Autore: Rino

Gli auguri di Abbà e presentazione del nuovo libro.

Adriani Arlenghi

Gli auguri

In questo video insieme agli auguri Giuseppe Abbà presenta il suo nuovo libro che vedrà la luce nei prossimi mesi. Vi si racconteranno gli episodi salienti della storia della città di Mortara, al tempo in cui Giuseppe è stato sindaco molto amato. Nelle sue pagine troveranno spazio gli eventi e i personaggi che sono stati importanti nelle politiche cittadine, anche se magari non hanno avuto riscontri particolari nella narrazione ufficiale. Prenderanno forma gli episodi più importanti che Abbà’ si è trovato ad affrontare, dalla solidarietà per il terremoto in Friuli all’emergenza acqua, dal progetto di metanizzazione della città alla nuova visione urbanistica, per terminare poi con la narrazione culturale che aveva nella partecipazione la sua forza e la sua importanza.

Non sarà questo un libro celebrativo, ma la fotografia di una città che è cambiata in meglio nel corso dei lustri, quando la buona politica ovvero l’arte di governo della cosa pubblica aveva permesso di esprimere partecipazione e attenzione sociale. Nel libro uno spazio particolare sarà dedicato alla scelta di discussione del bilancio in pubblico, scelta antesignana rispetto ai bilanci partecipativi di oggi, all’emergenza idrica per l’inquinamento delle falde a causa dei pesticidi, la creazione della cosiddetta “spina dei servizi” voluta fortemente dal architetto Villa che prevedeva l’area attorno a Viale Dante quale territorio attrezzato per creare un grande parco pubblico ed inserire strutture sportive e scolastiche. Molto altro ancora, naturalmente. Una piccola anticipazione è già possibile leggerla sull’inserto del Caffè dell’ Informatore Lomellino in edicola. Il testo completo dell’intervista invece, sarà pubblicata nei primi giorni di gennaio del prossimo anno.

La Repubblica Araba Democratica Sahrawi respinge la decisione di Trump di riconoscere al Marocco la sovranità sul popolo Sahrawi

Pubblicato il 30 dic. 2020

Il governo della Repubblica Sahrawi e il Fronte Polisario condannano con la massima fermezza la decisione del presidente americano Donald Trump, che, alla fine del proprio mandato, riconosce al Marocco una sovranità che mai gli è appartenuta, quella sul Sahara occidentale.

La decisione di Trump è una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite e dei principi fondanti la legalità internazionale, i governi e i tribunali internazionali, e costituisce un grave ostacolo agli sforzi della comunità internazionale nella ricerca di una soluzione giusta nel conflitto tra la Repubblica Sahrawi e il Regno del Marocco.

Inoltre, questa presa di posizione arriva pochi giorni dopo che il Marocco ha fatto saltare il cessate il fuoco con la sua aggressione del 13 novembre 2020.

Questa decisione, inoltre, trasgredisce i principi fondamentali dell’Unione Africana e le sue risoluzioni, l’ultima delle quali è stata presa al 14° vertice straordinario sul “silenzio delle armi”, in cui si è insistito sulla necessità di trovare una soluzione pacifica tra i due Paesi membri dell’organismo continentale.

La proclamazione di Trump non ha alcun effetto sulla natura giuridica della questione del Sahara occidentale, poiché è noto che la comunità internazionale non riconosce al Marocco la sovranità su questo territorio. Essa appartiene solo ed esclusivamente al popolo sahrawi.

Non possiamo, però, fare a meno di notare, con sorpresa, la coincidenza della decisione di Trump con la Giornata Internazionale dei Diritti Umani, celebratasi il 10 dicembre, e con il prossimo 60° anniversario della risoluzione 1514 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla “Dichiarazione di Indipendenza dei Paesi e dei Popoli coloniali”.

La presa di posizione degli USA costituisce un evidente attacco al più sacro dei diritti, ovvero il diritto dei popoli all’autodeterminazione e all’indipendenza.

