Il Partito della Rifondazione Comunista della Lombardia esprime la sua massima solidarietà e vicinanza alle compagne ed ai compagniNo TAV che in questi giorni, in Val di Susa, stanno resistendo all’ennesimo atto di grave e violenta repressione poliziesca provando a contrastare la realizzazione di opere devastanti per il territorio e speculative che, tra le altre cose, comportano in una fase di emergenza sociale e sanitaria una vergognosa sottrazione di denaro pubblico a interventi di reale necessità.
Contestiamo con forza l’occupazione militare delle aree di San Didero, le violentissime cariche della polizia, l’uso di lacrimogeni e idranti come è avvenuto al cantiere ed in pieno centro abitato ferendo diversi manifestanti.
Basta repressione e basta grandi opere inutili, la sola vera grande opera necessaria è la tutela del territorio.
Ciao, penso di fare cosa gradita inviandovi un recente scritto di un nostro compagno di Cremona, Ennio Serventi, per ricordare la figura di Ferruccio Ghinaglia, nel centenario della morte, tra pochi giorni. Il 21 aprile di 100 anni fa, il giovanissimo Ferruccio Ghinaglia cadeva per mano fascista a Pavia. Il nostro Ennio ne tratteggia un forte ritratto che ripercorre il pensiero, l’azione, la vicenda umana e politica del militante e dirigente comunista. Come sempre nei racconti di Ennio al centro c’è una storia, forte e ben tratteggiata da cui si sprigionano tantissimi spunti e si intrecciano altrettante storie. Le riflessioni che maturano sono di grande attualità. Le nostre città, Cremona e Pavia, sono per sempre unite dalla memoria condivisa del compagno Ferruccio Ghinaglia. Francesca Berardi segretaria federazione PRC-SE Cremona
[1] Tarquinio Pozzoli, sindaco di Cremona fra il 1929 ed il 1920 fu, come Ferruccio Ghinaglia, tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia. La strofa la cantava la sarta del secondo piano sull’aria di una canzone che parlava di un “abajour che diffondi la luce blu” in voga in quegli anni. Raccontava che il canto proletario veniva cantato dalle “guardie rosse”, e che queste attendevano la fine delle riunioni comunali per scortare fino a casa e proteggere da eventuali agguati fascisti il sindaco Pozzoli.
Di Ferruccio Ghinaglia ci sono rimasti otto articoli riportati a corredo di un saggio di Clemente Ancona pubblicato sul numero 12 della Rivista Storica del Socialismo nel gennaio/aprile del 1961. Nel 2001, ricorrente l’ottantesimo anniversario della sua uccisione ad opera di sicari fascisti, saggio e due articoli (“Santa Canaglia” e “Congresso Nostro” ) vennero ripubblicati a cura delle federazioni di Cremona e di Pavia del Partito Rifondazione Comunista. Nel meritorio opuscolo edito dalle federazioni del PRC gli articoli, che riassumono differenti eventi di quei mesi, non sono pubblicati in ordine cronologico: non è dato sapere se frutto di distrazione o di scelta. Il più antico degli opuscoli commemorativi della figura di Ghinaglia che ci è pervenuto è quello edito dalla federazione del Partito Comunista Italiano di Pavia nel cinquantesimo anniversario della fondazione del partito coincidente con quello della uccisione di Ghinaglia. Si avvale di una prefazione di Luigi Longo segretario generale del Partito Comunista Italiano che, un po’ forzatamente, ritrova nella chiusa di uno scritto di Ghinaglia “[…] il germe” della futura politica del P.C.I. Longo commenta alcuni degli scritti di Ghinaglia depurandoli dalle asprezze che l’autore usa nei confronti dei “riformisti”, certamente attento a non inasprire i rapporti con i socialisti di quella seconda metà del Novecento con il rispolvero di polemiche che appartengono alla storia ma che ancora ci accompagnano. Con la stessa cesura i commenti vengono ripresi nella scheda dell’ANPI curata da Giuseppe Azzoni, edita in occasione del centenario della uccisione di Ghinaglia.
L’opuscolo pavese riporta anche il commento all’ultima opera di Romain Rolland al quale, nel 1915, venne conferito il premio Nobel per il suo libro “ Al di sopra della mischia”. L’articolo in questione venne originariamente pubblicato il 3 gennaio 1917 su “Lo Studente”, giornale studentesco cremonese fondato da Ghinaglia. L’articolo non venne ripubblicato sugli altri opuscoli commemorativi tranne che in quello pubblicato dalla federazione del PCI di Pavia. Clemente Ancona in una nota che riportiamo in calce[3], trascrive la sintesi delle critiche che Ghinaglia muove all’autore del libro.
Gli scritti di Ghinaglia che ci sono pervenuti sono pochi per uno come lui che, fin da studente, fondò giornali. Alcuni di questi ebbero vita brevissima altri corta, ma il rilevante numero di fogli da lui fondati, altre a quelli con i quali collaborò, sono sufficienti a tratteggiarne la figura ed il livello del suo partecipare alla battaglia politica. Nei brevi ed essenziali otto articoli che sono giunti fino a noi, possiamo individuare, all’interno di un contesto di forte antagonismo di classe, tre filoni d’idee: l’antimilitarismo, la costruzione del partito rivoluzionario, la lotta al riformismo. Questi rimarranno i cardini ideali della sua azione politica che il sicariato fascista farà breve.
Contestualmente al dibattito ideale non manca l’impegno concreto di Ghinaglia nel promuovere e attivamente appoggiare le lotte intraprese dal proletariato pavese. Rilevante sarà il suo impegno diretto nel sostenere la lotta di braccianti e contadini durante il lungo sciopero del 1920 nelle campagne pavesi. “L’astensione dal lavoro si protrasse per ben cinquanta giorni. Fu uno dei più lunghi, aspri combattuti scioperi che la provincia di Pavia abbia conosciuti” . […] “presto assunse una fisionomia politica, dilagando dopo sei settimane in sciopero generale [ … ] coinvolgendo tutti o quasi tutti i settori della produzione” […] e non solamente quelli agricoli. “Terminò con una notevole vittoria sindacale[4] che però i dirigenti socialisti non seppero trasfondere in apprezzabili risultati politici,secondo le esigenze vive del proletariato”.[5] L’impegno di Ghinaglia nel sostenere lo sciopero fu notevole.
