Categoria: Mondo

RUSSIA TERRORISTA COME USA E NATO. PARLAMENTO EUROPEO VOTA PER GUERRA

23 Novembre 2022

Rifondazione Comunista condanna la risoluzione approvata oggi dal parlamento europeo su proposta di parlamentari dei gruppi di estrema destra, centrodestra e liberali, ma col voto favorevole anche del gruppo “socialista” e dei “verdi”.

Classificare la Russia come “Stato Terrorista” significa scegliere la via della guerra a oltranza.

La risoluzione chiude le porte alla trattativa e alla ricerca di una soluzione pacifica.

È una scelta anche ipocrita perché tutto ciò che si imputa alla Russia è stato praticato dagli USA e dalle potenze europee. Non sono poi nemmeno paragonabili il numero delle vittime civili delle guerre occidentali con quelli causati finora dai russi.
Questa finta indignazione contrasta con l’assenza di risoluzioni analoghe per alleati come la Turchia o l’Arabia Saudita.

L’emendamento dei Verdi, ormai partito del militarismo Nato, che criminalizza chi dissente sulle ricostruzioni unilaterali della guerra in Ucraina imita le norme in vigore in Russia e Ucraina.

La richiesta di escludere una potenza nucleare come la Russia dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è una follia.

Quella di chiudere i centri di cultura russa un’aberrazione.

Ringraziamo i parlamentari del nostro gruppo La Sinistra e di altre formazioni che non hanno votato questa vergognosa risoluzione.

*Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista, coordinamento Unione Popolare

Unione Popolare: boicottare i mondiali di calcio grondanti di sangue

21 Novembre 2022

Parte oggi la Fifa World Cup in Qatar, reame poco più grande dell’Abruzzo, un tempo semisconosciuto, che oggi rappresenta il 1° paese al mondo per PIL pro-capite, il 3° produttore mondiale di gas. 220 miliardi di dollari sono stati spesi per i mondiali (i più costosi di sempre).

Su 3 milioni di abitanti 300 mila hanno la cittadinanza del Paese. Questi campionati sono fondati su : soldi, potere, geopolitica, prestigio, interessi, morti, sfruttamento, silenzio assordante! Una media di 12 decessi a settimana sul lavoro, morti silenti o silenziate.

In gran parte sono operai emigrati da paesi asiatici e dal Kenia, in cerca di lavoro e fortuna ma che in Qatar hanno trovato sfruttamento, trattamento disumano, morte, nell’indifferenza assoluta.

Lo ricordiamo agli appassionati di calcio che quegli stadi dove da oggi siederanno, quegli edifici ultramoderni e quelle strade super spaziose sono macchiate del sangue dei tanti operai uccisi. E trasudano ipocrisia i leader mondiali che a volte ricordano di denunciare i crimini commessi da alcuni dittatori mentre spesso, con altri, più utili, osservano un reverenziale silenzio quando non li supportano apertamente, come accade in Qatar.

L’Italia ne è complice: il Qatar ha investito 5 miliardi di dollari nel nostro mercato immobiliare, noi nel frattempo, spendiamo 10.811.025 milioni di euro per inviare 560 militari e 46 mezzi, approvati con il decreto Missioni del governo dei Migliori, col plauso di tutta la maggioranza, incluso chi oggi, in altri contesti, si straccia le vesti per i diritti umani e quello internazionale. In più anche i diritti televisivi che la RAI ha acquistato, per poco meno di 200 milioni di euro.

Cosa possiamo fare ? Denunciare, ancora e ancora e boicottare. Non possono e devono esistere diritti umani di serie A e B. Ne qui, ne altrove!

Coordinamento Unione Popolare

Fermiamo l’aggressione militare turca contro il Kurdistan!

COMUNICATO STAMPA del KNK

Fermiamo l’aggressione militare turca contro il Kurdistan!

