La leggenda dei re buffi

12 Settembre 2022

Premessa

Il ritrovamento di un manoscritto post-medievale ci permette di risalire all’origine del nome di tante strade cittadine, in particolare all’origine del nome di via Rebuffi. La trascrizione del testo è stata scrupolosa: si sono date anche le parole cancellate. Gli incisi (tra due trattini e in corsivo) sono invece dell’amanuense.

Tutti  – tutti? I diversamente giovani – ricordano l’esistenza di una strada “regina”. Ci sarebbe anche una vecchia via “capurala”, ma non scendiamo troppo nella gerarchia – siamo uomini… o caporali? – Forse non tutti, anzi quasi nessuno sa della vecchia presenza di una strada dei “re”, di cui è rimasta traccia nell’etimologia . Allora ecco a voi la storia della strada dei re.

Un tempo, quando non c’erano ancora i re – o ci sono sempre stati? Se non loro i maschi che comandavano sulle donne, i padroni sui dipendenti, i ricchi sui poveri – presso la città ma verso la valle del Ticino passava una via che per il suo essere periferica era frequentata non solo da pellegrini e camminanti, ma anche dalla “lingera” – come si chiamava un tempo quella marmaglia di sfaticati che poco lavoravano e molto rubacchiavano -. Ma venne il tempo dei re – se non dei re, dei vescovi, dei conti, dei duchi, dei marchesi – che dicevano che la terra, le acque, le città e quindi anche le strade erano le loro – c’era ancora diseguaglianza sociale, non come adesso…

La nostra strada, per essere in aperta campagna e vicino alla valle, era spesso attraversata da cervi, caprioli, cinghiali e uccellagione varia. Appunto un re, passando, dopo una battaglia, per la nostra terra e vedendo quel ben di Dio scacciò tutti i camminanti, ordinando che si potesse percorrere quella via solo coi cavalli motore, poi si accampò lì vicino, in un campo della cascina Colombarola – ma esistevano già le cascine? – Il campo era seminato a grano, che però essendo primavera – c’erano ancora ben quattro stagioni! – sembrava erba. “Date quest’erba da pascere ai cavalli, che noi ci pasceremo – esiste la parola in italiano? – con la cacciagione. Mica siamo vegetariani” – esistevano già? Sì, per necessità!

Era un re che non capiva niente di botanica, direte voi. Io dirò anche di altre cose, ma non voglio anticipare il finale. Comunque quanti di noi hanno pensato: “Se oggi non valgo niente, non varrò niente neanche domani; ma se domani scoprono in me dei valori, vuol dire che li posseggo anche oggi. Poiché il grano è grano, anche se la gente prima lo prende per erba”?

Quindi strada fu invasa da quattro ruote quadrupedi e campo coperto da accampamenti e scuderie.

Il popolo non era contento. Per i cittadini quella terra era riservata all’agricoltura e quella strada al passaggio di tutti i pedoni. Provarono a mandare una delegazione a parlare col re, che però neppure si degnò di riceverli, dicendo: “Regnerò per almeno altri cinque anni e qui magari costruirò un castello”.

Finché a qualcuno venne in mente di chiamare la compagnia dei saltimbanchi, che spesso portavano spettacoli in città. Loro avevano già salvato una volta la città dal rogo degli stregoni che volevano friggere anche l’aria.

Erano, come dire, giullari, girovaghi, vagabondi, conta-storie e portavano gli spettacoli in piazza, andavano loro dal pubblico, non aspettavano che venisse il pubblico allo spettacolo; non avevano palcoscenico, al massimo banchetti.

Una volta ingaggiati, naturalmente “a gratis”, si portarono all’accampamento del re e il loro capobanda cominciò a cantare:

Questa sera girando attorno al suo palazzo

Ho sentito un gran fracazzo

Io sono Arlecchin della bella sorte

Che fa rinascere la vita e non la morte.

E se i morti non vogliono resuscitare

Sia pronto il suonatore a suonare

Che noi siamo pronti a ballare.

Il re, che era sempre triste anche se aveva tutto, incuriosito da quella allegria invitò nella sua tenda l’Arlecchino, capo giullare, dicendo: “È buffo, ma non ho mai avuto alla mia corte un vero buffone, tutti i re più alla moda ce l’hanno. Se non chiedi troppo ti assumo, così posso ridere anch’io”.

Inviato a parlare il giullare cominciò così il suo discorso: “La gente di quaggiù ha sempre avuto più polenta che pane, più fame che polenta, più debiti che soldi, più figli che letti, più capre che mucche, più topi per casa che polli in cortile, più asini che buoi, più braccia che terra, più boschi che campi, più pregiudizi che libri, ma adesso sta risorgendo, ha scoperto una stoffa bellissima che viene dalla lontana Cina – ma era già stata aperta la via della seta?– Pensate, o sire di sera e di mattina, che è così leggera, sottile e così trasparente che non si vede, cioè non la vede chi la indossa, ma agli occhi degli altri compare come luminosa, opalescente e setosa. Noi siamo sarti e tessitori e se lei ci lascia, noi le cuciamo addosso il più bel vestito che si sia mai, dico mai, visto”.

Il re vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento acconsentì, ma a un patto, anzi due.

“Va bene, ragazzacci, vi libero della mia sontuosa presenza, ma a condizione che mi facciate ridere, anzi che mi insegnate a far ridere. Ecco se farò ridere anche solo una volta quei musoni dei miei cortigiani, libererò la città della mia presenza, che dicono ingombrante, mentre per me è solo un fattore di progresso e commercio”.

Gli  imbroglioni, si misero subito all’opera e fingendo di lavorare con cura del tessuto, di tagliarlo e cucirlo, quando in realtà maneggiavano l’aria; fecero spogliare il re e finsero di addobbarlo con la nuova seta, impalpabile, inesplicabile e invisibile.

I suoi elettori cortigiani, per non essere giudicati male, lodarono la magnificenza del tessuto. Il re si rendeva conto di non essere in grado di vedere un bel niente, ma come facciamo tutti, voleva credere ai suoi adulatori che si mostravano estasiati per il lavoro dei tessitori. Col nuovo vestito volle sfilare, il mattino dopo, per le vie della città, ma appena varcata Porta Pavesa una bambina si mise a gridare: “Il re è in mutande. Il re è buffo”. E la gente scoppiò tutta a ridere, anche se temeva che il presentarsi in mutande volesse dire essere messi loro in mutande con nuove tasse e balzelli.

Il re, in un primo momento si sentì rabbrividire perché era sicuro che avevano ragione; ma pensò:
“Sono riuscito finalmente a far ridere qualcuno, visto il successo che è successo sarà meglio che levi le tende e cerchi un’altra città, dove mostrare come sono buffo”.

Posfazione

Il manoscritto post-medievale finisce qui, ma sembra che altri re di passaggio, per i fatidici cinque anni, tentarono di costruire sui campi, intasare le strade con i loro carri, ma finirono sempre beffati, tant’è vero che i cittadini decisero di intitolare la strada contesa ai re buffi, poi diventata “via Rebuffi”, e forse in futuro “Re buffi via!”.