La Plebe sottolinea la sua partecipazione come oratore ufficiale in alcune delle più importanti manifestazioni proletarie che si tennero in quel periodo. […] A lui si deve il “gran merito della costituzione e della efficienza di due fondamentali strumenti dello sciopero: le guardie rosse e i ciclisti rossi.[…] Le prime ebbero il compito di impedire il crumiraggio […], di proteggere le manifestazioni popolari […] e gli stessi contadini dagli attacchi e dalle rappresaglie degli agricoltori”[6]. I ciclistirossi furono un utile strumento per mantenere i contatti fa le varie strutture proletarie impegnate nello sciopero.
Gli scritti si rivolgono principalmente ai suoi compagni di partito, a quelli che si riconoscono nella corrente “riformista” e, con minore asprezza, agli “unitari” serratiani, articoli prevalentemente stesi in preparazione dei congressi della Federazione Giovanile Socialista e del Partito Socialista Italiano che erano due organizzazioni distinte. Fa eccezione, a nostro avviso, l’ultimo dei componimenti: “Santa canaglia”. In questo sembra prevalere una riflessione, un consuntivo fortemente emotivo più che una analisi leniniana.
Contro i riformisti del PSI la diatriba è aspra, Ghinaglia preconizza loro un percorso politico “osceno” non dissimile a quello di Scheidemann e di Noshe. “Aleggia intorno a noi lo spirito di Karl Liebknecht. L’assassinato non può stare con gli assassini” scrive su “Vedetta Rossa” il 12 settembre 1920.
La certezza di una imminente rivoluzione che il biennio rosso aveva fatto intravedere volge al termine, gli eventi portano da un’altra parte “L’inizio della dittatura proletaria ha subito un rinvio […] le fabbriche che erano diventate fortezze nelle mani degli operai tornano nelle mani dei padroni […] deploriamo l’abbandono delle nostre fortezze” scrive Ghinaglia già nell’ottobre dell’anno precedente a conclusione dello sciopero nel Pavese, con una evidente critica alla Camera del Lavoro retta da dirigenti che si richiamano al riformismo socialista.
Quando Ghinaglia scrive “Santa canaglia”’ il Partito Comunista d’Italia è stato già fondato da un paio di mesi, non tutti i delegati al congresso del PSI che hanno votato la tesi “comunista” partecipano alla fondazione del nuovo partito, con i riformisti i conti sono stati fatti definitivamente, le polemiche precongressuali appartengono al passato. L’auspicio, la certezza è che i compagni rivoluzionari rimasti nel PSI “quelli che ancora non sono venuti ci verranno presto”.[7] Non, quindi, una compromissione fra posizioni politiche diverse ipotizza Ghinaglia, ma l’abbandono da parte dei rivoluzionari rimasti nel PSI delle motivazioni che li indussero a non lasciare il vecchio partito, condizione indispensabile per la loro adesione al PCd’I.
In “Santa canaglia”, ultimo suo scritto, non c’è accenno a nessun tipo di organizzazione che possa supportare la rivolta dei proletari. Se pur riprodotto nel fascicolo, Longo non lo cita e non lo commenta nella sua prefazione, la stessa cosa fa Clemente Ancona: viene da chiedersi perché. Giuseppe Azzoni, nella recente ricostruzione degli eventi di quei mesi curata per conto dell’ANPI cremonese, lo definisce come: “grido indignato contro la criminale crescente violenza squadrista”. Certamente c’è anche questa, quella stipendiata degli “incendiari e degli assassini” ma prevalente sembra essere la violenza che “logora i mille polmoni nelle galere” che in quel 1920 non sono nelle disponibilità delle “squadre”, che uccide i difensori delle barricate marchigiane, che assalta la barricata dove si “combatte fino all’ultima cartuccia”. Quelle che resistettero a Italo Balbo vennero più tardi, nell’anno della marcia su Roma.
Ghinaglia pare sentire la necessità di un consuntivo degli avvenimenti di quei giorni. L’articolo è pubblicato su “Falce e Martello” esattamente due mesi dopo la ormai tardiva fondazione del Partito Comunista d’Italia. Riprende nel titolo e nel testo una formulazione forse coniata da Carducci, il sostantivo è molto usato dall’anarchismo. Il termine canaglia, volgo, e “plebe”, sarà spesso presente nei canti del libertarismo, sarà usato in un verso turatiano e, più tardi, anche in inni comunisti. “La Plebe” era in quegli anni il nome del giornale della federazione socialista pavese. Soppressa nel periodo fascista la testata sarà ripresa nel 1945 dopo la liberazione dal fascismo.
Lo scritto è direttamente rivolto alla “Santa Canaglia”, salta ogni intermediazione con il partito e la Camera del Lavoro che ancora maggiormente la rappresenta. “Santa canaglia” che scendi brandelli della tua carne nella lotta impari ed irridi alla morte mentre cerchi una vita più umana, tu non puoi morire, l’avvenire è tuo”. Nonostante uno sguardo fiducioso all’avvenire nell’articolo prevale un mesto senso di tristezza, di scoramento per non dire di sconfitta, percepibile fin dalla prima riga: “Giorni tristi, pel canagliume proletario”[..], “La rivoluzione è domata”[…] prosegue,ed l’unica volta in tutto l’articolo che viene citata. Vi è un ripetuto accenno alla “rivolta”, al “ribellismo proletario”, allo spontaneismo, “al sacrificio”. Scrive Ghinaglia: “L’inno della ribellione sale al cielo in quei giorni tristi, pel canagliume proletario. Il borghese sogghigna beffardo. Passano dei funerali, si scavano delle tombe. Si leva al cielo il pianto delle madri e l’imprecazione dei detenuti. Corre sangue per le strade, si versano cocenti lacrime nelle case, si logorano mille polmoni nelle galere. E’ sangue plebeo, sono lacrime proletarie, sono i polmoni della canaglia”. Un ripetuto richiamarsi alla rivolta, allo spontaneismo, all’istintivo ribellismo, un invito alla rivolta che già fu di quelli che nel beneventano, sotto la pioggia, andarono per propagandare “l’esempio del fatto”. Sembrano lontani i giorni di quando si auspicava una proletaria “rigida disciplina”!
