Categoria: Uncategorized

Iara Savoia: riflessioni sul risultato delle elezioni

27 Settembre 2022

IARA SAVOIA

Sarò abbastanza lunga, per quanto le mie riflessioni potrebbero essere esposte in giornate intere.

Sono una persona che si arrovella sui “perché?”, se credo che le risposte possano essere trovate.

Non ne ho, lo ammetto subito. Sono giorni che rifletto sul risultato delle elezioni, che non sorprende, che si sapeva, che era scritto, ma comunque ci dice qualcosa. La colpa è di chi non vota. Però ho sentito le storie di chi non ha potuto votare nonostante volesse, la percentuale di non votanti comprende ANCHE loro.

Non solo i vari “Tanto non cambia niente e quindi sto a casa” (che io reputo una boiata, sia chiaro). E questo ci dice che sarebbe ora di fare qualcosa per chi non può spendere centinaia di € e non può farsi giornate intere di viaggio per un diritto, o che grazie alla velocità (sono ironica) della burocrazia si è trovato nel limbo del non avere ancora il cambio residenza dopo mesi e mesi.

È colpa del voto utile. Che io reputo una boiata, sia chiaro. Però mi chiedo anche: perché una campagna centrata sul voto utile convince (tuttora) più di un programma e più di argomenti?

La destra fa leva sulle paure che ha instillato nella gente. E allora perché le persone si convincono che se non stanno bene è colpa di chi sta peggio? Perché non si riesce a fare il passo successivo? “Gli immigrati ci rubano il lavoro!”: quale?”

Dobbiamo difendere la famiglia tradizionale!”: da chi? Chi la minaccia?

“I giovani non lavorano per colpa del reddito di cittadinanza!”: perché scelgono di non lavorare se percepiscono qualche centinaia di € al mese che sicuramente non danno modo di vivere nel lusso e nello sfarzo?

Perché, a risultati effettivi, io leggo che “Ohhhh state rosicando perché avete persooooo! Io tifavo destra e ha vintoooo!” come dopo una partita di calcio?

Perché ci sono donne contente che, a prescindere, una donna abbia avuto questi risultati, nonostante abbia idee patriarcali da 1922? Non bastano gli organi sessuali femminili alla nascita per esultare.

Perché dovremmo ringraziare se abbiamo un lavoro, anche se pagato una miseria, anche se piega la schiena e/o il cervello, anche se c’è la possibilità di morirci, sul lavoro?

Mi auguro che si riuscirà a sviluppare una coscienza che ci faccia dire: ho diritto a stare bene e non a sopravvivere.

Io credo ancora nel programma di Unione Popolare, credo nelle battaglie (perché questo sono) che portiamo avanti. Fermamente. Andremo avanti. Andrò avanti. Non saremo in Parlamento, ma continueremo al di fuori.

Riguardo i messaggi, ricordo le parole di chi mi ha detto che si è deciso a votare Unione Popolare, nonostante in partenza non fosse la sua scelta, grazie al fatto che si è riconosciuto in quei valori. E mi dico che forse, se siamo riuscit* in pochi mesi ad arrivare a loro, con tutte le difficoltà del caso, andando avanti potremmo arrivare a più persone. A più popolo. E tutt* siamo popolo, lo ribadisco.

Resto disponibile a parlare con tutt* voi. Soprattutto con chi si sente delus*, frustrat*, impaurit*, amareggiat*.

iara (con la minuscola così il puntino sulla i evita i Lara).

Plurinominale
Uninominale

Grazie a tutti. L’opposizione continua!

26 Settembre 2022

Grazie alle quasi 400’000 persone che hanno votato per Unione Popolare. Faremo opposizione, nelle piazze, tra la gente, come abbiamo fatto fino a oggi, ma con molta più determinazione. C’è un intero Paese che non vota, il Paese reale dimenticato. Da lì vogliamo ripartire.

Voglio ringraziare le candidate e i candidati, le militanti e i militanti, chi ci ha sostenuto e le persone che ci hanno votato.

In meno di due mesi abbiamo costruito un luogo politico autentico, raccolto le firme con candidature in tutta Italia, stilato un ottimo programma, fatto una campagna elettorale straordinaria sui social e negli spazi mediatici che ci hanno dato, sempre tra la gente nei limiti di pochissimi giorni che abbiamo avuto. Il tutto senza soldi, solo con la nostra passione e il nostro entusiasmo.

