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Cappuccetto verde. Fiaba per “diversamente” settentrionali

26 Agosto 2022

Ci sarà una volta una ragazza che dovrà andare in città a cercare lavoro.

La mamma le prepara la valigia e la rassicura: 

-Non ti preoccupare, vai dalla nonna, e vedrai che lei ti sistemerà per il meglio, non solo a casa sua, ma ti troverà pure un bel lavoro. Lei è sempre vissuta in città, conosce un sacco di gente e senz’altro saprà metterti a posto. Stai solo attenta in treno e poi in metropolitana. Arriverai tardi, e di sera ci sono in giro dei tipi loschi, non fermarti a parlare a nessuno, né uomo né donna, vai subito alla casa della nonna, piuttosto prendi un taxi. Anzi prendilo alla stazione, non scendere in metropolitana, è troppo pericolosa –

– Va bene mamma farò quello che dici tu, non darmi troppi soldi, se no poi ho paura davvero che mi derubino, tanto poi con l’aiuto della nonna, vedrai quanti ne guadagnerò e ne manderò pure a casa. Stai tranquilla, non sono più una bambina -.

Il viaggio in treno è lungo, ma abbastanza tranquillo, la ragazza non dà confidenza a nessuno e nessuno la infastidisce, anche se o forse proprio perché il treno è stracolmo e non c’è posto a sedere. Lei infatti è costretta a stare tutto il viaggio su un piccolo sedile sul corridoio e deve alzarsi ogni momento per lasciar passare i viaggiatori.

– Così mi abituo al traffico e alla confusione della città – pensa, stanca ma anche incuriosita da quel viavai di gente di tutti i tipi e dall’idea di andare a vivere in una grande metropoli.

È così eccitata che arrivata alla stazione, dopo un attimo di smarrimento in quegli spazi enormi (non ha mai visto un edificio così grande, più alto e lungo della stessa chiesa parrocchiale del paese) vede l’insegna della metropolitana, non chiede l’indicazione per non dover parlare con qualcuno, in questo seguendo il consiglio della mamma, ma dall’altra parte vuole provare l’esperienza (è sempre stata incuriosita dall’idea dei treni che viaggiano sottoterra).

Con qualche difficoltà, ma senza mai domandare a nessuno, riesce a prendere il biglietto, passare il tornello, scegliere la linea e salire sulla vettura giusta. Anche sul vagone è costretta a rimanere in piedi. Il tratto da percorrere per raggiungere la via della nonna è lungo e, appena si libera un posto a sedere, subito viene occupato oppure c’è un anziano e lei, volendo mostrarsi civile, lo lascia accomodare. A un certo punto è avvicinata, o almeno così crede, da un uomo di colore, che ha appeso la mano proprio vicino al suo viso. Lei imbarazzata cerca di allontanarsi un poco, finché si libera un posto e questa volta si siede senza guardare se ci sono anziani o donne incinte. Appunto una donna che sembra incinta è seduta accanto a lei, ma è tutta coperta, come non ha mai visto neppure le suore del paese: non ha solo un velo in testa ma anche una specie di fazzoletto davanti al viso, in modo che si vedono solo degli occhi nerissimi. Anche quella donna la mette in soggezione, cerca di farsi piccola e di discostarsi il più possibile, mentre l’altra sembra a suo agio, come se fosse lei l’italiana. Per fortuna, almeno crede, si siede vicino un uomo distinto con la barba e una vistosa cravatta verde che le rivolge la parola. Disubbidendo la seconda volta alla mamma, ma per togliersi dall’imbarazzo, la sfortunata risponde. Il signore è molto gentile, capisce subito che lei viene dalla campagna, e in poche frasi le dipinge un quadro della città:

-Ormai sono loro i padroni – indicando la donna incinta – tra un po’ ci obbligheranno a salire su vagoni solo per noi. E poi gli uomini sono tutti sfaticati e sai come fanno a mantenersi? Con la droga e la prostituzione! Stai attenta ragazzina non fermarti a parlare con loro e non dargli mai l’elemosina, sono peggio degli zingari, si mostrano magari gentili e bisognosi, poi spacciano e rubano-

Proprio il quel momento sale sul vagone un ragazzino con un violino e suona in un modo incredibile un motivo che non ha mai sentito e che sicuramente proviene da un lontano paese, poi passa con un bicchierino di carta a raccogliere qualche monetina. Quasi nessuno dà qualcosa; lei mette la mano in tasca, ma lo sguardo severo del signore con la barba la fa desistere e per la prima volta non dà la carità a chi chiede l’elemosina.

