Categoria: Manifestazioni

Alla Lega fa più paura il dissenso politico che il Covid-19

Apprendo ora che il sindaco di Voghera invita gli esercenti del centro a chiudere domani pomeriggio i loro esercizi a causa di un presidio statico convocato per protestare contro le sue politiche sociali.

La Lega si è battuta, criminalmente, negli ultimi 18 mesi contro le chiusure delle attività commerciali stabilite dal Governo per difendere la salute dei cittadini (ricordiamo al Sindaco che ci sono stati più di 120.000 morti per Covid), invece ora chiede di chiudere gli esercizi commerciali perché vi è una iniziativa di protesta contro la sua giunta.

Ricordo al sindaco che se c’è qualcuno che crea tensione in città è stato proprio il  suo assessore-sceriffo che và in giro armato a sparare e ad uccidere.

Domani ci sarà una normalissima iniziativa politica pacifica piaccia o non piaccia al sindaco di Voghera.

23/07/2023

Piero Rusconi Rifondazione Comunista  Pavia

Fabrizio Baggi Rifondazione Comunista Lombardia

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Lettera dall’Ufficio del Sindaco di Voghera

La sezione dell’Anpi di Voghera aderisce all’iniziativa prevista per sabato 24 luglio, promossa da “Noi siamo idee” per chiedere giustizia per Youns El Boussetai

Moreschi, proclamato lo sciopero

Il circolo “Hugo Chavez” del Partito della Rifondazione Comunista di Vigevano parteciperà al presidio esprimendo solidarietà alla lotta dei lavoratori e lavoratrici della Moreschi in difesa dei loro diritti contrattuali e del posto di lavoro.

Tratto da l’INFORMATORE VIGEVANESE

https://www.informatorevigevanese.it/economia/2021/07/21/news/moreschi-proclamato-lo-sciopero-549522/

Martedì 27 l’astensione dal lavoro di 8 ore, con presidio davanti alla fabbrica

Bruno Ansani

21 Luglio 2021 – 18:48

di Bruno Ansani

VIGEVANO – Otto ore di sciopero per i lavoratori della Moreschi. L’azione è stata decisa nella mattinata di mercoledì nel corso di un’assemblea dei lavoratori del calzaturificio, ormai in rotta di collisione con le attuali politiche aziendali. L’agitazione è stata fissata per martedì prossimo, 27 luglio. Nella mattinata i lavoratori terranno anche un presidio davanti all’azienda, con la speranza di sensibilizzare la città e le istituzioni sulla situazione della fabbrica.

Di seguito il comunicato stampa diffuso dalle segreterie provinciali di Filctem Cgil Femca Cisl e Uiltec Uil.

In data 21 luglio c.a. si sono riuniti in assemblea indetta dalle O.O.S.S. per fare il punto sulla situazione aziendale, i lavoratori della Moreschi. Le organizzazioni sindacali hanno riferito l’esito dell’ultimo incontro avuto con l’azienda, in occasione della scadenza dell’utilizzo della cassa covid-19, contestualmente al ripristino dei contratti di solidarietà a decorrere dal 28 giugno.In prima battuta l’azienda aveva avanzato la richiesta di abolire l’accordo sottoscritto riguardante i contratti di solidarietà, perché ritenuto troppo oneroso per l’azienda, inoltre non ci sarebbe stato lavoro per tutti, in quanto l’accordo sottoscritto prevede una riduzione di orario medio del 22%. Il sindacato ha espresso la propria contrarietà ad abolire l’accordo, ma si è reso disponibile ad aumentare la riduzione di orario fino ad arrivare al 50%. L’azienda non ha ritenuto sufficiente la proposta e ha comunicato ai lavoratori la ripresa dell’attività, ma non per tutti, infatti per chi non ha avuto la possibilità di rientrare, sono stati collocati in ferie, questo, per solo tre giorni, dal 28 al 30 giugno. In occasione della proroga della cassa covid-19 per ulteriori 17 settimane a decorrere dal primo luglio, l’azienda, senza nessuna comunicazione ai lavoratori e alle O.O.S.S. ha rimesso tutti in cassa integrazione.

Sempre nel medesimo incontro, sono state richieste informazioni sulle prospettive, ma ancora senza risposte: il fatturato del primo semestre, volutamente non è stato comunicato, a nostro avviso peggio del semestre dell’anno precedente;

nuovi ordinativi quasi inesistenti;

l’accordo con le banche ancora non c’è; i debiti nei confronti dei fornitori restano se non aumentati;

ora si aggiungono gli ex dipendenti che devono ancora percepire il TFR;

mancata rotazione fra i dipendenti facendo ricadere il disagio economico sempre sugli stessi;

vengono trattenute e non versate le quote e il TFR al fondo previdenziale (pare che su sollecitazioni sia stato pagato il primo trimestre);

la lavorazione per conto terzi, tanto decantata, anzi ritenuto strategico per lo sviluppo dell’azienda, c’è stato solo un timido segnale con Chanel, ma abbiamo appreso la notizia, che pochi giorni fa, Chanel ha portato via tutto e quindi, sfumata anche l’unica e ultima commessa di lavorazione per conto terzi;

piano industriale, siamo ancora in attesa;

abbiamo richiesto l’organigramma aziendale e non ci è stato consegnato;

inoltre, la chiusura per ferie collettive, pare che vengano retribuite con la cassa covid-19 e non come prevede la norma con la retribuzione normale (i lavoratori hanno diritto almeno a due settimane di ferie ovviamente retribuite);

i rapporti in azienda sono ulteriormente peggiorati, continuano a perseguire da parte di chi sostiene di rappresentare l’azienda, atteggiamenti intimidatori, ricattatori e offensivi, arrivando a calpestare la dignità di chi lavora;

Investimenti promessi neanche l’ombra, e tanto altro ancora.