Il tempo è stato poco, in piena estate, e far conoscere un simbolo neonato non era facile. Pensavamo di poter ottenere un risultato diverso, ma siamo stati schiacciati, in un tempo davvero tiranno, tra voto utile e astensionismo.

Siamo però convinti della necessità del nostro progetto e della forza e coerenza delle nostre idee e delle nostre azioni. In Italia manca una forza credibile e vera di sinistra, pacifista, ambientalista, per i diritti civili, che operi con rigore l’attuazione della Costituzione antifascista.

Tutti ci chiedono di non mollare.

Dobbiamo adesso realizzare quello che dovevamo fare se non ci fosse stato lo scioglimento anticipato del Parlamento: diffondere il nuovo soggetto politico e coinvolgere la gente, radicarci sul territorio, consolidare i nostri forti legami internazionali, organizzare l’azione politica.

Unione Popolare riprende subito il cammino con militanti, cittadine e cittadini, soggettività che vorranno con noi costruire un luogo e una soggettività politica al servizio del Paese.

Non saremo ancora nelle istituzioni ma con il popolo nelle piazze, nei territori, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università, per garantire l’opposizione sociale alle destre che governeranno il nostro Paese.

Unione Popolare lavorerà senza sosta per farsi trovare pronta quanto prima per essere l’alternativa etica, culturale, sociale, economica e politica nelle istituzioni.

Luigi de Magistris

Rifondazione: “avanti con l’Unione Popolare”

Pubblicato il 26 set 2022

“Il risultato elettorale di ieri è stato al di sotto delle aspettative e delle nostre potenzialità ma le nostre ragioni restano valide.

Per questo il nostro partito deve lavorare affinché il progetto politico nato solo il 9 luglio, cresca, si radichi nei territori, sia protagonista nei conflitti e riesca a farsi conoscere anche laddove non è riuscito ad arrivare.

L’Italia di oggi sarà in mano ad una destra nazionalista che proseguirà a garantire gli interessi delle fasce più ricche, a sostenere le ragioni di una orrida guerra, a garantire fedeltà alla NATO. Gli eredi di Mussolini, 100 anni dopo, vanno al potere grazie soprattutto alle scelte politiche del Partito Democratico e dei suoi alleati che hanno portato unicamente ad un peggioramento delle condizioni di vita di chi lavora o non ha reddito.

Come nel resto d’Europa, quando le forze che si dichiarano progressiste attuano politiche neoliberiste spietate, le persone o si allontanano dalla politica (si registra il minor tasso di partecipazione al voto dal dopoguerra), o si collocano in una destra che lancia promesse destinate ad essere smentite.

Contro entrambi gli schieramenti, per un Paese in cui si spendano risorse per sanità, scuola, servizi e non per armare gli eserciti o per contribuire a distruggere il pianeta, bisogna costruire una vera e propria resistenza sociale e politica.

Unione Popolare è l’inizio di questo percorso di cui Rifondazione Comunista vuole essere protagonista attiva.

Ringrazio le compagne e i compagni che, con ogni mezzo, si sono spesi in questa breve ma faticosissima campagna elettorale.

Da oggi si ricomincia, aggregando nuove forze e costruendo quella partecipazione reale che la democrazia italiana non garantisce più”

Dichiarazione di Maurizio Acerbo, Segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista- Sinistra Europea

Acerbo: «Il voto a Up farà crescere in Italia una sinistra alla Mélenchon»

22 settembre 2022

di Andrea Carugati 

Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista. La vostra lista Unione popolare, guidata da de Magistris, ha ricevuto sostegni da leader stranieri come il francese Mélenchon e lo spagnolo Iglesias. Ha senso in Italia pensare di replicare questi modelli?

La Francia è l’esempio di come solo la ricostruzione di una sinistra popolare può contrastare efficamente l’estrema destra. In Italia è fondamentale il nostro successo per dar vita a una sinistra chiaramente autonoma e alternativa alle politiche liberiste dell’ultimo ventennio. Mélenchon ha costruito la sua credibilità verso i giovani e le classi popolari nel suo contrasto prima al socialista Hollande e poi a Macron.

Il Pd in queste settimane sta abbandonando l’agenda Draghi per posizionarsi più a sinistra. Un esempio è l’addio al Jobs Act.

