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ManifestA – vertenza parlamentare sulla Maier

Pubblichiamo di seguito il testo dell’interrogazione parlamentare presentata dalla Componente ManifestA in merito alla vertenza della Maier Cromoplastica di Verdellino (BG)

Interrogazione a risposta scritta

Al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, al Ministro dello Sviluppo Economico

per sapere,

premesso che –:

“Maier Cromoplastica S.p.A.”, appartenente alla società multinazionale spagnola “Maier”, è specializzata in stampaggio di materie plastiche e cromatura per componenti automotive;

tra i suoi stabilimenti, vi è quello di Verdellino, in provincia di Bergamo, nel quale operano 92 addetti;

sabato 18 giugno, a locali chiusi, cinque macchinari – corrispondenti al 23% della capacità produttiva totale – sono stati prelevati dalla fabbrica e trasportati all’estero dalla proprietà, a completa insaputa del personale ivi impiegato, senza avvisare né la Rsu né i sindacati dei lavoratori, e dopo aver disatteso nei loro confronti le promesse di nuovi investimenti;

la società comunicò che i beni prelevati erano stati trasportati nello stabilimento sito nei paesi baschi della Spagna;

la Direzione di Maier Cromoplastica S.p.A. annunciò che il 6 luglio si sarebbe tenuta un’assemblea dei soci, nella quale si sarebbe deciso se dismettere oppure no lo stabilimento di Verdellino;

il comportamento dei vertici aziendali ha indotto la protesta e lo sciopero con presidio permanente, dal 23 giugno scorso al 6 luglio, delle lavoratrici e lavoratori di Verdellino, con l’adesione dei Sindacati Fiom CGIL e Fim, per difendere il proprio impiego e per evitare che altri macchinari lasciassero lo stabilimento;

all’indomani dell’assemblea dei soci, la società ha convocato un’assemblea con i rappresentanti sindacali e i sindacati, alla quale si è presentato un dirigente spagnolo del gruppo cui fa capo Maier, comunicando alle rappresentanze l’intenzione di liquidare l’azienda italiana, e che tre liquidatori sono già stati nominati per espletare il lungo iter;

la decisione ha gettato nello sconforto le famiglie dei 92 dipendenti, su cui si profila la drammatica prospettiva del licenziamento collettivo, con ricadute drammatiche dal punto di vista economico e sociale: nuclei familiari, che si troverebbero privi di un reddito sufficiente per garantire il proprio sostentamento e in un contesto di totale incertezza e preoccupazione sul futuro, e in stato di totale impotenza di fronte a tale scenario;

la maggior parte di essi prestano la propria opera presso “Maier Cromoplastica” da oltre vent’anni, ma una minima parte di questi sono prossimi all’età pensionabile;

da quanto accaduto e illustrato poc’anzi, è ben desumibile che si tratti dell’ennesimo caso di delocalizzazione, fenomeno sempre più diffuso su tutto il territorio italiano, che consiste nel trasferimento del processo produttivo, o di alcune fasi di esso, in aree geografiche o Paesi in cui vi sono vantaggi competitivi, quali le agevolazioni di natura fiscale, il minore costo dei fattori produttivi e in particolare della manodopera, con gravissimo pregiudizio di tutti i dipendenti coinvolti in tali operazioni, nonché delle rispettive famiglie;

l’art. 4 della Costituzione stabilisce che «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto», l’art. 35, successivamente, stabilisce che «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni», dopo aver sancito, all’art. 1, il primato del lavoro, principio fondante dello Stato democratico italiano–:

se “Maier Cromoplastica S.p.A. abbia ricevuto finanziamenti pubblici, di quale tipo e di quale entità;

se i Ministri interrogati fossero a conoscenza dello stato economico di Maier Cromoplastica e dell’intenzione dei suoi vertici di delocalizzare e licenziare il personale di Verdellino, e quali iniziative intrapresero per scongiurare tale pericolo;

quali iniziative, per quanto di competenza, intendano intraprendere i Ministri interrogati, al fine di tutelare il diritto al lavoro dei 92 addetti, individuando una soluzione adeguata alla gravità di quanto accaduto loro e alle rispettive famiglie;

Suriano, Benedetti, Ehm, Sarli

La povertà in Italia: una deriva drammatica

8 luglio 2022

Antonello Patta

La fotografia sull’andamento della povertà assoluta in Italia fornita oggi dall’Istat conferma la deriva drammatica che ha vissuto il paese negli ultimi decenni.

Il numero di individui in povertà assoluta è quasi triplicato dal 2005 al 2021, passando da 1,9 a 5,6 milioni; gravissimo e significativo il dato che riguarda i giovani tra i 18 e i 34anni per i quali l’incidenza della povertà è oggi ben 4 volte superiore a quella del 2005.E’ il risultato di anni di attacchi ai redditi dei lavoratori e dei ceti popolari che hanno prodotto salari e pensioni da fame e precarietà selvaggia all’origine della diffusione del lavoro povero tra i giovani, non a caso i più impoveriti.

Un altro dato fornito oggi suona come uno schiaffo a politici e imprenditori che puntualmente all’inizio dell’estate si scagliano contro il reddito di cittadinanza: “le misure di sostegno economico erogate nel 2020, in particolare reddito di cittadinanza e di emergenza, “hanno evitato a un milione di individui di trovarsi in condizione di povertà assoluta”;

E ancora: “L’intensità della povertà, senza sussidi, nel 2020 sarebbe stata di 10 punti percentuali più elevata, raggiungendo il 28,8%, fronte del 18,7% osservato”.

L’altra faccia della medaglia è data dalla continua, spudorata concentrazione della ricchezza nelle mani di un’oligarchia sempre più ristretta di super ricchi che non si è fermata nemmeno durante la fase più acuta della pandemia. Nei 21 mesi della pandemia intercorsi tra il mese di marzo 2020 e novembre 2021 il numero dei miliardari italiani nella Lista Forbes è aumentato da 36 a 49.

Oggi i 40 miliardari italiani più ricchi posseggono l’equivalente della ricchezza netta del 30% degli italiani più poveri (18 milioni di persone adulte).