“ […] Davanti ai giudici il bersagliere d’Ancona pronuncia il suo atto di fede, il suo grido di ribellione […]” quasi un inno al liberatorio ammutinarsi dell’undicesimo reggimento bersaglieri in procinto di essere imbarcato per Valona, un canto al solidale insorgere del canagliume anconetano sconfitto dal fuoco delle batterie della cittadella, dai cannoni degli incrociatori ancorati in porto e dall’assalto di guardie regie e carabinieri che lo stato ha mandato contro di lui: “[…] corre sangue per le strade […] è sangue plebeo”!
“Soldato proletario/che parti per Valona/non ti scordare il popolo d’Ancona/che impose col suo sangue/la tua liberazione/sol la rivoluzione/ci fa goder la libertà/ Soldato proletario che mamma tua lasciavi/ e schiavo andavi a trucidar gli schiavi/no, non è là il nemico, tra i bei monti e i mari/lungi non lo cercare il tuo feroce tiranno è qui” (Raffaele Mario Offidani, 1920). Dal 1914, con una missione “umanitaria”, l’Italia aveva messo piede a Valona (Vlora). Dopo la fine della guerra costruì attorno alla città un ampio campo trincerato. Fin dalla fine del 1916 la presenza italiana in Albania si era estesa ad altre città. Lo sviluppo del Movimento di Liberazione Albanese costrinse il contingente italiano, forte di circa ventimila soldati, a ritirarsi sulla costa concentrandosi presso Valona. L’11 maggio il campo trincerato venne attaccato dai patrioti albanesi. In patria la stampa italiana informa che si combatte a Valona. Il generale Piacentini, capo della spedizione italiana, comincia a chiedere rinforzi. A Brindisi, Trieste ed Ancona contingenti di truppe vengono predisposte per soddisfare le richieste del generale. Nei porti delle città adriatiche sono alla rada piroscafi pronti per il loro trasporto in Albania. La contrarietà dei soldati ad essere inviati a Valona, oltre che per la insalubrità della zona infestata dalla malaria, trova stimolo nella robusta tradizione internazionalista del proletariato italiano avversa alle imprese coloniali. Ad Ancona, nella caserma Villarey, è di stanza l’11 reggimento bersaglieri. Nelle prime ore del mattino del 26 giugno 1920, prima di essere avviati al porto per l’imbarco, al grido “via da Valona!” i soldati si ammutinano, disarmano gli ufficiali e s’impadroniscano della caserma. Con un’auto blindata tentano una sortita all’esterno ma vengono respinti da contingenti di guardie regie e carabinieri che circondano la caserma impedendone l’uscita. Si accende una sparatoria fra gli assediati e gli assedianti. Il proletariato anconetano, di radicata militanza socialista, anarchica e repubblicana, accorre in sostegno ai bersaglieri. Vengono erette barricate in vari punti della città. Dalla caserma, che rimane circondata ed isolata, gli scontri si spostano ai quartieri popolari che vengono attaccati da contingenti di carabinieri, guardie regie e reparti militari fatti affluire anche da Roma. Con una accentuazione internazionalista dalle barricate proletarie si grida “via dall’Albania!”, contro queste sparano i cannoni della cittadella e delle cacciatorpediniere ancorate nel porto. La rivolta di Ancona, repressa nel sangue, indusse il governo Giolitti a ritirare il contingente militare ed abbandonare l’Albania. Lo scontro è tra il popolo e lo Stato con il suo governo: questo non può essere sfuggito a Ghinaglia quando inserì “ il bersagliere di Ancona” fra i fatti tragici citati in “Santa canaglia”, una citazione che vale una sottolineatura, qui il fascistume non c’entra. Il 19 febbraio del 1921 su “Falce e Martello” ribadì il concetto, “[…] non dobbiamo illuderci che sia solamente il fascismo che terrorizza le piazze d’Italia. E’ la borghesia con il suo governo, le sue spie, i suoi armati [..]”. Constatato il rischioso uso dell’esercito nell’opera di repressione dei conflitti sociali dove i soldati molto spesso solidarizzavano con i dimostranti, nel 1919 il governo Nitti aveva istituito il militarizzato corpo della “ Regia Guardia di Pubblica Sicurezza”. Manifestazioni di solidarietà con i bersaglieri e il popolo di Ancona si svolsero in tutta la Romagna, nelle Marche ed in altre parti d’Italia. A Cremona da parte dei dirigenti sindacali, che “La Tribuna” qualificò come i “soliti Malatestini” con chiaro riferimento all’anarchico Errico Malatesta, fu indetto uno sciopero di quarantotto ore. Nel primo pomeriggio del 27 circa un migliaio di operai abbandonarono il lavoro e si diressero verso il centro; trovandolo sbarrato dai militari si adunarono alla “Casa del Popolo”. Dei bersaglieri individuati come iniziatori dell’ammutinamento di Ancona e processati ricordiamo Tommaso Nasini. Venne condannato a cinque anni di carcere in parte scontati. Nato a Cori (ora provincia di Latina) Tommaso Nasini morì a Cremona nel 1961. Di certo non si sa altro. In città, a Cremona, si ricorda che in via del Giordano all’angolo con via Lungastretta, in una vecchia casa da decenni disabitata, ancora negli ultimi anni del 1940 e forse oltre, esisteva una osteria detta “de Nasìin”. L’uso del nome con terminazione rustica “ìin” in alternativa a quella urbana in “éen” dallo stesso significato di naso piccolo (nasìin=naséen) può forse voler sottolineare la volontà di indicare esattamente il cognome dell’oste – che avrebbe forse potuto essere il bersagliere d’Ancona – troncandolo, come spesso è in uso nel dialetto cremonese, della vocale finale (Serventi=Servènt, Somenzi=Suméens, Nasini=Nasìin). Un tenue indizio che stimola una curiosità.[8]
Cenni storico-biografici. Ferruccio Ghinaglia nacque il 27 settembre 1899 a Casalbuttano in provincia di Cremona, ultimo dei quattro figli di un piccolo commerciante e di una maestra. Iscritto al liceo di Cremona, fondò giovanissimo “Lo Studente”, un foglio antimilitarista di chiara impronta socialista, che gli procurò la prima esperienza di persecuzione poliziesca. L’eccezionale rendimento negli studi lo portò a Pavia nell’autunno del 1917 per sostenere, con esito positivo, l’esame di concorso per un posto gratuito di alunno presso il collegio Ghisleri. Ghinaglia si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Pavia, ma non potè iniziare l’anno accademico: chiamato alle armi, frequentò il corso allievi ufficiali di Modena, dal quale venne espulso per l’aperta professione di idee socialiste e successivamente, tornato a Cremona, fondò e diresse il giornale “Il Bolscevico”, prendendo decisamente posizione per l’ala rivoluzionaria del PSI.