-Se cominci con uno non finisci più: sai qui in città quanti sono, nella metro e poi ai semafori, agli incroci, davanti ai supermercati e alle chiese, e magari sono pieni di soldi perché spacciano e rubano. Sta’ attenta ragazzina! Ma non mi hai ancora detto cosa sei venuta a fare in città. La domestica o la badante no di sicuro, ci sono loro e hanno il monopolio – dice, indicando ancora la donna velata – Ah vai dalla nonna, che ti deve cercare un lavoro. E dove abita la nonnina? Ah proprio la mia zona e come si chiama? Ah Donata… Fede Donata, è mica una donna alta e magra con gli occhiali? La conosco. Il mondo è piccolo! Allora magari ci rivediamo, scusa adesso devo scendere, tu invece alla prossima. Allora a presto e mi raccomando, niente confidenza e niente soldi agli stranieri, li riconosci subito, difendiamoci tra di noi finché siamo in tempo. A presto, ciao-

E scende alla prima fermata, dove crede di dover scendere pure lei, ma l’indicazione del signore è di aspettare ancora e così fa, anche se poi deve fare ancora un bel po’ di strada ed è costretta a chiedere informazioni a un giovane forse straniero, disubbidendo ancora una volta alle raccomandazioni della mamma e pure a quel signore della metropolitana.

Appena arrivata dalla nonna dopo baci e abbracci viene fatta cenare. La nonna sembra molto contenta, quasi euforica e non vuole sentire lamentele:

-Sono tanti mesi che sono disoccupata. Ho spedito centinaia di curriculum. Ho fatto diversi stage gratuiti e non mi hanno neppure ringraziata –

-Vedrai che adesso la tua vita cambierà. Qui al Nord il lavoro si trova, basta sapersi muovere e io ho una bella sorpresa per te, ma adesso mangia e poi subito a letto che sarai stanca e domani devi alzarti presto per correre a cercare una bella occupazione, qui nella grande metropoli non si perde tempo, siamo attivi noi, non ci piangiamo addosso come fate voi giù-.

La casa della nonna non è cambiata dall’ultima volta, ma qualcosa di nuovo lo nota e chiede:

-Come mai hai appeso alla parete un piatto con il fiore della mariuana, nonna? –

– Sciocchina, è il sole delle Alpi –

– Quanti soprammobili verdi che hai –

– Per raccomandarti meglio, piccina –

– Come raccomandarmi, nonna cosa dici? –

– Non vuoi cercare un lavoro? E qui al Nord, come da voi, se non hai una spintarella, se non ungi un po’… Volevo dirtelo domani, ma visto che siamo in argomento, devi sapere che appena prima che arrivassi tu è venuto a casa mia un consigliere del nostro quartiere, un signore molto distinto, e mi ha segnalato la sua agenzia di lavoro interinale, che ha un sacco di offerte di lavoro, per gli amici naturalmente, e io lo sono, l’ho votato, me li ha regalati lui quegli oggettini e i piatti con il sole delle Alpi–

– C’è del verde in tutti i suoi regali, sarà un ecologista il tuo consigliere –

– Come sei giovane e ingenua, nipotina, ma presto capirai, in città qui al Nord si capiscono prima certe cose-

Con queste parole tra il rassicurante e il preoccupante la nonna l’accompagna a dormire.

L’indomani mattina, dopo un’abbondante colazione la nonna le dice: – Scriviti l’indirizzo di questa agenzia e va’ subito per le nove che il signore ti aspetta e vedrai come ti troverai contenta –

L’agenzia “Lavoro Nostro” è abbastanza vicina: anche la vetrina è tutta bordata di verde e lo zerbino ha disegnato… il sole delle Alpi, ormai l’ha capito, anche se le Alpi da lì non si vede dove siano. Appena entrata riconosce il signore della metropolitana che la fa accomodare e comincia, col tono paterno della sera prima, a interrogarla:

– Ah sei del Sud? Non fa niente, tua nonna ormai è dentro… dentro al partito. Ah è tuo padre che è sceso giù? Per lavoro? E perché non è tornato? Beh le radici lombarde ci sono. Allora hai voglia di lavorare? No il diploma non serve. Il curriculum neppure. Sarai mica incinta? Sta’ attenta che poi ti licenziano, non fare come quelle là. Come chi?! Quella sulla metro non la ricordi, la donna tutta fasciata anche in faccia? Sei automunita? Almeno patentata? E allora ho solo un posto per te, ma bello vedrai, è un call-center qui in periferia. Puoi iniziare già domani e fare pure gli straordinari, però devi renderti disponibile la domenica e la sera. Sì, ci arriva la metro e funziona fino a tardi, avrai mica paura? Per i soldi non preoccuparti: tu ti affidi a noi per il lavoro, noi te lo troviamo e ti paghiamo pure, sempre noi. Firma qua, è una semplice formalità, prendi quella biro lì col cappuccetto verde, te la regalo, sta’ tranquilla scrive nero, l’unico nero che ci piace è quello dell’inchiostro, ah, ah, ah… – e ride da solo.

In quel mentre entra un signore in borghese seguito da due agenti vestiti di grigio.

– Sono il commissario Cacciatori la dichiaro in arresto per evasione fiscale, corruzione e truffa aggravata. Lei signorina esca per favore, spero non abbia firmato qualche carta, non sa cosa ha rischiato con questo bel ceffo! –

La ragazzina racconta tutto piangendo alla nonna, che chissà perché corre a stracciare una tesserina e a staccare dei piatti dalla parete, poi saluta così: – Nonna domani torno al paese, niente mi lega a questi luoghi, il Nord non fa per me, c’è troppo… verde marcio – e già il giorno dopo parte.