Soltanto una grande insorgenza ci salverà!

In ricordo del compagno ROBERTO GUARCHI

7 luglio 2022

A un mese dalla scomparsa di ROBERTO, pubblichiamo il ricordo di Vladimiro letto durante la cerimonia.


È morto il compagno Roberto Guarchi.

Comunista. Uomo coraggioso e gentile

Buongiorno a tutte e a tutti.

Ciao alle amiche e agli amici, alle compagne e ai compagni.

Mai e poi mai avrei pensato di trovarmi in questa triste situazione.

La morte di Roberto ci ha provocato incredulità sgomento disorientamento e proviamo un dolore immenso.

Siamo ammutoliti, annichiliti.

Siamo qui per ricordarlo e onorarlo.

Glielo dobbiamo: è stato un uomo generoso e gentile.

E lo dobbiamo a sua madre Mariuccia e alla sua compagna Donatella.

Voglio esprimere tutta la nostra vicinanza affettuosa a entrambe.

Roberto lascia un vuoto incolmabile per noi. Posso solo immaginare cosa significhi perdere l’amore del proprio compagno e del proprio figlio.

Mariuccia non è qui ma vi ringrazia tutti, di cuore.

Questo momento serve anche a noi per cominciare a metabolizzare collettivamente il lutto.

Prima di proseguire devo esprimere pubblicamente dei ringraziamenti:

  • a voi colleghi di lavoro di Roberto, dell’Informatore, per come vi siete prodigati e attivati immediatamente in questi giorni; per gli articoli pubblicati colmi di affetto stima riconoscenza nei suoi confronti, come persona e professionista; grazie a Bruno Ansani, a Mario Pacali e in particolare ad Annalisa Vella;
  • agli amici e compagni della Cooperativa Portalupi per la pronta disponibilità e condivisione riguardo all’utilizzo di questo spazio di socialità -così prezioso- per ospitare Roberto l’ultima volta. Ci teneva a questo luogo di incontro, unico, di cultura, di musica, di svago, di democrazia, in una Vigevano così povera. Grazie in particolare a Leo e a Beppe. Proprio alcuni giorni fa Leo è diventato padre di una bimba: una bella notizia almeno. Benvenuta Anita! E auguri ai tuoi genitori!
  • A tutti voi che siete qui a salutarlo, insieme ai tantissimi che l’hanno omaggiato con scritti, messaggi, telefonate o sui social;
  • ai rappresentanti istituzionali.

Roberto è stata una persona intelligente, con tante sensibilità, con tante curiosità.

Mite e sempre col sorriso.

Altruista, sempre pronto a spendersi per le persone e, prima ancora, ad ascoltare.

Uomo di partito e uomo pubblico ma, ancor più, uomo di movimento.

Pacato e radicale.

Riflessivo. Non si faceva mai sopraffare o travolgere dagli eventi, anche quando sollecitato: “fatemi ragionare”, “calma”, era uso dire. Per questo era rassicurante.

È stato coerente. Coerenza significa avere dignità.

È stato determinato e con capacità di mediazione, nel senso nobile, cioè con capacità di riconoscere e valorizzare le differenze.

La passione l’ha sempre contraddistinto, sostenuta da un’etica e da una morale che ha trasferito nel suo agire quotidiano, nella politica: stare dalla parte degli ultimi, dei deboli, degli sfruttati, degli oppressi (e penso a don Milani e alla scuola di Barbiana, a padre Ernesto Cardenal, poeta e ministro della cultura nel primo governo sandinista, e alla Teologia della Liberazione).

È stato un militante indefesso. Voglio specificare il concetto di militanza (la compagna Menapace ci avrebbe redarguito): non in un’accezione militare ma di impegno sociale costante, senza tornaconti, che si fa tutt’uno con la vita personale.

La nostra piccola comunità perde veramente una colonna.

Roberto è stata una persona sempre modesta nel porsi con gli altri, non voleva apparire, detestava il protagonismo, la politica gridata. Il suo era anche uno stile.

Preparazione, rigore, conoscenza.

Per questo era un dirigente: un riconoscimento derivante dall’acquisizione di autorevolezza per serietà e credibilità, prima ancora che da un conferimento ufficiale.

Roberto era un comunista a tutto campo. Lo è stato nel suo lavoro che amava e in tutti i ruoli che ha ricoperto, sia istituzionali (come consigliere e assessore) sia di Segretario del PCI.

Ho letto sulla stampa (mi sembra in tono bonario) che rappresentava “la sinistra dura e pura”: non è settarismo, si tratta di coerenza, di non seguire le mode ma mantenere la barra anche -e soprattutto- nei momenti difficili come in questa fase storica.

C’è un unico filo rosso che si dipana nella sua storia che cercherò di riassumere attraverso i passaggi più importanti, anche se sicuramente incompleti.

  • Ha iniziato a impegnarsi col Partito Radicale, che aveva una capacità attrattiva a quei tempi e che sapeva usare il mezzo mediatico. Però ha presto capito che i diritti civili e l’ambiente, senza una lettura di classe, erano monchi, insufficienti per chi voleva decifrare le cause delle ingiustizie e cambiare il mondo.
  • La scelta comunista arriva con l’adesione al Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, un comunismo libertario, non dogmatico. Abbiamo esposto lo striscione di allora della Sezione dedicata al compagno Mao Tze-Tung il quale “ci ha insegnato che il Comunismo è il radicale rovesciamento della storia fondata sull’egoismo e sullo sfruttamento”; una definizione essenziale, aggiungo dell’uomo sull’uomo, della donna, della natura, degli animali.

“La lotta per cambiare il mondo da parte del proletariato e dei popoli rivoluzionari consiste nei seguenti compiti: cambiare il mondo oggettivo e anche il loro mondo soggettivo”. Pensiamo che su questo importante aspetto Mao sia stato anticipatore e lungimirante: pubblico e privato, personale e politico, aspetti ripresi e ampliati dal movimento delle donne negli anni ’70, su cui abbiamo spesso ragionato e che abbiamo condiviso, consapevoli dei nostri limiti e delle nostre contraddizioni.