Tanto da far ritenere ai lavoratori tutto quanto inaccettabile e insopportabile, per queste ragioni a distanza di un anno (27 luglio 2020 primo sciopero con presidio rientrato dopo tre giorni a fronte di promesse fatte dagli attuali gestori), proclamano per martedì 27 luglio, 8 ore di sciopero con presidio davanti ai cancelli di entrata.

Invitiamo l’opinione pubblica a sostenere le ragioni dei lavoratori, invitiamo il sindaco, e le istituzioni a recarsi davanti ai cancelli per ascoltare la voce dei lavoratori.


Le segreterie Provinciali FILCTEM-CGIL FEMCA-CISL UILTEC-UIL

20/7/2001 G8 GENOVA

Racconto dei fatti accaduti in quel terribile 20 Luglio 2001 a Genova scritto pochi giorni dopo da Piero Carcano e successivamente ripreso come una ossessione mai rimossa nel tempo

Sulla decisione di andare a Genova a manifestare non ho mai avuto il minimo dubbio o alcuna esitazione.

Appena si è saputa la notizia che il vertice delle 8 cosiddette “grandi nazioni” si sarebbe tenuto a pochi passi da casa, l’unica incognita poteva essere “come?, con chi? Sotto quale bandiera? Gruppi antiglobal locali? associazioni culturali a cui appartengo? gruppi politici a cui per affinità più che per tessera sento di appartenere?”

Le motivazioni erano infatti tutte molto forti a cominciare dal perché queste poche persone si arrogano il diritto di poter decidere della vita delle popolazioni del mondo?

Perché riunirsi in pompa magna per decidere, bontà loro, di dare qualche briciola a chi hanno tolto 100, 1000 volte tanto e molto, molto di più?

Perché questi, e con loro, sopra di loro, poche multinazionali possono comandare, modificare, usare l’ambiente a loro vantaggio esclusivamente economico, inquinando e affamando intere popolazioni già povere?

E’ per riconfermare a tutto il mondo che i padroni sono loro che si tengono questi incontri, ed è quindi doveroso opporsi sostenendo le ragioni di un mondo più giusto: dall’azzeramento del debito di questi paesi alla ricerca di un’economia più equa nei suoi meccanismi all’investimento in attività umanitarie come il diritto alla salute, i prestiti a sostegno di uno sviluppo compatibile socialmente ed ecologicamente.

Infine ma non per ultimo è giusto cercare di arginare la deriva dei diritti del mondo del lavoro, accentuata dalle politiche della globalizzazione che consentono un uso dei lavoratori come merce. Sfruttamenti, licenziamenti, lavoro precario e flessibile, da poter usare nei tempi, nei modi e nei luoghi a piacimento dell’azienda.

Proprio su questi problemi e perché no anche per trovare nel mio lavoro di bancario un disperato senso etico, mi è sembrato fosse giusto, doveroso schierarsi.

Forse perché ritengo sia più importante manifestare un pensiero in controtendenza partendo proprio dall’altra parte, da quel mondo del capitale, del denaro, del potere che è costituito dalle Banche.

Per questi motivi la bandiera sotto cui stare non poteva che essere quindi quella del sindacato, il FALCRI sindacato autonomo dei lavoratori del credito, l’unico del settore ad aver realizzato (grazie a noi) qui a Milano un anno prima un convegno sulla globalizzazione.

Orgogliosamente lo riterrei uno dei momenti sindacali più attivi, nuovi e propositivi per una categoria spesso chiusa in problemi corporativi.

Lì parlando di poveri, ma anche di ambiente, di diritti negati ai bambini, di libertà e salute aprivamo porte lasciate chiuse. Quello è stato una specie di Social Forum e quindi Genova 2001 non poteva che essere l’ideale continuazione dopo essere stati anche al Social Forum di Firenze dove incontrare Noam Chomski, Vandana Shiva è stato come essere essere protagonisti di idee, di cambiamenti per un Altro Mondo Possibile.

Non solo un sindacato quindi, ma un’anomalia fatta di compagni, gli amici di sempre, non solo di lavoro anzi direi soprattutto di “movimento”.

Con loro non si è mai fermi, che si tratti di discutere un contratto nazionale o di controllare l’igiene e la sicurezza sul posto di lavoro, o che si organizzi una mostra di libri, una manifestazione sull’handicap o un concerto delle “mondariso”.

Su cosa avremmo trovato a Genova nessuno di noi poteva saperlo. Dovevamo esserci e basta! E per fortuna che come noi c’erano centinaia di associazioni, migliaia di persone di diversa estrazione e colore.

Bene abbiamo fatto a scegliere Piazza Manin come punto di ritrovo, il 20 luglio in quella che era stata battezzata “La giornata delle piazze tematiche e della disobbedienza civile”. Proprio lì infatti sarebbero confluite le diverse anime, soprattutto le più pacifiche di quel minestrone dai mille sapori che è la rete di Lilliput, lì riuniti con banchetti, palloncini e striscioni in un clima di festa.

Certo sarebbe stato bello partecipare ai convegni, ai dibattiti dei giorni precedenti, al Genova Social Forum e dialogare con i filosofi, gli scienziati ed i santoni no global, ma soprattutto cantare, suonare e ballare nel coloratissimo corteo dei migranti del giorno prima, ma gli impegni di lavoro e soprattutto  di famiglia non  ci permettevano un  periodo lungo  di assenza  .

