Farina è stato testimone oculare dei bombardamenti che colpivano ripetutamente la stazione di Mortara, delle perquisizioni, dei rastrellamenti compiuti dalle brigate nere e del passaggio di treni carichi di prigionieri diretti in Germania.

“Tutte le notti – ricorda il “Farinin” – venivano le brigate nere. Io avevo paura di loro. Un mercoledì, durante il mercato, i fascisti hanno chiuso tutte le strade a San Giorgio. Hanno poi preso diverse persone e le hanno portate via. Quando perquisivano in casa, mia madre faceva finta di cucire. Un giorno fu costretta a terra dalla brigata nera. Ricorderò sempre quel fascista che ci è entrato in casa e sul cinturone aveva scritto ‘Dio ci protegge e ci salvi’. Se avessero guardato di sotto ci avrebbero portati via tutti. I fascisti cercavano mio fratello partigiano nascosto in una cascina, ma anche noi abbiamo sempre offerto aiuto ai partigiani, nel nostro piccolo”.

A Mortara il giovane “Farinin” ebbe modo di vedere il passaggio di un treno carico di prigionieri diretto in Germania. Un fatto che ha colpito molto Sandro Farina, il quale ripercorre il suo ricordo come se fosse avvenuto ieri.

“Arrivai in stazione con la mia bicicletta. – racconta il “Farinin” – I fascisti aspettavano il passaggio di un treno. Se a Milano c’era il binario 21, qui a Mortara c’era il binario 1. Dai finestrini del carro bestiame in arrivo vidi alcuni prigionieri che gridavano ‘Aiuto, aiuto! Acqua, acqua’. Io mi avvicinai per parlare con i prigionieri, e appena fui visto dalla brigata nera i fascisti iniziarono a corrermi dietro. Io sono subito fuggito e sono andato a riprendere la mia bici, che avevo nascosto dove attualmente si trova la Pizzeria Roma. Quel giorno, se fosse stata indetta una gara a premi, con la mia fuga avrei vinto il primo premio di velocità”.

Sempre a Mortara, il “Farinin” fu testimone in molteplici occasioni dei bombardamenti effettuati dagli Alleati, che avevano come obiettivo principale la stazione ferroviaria, ma che purtroppo portarono anche ad alcune vittime tra i civili.

“Ricordo un giorno in cui gli aeroplani hanno scagliato tre bombe. – afferma Sandro Farina – Una di queste ha colpito accidentalmente un portico, vicino all’attuale gioielleria Baiardi, dove si erano rifugiate alcune persone, morte sotto le macerie. Le altre colpirono l’officina ferroviaria, che andò completamente distrutta in quell’occasione. La stazione veniva bombardata regolarmente, ma di solito non c’erano mai vittime civili, tranne in alcune specifiche occasioni. Oltre al portico dove attualmente si trova la gioielleria Baiardi, fu bombardata per errore anche la bottega di un commerciante di cavalli, che si trovava dove ora c’è il Caffè Garibaldi. Questo commerciante morì nel bombardamento insieme ai suoi cavalli”.

In seguito alle esperienze vissute dal “Farinin” durante gli anni della guerra e grazie alle sue condizioni di bracciante, era quasi inevitabile l’avvicinamento al Partito Comunista Italiano, alle cui attività Sandro Farina cominciò a dedicare anima e corpo al termine della Seconda Guerra Mondiale. Un ruolo sempre di primo piano nell’attivismo politico locale, che Alessandro Farina ricopre ancora oggi nel Partito della Rifondazione Comunista.