Il 20 novembre a mezzanotte, aerei da guerra turchi hanno iniziato a bombardare ospedali, scuole e altri obiettivi civili dentro e intorno a Kobanê, compreso il villaggio di Belûniyê a Shahba, a sud-ovest di Kobanê, che ora è popolato da sfollati curdi di Afrin, così come il villaggio di Teqil Beqil vicino a Qerecox a Dêrik nella parte orientale della regione autonoma della Siria settentrionale e orientale. Aerei da guerra turchi hanno preso di mira anche il deposito di grano nella regione di Dahir al-Arab vicino a Zirgan e le aree dei monti Qendil e dei monti Asos nel Kurdistan meridionale (Iraq settentrionale).

L’attacco terroristico a Taksim, Istanbul, il 13 novembre, è stato pianificato ed eseguito dal regime turco AKP-MHP al potere per fornire un pretesto per questi bombardamenti mortali. Senza alcuna indagine, il regime turco ha accusato di questo attacco le Unità di protezione del popolo (YPG), le Unità di protezione delle donne (YPJ) e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Nonostante l’immediato e veemente rifiuto di questa accusa infondata da parte delle Forze democratiche siriane (SDF, l’organizzazione ombrello che comprende YPG e YPJ) e del PKK, il ministro dell’Interno turco Süleyman Soylu, che ha una lunga storia di ostilità contro il popolo curdo, continua a predicare questa falsità per conto dello stato turco.

Ancora una volta, lo stato turco sta lanciando una campagna di aggressione non provocata contro i curdi per distrarre dai vari problemi della Turchia dopo due decenni di governo incontrollato di Recep Tayyip Erdogan e dell’AKP. Dal 17 aprile, il regime di Erdogan ha ripetutamente attaccato postazioni di guerriglieri curdi nel Kurdistan meridionale, utilizzando armi chimiche vietate più di 2.700 volte. Tuttavia, lo stato turco non ha ottenuto nulla con questi attacchi e le forze turche hanno bruciato i corpi dei propri soldati per oscurare l’entità delle loro perdite. Con il recente attacco sotto falsa bandiera a Taksim, Erdogan e l’AKP-MHP sperano di distrarre ulteriormente dalla loro sconfitta nel Kurdistan meridionale e fornire una giustificazione per la loro guerra intensificata contro i curdi in Rojava/Siria settentrionale e orientale.

Il regime fatiscente di Erdogan può rimanere al potere solo sconfiggendo la storica resistenza del popolo curdo alla sua occupazione neo-ottomana del Kurdistan. Con l’attentato a Taksim, Erdogan sperava di presentare la Turchia come vittima del terrorismo perpetrato dai curdi per ottenere il via libera per un attacco al Rojava al vertice del G20 a Bali, e sembra esserci riuscito, visto che il turco Il regime non è in grado di intraprendere questi attacchi senza l’approvazione della Global Coalition to Defeat ISIS, in particolare degli Stati Uniti.

Se la Global Coalition to Defeat ISIS è contraria a questa guerra illegale, allora i suoi membri devono immediatamente compiere passi decisi attraverso misure economiche, politiche, diplomatiche e legali per costringere la Turchia a rispettare il diritto internazionale. In caso contrario, si assumeranno anche la responsabilità delle conseguenze del terrorismo di stato turco contro il popolo curdo e gli altri popoli della Siria settentrionale e orientale.

Chiediamo quindi alle Nazioni Unite, alla Global Coalition to Defeat ISIS, all’Unione Europea e agli Stati Uniti di costringere i loro partner a rispettare i propri obblighi legali.

Consiglio esecutivo del Congresso nazionale del Kurdistan (KNK)

20.11.2022

Per il pane e per la pace

7 novembre 2022

Lenin

Due questioni sono balzate attualmente in primo piano fra tutte le altre questioni politiche: la questione del pane e quella della pace.