  • Antifascismo. Quello vero, la discriminante prioritaria da porre in ogni circostanza, non quello delle ricorrenze (pur importanti), celebrativo, retorico, sbandierato strumentalmente per raccattare voti alla vigilia delle elezioni contro lo spauracchio delle destre, salvo poi governarci con le destre. L’antifascismo militante, quello che abbiamo appreso dall’esempio e dall’insegnamento dei partigiani che abbiamo conosciuto e/o frequentato: penso a Noemi Tognaga (una maestra per noi), a Walter Gregorio Drak , a Vincenzo Cino Moscatelli, a Gino Vermicelli Edoardo, a Lidia Menapace Bruna ospite tante volte qui a Vigevano, a Giovanni Pesce Visone e a Nori Brambilla Sandra (ho il ricordo vivissimo di una serata entusiasmante ed emozionante per un’iniziativa in una sala consiliare affollatissima), a Giuseppe Alberganti Cristallo o ad Angelo Cassinera Mufla e a tanti altri. Per questo si era subito iscritto all’ANPI.
  • Ci fu la stagione del Movimento per la Pace, fine anni ‘70 primi anni ’80: contro l’installazione dei Pershing e dei Cruise in Europa e a Comiso; No ai missili dal Portogallo agli Urali, Fuori l’Italia dalla Nato – Fuori la Nato dall’Italia; per una terza via in cui l’Italia interloquisse con quel che rimaneva dei Paesi Non Allineati (primo fra tutti con la Jugoslavia di Tito). Costruimmo un significativo Comitato per la Pace che coinvolgeva numerosi giovani, studenti, cittadini democratici, importanti esponenti del cattolicesimo sociale. Considerevole fu il supporto della CGIL, in particolare del suo Segretario Luigi Terzi.
  • L’antimilitarismo fu un altro caposaldo della sua formazione con la conseguente scelta dell’obiezione di coscienza al servizio militare: svolse il servizio civile con il WWF.
  • Contestualmente ci fu l’internazionalismo proletario: schierarsi sempre con i popoli in lotta per la loro autodeterminazione, contro neo-colonialismo e imperialismo: Salvador, Nicaragua, Palestina e Kurdistan e molti altri, dalla rivoluzione cubana a quella bolivariana in Venezuela (il Socialismo del XXI Secolo, come lo definì il compagno Chavez), alla lotta zapatista.

Ricordo due episodi: quando esponemmo uno striscione enorme sul frontespizio del Palazzo Esposizioni, che ospitava la nostra sede, “Onore al compagno Bobby Sands! Thatcher boia!” (militante dell’IRA, eletto parlamentare in carcere, morto il 5 maggio 1981 dopo 66 giorni di sciopero della fame contro le torture e le condizioni bestiali in cui venivano costretti i detenuti politici. Dopo di lui morirono altri nove prigionieri dell’IRA perché la Thatcher non volle mai trattare) e la raccolta fondi in solidarietà con la lotta dei minatori britannici.

  • Animalismo e conseguente vegetarismo (iscrizione all’Associazione Vegetariana Italiana, fondata da Aldo Capitini, e alla Lega AntiVivisezione): anche queste scelte coerenti con la sua visione anti-antropocentrica che tanti disastri sta producendo, per i diritti di tutti i viventi. Noi, pur sempre in una visione collettiva, possiamo fare delle scelte individuali che possono pesare in un senso o nell’altro sui destini del mondo. Attualità anche di queste tematiche.
  • La battaglia contro il nucleare, civile e militare.
  • Nell’84 la maggioranza del PdUP scelse la confluenza nel PCI per sostenere il compagno Berlinguer nel tentativo di riportare il Partito Comunista alla sua originaria ispirazione di classe. Esemplificative furono, ad esempio, alcune scelte del Segretario del PCI: 1) andare, nell’autunno ’80, davanti ai cancelli della Fiat occupata e sostenere quella vertenza operaia in cui si giocava il destino non solo del movimento operaio ma di tutte le conquiste democratiche dei due decenni precedenti, contro “la destra” del partito, impersonata da Napolitano e da tutta quella prevalente fetta di “apparato” che si era trasformata in ceto politico e che alla fine prevarrà e che perseguirà lo scioglimento dello stesso PCI e la sua mutazione genetica. La sconfitta della Fiat rappresenta simbolicamente l’inizio della restaurazione e della rivincita padronale e delle classi dominanti; 2) spendersi nella lotta per la difesa della scala mobile; 3) la rimessa in discussione della Nato e la fuoriuscita dai blocchi insieme alla critica maturata contro la degenerazione del cosiddetto “socialismo reale”; 4) porre la questione morale tra i nodi centrali della lotta politica, come emerse dopo qualche anno con “tangentopoli” che fu trasversale.

Nel frattempo il capitalismo su scala mondiale si stava rapidamente trasformando prendendosi la sua rivincita e vendicandosi brutalmente di tutte le istanze democratiche e delle conquiste dei diritti attraverso la globalizzazione, con politiche neoliberiste declinate come reaganismo, thatcherismo o, in Italia, come craxismo.

Roberto aderì al PCI in un secondo momento ma con convinzione per sostenere Enrico Berlinguer la cui morte prematura, forse, minò l’esito di quella battaglia interna. Ne fu militante e apprezzato Segretario Cittadino senza mai trasformarsi in ceto politico.

In quegli anni fu anche corrispondente dell’Unità per la provincia di Pavia.

Sempre per il PCI ricoprì l’incarico, nei primi anni 90, di Assessore all’Ecologia: ancora oggi apprezzato per la sua serietà e competenza.

Roberto ha avuto la capacità di costruire relazioni umane durature in ogni ruolo che ha ricoperto.