Il governo della Repubblica Sahrawi e il Fronte Polisario chiedono alle Nazioni Unite e all’Unione Africana di denunciare questa decisione sconsiderata e di fare pressione sul Marocco affinché ponga fine all’occupazione dei territori sahrawi.

Traduzione dallo spagnolo di Thomas Schmid. Revisione di Ada De Micheli

Rifondazione Comunista Solidarietà all’infermiera Claudia Alivernini, basta con il negazionismo

Rifondazione Comunista condanna con la massima fermezza il vile attacco, perfino con minacce di morte, di cui è stata vittima Claudia Alivernini, infermiera dell’ospedale Spallanzani di Roma, la prima a ricevere il vaccino anti-Covid.
A Claudia e a tutte le operatrici e gli operatori sanitari, che sono stati e continuano ad essere in prima linea nella lotta alla pandemia, va tutta la nostra solidarietà.

Il prezzo che hanno pagato, anche in termini di vite umane, è stato altissimo, lavorando in condizioni limite, anche a causa del disastro in cui è stata condotta la sanità pubblica dalle politiche neoliberiste degli ultimi venti anni.
Ci auguriamo che gli autori di questo infame gesto siano individuati e perseguiti come meritano dalla giustizia.

Allo stesso tempo, la nostra condanna va anche a coloro che, spesso da posizioni di primo piano nella politica o nel mondo dell’informazione, si sono prodigati nel minimizzare i rischi o addirittura hanno dato voce e spazio pubblico alle teorie negazioniste.

Rifondazione sarà sempre in prima linea nella lotta per il rilancio e il rifinanziamento della sanità pubblica, gratuita e di qualità per tutte e tutti, dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori del settore e delle/degli utenti.

Rosa Rinaldi
Responsabile nazionale Sanità PRC-SE
Vito Meloni
Segretario della Federazione di Roma-Castelli-Litoranea PRC-SE

La sinistra non è immune dal patriarcato

Tratto da: http://www.laspina.red/2020/12/29/la-sinistra-non-e-immune-dal-patriarcato/?fbclid=IwAR039EPXWhDkXQsAKrGAYgBjkYu0hRNKr0PMNcVGsuiri1FcYSC2MfIhD1I

di Martina Briccola, Edoardo Casati, Riccardo Gandini

La storia della violenza contro le donne è strettamente correlata all’idea arcaica della donna come proprietà privata, sottomessa a un uomo “proprietario”. L’immagine della donna come oggetto non autonomo e oppresso nasce con l’affermarsi dell’istituzione sociale del patriarcato, un sistema mondiale globale in cui le disuguaglianze di genere si perpetuano costantemente. Il patriarcato attraversa tutti gli aspetti socio-culturali e gli ambiti di vita di donne e uomini, dalla più intima sfera affettivo-familiare, alla più ampia dimensione economica, politica e sociale. Tutti siamo chiamati a prendere una posizione davanti a questa struttura di ingiustizia per la quale sulla base di una differenza biologica si genera una differenza sociale.

Il mondo della sinistra è tradizionalmente “al fianco delle donne”, delle loro lotte contro il patriarcato e il sistema di violenze e sessismo che esso perpetua. Femminismo e comunismo vanno perciò da sempre di pari passo nella lotta contro le diseguaglianze sociali e il sistema capitalistico, e ideologicamente il pensiero comunista non può ammettere l’oppressione maschile e la violenza sessista. Ciò è teoricamente vero, se non fosse che tra il dire e il fare ci sono di mezzo i retaggi socio-culturali prodotti dalla società patriarcale e capitalistica in cui viviamo, che influenzano i comportamenti e le azioni di tutti, compagni compresi.