La guerra imperialistica, guerra fra le più grandi e più ricche compagnie bancarie – l’”Inghilterra” e la “Germania”- per il dominio del mondo, per la spartizione del bottino, per la spogliazione dei popoli piccoli e deboli, questa guerra orribile e criminale ha devastato tutti i paesi, ha esaurito e sfinito tutti i popoli, ha posto l’umanità di fronte al dilemma: o mandare in rovina tutta la civiltà e scomparire, o rovesciare per via rivoluzionaria il giogo del capitale, rovesciare il dominio della borghesia, conquistare il socialismo e una pace durevole.

Se non vincerà il socialismo, la pace tra gli Stati capitalistici significherà soltanto un armistizio, una tregua, la preparazione ad un nuovo massacro dei popoli.

Pace e pane: queste sono le rivendicazioni fondamentali degli operai e degli sfruttati.

La guerra ha acuito al massimo grado queste rivendicazioni. La guerra ha votato alla fame i paesi più civili, più sviluppati culturalmente. Ma d’altra parte, la guerra, come enorme processo storico, ha affrettato in modo mai visto in precedenza lo sviluppo sociale. Il capitalismo, sviluppatosi in imperialismo, cioè in capitalismo monopolistico, si è trasformato per effetto della guerra in capitalismo monopolistico di Stato. Abbiamo ora raggiunto questo grado di sviluppo dell’economia mondiale che è il diretto preludio al socialismo.

Perciò la rivoluzione socialista scoppiata in Russia è solo il preludio della rivoluzione socialista mondiale. Pace e pane, rovesciamento della borghesia, mezzi rivoluzionari per guarire le ferite recate dalla guerra, piena vittoria del socialismo: ecco gli obiettivi della lotta.

Pietrogrado, 14 dicembre 1917

Brasile: AUGURI PRESIDENTE LULA !!

31 Ottobre 2022

Non sono servite le minacce di golpe, non sono serviti anni di accuse finte e di processi-farsa, non sono servite le centinaia di giorni di ingiusta detenzione. Il Brasile di chi lavora, degli sfruttati e dei diseredati ha scelto per la terza volta Luiz Inácio Lula da Silva come Presidente ! La vittoria di Lula è la vittoria della democrazia, delle lotte sociali contro le diseguaglianze ed il fascismo.

Si tratta di un’ulteriore conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che quando la sinistra fa davvero la sinistra, quando si dà una connotazione di classe e popolare, quando non rincorre un liberismo «più buono», le classi subalterne sanno in chi devono e possono riconoscersi. Lula è l’esempio del coraggio di chi ha speso la sua vita a combattere contro i privilegi, contro lo sfruttamento delle classi lavoratrici, contro la devastazione dell’Amazzonia, per il socialismo del XXI secolo.

Certo, la coesistenza con il Congresso eletto al primo turno e con molti governatori di destra non sarà delle più semplici. Ma siamo sicuri che la sua intelligenza politica saprà superare le difficoltà di un Paese ridotto allo stremo dalle criminali politiche di Bolsonaro.

Con Lula ritorna la speranza!

Bentornato, Lula!

Rifondazione Comunista

Forza Lula

30 Ottobre 2022

Oggi milioni di cittadini brasiliani saranno chiamati ad una scelta. Il Brasile è la nona economia mondiale, ma anche il terzo paese più diseguale dell’America Latina. Luiz Inácio Lula da Silva nei suoi anni di presidenza ha cercato di fare in modo che la crescita economica del paese andasse di pari passo con la diminuzione delle diseguaglianze.

In parte c’è riuscito, ma questo ha scatenato l’odio delle frange più conservatrici del Brasile che hanno trovato in Jair Bolsonaro, l’attuale presidente, il loro uomo forte.

Il Brasile si trova di fronte ad una scelta: da un lato un candidato che rappresenta l’anima più reazionaria del paese, fautore di politiche in linea con i dogmi liberisti, che non ha mai nascosto simpatie per un certo tipo di politica autoritaria.

Dall’altro un uomo che ha provato e vuole riprovare a far valere un principio: il benessere e la crescita economica non sono nulla se non sono alla portata di tutti.