  • Voglio ricordare la battaglia per riportare in Italia Silvia Baraldini. Costituimmo uno dei più significativi Comitati locali in collegamento costante con quello nazionale: numerose furono le iniziative, le adesioni e i fondi raccolti per le spese legali. Alla fine riuscimmo a vincere e a riavere Silvia in Italia.
  • Venne poi l’adesione entusiasta a Rifondazione Comunista, come luogo di convergenza delle esperienze più significative dei movimenti comunisti e del marxismo, in cui trovassero rappresentanza le eredità dei movimenti sociali, come luogo di progettualità per chi intendeva continuare la lotta anticapitalista in un mondo profondamente trasformato dal capitalismo e dopo la sconfitta culturale e politica della sinistra. Si iscrisse con slancio perché della tematica della rifondazione se ne parlava già nelle tesi del PdUP.
  • Roberto ha sempre tenuto alla cultura e alla formazione, innanzitutto come funzione pedagogica: ecco la creazione a Vigevano del Collettivo Culturale Rosa Luxemburg (dal 1996, prima Punto Rosso).
  • Infine la stagione straordinaria dei Forum Sociali Mondiali, da Seattle a Porto Alegre, a Genova; del movimento altermondialista; delle mobilitazioni internazionali; la capacità dei movimenti di rapportarsi su scala internazionale e la possibilità di quel popolo di sognatori di poter determinare un orizzonte diverso; dei movimenti per la pace; del nuovo internazionalismo.

Anche a Vigevano demmo vita a un Forum Sociale che vide la partecipazione di decine di attivisti, che fu un luogo di democrazia diretta, basato su adesioni individuali (una testa, un voto), mai una somma di sigle, fucina di idee, mobilitazioni, azioni dirette non violente, manifestazioni, cortei creativi e partecipatissimi -anche con i fratelli migranti- come non si vedevano da decenni. Un’esperienza entusiasmante, coinvolgente e molto partecipata che germogliò nel 1999 e che si protrasse per alcuni anni.

Era iniziata una crisi di sistema a cui il capitalismo, per rigenerarsi, rispondeva con le guerre in un contesto di crisi climatica, crisi ambientale, crisi sociale, crisi del lavoro.

Oggi c’è sempre più bisogno di giustizia sociale, di giustizia climatica.

Le tematiche poste allora sono più che mai attuali e non più rinviabili.

Allora la risposta fu una repressione tremenda e violenta.

La crisi epidemiologica è stata solo il catalizzatore di una crisi di sistema.

Un altro mondo è sempre più necessario.

I soldi del PNRR vanno investiti per i servizi pubblici, per la sanità pubblica, per la scuola pubblica, per aumentare i salari, per un reddito di cittadinanza, per ricostruire lo stato sociale, per aiutare chi non arriva più a fine mese, non per aumentare le spese militari (hanno persino tolto l’IVA sulle armi) e per finanziare le lobby di potere. Non proseguo oltre rispetto alla necessità di intervento massiccio dello Stato in economia per ridare priorità al pubblico sulle questioni nodali, facendo pagare i ricchi, gli speculatori, gli evasori fiscali, la finanza, le banche, le assicurazioni, le multinazionali.

  • Per concludere, voglio tornare al PdUP per il Comunismo.

Quell’esperienza ci ha marcato di un’identità forte: è entrata nel nostro patrimonio genetico. Ha impedito che si smarrisse quanto di positivo fu prodotto dai movimenti e da quel gruppo dirigente in quegli anni o che si perdesse tra estremismo o abiura o arrivismo.

È stata un’impresa collettiva.

È stato il solo gruppo politico che ha continuato a riflettere su sé stesso e sul resto della sinistra (senza superbia), prendendo atto con coraggio delle proprie sconfitte, convinto che solo attraverso una riflessione critica sul proprio passato, il Comunismo può rappresentare ancora un progetto: rifondare il comunismo, appunto, o porsi “Alla ricerca di un altro comunismo”, come titolò Luciana Castellina un suo libro.

In questa riflessione siamo debitori in particolare a Lucio Magri, a cui ci eravamo ripromessi da molto tempo di dedicare una iniziativa pubblica, a partire dalle origini, cioè dal Manifesto.

Carissimo Roberto,

i motivi per cui sei diventato comunista restano: ingiustizie, disuguaglianze, guerre, distruzione delle risorse e si sono acuite tutte le contraddizioni.

Sei stato coerente. Sei stato comunista.

Per te, e per tutti quelli che come te hanno vissuto in prima persona e con impegno totalizzante, mi sembra una bella storia!

Che continueremo.

Per il Comunismo, Sempre!

Vladimiro Lionello

Vigevano, Venerdì 10 Giugno 2022

Festa rossa, festa tosta

5 luglio 2022

Dopo quasi tre anni di assenza, domenica 10 luglio dalle ore 12, noi del Circolo Mascherpa di Rifondazione Comunista Mortara, vi aspettiamo per il pranzo di autofinanziamento alla Cascina Costa di Remondo’, per una giornata all’insegna del buon cibo, della compagnia e della musica!

Ecco alcune informazioni per te:
☎️ Per prenotare chiama questo numero: 333 3747 6446
⌚️Quando? Domenica 10 luglio dalle ore 12
📍Dove? Cascina Costa, Remondo’ (PV)
🍽 Scorri le foto per scoprire il menù!

Vi aspettiamo numerosi!

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C’è solo l’alternativa della diplomazia

5 Luglio 2022

GIANFRANCO PAGLIARULO Presidente nazionale dell’Anpi

Al summit della Nato il prezzo dell’ingresso nell’Alleanza militare di Svezia e Finlandia è stato la testa dell’opposizione curda. D’altra parte Stoltenberg ha affermato che «nessun alleato ha sofferto più della Turchia a causa del terrorismo». Nulla di nuovo: nell’ottobre 2019, quando, approfittando del disimpegno americano, la Turchia invase il Kurdistan siriano, il segretario della Nato definì Erdogan come il portatore di «legittime preoccupazioni di sicurezza» alla faccia del sacrificio della milizia curda Ypg contro i tagliagole dell’Isis. Il punto è che Erdogan – a parere di Mario Draghi (8 aprile 2021) – è un dittatore.