Alessandro Farina, una vita nel segno di falce e martello: si è iscritto al PCI nel 1946

In città è soprannominato “Farinin”, lo conoscono tutti: è il volto gentile del volantinaggio politico

Di Massimiliano Farrell

Fonte: Informatore Lomellino

Alla veneranda età di 93 anni, Alessandro Farina è senza ombra di dubbio uno dei testimoni più longevi della storia di Mortara dal secondo dopoguerra ad oggi. Sopravvissuto non soltanto alla Seconda Guerra Mondiale, quando era poco più che un ragazzino, ma anche al Covid-19 che lo ha colpito qualche mese fa in una forma molto leggera, nei suoi ricordi rivivono tutti i momenti più importanti che hanno contraddistinto la storia della città. Prima bracciante, poi operaio alla Sacic, si è avvicinato giovanissimo al Partito Comunista Italiano, formazione politica nella quale ha sempre militato e di cui possiede quasi tutte le tessere, dal 1946 al 1991. Dopo la dissoluzione del PCI, la sua attività politica non si è mai fermata. Si è iscritto fin da subito al Partito della Rifondazione Comunista, e anche oggi è molto attivo all’interno del partito. Tra un volantinaggio e l’altro, si occupa anche di tenere in ordine e di curare l’orto della sede mortarese del Prc. Il “Farinin”, come lo chiamano i suoi amici e i compagni di partito, è sempre stato un uomo tuttofare e un instancabile attivista politico.

Nato a Dorno nel 1928, lo stesso anno di nascita del rivoluzionario argentino Ernesto “Che” Guevara, si trasferì in giovane età a San Giorgio di Lomellina. Da ragazzo ha fatto il bracciante agricolo, nel ruolo di abbattitore di piante. Era un arrampicatore nato, e non ha mai sofferto di vertigini, nemmeno quando saliva sugli alberi più alti.

“Rischiavo molto con il mio lavoro. – ricorda Sandro Farina – Mi arrampicavo fino in cima agli alberi e facevo un taglio alla pianta da dietro per farla piegare un po’”.

Grazie alla sua attività da bracciante, si è avvicinato molto presto alla politica. Nel 1946 si tesserò al Partito Comunista Italiano, iscrivendosi al circolo di San Giorgio.

“Avrei dovuto iscrivermi già nel 1945, così avrei potuto collezionare tutte le tessere – osserva il “Farinin”, con una nota di rammarico – ma io ho aspettato. Prima di fare la tessera volevo avere le idee più chiare. Mi sono iscritto quindi nel 1946, un anno dopo, e ho quasi tutte le tessere del partito”.

Tra il 1949 e il 1950, fu sostenuto dal PCI il famoso Appello di Stoccolma contro la bomba atomica, per il quale furono raccolte milioni di firme in tutta Italia. Alessandro Farina si occupò di raccogliere le firme tra i braccianti delle cascine lomelline. Nel 1950 aderì agli scioperi bracciantili, con cui i lavoratori chiedevano maggiori diritti e maggiori tutele.

“Nel 1955 mi sono trasferito a Mortara – continua a raccontare il “Farinin” – e fino al 1960 sono andato avanti a fare l’abbattitore di piante. La mia abilità nell’arrampicarmi si è rivelata molto utile durante le campagne elettorali. Quando ancora si potevano mettere fuori gli striscioni, ci pensavo io a legare quelli che appendevamo più in alto, dato che io non ho mai sofferto di vertigini”.

Nel 1960 Farina iniziò a lavorare come operaio alla Sacic, e fu sempre in prima linea nell’attività sindacale e politica, soprattutto durante le lotte per i diritti dei lavoratori combattute tra il 1968 e il 1970. Nelle occupazioni delle fabbriche lui c’era sempre, teneva i collegamenti tra i vari reparti e avvertiva gli operai per gli scioperi a scacchiera.

“Dopo il 1979 – spiega Sandro Farina – la Sacic fu ridimensionata e molti di noi si ritrovarono senza lavoro. Io trovai una nuova occupazione presso una ditta che si occupava della pulizia dei treni. Dal 1980 al 1988 mi sono sempre recato a Casale per pulire i treni, poi sono andato in pensione”.

Dopo oltre quarant’anni di duro lavoro, prima nei campi come bracciante e poi in fabbrica come operaio, negli anni della sua meritata pensione Alessandro Farina non si è mai allontanato dall’attivismo politico. Sempre presente in prima linea durante tutte le iniziative e i banchetti al mercato organizzati dal Partito della Rifondazione Comunista, molti concittadini lo conoscono ormai come il miglior “volantinatore” della città. Un ruolo che senza ombra di dubbio il “Farinin” andrà avanti a ricoprire a testa alta anche negli anni a venire.