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Caporalato: logica del profitto calpestando i diritti dei lavoratori e lavoratrici

17 Ottobre 2022

La Guardia di Finanza di Pavia ha arrestato, a Vigevano, tre “imprenditori cinesi” del settore calzaturiero che sfruttavano dei loro connazionali facendoli lavorare 7 giorni su 7 per 15 ore al giorno con salari da fame e alloggiandoli negli stessi luoghi di lavoro che diventavano, quindi, per loro, “casa e bottega”.

Il fatto, essendo che Rifondazione Comunista ha sempre difeso i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici senza alcuna differenza di nazionalità o etnia, non può lasciarci indifferenti.

Questo accaduto mette in evidenza gli insufficienti organici delle forze preposte a vigilare e la scarsità dei controlli in tutti i settori produttivi, causa principale delle morti sul lavoro.

Chiediamo  al Governo di potenziare gli organici degli ispettori del lavoro per far rispettare le leggi sulla sicurezza e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, con l’assunzione di 10.000 ispettori, affinché si ponga fine a questa vergognosa situazione, frutto di un sistema economico sempre più libero di calpestare tutto e tutti in nome della logica del profitto.

Ora più che mai riecheggia forte lo slogan che chiede di anteporre le persone e i diritti delle stesse al profitto di pochi.

Circolo “Hugo Chavez” del Partito della Rifondazione Comunista

UNA BELLA MANIFESTAZIONE PARTECIPATA PER LA PACE A MILANO

Una bella piazza. Doveva e poteva essere più grande. Sarà più grande. La pace è di tutte e tutti.

Come purtroppo la guerra. Le conseguenze le paghiamo tutte e tutti. Chi di più, con la vita, con la distruzione della propria casa e della propria quotidianità, chi con i costi della guerra che non possono essere sostenuti, tutte e tutti con la fine di un sogno: la pace possibile.

Oggi Milano ha dato una risposta, una delle tante.

Serve che il popolo della pace si faccia sentire davvero, ogni giorno. Ci vediamo in piazza, in tutte le piazze che parlino di pace.

16 Ottobre 2022

ASSOLTO L’EX ASSESSORE DI VOGHERA MASSIMO ADRIATICI

14 Ottobre 2022

Eccesso di legittima difesa, questa è la motivazione con cui il tribunale di Pavia ha mandato assolto Massimo Adriatici dall’accusa di omicidio volontario nei confronti di Youns El Boussettaoui, cittadino straniero senza fissa dimora e con problemi psichici.

Praticamente uccidere una persona disarmata, con un arma da fuoco caricata con munizioni di guerra è meno grave di un omicidio stradale.

Questa sentenza non ci stupisce, in questo paese si creato un clima di violenza e insicurezza tale per cui tutto  si giustifica, anche un omicidio.

In questo paese da anni si pensa di poter affrontare i problemi sociali non con politiche inclusive, di aiuto e solidarietà, cioè politiche sociali ma solo con politiche securitarie.

Questo paese non ha bisogno di più “poliziotti privati” armati con armi da guerra in giro per strada ma di servizi sociali più efficienti.

Pensare di risolvere i problemi sociali con le armi non farà altro che aumentare l’insicurezza e la violenza.

Meno armi più servizi sociali.

Rusconi Piero Rifondazione Comunista Pavia

In ricordo del compagno Giuseppe Carnevale Miino

11 ottobre 2022

A due anni dalla scomparsa di Giuseppe Carnevale, i compagni e le compagne profondamente commossi lo ricordano.

Durante la sua attività lavorativa, Giuseppe è sempre stato impegnato nella CGIL come delegato sindacale nel settore commercio della grande distribuzione, per la difesa dei lavoratori.

Ha aderito a Rifondazione Comunista dalla sua nascita e ne è stato militante appassionato e coerente.

Il compagno Giuseppe è stato una persona umile e schietta, con un animo sensibile, per il quale l’amicizia era veramente un valore.

Per molti di noi è mancato anche un amico prezioso.

La generosità era un altro tratto caratterizzante la sua personalità.

Amava e rispettava tutti gli animali: chi, fra coloro che l’hanno conosciuto, non ricorda il suo adorato cavallo e le sue affezionate caprette?

Era stato particolarmente coinvolto dallo straordinario ed entusiasmante movimento altermondialista dei Forum Sociali che, all’inizio del millennio, aveva acceso una nuova stagione di lotte e di speranze, che aveva espresso una capacità grandiosa di mobilitazione globale di persone con istanze e idee di cambiamento radicale e di liberazione, alternative al nuovo ordine mondiale che il neoliberismo stava imponendo.

Giuseppe fu molto colpito dalle tragiche giornate del G8 di Genova del luglio 2001, quando le classi dominanti imposero lo stato di polizia, scatenando una repressione barbara, vigliacca e omicida contro il movimento dei movimenti, assassinando Carlo Giuliani e massacrando, incarcerando, torturando centinaia di persone con inenarrabili – ma ben documentate – violenze.

Giuseppe non rimase indifferente, continuò a tornare a Genova in varie occasioni, intessendo nuove relazioni e amicizie forti, fino a considerarla la sua città adottiva. Finché poté, non mancò mai di partecipare ad ogni anniversario del 20 luglio per non dimenticare quelle giornate.

Carissimo Giuseppe, continueremo a lottare per un altro mondo possibile e sempre più necessario, per il comunismo, senza abiure, con orgoglio: è questo il modo migliore per continuare a ricordarti e averti nei nostri cuori.

A Giuseppe piaceva la natura. Amava il mare, con le sue albe, i suoi tramonti, i suoi cieli stellati.

Giuseppe amava la vita. Era una persona allegra a cui piaceva stare in compagnia, con sagacia e intelligenza. Perciò ti ricorderemo anche con un bicchiere di buon rosso, ogni volta che ne avremo l’occasione.

A tua moglie, a tuo fratello e a chi ti ha voluto bene, la nostra solidarietà e il nostro abbraccio fraterno.

Le compagne e i compagni di Rifondazione Comunista di Vigevano e della federazione di Pavia.

