Categoria: Mondo

IL 9 OTTOBRE 1967 ERNESTO CHE GUEVARA VENIVA ASSASSINATO DAI MILITARI BOLIVIANI DIRETTI DALLA CIA

10 Ottobre 2022

“Non credo che siamo stretti parenti ma se Lei è capace di tremare d’indignazione ogni qualvolta si commetta un’ingiustizia nel mondo,
siamo compagni,
il che è più importante.”

Ernesto Guevara de la Serna, detto il “Che”

Un appello per la pace a tutti coloro i quali hanno a cuore il futuro dell’umanità e del pianeta

9 Ottobre 2022

Care, cari,

oggi è arrivato questo appello redatto da Richard Falk (Usa), Chandra Muzaffar (Malesia) e Joseph Camilleri (Malta e Australia). È sostenuto da numerose personalità di tutto il mondo. Sottolineo: statunitensi, europei, latinoamericani, africani, asiatici e dell’Oceania. Nord Globale e Sud Globale.

In allegato la traduzione.

Sottolineo. Né filorussi, né filoamericani, né filo-Nato. Per la pace, per l’umanità e per il pianeta.

Nel 1947 partiva il Doomsday Clock (l’Orologio del Giorno del Giudizio o dell’Apocalisse) promosso da scienziati dell’atomo preoccupati per il destino del mondo, in pericolo a causa della Guerra Fredda. E indicava allora che c’erano solo 7 minuti all’annientamento nucleare. Oggi siamo a pochi secondi. Togliamo ai novelli dottor Stranamore la prepotenza di “giocare con il mondo”, al fine di mantenere privilegi, ricchezza, egemonia e potere.

Vi prego di firmare questo appello, vedete il link nel testo, e di farlo girare nei vostri ambiti. Le persone che l’hanno promosso rappresentano un’umanità che ha a cuore il futuro della specie umana, del vivente e del pianeta tutto. Per un mondo multipolare, antiegemonico, antimperiale.

Un caro saluto.

Giorgio Riolo


Un appello per la pace a tutti coloro i quali hanno a cuore il futuro dell’umanità e del pianeta

promosso da Richard Falk, Joseph Camilleri, Chandra Muzaffar e sostenuto da tante altre personalità del mondo intero

L’umanità ha raggiunto un punto di svolta. È tempo che i governi, le istituzioni internazionali e le persone di tutto il mondo facciano il punto della situazione e agiscano con rinnovata urgenza.

Il conflitto in Ucraina sta infliggendo morte, ferite, sfollati e distruzione, aggravando la crisi alimentare globale, portando l’Europa alla recessione e creando onde d’urto nell’economia mondiale.

Il conflitto su Taiwan minaccia di degenerare in una vera e propria guerra che devasterebbe Taiwan e trasformerebbe l’Asia orientale in una polveriera.

Ancora più preoccupante è la relazione tossica tra gli Stati Uniti da un lato e la Cina e la Russia dall’altro. Qui risiede la chiave di entrambi i conflitti.

Quello a cui stiamo assistendo è il culmine di decenni di evidente malagestione della sicurezza globale. Gli Stati Uniti non sono stati disposti ad accettare, e tanto meno ad adattarsi, all’ascesa della Cina e al riemergere della Russia. Non sono disposti a rompere con le nozioni obsolete di dominio globale, retaggio della Guerra Fredda e del trionfalismo seguito al crollo dell’Unione Sovietica.

È in atto un cambiamento nel potere globale. Il mondo occidentalocentrico, in cui prima l’Europa e poi gli Stati Uniti hanno avuto la posizione di dominio, sta lasciando il posto a un mondo multicentrico e multilaterale in fatto di civiltà, in cui altri centri di potere e di influenza esigono di essere ascoltati.

La mancata accettazione di questa nuova realtà comporta un pericolo immenso. È in pieno svolgimento una nuova guerra fredda, la quale può trasformarsi in qualsiasi momento in una guerra calda. Secondo le parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, “l’umanità è a un dipresso dall’annientamento nucleare, a causa di un malinteso, a causa di un errore di calcolo”.

Anche se l’apocalisse nucleare è scongiurata, la discordia tra gli Stati dotati di armi nucleari impedisce la risoluzione cooperativa dei problemi, la fornitura di beni pubblici globali e un sistema Onu efficace e indipendente.

Per essere all’altezza della sfida abbiamo bisogno di una risposta coerente, sostenuta e multiforme da parte dei governi e delle istituzioni internazionali, ispirata e guidata da una società civile sempre attenta e impegnata. Sono diversi i passi da compiere, alcuni immediati, altri a più lungo termine.

I primi passi debbono mirare a porre fine al conflitto in Ucraina e a disinnescare le tensioni su Taiwan. Sono necessari sforzi più sostanziali per promuovere un quadro di coesistenza cooperativa tra Stati Uniti, Russia e Cina – un elemento essenziale per la costruzione della pace in Europa e in Asia.

A tal fine, riteniamo che il Segretario Generale delle Nazioni Unite o un gruppo di medie potenze – idealmente meglio entrambe le parti, agendo di concerto – potrebbero avviare un’iniziativa su più fronti volta a garantire un cessate il fuoco efficace e duraturo in Ucraina e l’allentamento delle tensioni su Taiwan.

Nel caso dell’Ucraina, l’obiettivo deve essere quello di garantire la cessazione di tutti i combattimenti da parte delle forze russe e ucraine e dei gruppi separatisti operanti nella regione del Donbass. Si tratterebbe di un cessate il fuoco monitorato da un gruppo delle Nazioni Unite che riferisca regolarmente e direttamente al Segretario Generale dell’Onu.

Tuttavia, è improbabile che un cessate il fuoco possa durare a lungo senza una soluzione duratura del conflitto russo-ucraino. Questa dipenderà a sua volta dalla fine dell’uso cinico della guerra in Ucraina da parte di grandi potenze intenzionate a perseguire le proprie ambizioni geopolitiche. Solo allora sarà possibile conseguire

– il ritiro graduale delle forze militari russe;

– la fine della fornitura di aiuti militari letali all’Ucraina;

– una politica di neutralità costituzionalmente sancita per l’Ucraina;

– la risoluzione delle questioni giurisdizionali, in particolare la Crimea e la regione del Donbass, insieme a un processo volto a sanare le animosità regionali, etniche e religiose all’interno dell’Ucraina.

– Tutti i prigionieri di guerra, i rifugiati e i civili in cattività devono essere restituiti ai rispettivi Paesi e tutti i loro diritti devono essere rispettati come previsto dalle Convenzioni di Ginevra.

