Categoria: Politica

Rifondazione: Abbà “almeno dare la cassa integrazione ai lavoratori del Clir”

26/07/2021

Abbà Giuseppe , Consigliere Comunale di Mortara del Partito della Rifondazione Comunista.

Per quanto riguarda la situazione del Clir presenterò domani mattina in Comune il seguente documento: ALMENO DARE LA CASSA INTEGRAZIONE AI LAVORATORI DEL CLIR.

Faccio formale richiesta, come consigliere comunale, affinché l’amministrazione comunale di Mortara (che rappresenta il più importante Comune del Clir, con la maggioranza relativa delle azioni in mano ad As Mortara) si impegni a far rimuovere tutti gli assurdi ostacoli messi dal Consiglio di Amministrazione del Consorzio a firmare l’accordo già pronto dai primi di luglio per gli ammortizzatori sociali a favore dei lavoratori del Clir.

E’ assurdo che, dopo essere arrivati colpevolmente alla distruzione di questo importante consorzio pubblico, i lavoratori siano lasciati privi di risorse economiche.

Questo atteggiamento, oltre che essere completamente irresponsabile, costituisce una pura e semplice protervia, perché chiedere la cassa integrazione è doveroso in situazioni di questo tipo.

Giuseppe Abbà, consigliere comunale del Partito della Rifondazione Comunista di Mortara.

Comunicato delle organizzazioni sindacali dei lavoratori e delle lavoratrici del CLIR

il Cda e i comuni soci se ne lavano le mani e nessuno firma il Fis.

TUTTI DICONO DI AVER A CUORE IL DESTINO DEI LAVORATORI E DELLE LORO FAMIGLIE E NONOSTANTE LE PROMESSE E LE BELLE PAROLE VEICOLATE ANCHE A MEZZO STAMPA NESSUNO, DI FATTO, FIRMA L’ACCORDO GIA’ PRONTO DAI PRIMI DI LUGLIO E CHE CONSENTIREBBE DI ASSICURARE UN SOSTEGNO ECONOMICO A TUTTE LE FAMIGLIE COINVOLTE NELLA CRISI DEL CLIR.

ADESSO BASTA LA MISURA E’ COLMA.

CHIEDIAMO DI FIRMARE SUBITO L’ACCORDO PER GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI ED EVITARE DI PEGGIORARE ANCORA DI PIU’ LA SITUAZIONE DELLE FAMIGLIE.

FP CGIL PAVIA

FIT CISL PAVIA / LODI

26 luglio 2021

Voghera: importante risposta con manifestazione, contro l’omicidio compiuto dall’assessore leghista.

Sulla manifestazione di ieri a Voghera: è stata un’importante risposta contro l’omicidio compiuto dall’assessore leghista e il clima di odio sapientemente alimentato da quelle forze politiche espressioni delle classi dominanti per dividere i lavoratori e i poveri al fine di perpetuare i propri profitti.

Alla Lega fa più paura il dissenso politico che il Covid-19

Apprendo ora che il sindaco di Voghera invita gli esercenti del centro a chiudere domani pomeriggio i loro esercizi a causa di un presidio statico convocato per protestare contro le sue politiche sociali.

La Lega si è battuta, criminalmente, negli ultimi 18 mesi contro le chiusure delle attività commerciali stabilite dal Governo per difendere la salute dei cittadini (ricordiamo al Sindaco che ci sono stati più di 120.000 morti per Covid), invece ora chiede di chiudere gli esercizi commerciali perché vi è una iniziativa di protesta contro la sua giunta.

Ricordo al sindaco che se c’è qualcuno che crea tensione in città è stato proprio il  suo assessore-sceriffo che và in giro armato a sparare e ad uccidere.

Domani ci sarà una normalissima iniziativa politica pacifica piaccia o non piaccia al sindaco di Voghera.