Nella figura dei compagni, le donne trovano un importante supporto, e nei circoli e nelle sedi di partito un luogo in cui sentirsi al sicuro e lontane da atteggiamenti fortemente conservatori e discriminatori. Ma non sempre è così, perché anche quegli ambienti politici che sembrano più lontani dalle idee sessiste e maschiliste tipiche della più becera visione politica di destra, spesso assumono atteggiamenti e pensieri in contrasto con le lotte che tanto rivendicano. E se proprio questi luoghi possono prevedere violenze e molestie sessuali e verbali, discriminazioni e prevaricazioni, allora ciò significa che qualcosa, nella mentalità di chi quei posti li frequenta e vi milita, non va.

Questo lo sapeva bene la compagna partigiana Lidia Menapace, che in più occasioni ha raccontato e denunciato un clima non proprio solidale e rispettoso delle donne all’interno del PCI e tra i compagni che vi militavano. Con rabbia ha spesso ricordato quel 25 aprile 1945, quando il segretario Palmiro Togliatti disse a gran voce che le donne non dovevano essere presenti in piazza per festeggiare la Liberazione, perché troppo spesso considerate alla stregua di “prostitute dei partigiani”. Proprio quelle donne che, con coraggio e determinazione, avevano condiviso la montagna e lottato a fianco dei compagni uomini, venivano così considerate da questi ultimi delle “poco di buono”. Le donne delle brigate Giustizia e Libertà, come raccontò la compagna Lidia, decisero invece di sfilare lo stesso, e la loro presenza fu screditata da insulti e volgarità proprio da parte dei compagni di partito.

“Compagni in sezione, fascisti a letto”: un’affermazione molto forte e provocatoria, nata da una lettera scritta dalle compagne dell’UDI (Unione Donne Italiane), che fece arrabbiare tanti compagni di partito, offesi e risentiti per l’essere stati paragonati al nemico fascista. Eppure quella parola così estremizzata e tanto contestata rispecchiava proprio il comportamento contraddittorio e violento di molti compagni che, se nelle sezioni si prodigavano in discorsi aperti alla lotta e all’emancipazione femminile, nel privato delle loro case portavano avanti la cultura sessista del patriarcato. “Non è un problema che riguarda la sessualità” spiegava la compagna Menapace in uno dei suoi tanti brillanti discorsi alle compagne, “ma è una questione che riguarda il potere e la proprietà”: in questo senso, la radice del patriarcato è la “proprietà” dell’uomo sulla donna, la sua pretesa di considerarla tale e il potere di farne una cosa “sua” (la registrazione dell’intervento è in fondo all’articolo ndr). Sono concetti apparentemente ben lontani dal pensiero politico comunista e di sinistra, eppure così vicini e fatti propri da coloro che nella sfera pubblica lottano per abbatterli. Non sono stati immuni quindi nemmeno la resistenza e la rivolta delle classi oppresse contro le classi dominanti da devianze verso sistemi patriarcali di proprietà della donna da parte dell’uomo.

In particolare negli ultimi anni si è vista l’affermazione di nuove teorie di pensiero, di stampo hegeliano e antimaterialista, spacciate per pseudomarxiste, le quali hanno affermato una presunta separazione tra diritti civili e diritti sociali, concependo un disegno di mistificazione volto a confondere i militanti e i simpatizzanti politicamente meno preparati in una contrapposizione inesistente, forse abusando della contrapposizione tra anarchici e comunisti. In particolare sembra si confonda il dibattito tra Marx e Bakunin sulla necessità per il primo di volgere prima ad una liberazione collettiva della classe sfruttata tramite la dittatura del proletariato e per il secondo di dare la priorità alla liberazione dell’individuo in quanto tale. In particolare, filosofi come Fusaro sfruttando tale contrapposizione, da una posizione paradossalmente anticomunista e antimaterialista tacciano i comunisti che lottano anche per i diritti civili, libertà d’impresa e altre amenità escluse, di non rispecchiare i veri valori del comunismo prediligendo forme anarcoidi funzionali, a detta dell’autore, al capitale. L’apparato ideologico di tali teorie affermerebbe invece come la priorità andrebbe data ai diritti sociali, un costrutto che, come i diritti civili, è nato in seno allo Stato borghese, in particolare in funzione di prevenzione da eventuali rivoluzioni proletarie tramite la creazione di forme di assistenzialismo sociale, garanzia di alcune libertà sindacali e di diritti per i lavoratori e lavoratrici.