MOZIONE IN SOLIDARIETÀ E SUPPORTO ALLA LIBERTÀ ACCADEMICA DELLA COMUNITÀ STUDENTESCA IN IRAN

10 Ottobre 2022

MOZIONE IN SOLIDARIETÀ E SUPPORTO ALLA LIBERTÀ ACCADEMICA DELLA COMUNITÀ STUDENTESCA IN IRAN

IL CONSIGLIO DEGLI STUDENTI dell’Università di Pavia

CONSIDERATE le proteste pacifiche in Iran per la morte di Mahsa Amini, ventiduenne arrestata e picchiata a morte dalla polizia morale perché non stava rispettando le norme iraniane sull’utilizzo dell’hijab;

CONSIDERATI i recenti fatti di violenta repressione delle proteste e manifestazioni, avvenuti in Iran a danno di civili, giornalisti, e soprattutto studenti, studentesse e docenti da parte delle forze di sicurezza della Repubblica Islamica dell’Iran, che in molti casi hanno portato alla morte dei manifestanti;

CONSIDERATI i numerosi arresti di studenti, rappresentanti e membri dei comitati e movimenti studenteschi delle Università iraniane;

CONSIDERATA la sospensione delle lezioni in presenza e il conseguente passaggio alla didattica online da parte di molte Università in Iran;

CONSIDERATA la scomparsa di decine di studenti e studentesse iraniane, di cui si sono perse le tracce a seguito della repressione a opera delle forze di sicurezza della Repubblica Islamica dell’Iran;

CONSIDERATE le proteste che stanno avendo luogo in molte università iraniane, la loro violenta repressione con gas lacrimogeni, proiettili metallici o di gomma e il conseguente utilizzo degli spazi universitari come luogo di detenzione della comunità accademica messi in atto dalle forze di polizia iraniane;

CONSIDERATI gli sconcertanti video che arrivano dalla Sharif University of Technology di Teheran, dove la comunità accademica si trova bloccata all’interno delle mura universitarie;

CONSIDERATO il blocco dell’accesso a internet e dell’utilizzo di piattaforme di messaggistica istantanea avvenuto in Iran negli scorsi giorni a opera della Repubblica Islamica;

VISTE le numerose risoluzioni di condanna delle violazioni dei diritti umani in Iran adottate dal Parlamento Europeo;

VISTA la forte condanna dell’inaccettabile uso di forza per reprimere proteste pacifiche da parte di Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza;

VISTE le prove raccolte da Amnesty International sull’uso illegale da parte delle forze di sicurezza di proiettili, gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e percosse con manganelli per disperdere i manifestanti;

VISTI i documenti che attestano che, il 23 settembre, il comandante delle forze armate nella provincia di Mazandaran ha ordinato alle forze di sicurezza di tutti i paesi e città della provincia di “affrontare senza pietà, arrivando al punto di causare morti, eventuali disordini da parte di rivoltosi e antirivoluzionari”;

VISTA la lista di nomi di studentesse e studenti universitari iraniani di cui non si hanno più notizie da diversi giorni pubblicata sul sito del Global Student Forum;

VISTI l’art.19, l’art. 20 e l’art. 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Universal Declaration of Human Rights), i quali sanciscono rispettivamente il diritto inalienabile alla libertà di opinione e di espressione, il diritto di libera associazione e il diritto all’istruzione;

VISTO l’art. 19 dell’International Covenant of Civil and Political Rights di cui l’Iran è Stato firmatario, il quale sancisce il diritto alla libertà di espressione;

VISTI il comunicato di solidarietà della Rete delle Università italiane per la Pace;

CONSIDERATO il diritto di riunione pubblica e non violenta garantito dalla Costituzione all’art. 17;

CONSIDERATO il diritto di libera espressione, sancito dalla Costituzione all’art. 21;

CONSIDERATO il fondamentale ruolo di ricerca scientifica, diffusione culturale, formazione libera, critica e cosciente di tutti gli studenti e le studentesse che l’Accademia riveste nel tessuto sociale;

CONSIDERATO il ruolo dell’università nella creazione di un ambiente libero da strumentalizzazioni e violenze di ogni genere;

CONSIDERATI i preesistenti programmi nazionali di protezione per gli studenti a rischio, sui modelli esistenti già in Norvegia, Germania e in Polonia;

ESPRIME solidarietà alla comunità studentesca iraniana che in questi giorni sta protestando per veder riconosciuta la propria libertà e a studentesse e studenti iraniani iscritti nei corsi del nostro Ateneo e condanna la violenza e la repressione che continuano ad essere perpetrate contro la comunità accademica da parte delle autorità iraniane, anche all’interno degli spazi universitari; esprime inoltre la propria condanna per il mancato rispetto dei diritti umani da parte della Repubblica Islamica dell’Iran, con particolare attenzione al mancato rispetto della libertà d’opinione e d’espressione e della libertà d’associazione, fondamentali per qualsiasi istituzione universitaria o accademica.

CHIEDE che il Senato Accademico si esprima con netto dissenso rispetto alle violenze che continuano ad essere perpetrate in atti di repressione studentesca in Iran, che condanni l’utilizzo degli spazi universitari come luogo di detenzione della comunità accademica, che si schieri a difesa dei diritti umani, della democrazia e della libertà accademica nel Paese e chieda che l’Italia porti la questione davanti agli organi internazionali competenti;

che l’Ateneo si impegni per garantire un rientro sicuro a tutti i componenti della comunità accademica che eventualmente si trovino in mobilità internazionale in Iran;

che, attraverso l’interlocuzione con il Ministero dell’Università e della Ricerca, il Magnifico Rettore si faccia carico di sollecitare un’attenzione specifica del Governo Italiano e delle Istituzioni Europee nel monitorare la situazione di coloro che sono attualmente reclusi nelle carceri iraniane o risultano scomparsi, con particolare attenzione alla popolazione universitaria iraniana, esercitando pressione per il rilascio di tutti gli studenti o docenti universitari arrestati a causa dell’espressione del proprio dissenso;

che l’Ateneo sostenga l’istituzione di un numero di borse di studio volte all’ingresso in Italia della comunità studentesca, delle ricercatrici e ricercatori provenienti dall’Iran che non dovessero più avere la possibilità di continuare i loro studi nel proprio Paese, seguendo l’esempio di altre Università europee e del progetto Students at Risk (StAR). In questo senso, è possibile ipotizzare la realizzazione di un bando unificato per gli studenti ucraini, afghani e iraniani integrando le risorse e la delibera approvata dal Consiglio di Amministrazione il 27 settembre;

che l’Ateneo, in accordo con l’Ente per il Diritto allo Studio, indaghi sulla disponibilità di garantire vitto e alloggio alla comunità accademica iraniana nelle proprie strutture;

che il Magnifico Rettore si faccia portavoce di questa condanna delle violente repressioni delle proteste in Iran e delle misure di solidarietà intraprese dall’Ateneo all’interno della CRUI.