All’inizio del 1920 ritornò a Pavia per riprendere gli studi. La sera del 21 aprile 1921, dopo aver partecipato a una assemblea della lega dei mutilati da lui fondata, Ghinaglia si incamminò con alcuni compagni verso Borgo Ticino dove era stato chiamato a partecipare alla riunione dei soci di una cooperativa. Aveva appena varcato il vecchio ponte coperto: una squadra fascista appostata nell’ombra aprì il fuoco uccidendolo all’istante.
* Le notizie sui fatti di Ancona sono liberamente desunti da :Ruggero Giacomini, “La rivolta dei bersaglieri e le giornate rosse”, centro culturale La città futura, quaderni del Consiglio Regionale delle Marche.
[1] “Canto dei malfattori” di Pietro Gori. La strofa riportata è come la cantava la sarta del secondo piano. Rispetto al testo originale sono modificate due parole: nel primo verso l’originale “vigliacchi” diventa “canaglia” e, nell’ultimo, “malfattor” è sostituito da “spartachian”. Probabilmente l’anonima modifica si colloca dopo la sconfitta dei moti spartachisti di Berlino del 1919.Due parole che cambiano il senso dell’intera strofa.
[2] Tarquinio Pozzoli, sindaco di Cremona fra il 1929 ed il 1920 fu, come Ferruccio Ghinaglia, tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia. La strofa la cantava la sarta del secondo piano sull’aria di una canzone che parlava di un “abajour che diffondi la luce blu” in voga in quegli anni. Raccontava che il canto proletario veniva cantato dalle “guardie rosse”, e che queste attendevano la fine delle riunioni comunali per scortare fino a casa e proteggere da eventuali agguati fascisti il sindaco Pozzoli.
[3] Rivista Storica del Socialismo n. 12, gennaio-aprile 1961. Sull’argomento riportiamo una nota di Clemente Ancona che sintetizza il pensiero di Ghinaglia al riguardo. L’articolo di commento, pur esprimendo chiaramente i sentimenti umanitari dell’autore del libro, è molto cauto quando si riferisce alla ideologia di Rolland. Eccone alcuni tratti: “[… ] non ci stanchiamo (di leggerlo), benché (l’opera) non abbia l’intreccio del romanzo né l’armonica costituzione di un trattato filosofico [….] anche se dissenzienti dalle sue opinioni [….]. Il dolore e lo scempio dell’umanità [….] ispirano la sua opera, gli fanno dimenticare di essere francese per sentirsi solamente uomo. Egli solo è e vuol essere efficace antidoto alle più assurde chimere di conquista, alle più velenose teorie di odio […].
[4] Una delle conquiste che i lavoratori della terra pavesi ebbero con quello sciopero del 1920 fu l’ottenimento dell’ “imponibile di mano d’opera”. La stessa rivendicazione fu alla base degli scioperi del 1947/48 del bracciantato agricolo cremonese, ben ventotto anni dopo! Oltre all’imponibile venne introdotto, nel patto colonico cremonese di quegli anni, anche un “super imponibile” finanziato per una quota dai lavoratori stessi. Si trattò di una anticipazione di quelli che furono i “contratti di solidarietà” dei nostri tempi stipulati, prevalentemente, nelle categorie dell’industria.
L’ “imponibile” fissava obbligatoriamente un certo numero di lavoratori per una stabilita superficie del terreno aziendale. A quel che, con una formulazione un po’ elastica, riferisce Giovanni Chiappani che fu segretario provinciale della Federbraccianti cremonese, tali misure permisero “il collocamento al lavoro di tutta, o di quasi tutta, la mano d’opera (agricola) disoccupata”.
[5] Clemente Ancona, in “Rivista Storica del Socialismo”, n.12 gennaio-aprile 1961, pag 192.
[7] “Vedetta Rossa”, organo della Federazione Provinciale Socialista Pavese 11 febbraio 1921. Firmato “Noi”.
[8] Abbiamo ricercato nel Repertorio dei fascicoli del casellario politico della Questura depositato in Archivio di Stato di Cremona. Lo schedario trascritto sul sito dell’ANPI di Cremona e stampato in un volumetto a cura di Giuseppe Azzoni, conserva i fascicoli attivati principalmente col fascismo, ma con documenti anche precedenti. Riguardano gli anni di fine ‘800 fino al 1945. Non abbiamo trovato nessuna scheda intestata a Tommaso Nasini. Per completarne, quanto più possibile la personalità ed il ruolo che ebbe nella rivolta alla caserma Villarey, trascriviamo la denuncia fatta nei suoi confronti dal generale Tiscornia Comandante della Divisione Militare ed inviata al Procuratore del Re di Ancona. “Nasini Tommaso di ignoti da Cori (Roma) cl.1900 soldato 11° bersaglieri compagnia deposito. Accusato dal Sottotenente Desiderio, dal Capitano De Nicola […] di essere stato uno dei promotori della rivolta, uno di quelli che maggiormente inveirono contro gli Ufficiali, nonché di avere incitato i compagni a fare causa comune con i rivoltosi, e di essere uscito dalla caserma a bordo della autoblinda. Militava notoriamente nel Partito Socialista Massimalista”.
Monumento a Ferruccio Chinaglia a Cremona restaurato dall’Anpi.