Noi di Unione Popolare sappiamo con il cuore da che parte stare!

60 ANNI FA: IL MONDO SULL’ORLO DELLA GUERRA MONDIALE, LA “CRISI DEI MISSILI A CUBA”

27 Ottobre 2022

GIUSEPPE ABBA’


Il 27 ottobre 1962, a Milano, durante una manifestazione a sostegno del popolo cubano, veniva ucciso dalla polizia il giovane comunista Giovanni Ardizzone.
OTTOBRE 1962: SCOPPIA UNA GRAVE CRISI INTERNAZIONALE.
Da poco più di tre anni la Rivoluzione Cubana aveva vinto e aveva avviato un percorso verso il socialismo. Fu fatta una riforma agraria che espropriò centinaia di migliaia di ettari in precedenza in mano di potenti multinazionali statunitensi come la United Fruit.

Furono costituite cooperative di contadini, furono nazionalizzate le banche, la compagnia telefonica, le raffinerie.

La mafia proveniente dagli U.S.A. che controllava il gioco d’azzardo, la prostituzione, il turismo e la speculazione edilizia fu espulsa da Cuba.
Il governo degli Stati Uniti cercò da subito di abbattere il governo rivoluzionario. Ci furono attentati e tentativi di assassinare Fidel Castro.

Nell’ aprile 1961 ci fu un tentativo di invasione di Cuba da parte di controrivoluzionari appoggiati ed armati dalla C.I.A (i servizi segreti degli Stati Uniti).
Tentativo fallito e sconfitto a Playa Giron. Cuba, per non fare la fine del Guatemala nel 1954, quando il governo progressista di Jacobo Arbenz che aveva tentato una riforma agraria fu rovesciato da mercenari al soldo della United Fruit e della CIA, si appoggiò all’Unione Sovietica che rifornì l’Isola di petrolio dopo “il blocco” da parte degli U.S.A.
Nel 1962, in accordo con il governo cubano, l’Unione Sovietica installò a Cuba basi missilistiche. Il governo Kennedy reagì con il blocco navale di Cuba. Naturalmente il Presidente degli Stati Uniti prescindeva dalla presenza di basi americane e NATO (con tanto di missili atomici) proprio a ridosso dell’U.R.S.S. La tensione era tale che si era a un passo dalla guerra atomica .
Alla fine Kruscev decise il ritiro dei missili da Cuba in cambio della promessa di un analogo ritiro dei missili americani dalla Turchia e all’impegno da parte di Kennedy di non invadere Cuba.
Nel frattempo in tutto il Mondo ci furono grandi manifestazioni per la pace e a sostegno del popolo cubano.
A Milano, il 27 ottobre 1962, durante una manifestazione per Cuba, il giovane comunista Giovanni Ardizzone veniva travolto e schiacciato da una camionetta della “Celere” (il famigerato “battaglione Padova”). Giovanni Ardizzone aveva 21 anni ed era uno studente di medicina, iscritto alla Federazione Giovanile Comunista.
Il governo cubano ha dedicato a Giovanni Ardizzone la facoltà di medicina dell’Università dell’Isola della Gioventù dove ci sono studenti provenienti dal Terzo Mondo.
Nell’ottobre 2012 il comune di Milano (giunta Pisapia) ha posto una lapide in via Mengoni. Il comune di nascita di Giovanni Ardizzone, Castano Primo, gli ha intitolato la piazza del mercato.
Il cantautore Ivan della Mea gli dedicò una canzone.

UN PONTE VERSO UNA NUOVA FASE DELLA GUERRA IN UCRAINA

19 Ottobre 2022

EDOARDO CASATI

Cento attacchi e quindici città colpite. Danni ad Internet, agli impianti idrici ed alle stazioni dei mezzi pubblici che sono diventati rifugi temporanei. Ma Putin non era all’angolo? Il dittatore russo non era spacciato? L’esercito ucraino in queste settimane ha sorpassato, legittimamente, le tante “linee rosse” imposte dal capo del Cremlino, senza che quest’ultimo avesse risposto all’attacco.