 
Firmatari della mozione
Simone Agutoli
Massimiliano Farrell

IL 9 OTTOBRE 1967 ERNESTO CHE GUEVARA VENIVA ASSASSINATO DAI MILITARI BOLIVIANI DIRETTI DALLA CIA

10 Ottobre 2022

“Non credo che siamo stretti parenti ma se Lei è capace di tremare d’indignazione ogni qualvolta si commetta un’ingiustizia nel mondo,
siamo compagni,
il che è più importante.”

Ernesto Guevara de la Serna, detto il “Che”

200.000 persone in piazza con la Cgil per condannare l’azione squadristica di un anno fa

9 Ottobre 2022

PAOLO FERRERO

Ieri 200.000 persone in piazza con la CGIL per condannare l’azione squadristica di un anno fa.

La nostra presenza con la grande bandierona della pace. Una manifestazione importante in cui Landini ha detto molte cose giuste.

Il punto dirimente è se comincerà a praticarle perché in questi anni alle parole non sono seguiti i fatti. Qui non si tratta di fare una manifestazione o uno sciopero ogni tanto ma di aprire una vertenza sociale che metta al centro la difesa delle condizioni di vita e di lavoro e che si scontri con la necessaria durezza con il governo, confindustria e le politiche dell’Unione Europea.

La CGIL ha ancora la forza per innescare una simile mobilitazione, vogliamo sperare che questa volta ne abbia anche la determinazione. Le bollette e la lotta contro il carovita non possono aspettare.

Un appello per la pace a tutti coloro i quali hanno a cuore il futuro dell’umanità e del pianeta

9 Ottobre 2022

Care, cari,

oggi è arrivato questo appello redatto da Richard Falk (Usa), Chandra Muzaffar (Malesia) e Joseph Camilleri (Malta e Australia). È sostenuto da numerose personalità di tutto il mondo. Sottolineo: statunitensi, europei, latinoamericani, africani, asiatici e dell’Oceania. Nord Globale e Sud Globale.

In allegato la traduzione.

Sottolineo. Né filorussi, né filoamericani, né filo-Nato. Per la pace, per l’umanità e per il pianeta.

Nel 1947 partiva il Doomsday Clock (l’Orologio del Giorno del Giudizio o dell’Apocalisse) promosso da scienziati dell’atomo preoccupati per il destino del mondo, in pericolo a causa della Guerra Fredda. E indicava allora che c’erano solo 7 minuti all’annientamento nucleare. Oggi siamo a pochi secondi. Togliamo ai novelli dottor Stranamore la prepotenza di “giocare con il mondo”, al fine di mantenere privilegi, ricchezza, egemonia e potere.

Vi prego di firmare questo appello, vedete il link nel testo, e di farlo girare nei vostri ambiti. Le persone che l’hanno promosso rappresentano un’umanità che ha a cuore il futuro della specie umana, del vivente e del pianeta tutto. Per un mondo multipolare, antiegemonico, antimperiale.

Un caro saluto.

Giorgio Riolo


Un appello per la pace a tutti coloro i quali hanno a cuore il futuro dell’umanità e del pianeta

promosso da Richard Falk, Joseph Camilleri, Chandra Muzaffar e sostenuto da tante altre personalità del mondo intero

L’umanità ha raggiunto un punto di svolta. È tempo che i governi, le istituzioni internazionali e le persone di tutto il mondo facciano il punto della situazione e agiscano con rinnovata urgenza.

Il conflitto in Ucraina sta infliggendo morte, ferite, sfollati e distruzione, aggravando la crisi alimentare globale, portando l’Europa alla recessione e creando onde d’urto nell’economia mondiale.

Il conflitto su Taiwan minaccia di degenerare in una vera e propria guerra che devasterebbe Taiwan e trasformerebbe l’Asia orientale in una polveriera.

Ancora più preoccupante è la relazione tossica tra gli Stati Uniti da un lato e la Cina e la Russia dall’altro. Qui risiede la chiave di entrambi i conflitti.

Quello a cui stiamo assistendo è il culmine di decenni di evidente malagestione della sicurezza globale. Gli Stati Uniti non sono stati disposti ad accettare, e tanto meno ad adattarsi, all’ascesa della Cina e al riemergere della Russia. Non sono disposti a rompere con le nozioni obsolete di dominio globale, retaggio della Guerra Fredda e del trionfalismo seguito al crollo dell’Unione Sovietica.

È in atto un cambiamento nel potere globale. Il mondo occidentalocentrico, in cui prima l’Europa e poi gli Stati Uniti hanno avuto la posizione di dominio, sta lasciando il posto a un mondo multicentrico e multilaterale in fatto di civiltà, in cui altri centri di potere e di influenza esigono di essere ascoltati.

La mancata accettazione di questa nuova realtà comporta un pericolo immenso. È in pieno svolgimento una nuova guerra fredda, la quale può trasformarsi in qualsiasi momento in una guerra calda. Secondo le parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, “l’umanità è a un dipresso dall’annientamento nucleare, a causa di un malinteso, a causa di un errore di calcolo”.

Anche se l’apocalisse nucleare è scongiurata, la discordia tra gli Stati dotati di armi nucleari impedisce la risoluzione cooperativa dei problemi, la fornitura di beni pubblici globali e un sistema Onu efficace e indipendente.

Per essere all’altezza della sfida abbiamo bisogno di una risposta coerente, sostenuta e multiforme da parte dei governi e delle istituzioni internazionali, ispirata e guidata da una società civile sempre attenta e impegnata. Sono diversi i passi da compiere, alcuni immediati, altri a più lungo termine.

I primi passi debbono mirare a porre fine al conflitto in Ucraina e a disinnescare le tensioni su Taiwan. Sono necessari sforzi più sostanziali per promuovere un quadro di coesistenza cooperativa tra Stati Uniti, Russia e Cina – un elemento essenziale per la costruzione della pace in Europa e in Asia.

A tal fine, riteniamo che il Segretario Generale delle Nazioni Unite o un gruppo di medie potenze – idealmente meglio entrambe le parti, agendo di concerto – potrebbero avviare un’iniziativa su più fronti volta a garantire un cessate il fuoco efficace e duraturo in Ucraina e l’allentamento delle tensioni su Taiwan.

Nel caso dell’Ucraina, l’obiettivo deve essere quello di garantire la cessazione di tutti i combattimenti da parte delle forze russe e ucraine e dei gruppi separatisti operanti nella regione del Donbass. Si tratterebbe di un cessate il fuoco monitorato da un gruppo delle Nazioni Unite che riferisca regolarmente e direttamente al Segretario Generale dell’Onu.