Salutiamo con gioia l’approvazione da parte del Senato della risoluzione che la senatrice Nugnes aveva presentato un anno fa raccogliendo la proposta di Rifondazione Comunista elaborata insieme all’associazione Italia Cuba.
Il nostro testo è stato rimaneggiato e edulcorato ma si tratta di un fatto molto importante perchè l’Italia si schiera per la fine del bloqueo.
Ci sembrava doveroso che l’Italia esprimesse ufficialmente riconoscenza per la solidarietà concreta che Cuba ha dimostrato inviando i medici della Brigata Henry Reeve nel nostro paese.
E’ positivo che in Senato nessuno se la sia sentita di difendere il blocco criminale che gli USA continuano a infliggere a Cuba anche in tempi di pandemia causando sofferenze enormi a un popolo che difende la propria indipendenza.
Ringraziamo le senatrici Nugnes, Fattori e De Petris che immediatamente recepirono la nostra proposta.Maurizio
Acerbo, Segretario nazionale
Marco Consolo, Responsabile Area Esteri e pace
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
Il comunicato dell’anno scorso con il testo originale della mozione:
“Dei dittatori abbiamo bisogno”, lo diceva il presidente Draghi a proposito di Erdogan ma questo vale per ogni regime con cui si hanno vantaggiosi rapporti commerciali.
A qualsiasi costo, al punto che un militare del regime di Al Sisi, venuto dall’Egitto per il ritiro di una delle fregate Fremm, vendute dalle nostre “prestigiose aziende”, ha potuto tentare una violenza nei confronti di una ragazza e, sapendosi denunciato, partire indisturbato sfuggendo alla giustizia. Il dittatore che ha fatto torturare e uccidere Giulio Regeni, che detiene illegalmente Patrick Zaki, studente all’Università di Bologna, che reclude 60 mila detenuti politici è intoccabile e come lui lo sono i suoi dipendenti.
Governo italiano, ministero degli Affari esteri e della Difesa chiariscano i fatti.
Nel notare come la Lega, partito in maggioranza, tanto pronto a gridare all’”allarme sicurezza” quando i presunti colpevoli di reati sono “immigrati”, o addirittura a condannare a priori chi cerca salvezza sulle coste italiane, stavolta taccia.
La violenza sulle donne è il punto cardine di una cultura patriarcale trasversale, in ogni angolo del mondo, chiunque, maschio, ne è colpevole, non merita attenuanti ne protezioni in nome degli affari di Stato.
Che governo e il parlamento – oggi si dovrebbe votare la cittadinanza italiana a Patrick Zaki – prendano impegno tanto a riportare Patrick nel nostro paese, quanto a far estradare e portare in giudizio chi ha tentato uno stupro e chi è responsabile dell’uccisione di Giulio Regeni.
Maurizio Acerbo, Segretario nazionale Veruschka Fedi Segretaria provinciale La Spezia, PRC-S.E.
Martedì 13 aprile 2021 è stata un’altra giornata problematica sulla linea Milano-Mortara-Alessandria.
Un convoglio si è guastato tra Albairate e Milano causando ritardi a catena e cancellazioni: complessivamente 3 treni cancellati sull’intero percorso, 3 treni cancellati parzialmente e 5 in forte ritardo proprio nella fascia oraria di punta di rientro dei lavoratori da Milano verso i Comuni di Abbiategrasso Vigevano Mortara.
Anche questa volta oltre al disagio è arrivata puntuale la beffa con la solita mancanza di informazioni ed il modo farraginoso di darle: a Milano Porta Genova scene di transumanza dei passeggeri da un treno all’altro in seguito agli annunci contradditori riprese dai telefonini degli stessi pendolari e diventate subito virali.
Alcuni dati del solo mese di aprile 2021 aggiornati al giorno13: su 550 treni circolati il 44% è risultato in ritardo (il 18% con ritardo superiore ai 5 minuti) ed il 6,9% è stato cancellato. Le motivazioni principali sono i guasti ai passaggi a livello e guasti ai convogli quindi è perfettamente chiaro dove si deve intervenire: manutenzione/eliminazione dei passaggi a livello (il raddoppio ferroviario porta con sé l’eliminazione di molti dei passaggi a livello), manutenzione più accurata del materiale rotabile o meglio ancora la sua sostituzione, in quanto obsoleto, con convogli nuovi.
Convogli nuovi che stanno arrivando sulle altre linee ma inspiegabilmente vista la situazione, non sulla linea Milano-Mortara-Alessandria.
È sempre più urgente che viaggiatori, Istituzioni locali e organi di informazione facciano pressione su Regione Lombardia per attuare i provvedimenti che sono di sua competenza (il materiale rotabile nuovo) e sollecitare RFI per gli interventi infrastrutturali.
Care compagne e cari compagni, abbiamo iniziato il tesseramento 2021.
Questo è un anno molto importante: sono 100 anni dalla nascita del PCd’I, 30 anni da quella del Partito della Rifondazione Comunista e 20 anni dai fatti di Genova 2001. Sono anniversari che rappresentano un’occasione per ricordare e -soprattutto- per sviluppare iniziative di studio approfondimento e sviluppo della nostra proposta politica, considerando che il 2021 sarà anche l’anno del nostro prossimo congresso.
La tessera dedicata ad Antonio Gramsci è emblematica di queste importanti ricorrenze e circostanze.
Rispetto al contesto politico-sociale, vi proponiamo alcuni stralci dell’appello approvato all’unanimità dalla Direzione Nazionale del PRC-SE del 17/03/21.
<<… La sindemia del Covid, che ha la sua origine nella devastazione ambientale e che è stata pesantemente amplificata dalla gestione privatistica di sanità e industria farmaceutica, sottolinea la necessità di modificare urgentemente e radicalmente lo stato di cose presente. Occorre cambiare direzione, non tornare a prima!
Il governo Draghi esprime la convergenza di centrodestra, centrosinistra e movimento 5 stelle attorno alle politiche neoliberiste. Non si tratta di una novità assoluta: le diversità tra i poli politici oggi esistenti hanno il loro baricentro all’interno del “pensiero unico”. Il bipolarismo è servito principalmente a espungere la rappresentanza delle classi popolari e dei loro interessi dal sistema politico, a sostituire l’alternanza all’alternativa.