Vista la situazione e trasportati dalla narrazione corrente, gli ucraini hanno evidentemente pensato che fosse il momento giusto per alzare il livello dello scontro. Ma come? Semplicissimo: un attentato ai danni del ponte che collega la Crimea al resto della Federazione russa eseguito da un camion carico di esplosivo, che è, semplicemente, la volontà fatta pratica di produrre un inasprimento del conflitto.

A seguire quest’attacco, con il fine principale di esaltarlo, sono arrivati prontamente quei giornalisti che non hanno capito che “fare giornalismo” significa riportare la verità e non fare i pappagalli che ripetono ciò che dice il New York Times.

Parte Cristian Rocca, per citarne uno fra tutti, direttore de “Linkiesta” che, sul suo account Twitter, scrive: «I ponti sono bellissimi. I ponti che collegano la Crimea alla Russia ancora di più». Il tutto, ovviamente, accompagnato dalla bella foto del ponte di Crimea in fiamme.

Ad accompagnare Rocca arrivano giornalisti e politici di ogni nazionalità, a partire dall’Italia con Marta Ottaviani (giornalista e scrittrice): «Altro regalo per Putin. Esplosione sul ponte di Crimea»; fino ad arrivare alla Polonia, dove Robert Biedron (deputato del partito “Wiosna”, ovvero “Primavera”, appartenente al centrosinistra) esulta e scrive: «Bello che Putin abbia ricevuto un regalo tale per il suo compleanno; speriamo che ne possa ricevere altri».

Era prevedibile che l’attentato terroristico avrebbe causato una repressione senza eguali, che sarebbe stata utilizzata dalla Russia per non far sorpassare la famosa “linea rossa” che Putin aveva categoricamente imposto. Quelle che all’inizio erano solo paure, seppur fondate, si sono concretizzate in un paio di giorni.

Domenica notte arrivano le prime notizie del bombardamento di un edificio residenziale a Zaporizhzhia. La cosa sembrava terminare lì e questo avrebbe ancora una volta “consolato” la propaganda filo-occidentale che porta avanti, ormai da settimane, l’idea secondo la quale Putin sarebbe all’angolo e quindi, preso da una qualche sorta di pazzia, intenzionato a uccidere civili senza un motivo.

Per abbattere questa visione, piena zeppa di propaganda, è necessario aspettare il giorno dopo quando, la mattina, arrivano le notizie dei primi bombardamenti a Dnipro e a Kiev, dove sarebbe addirittura stato colpito il quartier generale dei servizi segreti ucraini.

La lista si allunga inesorabilmente, con pause tra l’una e l’altra città di soli pochi minuti: si parte da Nicolaev, per poi aggiungere alla lista anche Ternopil, Zhytomyr e Khelmisky. Le stazioni diventano improvvisamente rifugi temporanei e la metropolitana di Kiev viene bloccata.

Vengono colpite, poi, una larga parte delle centrali termoelettriche dell’occidente del paese che causa dei blackout a Leopoli, Vinnitsa e Ivano-Frankivs’k. Viene anche colpita Karkiv che, oltre all’elettricità, subisce danni anche alla rete idrica.

Alle 11 vengono evacuate tutte le ambasciate dei paesi europei presenti a Kiev e si parla addirittura di danni ingenti al consolato tedesco.

Sempre Rocca scrive su Twitter, tra le altre cose, anche: «La Russia è uno stato terrorista, i Russi sono un popolo terrorista». Avete capito bene. I russi in quanto tali. Tutti, senza alcuna esclusione. Un’affermazione che, se fatta in un altro momento e/o contro un altro popolo o un’altra etnia, avrebbe portato a Rocca una bella denuncia per istigazione all’odio raziale.