Tuttavia, è improbabile che un cessate il fuoco possa durare a lungo senza una soluzione duratura del conflitto russo-ucraino. Questa dipenderà a sua volta dalla fine dell’uso cinico della guerra in Ucraina da parte di grandi potenze intenzionate a perseguire le proprie ambizioni geopolitiche. Solo allora sarà possibile conseguire

– il ritiro graduale delle forze militari russe;

– la fine della fornitura di aiuti militari letali all’Ucraina;

– una politica di neutralità costituzionalmente sancita per l’Ucraina;

– la risoluzione delle questioni giurisdizionali, in particolare la Crimea e la regione del Donbass, insieme a un processo volto a sanare le animosità regionali, etniche e religiose all’interno dell’Ucraina.

– Tutti i prigionieri di guerra, i rifugiati e i civili in cattività devono essere restituiti ai rispettivi Paesi e tutti i loro diritti devono essere rispettati come previsto dalle Convenzioni di Ginevra.

Questi accordi dovranno essere integrati da un accordo più ampio che coinvolga altre parti interessate, al fine di assicurare: un programma internazionale adeguatamente finanziato per affrontare la crisi umanitaria in Ucraina; garanzie internazionali per salvaguardare l’indipendenza, la neutralità e l’integrità territoriale dell’Ucraina; la rimozione di tutte le sanzioni imposte alla Russia e il ripristino di normali relazioni commerciali.

Nel caso del conflitto di Taiwan, il primo passo deve essere quello di allentare l’attuale livello di tensione. A tal fine, la comunità internazionale dovrebbe riaffermare i principi enunciati nel comunicato di Shanghai del 1972, in particolare il principio “una sola Cina”, che oggi gode di un ampio sostegno internazionale. In linea con questo principio, la comunità internazionale deve utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione per dissuadere Taiwan dal fare qualsiasi dichiarazione unilaterale di indipendenza. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, insieme all’Asean, è nella posizione ideale per condurre questa linea d’azione.

Queste iniziative, relativamente a breve termine, devono aprire la strada a una serie di consultazioni interconnesse, culminanti in una conferenza internazionale, il cui scopo principale sarebbe quello di definire una nuova architettura di sicurezza globale, sostenuta da adeguate riforme della governance mondiale e finalizzata a:

1. Fermare la marcia verso la completa distruzione nucleare e avviare un programma ambizioso per il disarmo nucleare, iniziando con una serie di accordi per il controllo degli armamenti e il disarmo e portando, entro un determinato lasso di tempo, all’adesione universale al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari;

2. Rispecchiare la realtà di un mondo multicentrico e multilaterale in fatto di civiltà, rispettoso dell’indipendenza e dei diritti legittimi di tutte le nazioni sovrane e in cui nessun attore miri ad esercitare ambizioni imperiali o egemoniche.

3. Enunciare i principi di sicurezza comune, cooperativa e globale e tradurli in accordi regionali efficaci, soprattutto in Europa e nella regione Asia-Pacifico;

4. Avviare una serie di misure in grado di invertire la militarizzazione del sistema internazionale, tra cui la limitazione della portata e degli obiettivi delle alleanze militari e del dispiegamento di forze militari all’estero, nonché la progressiva riduzione dei bilanci militari nazionali, reindirizzando così le risorse verso aree di urgente necessità sociale, economica e ambientale;

5. Avviare una profonda riforma delle istituzioni internazionali, in particolare del sistema delle Nazioni Unite, in modo che possano rispondere in modo più efficace e cooperativo alle minacce esistenziali, in particolare al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità e alle pandemie presenti e future.

Tutto questo non avverrà senza un massiccio risveglio globale della saggezza e dell’energia umane. Per quanto importanti siano i governi e le istituzioni internazionali, l’iniziativa per una risposta coerente alle sfide che dobbiamo affrontare spetta in gran parte alle persone, alla società civile.

È necessaria una leadership di vario tipo. Ecco perché questo messaggio è rivolto anche a intellettuali, artisti, scienziati, giornalisti, capi religiosi, sostenitori e altri cittadini impegnati.

Parimenti, abbiamo in mente i gruppi che si occupano dei diritti dei popoli indigeni, degli aiuti e dello sviluppo, della risoluzione dei conflitti, delle libertà civili e dei diritti umani, della violenza contro le donne, dei rifugiati e dei richiedenti asilo, dei cambiamenti climatici e delle altre minacce all’ambiente, della salute pubblica (non ultima la Covid), della giustizia per i poveri e per gli emarginati e della diversità etnica, religiosa e culturale.

TUTTI sono colpiti negativamente dal confronto tra grandi potenze, dalle leggi oppressive sulla sicurezza, dall’aumento dei bilanci militari e dalle attività militari distruttive, per non parlare della prospettiva di una catastrofe nucleare.

TUTTI hanno un ruolo cruciale da svolgere.

Anche i sindacati, le reti professionali (nel campo dell’istruzione, della legge, della medicina, dell’assistenza infermieristica, dei media e delle comunicazioni), le organizzazioni di agricoltori, gli enti religiosi, i gruppi di riflessione incentrati sull’uomo e i centri di ricerca hanno molto da contribuire alla discussione per un futuro abitabile.

È tempo che le persone di tutto il mondo assumano l’iniziativa, individualmente e collettivamente, per avviare discussioni, piccole e grandi, formali e informali, in rete e di persona, utilizzando la parola scritta e parlata, nonché le arti visive e dello spettacolo.

Questo è un momento di riflessione collettiva sulla situazione attuale, sulla direzione da prendere e sui passi necessari per arrivarci.

La posta in gioco è alta. Abbiamo bisogno di un pensiero coraggioso che metta in connessione le persone e le questioni, all’interno dei Paesi e tra i Paesi stessi. Dobbiamo ravvivare e riformulare la discussione sulla sicurezza globale. Non c’è un momento da perdere.

Clicca qui per firmare la petizione

https://www.change.org/p/to-all-who-care-about-humanity-s-and-the-planet-s-future

Appello preparato da

Richard Falk, professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton; cattedra di diritto globale all’Università Queen Mary di Londra; ricercatore associato all’Ucsb.

Joseph Camilleri, professore emerito dell’Università La Trobe di Melbourne; membro dell’Accademia delle Scienze Sociali in Australia; presidente di Conversation at the Crossroads.

Chandra Muzaffar, ex professore di Studi globali, Universiti Sains Malaysia, Penang; presidente del Movimento internazionale per un mondo giusto (JUST).

Sostenuto da

Prof. Abdelllah Hammoudi, Professore emerito di Antropologia; Direttore fondatore dell’Istituto Transregionale, Università di Princeton

Ajarn Sulak Sivaraksa, cofondatore e presidente del Comitato consultivo della Rete internazionale di buddisti impegnati

Ashis Nandy, Homi Bhabha Fellow, Centro per lo studio delle società in via di sviluppo

Brad Wolf, direttore esecutivo di Peace Action Network of Lancaster.