23/07/2023

Piero Rusconi Rifondazione Comunista  Pavia

Fabrizio Baggi Rifondazione Comunista Lombardia

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Lettera dall’Ufficio del Sindaco di Voghera

Moreschi, proclamato lo sciopero

Il circolo “Hugo Chavez” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano parteciperà al presidio esprimendo solidarietà alla lotta dei lavoratori e lavoratrici della Moreschi in difesa dei loro diritti contrattuali e del posto di lavoro.

Tratto da l’INFORMATORE VIGEVANESE

https://www.informatorevigevanese.it/economia/2021/07/21/news/moreschi-proclamato-lo-sciopero-549522/

Martedì 27 l’astensione dal lavoro di 8 ore, con presidio davanti alla fabbrica

Bruno Ansani

21 Luglio 2021 – 18:48

di Bruno Ansani

VIGEVANO – Otto ore di sciopero per i lavoratori della Moreschi. L’azione è stata decisa nella mattinata di mercoledì nel corso di un’assemblea dei lavoratori del calzaturificio, ormai in rotta di collisione con le attuali politiche aziendali. L’agitazione è stata fissata per martedì prossimo, 27 luglio. Nella mattinata i lavoratori terranno anche un presidio davanti all’azienda, con la speranza di sensibilizzare la città e le istituzioni sulla situazione della fabbrica.

Di seguito il comunicato stampa diffuso dalle segreterie provinciali di Filctem Cgil Femca Cisl e Uiltec Uil.

In data 21 luglio c.a. si sono riuniti in assemblea indetta dalle O.O.S.S. per fare il punto sulla situazione aziendale, i lavoratori della Moreschi. Le organizzazioni sindacali hanno riferito l’esito dell’ultimo incontro avuto con l’azienda, in occasione della scadenza dell’utilizzo della cassa covid-19, contestualmente al ripristino dei contratti di solidarietà a decorrere dal 28 giugno.In prima battuta l’azienda aveva avanzato la richiesta di abolire l’accordo sottoscritto riguardante i contratti di solidarietà, perché ritenuto troppo oneroso per l’azienda, inoltre non ci sarebbe stato lavoro per tutti, in quanto l’accordo sottoscritto prevede una riduzione di orario medio del 22%. Il sindacato ha espresso la propria contrarietà ad abolire l’accordo, ma si è reso disponibile ad aumentare la riduzione di orario fino ad arrivare al 50%. L’azienda non ha ritenuto sufficiente la proposta e ha comunicato ai lavoratori la ripresa dell’attività, ma non per tutti, infatti per chi non ha avuto la possibilità di rientrare, sono stati collocati in ferie, questo, per solo tre giorni, dal 28 al 30 giugno. In occasione della proroga della cassa covid-19 per ulteriori 17 settimane a decorrere dal primo luglio, l’azienda, senza nessuna comunicazione ai lavoratori e alle O.O.S.S. ha rimesso tutti in cassa integrazione.

Sempre nel medesimo incontro, sono state richieste informazioni sulle prospettive, ma ancora senza risposte: il fatturato del primo semestre, volutamente non è stato comunicato, a nostro avviso peggio del semestre dell’anno precedente;

nuovi ordinativi quasi inesistenti;

l’accordo con le banche ancora non c’è; i debiti nei confronti dei fornitori restano se non aumentati;

ora si aggiungono gli ex dipendenti che devono ancora percepire il TFR;

mancata rotazione fra i dipendenti facendo ricadere il disagio economico sempre sugli stessi;

vengono trattenute e non versate le quote e il TFR al fondo previdenziale (pare che su sollecitazioni sia stato pagato il primo trimestre);

la lavorazione per conto terzi, tanto decantata, anzi ritenuto strategico per lo sviluppo dell’azienda, c’è stato solo un timido segnale con Chanel, ma abbiamo appreso la notizia, che pochi giorni fa, Chanel ha portato via tutto e quindi, sfumata anche l’unica e ultima commessa di lavorazione per conto terzi;

piano industriale, siamo ancora in attesa;

abbiamo richiesto l’organigramma aziendale e non ci è stato consegnato;

inoltre, la chiusura per ferie collettive, pare che vengano retribuite con la cassa covid-19 e non come prevede la norma con la retribuzione normale (i lavoratori hanno diritto almeno a due settimane di ferie ovviamente retribuite);

i rapporti in azienda sono ulteriormente peggiorati, continuano a perseguire da parte di chi sostiene di rappresentare l’azienda, atteggiamenti intimidatori, ricattatori e offensivi, arrivando a calpestare la dignità di chi lavora;

Investimenti promessi neanche l’ombra, e tanto altro ancora.