In questo contesto è maturato un distacco tra popolo e istituzioni rappresentative che mette a rischio lo stesso quadro democratico. Crisi sociale e democratica si intrecciano pericolosamente.
Il principale elemento di controtendenza, in questa situazione altrimenti desolante, è costituito da un esteso tessuto di pratiche sociali, culturali e politiche – in cui siamo quotidianamente impegnate/i anche noi di Rifondazione Comunista – che alimenta dall’esterno del Parlamento il conflitto di classe e ambientale, la dialettica sociale e democratica, il mutualismo e la solidarietà, le pratiche femministe e le campagne per la pace e per i diritti, contro ogni discriminazione e razzismo.
Vi sono reti, intelligenze e soggettività – associazioni, comitati, settori sindacali conflittuali, movimenti, partiti, liste ed esperienze civiche legate al territorio – che operano positivamente senza però avere quel profilo politico comune che è necessario al fine di costituire uno stabile punto di riferimento per le classi popolari e per larga parte del Paese. …
Si tratta di aprire una nuova fase … che porti alla costruzione, tanto difficile quanto necessaria, di una soggettività che da sinistra, insieme a forze ambientaliste e civiche, si batta per l’alternativa alla barbarie neoliberista e ai poli politici oggi esistenti… il tempo è ora!>>
Anche localmente sentiamo forte l’esigenza e la necessità di costruire un’opposizione sociale di sinistra all’arroganza del governo leghista e delle destre a partire dall’emergenza epidemiologica e dalle questioni sociali, ambientali e democratiche, insieme alle forze ambientaliste, giovanili e civiche.
In quest’ultimo anno siamo stati gli unici a mobilitarci nelle piazze e sui social per denunciare le malefatte della giunta lombarda e dei governi nazionali, per difendere la sanità pubblica e il diritto alla salute, a partire dal diritto al “vaccino bene comune”, libero dalla proprietà intellettuale delle multinazionali del farmaco.
Il 2020 è stato soprattutto importante localmente per due motivi:
perché ha visto l’adesione e la costituzione di un nutrito gruppo di Giovani Comuniste/i nella nostra provincia, in particolare a Vigevano e Mortara. I nostri giovani compagne/i hanno portato letteralmente una nuova vitalità nel Circolo per il loro protagonismo, il loro attivismo, la loro passione e simpatia (vi trasmetteremo le loro prossime iniziative, per ora vi alleghiamo la loro tessera);
perché abbiamo ottenuto un buon successo elettorale nonostante la scarsità di mezzi, le difficoltà epidemiologiche, il ricatto del voto utile (cosa ne è rimasto del pericolo delle destre ora che il pd e i cespugli sinistrorsi governano palesemente con razzisti, omofobi, fascisti al servizio delle neoliberismo?). Nonostante tutto abbiamo ottenuto visibilità, ascolto e aumento di voti anche se la qualità non si è tradotta in quantità, cioè in rappresentanza consiliare. Il merito va anche all’impegno del nostro compagno Roberto Guarchi che ci ha rappresentato egregiamente, sempre e in tutti gli ambiti, per competenza, credibilità, coerenza e tensione ideale. Per questi motivi lo ringraziamo in modo fraterno e sentito.
Care/i compagne/i iscritte/i e simpatizzanti, vi chiediamo di rinnovare l’iscrizione o di iscrivervi perché c’è bisogno della partecipazione, delle idee e del protagonismo di tutte/i, secondo le disponibilità di tempo di ognuno.
Per essere espliciti, non vi chiediamo di trasformarvi tutte/i in attiviste/i, anche la semplice adesione rappresenta un importante sostegno al progetto politico che condividiamo.
Pensiamo che la condivisione di un progetto politico sia altrettanto importante perché serve a “mantenere la barra”, a superare quel senso di smarrimento, di inquietudine, di isolamento che, in questo contesto di barbarie, spesso proviamo; quindi serve anche ad uscire dalla solitudine e a sentirci parte di una comunità solidale: divisi siam canaglia, uniti siamo tutto!
Ultimo ma non secondario, l’iscrizione rappresenta una fonte indispensabile di autofinanziamento per la nostra agibilità politica.
Grazie, compagne/i! Speriamo di rivederci presto in presenza, nel rispetto delle procedure Covid, per le prossime iniziative pubbliche, politiche e conviviali.
Saluti fraterni.
I compagni della Segreteria del Circolo Hugo Chavez Frias di Rifondazione Comunista – Vigevano
Essere giovani comunisti/e
Iscriversi alla giovanile comunista significa lottare a favore della giustizia sociale e dell’eguaglianza. Significa schierarsi dalla parte degli ultimi, della difesa dei diritti, del lavoro e dell’ambiente. Essere comunisti significa impegnarsi per la pace e l’autodeterminazione dei popoli. Comunista è chi vuole cambiare la società, per creare un’umanità nuova fatta di progresso, giustizia e solidarietà.
“Abbiamo promosso come Partito della Rifondazione Comunista questo appello a sostegno dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza costituitisi parte civile nel processo sulla strage ferroviaria di Viareggio assurdamente condannati a pagare più di 80.000 euro per le spese processuali perché ci sembra doveroso non lasciare soli quelli che si sono battuti per ottenere verità e giustizia per le vittime. Ringraziamo le/i firmatari – personalità della cultura, dello spettacolo, del giornalismo, della sinistra e dei movimenti – che hanno deciso di condividere questo appello. Chiediamo agli organi di informazione di dare spazio al racconto di questa vicenda. Rinnoviamo la nostra solidarietà ai familiari delle vittime della strage”, dichiarano Maurizio Acerbo e Antonello Patta, segretario nazionale e responsabile lavoro del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea.
Il testo dell’appello e l’elenco dei primi firmatari:
NON LASCIAMOLI SOLI!
Sei lavoratori, rappresentanti per la Sicurezza sul Lavoro delle ferrovie, sono stati “puniti” con l’ingiunzione a pagare la somma di circa 80.000 euro.
È una conseguenza del verdetto con cui la Cassazione ribaltando i giudizi di primo e secondo grado sulla strage di Viareggio, non riconoscendo l’incidente sul lavoro, ha fatto cadere la condanna per omicidio colposo dei vertici di Ferrovie, tra cui l’a.d. Moretti.