Prof. Alfred de Zayas, professore di diritto internazionale, Scuola diplomatica di Ginevra; ex esperto indipendente delle Nazioni Unite sull’ordine internazionale (2012-18).

Dr. Arujunan Narayanan, accademico che insegna Relazioni internazionali, Diritto internazionale e Filosofia occidentale – UKM, UM, HELP University, Armed Forces Defence College, Institute of Diplomacy and Foreign Relations.

Prof. Assaf Kfoury, professore di informatica, Università di Boston.

Prof. Azyumardi Azra (deceduto), Rettore dell’Università islamica di Stato Syarif Hidayatullah, Giacarta, Indonesia (1998-2006); Professore di Storia, Università islamica di Stato, Giacarta, Indonesia (dal 1997).

Celso Luiz Nunes Amorim, ex ministro degli Esteri; ex ministro della Difesa, Brasile

Prof. Chaiwat Satha-Anand, ex presidente dell’Associazione per le scienze sociali della Thailandia; ex vice rettore per gli affari accademici dell’Università Thammasat; attualmente esperto del Toda Peace Institute, professore di scienze politiche dell’Università Thammasat; illustre studioso dell’Università Thammasat.

Chris Hedges, giornalista, autore e commentatore americano

David Swanson, autore, direttore esecutivo di World BEYOND War

Prof. Farish A. Noor, Professore, Dipartimento di Storia, Università di Malaya

Fredrik S. Heffermehl, avvocato e scrittore, Norvegia, Premio Nobel per la Pace.

Prof. Ilan Pappe, Direttore del Centro europeo di studi sulla Palestina, Università di Exeter, Gran Bretagna.

Ivana Nikolic Hughes, presidente della Nuclear Age Peace Foundation; docente senior di chimica alla Columbia University.

Prof. Jeffrey Sachs, Professore universitario, Columbia University

Jorge Casteneda, ex ministro degli esteri del Messico, New York University

Jeremy Corbyn, deputato indipendente, ex segretario del Labour Party

John K. Stoner, 1040forpeace.org

Prof. Jomo Kwame Sundaram, Professore emerito di Economia, Università di Malaya

Prof. Junaid S. Ahmad, Direttore del Centro per lo studio dell’Islam e della decolonialità, Islamabad, Pakistan

Dott.ssa Kate Hudson, Segretario generale della Campagna per il disarmo nucleare.

Kathy Kelly, Presidente del Consiglio di amministrazione di World BEYOND War

Kishore Mahbubani, preside fondatore della Scuola di politica pubblica Lee Kuan Yew, NUS.

Prof. Kevin Clements, Direttore dell’Istituto per la pace Toda, Tokyo, Giappone.

Dr. Lim Teck Ghee, analista politico

Prof. Mahmood Mamdani, Professore presso Columbia University, New York.

Mairead Maguire, vincitrice del premio per la pace; cofondatrice di Peace People; Irlanda del Nord

Prof. Maivan Clech Lam, professore emerito di diritto internazionale, Ralph Bunche Institute for International Studies presso il Graduate Center della City University di New York.

Maung Zarni, dissidente birmano e cofondatore di Forsea.

(Tan Sri.) Mohamed Jawhar Hassan, professore aggiunto dell’Istituto Asia-Europa dell’Università di Malaya; ex presidente e direttore generale dell’Istituto di studi strategici e internazionali (Isis) della Malesia.

Dr. Ramzy Baroud, Centro per l’Islam e gli Affari Globali, Università Zain, Istanbul

Prof. Shad Saleem Faruqi, professore emerito presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Malaya; titolare della cattedra della Fondazione Tunku Abdul Rahman

Shahanaaz Habib, ex giornalista, The Star

Susan Wright, Ph.D., ricercatrice e docente emerita di Storia della scienza presso l’Università del Michigan.

Victoria Brittain, giornalista e autrice

Yanis Varoufakis, membro del Parlamento greco e leader del MeRA25, cofondatore del DiEM25; professore di economia all’Università di Atene; professore onorario di economia politica all’Università di Sydney; professore honoris causa di diritto, economia e finanza all’Università di Torino; Distinguished Visiting Professor di economia politica al Kings College dell’Università di Londra.

Hans von Sponeck, Segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite (in pensione)

Dr. Michael Jeyakumar, presidente del Partito socialista della Malesia

Noam Chomsky, linguista americano, filosofo, scienziato cognitivo, saggista storico, critico sociale e attivista politico

Phyllis Bennis, Direttore del New Internationalism Project, Istituto per gli Studi Politici

Ronnie Kasrils, ex ministro sudafricano in pensione, attivista e autore.

DOPO IL VOTO DEL 25 SETTEMBRE. DOCUMENTO DELLA DIREZIONE NAZIONALE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA

Pubblicato il 6 ott 2022

Documento approvato dalla Direzione Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Le elezioni del 25 settembre ci consegnano un Paese in cui per la prima volta nella storia repubblicana il partito più votato è erede della formazione storica dei nostalgici del fascismo con la loro fiamma nel simbolo. La maggioranza di seggi conquistati nel parlamento non è conseguenza di una crescita impetuosa del consenso verso il complesso della destra. Piuttosto, è avvenuta una redistribuzione del voto all’interno della coalizione che già con Salvini aveva assunto negli anni scorsi un profilo di ultradestra trumpiana e lepenista.

La destra non ha conquistato la maggioranza dei voti, ha vinto elezioni caratterizzate dall’ulteriore crescita dell’astensionismo. Siamo di fronte a dati che riflettono la profonda crisi sociale e democratica: l’affluenza più bassa nelle elezioni politiche (63.9%) e il maggior calo della partecipazione al voto rispetto alla precedente tornata  (oltre il 9%) nella storia repubblicana. Dopo anni di politiche neoliberiste, di svuotamento della democrazia costituzionale e di cancellazione di un’alternativa di sinistra, è cresciuto enormemente il distacco delle classi popolari dalla politica e dalla rappresentanza. La vittoria della fiamma tricolore è il risultato di un processo di lunga durata di sdoganamento del fascismo e revisionismo storico, di un trentennio di bipolarismo e soprattutto dell’ultimo decennio di governi con dentro il PD. L’affermazione di Fratelli d’Italia non va sottovalutata perché non è un episodio isolato, ma si inserisce in un contesto europeo e internazionale che ha visto nell’ultimo decennio la crescita globale dell’ultradestra, dagli Stati Uniti al Brasile e in molti Paesi europei.