Tanto da far ritenere ai lavoratori tutto quanto inaccettabile e insopportabile, per queste ragioni a distanza di un anno (27 luglio 2020 primo sciopero con presidio rientrato dopo tre giorni a fronte di promesse fatte dagli attuali gestori), proclamano per martedì 27 luglio, 8 ore di sciopero con presidio davanti ai cancelli di entrata.

Invitiamo l’opinione pubblica a sostenere le ragioni dei lavoratori, invitiamo il sindaco, e le istituzioni a recarsi davanti ai cancelli per ascoltare la voce dei lavoratori.


Le segreterie Provinciali FILCTEM-CGIL FEMCA-CISL UILTEC-UIL

Giustizia per Youns. No al razzismo. No a Salvini

GIUSTIZIA PER YOUNS

NO AL RAZZISMO

NO A SALVINI

Massimo Adriatici, assessore leghista alla sicurezza del Comune di Voghera, già poliziotto, noto per le sue ordinanze contro clochard e mendicanti, che gira la sera per la città con una pistola con il colpo in canna e senza sicura, ha sparato ed ucciso, durante una presunta lite in piazza, un trentanovenne marocchino, Youns El Boussetaoui, affetto da problemi psichici, ma non violento.

Siamo a questo punto! A furia di lanciare allarmi, di invocare sceriffi, di sdoganare odio e violenza, le parole si sono trasformate in fatti, anzi in proiettili.

Viene avanti un clima pericoloso e preoccupante, alimentato da una campagna a favore della giustizia “fai da tè”, sostenuta da alcune forze politiche, in primis dal segretario legaiolo, Matteo Salvini.

Una situazione che fa il paio, non a caso, con il clima di imbarbarimento della vita pubblica cittadina, dove un’assessora è indagata per voto di scambio e dove la giunta di centro destra che governa la città, non ha saputo far altro che assumere una posizione neutrale, attendista su quanto accaduto.

Ci chiediamo, a questo punto, cosa sarebbe successo, se le parti fossero invertite, ovvero l’assessore leghista fosse rimasto ucciso da un colpo di pistola sparato da un “marocchino senza fissa dimora”. Apriti cielo!

E’ vero, in questo Paese, c’è bisogno di sicurezza, ma di una vera sicurezza sociale che garantisca lavoro, reddito, protezione alle categorie più deboli, servizi di prima necessità per tutti.

In questo momento, siamo vicini alla famiglia di Youns che piangono la morte di un loro figlio che, dalla vita, non ha mai avuto nulla, morto davanti ad un bar, in una calda notte d’estate, freddato dalla pistola di un assessore con il colpo in canna.

Riposa in pace Youns, che la terra ti sia lieve!

SABATO 24 luglio a Voghera PRESIDIO ANTIRAZZISTA alle ore 17.00 in Piazza Meardi

Associazione Verso il Kurdistan Odv

Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia

Rifondazione Comunista, federazione di Pavia partecipa all’iniziativa organizzata dai giovani del collettivo ”NOI SIAMO IDEE” di Voghera

Sabato 24 Rifondazione Comunista, federazione di Pavia partecipa all’iniziativa organizzata dai giovani del collettivo ”NOI SIAMO IDEE” di Voghera, contro le politiche razziste della giunta di centrodestra per chiedere le dimissioni della giunta oltre che ovviamente dell’assessore sceriffo responsabile dell’uccisione di Youns El Boussettaoui.

Siamo stati sempre contrari alle politiche della lega e alla loro logica di criminalizzare tutto quello che per loro non è “normale”, alla loro logica di esasperare tutti i problemi a fini puramente elettorali.

Questa loro politica di liberalizzare il porto d’armi e il loro utilizzo senza nessun controllo ha prodotto l’uccisione di una persona che si aveva problemi e creava problemi ma che sicuramente non meritava di essere ucciso.

Invitiamo tutti/e a essere presenti all’iniziativa che si terrà il giorno 24 dalle ore 17.00 in piazza Meandri.

Piero Rusconi  Partito della Rifondazione Comunista

A VOGHERA ASSESSORE ALLA SICUREZZA LEGHISTA SPARA E UCCIDE UNA PERSONA. È QUESTO IL LORO CONCETTO DI LEGALITÀ  
A Voghera, città amministrata da anni dal centrodestra, un assessore leghista ammazza per futili motivi dopo un diverbio una persona di 39 anni, un emarginato con turbe psichiche.
Compito della magistratura sarà quello di chiarire la dinamica dei fatti e ad accertare le responsabilità ma una cosa è certa, quanto successo non è un fulmine a ciel sereno ma una terribile e prevedibile conseguenza delle politiche “sulla sicurezza” oramai dominati nel nostro paese e della cultura dell’odio seminata a piene mani.
Ad aggravare la situazione, in queste ore stiamo assistendo ad una  campagna dove la vittima viene trasformata in colpevole e l’assassino in vittima dai politici di destra, prima di tutto della Lega.
Il centrodestra difende l’autore dell’omicidio con la motivazione che l’assessore è una brava persona e che è stato aggredito.
Invertendo i ruoli urlerebbe al linciaggio dell’assassino e si scandalizzerebbe per gli arresti domiciliari concessi all’uccisore.  
Quel che è certo è che l’assessore girava di sera con la pistola in tasca pronta a far fuoco pronto a sostituirsi alle forze dell’ordine. Solo questo è di una gravità sconvolgente.  
Basta con questa politica di odio e di guerra, il nostro è un paese civile e come in tutti i paesi civili non può esserci una giustizia fai da te.
Le responsabilità politiche sono evidenti, non è un mero fatto di cronaca; le portano il sindaco Paola Garlaschelli, che ha nominato l’assessore, e la Lega, che l’ha suggerito.
L’amministrazione dovrebbe dimettersi e la Lega scomparire dal panorama politico cittadino.
Come Rifondazione Comunista condanniamo con fermezza queste politiche perché non solo non creano più sicurezza, ma al contrario creano più pericolo per la convivenza civile.
RIFONDAZIONE COMUNISTA, FED. DI PAVIA  

BAGGI/RUSCONI (RIFONDAZIONE): ASSESSORE ALLA SICUREZZA LEGHISTA SPARA E UCCIDE UNA PERSONA. È QUESTO IL LORO CONCETTO DI LEGALITÀ ? LA LEGA RENDA CONTO DI QUESTO GRAVE CRIMINE

Che nelle fila della Lega venissero eletti individui di dubbia moralità lo sapevamo da tempo ma quanto accaduto a Voghera è realmente troppo.

Un assessore alla sicurezza in quota Lega ha sparato e ucciso un uomo di nazionalità marocchina in piazza Meardi dopo una banale lite.

È forse questo il concetto di “sicurezza” tanto decantato dal Partito di Salvini ?

È per compiere crimini di questo calibro che la Lega ha intrapreso da tempo una campagna per chiedere la folle liberalizzazione dell’acquisto di armi complementare alla cosiddetta “legge sulla difesa personale”?

Non ci sono parole per esprimere la gravità di un gesto criminale come quello compiuto dall’avvocato/assessore Massimo Adriatici che, non escludiamo, abbia tra le altre cose l’aggravante della matrice razzista.

Ci stringiamo alla famiglia e agli amici della vittima di questa follia criminale a cui esprimiamo le nostre più sentite condoglianze e chiediamo, con forza, che la Lega renda conto dell’accaduto.

21/07/2021

Fabrizio Baggi, segretario regionale Lombardia

Piero Rusconi, segretario provinciale Pavia

Partito della Rifondazione Comunista / #SinistraEuropea

20/7/2001 G8 GENOVA

Racconto dei fatti accaduti in quel terribile 20 Luglio 2001 a Genova scritto pochi giorni dopo da Piero Carcano e successivamente ripreso come una ossessione mai rimossa nel tempo

Sulla decisione di andare a Genova a manifestare non ho mai avuto il minimo dubbio o alcuna esitazione.

Appena si è saputa la notizia che il vertice delle 8 cosiddette “grandi nazioni” si sarebbe tenuto a pochi passi da casa, l’unica incognita poteva essere “come?, con chi? Sotto quale bandiera? Gruppi antiglobal locali? associazioni culturali a cui appartengo? gruppi politici a cui per affinità più che per tessera sento di appartenere?”

Le motivazioni erano infatti tutte molto forti a cominciare dal perché queste poche persone si arrogano il diritto di poter decidere della vita delle popolazioni del mondo?

Perché riunirsi in pompa magna per decidere, bontà loro, di dare qualche briciola a chi hanno tolto 100, 1000 volte tanto e molto, molto di più?

Perché questi, e con loro, sopra di loro, poche multinazionali possono comandare, modificare, usare l’ambiente a loro vantaggio esclusivamente economico, inquinando e affamando intere popolazioni già povere?

E’ per riconfermare a tutto il mondo che i padroni sono loro che si tengono questi incontri, ed è quindi doveroso opporsi sostenendo le ragioni di un mondo più giusto: dall’azzeramento del debito di questi paesi alla ricerca di un’economia più equa nei suoi meccanismi all’investimento in attività umanitarie come il diritto alla salute, i prestiti a sostegno di uno sviluppo compatibile socialmente ed ecologicamente.

Infine ma non per ultimo è giusto cercare di arginare la deriva dei diritti del mondo del lavoro, accentuata dalle politiche della globalizzazione che consentono un uso dei lavoratori come merce. Sfruttamenti, licenziamenti, lavoro precario e flessibile, da poter usare nei tempi, nei modi e nei luoghi a piacimento dell’azienda.

Proprio su questi problemi e perché no anche per trovare nel mio lavoro di bancario un disperato senso etico, mi è sembrato fosse giusto, doveroso schierarsi.

Forse perché ritengo sia più importante manifestare un pensiero in controtendenza partendo proprio dall’altra parte, da quel mondo del capitale, del denaro, del potere che è costituito dalle Banche.

Per questi motivi la bandiera sotto cui stare non poteva che essere quindi quella del sindacato, il FALCRI sindacato autonomo dei lavoratori del credito, l’unico del settore ad aver realizzato (grazie a noi) qui a Milano un anno prima un convegno sulla globalizzazione.

Orgogliosamente lo riterrei uno dei momenti sindacali più attivi, nuovi e propositivi per una categoria spesso chiusa in problemi corporativi.

Lì parlando di poveri, ma anche di ambiente, di diritti negati ai bambini, di libertà e salute aprivamo porte lasciate chiuse. Quello è stato una specie di Social Forum e quindi Genova 2001 non poteva che essere l’ideale continuazione dopo essere stati anche al Social Forum di Firenze dove incontrare Noam Chomski, Vandana Shiva è stato come essere essere protagonisti di idee, di cambiamenti per un Altro Mondo Possibile.

Non solo un sindacato quindi, ma un’anomalia fatta di compagni, gli amici di sempre, non solo di lavoro anzi direi soprattutto di “movimento”.

Con loro non si è mai fermi, che si tratti di discutere un contratto nazionale o di controllare l’igiene e la sicurezza sul posto di lavoro, o che si organizzi una mostra di libri, una manifestazione sull’handicap o un concerto delle “mondariso”.

Su cosa avremmo trovato a Genova nessuno di noi poteva saperlo. Dovevamo esserci e basta! E per fortuna che come noi c’erano centinaia di associazioni, migliaia di persone di diversa estrazione e colore.

Bene abbiamo fatto a scegliere Piazza Manin come punto di ritrovo, il 20 luglio in quella che era stata battezzata “La giornata delle piazze tematiche e della disobbedienza civile”. Proprio lì infatti sarebbero confluite le diverse anime, soprattutto le più pacifiche di quel minestrone dai mille sapori che è la rete di Lilliput, lì riuniti con banchetti, palloncini e striscioni in un clima di festa.

Certo sarebbe stato bello partecipare ai convegni, ai dibattiti dei giorni precedenti, al Genova Social Forum e dialogare con i filosofi, gli scienziati ed i santoni no global, ma soprattutto cantare, suonare e ballare nel coloratissimo corteo dei migranti del giorno prima, ma gli impegni di lavoro e soprattutto  di famiglia non  ci permettevano un  periodo lungo  di assenza  .

Si è deciso così per il venerdì 20 e tutto era cominciato bene, fin dal mattino sul bus che da Nervi ci portava a Genova con i ragazzini gioiosi di Pinerolo arrivati come in gita con magliette gialle originali con scritte no global d’obbligo. Anche noi non eravamo da meno con la nostra maglietta autoprodotta (solo un po’ troppo aderente visto il fisico non più da ventenne) disegnata da Alberto che mostrava una G ricurva seduta a vomitare su un “cesso” a forma di 8 e una scritta “Fuck the Niù Ekkonomy” ispirata dall’ultimo libro di Stefano Benni, che lasciava pochi dubbi sul nostro pensiero.

No, non ci sentivamo vecchi vicino a quei ragazzi dalla parvenza oratoriale emozionati di essere a Genova a manifestare forse per la prima volta.

Una certa emozione c’era comunque anche tra noi, non lo nascondo, motivata dal senso di appartenenza, di fratellanza con tutti quelli che erano arrivati lì per manifestare da tutto il mondo, anche noi parte attiva di quella tribù allegra, variopinta e creativa. Quasi un festival, un happening dalle portaerei di cartone che si trasformavano in scuole e ospedali, alle mutande giganti che prendevano in giro i potenti capi di stato e le “esternazioni” del nostro presidente del consiglio che non voleva vederle perché indecorose; a Don Gallo e Franca Rame vestiti da carcerati e altro tanto ancora.

La sensazione è di quelle giuste, si sta bene con la Rete di Lilliput, Mani Tese, le femministe ed i comunisti turchi, gli amici del centro sociale di Novara e con l’amico Stefano Apuzzo “mitico” animalista a sfilare in corteo con noi.

Con il nostro striscione veniamo accolti con sorpresa e simpatia, qualcuno dei bancari presenti in incognito al seguito di altre associazioni ci incoraggia, ci vuole conoscere, parlare, scambiare indirizzi.

Radio Popolare ci intervista, vuole sapere se abbiamo preparato qualche animazione, qui tutti i gruppi di affinità hanno preparato un intervento da fare nel momento collettivo della protesta.

Noi abbiamo solo una canzone ma verrebbe da dire “i no global per questo G8 è da mesi che si stanno preparando ma noi non ne abbiamo avuto il tempo “Num fin a ier uma lavurà!” ma non mi tiro indietro e a voce nuda accenno, con i miei compagni a rispondere in coro rappando a “cappella” il ritornello “Ma per un bambino non c’è sorriso se lavora quindici ore per un pugno di riso…” di “Diritti e Dignità” composta insieme agli altri amici-musicisti dei Cantosociale che avrebbero voluto anche loro essere li con noi a suonarle. 

Superato il mezzodì si va ad attaccare simbolicamente la “zona rossa” di piazza Corvetto, ma dopo poche centinaia di metri si capisce subito che le cose non andranno come previsto, tronconi di un altro corteo, quello dei “creativi” gli artisti i “pink” tedeschi e francesi, si inserisce nel nostro sospinto dalle cariche della polizia che sta andando giù dura contro chi si avvicina alle gabbie delle altre zone.proibite.

Infatti il sit-in previsto per le 14.00 non si può più fare.

Genova diventa improvvisamente una città maledetta, le strade che prima erano mute e deserte si riempiono di gente che da sola o a gruppi scappa mostrando evidenti segni di scontri, sangue, lividi, teste spaccate e magliette strappate.

Giovani dall’aria spaesata e smarrita si sentono traditi dalle forze dell’ordine “ci hanno attaccato senza alcun motivo”.

In piazza Manin sotto una cortina di lacrimogeni terribili, urticanti al peperoncino, impauriti e sanguinanti alcuni ragazzi piangono proprio davanti ai banchetti che erano festanti solo un’ora fa ed ora sono ridotti a macerie, come se fossero passati dei barbari.

Lì intorno in effetti ci sono ragazzi in tuta nera e poliziotti con bandane nere e tute antisommossa che poco o niente si differenziano, sembrano masnadieri pronti a tutto.

Più in là li vedono, i Black, da vicino saccheggiare un supermercato sfondando la vetrata e depredando tutto e poi incendiando con i poliziotti che vedono e nulla fanno stando a debita distanza lasciando che questi si muovano in gruppo come squadracce fasciste.

La manifestazione non ha più ragion d’essere, la città è in guerra, in stato d’assedio.

Elicotteri sorvolano a bassa quota, fumo e ambulanze riempiono l’aria mentre noi disperatamente cerchiamo di uscire dal labirinto di Brignole risalendo e scendendo vie strette, superando trappole e cambiando spesso percorso cercando di stare uniti usando i cellulari come trasmittenti, due di noi davanti in ricognizione e noi dietro a seguire fermati a volte dai cassonetti bruciati che spostiamo dalla strada per far passare le ambulanze.

Riscendendo verso Nervi, dove avevamo il nostro pulmino, ci mescoliamo al corteo della disobbedienza civile, lo percorriamo al contrario cercando una via di fuga, in testa vediamo ancora fumo, sentiamo colpi e lì a poca distanza verrà ucciso Carlo Giuliani.

Nel corteo numerose ed improvvise fughe sospinti dalle azioni violente dei Black Block, il blocco nero in assetto di guerriglia organizzati come una falange militare, un corpo di guastatori che nonostante venissero respinti, rientravano a lanciare sassi e molotov difficile pensarli come anarchici idealisti nella mia idea romantica e originaria del termine. Qui sembravano mandati apposta a distruggere le nostre intenzioni forse utopiche, a farci del male.

Finalmente dopo oltre 3 ore di cammino e di corse, usciamo dall’inferno e approdiamo come viandanti in fuga al primo “porto franco” aperto nella via per Nervi: un circolo Arci affiancato da una sede dell’ANPI.

Ci è apparso subito come un luogo famigliare e di amici, “siamo venuti in pace!” ho detto entrando con le braccia alzate ed in mano un salame e dal bancone del bar la signora mi risponde con una battuta “Ah! Se siete con Bush qui non si serve niente!”

Ci sediamo al tavolo, la gente si avvicina per sapere, “ma voi con chi eravate?” “Da che zona venite?” “Ma in città è così un’inferno?” Come fosse gente di Beirut, Sarajevo, Roma “città aperta”.

Un portuale simpatico, dai lineamenti duri si avvicina per salutarci prima di andare via, ci dice “Domani ci saremo anche noi a darvi una mano nella manifestazione, ci saranno 15.000 camalli incazzati!” “Però cosa vuol dire bruciare le macchine…..uno magari ha fatto delle cambiali per pagarla e quelli lì gliela bruciano, a un lavoratore come noi!”

Rifocillati e rincuorati prendiamo il bus di ritorno per Nervi dove abbiamo la macchina, sono poche fermate, e lì tra le facce dei giovani manifestanti sudati, stanchi e pestati apprendiamo della tragedia.

Quegli occhi sbarrati, il silenzio irreale, in un luogo così affollato, interrotto da brevi bisbigli, quella parola “un morto” sono ancora molto nitidi nella memoria e chissà se sfumeranno col tempo.

La rabbia, la tristezza, i se ed i ma, le nostre risposte su quello che era successo, i confronti con la storia recente e passata si susseguono confusi con le onde radio sulla macchina nel viaggio di ritorno.