D’altra parte l’Ungheria della «democrazia illiberale» e l’oscurantista Polonia sono membri della Nato. Per il nuovo documento-guida della Nato, il problema sono i regimi autoritari (esclusi quelli di Paesi della stessa Nato, evidentemente), la Russia è una «minaccia» – affermazione spiegabile a causa dell’aggressione all’Ucraina, ma foriera di ulteriori tensioni -, la Cina una «sfida ai nostri interessi, valori e sicurezza» (tesi che allarga la tensione su scala mondiale). Ne consegue una funzione «globale» dell’Alleanza atlantica, una interpretazione «estensiva» dell’articolo 5 e un gigantesco rafforzamento del suo apparato militare. Ovvia la reazione della Cina: è la Nato che è «una sfida sistemica alla pace e alla stabilità mondiale».

Non sfugge l’impressione che la vera sostanza della questione sia la difesa del primato dell’Occidente sul resto del mondo.
Tutto ciò è in diretta relazione col conflitto ucraino, dove è in corso una continua escalation: dai bombardamenti russi alle dichiarazioni incendiarie di Medvedev, all’intervista alla ministra degli Esteri britannica Liz Truss che sostiene che l’Ucraina attraverso il potenziamento dell’invio di armi «potrà riconquistare il Donbass, anzi tutto il Paese occupato dalla Russia» (e dunque anche la Crimea) e aggiunge persino che la Gran Bretagna è pronta a difendere l’integrità territoriale di Taiwan. Il tutto nella sostanziale assenza dell’Onu.

Grazie anche al riposizionamento della Nato la pentola a pressione si surriscalda e può esplodere da un momento all’altro. Cadono nel vuoto persino le parole del vecchio Henry Kissinger che invita alla moderazione.
In tutti i casi l’Europa sarà coinvolta in una ennesima e pesantissima crisi economica (peraltro già in corso) e l’Italia corre il rischio di esserne travolta: continua diminuzione delle previsioni di incremento del Pil, generalizzato aumento dei prezzi a cominciare dalle fonti di energia, diffusissima povertà (5 milioni e 600mila poveri nel 2021), tasso di inflazione giunto all’8%. L’aumento dei prezzi dell’energia, collegato alla diminuzione della produzione idroelettrica a causa della siccità, causerà uno shock a parte importante dell’industria. Il crescente malessere sociale si manifesta anche con l’irrefrenabile diserzione al voto e può esplodere nei prossimi mesi in forme e modi imprevedibili.

E se la guerra si espandesse, con il concreto pericolo nucleare? C’è una sola alternativa a questi foschi scenari: il negoziato. Essa richiede un nuovo protagonista: la diplomazia.
Sono questi i motivi per cui l’Anpi, l’Arci, il Movimento europeo, il direttore dell’Avvenire Marco Tarquinio (primi firmatari), hanno presentato un appello all’Unione Europea per il cessate il fuoco, l’avvio di una trattativa, l’invio di una forza di interposizione delle Nazioni Unite, l’istituzione di una Conferenza internazionale di pace (Helsinki 2), una nuova normativa per i profughi al fine di garantirne l’accoglienza indipendentemente dall’etnia, dal credo religioso, dal territorio di provenienza.

Abbiamo presentato l’appello nella sede romana del Parlamento Europeo, ci siamo incontrati con un rappresentante del governo italiano e ci incontreremo con il Cardinale Zuppi, Presidente della Cei, e con gli ambasciatori di Francia e Germania.
Daremo vita, su tutto il territorio nazionale, a iniziative a sostegno dell’appello, incluso il tradizionale appuntamento della «Pastasciutta antifascista» del 25 luglio. Dall’ultimatum alla proposta: vanno messe a valore le risorse del nostro Paese, in particolare il mondo dell’associazionismo laico e religioso, del movimento sindacale, del volontariato, della Rete della Pace e Disarmo che già sta virtuosamente operando.

Ogni giorno perso si conta in numero di morti. Conosciamo bene i media (e anche alcuni politici) che cercano di annichilire qualsiasi opinione diversa perseguendo la militarizzazione del dibattito pubblico negando la natura stessa di quegli ideali liberaldemocratici a cui dicono di ispirarsi: la libertà di opinione, la tolleranza e il rispetto (povero Bobbio!). Va contrastata questa deriva che indebolisce la natura stessa della democrazia costituzionale nel nostro Paese.

Sia pure in modo (molto) contraddittorio, Scholtz, Macron e lo stesso Draghi si sono fatti portatori di proposte di negoziato. A loro in primo luogo chiediamo di farsi portavoce nel concerto dell’Unione europea delle proposte che abbiamo avanzato nell’appello. In questo drammatico scenario le resistenze di Putin e poi quelle di Biden e Johnson vanno vinte con un’azione combinata delle diplomazie e di un’opinione pubblica che, silente ed inascoltata, nel nostro Paese continua nella sua maggioranza ad essere contraria all’escalation a cui stiamo assistendo. È’ ora di rovesciare il tavolo.

“I MUCCHI VANNO MUNGIUTI”

2 Luglio 2022

ABBA’ GIUSEPPE

Questa me la raccontò Carlo Lombardi, l’indimenticabile “commissario Remo” della brigata “Arturo Capettini”.

Carlo Lombardi aveva appoggiato, nell’autunno 1920, il grande sciopero bracciantile scoppiato in Lomellina, attraverso l’organizzazione dei giovani socialisti “i ciclisti rossi”.

In una cascina di Castellaro de’ Giorgi, presso Mede, ci fu uno scontro a fuoco con i proprietari terrieri con una vittima: l’agricoltore Magni.

Carlo Lombardi non era presente al fatto, ma il tribunale di Voghera, dietro forti pressioni degli agrari e del nascente squadrismo, lo condannò come “mandante” a ben 30 anni di carcere.

Ne scontò 19. Uscito dal carcere nel 1939 a seguito di alcune riduzioni di pena, nonostante fosse sottoposto a sorveglianza speciale, riprese contatto con il Partito Comunista clandestino (Lombardi aveva aderito al Partito Comunista d’Italia, nato nel gennaio 1921, in carcere).

Nel 1943, dopo l’8 settembre, si mise ad organizzare la Resistenza. Salì in montagna, nell’Oltrepò Pavese, nella primavera del 1944 e costituì, assieme ad altri compagni, la brigata garibaldina “Arturo Capettini”.