In Italia però i dati dicono chiaramente che non siamo di fronte a un’onda nera. La percentuale delle astensioni è più alta di quella ottenuta complessivamente dalla coalizione di destra che non ha ottenuto nemmeno la maggioranza dei voti. Va ribadito con nettezza che la vittoria di Giorgia Meloni è conseguenza delle scelte elettorali del PD e di una legge elettorale su cui chiese la fiducia il governo Gentiloni e che Enrico Letta ha deciso di non modificare facendo un patto con la leader della destra. Con una legge elettorale proporzionale non ci sarebbe un governo guidato da Giorgia Meloni.

Questa legge elettorale palesemente incostituzionale e antidemocratica non solo ha consegnato alla destra una maggioranza che non ha nel Paese, ma ha negato rappresentanza a 2.817.883 elettori pari al 10,47% dell’elettorato.

Il profilo di Fratelli d’Italia è caratterizzato dai temi condivisi con la Lega di Salvini: xenofobia, razzismo, “guerra culturale” contro diritti delle donne e lgbtqi, politiche sicuritarie, rottura dell’unità del Paese e dei principi di uguaglianza. Sono state però accantonate le velleità sovraniste di rottura con l’Unione Europea, dentro la quale cresce il peso delle forze nazionaliste di destra ed è palese la volontà di rassicurare l’establishment economico italiano e internazionale. E’ totale l’allineamento con gli USA e la NATO. Nonostante la demagogia populista, l’estrema destra che torna al governo non è antisistemica sul piano economico e sociale, né su quello della collocazione internazionale. Per questo Clinton e Draghi prima del voto hanno pubblicamente legittimato la nascita di un esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

La sconfitta del PD non è un dato che può essere attribuito soltanto a scelte sbagliate contingenti. Siamo di fronte al fallimento dell’intero progetto fondativo, dall’impianto programmatico neoliberista e della identificazione subalterna con la governance europea e atlantica. La composizione sociale del voto al PD è il risultato delle politiche antipopolari che hanno caratterizzato la storia del centrosinistra.

La tragedia italiana è che per milioni di persone la sinistra continua a identificarsi con il PD, con le conseguenze che sono ormai evidenti. Lo stesso relativo successo della lista di Si-Verdi come formazione alleata del PD è stato alla base della mancata aggregazione di un polo alternativo di sinistra.

In assenza di una sinistra autonoma, forte e percepibile a livello di massa, il M5S di Conte è diventato il riferimento per un’area consistente di elettori di sinistra, nonostante il trasformismo e le contraddizioni che lo hanno caratterizzato negli ultimi 5 anni di ininterrotta presenza al governo. Il successo nel meridione, come partito del reddito di cittadinanza, ha cancellato il dato dell’enorme crollo del consenso rispetto al 2018. Il M5S continua a occupare in forme nuove lo spazio della protesta e dell’alternativa, ma con caratteristiche diverse da quelle originarie del “né di destra, né di sinistra”. Il suo riposizionarsi come forza “progressista” è sicuramente stata una scelta elettorale forzata, ma con un governo di destra non può che essere confermata.

I dati elettorali confermano che in questo paese c’è bisogno di una sinistra popolare e di classe. Purtroppo l’insuccesso della nostra proposta di Unione Popolare fotografa la realtà dei rapporti di forza.

La crisi di governo e le elezioni anticipate, che ci hanno colto in ritardo nella costruzione di un progetto politico unitario della sinistra di alternativa, ci hanno impedito di sviluppare il progetto che era faticosamente partito il 9 luglio e che avrebbe avuto bisogno di mesi di tessitura, interlocuzioni, radicamento nel Paese per arrivare alla scadenza elettorale con qualche possibilità di affermazione. Siamo precipitati in una forsennata corsa per la composizione delle liste, la raccolta delle firme e poi la campagna elettorale che nonostante la generosità e l’impegno militante, non poteva non essere in salita.

Vanno ringraziate/i tutte le compagne e i compagni che hanno garantito il successo non scontato della raccolta delle firme e poi una campagna rapidissima, che aveva suscitato anche aspettative superiori al risultato raggiunto.

Lo spazio politico per la nostra lista si è ristretto per la configurazione che ha caratterizzato la campagna: rottura del PD con il M5S che ha recuperato proprio grazie alle polemiche degli avversari un’immagine di radicalità e alterità che aveva smarrito; rottura di Calenda che ha reso più digeribile la scelta di SI e Verdi di alleanza col PD. Il successo di Conte e del M5S nelle regioni meridionali ha chiuso lo spazio per Unione Popolare, nonostante la candidatura di Luigi de Magistris persino in regioni come la Calabria, dove solo un anno fa aveva raccolto quasi il 17%.

La nostra debolezza non ci ha consentito di diventare punto di riferimento percepibile dall’elettorato popolare e soprattutto di raggiungere l’area dell’astensionismo, mentre altre opzioni, seppur meno coerenti della nostra, sono apparse più efficaci anche per i settori più politicizzati e informati di sinistra, ambientalisti e pacifisti.

Abbiamo pagato anche questa volta l’ostracismo dei media – la pressocchè totale assenza dai telegiornali che rappresentano ancora il principale canale di orientamento dell’elettorato – anche se il portavoce Luigi de Magistris è riuscito a conquistare uno spazio nei talk sicuramente maggiore rispetto a quello a cui siamo abituati. Ancora una volta, ci siamo ritrovati nella difficoltà di far conoscere un simbolo e una proposta politico-programmatica nuova a vasti settori dell’elettorato soprattutto popolare.

Hanno pesato fortemente l’eredità delle sconfitte precedenti e gli stessi sondaggi. Il dubbio che Unione Popolare non potesse superare la soglia del 3% ha indotto una parte consistente dell’elettorato potenziale verso il M5S o la lista Si-Verdi. Nei comportamenti dell’elettorato pesa la questione dell’efficacia del voto e non solo nei termini del cosiddetto “voto utile” contro la destra.

Ma ancora più di tutto questo ha pesato l’assenza di un movimento sociale generalizzato. Una nuova rappresentanza politica a sinistra si alimenta e vive innanzitutto dell’apertura di una contesa sociale nel Paese, più che di un’azione propagandistica, elettorale o della personificazione di una operazione politica. Da qui dobbiamo ricominciare, da campagne contro la guerra, il carovita, l’impoverimento sociale per la ricostruzione possibile e necessaria di una forza di alternativa

Il risultato insoddisfacente non cancella il fatto che senza il progetto di Unione Popolare non avremmo certo registrato migliori risultati nella collocazione di alternativa e rottura che abbiamo scelto da anni e confermato all’ultimo congresso. Basti pensare ai risultati delle ultime tornate amministrative e regionali

In ogni caso non vanno dispersi la disponibilità all’impegno, la simpatia, il consenso e anche l’entusiasmo che si sono coagulati intorno a Unione Popolare. Se Unione Popolare sparisse dalla scena sarebbe una sconfitta ben più grave di quella elettorale.

Il percorso, nato dalla convergenza tra il nostro partito, Potere al Popolo, DeMa, le parlamentari di ManifestA, e altre formazioni e tante/i intellettuali e attiviste/i  va proseguito ed allargato, valorizzando i primi passi compiuti con la campagna elettorale, promuovendo da subito momenti assembleari territoriali, in un processo che sia di partecipazione democratica.

Intorno al progetto di Unione Popolare si è aggregata un’area di disponibilità all’impegno più larga dei partiti che hanno promosso l’aggregazione e soprattutto energie intellettuali, attiviste/i, giovani. Un’area che va appieno coinvolta.

Il percorso va proseguito riprendendo immediatamente l’iniziativa politica e sociale in questo autunno segnato dall’escalation della guerra, dalla crisi sociale prodotta dal caro bollette e dall’inflazione, dalla stessa nascita di un esecutivo di destra. Unione Popolare deve dimostrarsi utile come soggetto e spazio unitario dell’opposizione più conseguente e coerente al governo di destra e voce del malessere delle classi popolari.

Non si tratta di costruire un nuovo partito e di sciogliere le organizzazioni esistenti. Un dibattito di questo genere produrrebbe, tra l’altro, un dibattito tutto interno, invece dell’iniziativa e delle interlocuzioni di cui c’è bisogno per rafforzare il progetto e radicarlo nel paese. Le nostre coordinate sono contenute nelle tesi approvate all’ultimo congresso: lavoriamo per un movimento plurale dentro al quale trovare le forme in cui la convergenza delle soggettività organizzate, la partecipazione, l’elaborazione comune possano svilupparsi.

E’ evidente che le modalità attraverso le quali strutturare e far vivere l’Unione Popolare, oltre che a un approfondimento da parte del nostro Partito, vanno pensate e concordate insieme a tutte le soggettività che hanno concorso alla creazione di questo spazio di confluenza che già ha assunto nel Paese durante la campagna elettorale una riconoscibilità come soggetto politico unitario. La disponibilità di una figura di portavoce come Luigi de Magistris rimane una risorsa per Unione Popolare, che ora potrà finalmente procedere a quel percorso democratico, partecipato, orizzontale, includente e aperto che non è stato possibile a causa della precipitazione elettorale. Lo stesso rapporto con le tante lotte e vertenze va sviluppato nella pratica della convergenza, che riguarda aree molto più vaste di quelle già impegnate in Unione Popolare.

Il nostro partito è chiamato a svolgere un ruolo essenziale di elaborazione e iniziativa dentro la fase che si è aperta.

La riorganizzazione e il rafforzamento del partito è questione essenziale, che si pone in relazione con il progetto di Unione Popolare e la costruzione dell’opposizione sociale e politica. A tal proposito la Direzione Nazionale impegna il Partito a riavviare nei territori il percorso relativo allo svolgimento della Conferenza Nazionale di Organizzazione da tenersi nelle giornate del 14 e 15 gennaio sulla base del mandato e dei documenti già approvati, tenendo altresì conto delle novità di quadro politico e sociale e dei nuovi compiti che fanno seguito al risultato elettorale.

Anche se ci saranno molti elementi di continuità con l’agenda dei governi precedenti, bisogna avere la consapevolezza che con un governo così marcatamente di destra si riconfigura l’intero campo dello scontro politico.

La crisi della sinistra è tale che, pur in presenza del palese fallimento del modello neoliberista, della crisi ecologica e economica e della guerra, non si sviluppano movimenti di massa in grado di cambiare l’agenda del Paese e dell’Europa.

Una sinistra con un punto di vista anticapitalista, ambientalista, femminista, intersezionale, è quanto mai necessaria di fronte a un governo che porterà avanti una miscela di populismo reazionario e neoliberismo.

Nella costruzione dell’opposizione vanno evitati due errori speculari: quello della subalternità alle forze che punteranno a una nuova soluzione tecnocratica, con la riedizione di un frontismo di centrosinistra senza contenuti di alternativa e quello della sottovalutazione della specificità e dell’aggressività della destra fascistoide.

Il risultato elettorale conferma la necessità di costruire una coalizione popolare e contro la guerra che avevamo proposto dopo la crisi di governo e da questo punto di vista va rilanciata la nostra iniziativa a partire dai contenuti dell’opposizione al governo.

La costruzione di un movimento contro la guerra e contro il carovita è il terreno immediato su cui mobilitarsi e su entrambi i temi è evidente la necessità di una rottura con le politiche perseguite dai governi degli ultimi decenni. Lavoriamo per lo sviluppo della campagna “noi non paghiamo” e più in generale contro il caro-bollette.

La Direzione Nazionale impegna la Segreteria Nazionale nella prosecuzione dell’interlocuzione con le altre componenti di Unione Popolare per individuare i prossimi passaggi e consegna alla discussione del partito e del prossimo Comitato Politico Nazionale la prosecuzione del confronto sulla fase politica e i nostri compiti.

La Direzione Nazionale impegna tutto il partito in vista delle scadenze nazionali già fissate di mobilitazione, a partire dalla manifestazione nazionale della Cgil di sabato 8 ottobre, la manifestazione di Bologna del 22 ottobre, le manifestazioni a Napoli e Roma del 5 novembre, lo sciopero dei sindacati di base del 2 dicembre, nel rilancio delle campagne per una legge elettorale proporzionale e contro ogni autonomia differenziata. 

La Direzione Nazionale esprime la solidarietà e sostegno del PRC alla mobilitazione delle donne e dei giovani contro la repressione e l’oscurantismo del regime teocratico iraniano e alla resistenza del popolo e in particolare delle donne curde, che continuano a essere bersaglio del terrorismo di stato del regime di Erdogan.

Di fronte all’escalation bellica la Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista rilancia la proposta a tutti i partiti, i sindacati, i movimenti, le associazioni, le reti schierate contro l’invio delle armi e per una soluzione di pace, di convocare una grande manifestazione contro la guerra e di proporre alla Sinistra Europea di lavorare per una giornata di mobilitazione internazionale.

Costruiamo l’Unione Popolare contro la destra, la crisi e la guerra!