Come diceva De Andrè: «Dà buoni consigli chi non può più dare il cattivo esempio». Il Pd ha le maggiori responsabilità nella precarizzazione del lavoro, nelle controriforme delle pensioni e nelle privatizzazioni. E a pochi giorni dal voto scopre una vocazione sociale. Ma nel loro programma non c’è l’abolizione del Jobs Act, solo frasi generiche sulla precarietà. Hanno votato contro il reddito di cittadinanza, e la proposta sul salario minimo del ministro Orlando è evanescente e coprirebbe solo una minima parte dei 4,5 milioni di lavoratori a bassissimo reddito. Tra poco scopriranno di essere anche pacifisti per raccattare qualche voto…

Si presentano come l’unico argine alla destra di Meloni.

Letta è il principale alleato di Meloni. La richiesta di scegliere «o noi o loro» spinge molti italiani a guardare a destra. Anche Landini ha detto che oggi non c’è una forza politica che rappresenti il lavoro. Noi stiamo cercando di farlo.

Anche Conte ora vuole accreditarsi come leader di sinistra.

Lo definirei un abbaglio. Il M5S resta il partito dei decreti sicurezza, del taglio dei parlamentari, degli urrà per l’arresto di Mimmo Lucano. Fu Grillo a benedire il governo Draghi e lanciare come ministro Cingolani. E Conte il primo premier a dire sì alla richiesta Nato di portare al 2% del pil le spese militari. A sinistra c’è così bisogno di recuperare una dimensione di forza che si rischia di cadere nelle amnesie. La santificazione di Conte mi pare davvero eccessiva.

Eppure voi avevate proposto a M5S e Sinistra italiana di creare una coalizione.

Il loro rifiuto spiega bene le loro ambiguità. Solo un successo di Up potrà incidere positivamente sull’evoluzione del M5S e delle altre forze di sinistra.

Dopo il voto tornerete a parlarvi?

Con Conte c’è una potenzialità di relazione comunque superiore a quella che abbiamo col Pd.

Con Meloni premier l’Italia correrebbe il rischio di una involuzione democratica?

L’Italia è già una democrazia autoritaria. Penso allo svuotamento del Parlamento, alla concentrazione di tutto il potere nel governi: fenomeni che maturano da tempo.

Non vorrà fare un paragone con l’Ungheria di Orban? Mi riferisco alla libertà di stampa e ai diritti della comunità lgbt.

Sono stato in Ungheria a manifestare con le opposizioni a Orban, ho visitato l’archivio del filosofo marxista György Lukács prima che Orban lo chiudesse. Ricordo che prima di lui al governo c’era un centrosinistra liberista.

Dunque vede il rischio?

Le posizioni di Meloni, simili a quelle dell’ultradestra Usa e degli spagnoli di Vox, non sono una novità. Eppure Letta è andato alla festa di Atreju e con lei ha fatto un patto per tenere questa legge elettorale che rischia di consegnare alla destra una maggioranza assoluta che non c’è nel paese. Dunque non è legittimato a strumentalizzare l’antifascismo e i diritti civili per la solita campagna sul “voto utile”. Contro questa destra servirà una opposizione combattiva e legata ai movimenti, altrimenti prevarrà la pulsione al consociativismo. Letta e Meloni sono più vicini di quanto si dica: penso alla guerra ma non solo.

E il rischio autoritario?

Certo, con Meloni al governo la degenerazione della democrazia farebbe un salto ulteriore, persino fuori dai principi liberali. Per questo serve una opposizione vera. Il Pd la contrasterebbe sui conti pubblici e sulla fedeltà alla Nato.

Voi però non avete la spinta propulsiva di Mélenchon.

La nostra è una strada in salita, Up è nata da poco, in nessun paese la sinistra è arrivata in doppia cifra in un battibaleno. Ma un nostro successo sarebbe l’unico fatto nuovo di queste elezioni, aprirebbe una prospettiva. Serve che tante persone di sinistra escano dalla rassegnazione, dalla tentazione di votare il meno peggio.

Perché un elettore incerto dovrebbe scegliere voi rispetto a M5S o Sinistra italiana?

Su Conte ho detto. Il gruppo di Sinistra italiana si staccò da noi nel 2009 per spingere a sinistra il Pd, ma non ci sono riusciti, anzi, sono subalterni. Ora Letta dice che non farebbe mai un governo con loro. Mi stupisce che neppure l’atteggiamento guerrafondaio dei dem abbia convinto Si a staccarsi.

fonte: il manifesto

UNIONE POPOLARE: un progetto  nato per dare voce a chi voce non ha

20 Settembre 2022

Siamo alle ultime battute di questa campagna elettorale.

Come Rifondazione Comunista, insieme a Potere al Popolo e DEMA, abbiamo dato vita a ”UNIONE POPOLARE con De Magistris”.

Questo progetto è nato per dare voce a chi voce non ha.

Per dare voce a tutti quelli (e sono tanti) che non vogliono che si continui ad inviare armi all’Ucraina, ma vogliono che il nostro Paese si faccia promotore d’iniziative di pace.

Per dare voce a tutti quelli (e sono tanti) che sono consapevoli che la crisi climatica in corso non è un’invenzione degli ecologisti ma, una drammatica realtà, che si può risolvere solo mettendo in discussione l’attuale modello sociale di produzione.

Per dare voce a chi vuole più giustizia sociale, una più equa distribuzione delle ricchezze, una sanità pubblica che funzioni e nuovi diritti per chi lavora.

Insomma dare voce a chi oggi non ha voce per farsi ascoltare.

Per presentare questo progetto abbiamo dovuto superare enormi difficoltà, dal raccogliere le firme in pieno Agosto, ad adempiere numerose procedure burocratiche, al costruire le liste con molte persone in ferie.

Nonostante tutto ci siamo riusciti, abbiamo costruito una lista di candidati/e fatta prevalentemente di donne (3 tre su quattro) alla camera e di giovani, i nostri candidati sono tutti con un’età inferiore ai trenta anni.

Tutti i candidati e le candidate sono  persone del territorio, non gente  catapultate da Roma.

Abbiamo fatto una campagna elettorale senza i grandi mezzi finanziari di cui dispongono tutte le altre liste.

Noi non abbiamo potentati economici che ci appoggiano e che quindi non saranno in grado di influenzarci.

Abbiamo fatto una campagna elettorale utilizzando solo la militanza volontaria della nostra gente.

Abbiamo fatto banchetti per parlare con la gente, attacchinato i nostri manifesti per far conoscere il nostro simbolo e girato per tutti i quartieri popolari per farci conoscere.

Abbiamo dovuto sopportare un oscuramento mediatico vergognoso da parte dei grandi giornali e delle TV soprattutto quella pubblica, abbiamo dovuto sopportare anche che altre  forze politiche ci coprissero i nostri manifesti.

Nonostante queste difficoltà siamo stati presenti nell’agone politico con le nostre idee e proposte politiche e soprattutto saremo presenti anche dopo il 25 settembre.

Rusconi Piero segretario Rifondazione Comunista Fed. di Pavia

Pavia 20/09/2022

UNIONE POPOLARE: INIZIATIVA PUBBLICA A MOTTA VISCONTI CON PROPOSTE, I CANDIDATI, CANZONI E MUSICA CON AVANTI BOP/OLO DI PIERO CARCANO

20 Settembre 2022

Se divisi siam canaglia

19 Settembre 2022

Un’altra favoletta che cerca di inserire la tradizione narrativa locale (Il cagnolino mazzichino mozzichino) in un contesto socio-politico dall’inizio del Novecento fino all’avvento del fascismo, giusto cent’anni fa.

Il termine “canaglia” veniva spesso usato dai padroni per definire il proletariato, ma era stato anche assunto in modo ironico anche dagli stessi avversari: la Provincia Pavese, quando era ancora radicale e repubblicana si intitolava “La Canaglia” e lo stesso Ferruccio Ghinaglia, un mese prima della sua uccisione, aveva scritto un articolo intitolato “Santa canaglia” riferendosi alle vittime dello squadrismo fascista, con questo incipit: “Giorni tristi pel canagliume proletario. Il borghese sogghigna beffardo. Passano dei funerali, si scavano delle tombe. Si leva al cielo il pianto delle mamme e l’imprecazione dei detenuti. Corre sangue nelle strade. È sangue proletario.

Migliaia di turpi ceffi ghignano di un ghigno macabro e malvagio. La patria è salva, la cassaforte è sicura, la rivoluzione è domata, la canaglia è rinchiusa in carcere, la terra copre il cadavere dei suoi capi”.

Marco

C’era una volta un povero contadino che non riusciva mai a trovare un lavoro. Tutte le mattine molto presto andava in piazza dove l’agente del grande fittabile reclutava i braccianti per la giornata. Ma Carlo non era quasi mai chiamato, un po’ per la sua giovane età, per la sua magrezza e la piccola statura che lo facevano sembrare ancora più giovane dei suoi quindic’anni, ma un po’ perché era figlio del primo socialista del paese. Suo padre Antonio dall’America aveva portato le idee di emancipazione e di eguaglianza che aveva sentito e imparato nei lungi anni passati in giro per il mondo. Antonio, tornato entusiasta con la voglia di cambiare, era stato ancor prima di Carlo rifiutato dai caporali del padrone, finché un giorno era ripartito oltreoceano deluso e amareggiato. Prima di partire aveva lasciato pochi soldi alla moglie e ai giovani figli con la promessa che ne avrebbe al più presto mandati altri. Ma mesi e mesi erano passati e nulla era arrivato alla povera casa. Così Carlo si era proposto sulla piazza. Suo padre gli aveva insegnato a usare la falce fienaia e la falce messoria, il badile e la zappa, a seminare e a trebbiare e Carlo aveva imparato con volontà anche se spesso gli sembrava che le forze gli mancassero. Non gli mancava la capacità di lavorare ma la prestanza fisica e l’apparenza contavano più dell’impegno per chi reclutava gli uomini e poi su Carlo pendeva l’ombra del padre che il padrone aveva visto come una minaccia per il suo potere incontrastato. E anche adesso che Antonio era partito, ogni protesta, sciopero o semplice rivendicazione veniva imputata alle idee diffuse dall’emigrante sovversivo, e l’ostracismo verso la sua famiglia si faceva più severa.

Neppure il panettiere faceva più credito alla mamma di Carlo, il quale dopo l’ennesimo rifiuto della piazza e l’ennesima polenta che doveva bastare per tutta una giornata per lui, la mamma e i cinque fratellini, si era convinto a partire da casa per andare in cerca di fortuna. La mamma l’aveva scongiurato di non lasciarla come il marito, ma Carlo era troppo deciso e amareggiato per restare senza far nulla. La mamma rassegnata gli aveva preparato un fagottino con l’ultimo pane che i vicini le avevano regalato, tre noci e una forma di formaggio. Niente di più se non mille raccomandazioni e un consiglio: “Qualunque cosa ti succeda ricordati di restare te stesso:

“Chi si lascia cambiare

raccoglierà messi amare”.

E così era partito. E cammina, cammina, cammina verso sera, arrivato in un bosco, gli era venuta fame e prima di mettersi a dormire sotto un grande noce si era messo a mangiare il pane e il formaggio che gli aveva preparato la mamma. Ma il pane era piccolo e il formaggio era poco e in attimo la sua cena era finita. Carlo avrebbe avuto ancora un po’ di appetito e gli restavano ancora le tre noci, ma aveva pensato di conservale per la colazione del mattino dopo e si era addormentato con le noci strette in una mano.

Il suo sonno era stato agitato: dalla rabbia per i datori di lavoro, alla disperazione della madre, alla speranza in un futuro di ricchezza che avrebbe cambiato la loro vita, alla paura di brutti incontri nel suo viaggio e quella stessa notte, che era la prima che passava fuori di casa.

Nel mezzo della notte fu svegliato da una canzone che non aveva mai ascoltato: era cantata da un coro con voci sguaiate, come qualche volta aveva sentito solo dagli ubriachi.

Pensando a uomini sbronzi provenienti da un’osteria, si era quasi rassicurato dopo un primo spavento: “La sbronza della sera, svanisce la mattina” gli ricordava sempre suo padre quando tornava a casa un po’ brillo dall’osteria dove gli era stato offerto del vino perché parlasse dell’America e delle idee nuove che aveva ascoltato, idee che parlavano di contadini che alzavano la testa e si univano in cooperative per avere assicurato il lavoro e il pane per tutti.

Carlo allora si era alzato e si era messo a guardare: dietro il noce si intravedevano i bagliori di un fuoco. Attorno al fuoco c’erano venti uomini vestiti di nero che bruciavano libri e cantavano a squarciagola. Incerto se fossero degli ubriachi o degli invasati, Carlo incuriosito aveva sollevato la testa e aveva cominciato a capire qualche parola della canzone che cantavano quegli omaccioni e che non aveva mai sentito:

“Siamo i cani da guardia della città / nessuno si salverà / fiero l’occhio svelto il passo / al nemico in fronte un sasso / di sicuro lui ne muor…”

Mentre si sporgeva per sentire meglio quelle parole inquietanti, sentì una voce arrogante che gli disse “Cane, sei venuto a spiarci”. Lui cercò di giustificarsi, ma un’altra voce tuonò: “Che cosa nascondi nella mano?” Prima che potesse rispondere gli fu aperta la mano e gli uomini che possedevano le voci di prima, dissero con una voce sola:

“Hai rubato le noci della nostra pianta, sarai punito”

Gli fecero cadere due noci – una era riuscito a nasconderla- e lo portarono davanti al rogo dei libri. Quello che sembrava il capo aprì un libro che non aveva ancora bruciato e dopo averlo sfogliato lesse questa formula magica:

“Questa notte fa un freddo cane

il fuoco dei libri non ci basta

una spia è venuta a rubarci il pane

che sia bruciato assieme alla catasta”.

Disperato Carlo, vistosi alla fine, ruppe coi denti e con la disperazione una noce. All’improvviso uscì una voce gentile che disse:

“Il ragazzo non si può bruciare

la luna in cielo lo vuole salvare”.

Tutti volsero lo sguardo in cielo e proprio in quel momento le nuvole si scoprirono e uscì la luna piena, luminosa come un faro, e illuminò lo spiazzo dove il fuoco si andava ormai spegnendo con gli ultimi deboli bagliori della brace.

Gli uomini si fermarono e pregarono il loro capo di liberare il ragazzo, ma lui disse:

“Se il sacrificio non vuole la luna

un’altra punizione sarà opportuna

se non bruciato sul falò

diventi un cane da qui e un po’

ma un cane piccolino

con mozzo il suo codino”.

Dopo un attimo la luna fu ancora coperta dalle nubi e Carlo si sentì strano: vide la pelle coprirsi di peli, le mani diventare zampe, ridursi alla statura di un bambino, e come un bambino si mise a gattonare finché sentì crescersi la coda, ma solo un po’. Era diventato un piccolo cane con la coda mozza: un cagnolino mozzichino, mozzichino.

Ripresosi dallo spavento e dal disgusto pensò subito a scappare. Sullo spiazzo non c’era più… un cane, al di fuori di lui, rimaneva solo della brace che si stava esaurendo. Guardò i fogli bruciati dei libri e volle vedere se ancora riusciva a leggere, ma nessun frammento di foglio era ancora intatto. Stava per rassegnarsi quando si ricordò dell’unico libro sfuggito alla furia di quegli uomini neri: il libro di magia. Col suo fiuto non tardò a trovarlo, ma le sue zampe faticarono ad aprirlo. Quando finalmente ci riuscì abbaiò di sollievo: il contenuto del libro rimaneva oscuro, ma riusciva ancora a capire le lettere, le parole, le frasi. Era un libro esoterico: di magia, nera non bianca, sicuramente. Anche se forse erano formule solo per creare malefici e incantesimi malvagi, pensò di conservarlo anche perché lo aveva fatto risentire umano. Non riusciva a portarlo con sé se non in bocca, allora lo nascose in un buco nel tronco di una pianta, e si avviò verso l’abitato dopo il bosco.

Ma appena imboccato il sentiero si trovò davanti un grande lupo nero con una grossa coda pelosa. Parlava una specie di dialetto antico ma con un certo sforzo si riusciva a capire il senso delle frasi. Delle frasi? Dell’unica frase: “Ti voglio mangiare bel cagnolino, a partire dal tuo piccolo codino”.

Mozzichino, vedendosi alle strette, dopo aver urinato e defecato dalla paura, ma senza sporcarsi, inventò la storia che era invitato proprio quel giorno a un pranzo di nozze nel paese al di là del bosco e se il lupo fosse stato così comprensivo e paziente ne avrebbe ricevuto una giusta ricompensa, perché Mozzichino al ritorno sarebbe stato ben più grasso di quanto lo era in quel momento dopo giorni e giorni di fame e la sua coda sarebbe diventata saporita come un salsicciotto dolce e liquoroso. Mentre diceva così cercava di tirar dentro la pancia e di mostrarsi stanco e debilitato da un lungo digiuno, senza dimenticarsi però di scodinzolare maliziosamente.

Il lupo -si sa come sono certe bestie- famelico ma disposto ad aspettare, prepotente ma credulone, lo lasciò andare non senza aver fatto giurare Mozzichino che sarebbe tornato dalla stessa strada, pena la strage di tutti i cani della città, tra i quali ci dovevano essere certamente amici, familiari, mogli, concubine, amanti, figli e… i suoi animali da compagnia. Mozzichino giurò portando prima una zampa poi l’altra al muso e in men che non si dica sgattaiolò via.

Quasi per caso ripassò dallo spiazzo dove aveva incontrato quegli uomini neri ed erano incominciate le sue sventure.

Roba da cani mise la zampa su una noce! Non sapeva se fosse la sua, quella datagli dalla quella persona così umana di sua mamma, quando lui era ancora umano, o se fosse un frutto appena caduto dal noce attorno al quale si erano messi a cantare quegli esseri disumani.

Prese la noce tra i canini e facilmente la ruppe, sul momento non successe nulla e Mozzichino quasi si compatì per essersi illuso in una nuova magia, quand’ecco che lo spiazzo dove era avvenuto il rogo dei libri si affollò di una muta di cani, che non restarono muti, ma chiesero a gran voce, o meglio latrarono a Mozzichino di aiutarli a diventare umani, visto che li aveva chiamati a raccolta.

“Nessuno vi ha chiamati” si schermì Mozzichino.

Un vecchio cane moro e peloso che sembrava quasi avesse la barba gli disse nella loro lingua canina: “Tu non ci hai chiamati ma noi siamo venuti, quando ciascuno prende coscienza del suo essere degradato e capisce che non può uscirne da solo si unisce a quelli della sua condizione”.

“Ma come possiamo fare per tornare noi stessi, noi stessi di prima?” guaì Mozzichino.

“Dobbiamo liberarci dalle nostre catene e dai nostri padroni!”

“E i lupi? – ringhiò un cane bastardino di una razza indefinita – Loro non ci lasceranno andar via e non ci permetteranno una vita pacifica per conto nostro, anche se ci libereremo dei padroni”. “Uccidiamoli” disse un bulldog.

“No è meglio usare l’astuzia” replicò un foxterrier.

“E come?” riprese a dire Mozzichino.

“Leggiamo sul libro una formula che ci possa liberare dalle catene, dai padroni, dai loro lupi e rompa l’incantesimo”.

“Quale libro?” si lasciò sfuggire ancora Mozzichino che era ancora sorpreso di capire e parlare quella lingua canina.

“Quello che hai salvato dal fuoco e che ci salverà dalla nostra condizione da cani”

“Ma se non capiamo più la lingua degli umani come possiamo leggere la scrittura umana?” disse ancora una volta Mozzichino che era diventato un vero bastard contrario. Infatti un cane tutto distinto, doveva essere uno di razza, aveva trovato il libro di magia, con una certa fatica erano riusciti ad aprirlo e sfogliarlo ma nessuno era capace di leggere una pagina, una frase, una riga o anche una sola lettera, neppure Mozzichino quando si cimentò, fu più in grado di capire quei segni neri sulla carta bianca.

“Ci vorrebbe una magia” disse un cane superstizioso.

“Dobbiamo cercare una noce, loro sono miracolose” replicò con entusiasmo Mozzichino, per una volta propositivo. Tutti si misero a cercare con grande impegno e gran cagnara e vennero raccolte coi denti molte noci. Ognuna con un certo sforzo venne rotta, ma le magie non si facevano vedere, finché Mozzichino addentò una noce più grossa delle altre, che gli parve di riconoscere, la mise sotto i denti per romperla e con lei l’incantesimo, ne era sicuro. Ma non si ruppe per niente. Allora provò prima il primo cane, poi per secondo il secondo cane, per terzo il terzo finché per ultimo anche l’ultimo ma nessuno riuscì neppure a scalfirla.

“Rinunciamo e torniamo dalle nostre padrone” disse una bella barboncina ben pettinata.

“No, mai! Io piuttosto faccio il barbone, povero ma libero” disse un randagio pieno di zecche.

Il cane peloso, sì quello con la barba, disse con autorità: “Dobbiamo imparare dai padroni, dobbiamo usare i loro stessi strumenti, non basta il cuore, ci vuole il cervello, non basta la passione, ci vuole la tecnica!”

“Sì, ma come? È impossibile!” ridisse rabbioso Mozzichino.