Un esito vergognoso che lascia impunita una strage in cui persero la vita 32 vittime innocenti e vanifica 11 anni di sofferenze dei parenti delle vittime e la loro lotta per impedire che i loro cari siano morti invano e questa diventi l’ennesima strage senza giustizia.
Ora con l’intimazione del pagamento delle spese legali al danno si aggiunge la beffa.
All’ingiustizia subita dai parenti delle vittime della strage e ai licenziamenti di dipendenti che si sono impegnati per evitare altre tragedie si aggiunge la punizione verso lavoratori la cui unica colpa è di aver agito nell’interesse della giustizia e della verità.
Esprimiamo tutta la nostra solidarietà e il nostro sostegno a tutte e tutti i/le Rls, rappresentanti della sicurezza nei luoghi di lavoro impegnati per la tutela dei diritti, per i quali la sentenza della Cassazione suona come un segnale politico di carattere chiaramente intimidatorio.
Nel contempo invitiamo tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, le cittadine e i cittadini democratici a non lasciare da soli i lavoratori colpiti a fronte delle spese onerose che sono obbligati a sostenere.
Testimoniamo la nostra solidarietà e l’assunzione della loro come una lotta che ci riguarda tutte e tutti impegnandoci a sostenerli con un nostro contributo.
Le sottoscrizioni vanno inviate al conto corrente appositamente dedicato, intestato a Dante De Angelis, Iban: IT96V0760103200001053269260. la causale è: “Contributo di solidarietà per spese legali e processuali RLS Processo Viareggio”.
Primi firmatari:
Citto Maselli, Aldo Tortorella, Maurizio Acerbo, Vittorio Agnoletto, Cesare Antetomaso, Tiziana Barillà, Cisco Bellotti, Paolo Berdini, Paolo Berizzi, Cesare Bermani, Marco Bersani, Emiliano Brancaccio, Marina Boscaino, Stefania Brai, Benedetta Buccellato, Antonella Bundu, Ascanio Celestini, Guido Caldiron, Massimo Carlotto, Loris Caruso, Luigi De Magistris, Girolamo De Michele, Marco Dentici, Massimo Dapporto, Antonella De Palma, Nunzio D’Erme, Angelo D’Orsi, Italo Di Sabato, Valerio Evangelisti, Marta Fana, Paolo, Ferrero, Paolo Favilli, Francesca Fornario, Gang, Elio Germano, Giovanni Greco, Alessandro Gilioli, Beppe Giulietti, Andrea Gropplero, Giovanni Impastato, Alessio Lega, Maria Lenti, Fabiomassimo Lozzi, Guido Liguori, Enrico Maggi, Fiorella Mannoia, Lucio Manisco, Dacia Maraini, Danilo Maramotti, Giulio Marcon, Ivano Marescotti, Marina Massironi, Antonio Mazzeo, Giovanni Mazzetti, Maria Grazia Meriggi, Emilio Molinari, Tomaso Montanari, Raul Mordenti, Riccardo Noury, Moni Ovadia, Daniela Padoan, Pierluigi Panici, Antonello Patta, Silvano Piccardi, Ottavia Piccolo, Paolo Pietrangeli, Matteo Pucciarelli, Andrea Purgatori, David Riondino, Gianni Rinaldini, Annamaria Rivera, Paolo Rossi, Franco Russo, Giovanni Russo Spena, Pasquale Scimeca, Vauro Senesi, Lo Stato Sociale, Alessandro Triulzi, Lucia Vasini, Dario Vergassola, Guido Viale, Daniele Vicari, Massimo Wertmuller
Nella primavera di cent’anni fa si scatenò in tutt’Italia l’offensiva delle squadre fasciste raggiungendo il massimo di violenza e ferocia.
È impossibile comprendere la nascita del fascismo se non si riescono a misurare l’ampiezza del fenomeno e la sua diffusione territoriale.
Uno dei luoghi più martoriati fu la Lomellina, con una sequenza quasi quotidiana di spedizioni punitive squadriste.
Se l’uccisione del 21 marzo di Maria Monchietti poteva essere stata forse “preterintenzionale”, quella del capo lega di Tromello era non solo mirata ma particolarmente efferata.
La notte del 27 aprile 1921, fascisti mascherati arrivarono su un camion alla cascina Conca di Tromello gestita dalla Federazione delle Cooperative.
Cercarono Giuseppe Pazzi fiduciario della Federazione Pavese, spaventando moglie figlia e, non trovandolo, devastarono la sua casa e spararono a un salariato.
Appena dopo cercarono il capo lega Giovanni Salvadeo, che in un primo tempo fuggì da casa per i campi, poi ritornò al pianto dei figlioletti, qui lo colpirono con le mazze e lo finirono con una revolverata.
Le cooperative rappresentavano un sistema di produzione e di distribuzione che urtava gli interessi degli esercenti privati e degli agrari. Un po’ come per l’occupazione della fabbriche, non si poteva permettere che prendesse piede l’auto-organizzazione dei lavoratori nella gestione del sistema produttivo.
Guai se semplici braccianti avessero esteso con profitto la conduzione di aziende agricole, sostituendosi ai tradizionali affittuari.
Ecco l’accanimento contro le cooperative agricole come quella alla cascina Conca di Tromello.
Il 21 aprile 1921 avvenne l’assassinio, per mano fascista, di FERRUCCIO GHINAGLIA, primo segretario della Federazione Pavese del Partito Comunista d’Italia.
Ferruccio Chinaglia
È passato un secolo dalla quella tragica primavera del 1921.
In quel periodo, dopo le lotte operarie e bracciantili del “biennio rosso” (1919-1920) si sviluppò la reazione delle classi dominati.
Agrari e industriali pagarono lo squadrismo fascista che, impunito e protetto dall’apparato dello stato, si scagliò contro le organizzazioni del proletariato uccidendo, distruggendo sedi sindacali, case del popolo, sezioni socialiste e comuniste.
Molte furono le vittime, soprattutto nei piccoli centri agricoli.
In questo quadro ci fu l’agguato contro Ferruccio Ghinaglia.