La convinzione è che dopo questa giornata nulla sarà più come prima anche per noi.

La sera tardi mi addormento a casa dopo ore e ore passate con l’orecchio alla radio per catturare notizie, voci, impressioni senza riuscire a dire una parola anche con mia figlia e mia moglie.

Chiudo gli occhi sull’ultima immagine in TV di una Genova buia, notturna con il faro dell’elicottero della Polizia a controllare, cercare, spiare, comandare dall’alto.

Uno shock che si trascina per giorni, così come il dolore inguinale crescente, “regalo” di quella maledetta giornata, che sarebbe culminato in settembre con un’intervento chirurgico all’ernia, e soprattutto una pressante quasi terapeutica esigenza di raccontare, discutere, parlare di quello che è successo, di quello che ci poteva succedere, a chi c’era e soprattutto a chi non c’era e che chissà quale idea si sarà fatto dai tambureggianti media, appositamente “mediati”.

Questo è stato il racconto che una settimana dopo i fatti di Genova ho sentito la necessità di scrivere non necessariamente per essere pubblicato, soprattutto per me stesso, quasi un esigenza psicofisica, e oggi a distanza di anni credo sia giusto metterlo insieme a mille altre racconti che da quei giorni si sono susseguite, orali e scritte. Per testimoniare con le proprie esperienze a tutto quello che ci han voluto dire e scrivere di falso, e rispondere a chi diceva e ancora dice “se uno sta a casa queste cose non gli succedono…si sapeva che quelli li sarebbero andati là per fare casino… ti è andata ancora bene!”. Che non si può sempre stare a guardare.

Incontrando poi recentemente il papà e la mamma di Carlo Giuliani il 25 Aprile scorso a Costa Vescovato su una collina prima di un nostro concerto, a parlare di resistenza e di pace ho sentito l’esigenza di recuperare la poesia che avevo scritto in quei giorni e che nelle intenzioni sarebbe dovuta diventare una canzone ma non ho mai trovato la musica giusta per esprimere in pieno la tristezza, il dolore, la rabbia.

Questo l’ho scritto dieci anni fa …e oggi?

A distanza di vent’anni considero quei giorni e quegli anni un’esperienza che ha aperto e al contempo chiuso molte strade, forse un utopia, quel movimento che è stato volutamente e scientificamente stroncato ma… le idee non muoiono mai… e allora a distanza di anni quell’aria l’ho respirata, almeno questa è stata la mia percezione e non solo la mia nelle manifestazioni sul clima pre pandemia e credo potranno riprendere spero con ancora più forza comprendendo altri temi connessi. Forsa giuinott l’idea l’è mai morta!!!

Questa la poesia

20.7.G8

G8 GENOVA

GIOCOSO GIOIOSO VOCIARE

SOLIDALE                        

BANK ETICO AMBIENTALE

MANIN MANITESE PER INCONTRARE

PIAZZE VICOLI A RIEMPIRE

IN RETE SOLARE MANIFESTARE RADIOPOPOLARE

IN CORTEO INGENUI ASTANTI

LILLIPUZIANI SALTELLANTI

MUTANDE A VELEGGIARE SBEFFEGGIARE

SUPPONENTI NARCISI

CINICI DUCI DI BON TON

IMPROVVISAMENTE  IMPROVVIDO

INFIDO CALDO POMERIGGIO SALE

ALTE PESANTI GABBIE IDRANTI

SIRENE URLANTI 

CAMIONETTE ARREMBANTI

IMPERIALI PROTERVI ELICOTTERI OSSERVANTI

E’ STATO DI POLIZIA

FUMO ACRE DI BRUCIATA VIA

IMPEDITE USCITE IN LABIRINTO DI PAURA

CELERE DURA BANDANE SCURE BARBARE INCENDIARIE FIGURE

CONFUSI FREDDI PRESAGI IN ANSIMANTE CORSA

A PRECIPITARE SUL BUS

STRETTI   

BISBIGLI SOSPETTI

SGUARDI DIRETTI

UNA VOCE

LA RADIO

UN MESTO RICORDO

UN MORTO.