Vedremo quindi se l’ordine dei giornalisti prenderà provvedimenti o se, per la situazione, riterranno opportuno continuare a camminare a testa bassa senza intromettersi nella martellante propaganda occidentale che ora, evidentemente, è disposta pure a sdoganare la teoria delle razze.

La situazione rischia di peggiorare inesorabilmente, causando un’escalation senza precedenti. Davanti a tutto ciò credo sia giusto chiedersi fino a quanto saremo disposti a spingerci per sopportare quella che ormai non è più solo la difesa, ma che è anche l’attacco di un paese in armi.

Fino a quando seguiremo questa spirale che ci porta nella direzione opposta rispetto a quella tracciata dalla nostra costituzione, che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali?

E soprattutto, fino a quando, per chiedermelo, dovrò pagare il costo di essere additato come “filo-Putin”?

foto: screenshot

MOZIONE IN SOLIDARIETÀ E SUPPORTO ALLA LIBERTÀ ACCADEMICA DELLA COMUNITÀ STUDENTESCA IN IRAN

10 Ottobre 2022

MOZIONE IN SOLIDARIETÀ E SUPPORTO ALLA LIBERTÀ ACCADEMICA DELLA COMUNITÀ STUDENTESCA IN IRAN

IL CONSIGLIO DEGLI STUDENTI dell’Università di Pavia

CONSIDERATE le proteste pacifiche in Iran per la morte di Mahsa Amini, ventiduenne arrestata e picchiata a morte dalla polizia morale perché non stava rispettando le norme iraniane sull’utilizzo dell’hijab;

CONSIDERATI i recenti fatti di violenta repressione delle proteste e manifestazioni, avvenuti in Iran a danno di civili, giornalisti, e soprattutto studenti, studentesse e docenti da parte delle forze di sicurezza della Repubblica Islamica dell’Iran, che in molti casi hanno portato alla morte dei manifestanti;

CONSIDERATI i numerosi arresti di studenti, rappresentanti e membri dei comitati e movimenti studenteschi delle Università iraniane;

CONSIDERATA la sospensione delle lezioni in presenza e il conseguente passaggio alla didattica online da parte di molte Università in Iran;

CONSIDERATA la scomparsa di decine di studenti e studentesse iraniane, di cui si sono perse le tracce a seguito della repressione a opera delle forze di sicurezza della Repubblica Islamica dell’Iran;

CONSIDERATE le proteste che stanno avendo luogo in molte università iraniane, la loro violenta repressione con gas lacrimogeni, proiettili metallici o di gomma e il conseguente utilizzo degli spazi universitari come luogo di detenzione della comunità accademica messi in atto dalle forze di polizia iraniane;

CONSIDERATI gli sconcertanti video che arrivano dalla Sharif University of Technology di Teheran, dove la comunità accademica si trova bloccata all’interno delle mura universitarie;

CONSIDERATO il blocco dell’accesso a internet e dell’utilizzo di piattaforme di messaggistica istantanea avvenuto in Iran negli scorsi giorni a opera della Repubblica Islamica;

VISTE le numerose risoluzioni di condanna delle violazioni dei diritti umani in Iran adottate dal Parlamento Europeo;

VISTA la forte condanna dell’inaccettabile uso di forza per reprimere proteste pacifiche da parte di Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza;

VISTE le prove raccolte da Amnesty International sull’uso illegale da parte delle forze di sicurezza di proiettili, gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e percosse con manganelli per disperdere i manifestanti;

VISTI i documenti che attestano che, il 23 settembre, il comandante delle forze armate nella provincia di Mazandaran ha ordinato alle forze di sicurezza di tutti i paesi e città della provincia di “affrontare senza pietà, arrivando al punto di causare morti, eventuali disordini da parte di rivoltosi e antirivoluzionari”;

VISTA la lista di nomi di studentesse e studenti universitari iraniani di cui non si hanno più notizie da diversi giorni pubblicata sul sito del Global Student Forum;