Ghinaglia, nato nel 1899 a Casalbuttano in provincia di Cremona, aderì sin da giovanissimo al Partito Socialista. Vinse, per gli eccezionali risultati negli studi, un posto gratuito al collegio Ghisglieri di Pavia.
Dopo il servizio militare riprese gli studi in Pavia alla facoltà di medicina, dove rapidamente s’impegnò nella battaglia politica. Divenne segretario provinciale della Federazione Giovanile Socialista che all’epoca contava nella nostra provincia 3.200 iscritti e ottantacinque circoli.
Fondò il settimanale “Vedetta Rossa”.
Al congresso del gennaio 1921, Ghinaglia aderì al Partito Comunista d’Italia. Pressoché l’intera Federazione Giovanile Socialista della Federazione di Pavia aderì al nuovo Partito. Ghinaglia divenne segretario provinciale del Partito Comunista. Aveva appena ventidue anni.
In pochi mesi ebbe modo di sviluppare un’intensa attività: segretario provinciale Comunista, segretario della Lega proletaria Mutilati, Invalidi e Combattenti, redattore di “Falce e Martello” prima e poi di “Idea Nostra”.
Secondo tutte le testimonianze era un propagandista e oratore instancabile, la sera del 21 aprile 1921, mentre si recava in Borgo Ticino a un’assemblea, assieme ad altri compagni, appena attraversati il Ponte Coperto, veniva raggiunto da numerosi colpi di arma da fuoco. Ghinaglia fu colpito a morte e altri quattro compagni furono gravemente feriti. Il giorno dopo, per protesta l’Università sospese le lezioni. I funerali furono imponenti con un corteo di migliaia di lavoratori e studenti, con centinaia di bandiere rosse che accompagnò la salma di Ghinaglia alla stazione, perché fosse trasportata a Cremona.
A Pavia nel luogo dell’uccisione, in Borgo Ticino, sorge il monumento eretto in ricordo di Ferruccio Ghinaglia.
Un altro monumento in ricordo di questo nostro compagno è stato posta al cimitero di Cremona.
Il 21 Aprile di quest’anno, alle ore 17,30 in Borgo Ticino a Pavia davanti al monumento di Ferruccio Ghinaglia si recherà una delegazione del Partito della Rifondazione Comunista e dei Giovani Comunisti per ricordare il primo segretario comunista della Provincia di Pavia e tutte le vittime del fascismo.
Pavia 12 aprile ’21
Piero Rusconi segretario Provinciale del Partito della Rifondazione Comunista di Pavia.
Gli scienziati hanno individuato, ormai da anni, le cause della diffusione di nuovi patogeni pericolosi, che si sviluppano a causa del cambiamento climatico, l’urbanizzazione, l’invadenza di ambienti naturali e l’avvicinamento delle popolazioni agli animali selvatici, gli allevamenti intensivi, gli scambi internazionali sempre più intensi.
Il premio Nobel Joshua Lederberg, rettore della Rockefeller University ha dichiarato: “L’unica più grande minaccia al continuo predominio dell’uomo sul pianeta è il virus”.
Che questi avvertimenti non siano stati ascoltati fino alla diffusione del coronavirus, è un fatto grave, ma lo è ancora di più che la pandemia venga affrontata, non solo in Italia, come fosse un evento eccezionale, quando ormai innumerevoli studi prevedono altre diffusioni di virus sconosciuti. Siamo di fronte a una colpevole rimozione di eventi prevedibili e soprattutto delle cause che sono alla base di questi fenomeni. La ricerca del profitto, si sa, non si mette in discussione di fronte a niente e non guarda al futuro, l’accumulazione si fa qui e ora.
I guardiani del profitto, infatti, di centrodestra e di centrosinistra, stanno mettendo in campo provvedimenti parziali ed estemporanei, pur di non mettere in discussione un modello di società che fa acqua da tutte le parti, come dimostra anche la vicenda dei brevetti sui vaccini. Da qui la necessità e la possibilità che si sviluppino movimenti, che partendo magari da aspetti specifici mettano in discussione questo modello e ne contrastino l’andamento disastroso. Vi sono alcuni segnali in questa direzione, in particolare rispetto alla sanità e alla scuola, dove le contraddizioni e la confusione della gestione nazionale e regionale appaiono più evidenti e lesive di diritti percepiti ancora come universali.
Da un anno a questa parte vi sono stati provvedimenti improntati alla provvisorietà, che non solo non fanno i conti con gli scenari futuri, ma non soddisfano, per quanto riguarda le scuole in particolare, neanche la sicurezza di chi le frequenta, dagli alunni e studenti al personale docente e ATA, stante l’assenza di provvedimenti strutturali. Il composito movimento che si è sviluppato sulla scuola ha rischiato e rischia di dividersi su bisogni apparentemente contrapposti, quello della sicurezza e quello della didattica in presenza, elementi da tenere saldamente insieme, valorizzando le comuni rivendicazioni, sulle risorse, la riduzione del numero degli alunni per classe, l’edilizia, i trasporti e quant’altro.
Dallo scorso anno circolano piattaforme che hanno in comune questi punti fondamentali, sui quali è veramente possibile costruire un fronte molto largo, che potrebbe comprendere i sindacati confederali e quelli di base, anche se il credito concesso a Draghi, da parte dei primi, sembra un ostacolo di non poco conto al momento. Prezioso è il lavoro di tutti i soggetti associativi che non si sono lasciati narcotizzare dall’esponente del capitale alla guida del governo e dal ministro di fede confindustriale. Questa terribile pandemia ci sta mostrando che se chi detiene il potere economico e politico continua ad agire ancora indisturbato, è perché è riuscito a dividere chi avrebbe interessi comuni, ad addormentare le coscienze, a diffondere un senso d’impotenza. È con l’unità e con la lotta che si può invertire la devastante tendenza in atto. Dovremmo riflettere a fondo su questo e non cadere nella trappola del tutti a scuola nessuno a scuola, mettendo oggettivamente in subordine le misure indispensabili per una scuola davvero sicura e il rilancio della sua efficacia per garantire il diritto allo studio per tutte e tutti.
*Responsabili Scuola Università Ricerca PRC/SE
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