Questi accordi dovranno essere integrati da un accordo più ampio che coinvolga altre parti interessate, al fine di assicurare: un programma internazionale adeguatamente finanziato per affrontare la crisi umanitaria in Ucraina; garanzie internazionali per salvaguardare l’indipendenza, la neutralità e l’integrità territoriale dell’Ucraina; la rimozione di tutte le sanzioni imposte alla Russia e il ripristino di normali relazioni commerciali.

Nel caso del conflitto di Taiwan, il primo passo deve essere quello di allentare l’attuale livello di tensione. A tal fine, la comunità internazionale dovrebbe riaffermare i principi enunciati nel comunicato di Shanghai del 1972, in particolare il principio “una sola Cina”, che oggi gode di un ampio sostegno internazionale. In linea con questo principio, la comunità internazionale deve utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione per dissuadere Taiwan dal fare qualsiasi dichiarazione unilaterale di indipendenza. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, insieme all’Asean, è nella posizione ideale per condurre questa linea d’azione.

Queste iniziative, relativamente a breve termine, devono aprire la strada a una serie di consultazioni interconnesse, culminanti in una conferenza internazionale, il cui scopo principale sarebbe quello di definire una nuova architettura di sicurezza globale, sostenuta da adeguate riforme della governance mondiale e finalizzata a:

1. Fermare la marcia verso la completa distruzione nucleare e avviare un programma ambizioso per il disarmo nucleare, iniziando con una serie di accordi per il controllo degli armamenti e il disarmo e portando, entro un determinato lasso di tempo, all’adesione universale al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari;

2. Rispecchiare la realtà di un mondo multicentrico e multilaterale in fatto di civiltà, rispettoso dell’indipendenza e dei diritti legittimi di tutte le nazioni sovrane e in cui nessun attore miri ad esercitare ambizioni imperiali o egemoniche.

3. Enunciare i principi di sicurezza comune, cooperativa e globale e tradurli in accordi regionali efficaci, soprattutto in Europa e nella regione Asia-Pacifico;

4. Avviare una serie di misure in grado di invertire la militarizzazione del sistema internazionale, tra cui la limitazione della portata e degli obiettivi delle alleanze militari e del dispiegamento di forze militari all’estero, nonché la progressiva riduzione dei bilanci militari nazionali, reindirizzando così le risorse verso aree di urgente necessità sociale, economica e ambientale;

5. Avviare una profonda riforma delle istituzioni internazionali, in particolare del sistema delle Nazioni Unite, in modo che possano rispondere in modo più efficace e cooperativo alle minacce esistenziali, in particolare al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità e alle pandemie presenti e future.

Tutto questo non avverrà senza un massiccio risveglio globale della saggezza e dell’energia umane. Per quanto importanti siano i governi e le istituzioni internazionali, l’iniziativa per una risposta coerente alle sfide che dobbiamo affrontare spetta in gran parte alle persone, alla società civile.

È necessaria una leadership di vario tipo. Ecco perché questo messaggio è rivolto anche a intellettuali, artisti, scienziati, giornalisti, capi religiosi, sostenitori e altri cittadini impegnati.

Parimenti, abbiamo in mente i gruppi che si occupano dei diritti dei popoli indigeni, degli aiuti e dello sviluppo, della risoluzione dei conflitti, delle libertà civili e dei diritti umani, della violenza contro le donne, dei rifugiati e dei richiedenti asilo, dei cambiamenti climatici e delle altre minacce all’ambiente, della salute pubblica (non ultima la Covid), della giustizia per i poveri e per gli emarginati e della diversità etnica, religiosa e culturale.

TUTTI sono colpiti negativamente dal confronto tra grandi potenze, dalle leggi oppressive sulla sicurezza, dall’aumento dei bilanci militari e dalle attività militari distruttive, per non parlare della prospettiva di una catastrofe nucleare.

TUTTI hanno un ruolo cruciale da svolgere.

Anche i sindacati, le reti professionali (nel campo dell’istruzione, della legge, della medicina, dell’assistenza infermieristica, dei media e delle comunicazioni), le organizzazioni di agricoltori, gli enti religiosi, i gruppi di riflessione incentrati sull’uomo e i centri di ricerca hanno molto da contribuire alla discussione per un futuro abitabile.

È tempo che le persone di tutto il mondo assumano l’iniziativa, individualmente e collettivamente, per avviare discussioni, piccole e grandi, formali e informali, in rete e di persona, utilizzando la parola scritta e parlata, nonché le arti visive e dello spettacolo.

Questo è un momento di riflessione collettiva sulla situazione attuale, sulla direzione da prendere e sui passi necessari per arrivarci.

La posta in gioco è alta. Abbiamo bisogno di un pensiero coraggioso che metta in connessione le persone e le questioni, all’interno dei Paesi e tra i Paesi stessi. Dobbiamo ravvivare e riformulare la discussione sulla sicurezza globale. Non c’è un momento da perdere.

Clicca qui per firmare la petizione

https://www.change.org/p/to-all-who-care-about-humanity-s-and-the-planet-s-future

Appello preparato da

Richard Falk, professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton; cattedra di diritto globale all’Università Queen Mary di Londra; ricercatore associato all’Ucsb.

Joseph Camilleri, professore emerito dell’Università La Trobe di Melbourne; membro dell’Accademia delle Scienze Sociali in Australia; presidente di Conversation at the Crossroads.

Chandra Muzaffar, ex professore di Studi globali, Universiti Sains Malaysia, Penang; presidente del Movimento internazionale per un mondo giusto (JUST).

Sostenuto da

Prof. Abdelllah Hammoudi, Professore emerito di Antropologia; Direttore fondatore dell’Istituto Transregionale, Università di Princeton

Ajarn Sulak Sivaraksa, cofondatore e presidente del Comitato consultivo della Rete internazionale di buddisti impegnati

Ashis Nandy, Homi Bhabha Fellow, Centro per lo studio delle società in via di sviluppo

Brad Wolf, direttore esecutivo di Peace Action Network of Lancaster.

Prof. Alfred de Zayas, professore di diritto internazionale, Scuola diplomatica di Ginevra; ex esperto indipendente delle Nazioni Unite sull’ordine internazionale (2012-18).

Dr. Arujunan Narayanan, accademico che insegna Relazioni internazionali, Diritto internazionale e Filosofia occidentale – UKM, UM, HELP University, Armed Forces Defence College, Institute of Diplomacy and Foreign Relations.

Prof. Assaf Kfoury, professore di informatica, Università di Boston.

Prof. Azyumardi Azra (deceduto), Rettore dell’Università islamica di Stato Syarif Hidayatullah, Giacarta, Indonesia (1998-2006); Professore di Storia, Università islamica di Stato, Giacarta, Indonesia (dal 1997).