VISTI l’art.19, l’art. 20 e l’art. 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Universal Declaration of Human Rights), i quali sanciscono rispettivamente il diritto inalienabile alla libertà di opinione e di espressione, il diritto di libera associazione e il diritto all’istruzione;

VISTO l’art. 19 dell’International Covenant of Civil and Political Rights di cui l’Iran è Stato firmatario, il quale sancisce il diritto alla libertà di espressione;

VISTI il comunicato di solidarietà della Rete delle Università italiane per la Pace;

CONSIDERATO il diritto di riunione pubblica e non violenta garantito dalla Costituzione all’art. 17;

CONSIDERATO il diritto di libera espressione, sancito dalla Costituzione all’art. 21;

CONSIDERATO il fondamentale ruolo di ricerca scientifica, diffusione culturale, formazione libera, critica e cosciente di tutti gli studenti e le studentesse che l’Accademia riveste nel tessuto sociale;

CONSIDERATO il ruolo dell’università nella creazione di un ambiente libero da strumentalizzazioni e violenze di ogni genere;

CONSIDERATI i preesistenti programmi nazionali di protezione per gli studenti a rischio, sui modelli esistenti già in Norvegia, Germania e in Polonia;

ESPRIME solidarietà alla comunità studentesca iraniana che in questi giorni sta protestando per veder riconosciuta la propria libertà e a studentesse e studenti iraniani iscritti nei corsi del nostro Ateneo e condanna la violenza e la repressione che continuano ad essere perpetrate contro la comunità accademica da parte delle autorità iraniane, anche all’interno degli spazi universitari; esprime inoltre la propria condanna per il mancato rispetto dei diritti umani da parte della Repubblica Islamica dell’Iran, con particolare attenzione al mancato rispetto della libertà d’opinione e d’espressione e della libertà d’associazione, fondamentali per qualsiasi istituzione universitaria o accademica.

CHIEDE che il Senato Accademico si esprima con netto dissenso rispetto alle violenze che continuano ad essere perpetrate in atti di repressione studentesca in Iran, che condanni l’utilizzo degli spazi universitari come luogo di detenzione della comunità accademica, che si schieri a difesa dei diritti umani, della democrazia e della libertà accademica nel Paese e chieda che l’Italia porti la questione davanti agli organi internazionali competenti;

che l’Ateneo si impegni per garantire un rientro sicuro a tutti i componenti della comunità accademica che eventualmente si trovino in mobilità internazionale in Iran;

che, attraverso l’interlocuzione con il Ministero dell’Università e della Ricerca, il Magnifico Rettore si faccia carico di sollecitare un’attenzione specifica del Governo Italiano e delle Istituzioni Europee nel monitorare la situazione di coloro che sono attualmente reclusi nelle carceri iraniane o risultano scomparsi, con particolare attenzione alla popolazione universitaria iraniana, esercitando pressione per il rilascio di tutti gli studenti o docenti universitari arrestati a causa dell’espressione del proprio dissenso;

che l’Ateneo sostenga l’istituzione di un numero di borse di studio volte all’ingresso in Italia della comunità studentesca, delle ricercatrici e ricercatori provenienti dall’Iran che non dovessero più avere la possibilità di continuare i loro studi nel proprio Paese, seguendo l’esempio di altre Università europee e del progetto Students at Risk (StAR). In questo senso, è possibile ipotizzare la realizzazione di un bando unificato per gli studenti ucraini, afghani e iraniani integrando le risorse e la delibera approvata dal Consiglio di Amministrazione il 27 settembre;

che l’Ateneo, in accordo con l’Ente per il Diritto allo Studio, indaghi sulla disponibilità di garantire vitto e alloggio alla comunità accademica iraniana nelle proprie strutture;

che il Magnifico Rettore si faccia portavoce di questa condanna delle violente repressioni delle proteste in Iran e delle misure di solidarietà intraprese dall’Ateneo all’interno della CRUI.

 
Firmatari della mozione
Simone Agutoli
Massimiliano Farrell