E vivrà felice e con decoro, speriamo… con un lavoro.

Tesoro finito

18 Agosto 2022

MARCO SAVINI

C’era una volta un signore, che però era povero. Chiamiamolo… come lo chiamiamo? Giovanni? Ivan? Jean? John? Vanno bene tutti. Tanto è una storia… mondiale! Be’ quello lì aveva saputo da uno stregone – non io neh! – che c’era un tesoro nascosto in un bosco.

Se non c’è un bosco non è una vera fiaba.

Allora si è messo a cercare un giorno e non ha trovato niente. Torna il giorno dopo e non trova niente neanche quel giorno. Allora va anche il terzo giorno e niente neppure lì…

Sarà la solita storia senza fine? No speriamo che questa finisca.

Allora, cosa fa questo Jean, Ivan, John, Giovannino? Va a prendere una motosega.

Voi direte ma non c’erano una volta le motoseghe.

Ci sono adesso. Questa è una storia moderna.

Allora con questa motosega comincia a tagliare una pianta che gli sembrava che nascondesse sotto il tesoro, ma niente. Allora taglia una seconda pianta da un’altra parte, ma niente anche lì. Allora passa a un’altra parte ancora del bosco e taglia una terza pianta. E sapete cos’ha trovato?

“Il tesoro!” Direte voi.

No, tesori miei, niente anche lì. Intanto che tagliava però portava a casa la legna che bruciava o vendeva.

“Ecco il tesoro, era la legna, era il bosco”. Direte voi.

Era… Ma voi fate presto. La storia non è mica finita lì. Insomma, per farla corta, a un bel momento aveva tagliato tutte le piante. E proprio all’ultima, che non c’era più né ombra, né fresco, né animali del bosco, lui vede che si apre sotto la radice una grossa buca. Allora lui si infila e va sotto. E va… e va… e va… arriva dove c’era un grande ma grande, ma grande lago nero. Ma era scuro e lui non sapeva se era il buio o era proprio nero e allora ha acceso un fiammifero e ha visto che era proprio nero, anzi che se immergeva il suo bastone e poi attizzava la fiamma bruciava da matti.

E quindi lui si è chiesto: “Sarà mica questo il tesoro?”

E allora ne prende un po’, lo mette dentro la borraccia e pensa: “Adesso lo porto su, faccio analizzare questo olio nero e poi lo vendo. Altroché il legno, questo è il vero tesoro!”

“È finita così?” Direte ancora voi impazienti.

No, cercate di avere un po’ di pazienza, che la storia è lunga… un secolo e forse anche di più, ma sta quasi per finire. Allora lì il… il giovane cerca di tornare su, ma non ce la fa più. Non aveva portato con sé una scala e neppure una corda, che gli uomini, ma anche le donne, non sono mica previdenti, loro pensano solo all’oggi non al domani. Allora pensa e ripensa, ma non era un’aquila, come si dice. E a un certo punto gli è venuta anche paura che con tutti quei tesori, quelli che c’aveva già in banca e quello lì che c’aveva ai piedi, però doveva morire, che lì sotto mancava l’aria… e c’era un gran caldo, sembrava di essere in una serra, ma buia, senza luce.

Finalmente sente un grido, va a vedere, era un’aquila, che era andata a fare il nido proprio lì sotto. Allora chiede all’aquila se fa il favore di portarlo su. L’aquila che era rimasta senza mangiare ha detto: “Sì ti porto su, ma te devi darmi della carne da mangiare tutte le volte che te la chiedo”.

Giovannino aveva portato un fagottino con due bistecche dentro a due michette per la colazione e ha cominciato a dargliene una. Così l’aquila l’ha preso per la collottola e ha cominciato a sollevarlo.

Solo che non erano ancora volati fuori che l’aquila ha chiesto ancora “Carne” e allora Giovannino le ha dato l’altra bistecca. Stavano per uscire fuori dal buco quando l’aquila ha chiesto ancora della carne. Giovannino non ce ne aveva più e allora l’aquila ha cominciato a scendere giù velocemente, come le azioni in borsa. Allora Giovannino ha pensato – andando con le aquile si impara un po’ -. Ha tirato fuori il suo coltello si è tagliato la natica destra e gliel’ha data da mangiare. E forse ce l’ha fatta a uscire. O forse ha dovuto tagliare anche la sinistra. Ma non si sa bene, la fiaba non è ancora finita. Però io non so il finale, magari lo saprete voi che siete giovani…

Sì, ma il perché delle natiche mutilate, direte voi, non l’abbiamo capito. La fiaba è così, mica l’ho inventata io. Si vede che l’uomo per uscirne fuori, per salvarsi deve tagliare via qualcosa… non so io. Lo vedrete voi… aquile.