Tale impianto idealista oltre ad essere una radicale revisione delle teorie di Marx e Engels, in particolare di quanto espresso nel “Manifesto del Partito Comunista” e nelle “Origini della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” è privo di qualsivoglia fondamento sul piano storico e pratico. Engels stesso ben analizza il rapporto tra capitale, patriarcato e ruoli sociali basati sul genere sessuale. Seguitamente tutti i grandi movimenti comunisti del Novecento, da quelli di derivazione prettamente leninista a quelli maoisti, non hanno mai operato discriminazioni simili, cercando chi più chi meno di favorire la creazione di una visione di cittadinanza alternativa a quella borghese, comprendente il più ampio novero di diritti legati alla dignità umana sul piano economico e sociale ma anche un certo grado di libertà individuale, spesso compressa a causa di un certo autoritarismo la cui necessità non sarà esaminata in tale articolo ma quantomeno garantita sulla carta e mai totalmente soppressa.

In questo quadro rientrano anche i compagni e le compagne che prendono sottogamba la lotta per i diritti delle donne e della comunità LGBT+, tralaltro danneggiando trasversalmente anche lotte da loro considerate più “tradizionali”. La disparità di salario tra donne e uomini nel mondo del lavoro non collegherebbe i due ambiti? La questione di uno stipendio idoneo a garantire un minimo di dignità ad una famiglia costituita da due uomini o due donne non è forse una battaglia “sociale”?

Il dibattito sulla stretta correlazione tra capitalismo e patriarcato ha messo in luce che la legittimazione dei rapporti di sfruttamento e dominio nella nostra società hanno radici nel rapporto tra uomini e donne. La permanenza, in ogni luogo e in ogni forma, della violenza, sia essa esplicita o ben nascosta, nei confronti delle donne, rivela la profondità di queste radici.

Sessismo, maschilismo, potere, discriminazione. Affrontare queste problematiche è proprio il compito di chi vuole cambiare il sistema e lotta per una società migliore; ma non basta sventolare bandiere e srotolare striscioni in piazza per dirsi femministi e antisessisti, a maggior ragione se gli atteggiamenti e le azioni che tanto si contestano nella sfera pubblica vengono poi attuati acriticamente nel privato.

Molestie sessuali e verbali, avances fin troppo esplicite, mansplaining, complimenti non richiesti e del tutto inappropriati: sono tante le forme con cui il sessismo e la cultura del patriarcato si è annidata e continua diffondersi indisturbata anche nei luoghi di lotta. Tante, troppe, sono le compagne che hanno vissuto situazioni violente nelle sedi di partito, tante si sono sentite umiliate, tante hanno percepito sguardi di troppo. Tante ancora hanno subito in silenzio l’umiliazione e l’oggettivazione del proprio corpo. Davanti a tutto questo, è fin troppo diffusa la tendenza da parte della comunità maschile di proteggersi dalle critiche, di professare un atteggiamento omertoso e negazionista di un comportamento sessista e discriminatorio che è parte della società in cui vivono. E ancora una volta, questo clima fa capire la portata globale di un problema che non è un mero fenomeno circoscritto a determinati contesti politici e socio-culturali, ma è una questione sistemica che riguarda tutti gli uomini, compagni compresi.

Ed è proprio davanti alle accuse delle donne verso i compagni di partito, che la risposta è sempre la stessa: “non tutti gli uomini sono così!”. Un vero e proprio mantra, uno slogan usato e abusato, quasi sempre senza un minimo di autoconsapevolezza dei propri pensieri e delle proprie azioni; una retorica insulsa che non apporta nessun aiuto alla donna vittima di violenza maschile, ma che serve solo ed esclusivamente a discolpare e allontanare l’uomo dalla problematica che, in quanto sistemica, lo riguarda.