Si è deciso così per il venerdì 20 e tutto era cominciato bene, fin dal mattino sul bus che da Nervi ci portava a Genova con i ragazzini gioiosi di Pinerolo arrivati come in gita con magliette gialle originali con scritte no global d’obbligo. Anche noi non eravamo da meno con la nostra maglietta autoprodotta (solo un po’ troppo aderente visto il fisico non più da ventenne) disegnata da Alberto che mostrava una G ricurva seduta a vomitare su un “cesso” a forma di 8 e una scritta “Fuck the Niù Ekkonomy” ispirata dall’ultimo libro di Stefano Benni, che lasciava pochi dubbi sul nostro pensiero.

No, non ci sentivamo vecchi vicino a quei ragazzi dalla parvenza oratoriale emozionati di essere a Genova a manifestare forse per la prima volta.

Una certa emozione c’era comunque anche tra noi, non lo nascondo, motivata dal senso di appartenenza, di fratellanza con tutti quelli che erano arrivati lì per manifestare da tutto il mondo, anche noi parte attiva di quella tribù allegra, variopinta e creativa. Quasi un festival, un happening dalle portaerei di cartone che si trasformavano in scuole e ospedali, alle mutande giganti che prendevano in giro i potenti capi di stato e le “esternazioni” del nostro presidente del consiglio che non voleva vederle perché indecorose; a Don Gallo e Franca Rame vestiti da carcerati e altro tanto ancora.

La sensazione è di quelle giuste, si sta bene con la Rete di Lilliput, Mani Tese, le femministe ed i comunisti turchi, gli amici del centro sociale di Novara e con l’amico Stefano Apuzzo “mitico” animalista a sfilare in corteo con noi.

Con il nostro striscione veniamo accolti con sorpresa e simpatia, qualcuno dei bancari presenti in incognito al seguito di altre associazioni ci incoraggia, ci vuole conoscere, parlare, scambiare indirizzi.

Radio Popolare ci intervista, vuole sapere se abbiamo preparato qualche animazione, qui tutti i gruppi di affinità hanno preparato un intervento da fare nel momento collettivo della protesta.

Noi abbiamo solo una canzone ma verrebbe da dire “i no global per questo G8 è da mesi che si stanno preparando ma noi non ne abbiamo avuto il tempo “Num fin a ier uma lavurà!” ma non mi tiro indietro e a voce nuda accenno, con i miei compagni a rispondere in coro rappando a “cappella” il ritornello “Ma per un bambino non c’è sorriso se lavora quindici ore per un pugno di riso…” di “Diritti e Dignità” composta insieme agli altri amici-musicisti dei Cantosociale che avrebbero voluto anche loro essere li con noi a suonarle. 

Superato il mezzodì si va ad attaccare simbolicamente la “zona rossa” di piazza Corvetto, ma dopo poche centinaia di metri si capisce subito che le cose non andranno come previsto, tronconi di un altro corteo, quello dei “creativi” gli artisti i “pink” tedeschi e francesi, si inserisce nel nostro sospinto dalle cariche della polizia che sta andando giù dura contro chi si avvicina alle gabbie delle altre zone.proibite.

Infatti il sit-in previsto per le 14.00 non si può più fare.

Genova diventa improvvisamente una città maledetta, le strade che prima erano mute e deserte si riempiono di gente che da sola o a gruppi scappa mostrando evidenti segni di scontri, sangue, lividi, teste spaccate e magliette strappate.

Giovani dall’aria spaesata e smarrita si sentono traditi dalle forze dell’ordine “ci hanno attaccato senza alcun motivo”.

In piazza Manin sotto una cortina di lacrimogeni terribili, urticanti al peperoncino, impauriti e sanguinanti alcuni ragazzi piangono proprio davanti ai banchetti che erano festanti solo un’ora fa ed ora sono ridotti a macerie, come se fossero passati dei barbari.

Lì intorno in effetti ci sono ragazzi in tuta nera e poliziotti con bandane nere e tute antisommossa che poco o niente si differenziano, sembrano masnadieri pronti a tutto.

Più in là li vedono, i Black, da vicino saccheggiare un supermercato sfondando la vetrata e depredando tutto e poi incendiando con i poliziotti che vedono e nulla fanno stando a debita distanza lasciando che questi si muovano in gruppo come squadracce fasciste.

La manifestazione non ha più ragion d’essere, la città è in guerra, in stato d’assedio.

Elicotteri sorvolano a bassa quota, fumo e ambulanze riempiono l’aria mentre noi disperatamente cerchiamo di uscire dal labirinto di Brignole risalendo e scendendo vie strette, superando trappole e cambiando spesso percorso cercando di stare uniti usando i cellulari come trasmittenti, due di noi davanti in ricognizione e noi dietro a seguire fermati a volte dai cassonetti bruciati che spostiamo dalla strada per far passare le ambulanze.

Riscendendo verso Nervi, dove avevamo il nostro pulmino, ci mescoliamo al corteo della disobbedienza civile, lo percorriamo al contrario cercando una via di fuga, in testa vediamo ancora fumo, sentiamo colpi e lì a poca distanza verrà ucciso Carlo Giuliani.

Nel corteo numerose ed improvvise fughe sospinti dalle azioni violente dei Black Block, il blocco nero in assetto di guerriglia organizzati come una falange militare, un corpo di guastatori che nonostante venissero respinti, rientravano a lanciare sassi e molotov difficile pensarli come anarchici idealisti nella mia idea romantica e originaria del termine. Qui sembravano mandati apposta a distruggere le nostre intenzioni forse utopiche, a farci del male.

Finalmente dopo oltre 3 ore di cammino e di corse, usciamo dall’inferno e approdiamo come viandanti in fuga al primo “porto franco” aperto nella via per Nervi: un circolo Arci affiancato da una sede dell’ANPI.

Ci è apparso subito come un luogo famigliare e di amici, “siamo venuti in pace!” ho detto entrando con le braccia alzate ed in mano un salame e dal bancone del bar la signora mi risponde con una battuta “Ah! Se siete con Bush qui non si serve niente!”

Ci sediamo al tavolo, la gente si avvicina per sapere, “ma voi con chi eravate?” “Da che zona venite?” “Ma in città è così un’inferno?” Come fosse gente di Beirut, Sarajevo, Roma “città aperta”.

Un portuale simpatico, dai lineamenti duri si avvicina per salutarci prima di andare via, ci dice “Domani ci saremo anche noi a darvi una mano nella manifestazione, ci saranno 15.000 camalli incazzati!” “Però cosa vuol dire bruciare le macchine…..uno magari ha fatto delle cambiali per pagarla e quelli lì gliela bruciano, a un lavoratore come noi!”

Rifocillati e rincuorati prendiamo il bus di ritorno per Nervi dove abbiamo la macchina, sono poche fermate, e lì tra le facce dei giovani manifestanti sudati, stanchi e pestati apprendiamo della tragedia.

Quegli occhi sbarrati, il silenzio irreale, in un luogo così affollato, interrotto da brevi bisbigli, quella parola “un morto” sono ancora molto nitidi nella memoria e chissà se sfumeranno col tempo.

La rabbia, la tristezza, i se ed i ma, le nostre risposte su quello che era successo, i confronti con la storia recente e passata si susseguono confusi con le onde radio sulla macchina nel viaggio di ritorno.

La convinzione è che dopo questa giornata nulla sarà più come prima anche per noi.

La sera tardi mi addormento a casa dopo ore e ore passate con l’orecchio alla radio per catturare notizie, voci, impressioni senza riuscire a dire una parola anche con mia figlia e mia moglie.

Chiudo gli occhi sull’ultima immagine in TV di una Genova buia, notturna con il faro dell’elicottero della Polizia a controllare, cercare, spiare, comandare dall’alto.

Uno shock che si trascina per giorni, così come il dolore inguinale crescente, “regalo” di quella maledetta giornata, che sarebbe culminato in settembre con un’intervento chirurgico all’ernia, e soprattutto una pressante quasi terapeutica esigenza di raccontare, discutere, parlare di quello che è successo, di quello che ci poteva succedere, a chi c’era e soprattutto a chi non c’era e che chissà quale idea si sarà fatto dai tambureggianti media, appositamente “mediati”.

Questo è stato il racconto che una settimana dopo i fatti di Genova ho sentito la necessità di scrivere non necessariamente per essere pubblicato, soprattutto per me stesso, quasi un esigenza psicofisica, e oggi a distanza di anni credo sia giusto metterlo insieme a mille altre racconti che da quei giorni si sono susseguite, orali e scritte. Per testimoniare con le proprie esperienze a tutto quello che ci han voluto dire e scrivere di falso, e rispondere a chi diceva e ancora dice “se uno sta a casa queste cose non gli succedono…si sapeva che quelli li sarebbero andati là per fare casino… ti è andata ancora bene!”. Che non si può sempre stare a guardare.

Incontrando poi recentemente il papà e la mamma di Carlo Giuliani il 25 Aprile scorso a Costa Vescovato su una collina prima di un nostro concerto, a parlare di resistenza e di pace ho sentito l’esigenza di recuperare la poesia che avevo scritto in quei giorni e che nelle intenzioni sarebbe dovuta diventare una canzone ma non ho mai trovato la musica giusta per esprimere in pieno la tristezza, il dolore, la rabbia.

Questo l’ho scritto dieci anni fa …e oggi?

A distanza di vent’anni considero quei giorni e quegli anni un’esperienza che ha aperto e al contempo chiuso molte strade, forse un utopia, quel movimento che è stato volutamente e scientificamente stroncato ma… le idee non muoiono mai… e allora a distanza di anni quell’aria l’ho respirata, almeno questa è stata la mia percezione e non solo la mia nelle manifestazioni sul clima pre pandemia e credo potranno riprendere spero con ancora più forza comprendendo altri temi connessi. Forsa giuinott l’idea l’è mai morta!!!

Questa la poesia

20.7.G8

G8 GENOVA

GIOCOSO GIOIOSO VOCIARE

SOLIDALE                        

BANK ETICO AMBIENTALE

MANIN MANITESE PER INCONTRARE

PIAZZE VICOLI A RIEMPIRE

IN RETE SOLARE MANIFESTARE RADIOPOPOLARE

IN CORTEO INGENUI ASTANTI

LILLIPUZIANI SALTELLANTI

MUTANDE A VELEGGIARE SBEFFEGGIARE

SUPPONENTI NARCISI

CINICI DUCI DI BON TON

IMPROVVISAMENTE  IMPROVVIDO

INFIDO CALDO POMERIGGIO SALE

ALTE PESANTI GABBIE IDRANTI

SIRENE URLANTI 

CAMIONETTE ARREMBANTI

IMPERIALI PROTERVI ELICOTTERI OSSERVANTI

E’ STATO DI POLIZIA

FUMO ACRE DI BRUCIATA VIA

IMPEDITE USCITE IN LABIRINTO DI PAURA

CELERE DURA BANDANE SCURE BARBARE INCENDIARIE FIGURE

CONFUSI FREDDI PRESAGI IN ANSIMANTE CORSA

A PRECIPITARE SUL BUS

STRETTI   

BISBIGLI SOSPETTI

SGUARDI DIRETTI

UNA VOCE

LA RADIO

UN MESTO RICORDO

UN MORTO.

Sciopero spontaneo al calzaturificio Moreschi

L’agitazione nel pomeriggio di mercoledì: parlano le lavoratrici

Tratto da: L’Informatore Vigevanese

https://www.informatorevigevanese.it/video/2021/07/14/video/sciopero-spontaneo-al-calzaturificio-moreschi-549479/

14 Luglio 2021 – 23:06

di Bruno Ansani

VIGEVANO – Mercoledì pomeriggio le lavoratrici del reparto orlatura del calzaturificio Moreschi si sono astenute dal lavoro, con una decisione improvvisa e spontanea, indirizzata contro i metodi e le politiche aziendali della proprietà targata Scalfi.

NEL VIDEO: una rappresentante delle orlatrici spiega le ragioni della protesta

Il movimento altermondialista e le vicende di Genova G8. Le necessarie riflessioni a venti anni dagli eventi

Testo a cura di Giorgio Riolo

I.
Scrivevo nel precedente articolo, dedicato ai vent’anni del Forum Sociale Mondiale e
del movimento altermondialista, che si possono avere due modalità. Una è la
semplice rievocazione. Molto importante comunque, poiché la memoria storica è
sempre minacciata nella frenesia neoliberista e postmoderna del tempo brevissimo
del presente e del dileguare di ogni esperienza nell’effimero e nel frammento, negante ogni possibile sedimentazione, antropologica, culturale e politica. A favore
nondimeno di un’altra sedimentazione. Consumistica, improntata alla forma-merce,
al dato, alla superficie, al non porsi domande di senso e di carattere generale del
proprio vivere, della propria condizione, dei propri veri, profondi desideri di una vita
migliore.

L’altra modalità è invece quello di cogliere l’occasione per riflettere e per ponderare
alla luce dei due decenni trascorsi. Per cercare di trarre le lezioni e per proiettare
nell’oggi e nel futuro ciò che necessariamente impariamo nel cammino. Per
progettare, per costruire alternative, per costruire società, comunità, istituzioni e
assetti nazionali e internazionali alternativi al corso dominante.

E per decidere la propria agenda in questo cammino, in questo processo che
necessariamente abbisogna il tempo lungo, tipico delle costruzioni storiche non
effimere, non evanescenti. Nel nostro caso, per non cadere nella strategia dei
dominanti, i quali con la feroce repressione, come avvenuto nei giorni di luglio 2001
a Genova, miravano e mirano a bloccare il processo e a cacciare indietro, a porre
necessariamente i movimenti e le persone nella difensiva. Tragica difensiva,
beninteso. Il modo migliore per i dominanti nel porre all’ordine del giorno la “loro”
agenda. Così come è la loro agenda un vertice qualsiasi, come era allora il G8.

II.
Che cosa avvenne e soprattutto perché la straordinaria esperienza del G8 di Genova.
La chiamata, il proposito di andare a Genova per contestare il vertice dei potenti, non
fu casuale. Fu un passaggio nel processo del risveglio dei tanti soggetti che
chiamammo a suo tempo movimenti antisistemici, novecenteschi e non (il
movimento operaio, socialista e comunista rimonta almeno al secolo XIX). Negli
anni Novanta a misura della sfida totalizzante del capitalismo nell’era del
neoliberismo e della cosiddetta “globalizzazione”, soggetti e correnti del movimento
del lavoro, operaio e contadino, di pezzi del movimento sindacale, del movimento ambientalista, del movimento pacifista, del movimento femminista, del movimento
dei popoli indigeni, del movimento dei diritti civili, del movimento del solidarismo,
cattolico, protestante e laico ecc. cominciarono a dialogare, a porsi in una relazione
efficace, se non di collaborazione. Tutto ciò sfocerà nella protesta al vertice del Wto a
Seattle di fine 1999 e poi nella costruzione delle alternative al sistema con il Forum
Sociale Mondiale, a cominciare dal Fsm di Porto Alegre di gennaio 2001.

Genova non avrebbe avuta quella straordinaria mobilitazione e quella straordinaria
partecipazione di movimenti, associazioni, partiti, semplici persone e famiglie, dai
gruppi di religiosi e di religiose ai gruppi radicalizzati dei centri sociali, se prima non
si fosse svolto il Fsm di Porto Alegre. Sulla spinta di quel straordinario,
impressionante evento, nei mesi dal gennaio 2001 fino al luglio 2001, si tennero
numerose assemblee di analisi del Fsm, da una parte, e di preparazione quindi a
Genova G8, dall’altra. Assemblee partecipate, di grande dibattito, non celebrative e di
contenuti notevoli.

Senonché a tante assemblee vi partecipavano anche alcuni funzionari della Digos. A
uno di loro che si fermò a parlarmi, dopo una di queste assemblee, chiesi perché si
voleva “appiattire” una mobilitazione di popolo pacifica e così profonda di contenuti,
riconosciuti come notevoli questi contenuti dal funzionario stesso, e farne solo una
“questione di ordine pubblico”. “Ordini dall’alto, per evitare disordini”. Fu la
risposta.

Poi capimmo molto bene cosa ciò significava.

Il Genoa Social Forum e i vari organismi che si mobilitarono per l’evento
organizzarono conferenze e dibattiti sui contenuti prima delle giornate fatidiche dal
19 al 22 luglio. Poi tutto precipitato nello stato d’eccezione che si creò volutamente.
Con l’azione repressiva dei cortei di inaudita violenza a opera dei vari apparati
repressivi dello Stato. Con la modalità tipica in quella occasione. L’uso strumentale
delle esibizioni dei cosiddetti Black Bloc, e anche di gruppi mai visti nelle
mobilitazioni, inspiegabilmente non intercettati nei giorni precedenti dalla stretta
sorveglianza nell’arrivo a Genova. Queste attività di detti soggetti in prossimità o
entro i cortei, come giustificazione per attacchi e violenze efferate compiuti contro
gente inerme, compresi anziani e donne di evidente ispirazione pacifista.
Nella mente della catena di comando, dal livello politico italiano (Fini presente in una
caserma a Genova) al livello dei singoli comandi delle forze repressive, l’occasione
per dare una lezione definitiva a un movimento, a ragione ritenuto pericoloso per il
sistema. Pericoloso perché forte di ragioni storiche, di idee, di cultura, di etica, di
partecipazione, di passioni durevoli e non effimere.

Il culmine di questa esibizione della faccia feroce ed eversiva dello Stato furono i
criminali pestaggi nella caserma di Bolzaneto e nella macelleria messicana operata
alla scuola Diaz. Con l’uccisione di Carlo Giuliani in piazza Alimonda come tragico
suggello. Suggello di questo incredibile, quasi surreale, anche agli occhi di incalliti
oppositori al sistema come eravamo molti di noi partecipanti, forgiati dalla militanza
dal ‘68 e anni Settanta in avanti.

III.
Il problema per i dominanti mondiali, a mo’ di mandanti, nei loro incontri di G8, e
per i loro esecutori nelle strade di Genova è stato che quell’evento alla fine è risultato
uno degli eventi più fotografati, più filmati, più testimoniati da migliaia di giornalisti
e di attivisti della comunicazione, della storia. Migliaia di foto, di video, di
registrazioni, di cronache e di articoli di giornalisti onesti e non asserviti.
Vero problema e saltati tutti i tentativi di creare false prove, false testimonianze ecc.
per giustificare i comportamenti e per scagionare esponenti delle forze dell’ordine
palesemente colti in flagranza di reato.

La verità giornalistica e storica e la verità giudiziaria, grazie anche al lavoro di
squadre di avvocati e di esperti di vari campi, vicini al movimento altermondialista, e
grazie a esponenti della magistratura, obbedienti alla legge e alla Costituzione e non
al potere, alla fine sono state sanzionate, sancite.

Fermo restando che molti capi e funzionari di detti apparati, giudicati colpevoli nelle
varie sentenze di vario grado, la “eterna continuità dello Stato”, ma anche “l’eterno
fascismo italiano”, l’eterna impunibilità di dirigenti del molto avariato Stato italiano,
di cui dirò dopo, addirittura sono stati promossi e hanno continuato il normale, tipico
cursus honorum della vera casta di intoccabili.

IV.
Genova G8 costituì un vero e proprio shock. Nelle manifestazioni, nelle attività di
movimento, successive a luglio 2001, nei gruppi tematici di lavoro e di studio ecc. si
ritrovarono, e ritrovammo, molti attivisti e militanti, molte semplici persone, che non
vedevamo da molto tempo. I tanti e tante delusi dalle dinamiche autoreferenziali e
settarie anche dei vari pezzi della sinistra, storica e nuova, i quali non conducevano
più alcuna militanza o attività pur rimanendo con testa e cuore a sinistra, nel
solidarismo, nei valori di riferimento della loro fase precedente. Un rinnovato
protagonismo si palesò. Una febbrile attività fu lo scenario.

Poi, come è avvenuto nella storia dei Forum Sociali Mondiali e nel movimento
altermondialista, un lento venir meno di questa passione e di questo fervore, di questo
protagonismo e di questo attivismo.

V.
Alcune considerazioni finali.

La ragione (cultura, idee, studi ecc.) e la passione (scelta etica, qualità morali,
volontarismo, attivismo ecc.) sono necessarie, ma non sufficienti. Per dare continuità
a questa grande cosa che pensammo, vale a dire “un altro mondo è possibile”,
occorreva e occorre sempre “forza” e “organizzazione”.

Nozioni completamente diverse dalla forza e dall’organizzazione dei dominanti, da chi esercita e vive di potere. Nozioni aliene dalla gerarchia e dalla burocrazia di organismi abituati a
operare con gerarchia e burocrazia.

Un lavoro paziente di lunga durata per tenere assieme culture, sensibilità, matrici
culturali, di diversa ispirazione e di diversa indole, ma tutte miranti a dare un volto
umano a questo mondo e a questo pianeta, ormai in pericolo nella sua stessa
costituzione di civiltà, a causa delle enormi, incredibili diseguaglianze, e nella sua
stessa costituzione materiale.

È possibile riprendere il cammino interrotto dei Fsm e del movimento
altermondialista. E quindi delle passioni e delle ragioni di Genova G8. Indicavo
alcuni passaggi nel precedente articolo dedicato ai venti anni del Fsm.

Infine, senza riforma dello Stato italiano, senza riforma degli apparati dello Stato,
senza riforma della Pubblica Amministrazione ecc., senza la ferrea selezione
costituzionale e culturale dei dirigenti, ricadiamo nella condizione dell’eccezione e
nell’anomalia italiane. Non solo Genova, non solo Santa Maria Capua Vetere, non
solo Stefano Cucchi, non solo caserma dei carabinieri di Piacenza ecc., ma ogni
episodio eversivo, di quelli noti e di quelli ignoti, per i quali non abbiamo filmati,
testimonianze ecc. perché semplicemente occultati, nel passato, nel presente e nel
futuro, perché quello di cui discutiamo è solo la punta dell’iceberg. Chissà quale
montagna di altri episodi simili.

Dicevo “cultura” e “Costituzione”. Ma anche il livello antropologico di chi
semplicemente porta la divisa, si sente sotto la copertura e la protezione e l’omertà
anche di essere rappresentante dello Stato, della Pubblica Amministrazione. Un
tempo dicevamo “Forti con i deboli e deboli con i forti”. Le frustrazioni di persone
non formate, non educate e che pertanto considerano sudditi i cittadini e le cittadine.
Così come d’altra parte inculcano loro il livello politico e il livello dirigenziale di
detti apparati. Così è. E a farne le spese soprattutto i più deboli, i migranti, gli
stranieri, i “senza documenti”. Attendiamo di sapere, per esempio, che ne è del
detenuto algerino di cui testimonia uno dei reclusi bastonati nel carcere in questione.

Concludo.

Dicevamo “l’eterno fascismo italiano”, “il sovversivismo delle classi dominanti”, lo
“spagnolismo” tipico italiano. Privilegi, status, potere “con qualunque mezzo
possibile”. Todo modo, evocato da Leonardo Sciascia, e “Io so, ma non ho le prove”
negli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini.

«Un altro mondo è sempre più necessario»

A vent’anni dal G8 di Genova la testimonianza di chi c’era: le proteste e quelle giornate segnate dal sangue

di Roberto Guarchi *
Pubblicato sull’Informatore Vigevanese di giovedì 15 luglio 2021

Venti anni fa sono stato a Genova, insieme alla moltitudine arrivata in terra ligure nel luglio del 2001 per contrastare il vertice dei “G8”.
Il clima che si respirava in quei giorni era tremendo: i giornali nazionali ed internazionali più diffusi arrivarono a scrivere che i cosiddetti “no-global” avrebbero colpito le forze dell’ordine con sacche di sangue infettato dall’Aids!
Noi qui a Vigevano ci eravamo preparati: con i disobbedienti avevamo studiato e sperimentato le azioni di difesa, avevamo esposto sulla torre del Bramante un gigantesco striscione con la scritta “No G8”, da mesi cercavamo di richiamare l’attenzione della città con iniziative d’informazione e di protesta. Molto prima del vertice genovese si era costituito il “Coordinamento vigevanese e lomellino No G8”, composto soprattutto da ragazze e ragazzi che si volevano impegnare contro le politiche neoliberiste e chiedevano la nascita di un nuovo modello di sviluppo sociale ed ambientale. Insieme a loro, tanti militanti di Rifondazione Comunista e della sinistra radicale vigevanese.
Ricordo bene una telefonata che ricevetti quel maledetto venerdì 20 luglio: «Roberto, è morto un ragazzo a Genova. Non andare!». E ricordo come se fosse ieri la mia risposta: «Anche per quanto è accaduto bisogna andare. Ed essere in tantissimi».
Eppure, arrivati a Genova, il giorno dopo l’assassinio di Carlo Giuliani, per l’imponente manifestazione che doveva attraversare la città, abbiamo capito subito che un giovane morto ammazzato non sarebbe bastato ai “potenti” della terra, che volevano e cercavano anche il sangue della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. Lo volevano il governo italiano, molti governi mondiali e le multinazionali. Ognuno per i propri interessi. Ognuno mettendo in campo gli strumenti che avevano tra le mani: gran parte dell’informazione, le armi della repressione e della violenza, l’inganno e la vigliaccheria.
I potenti temevano il movimento che voleva “un altro mondo possibile” e sono stati determinati nel cercare di schiacciarlo. In parte sono anche riusciti a soffocarlo, qui in Italia.
Ricordo le cariche delle cosiddette “forze dell’ordine” in quel sabato 21 luglio, che spezzarono in due il corteo internazionale che sfilava pacificamente sul lungomare di Genova. Ricordo i lacrimogeni che ci facevano piangere e la preoccupazione di non perdere di vista qualcuno di coloro che da Vigevano erano partiti in pullman per la città ligure.
Sono passati venti anni dai giorni del G8 di Genova e da quella che Amnesty International allora definì “la più grande violazione dei diritti umani in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale”. Ancora oggi non c’è chiarezza su motivi e mandanti di quei fatti, né è stata ottenuta giustizia piena e verità per le vittime.
Il grande movimento popolare altermondialista che con i “devastatori prezzolati” di allora non aveva nulla a che fare e che venne represso nel sangue nelle strade di Genova, alla Diaz, a Bolzaneto, ha resistito, si è rialzato e ha saputo scrivere pagine importanti della storia sociale del nostro Paese, come quella del Forum Sociale Europeo di Firenze, e la più grande manifestazione del mondo contro la guerra all’Iraq del 2003. In questi venti anni ha dato vita a innumerevoli campagne, vertenze, pratiche e proposte di alternativa.

Quel movimento denunciava l’insostenibilità della globalizzazione neoliberista e i suoi pesantissimi impatti sociali, economici e ambientali. Anno dopo anno, crisi sempre più gravi hanno dimostrato le sue ragioni, fino alla pandemia da Covid che ha messo in luce tutti i limiti e i pericoli del sistema: un virus ha messo a nudo la profondità del disastro climatico, sociale, umano, di genere, ambientale, pandemico, sanitario. Le conseguenze della sottovalutazione, da parte del sistema politico, delle proposte e dei contenuti di quel movimento, sono evidenti e drammatiche.
Ed io non dimentico mai che il movimento contro il neoliberismo ed anticapitalista ha continuato e continua ancora oggi il suo cammino. In Perù, in India, in Kurdistan, in Palestina, in Africa, sulle montagne del Chiapas, tra gli sfruttati dell’Europa e di ogni parte del mondo.
Se appena guardiamo fuori dal nostro immiserito “orticello” italiano, se appena guardiamo oltre i confini sempre più “blindati” della razzista Europa… Ecco, possiamo scoprire che dalla Genova del 2001 ad oggi rimane vivo quello che non è soltanto uno slogan: “un altro mondo è sempre più necessario”.

* del Circolo di Vigevano del Partito della Rifondazione Comunista

Il 1° maggio in Coope. Il concertone sarà ancora in streaming

Tratto da: L’INFORMATORE del 01/04/2021

Ancora una volta il “concertone” sarà online. Quello alla Cooperativa Portalupi era un “Primo maggio in piccolo”: non aveva l’ambizione di paragonarsi a quello di Roma in piazza San Giovanni, ma comunque era in grado di ospitare ogni 12 mesi un parterre di tutto rispetto di musicisti locali e non.

Il palco in Coope era rovente, l’atmosfera tirava tardi tra birra, rock, luci e sudore dei fans.

Da più di un anno tutto questo è pura utopia. come nel 2020 arriverà lo streaming.

Una carrellata di filmati che accompagnerà gli spettatori per tutta la giornata sulla pagina di Facebook della Portalupi.

Il fatto che il 1° maggio sia un sabato, quindi (per molti) un giorno di riposo, non potrà che implementare le visualizzazioni.

Alcune differenze: oltre ai video musicali dei vari artisti, ci sarà anche uno streaming in diretta live per presentare l’intera giornata.

Una formula più professionale. Verranno previlegiate le band con una storia, e brani inediti.

Le cover e tutti i contributi amatoriali saranno proposti sulla pagina Facebook nei giorni successivi.

“Il nostro super palco virtuale – spiega Leo Gloriati, uno dei fari della Cooperativa, è già in allestimento.

Le adesioni sono in corso: manca un mese, ma i tempi organizzativi sono lunghi.

I musicisti che vogliono partecipare dovranno inviare il loro filmato. Francamente, nonostante la disgrazia del Covid che ci impone di rimanere chiusi, siamo ottimisti per l’evento.

Dodici mesi fa era stato organizzato tutto in fretta e furia, eppure avevano aderito in tantissimi.

Con questo preavviso, non potranno che essere di più”.

E già lo scorso anno il Primo Maggio della “Coope” aveva proposto la solita immensa miniera d’oro di gemme rimaste per troppo tempo nel forziere.

No alle intimidazioni ai lavoratori in lotta

Esprimo a nome mio e a nome di tutte le compagne e I compagni della federazione di Pavia la più totale solidarietà al compagno Alaa Nasser, dirigente USB per l’intimidazione subita nel corso della lotta dei lavoratori del magazzini Pam Xpo di Trezzano sul Naviglio.

Conoscendo il compagno siamo certi che questo vile atto non  lo farà recedere dalla sua voglia di lotta a fianco degli sfruttati ma otterrà l’effetto contrario.

Avanti con la lotta

Piero Rusconi segretario PRC federazione Pavia

                            PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA FEDERAZIONE DI PAVIA

Le loro crisi, le nostre proposte! Sanità e tutele per tutte e tutti

Sabato 23 gennaio Rifondazione Comunista organizza un flash mob sotto la Regione Lombardia per chiedere tamponi rapidi e vaccini per tutti e tutte.

Lavorare e studiare in sicurezza, contenere l’epidemia e garantire vaccini per tutte e tutti. Sono proposte concrete che Rifondazione Comunista porterà sotto la Regione Lombardia sabato mattina alle 11.00 in un flash mob nell’ambito della mobilitazione nazionale “Le vostre crisi, le nostre proposte”. Tamponi rapidi, garanzia di vaccino per tutti e tutte e aiuti alle persone in difficoltà, sono le richieste che arrivano dal mondo reale, dai giovani delle scuole, dagli insegnanti e genitori, mentre nei palazzi di Roma si consuma una crisi di governo incomprensibile e il relativo calciomercato in atto per accaparrarsi i voti necessari per stare in piedi. Saremo in piazza in modo coreografico, ironico e sicuro parlando a nuora (La Regione) perché suocera (il Governo) intenda.

Il Governo dovrebbe occuparsi di colmare le lacune che la delega alle regioni in tema di sanità ha evidenziato in questo anno di pandemia abbandonando la pericolosa idea dell’autonomia differenziata e mettendo in atto un serio piano di investimenti su scuola, sanità e lavoro.

In Lombardia Letizia Moratti, vicepresidente della regione e assessora alla Sanità si occupa di contenere il covid proponendo la distribuzione dei vaccini in base al Pil regionale. Lady San Patrignano ci ricorda involontariamente i danni provocati dalle politiche ultraliberiste, che hanno messo in ginocchio in sistema sanitario pubblico con i risultati che in Lombardia abbiamo sotto gli occhi.

Il popolo ha bisogno di vaccini, il governo non lasci nelle mani di Letizia Moratti il potere di dargli solo brioche.

Partito della Rifondazione Comunista