Celso Luiz Nunes Amorim, ex ministro degli Esteri; ex ministro della Difesa, Brasile

Prof. Chaiwat Satha-Anand, ex presidente dell’Associazione per le scienze sociali della Thailandia; ex vice rettore per gli affari accademici dell’Università Thammasat; attualmente esperto del Toda Peace Institute, professore di scienze politiche dell’Università Thammasat; illustre studioso dell’Università Thammasat.

Chris Hedges, giornalista, autore e commentatore americano

David Swanson, autore, direttore esecutivo di World BEYOND War

Prof. Farish A. Noor, Professore, Dipartimento di Storia, Università di Malaya

Fredrik S. Heffermehl, avvocato e scrittore, Norvegia, Premio Nobel per la Pace.

Prof. Ilan Pappe, Direttore del Centro europeo di studi sulla Palestina, Università di Exeter, Gran Bretagna.

Ivana Nikolic Hughes, presidente della Nuclear Age Peace Foundation; docente senior di chimica alla Columbia University.

Prof. Jeffrey Sachs, Professore universitario, Columbia University

Jorge Casteneda, ex ministro degli esteri del Messico, New York University

Jeremy Corbyn, deputato indipendente, ex segretario del Labour Party

John K. Stoner, 1040forpeace.org

Prof. Jomo Kwame Sundaram, Professore emerito di Economia, Università di Malaya

Prof. Junaid S. Ahmad, Direttore del Centro per lo studio dell’Islam e della decolonialità, Islamabad, Pakistan

Dott.ssa Kate Hudson, Segretario generale della Campagna per il disarmo nucleare.

Kathy Kelly, Presidente del Consiglio di amministrazione di World BEYOND War

Kishore Mahbubani, preside fondatore della Scuola di politica pubblica Lee Kuan Yew, NUS.

Prof. Kevin Clements, Direttore dell’Istituto per la pace Toda, Tokyo, Giappone.

Dr. Lim Teck Ghee, analista politico

Prof. Mahmood Mamdani, Professore presso Columbia University, New York.

Mairead Maguire, vincitrice del premio per la pace; cofondatrice di Peace People; Irlanda del Nord

Prof. Maivan Clech Lam, professore emerito di diritto internazionale, Ralph Bunche Institute for International Studies presso il Graduate Center della City University di New York.

Maung Zarni, dissidente birmano e cofondatore di Forsea.

(Tan Sri.) Mohamed Jawhar Hassan, professore aggiunto dell’Istituto Asia-Europa dell’Università di Malaya; ex presidente e direttore generale dell’Istituto di studi strategici e internazionali (Isis) della Malesia.

Dr. Ramzy Baroud, Centro per l’Islam e gli Affari Globali, Università Zain, Istanbul

Prof. Shad Saleem Faruqi, professore emerito presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Malaya; titolare della cattedra della Fondazione Tunku Abdul Rahman

Shahanaaz Habib, ex giornalista, The Star

Susan Wright, Ph.D., ricercatrice e docente emerita di Storia della scienza presso l’Università del Michigan.

Victoria Brittain, giornalista e autrice

Yanis Varoufakis, membro del Parlamento greco e leader del MeRA25, cofondatore del DiEM25; professore di economia all’Università di Atene; professore onorario di economia politica all’Università di Sydney; professore honoris causa di diritto, economia e finanza all’Università di Torino; Distinguished Visiting Professor di economia politica al Kings College dell’Università di Londra.

Hans von Sponeck, Segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite (in pensione)

Dr. Michael Jeyakumar, presidente del Partito socialista della Malesia

Noam Chomsky, linguista americano, filosofo, scienziato cognitivo, saggista storico, critico sociale e attivista politico

Phyllis Bennis, Direttore del New Internationalism Project, Istituto per gli Studi Politici

Ronnie Kasrils, ex ministro sudafricano in pensione, attivista e autore.

3 OTTOBRE, 9 ANNI DOPO LA STRAGE DI LAMPEDUSA

4 Ottobre 2022

In occasione della giornata che ricorda la strage nella quale 360 migranti persero la vita al largo delle coste di Lampedusa pubblichiamo il testo di Alessandra Ornaghi, attivista della Rete Como senza frontiere, che nell’estate 20’16, insieme alle/i Compagne/i della nostra Federazione di Como e molte e molti altre/i era tra chi, alla stazione di Como San Giovanni, provava a rendere meno disperata la situazione delle persone che, abbandonate dalle istituzioni, stazionavano nell’area adiacente alla stazione.

Non ho mai raccontato molto delle serate in stazione durante l’emergenza profughi che colpì la mia città nell’estate 2016. I volti si susseguivano sera dopo sera, con alcuni arrivavi a scambiare parole, ascoltavi i loro racconti di paesi così lontani e situazioni tragiche, che davano ancora di più significato alla frase “nascere nella parte giusta del mondo”, soprattutto quando l’ora si faceva tarda, cibo e coperte erano stati distribuiti e i più si erano coricati per la notte nel portico della stazione o sui prati del parco mentre tu sapevi che di lì a poco avresti avuto la fortuna di tornare a casa a dormire nel tuo letto. Ricordo i “miei” bambini:

Jonathan, il primo con cui entrai in contatto, arrivato insieme alla sua mamma, febbricitante, per il quale mi prodigai per ore a fare da interprete tra la dottoressa che parlava italiano, l’interprete eritreo al quale riferivo in inglese quello che lui poi doveva tradurre in tigrino alla giovane donna per capire cosa avesse il bambino. Il suo terrore per il termometro, il ghiaccio portato da chi, in teoria, era lì per vigilare la situazione non esitò a correre a prenderlo perché si doveva far scendere la febbre. L’ultima immagine che ho di loro è mentre salgono sull’ambulanza, poi ho saputo che il mattino dopo lasciarono l’ospedale e li videro cercare di salire su un treno per andare in Svizzera.

Duracell, che diceva di avere 13 anni dimostrandone almeno 3 di meno, soprannominato così perché alle due del mattino era capace di essere lì seduto sui gradini della stazione con noi, ascoltando senza capire i nostri discorsi senza il minimo accenno di sonno. Rimandato indietro più volte dalla frontiera svizzera, nonostante fosse minorenne non accompagnato con carte che dichiaravano che i suoi familiari vivevano in Europa. Uno dei pochi dei quali ho saputo che è riuscito a ricongiungersi con la famiglia.

Tibora, il piccolo folletto che se non mi vedeva veniva a cercarmi e mi seguiva come un’ombra nei vari spostamenti ad ascoltare i bisogni delle persone, portare un po’ di cibo o una coperta. Che mi riempiva di baci e mi girò la faccia verso l’obiettivo quando mi voltai perché non volevo fare una fotografia, mi sembrava un “souvenir del dolore” e invece per lei era solo una foto con la sua amica.

Del più piccolo in assoluto passato dalla stazione ho perso il nome nei meandri della memoria, ma ricordo il suo viso paffutello, le guanciotte piene come solo i bebè di sei mesi possono avere, gli occhi color velluto, la culla di fortuna sotto gli alberi del parco, la diffidenza di madre e zia ad andare nel tendone della Croce rossa per la notte per la paura di essere divise.

La scena più assurda la vissi una sera mentre ero intenta a distribuire coperte. Un attimo prima non c’era nessuno, un attimo dopo con la coda dell’occhio vidi una splendida ragazza con due gemellini. Sia io che l’altro volontario non siamo mai riusciti a capire da dove fossero sbucati. Il tempo di capire i bisogni di questa mamma e poi la decisione di mandarli a passare la notte in parrocchia, da uno dei preti più straordinari che la mia vita diagnostica mi abbia mai fatto incontrare. Resta ancora oggi il dubbio di capire da dove fossero spuntati, sembrò davvero che si fosse aperto un buco spaziotemporale nell’asfalto da cui uscirono.

Una sera però mi capitò una cosa che mi rimarrà incisa nel cuore per sempre. Nuovo arrivo, una mamma con una bambina e una ragazzina. Dubitai subito fossero veramente parenti, la mamma, giovanissima tra l’altro e la sua piccolina, parlavano francese, la ragazzina inglese. Sembrava più una delle tante “famiglie” che si formavano durante questi viaggi della speranza. Anime sole che si trovavano e decidevano di proseguire il viaggio insieme per proteggersi a vicenda. Fratelli e sorelle, zii e nipoti non per sangue, ma disperazione, che unendosi in gruppi si sostenevano e accudivano l’un l’altro. Scambiata qualche parola e appurato che non serviva l’interprete eritreo, dissi loro che sarei andata a prendere le coperte per farle sistemare per la notte. Feci per allontanarmi e la ragazzina cominciò a chiamarmi: “sister, sister!!” mi girai e lei mi offrì una delle tre crostatine che avevano con loro. Rifiutai con un sorriso e andai a prendergli delle coperte.

Quando tornai i loro “vicini”, che nel frattempo si erano spostati per permettere alle ragazze di dormire nell’angolo più riparato (uno dei tanti, bellissimi gesti che ho visto fare una sera dopo l’altra), mi fermarono e a bassa voce mi dissero che le tre non mangiavano dal giorno prima. Il loro unico cibo consisteva in quelle crostatine e il gesto di condivisione della ragazzina prese un altro significato, pur non avendo niente nella pancia mi offriva parte del suo cibo per ringraziarmi.

Ecco come delle semplici crostatine sono diventate le mie Madeleines, quando le vedo non posso fare a meno di pensare a quella notte in stazione, a quelle tre anime che cercavano un loro posto nel mondo dove poter vivere in serenità e addentando la merendina mando loro un saluto, con la speranza che siano riuscite a trovarlo.

3 ottobre, giornata della memoria e dell’accoglienza…

SCIOPERO GLOBALE PER IL CLIMA

15 Settembre 2022

Il Comitato Politico Regionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea Lombardia riunitosi in data 14 settembre 2022

considerato:

  • l’importanza che ha avuto e che ha ancora oggi il movimento dei Fridays For Future nello

spingere le nuove generazioni alla militanza politica;

  • l’importanza che ha la presenza dei/delle Giovani Comunisti/e e del Partito della

Rifondazione Comunista – Sinistra Europea nello spingere il movimento e i suoi componenti ad analizzare la crisi climatica con una visione anticapitalista;

  • il fatto che molte delle proposte contenute nell’agenda climatica (documento redatto dal

movimento dei Fridays For Future) sono perfettamente compatibili con quello che è il programma ufficiale di Unione Popolare;

  • l’importanza che ha la questione legata al cambiamento climatico e alla lotta alle energie fossili, per il tentativo di costruire uno sviluppo interamente sostenibile che sia in grado di rinunciare al fossile;
  • la repressione da parte del Governo avvenuta a Venezia, pochi giorni fa, sui manifestanti dei movimenti ambientalisti (tra cui FFF, XR e altri), lo stesso Governo che dapprima si dice favorevole alla transizione ecologica e poi usa la Polizia come metodo repressivo su chi sostiene le lotte contro la speculazione dell’ambiente da parte del Governo e delle aziende che distruggono l’ambiente per puro profitto.

annuncia il suo appoggio allo sciopero globale per il clima che si terrà in data 23.09.2022 impegnandosi a partecipare in prime persone con i compagni e le compagne dei vari circoli delle federazioni della Lombardia e, ove possibile, anche attraverso la presenza dei/delle Giovani Comunisti/e, a tessere rapporti con il movimento in questione, per provare a dare una prospettiva anticapitalista a quella che è la lotta contro il cambiamento climatico.

ODG Approvato ad unanimità dal Comitato Politico regionale del Partito della Rifondazione Comunista / Sinistra Europea – Lombardia del 14 settembre 2022.

UN’ALTRA STORIA. 11 SETTEMBRE 1973

Articolo pubblicato nel 2021 che ripropongo alla vostra attenzione e ancora valido in questa triste ricorrenza.


GIORGIO RIOLO
Il nostro dolore di sempre per il golpe cileno del 11 settembre 1973. Voluto, pianificato, guidato e finanziato dagli Usa.

Onore a Salvador Allende e ai compagni cileni massacrati, torturati, esiliati.

In queste ore di retorica ributtante, riproduco qui un messaggio di compagni cileni inviato questa mattina.
Gli Stati Uniti commemorano oggi la tragedia dell’11 settembre 2001, che costò la vita a 3.000 vittime innocenti.

Joe Biden visiterà i tre luoghi iconici degli attacchi terroristici avvenuti vent’anni fa. I media di tutto il mondo celebrano questo evento storico e mediatico.

Seguono programmi speciali, reportage, interviste, testimonianze diurne e notturne.
Ma questi stessi media ignoreranno, silenziosamente o quasi, un altro evento storico e drammatico come se gli statunitensi avessero il monopolio e l’esclusività di questa data. Questo è l’11 settembre 1973.

Sebbene sia ovvio che è necessario parlare dell’11 settembre 2001 e denunciare il massacro di innocenti.
Ma non si può parlare della dittatura di Pinochet senza evocare il socialismo cileno di Salvador Allende.

I due uomini simboleggiano due modelli di società diametralmente opposti.

Allende era un rivoluzionario particolare. Voleva realizzare il socialismo non attraverso una rivoluzione violenta, ma pacificamente, attraverso le urne.