E così la violenza di genere, anche nelle sedi di partito, finisce per essere vista come un caso isolato attuato da uomini problematici, mentre la donna è solo una povera sfortunata che forse tanto vittima non è. Ora più che mai è importante che i compagni non si nascondano dietro retoriche controproducenti, ma compiano quell’importante processo individuale e collettivo di autocoscienza e autoriflessione che li renda consapevoli della cultura patriarcale che indirettamente li influenza nelle azioni e nei comportamenti. Ciò è possibile solo mettendosi in una posizione di ascolto e rispetto delle compagne, dando loro più spazio e più voce, supportandole nelle loro lotte, non solo quelle nelle piazze, ma anche le lotte quotidiane tra le mura domestiche.

Nella storia politica passata e odierna, c’è un’immagine convenzionale che è sempre stata utilizzata per spiegare e far comprendere le evidenti differenze tra l’esperienza umana maschile e quella femminile: è l’immagine della “sfera pubblica” contrapposta alla “sfera privata”. Nel pensiero comune, la vita degli uomini si svolge nella più visibile e considerevole sfera pubblica, mentre quella delle donne nella maggior parte dei casi si trova a ridursi nell’invisibile e irrilevante privato.

Oggi questa immagine divisoria continua a essere utilizzata e perpetuata acriticamente, nonostante le donne siano presenti in tutti i luoghi e gli spazi della vita pubblica. È una contraddizione che esiste fin dagli albori del patriarcato, perché è funzionale ad esso in quanto mostra una ben precisa visione della storia delle donne: una storia fatta di sfruttamento, diseguaglianze e discriminazioni su vari livelli.

Negli anni Settanta, con i movimenti femministi, sempre più donne iniziarono a comprendere quanto fosse necessario e importante unirsi per riflettere sulla propria condizione sociale, e per cambiare il sistema che le relegava ad un ruolo subalterno rispetto all’uomo. Furono proprio le donne di quegli anni ad aver formulato il famoso slogan “il personale è politico”, facendolo non solo entrare nel lessico comune, ma rendendolo uno dei punti più importanti della loro lotta e una vera e propria rivendicazione sociale e materiale. Nacquero così i gruppi di autocoscienza, nei quali le donne si ritrovavano per discutere delle loro esperienze personali e dei molteplici e stratificati problemi che dovevano affrontare fuori e dentro gli ambienti familiari. Furono tanti gli uomini che cercarono di screditare tali iniziative, definendole delle mere sedute di terapia per donne problematiche, sminuendo così il valore e l’importanza di quegli incontri. Ma ciò che stava avvenendo era una vera e propria rivoluzione politica e socio-culturale: le donne infatti avevano scoperto un efficace mezzo per politicizzare la comprensione di ciò che sperimentavano nel quotidiano delle loro case e che erano costrette spesso a dover nascondere in quanto socialmente considerato “affare privato”. Si arrivò così a capire che rivendicare il personale come politico non significava solo considerare un caso di violenza sessuale come un attacco personale alla singola donna che lo ha subito, ma come un vero e proprio attacco politico alle donne per mano di un sistema patriarcale e maschilista e di una società non in grado di educare gli uomini al rispetto e alla parità di genere. Dal punto di vista marxista, tale lessico non era estraneo ma era stato spesso oggetto di deroghe o di notevoli devianze, purtroppo presenti tutt’ora. Non è un mistero che  lo stesso PCI, non una formazione femminista, dichiarava nel suo Statuto come i suoi militanti dovessero essere d’esempio e tenere una condotta rispettosa dei principi del Partito anche nella vita privata.* Una separazione tra le due sfere che infatti non è mai stata considerata, ufficialmente, in alcuna organizzazione comunista, in quanto frutto di costrutti astratti fuori da qualsiasi considerazione reale e materiale.