Tornò a Mortara dopo la Liberazione e riprese l’attività sindacale organizzando il proletariato agricolo che, all’epoca, era molto numeroso: 100 mila addetti in Lomellina di cui ben 30 mila iscritti all’organizzazione bracciantile della CGIL.

Nel settembre 1945 esplode un grande sciopero nelle campagne, uno sciopero totale, compresa la mancata mungitura delle mucche.

Il padronato agrario chiede l’intervento delle autorità alleate occupanti. Così, un mattino, Carlo Lombardi vede entrare nel suo ufficio alla Camera del Lavoro un ufficiale alleato, il maggiore Philips che, come lo vede, lo chiama con il suo nome di battaglia “Remo”! Lombardi risponde “Philips”! Difatti i due si conoscevano in quanto Philips era stato paracadutato, durante la lotta partigiana, in Oltrepò e aveva fatto il radiofonista nel reparto garibaldino di Lombardi.

Immediatamente Philips, che parlava un italiano stentato, dice a Lombardi “Remo, i mucchi vanno mungiuti“!

Remo, sentendo declinare al maschile plurale il termine “mucca”, non resistette e rispose “i mucchi potrebbero essere i tori, ma non producono latte”! Philips insistette perché lo sciopero terminasse, ma Remo lo invitò a fare un giro con lui nelle cascine per rendersi conto di persona come vivevano braccianti e salariati.

Con la jeep di Philips i due girarono per tutta la Lomellina e l’ufficiale alleato (che doveva essere un sincero democratico) si rese conto della grande miseria, aggravata dalla guerra appena finita, in cui si viveva.

A quel punto convocò, nella sala consiliare del Comune di Mortara, una riunione fra i rappresentanti sindacali e gli agrari. I padroni non volevano cedere alle richieste fra le quali, importante per l’epoca, la parità salariale fra uomo e donna.

A quel punto, spazientito, Philips intervenne dichiarando ai padroni: “Guardate, se non firmate l’accordo, in provincia di Pavia posso disporre di 20 mila indiani che taglieranno il riso e vi sequestreremo il raccolto”!

I padroni firmarono l’accordo. Non solo: Philips si adoperò per far confluire il materiale, specialmente vestiario, abbandonato dai tedeschi che fu distribuito alle famiglie dei braccianti.

Questa fu, probabilmente, l’unica volta (almeno che io sappia) che le armi dell’Impero Britannico le quali, di solito, nel dopoguerra erano usate per restaurare il potere capitalistico, furono impiegate per un accordo sindacale a favore dei lavoratori.

Lombardi, che raccontava con indubbio divertimento l’episodio, mi disse pure che i padroni non gli perdonarono mai quell’intervento.

RIPOSA “DIGNITOSAMENTE IN PACE”

30 giugno 2022

Cimitero di Vigevano
Fonte: VIDEO DELL’INFORMATORE DI VIGEVANO https://www.youtube.com/watch?v=X2IgtfecMHI

30 giugno 2022

Toc toc, Giunta dove sei?

Sei troppo impegnata nelle alchimie strategiche politiche da non vedere come avanza il degrado urbano?

Se ci soffermassimo solo sull’ultimo periodo, noteremmo un confuso utilizzo dell’ex polveriera, un’inutile pioggia di Supermercati che consumano territorio, concessioni di beni pubblici (come il Parco degli Alpini) ad associazioni private religiose, che in qualche modo permettono alla Giunta di lavarsene le mani.

Non ci meravigliano le vostre scelte, coerenti con le politiche di privatizzazione e il completo abbandono del bene pubblico!

E la sedicente opposizione cosa fa? Assenza completa.

Questo degrado ha già raggiunto chi non può essere purtroppo raggiunto, cioè i defunti: lo stato in cui versa il Cimitero di Vigevano è vergognoso! E lo si evince dal video e dalle foto allegate. Non dimentichiamo anche i furti di materiale di rame.

No, proprio non ci siamo! Vorremmo consigliarvi di seguire un po’ più i vostri compiti istituzionali riguardanti il decoro della città, compreso il pessimo stato delle strade oltre al cimitero, e meno le risse partitiche totalmente interne al centrodestra!

Strada Provinciale 494

La città è in ginocchio e la gente soffre la gestione di questa Giunta sempre più latitante sui problemi reali, con i quali ci si dovrebbe invece confrontare seriamente.

Abbiamo già avuto modo di affermare che “I bilanci si salvano tagliando gli sprechi e non i servizi”.

Rimarremo attenti e vigili per un reale miglioramento.

Circolo “Hugo Chavez Frias” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano

RIFONDAZIONE: CON LE LAVORATRICI E I LAVORATORI DELLA MAIER CROMOPLASTICA IN LOTTA. SUBITO UNA LEGGE CONTRO LE DELOCALIZZAZIONI

Ieri una nostra delegazione regionale ha incontrato le lavoratrici e i lavoratori della MAIER CROMOPLASTICA di Verdellino (BG) in presidio permanete dal 23 giugno scorso.

Lo sciopero ad oltranza ed il blocco dello stabilimento hanno avuto inizio quando alcuni impianti (stampi), fondamentali per la produzione, sono stati rimossi nottetempo senza dare spiegazioni alle lavoratrici, ai lavoratori ed alle organizzazioni sindacali.

Messa di fronte all’evidenza la proprietà ha prima dichiarato che gli impianti erano stati trasferiti al fine di una reinternalizzazione del servizio e poi, si è venuti a sapere che, almeno due su cinque sono stati destinati ad altri stabilimenti, all’estero.

A quel punto lo spettro di un’ennesima delocalizzazione ha fatto si che la RSU decidesse per uno sciopero ad oltranza fino a che non fosse stata fatta luce sul futuro delle 92 persone che attualmente lavorano nel sito produttivo.

I prossimi passaggi saranno i seguenti: una presenza delle rappresentanze delle lavoratrici e dei lavoratori nel corso del Consiglio Comunale di ieri sera, l’apertura del tavolo di crisi il prossimo 4 luglio presso la Prefettura e la riunione del Consiglio di amministrazione della MAIER il prossimo 6 luglio.