Documento approvato con 27 favorevoli

7 contrari, 1 astenuto


Il doc alternativo :
[6/10, 20:52] Prc Pt Sabri: La Direzione nazionale del Partito della Rifondazione Comunista S.E.

in relazione all’esito delle elezioni politiche,
sottolinea
il pericolo derivante dall’affermazione della coalizione delle destre che, anche in virtu’ del meccanismo di una legge elettorale palesemente anticostituzionale, riesce con il 44% dei consensi a superare il 50 % dei seggi nelle due Camere, candidandosi al governo del Paese con una piattaforma dichiaratamente iperliberista, xenofoba e fortemente connotata da propositi antidemocratici.
Questa affermazione è il risultato di una crescente disaffezione dei cittadini nei confronti delle istituzioni, testimoniata dalla forte crescita dell’astensionismo e della disillusione crescente di un elettorato popolare che nel corso di questi anni ha visto l’erosione progressiva del sistema dei diritti e la crescita di diseguaglianze sempre più marcate, non contrastate, ma spesso sostenute anche dalle componenti della sinistra moderata.
In questo contesto, il risultato di Unione Popolare è stato insufficiente e non riflette adeguatamente l’impegno e la passione di tanti militanti e sostenitori che hanno garantito la presentazione della lista raccogliendo migliaia di firme in breve tempo e che hanno permesso la realizzazione di una campagna elettorale estesa a tutto il paese con centinaia di iniziative. Ad essi va il più vivo ringraziamento del nostro Partito.
Ritiene
che sia necessaria una riflessione approfondita sulle cause di questo risultato e che la stessa coalizione di Unione popolare promuova al suo interno una valutazione rigorosa dei limiti della propria azione e considera tale valutazione condizione fondamentale per dare continuità all’esperienza fino ad ora compiuta. Le spiegazioni del risultato elettorale sono molteplici. Dai tempi limitati della campagna elettorale, da un’esposizione mediatica insufficiente, dall’effetto del voto utile, ma tutti questi fattori non fanno venire meno il limite di rappresentatività di una lista sostenuta da un arco di forze troppo limitato e con un profilo programmatico non compiuto.
Considera altresì
centrale nella nuova fase l’impegno del Partito della Rifondazione Comunista per la costruzione a livello sociale e politico di una forte opposizione in grado di contrastare efficacemente il governo delle destre con una piattaforma anti liberista fondata su una rottura con le politiche perseguite in questi anni e tesa a garantire diritti fondamentali quali: il diritto ad una piena occupazione, la soppressione delle forme di precarietà, un reddito dignitoso per tutti i cittadini, una riqualificazione e potenziamento della scuola e della sanità, una forte progressività fiscale, la eliminazione delle norme che hanno snaturato il sistema pensionistico, una riduzione significativa delle diseguaglianze sociali e territoriali, la difesa di diritti sociali inalienabili a partire da quelli degli immigrati, la non attuazione dell’autonomia differenziata e il rifiuto di una controriforma presidenzialistica, il rifiuto della guerra e di ogni coinvolgimento del nostro paese
Considera
in questo contesto, Unione Popolare come un primo raggruppamento di forze di un campo della sinistra antiliberista che va ulteriormente esteso.
A tale proposito ritiene che
Unione Popolare debba mantenere un carattere aperto e che non debba essere trasformata in un partito, ne in un soggetto politico appesantito da una struttura organizzativa strutturata ad ogni livello, in quanto ciò ne snaturerebbe il carattere di luogo di ricomposizione di soggetti politici differenti, ma unificati da una comune ispirazione antiliberista, e di luogo aperto al confronto e alla collaborazione con nuove forze.
In particolare ritiene
che compito di Unione popolare debba essere quello di offrire una alternativa elettorale al popolo deluso della sinistra e promuovere una iniziativa politica incentrata oggi su alcune campagne di sensibilizzazione politica, quali: la lotta per la pace e per la difesa dei redditi
inoltre sottolinea
come non sia necessario che la coalizione in questa fase rifugga da una accentuata personalizzazione, che non sia proponibile dar vita a forme organizzative basate sul principio di maggioranza, ma che le stesse debbano essere ispirate al principio della unanimità, che queste siano previste solo a livello nazionale e costituite da rappresentanti delle forze che concorrono a Unione Popolare con pari dignità e che non sia messa in discussione l’autonomia decisionale, organizzativa e operativa delle singole forze politiche e sociali che costituiscono la coalizione, le quali devono poter svolgere una iniziativa politica autonomamente, intercettando così i più ampi consensi.
Antonio Marotta
Gianluigi Pegolo
Rita Scapinelli
Raffaele Tecce

CONSIGLIO COMUNALE DI MORTARA DEL 26 SETTEMBRE: le nostre osservazioni…

5 Ottobre 2022

Giuseppe Abbà

💬 Nel corso del Consiglio comunale di Mortara del 26 settembre sono state discusse le linee programmatiche dell’amministrazione Gerosa e le mozioni da me presentate per rimettere le panchine tolte dalla precedente amministrazione leghista e contro la sopraelevazione della “collina dei rifiuti” di Albonese.

🙈 Sulle linee programmatiche sono intervenuto (unico dall’opposizione) sostenendo che nel programma della Giunta non c’è una sola parola sui supermercati (di cui chiediamo la moratoria), manca un discorso generale sulla gestione dei rifiuti, (che chiediamo ritorni pubblica) dopo la colpevole dissoluzione del Clir, non una parola sulla bonifica dell’area ex Bertè, nulla sulla grave questione dei fanghi, non è indicata una soluzione definitiva per il Centro Istruzione Adulti, niente sull’Aler e le case popolari, nulla sulla gestione del Palazzo del Moro e nessuna indicazione sul futuro del Parco Nuovi Nati dopo la parziale ripulitura. In pratica non si sono affrontati i principali problemi della Città.

😎 Sulle mozioni: la mia sul ripristino delle panchine, tolte dai leghisti per non fare sedere gli immigrati, è stata approvata anche dalla nuova maggioranza, pur con la riserva di provvedere prima ad una sistemazione dell’area di Piazza Giovanni XXIII (impegno sul quale, naturalmente, vigileremo).

Quella per togliere la cessione da parte del Comune di Mortara del suo “indice di pressione rifiuti” a favore del rialzo della “collina dei rifiuti” di Albonese per ben 420 mila metri cubi è stata respinta da tutti gli altri consiglieri (compresa la consigliera del PD).

Naturalmente la lotta contro la devastazione ambientale la proseguiremo, come abbiamo sempre fatto, sul territorio.