Ciò vale per i militanti dei partiti ma anche per i VIP o i grandi leader, per i quali andrebbe evitata la venerazione acritica o peggio l’esaltazione di aspetti della loro vita tutt’altro che meritevoli, spesso riguardanti la sfera privata. Perché i meriti politici non possono giustificare le manchevolezze sul piano personale e viceversa.

Oggi il mondo di internet e gli spazi online stanno dando un nuovo e importante contributo alla rottura della barriera fra il pubblico e il privato. In un certo senso, il web e i social media svolgono quelle funzioni di promozione della consapevolezza sulle questioni di genere che caratterizzavano i gruppi di autocoscienza degli anni Settanta. Un esempio tra tutti è il noto movimento #MeToo, movimento femminista nato online per denunciare pubblicamente la violenza e le molestie sessuali subite dalle donne, in particolar modo sul posto di lavoro. Raccontare e condividere la propria storia di violenza subita, riconoscersi in quella delle altre, ha permesso di individuare, analizzare e comprendere i molteplici e stratificati fattori che fanno sì che queste violenze non siano dei meri “casi isolati”, ma un vero e proprio problema sistemico.

In questo senso, per la lotta femminista mettere sullo stesso piano il personale e il politico ha significato, e significa tuttora, sovvertire quel paradigma su cui si fonda il potere e il dominio maschile che opprime tutte le donne. La sfera privata deve quindi necessariamente essere considerata sul piano politico, perché è quest’ultimo il più grande strumento per cambiare il personale. In tutto questo, è necessario non solo un lavoro di autoconsapevolezza da parte delle donne, ma è altrettanto fondamentale un convinto processo di autocoscienza e autocritica degli uomini, i quali attraverso una profonda riflessione sulla propria posizione di privilegio devono mettersi a dura prova, ascoltare ciò che le donne hanno da dire e affiancarle nella lotta contro il patriarcato di cui essi stessi sono figli spesso inconsapevoli.

Di questo e di tanto altro si è discusso anche nel nostro Partito: ad ogni Congresso giunge puntuale l’ordine del giorno o il documento sul rilancio delle lotte dei diritti delle donne o, come all’ultima Conferenza nazionale dei/delle GC, appelli affinché venga aumentata la vigilanza ad episodi di molestie tra militanti. Nella pratica però ancora molto poco si è fatto, a partire dalla comunicazione, spesso lasciata allo spontaneismo e ad una scarsa autodisciplina dei gruppi dirigenti in primis, che in buona o cattiva fede si danno ad espressioni e/o giudizi tali da danneggiare sia l’immagine esterna sia i rapporti interni su tale delicata tematica. Lo sforzo da fare non è enorme ma se non siamo noi per primi a cambiare mentalità e cultura, come potremo pretendere questo dagli altri? Il nostro appello è dunque di aprire fin da subito momenti di discussione e dibattito, a partire dalla giovanile e dai territori, non solo sotto forma di conferenze dedicate all’esterno ma anche di assemblee interne in cui si ragioni come intellettuale collettivo su come risolvere tali problemi, prima che essi divengano irrisolvibili.

*Art. 55, Statuto del PCI, ed. 1966.

Ascolta “Lidia Menapace: compagni in sezione, fascisti a letto” su Spreaker.

Le proposte di Renzi sono sostanzialmente di destra.

Le proposte di Renzi sono sostanzialmente di destra.

Mi pare però che più che attaccarlo per questo venga accusato perché mette in discussione il governo.

Perché non si contestano le proposte di destra di Renzi?

Forse perché in buona parte sono le stesse o simili a quelle del Pd o dello stesso governo?

Il Mes ad esempio è il cavallo di battaglia del Pd.

E sul no alla patrimoniale Renzi ha votato con il governo, il Pd, i Cinquestelle e tutte le destre.

E la tav passa con i voti di Renzi, Pd e destre con i Cinquestelle che escono.

Ma poi il recovery che anima ha se non quella del vecchio modello a centralità delle imprese?

Con un po’ di digitale, sempre fatto dalle imprese.

Di verde poi non si vede cosa visto che si sbloccano le “grandi opere” e le trivelle.

Si vuole un’anima?

500 mila assunzioni nel pubblico per sanità, scuola, trasporti.

Il pubblico al centro, con proprie aziende (anche europe) per digitale, risanamenti ambientali, industria farmaceutica.

Patrimoniale e tassazione sulle multinazionali.

Invece la patrimoniale (moderata e limitata ad un odg) prende 19 voti in Parlamento!

Renzi vuole l’anima? Ma l’anima questa politica l’ha “data” via da tempo.

Roberto Musacchio

RIFONDAZIONE COMUNISTA

Giorgio Galli e la passione per la storia e per la politica. Una doverosa nota di commiato.

di Giorgio Riolo

I necrologi non sono solo tristi occasioni. Beninteso, sono tristi sicuramente e chi rimane è preso dallo sconforto per le continue perdite di punti di riferimento, di notevoli e preziose persone, amiche e compagne di percorso. È nondimeno anche l’occasione per riandare con la memoria e per riattualizzare e valorizzare momenti, fatti, acquisizioni nella vita personale e nella vita collettiva. Importanti, vive, proiettate in avanti.

Giorgio Galli è stata figura importante nella cultura e nella politica dell’Italia del secondo dopoguerra. Abbiamo messo “passione per la storia e per la politica” perché, conoscendolo, si offriva a chi veniva in contatto con lui la sensazione che le cose di cui scriveva e parlava non erano aride materie di studio e di ricerca. Rigoroso e dotato di una memoria formidabile, filologica, esibiva una curiosità e un’attenzione al reale e alle vicende anche trascurabili come pochi altri e altre.

La storia dello “alto” e la storia del “basso”, la politica “alta” e la politica “molecolare” di chi si impegna quotidianamente, nella società civile e nelle formazioni politiche, non importa, erano presenti e operanti nella sua attività di storico e di notista politico. Un professore di storia delle dottrine politiche alla Statale di Milano che si occupava dei partiti politici, delle formazioni politiche nella storia e nelle istituzioni e che tuttavia aveva la curiosità per ricostruire la storia delle culture alternative (comprese le subculture) e dei gruppi sociali “antisistema”, anche perché semplicemente “fuori dal sistema”, eretici ed eretiche, i vinti. Dalle streghe alla cosiddetta New Age degli anni ottanta, alle culture esoteriche, a “sinistra” e a “destra” (famosi i suoi lavori sulle credenze magiche, esoteriche, del nazismo).

I.

Ci conoscemmo alla fine degli anni Settanta proprio in un luogo “alternativo”, i primi inizi in Italia dell’alimentazione sana e della medicina alternativa. Galli, ormai affermato come storico e come fine notista politico, conosciuto autore di numerosi libri e attraverso soprattutto la sua famosa rubrica nel settimanale Panorama, ci accoglieva, a casa sua o fuori, per colloqui informali di scambio reciproco. Ci sorprendeva, noi allora giovani della Nuova Sinistra, per conoscenza minuziosa, analitica, delle vicende delle numerose, anche minuscole, roba da microstoria, formazioni di detta sinistra.

Questi colloqui privati arricchivano quello che aveva riversato nei suoi libri sulla storia dell’Italia del dopoguerra, sulla storia dei partiti, del Pci, della Dc, del socialismo italiano. Sulla storia dei governi e del ricco e multiforme, corrotto e corruttore, sottogoverno, tipicamente italiano. Tipicamente democristiano, ma non solo. Delle trame occulte, dell’ampia e capillare corruzione, dei poteri eversivi della democrazia italiana, degli “affari di Stato”, del capitalismo italiano continuamente “assistito” dallo Stato, dell’intreccio mafia e politica ecc.

Le sinistre storiche non ne uscivano bene da quella rassegna così precisa e documentata. Con partecipazione critica tuttavia, non da spirito del dilagante “disincanto”. Con animo sgombro e lucido. E, per non sembrare o essere faziosi, lucidamente ne usciva il generoso ma inane volontarismo e il velleitarismo di molta di quella sinistra allora detta extraparlamentare. Insomma, si imparava molto a contatto con una simile personalità.

La generosità intellettuale e politica di Galli si manifestava ulteriormente nella sua continua disponibilità. Negli anni Ottanta, dapprima con il Cipec, il centro culturale di Democrazia Proletaria, e in seguito, anni Novanta e anni Duemila, con il Punto Rosso, egli rispondeva sempre affermativamente a ogni nostro invito a partecipare a convegni, conferenze e dibattiti, anche in piccoli centri, non solo a Milano.

In particolare, a proposito del suo rigore etico, occorre ricordare che quando Berlusconi mise le mani sul complesso delle attività editoriali del gruppo Mondadori, Galli fu tra i primi, se non il primo, a rassegnare le dimissioni da Panorama. Privandosi di una tribuna giornalistica e politica così importante e influente come la sua famosa rubrica posta alla fine di ogni numero del settimanale.

Fino alla sua improvvisa morte ha continuato a ripubblicare i suoi libri, rivisti e aggiornati, alla luce di nuovi sviluppi nella storia reale e di nuove acquisizioni dello stesso autore. Ma aveva ancora in cantiere altre ricerche e altri libri.

II.

A mo’ di conclusione e come congedo da una simile personalità. La storia come disciplina e la politica come disciplina, sapere e arte del possibile, e come azione quotidiana (un tempo si diceva “prassi”) sono così inestricabilmente intrecciate che si sente il bisogno di ricordare a ogni pie’ sospinto che è nefasta la divaricazione, soprattutto dal lato dei gruppi dirigenti politici. In generale e nelle varie sinistre in particolare.

La sobria constatazione è, nel mondo nostro contemporaneo, che cultura e conoscenza storica difettano in molti gruppi dirigenti. Da qui i molti problemi attuali nella teoria e nella pratica della buona politica.

Rifondazione, in piazza per sostenere un emendamento alla legge di bilancio contro le “classi pollaio”

Pubblicato il 28 dic 2020

Martedì 29 alle 11 saremo a Roma a Largo Vidoni, presso il Senato a sostegno dell’emendamento alla legge di bilancio per il 2021, presentato dalla senatrice Nugnes, per conto di Rifondazione Comunista.

Tale emendamento ha lo scopo di ridurre il numero degli alunni per classe, più volte evocata nella prima fase della pandemia anche da esponenti del governo, poi abbandonata e non più posta come una delle misure funzionali al distanziamento.

La riduzione ad un massimo di quindici alunni per classe, (la media europea nella scuola primaria è di quattordici) consentirebbe non solo la salvaguardia della sicurezza e del distanziamento, ma anche il rilancio di un rapporto più attento e proficuo sul piano pedagogico, terreno minato dai provvedimenti che da alcuni decenni hanno investito la scuola italiana, subordinandola al modello aziendale.

La riduzione del numero degli alunni per classe porterebbe con sé la necessità di un piano per l’edilizia scolastica, l’assunzione del personale necessario, la riduzione del precariato, l’incremento dei finanziamenti per il sistema d’istruzione avvicinandolo alla media europea.

Rifondazione Comunista/Sinistra Europea con questo emendamento intende anche denunciare la grave carenza, nel testo del documento di contabilità varato dalla Camera, di fondi minimamente adeguati a sostenere la grave situazione di alunni e studenti fortemente penalizzati dalla perdita di tante ore di scuola a causa della pandemia.

Maurizio Acerbo
Segretario nazionale di Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

Loredana Fraleone
responsabile Scuola Università Ricerca di Rifondazione Comunista/Sinistra Europea