Un’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori che si è svolta ieri ai cancelli della fabbrica ha votato, a stragrande maggioranza, il proseguimento dello sciopero ad oltranza fino al 6 luglio.

Come Rifondazione Comunista continueremo a sostenere attivamente questa lotta presenziando al presidio ed attivandoci in tutte quelle pratiche nelle quali ci si adopera in queste situazioni.

Chiederemo alla nostra componente ManifestA la presentazione di un’interrogazione parlamentare e continueremo con forza a rivendicare la necessità di una legge contro le delocalizzazioni.

Prima le Lavoratrici e i Lavoratori non i maxi-profitti delle multinazionali.

29/06/2022

Fabrizio Baggi, segretario regionale

Nadia Rosa, responsabile regionale lavoro Partito della Rifondazione Comunista#Lombardia

Francesco Coco Macario, segretario provinciale

Marco Sironi, responsabile provinciale lavoro Partito della Rifondazione Comunista #Bergamo

Siccità e crisi idrica

29 giugno 2022

Il nostro Pianeta è “ricoperto d’acqua” ma la percentuale di questa utilizzabile per usi umani è circa lo 0,6% considerando laghi, fiumi e falde sotterranee di facile accesso.

Una componente solo in parte “rinnovabile”, poiché le falde hanno tempi di ricarica spesso più lunghi del tasso di sfruttamento cui vengono sottoposte, di conseguenza l’acqua è sempre più scarsa, complici i cambiamenti climatici e la crescente pressione antropica.

La scarsità idrica, che abbiamo sempre considerato come un problema lontano dai nostri confini, ci riguarda molto da vicino, con prospettive per quest’anno peggiori della crisi del 2017.

L’Osservatorio europeo della siccità indica l’Italia tra i Paesi UE considerati più a rischio e secondo l’Associazione nazionale dei consorzi di Bonifica e Irrigazione il livello dei fiumi del Nord è sempre più basso e il rischio desertificazione in aumento, soprattutto in alcune regioni del Sud Italia.

La particolare conformazione geografica del nostro Paese mette ancora più a rischio le fonti di acqua dolce a causa del fenomeno del cuneo salino che mette a rischio intere colture nella zona del delta del Po.

E’ evidente come un simile scenario abbia impatti devastanti sia sugli ecosistemi naturali che sulle attività umane, sia in chiave sociale che economica.

I settori destinati a pagare le conseguenze più gravi della siccità sono quelli dell’agricoltura, della zootecnia e della silvicoltura. In Italia il 20% del territorio rischia di non essere più produttivo e di essere dunque abbandonato e l’Enea stima che a causa di siccità, alluvioni ed erosioni del suolo si rischia di perdere l’1 per cento annuo sulla produzione agricola, con danni per oltre 30 milioni di euro l’anno per il settore.

Siccità: agricoltura e allevamento intensivi.

Prendendo in esame proprio il rapporto tra sistema agroalimentare e consumo della risorsa idrica si scopre che la frazione di gran lunga più grande dell’impronta idrica totale in Europa riguarda il consumo di prodotti agricoli commestibili (84 per cento), con più del 45 per cento di questa imputabile ai prodotti a base di carne e latte.

L’agricoltura europea, dedicata per circa due terzi all’alimentazione animale, utilizza più acqua dolce di qualsiasi altro settore in Europa: il 59 per cento del consumo totale e il modello di agricoltura intensiva impoverisce la frazione organica dei suoli, rendendoli meno efficaci nel trattenere l’acqua (fonte ANBI).

La disponibilità idrica diminuisce dunque, ma i nostri terreni agricoli hanno ancora più sete.

Nel settore zootecnico i volumi d’acqua utilizzati diventano ancora più importanti: per grammo di proteine, l’impronta idrica della carne bovina è sei volte maggiore di quella dei legumi e secondo la stessa Assocarni per produrre un chilo di carne bovina occorrono in media 15.415 litri di acqua.

Nel settore agricolo la risposta è nella riconversione verso metodi agro ecologici perché mentre l’agricoltura intensiva, basata su produzioni specializzate e a bassa diversità, è particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici, al degrado del suolo e alla scarsità d’acqua, l’agricoltura ecologica è la principale strategia di resilienza alla siccità.

Anche nel campo della zootecnia i modelli di allevamento ecologico, compresi i sistemi integrati di allevamento e di allevamento e silvicoltura, possono offrire vantaggi a molteplici processi ecosistemici, inclusa la resilienza alla siccità. Una riduzione molto significativa dell’impronta idrica dei prodotti agricoli in Europa potrebbe essere raggiunta passando a modelli alimentari più sani, ricchi di frutta e verdura e con meno carne e latticini e che porterebbero a risparmiare circa 1.292 litri pro capite al giorno, ossia il 30 per cento dell’impronta idrica rispetto alla situazione attuale.

Per compiere questi cambiamenti sono necessari e urgenti sostanziosi investimenti, sia in termini di ricerca sulle innovazioni agroecologiche, sia di sostegno per aiutare gli agricoltori e allevatori a compiere una vera transizione ecologica e i consumatori ad adottare diete con un minore impatto sulla disponibilità idrica e sulla sua qualità.

Siccità e energia.

In tempi di crisi idrica, è bene ricordare che anche le scelte energetiche, non sono neutre dal punto di vista dello spreco di acqua.

Il consumo idrico a fini energetici è oltre il 20% del consumo idrico totale, e circa un terzo di quello a fini alimentari.

Le centrali termoelettriche a fonti fossili e le centrali nucleari, infatti, consumano enormi quantità d’acqua per raffreddare gli impianti a differenza di eolico, fotovoltaico e geotermia a circuito chiuso, il cui impatto idrico si approssima allo zero.

Si calcola che un sistema 100% rinnovabile abbatterebbe fino al 97,7% il consumo idrico finalizzato alla produzione di energia.

Siccità e gestione privata della rete

La crisi idrica attuale evidenzia inoltre tutte le pecche di una gestione della risorsa idrica piegata a una logica privatistica che punta esclusivamente alla massimizzazione del profitto ed è caratterizzata da una decennale mancanza di pianificazione e investimenti infrastrutturali.