Il 3 novembre 1970 vinse le elezioni e diventò Presidente della Repubblica del Cile. Ma Salvador Allende rimase al potere solo tre anni.

Non poté portare a termine “la via cilena al socialismo”.

Infatti, l’11 settembre 1973, il generale Augusto Pinochet, con l’aiuto degli Stati Uniti, pose fine a questa esperienza di transizione pacifica al socialismo per mezzo della violenza.

Il sogno del “Compagno Presidente” venne schiacciato dalla forza brutale della giunta militare.
Il generale Pinochet prese il potere. La dittatura militare sostituì il socialismo democratico. Omicidi, esecuzioni senza preavviso, torture ecc. diventarono pratiche quotidiane.

Le carceri e le stazioni di polizia erano traboccanti. Lo Stadio Nazionale di Santiago si trasformò in un centro di detenzione di massa. Uomini e donne vennero ammassati dai quartieri popolari su autobus e camion militari per settimane e settimane. È anche in questa fase che i soldati hanno messo definitivamente a tacere il cantante Víctor Jara: “Crivellato di proiettili, le sue mani non tagliate ma schiacciate”, scriveva sua moglie in “Víctor Jara, una canzone incompiuta”.

La dittatura ha lasciato migliaia di morti, scomparsi, esiliati e torturati.

Sul piano economico, aiutata dai discepoli “Chicago boys” di Milton Friedman, la dittatura ha imposto una mercificazione di tutte le dimensioni della vita: salute, istruzione, elettricità, acqua, mare, comunicazioni, ecc. Vennero lasciate al libero gioco del mercato dominato dalle multinazionali statunitensi.

Dittatura, mercato e capitalismo vanno di pari passo.

Fedele alle sue convinzioni, Allende preferì morire con dignità piuttosto che arrendersi alla giunta militare. Nei suoi ultimi momenti si rivolse al suo popolo: “Pagherò con la vita per difendere i principi che sono cari a questo Paese (…) La storia è nostra, sono le Persone che la fanno”.

Il generale Pinochet è morto pacificamente nel suo letto in un ospedale militare protetto dagli Stati Uniti. I quali oggi celebrano l’11 settembre 2001.

Mohamed Belaali

Siccità e crisi idrica

29 giugno 2022

Il nostro Pianeta è “ricoperto d’acqua” ma la percentuale di questa utilizzabile per usi umani è circa lo 0,6% considerando laghi, fiumi e falde sotterranee di facile accesso.

Una componente solo in parte “rinnovabile”, poiché le falde hanno tempi di ricarica spesso più lunghi del tasso di sfruttamento cui vengono sottoposte, di conseguenza l’acqua è sempre più scarsa, complici i cambiamenti climatici e la crescente pressione antropica.

La scarsità idrica, che abbiamo sempre considerato come un problema lontano dai nostri confini, ci riguarda molto da vicino, con prospettive per quest’anno peggiori della crisi del 2017.

L’Osservatorio europeo della siccità indica l’Italia tra i Paesi UE considerati più a rischio e secondo l’Associazione nazionale dei consorzi di Bonifica e Irrigazione il livello dei fiumi del Nord è sempre più basso e il rischio desertificazione in aumento, soprattutto in alcune regioni del Sud Italia.

La particolare conformazione geografica del nostro Paese mette ancora più a rischio le fonti di acqua dolce a causa del fenomeno del cuneo salino che mette a rischio intere colture nella zona del delta del Po.

E’ evidente come un simile scenario abbia impatti devastanti sia sugli ecosistemi naturali che sulle attività umane, sia in chiave sociale che economica.

I settori destinati a pagare le conseguenze più gravi della siccità sono quelli dell’agricoltura, della zootecnia e della silvicoltura. In Italia il 20% del territorio rischia di non essere più produttivo e di essere dunque abbandonato e l’Enea stima che a causa di siccità, alluvioni ed erosioni del suolo si rischia di perdere l’1 per cento annuo sulla produzione agricola, con danni per oltre 30 milioni di euro l’anno per il settore.

Siccità: agricoltura e allevamento intensivi.

Prendendo in esame proprio il rapporto tra sistema agroalimentare e consumo della risorsa idrica si scopre che la frazione di gran lunga più grande dell’impronta idrica totale in Europa riguarda il consumo di prodotti agricoli commestibili (84 per cento), con più del 45 per cento di questa imputabile ai prodotti a base di carne e latte.

L’agricoltura europea, dedicata per circa due terzi all’alimentazione animale, utilizza più acqua dolce di qualsiasi altro settore in Europa: il 59 per cento del consumo totale e il modello di agricoltura intensiva impoverisce la frazione organica dei suoli, rendendoli meno efficaci nel trattenere l’acqua (fonte ANBI).

La disponibilità idrica diminuisce dunque, ma i nostri terreni agricoli hanno ancora più sete.

Nel settore zootecnico i volumi d’acqua utilizzati diventano ancora più importanti: per grammo di proteine, l’impronta idrica della carne bovina è sei volte maggiore di quella dei legumi e secondo la stessa Assocarni per produrre un chilo di carne bovina occorrono in media 15.415 litri di acqua.

Nel settore agricolo la risposta è nella riconversione verso metodi agro ecologici perché mentre l’agricoltura intensiva, basata su produzioni specializzate e a bassa diversità, è particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici, al degrado del suolo e alla scarsità d’acqua, l’agricoltura ecologica è la principale strategia di resilienza alla siccità.

Anche nel campo della zootecnia i modelli di allevamento ecologico, compresi i sistemi integrati di allevamento e di allevamento e silvicoltura, possono offrire vantaggi a molteplici processi ecosistemici, inclusa la resilienza alla siccità. Una riduzione molto significativa dell’impronta idrica dei prodotti agricoli in Europa potrebbe essere raggiunta passando a modelli alimentari più sani, ricchi di frutta e verdura e con meno carne e latticini e che porterebbero a risparmiare circa 1.292 litri pro capite al giorno, ossia il 30 per cento dell’impronta idrica rispetto alla situazione attuale.

Per compiere questi cambiamenti sono necessari e urgenti sostanziosi investimenti, sia in termini di ricerca sulle innovazioni agroecologiche, sia di sostegno per aiutare gli agricoltori e allevatori a compiere una vera transizione ecologica e i consumatori ad adottare diete con un minore impatto sulla disponibilità idrica e sulla sua qualità.

Siccità e energia.

In tempi di crisi idrica, è bene ricordare che anche le scelte energetiche, non sono neutre dal punto di vista dello spreco di acqua.

Il consumo idrico a fini energetici è oltre il 20% del consumo idrico totale, e circa un terzo di quello a fini alimentari.

Le centrali termoelettriche a fonti fossili e le centrali nucleari, infatti, consumano enormi quantità d’acqua per raffreddare gli impianti a differenza di eolico, fotovoltaico e geotermia a circuito chiuso, il cui impatto idrico si approssima allo zero.

Si calcola che un sistema 100% rinnovabile abbatterebbe fino al 97,7% il consumo idrico finalizzato alla produzione di energia.

Siccità e gestione privata della rete

La crisi idrica attuale evidenzia inoltre tutte le pecche di una gestione della risorsa idrica piegata a una logica privatistica che punta esclusivamente alla massimizzazione del profitto ed è caratterizzata da una decennale mancanza di pianificazione e investimenti infrastrutturali.

L’Italia detiene il primato europeo del prelievo di acqua per uso potabile. Dal punto di vista degli ecosistemi acquatici, laghi, fiumi, acqua sotterranee, tutte le rilevazioni rivelano uno stato raramente buono e per lo più scarso o cattivo.

La contaminazione più frequente è dovuta agli erbicidi e agli scarichi delle aree industriali attive o dismesse ma non ancora bonificate, come ad esempio quella dovuta ai PFAS in Veneto e ad Alessandria; pesano poi i cosiddetti contaminanti emergenti quali droghe, cosmetici e farmaci.

La contaminazione delle acque di falda, che in Italia sono la principale fonte di approvvigionamento di acqua potabile, determina la necessità di attuare trattamenti per trattenere le sostanze chimiche che diventano sempre più costosi e difficili con l’aumento della complessità delle miscele.

E’ necessario migliorare la qualità delle acque superficiali e di falda, intervenire per rinaturalizzare i versanti collinari e montani, le sponde di fiumi e canali, restituire ad uso ambientale e paesaggistico naturale di aree compromesse da fabbricati ex industriali ora dismessi e abbandonati.

La gestione del servizio idrico integrato attraverso spa e multiutility si è dimostrata un fallimento se consideriamo il drammatico spreco di acqua potabile se consideriamo le perdite di rete (40% dell’acqua distribuita) e la mancata realizzazione di reti duali (il 50% dell’acqua distribuita è utilizzata per fini non potabili). E’ quindi destituita di ogni fondamento la campagna che sui media mainstream cerca di attribuire la responsabilità della crisi idrica alla mancata privatizzazione che avrebbe fatto perdere investimenti privati. Dopo la vicenda delle autostrade bisogna essere davvero in malafede per sostenere una tesi del genere. La realtà semmai è che la gestione attraverso multiutility quotate in borsa ha dirottato risorse verso utilizzi diversi dall’ammodernamento e dalla manutenzione della rete idrica.

In definitiva, si tratta, come propone anche il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, di mettere in campo un intervento pubblico che, nell’arco dei prossimi 5 anni, tramite il Recovery Plan, nella seguente misura:

● 2 mld. di € per la ripubblicizzazione del servizio idrico, da utilizzare nel primo anno di intervento;

● 7,5 mld. di € (cui aggiungere risorse provenienti dai soggetti gestori per circa ulteriori 2,5 mld) per la ristrutturazione delle reti idriche;

● 26 mld. di € (di cui 50% provenienti dal Recovery Plan e il restante 50% da ulteriori fonti di entrata) per il riassetto idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio.

L’intervento economico deve essere accompagnato da un ribaltamento del modello e dalla ripubblicizzazione del servizio idrico, partendo da una serie di interventi immediati:

incentivi all’ammodernamento degli impianti di irrigazione in agricoltura (ad es. irrigazione a goccia) e all’utilizzo delle acque piovane;

la destinazione degli utili delle aziende che gestiscono il servizio idrico alla ristrutturazione delle reti idriche;

incentivi all’installazione di dispositivi per il risparmio idrico nell’edilizia di servizio, residenziale e produttiva;

la depurazione delle acque deve raggiungere il 100% (attualmente è al 50/60%) e vanno privilegiati gli impianti di piccole-medie dimensioni e quelli di fito-depurazione in quanto garantiscono maggiormente la qualità della acque depurate da immettere in natura, nella produzione agricola e nelle reti duali.

Le montagne stanno crollando.

La senatrice Nugnes, in rappresentanza di Rifondazione Comunista in missione parlamentare sui ghiacciai, riferisce di come in montagna il cambiamento climatico stia avvenendo ad una velocità doppia che nel resto del globo, registrando ad oggi una media di aumento delle temperature di + 1,7 gradi.

“Lo scenario 2022 è lo scenario che ci aspettavamo per il 2050″ dicono gli osservatori tecnici di Arpa in Val D’Aosta, a Courmayeur, sul Ghiacciaio di Planpincieux. I ghiacciai sono un grande osservatorio dei cambiamenti climatici. Un terzo di tutti i ghiacciai italiani sono in Val d’Aosta, in 50 anni abbiamo “perso” il 40% dei ghiacciai presenti in regione, in 20 anni ne abbiamo persi 180. Nel 2050 non avremo più nessun ghiacciaio, niente ghiacciai niente acqua. Dovremo attrezzarci per rintracciare e conservare tutta l’acqua possibile, raccoglierla e distribuirla.

Lo scioglimento dei ghiacciai causa un enorme scarico di acqua dolce nell’oceano e aumenta il livello del mare. Attualmente proprio lo scioglimento dei ghiacciai contribuisce come primo protagonista all’innalzamento del livello del mare (sta aumentando il livello del mare di 0,7 millimetri ogni anno) e, entro la fine del secolo, questo numero potrebbe aumentare da quattro a dieci volte.

Il mare invade e sommerge le terre, distruggendo interi territori, che entra nei fiumi, vedi il Po in questi giorni, invadendo le falde di riserva idrica, salinizzando l’acqua dolce, sottraendo altra acqua potabile per i campi, le bestie, gli uomini.

Scioglimento dei ghiacciai, significa crolli e slavine, significa perdita di biodiversità, delle condizioni che rendono possibile la nostra vita su questo pianeta.

Il contrasto alla siccità deve essere affrontato da un punto di vista dell’ecologia integrale quindi chiediamo lo stop immediato della riattivazione delle centrali a carbone, di nuove trivellazioni di gas e dell’installazione dei rigassificatori, delle grandi opere idrovore, della cementificazione, che impermeabilizza il suolo rendendo praticamente impossibile il ciclo naturale dell’acqua, degli impianti di incenerimento rifiuti che necessitano di enormi quantità di acqua per il raffreddamento.

Il nostro è un approccio di classe e ben consapevole che riguarda le scelte collettive e la gestione delle risorse più che quelle individuali. Non si tratta solo di modificare gli stili di vita ma lo stesso modello di sviluppo.

Maurizio Acerbo

Elena Mazzoni

Ordine del giorno approvato dal Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista.

LETTERA APERTA E IL DOLORE DELLA MAMMA DI JULIAN ASSANGE

27 giugno 2022

“Non sopporto che non si muova nulla di fronte a tanta ingiustizia 😔

20-12-21

“Cinquant’anni fa, quando ho partorito per la prima volta come giovane madre, pensavo che non ci potesse essere dolore più grande, ma l’ho dimenticato presto quando ho tenuto tra le mie braccia il mio bellissimo bambino. L’ho chiamato Julian.

Ora mi rendo conto che mi sbagliavo. C’è un dolore più grande.

Il dolore incessante di essere la madre di un giornalista premiato, che ha avuto il coraggio di pubblicare la verità sui crimini governativi di alto livello e sulla corruzione.

Il dolore di vedere mio figlio, che ha cercato di pubblicare verità importanti, macchiato a livello mondiale.

Il dolore di vedere mio figlio, che ha rischiato la vita per denunciare l’ingiustizia, incastrato e privato del diritto a un processo equo, ancora e ancora.

Il dolore di vedere un figlio sano deteriorarsi lentamente, perché gli è stata negata l’assistenza medica e sanitaria adeguata in anni e anni di carcere.

L’angoscia di vedere mio figlio sottoposto a crudeli torture psicologiche, nel tentativo di spezzare il suo immenso spirito.

L’incubo costante che venga estradato negli Stati Uniti e poi trascorrere il resto dei suoi giorni sepolto vivo in totale isolamento.

La paura costante che la CIA possa realizzare i suoi piani per ucciderlo.

L’ondata di tristezza quando ho visto il suo fragile corpo cadere esausto per un mini ictus nell’ultima udienza a causa dello stress cronico.

Molte persone sono rimaste traumatizzate nel vedere una superpotenza vendicativa che usa le sue risorse illimitate per intimidire e distruggere un individuo indifeso.

Voglio ringraziare tutti i cittadini onesti e solidali che protestano globalmente contro la brutale persecuzione politica subita da Julian.

Per favore continuate ad alzare la voce ai vostri politici fino a quando non sentirete solo questo.

La sua vita è nelle vostre mani”.

~ Christine Ann Assange

JULIAN ASSANGE

Francia, Mèlenchon il vero vincitore. Chapeaux. Adesso in Italia

15 giugno 2022

Paolo Ferrero*

La Nuova Unione Popolare Ecologista e Sociale guidata da Mélenchon è la vera vincitrice del primo turno delle elezioni francesi. Con il 25,7% dei voti, a pari merito del Presidente in carica e lasciando Marine Le Pen poco sopra il 18%, il risultato è straordinario. Con questa spinta è sicuro che il raggruppamento di sinistra sarà il gruppo più grande dell’opposizione ed è molto probabile che Macron non riesca a conquistare la maggioranza assoluta del parlamento, aprendo la strada ad una dialettica politica assai positiva. Non oso immaginare di più, ma certo questi due risultati costituiscono già un grande risultato, perché uno dei paesi più importanti d’Europa si troverà ad avere un condizionamento sociale importantissimo e per certi decisivo per mettere sabbia nei meccanismi dell’Europa liberista arruolata nella Nato.

Ovviamente si tratta anche in Italia di fare come la Francia e allora può essere utile analizzare i tre passi fondamentali che Mélenchon ha fatto per raggiungere questo risultato. Questo successo non è infatti caduto dal cielo e non è il frutto di un miracolo ma di una precisa linea politica. Vediamo.

In primo luogo, Mélenchon da anni opera per costruire un polo alternativo ai poli politici esistenti in Francia. In tutti questi anni Mélenchon non ha fatto alleanze con i socialisti e quindi non ha praticato “l’unità della sinistra”. Ha operato per aggregare la sinistra di alternativa, conflittuale sul piano sociale e ambientale. Questa coerenza di impianto è stata decisiva per costruire il patrimonio simbolico di Mélenchon come effettivamente alternativo alla melassa liberale che alberga nelle nostre istituzioni.

In secondo luogo, Melenchon non ha mai ricondotto la sua pratica di aggregazione ad un partito. Questo in un doppio senso: da un lato alle elezioni ha sempre operato per costruire coalizioni più ampie del suo partito, dall’altro per aggregare i vari partiti della sinistra antiliberista. Concretamente, quindi, Mélenchon ha operato come un aggregatore del polo antiliberista popolare ed ambientalista, senza cercare di farlo diventare un partito ma sempre mantenendo un carattere fluido e dinamico di aggregazione. Si tratta di un punto decisivo perché il valore aggiunto dello schieramento aggregato da Jean Luc consiste proprio nella capacità di mettere insieme organizzazioni, partiti, comitati, singoli individui, intellettualità diffusa, settori sindacali.

In parallelo al successo di Mélenchon, che per ben due elezioni presidenziali ha sfiorato di un soffio il ballottaggio, in Francia abbiamo avuto la crisi verticale del Partito Socialista e un significativo conflitto sociale che, dalle lotte sulle pensioni ai gilet gialli, hanno movimentato il paese.

La capacità politica di Mélenchon, forte del risultato delle elezioni presidenziali, è stata quella di proporsi su un impianto popolare e antiliberista come la possibile unificatore della sinistra. Non più l’unità della sinistra su base liberista a maggioranza socialista, ma una unità della sinistra il cui baricentro è su un programma radicale, estraneo alle politiche che vanno per la maggiore nel palazzo.

Per certi versi questo ultimo passo è il rovesciamento ideale di quanto, dopo il congresso di Épinay del 1971, fece Mitterrand. Questi operò per rovesciare i rapporti di forza tra socialisti e comunisti e solo dopo che i socialisti erano diventati più grandi dei comunisti propose nuovamente l’unità della sinistra. Oggi, dopo anni di cammino nel deserto, in cui molti lo hanno considerato un settario inconcludente, Mélenchon aggrega le forze della sinistra ma su un programma di alternativa, in cui i socialisti moderati sono in minoranza. Chapeau.

Per arrivare anche in Italia a “fare come in Francia”, non ci sono quindi scorciatoie ma è necessario imparare dall’esperienza francese. In primo luogo, è necessario costruire una aggregazione chiaramente alternativa ai poli esistenti, smettendola di inseguire le sirene del centro sinistra e del voto utile. In secondo luogo, occorre costruire questa aggregazione in una forma che permetta a tutte e tutti di partecipare e di essere protagonisti: uomini e donne impegnati in ogni ambito del sociale e della cultura, partiti, associazioni, comitati. A questa aggregazione devono partecipare i partiti disponibili, ma la sua forma non può essere quella di un partito, troppo stretta per aggregare tutte le forze disperse che dobbiamo unire. In terzo luogo, è evidente che occorre individuare una figura in grado di esercitare una leadership popolare e nello stesso tempo in grado di favorire un percorso democratico e partecipato, di allargare il tessuto dell’aggregazione politica. Parlare al popolo e nello stesso tempo favorire l’aggregazione di un tessuto partecipativo democratico e militante è la vera grande scommessa che abbiamo dinnanzi.

Non è semplicissimo, ma l’esempio francese ci può aiutare ad uscire dalla stagnante situazione italiana.

*vicepresidente Partito della Sinistra Europea, dal blog de il Fatto Quotidiano

L’Italia entra in guerra: 24 maggio 1915

21 Maggio 2022

MARCO SAVINI

Se si osservano i bordi delle strade non si può non rimanere sconcertati dalla massa di rifiuti che si accumulano: mozziconi, lattine, plastiche, persino mascherine. Ma, in queste settimane affiorano anche mille papaveri rossi. E nella ricorrenza dell’entrata in guerra dell’Italia il 24 maggio del 1915, può essere appropriato usarli come simboli delle guerre.

Il loro colore rosso è sempre stato evocativo del sangue versato; si diceva che a Waterloo fosse spuntata una marea di papaveri dopo la battaglia.

Famosa è anche la poesia “Sui campi delle Fiandre spuntano i papaveri“ scritta dal medico canadese John McCrae, forse segnato dalle ferite dei numerosi soldati che aveva dovuto soccorrere dopo la disastrosa seconda offensiva su Ypres (luogo tristemente famoso per l’iprite, il gas letale lanciato nelle trincee).

Il papavero è così diventato simbolo del ricordo dei caduti sui vari fronti. Papaveri di stoffa furono preparati e poi venduti per aiutare le famiglie degli sfollati dalle zone colpite dalla guerra. In Inghilterra ancora oggi vengono indossati per ricordare quella che doveva essere la “guerra per fermare tutte le guerre”.

Ha scritto il prof. Giulio Guderzo: “In definitiva la grande vera perdente, nel 1° come nel 2° conflitto mondiale, è stata l’Europa, pagando carissima la peste nazionalista inoculata dalle monarchie”.

Allora come ora, cosa intendiamo per nazionalismo? Viene definito come un’esaltazione esagerata della propria patria, che può avere quando degenera in razzismo, intolleranza verso le minoranze, volontà di potenza, espansionismo.

Forse allora non è il caso di celebrare l’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, così insanguinata e pagata a caro prezzo, e forse neppure la vittoria, quanto la fine della Grande Guerra, come di tutte le guerre.

Concludo con un’ultima citazione: “Tu mi costringi, o regina, a rinnovare un indicibile dolore”. È Enea che così risponde alla regina Didone, nell’Eneide, quando gli viene chiesto della caduta di Troia e del massacro dei suoi abitanti. Come per Enea, anche per noi pensare a quest’ultima guerra che sembra non finire mai nel conteggio dei giorni e dei morti, è rinnovare un indicibile dolore.

Ma ricordare questo dolore è la strada per mantenere vivo uno spirito di pace e di opposizione alle guerre di ieri, di oggi e di domani.

Chissà quanti papaveri rossi sono spuntati negli ex-granai dell’Europa.

RIFONDAZIONE: PERCHÈ DOBBIAMO FERMARE SUBITO QUESTA GUERRA

18 Maggio 2022

La guerra porta guerra; la guerra porta distruzione, violenza, perdite; la guerra uccide e fa morire. Porta anche migrazioni, le donne pagano un prezzo altissimo e il loro corpo diventa bottino di guerra.  La guerra, tutte le guerre, sono figlie del patriarcato e di logiche di mercato.

Come Christa Wolf faceva dire a Cassandra “Tra uccidere e morire c’è una terza via, vivere”

Non tutto finisce quando termina una guerra perché, al termine del conflitto, oltre all’opera di ricostruzione dei luoghi, comincia un altro percorso necessario ma ancora più difficile da realizzare: quello di una ricostruzione dei pensieri e dei rapporti tra le comunità.

Nessuno sta lavorando per la pace: continuiamo ad inviare armi, finanziamo gli eserciti e la maggioranza dei pensieri è orientata alla vittoria dell’Ucraina e non ad un accordo tra le parti. Le parole recenti del segretario generale della Nato Stoltenberg ne sono una conferma: “l’Ucraina può vincere questa guerra”. Non solo queste parole sono un chiaro incentivo a continuare le ostilità, ma anche l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato di certo non faciliterà la distensione e potrebbe mettere in pericolo l’intera Europa.

Altrettanto grave è il fatto che il Presidente del Consiglio dei ministri Draghi sia andato da Biden senza passaggio parlamentare e che la lista degli argomenti trattati in questo incontro sia secretata.

QUALCHE EFFETTO DELLA GUERRA

Avremo un autunno difficile con povertà che aumenteranno e una probabile crisi economica e sociale. Aumenteranno anche i profughi per fame perché dall’Ucraina, che è il granaio di tutti, non sta arrivando più il grano.

Le conseguenze già si fanno sentire sulla nostra economia, dove i rincari già attuati sul fronte energetico sono stati estesi anche a quello alimentare con aumenti dal 20 al 30%. Questo andamento sta trovando riscontri anche nel resto del mondo, dove le economie più fragili stanno già entrando in crisi.

In Iran ci sono state proteste di massa contro l’aumento dei prezzi, il governo ha aumentato i prodotti a base di farina del 300%, ha aumentato i prezzi dell’olio vegetale e dei prodotti lattiero-caseari.

L’India, l’altro paese granaio, per garantire la sicurezza interna ha sospeso le esportazioni di grano, facendo così vacillare le speranze occidentali di poter sostituire il rifornimento dall’Ucraina.

L’Africa, già con gravi problemi alimentari e un tasso di povertà elevato moltiplicherà i poveri e farà scoppiare altre guerre interne che produrranno profughi.

Avremo quindi un aumento di situazioni di povertà e necessità: quelle interne e quelle che arriveranno

Bisogna lavorare affinché l’obiettivo sia di fermare la guerra e non quello di vincerla e quindi dobbiamo costruire una grande movimento per la pace che sappia includere allo stesso tempo anche il tema sociale.

Basta guerre. No all’aumento di spese militari. Disarmo totale. Più soldi per sanità, scuola, lavoro.

Milano, 18 maggio 2022

Fabrizio Baggisegretario regionale

Giovanna Cardarelliresponsabile regionale internazionalismo

Partito della Rifondazione Comunista /Sinistra Europea – Lombardia