“Dobbiamo studiare la situazione e cercare di risolvere il duro problema!” sentenziò il barba-cane.

Passarono la notte nel bosco, dopo aver istituito, ben inteso, i turni da cane da guardia. Era nei loro pensieri il pericolo di lupi neri e di accalappiacani pronti a rinchiuderli in un canile e gettare la chiave. Venne l’aurora che arrossò tutto il cielo, ridando colore alle cose, spente dalla lunga e buia notte. I cani si risvegliarono a poco a poco e si industriarono a trovare qualche strumento umano che permettesse di aprire la noce della speranza nell’avvenire. Chi trovò un altro libro, sfuggito al rogo, chi una penna per scrivere, chi una falce, chi un martello, chi un remo, chi un piffero, chi una rete, chi… roba abbandonata dagli umani, ma ancora utile, ricca di sapere e di valore… I cani si misero a studiare tutti gli oggetti raccolti, chi sapeva come si usava la falce, chi aveva visto il padrone usare la penna, chi il pescatore lanciare la rete, chi la padrona cucire con l’ago. Non fu breve il tempo dello studio e delle prove, con momenti di scoraggiamento e di divisioni, litigi e rappacificazioni, volontà di primeggiare e necessità di collaborare, alla fine fu costruita una macchina che non so dire come fu e come poté ma la noce spezzò.

Pian piano quei cani rognosi si sentirono come spogliare dai peli, crescere in altezza e riprendere le sembianze umane quasi dimenticate.

Prese la parola, come è naturale, il vecchio moro barbuto, ma non barboso, e disse solennemente: “Il momento è solenne: abbiamo finalmente drizzato la schiena e rotte le nostre catene, non cadiamo più sotto l’incantesimo che ci vuole servi e contenti, docili e impotenti, restiamo uniti, cooperiamo nei nostri paesi e non tramutiamo anche noi in padroni o caporali, fosse anche solo a casa nostra, o gli anziani con i giovani, oppure gli uomini con le donne. Ricordiamo sempre chi siamo stati e cosa abbiamo rischiato, non speriamo più nella magia, ma lavoriamo sempre per l’utopia. Su marciam santa canaglia e inneggiamo all’avvenir”.

Dopo un lungo applauso gli ex-animali si baciarono e abbracciarono e ognuno partì per il proprio paese, la propria casa, la propria famiglia, giurando di portare con sé il messaggio di riscatto e di fede e con la promessa di tenersi in contatto come le maglie di una rete.

Larga la voglia, stretta la vita,

su compagni non è finita.

NON CHIAMATELO MALTEMPO, È CRISI CLIMATICA

16 settembre 2022

Nell’esprimere il nostro cordoglio ai familiari delle vittime e alla popolazione colpita non possiamo tacere la nostra indignazione per la perdurante sottovalutazione delle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Non chiamatelo maltempo, è #crisiclimatica

Definire maltempo il ripetersi sempre più frequente di eventi metereologici estremi è fuorviante.

Il combinato disposto di negazionismo e negligenza continua a coglierci impreparati. Come accaduto sulla Costa Toscana anche nelle Marche non c’è stato un allerta rosso ma un assai più rassicurante giallo.

Torniamo a chiedere che si chiarisca il perché del mancato allarme.

Non si assumono misure radicali per la riduzione delle emissioni climalteranti, anzi si impone il rilancio di rigassificatori e carbone. Non si fa nulla per imporre lo stop al consumo, alla cementificazione e impermeabilizzazione del suolo.

Invece di dare priorità alla messa in sicurezza del territorio si continua a puntare su grandi opere per arricchire le solite lobby.

Non abbiamo ancora nemmeno un piano di adattamento ai cambiamenti climatici per evitare che questi eventi estremi colgano le popolazioni impreparate e contenere i danni e la perdita di vite umane.

Dopo i morti sulla costa della Toscana assistiamo a una tragedia nelle Marche che mostra quanto sia obsoleta l’agenda delle forze politiche, dalla destra di Giorgia Meloni che sostiene il negazionismo climatico al Pd che l’ambiente lo difende solo con le chiacchiere.

Maurizio Acerbo Paolo Berdini per Roma Settimo Municipio

Elena Mazzoni-responsabile nazionale ambiente PRC-Sinistra Europea candidat* per Unione Popolare con Luigi de Magistris

Scendi in piazza anche tu per il Global Strike For Climate!