L’Italia detiene il primato europeo del prelievo di acqua per uso potabile. Dal punto di vista degli ecosistemi acquatici, laghi, fiumi, acqua sotterranee, tutte le rilevazioni rivelano uno stato raramente buono e per lo più scarso o cattivo.

La contaminazione più frequente è dovuta agli erbicidi e agli scarichi delle aree industriali attive o dismesse ma non ancora bonificate, come ad esempio quella dovuta ai PFAS in Veneto e ad Alessandria; pesano poi i cosiddetti contaminanti emergenti quali droghe, cosmetici e farmaci.

La contaminazione delle acque di falda, che in Italia sono la principale fonte di approvvigionamento di acqua potabile, determina la necessità di attuare trattamenti per trattenere le sostanze chimiche che diventano sempre più costosi e difficili con l’aumento della complessità delle miscele.

E’ necessario migliorare la qualità delle acque superficiali e di falda, intervenire per rinaturalizzare i versanti collinari e montani, le sponde di fiumi e canali, restituire ad uso ambientale e paesaggistico naturale di aree compromesse da fabbricati ex industriali ora dismessi e abbandonati.

La gestione del servizio idrico integrato attraverso spa e multiutility si è dimostrata un fallimento se consideriamo il drammatico spreco di acqua potabile se consideriamo le perdite di rete (40% dell’acqua distribuita) e la mancata realizzazione di reti duali (il 50% dell’acqua distribuita è utilizzata per fini non potabili). E’ quindi destituita di ogni fondamento la campagna che sui media mainstream cerca di attribuire la responsabilità della crisi idrica alla mancata privatizzazione che avrebbe fatto perdere investimenti privati. Dopo la vicenda delle autostrade bisogna essere davvero in malafede per sostenere una tesi del genere. La realtà semmai è che la gestione attraverso multiutility quotate in borsa ha dirottato risorse verso utilizzi diversi dall’ammodernamento e dalla manutenzione della rete idrica.

In definitiva, si tratta, come propone anche il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, di mettere in campo un intervento pubblico che, nell’arco dei prossimi 5 anni, tramite il Recovery Plan, nella seguente misura:

● 2 mld. di € per la ripubblicizzazione del servizio idrico, da utilizzare nel primo anno di intervento;

● 7,5 mld. di € (cui aggiungere risorse provenienti dai soggetti gestori per circa ulteriori 2,5 mld) per la ristrutturazione delle reti idriche;

● 26 mld. di € (di cui 50% provenienti dal Recovery Plan e il restante 50% da ulteriori fonti di entrata) per il riassetto idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio.

L’intervento economico deve essere accompagnato da un ribaltamento del modello e dalla ripubblicizzazione del servizio idrico, partendo da una serie di interventi immediati:

incentivi all’ammodernamento degli impianti di irrigazione in agricoltura (ad es. irrigazione a goccia) e all’utilizzo delle acque piovane;

la destinazione degli utili delle aziende che gestiscono il servizio idrico alla ristrutturazione delle reti idriche;

incentivi all’installazione di dispositivi per il risparmio idrico nell’edilizia di servizio, residenziale e produttiva;

la depurazione delle acque deve raggiungere il 100% (attualmente è al 50/60%) e vanno privilegiati gli impianti di piccole-medie dimensioni e quelli di fito-depurazione in quanto garantiscono maggiormente la qualità della acque depurate da immettere in natura, nella produzione agricola e nelle reti duali.

Le montagne stanno crollando.

La senatrice Nugnes, in rappresentanza di Rifondazione Comunista in missione parlamentare sui ghiacciai, riferisce di come in montagna il cambiamento climatico stia avvenendo ad una velocità doppia che nel resto del globo, registrando ad oggi una media di aumento delle temperature di + 1,7 gradi.

“Lo scenario 2022 è lo scenario che ci aspettavamo per il 2050″ dicono gli osservatori tecnici di Arpa in Val D’Aosta, a Courmayeur, sul Ghiacciaio di Planpincieux. I ghiacciai sono un grande osservatorio dei cambiamenti climatici. Un terzo di tutti i ghiacciai italiani sono in Val d’Aosta, in 50 anni abbiamo “perso” il 40% dei ghiacciai presenti in regione, in 20 anni ne abbiamo persi 180. Nel 2050 non avremo più nessun ghiacciaio, niente ghiacciai niente acqua. Dovremo attrezzarci per rintracciare e conservare tutta l’acqua possibile, raccoglierla e distribuirla.

Lo scioglimento dei ghiacciai causa un enorme scarico di acqua dolce nell’oceano e aumenta il livello del mare. Attualmente proprio lo scioglimento dei ghiacciai contribuisce come primo protagonista all’innalzamento del livello del mare (sta aumentando il livello del mare di 0,7 millimetri ogni anno) e, entro la fine del secolo, questo numero potrebbe aumentare da quattro a dieci volte.

Il mare invade e sommerge le terre, distruggendo interi territori, che entra nei fiumi, vedi il Po in questi giorni, invadendo le falde di riserva idrica, salinizzando l’acqua dolce, sottraendo altra acqua potabile per i campi, le bestie, gli uomini.

Scioglimento dei ghiacciai, significa crolli e slavine, significa perdita di biodiversità, delle condizioni che rendono possibile la nostra vita su questo pianeta.

Il contrasto alla siccità deve essere affrontato da un punto di vista dell’ecologia integrale quindi chiediamo lo stop immediato della riattivazione delle centrali a carbone, di nuove trivellazioni di gas e dell’installazione dei rigassificatori, delle grandi opere idrovore, della cementificazione, che impermeabilizza il suolo rendendo praticamente impossibile il ciclo naturale dell’acqua, degli impianti di incenerimento rifiuti che necessitano di enormi quantità di acqua per il raffreddamento.

Il nostro è un approccio di classe e ben consapevole che riguarda le scelte collettive e la gestione delle risorse più che quelle individuali. Non si tratta solo di modificare gli stili di vita ma lo stesso modello di sviluppo.

Maurizio Acerbo

Elena Mazzoni

Ordine del giorno approvato dal Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista.