Autore: Rino

ANCHE CON BIDEN, GLI USA SONO UNA MINACCIA PER LA PACE MONDIALE

Pubblicato il 19 mar 2021

Le dichiarazioni di Biden sono di una gravità inaudita e confermano che la nuova guerra fredda contro Russia e Cina è una scelta strategica degli Stati Uniti.

Biden che accusa Putin di essere un killer dimentica che, nella classifica dei Paesi (e capi di governo) guerrafondai, gli Stati Uniti ed i loro presidenti democratici o repubblicani dominano sia per quantità, che qualità di efferatezze compiute ai danni di popoli terzi. Hanno una lunga storia di eliminazione fisica di oppositori politici e superano di certo la Russia, per vittime a mano della polizia e numero di detenuti.

Guai a considerare Biden un rimbambito per la dichiarazione rilasciata. Con questa mossa il presidente statunitense alza la tensione per rinsaldare (“rinforzare” direbbe Draghi) il blocco atlantico, giustificare il riarmo spinto in corso e chiudere qualsiasi ipotesi di distensione e cooperazione.

Ricordiamo che, secondo uno studio del Sipri di Stoccolma pubblicato lo scorso dicembre, l’80,4 % del mercato mondiale dei sistemi d’arma è controllato da multinazionali statunitensi ed europee. Questo dato comprende sia l’export che il riarmo interno.

Non solo, secondo i ricercatori del Sipri l’internazionalizzazione dell’industria bellica, che prevede il prolungamento della filiera produttiva verso decine di Paesi in tutti i continenti, è una caratteristica delle industrie di bandiera del blocco euro-atlantico che vede Cina e Russia praticamente assenti.

Chi minaccia chi? Chi è il capo dei killer della scena globale?
Nel nostro Paese si deve porre all’ordine del giorno un serio dibattito per la revisione radicale della politica estera, militare ed industriale: la Nato è un ferro vecchio da mandare in discarica, mentre l’industria bellica e la proiezione di forza non possono essere considerati i pilastri delle relazioni con gli altri Paesi.

L’Italia non è minacciata da nessuno, e non ha bisogno degli altrui nemici. Il nostro Paese avrebbe tutte le carte in regola per promuovere concrete politiche di disarmo (prima di tutto nucleare), stabilità e cooperazione internazionale.

In Italia e in Europa è sempre più urgente l’uscita dei diversi Paesi dalla Nato, che costituisce un pericolo per la pace mondiale e la convivenza tra i popoli.

Maurizio Acerbo, Segretario Nazionale
Gregorio Piccin, Resp. Dipartimento Pace
Marco Consolo, Resp. Area Esteri e Pace

Ancora scandali nella sanità

E’ finito agli arresti domiciliari Michele Brait Direttore generale della AssT di Pavia accusato di turbativa d’asta.

Non sappiamo se le accuse a suo carico saranno provate, ma di certo non è la prima volta che la sanità in Lombardia è al centro di vicende giudiziarie, a partire da quelle  che hanno visto coinvolti l’ex Governatore Formigoni e l’ex assessore Mantovani.

Il Brait era conosciuto in Lomellina perchè è stato l’artefice della soppressione del pronto soccorso a Mortara e sempre si era distinto per le sue scelte a favore della sanità privata a scapito di quella pubblica.

Per le sue politiche di tagli era stato premiato dalla regione con un bonus di 100 mila euro oltre al già lauto stipendio sempre di 100 mila euro  all’anno, ma forse non gli bastavano.

Come partito della Rifondazione Comunista non avevamo bisogno di questi scandali per confermare la nostra opposizione alle scelte fatte dal centrodestra in materia di sanità.

Scelte che non hanno fatto altro che peggiorare l’assistenza sanitaria ai cittadini Lombardi, come si è evidenziato drammaticamente nella vicenda della gestione della pandemia Covid tuttora in corso.

Per questo come partito assieme a numerose associazione abbiamo lanciato la campagna per commissariare la sanità Lombarda.

Commissariare subito la Sanità Lombarda

Piero Rusconi segretario PRC Pavia

                            PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA FEDERAZIONE DI PAVIA

Prometeo e il web

Fonte: https://www.cumpanis.net/prometeo-e-il-web-una-relazione-particolare.html

Nunzia Augeri

La scuola si fa a distanza, il lavoro è smart, si acquista via internet, virtuali le riunioni con gli amici, per salutare la nonna ci vuole il tablet, di politica si discute sui social, Trump governa via Twitter (e ne viene estromesso) – a quanto pare tutta la nostra vita ormai si svolge con la mediazione della tecnologia. Complice il Covid 19, ci siamo ritirati nel guscio come lumache freddolose – alcuni trovano comodo lavorare semisdraiati sul divano, in tuta e pantofole, e gli imprenditori trovano molto comodo non doversi accollare i costi di uffici, riscaldamento, buoni pasto. E forse è comodo anche per chi preferisce che la vita pubblica si svolga in questa maniera immateriale, dove l’unica minaccia sono i “leoni da tastiera” paghi di sfogare la loro insofferenza lanciando in rete ingiurie e volgarità. O comodo anche per chi – come si è visto recentemente – pensa di poter mantenere il potere via Twitter, spingendo alla rivolta masnade armate e violente.

Insomma, la tecnologia sembra diventata padrona della nostra vita pubblica e privata. Ma fino a che punto la tecnologia può servire, fino a dove può arrivare?

Tutti ricordiamo l’antico mito greco di Prometeo: egli rapisce il fuoco e lo dona agli esseri umani, e per questo gli dei gli infliggono una crudele condanna: sopravvive incatenato su una rupe, dove ogni giorno un’aquila si reca in volo a rodergli il fegato, che ogni giorno ricresce.

Il fuoco è lo strumento e il simbolo dell’inizio dello sviluppo tecnologico dell’umanità: in un primo tempo serve a cuocere la carne e altri alimenti; con la cottura i cibi diventano più facilmente digeribili e assimilabili, l’organismo deve fare meno fatica per nutrirsi e le energie risparmiate permettono all’ominide – ancora impigliato nell’animalità – di sviluppare il cervello, arricchire il linguaggio e avvicinarsi sempre più allo status di uomo. In un secondo tempo il fuoco permette la cottura dell’argilla, dando la possibilità di fabbricare vasellame adatto a cuocere zuppe e pappe di cereali, quando inizia la rivoluzione agricola, a lavorare il latte per ottenerne formaggio, e per conservare i liquidi, l’olio, il vino e altre derrate. In un momento successivo di sviluppo, il fuoco permette di fondere e lavorare i metalli, e con la metallurgia l’uomo è fuori dall’età della pietra, può fabbricare falci ed aratri che fanno progredire l’agricoltura, inventa lance, spade, frecce da lanciare con l’arco: armi molto più letali del bastone o del sasso. Iniziano le guerre, inizia la storia.

Tornando a Prometeo, dal quale tutto questo comincia, nel mito originale greco la storia è più ampia di quella che tutti conoscono, ed è stata portata alla luce e raccontata in maniera affascinante da quel grande esperto del mondo greco che fu Mario Vegetti. Egli racconta che, secondo i Greci, Prometeo fondò una polis, una società umana regolata dal fuoco, cioè dalla tecnologia. Ma la polis non funzionava, la convivenza era disordinata e conflittuale, non si svolgeva in modo civile e sereno. Per renderla tale, a fianco di Prometeo dovettero intervenire due altre forze, due dee: Aidos e Dike. Aidos è il rispetto, Dike la giustizia. I Greci cioè ci dicono che per organizzare civilmente la convivenza umana la tecnologia non basta: devono necessariamente intervenire l’etica e il diritto.

Aidos rappresenta le norme morali elaborate dal costume e custodite dalla religione, quelle che presiedono ai rapporti fra gli esseri umani, alla vita individuale, dalla nascita al matrimonio, alla morte: “dal dì che nozze e tribunali ed are dier alle umane belve esser pietose” ricorda il grande Foscolo nei suoi immortali “Sepolcri”, riassumendo in forma poetica – breve, icastica ed efficace – il percorso di umanizzazione della specie umana, fino all’alto traguardo della pietas, che non è la pietà passiva e inane del formalismo religioso, ma è il moto di empatia che si fa attivo e porta a operare per il bene degli altri.

Dike rappresenta la giustizia, il piano propriamente giuridico della convivenza, che è ambiguo, può portare a conflitti – ricordiamo Antigone e il contrasto acuto che può sempre sorgere fra la norma scritta, soprattutto se emanata dal tiranno, e la norma più alta, quella della pietas di Aidos. E’ il conflitto fra un diritto “naturale” ed eterno e la norma transeunte del governante di turno. Ne abbiamo avuto ancora recentemente un esempio, quando la norma di un ministro dell’interno ha sollevato l’indignazione di buona parte dell’opinione pubblica italiana ed estera per aver bloccato e punito le navi che, obbedendo a un’antichissima regola diventata precisa norma di diritto internazionale, procedevano al salvataggio in mare dei naufraghi.

Ma a parte conflitti ed eccezioni, la norma, preferibilmente scritta – si consideri che il codice di Hammurabi risale a circa 4.000 anni fa – pone norme precise per la convivenza e stabilisce pene altrettanto precise per chi vi trasgredisce. Maestri in fatto di Dike sono stati i Romani, che in 1.200 anni di gestione di un territorio che è giunto a comprendere tutta l’Europa, dal Regno Unito all’Africa settentrionale al Medio Oriente, hanno messo a punto un sistema giuridico definitivamente fissato nel Codex iuris civilis di Giustiniano del 535 d.C., ed è giunto fino ai nostri giorni, quando è stato adottato come modello di base perfino dalla Repubblica Popolare Cinese. Va ricordato peraltro che uno dei principi fondamentali di quel diritto è il “suum cuique tribuere”, dare a ciascuno il suo, cioè attribuire la proprietà (privata) a chi ne ha diritto. E chi ne avesse diritto lo decidevano loro, i Romani, con la spada in mano, per tutto il mondo di allora. E infine va ricordato che i Romani stessi avvertivano i pericoli derivanti da un’esagerata produzione di norme: loro hanno creato la massima che recita “maxima lex, maxima iniuria”, cioè che l’eccesso di norme porta alla negazione della giustizia. Il greve apparato burocratico italiano, fonte a volte di tante ingiustizie, ha radici antiche.

Dunque la civiltà greca ci ammonisce che la tecnologia non è sufficiente per regolare la vita associata, ma sono necessarie norme etiche e giuridiche. E chi può elaborarle e imporle? La risposta è univoca: solo la società, l’insieme dei e delle (non si tratta solo di uomini ma di uomini e donne) componenti della polis, lasciando l’imposizione e l’applicazione delle pene alla forza organizzata e legalmente esercitata dallo Stato. In termini attuali, la formazione delle leggi spetta ai rappresentanti del popolo riuniti in un Parlamento, e la funzione esecutiva è affidata a un governo che ha la fiducia del Parlamento.

E veniamo al dunque: è accettabile allora che la tecnologia pretenda di avocare a sé e regolare tutta la vita di una società? E quando la tecnologia si presenta concretamente come una impresa commerciale, è accettabile che un’impresa privata al comando di un privato imprenditore possa identificarsi con Aidos e Dike, con l’etica e la giustizia? E dato che il privato imprenditore nella sua attività ha come bussola l’accumulazione di un profitto, è giusto lasciarlo agire senza condizioni, ammettendo perciò che il profitto sia l’ultima, definitiva ratio della storia e dell’umanità tutta?

E’ quanto sta avvenendo oggi. Già negli anni 80 del secolo scorso la Lady di ferro Margareth Thatcher aveva proclamato che “non c’è alternativa”, che la “mano invisibile” del mercato deve diventare l’unico regolatore di tutte le attività della società, e regolare anche la fornitura di beni e servizi che i paesi europei considerano pubblici, come l’acqua, la salute, l’istruzione. Tutto doveva venir sottoposto al mercato, e il profitto dei più fortunati sarebbe filtrato agli strati inferiori della società, distribuendo benessere a tutti. Così non è stato, e le crisi che si sono succedute sia nell’economia che in campo sanitario, provocando diseguaglianze abissali, miseria e morte per miliardi di persone, hanno dimostrato che quello regolato dal mercato non è il migliore dei mondi possibili. E oggi politici, sociologi, economisti e studiosi di varia umanità si stanno domandando se la crisi in cui ci troviamo avviluppati dall’ormai lontano 2008 non sia semplicemente ciclica e quindi superabile, ma investa le strutture portanti del sistema capitalistico.

Attualmente poi il grande sviluppo nell’uso delle tecnologie della comunicazione, incrementato dall’isolamento imposto dalla pandemia, ci pone di fronte a ulteriori interrogativi. Uno dei pilastri del sistema di democrazia liberale è la libertà di informazione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” recita l’articolo 21 della nostra Costituzione, scritta da uomini memori della dittatura fascista che mandava in carcere perfino per una scritta sui muri.

La libertà dovrebbe dunque garantire anche la nuova forma di espressione del pensiero, quella che si svolge sulla rete di Internet. L’unico limite alla libertà è il divieto “delle pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”, come recita l’ultimo comma dell’articolo 21. Nell’Italia democristiana degli anni 50 alle ballerine della televisione veniva imposta una spessa calzamaglia – Dio non voglia che si vedessero oscene gambe nude – ma nelle edicole venivano vendute neanche clandestinamente varie riviste pornografiche. E oggi sulla rete la pornografia non è neppure tanto nascosta, e il suo aspetto peggiore – la pedopornografia – ha trovato un suo posto nel “dark web”, che non deve essere poi tanto oscuro se anche in Italia migliaia di persone trovano il filo di Arianna per accedervi.

Sulla rete quindi non esiste alcuna censura – o quasi. Ma questo ha cominciato a entrare in discussione quando si sono affacciati e sono cresciuti gruppi variamente e pericolosamente estremisti: odiatori a prescindere, antisemiti negatori dell’Olocausto, cantori del razzismo, nostalgici del nazismo, integralisti musulmani, “machos” assatanati, “sovranisti” e sostenitori delle “democrazie illiberali”: fenomeni che hanno allarmato governi e opinioni pubbliche dei paesi di democrazia “occidentale”. L’ultimo caso che ha allarmato seriamente il governo degli USA e gli organi di informazione è quello dell’ormai ex-presidente Donald Trump, che accampando pretese frodi elettorali, per non lasciare la sua carica ha aizzato le folle di suoi seguaci a compiere manifestazioni armate e violente, fino all’invasione e devastazione del Congresso. Twitter e poi Facebook lo hanno espulso, anche se tardi. Ma questo ha sollevato varie critiche che risultano ampiamente condivisibili: possono degli imprenditori privati, proprietari di questi mezzi di comunicazione, tacitare un’autorità politica? Se si oscura un Presidente degli USA perché presenta atteggiamenti dittatoriali, altri Presidenti potrebbero essere egualmente oscurati, primi fra tutti quei “terribili dittatori” di Cuba e del Venezuela, per non parlare di Putin o Lukashenko, o della Cina popolare. Mentre degli emuli di Pinochet e Videla potrebbero essere considerati come campioni della libertà e quindi in grado di inondare la rete con le loro comunicazioni.

Il problema è di difficile soluzione. Oggi la rete è regolata da una legge degli Stati Uniti, il Communication Decency Act del 1996, varato sotto la presidenza di Clinton, che riguarda appunto la pornografia, ma la norma più discussa è quella contenuta al punto 230 che recita: “Nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet può essere considerato responsabile, come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi”. Il che sancisce l’assoluta irresponsabilità dei padroni della rete per i contenuti messi in circolazione. Altre norme assai discutibili riguardano l’esenzione fiscale alle imprese commerciali che vendono esclusivamente in rete (oggi quasi-monopolio di Amazon), e l’attenuazione dei vincoli antitrust.

Al tempo di Clinton, Al Gore ebbe l’incarico di occuparsi dei lavori preparatori della legge e creò una commissione di diciotto esperti provenienti da tutti i ministeri interessati. A dirigere i lavori della commissione fu posto Larry Irving, allora sottosegretario del Ministero del commercio. Oggi Irving è il primo ad ammettere che è necessario discutere e agire, perché “una democrazia non può resistere a un uso massiccio di strumenti tecnologici per diffondere bugie e disinformazione” e non si può lasciare la questione nelle mani di “pochi miliardari non eletti che abbiano il potere di sbattere fuori chiunque da tutte le principali piattaforme”, come dichiara in una intervista a “Repubblica” del 19 gennaio scorso.

La questione comincia ad allarmare anche gli Stati Uniti, ma più dovrebbe allarmarsi la sinistra mondiale: eventuali Commissioni di controllo o di garanzia costituite all’interno dei singoli stati dovrebbero comunque seguire le indicazioni di carattere politico e ideologico impartite dal governo del rispettivo stato, con il pericolo sempre incombente che le opposizioni vengano bandite da Internet e totalmente oscurate.

Nel 1996 gli utenti di Internet era 30 o 40 milioni su una popolazione di sei miliardi. Oggi gli abitanti del pianeta sono sette miliardi, di cui 4,5 miliardi sono connessi a Internet e 3,8 miliardi sono attivi sui social. La rete è diventata una piovra gigantesca e onnipotente, e si è appropriata dell’informazione che prima passava attraverso giornali, radio e televisioni che potevano rispecchiare la diversità di opinioni e interessi. Andiamo forse verso un sistema di reti che possa ugualmente rispecchiare la diversità del mondo? Sembra difficile scalzare oggi il quasi monopolio di quattro miliardari proprietari privati della rete.

Che fare allora? Ci avviamo verso la barbarie tecnologica? La magistratura interviene quando i messaggi messi in rete configurano reati precisi, previsti dal Codice penale. Peraltro una regolamentazione è considerata ormai necessaria: ma quali i soggetti e le modalità? La discussione da qualche tempo è aperta ed è irta di difficoltà. Di fronte a questo ennesimo problema complesso che agita il mondo capitalistico, la sinistra mondiale ha il dovere di intervenire con autorevolezza, di discutere e proporre delle soluzioni. Perché accanto a Prometeo non restino solo Aidos e Dike, ma possa forse affacciarsi una giovane dea spavalda e pugnace che i greci chiamerebbero Epanastasi (tradotto: rivoluzione).

La Comune di Parigi (18 marzo-28 maggio 1871). Tra “assalto al cielo” e dura e terrena realtà del potere e delle armi dei dominanti.

di Giorgio Riolo

I.

Nella primavera del 1971, centenario della Comune di Parigi, molti di noi, giovani e giovanissimi, cominciammo a conoscere, meglio e profondamente, questo passaggio decisivo nella storia dei movimenti di emancipazione, del movimento operaio in particolare. Avevamo comunque alle spalle il biennio 1968-1969 e la scuola e la pedagogia e l’autoapprendimento della ondata trasformativa di quella particolare fase storica. In Italia e in Occidente e nel resto del mondo.

Da allora la Comune si è oggettivata nella nostra testa e nel nostro cuore come un “universale”, come un “simbolico”, oltre la concretezza, il “particolare” del suo accadere. Che ci ha trasformati e ci trasforma ulteriormente, al pari di passaggi decisivi della liberazione umana. Altri “assalti al cielo”, da Spartaco all’Ottobre 1917, al risveglio dei popoli coloniali ecc. ecc.

Ogni universale, tuttavia, ha un corrispettivo fattuale, del corso storico reale, il particolare concreto, della dura realtà della storia e della società a cui si riferisce. E la Comune non sfugge a questa dialettica.

II.

Gli avvenimenti della guerra franco-prussiana del settembre 1870 e la sconfitta di Sedan e la fine di Napoleone III e del Secondo Impero costituiscono l’antecedente storico immediato. Così come la nascita della Repubblica e tutte le vicende e manovre di ceti politici borghesi francesi alle prese con la volontà della classe operaia, in primo luogo, e di artigiani e di piccolo-borghesi parigini, di non cedere alle armate prussiane di occupazione e di resistere ad oltranza all’assedio tedesco di Parigi.

Il problema è il popolo in armi. Con la Guardia Nazionale che non depone le armi così come ordina di fare il governo Thiers. Al tentativo fallito, il popolo parigino, alla cui guida sono esponenti proudhoniani, blanquisti, neogiacobini ed esponenti della Prima Internazionale, alcuni dei quali valenti seguaci di Marx, proclama la Comune, sul modello della “patria in pericolo” della Grande Rivoluzione del 1792-1794.

Il 18 marzo 1871 il governo, i ministri, l’Assemblea, i grandi faccendieri, la grande borghesia capitalistica e i grandi proprietari terrieri, con il codazzo di funzionari e di addetti e addette di varia natura, fuggono a Versailles. Parigi rimane in mano agli operai e artigiani e al popolo in armi della Guardia Nazionale.

La Comune, con il Consiglio e i Commissari e con le sue articolazioni e le sue assemblee durerà dal 18 marzo al 28 maggio. Nella sua breve esistenza essa ebbe da risolvere problemi e questioni grandi e adottare misure in corso d’opera. Molte inedite e di grande valore, esempi per la storia successiva delle rivoluzioni e dei movimenti sociali. Entro la difficile navigazione a vista tra, all’interno, disparità di vedute delle sue componenti e correnti, molte attenuate comunque dall’eccezionalità della situazione, e, all’esterno, i prussiani alle porte e le manovre e l’accerchiamento costante dei “versagliesi”, i dominanti costretti a rifugiarsi a Versailles.

Ricordiamo solo alcune misure adottate dalla Comune, per capire il valore della sua esperienza.

1. Elezione diretta di tutte le cariche. Dirigenti e funzionari revocabili in ogni momento.

2. Salario equivalente a quello di un operaio specializzato per ogni esponente e ogni carica, dai componenti del Consiglio ai magistrati, ai poliziotti, ai semplici funzionari e impiegati.

3. Non esercito professionale, ma popolo in armi.

4. Misure per il lavoro, con proibizione del lavoro notturno, a partire da quello dei fornai. Regolamentazione del lavoro femminile e minorile.

5. Asili, scuola elementare laica gratuita.

6. Partecipazione e ruolo attivo delle donne. “Unione delle donne per la difesa di Parigi” e due esemplari, nobili figure femminili alla testa dell’Unione, da ricordare sempre. Louise Michel, maestra e rivoluzionaria, e l’esiliata russa Elisabeth Dimitrieff, di origini nobili e divenuta seguace di Marx.

7. “Nei confronti dello Stato la religione è un affare privato”.

III.

Marx ed Engels e il Consiglio Generale di Londra della Internazionale avevano ben chiaro in quale disperata condizione si stava compiendo questo “assalto al cielo”, questo esperimento di nuovo assetto sociale e politico, di autogoverno delle classi subalterne, di costruzione di uno Stato e di un mondo nuovi.

Nelle circolari redatte da Marx, note come Indirizzi del Consiglio Generale della Associazione Internazionale dei Lavoratori, si analizzano gli avvenimenti nello svolgersi degli stessi. Il terzo Indirizzo, letto da Marx al Consiglio Generale due giorni dopo la tragica fine della Comune, è conosciuto come La guerra civile in Francia ed è un capolavoro letterario nella analisi politica e nella esposizione dei fatti.

Egli aveva chiaro che le condizioni in cui si venne a trovare Parigi e il suo popolo in quel particolare momento esibivano un’alternativa secca. O capitolare e deporre le armi, e allora la “demoralizzazione” e la sconfitta senza ingaggiare lo scontro, o ingaggiare battaglia e provare a prendere il potere, ma in un contesto sfavorevole, molto difficile.  

Due soli rilievi, da parte di Marx ed Engels, tra gli errori fatti. Il non aver marciato su Versailles prima che le forze militari versagliesi di Mac Mahon si riorganizzassero e venissero ampliate con reclutamenti vari, anche dei prigionieri di guerra francesi rilasciati dai prussiani. Il non aver messo le mani sulla Banca di Francia, per spingere la borghesia capitalistica e l’aristocrazia affinché costringessero il governo Thiers a cercare un compromesso con la Comune e a non procedere nella repressione violenta e definitiva.

Rimaneva comunque il problema generale di ogni rivoluzione o di ogni insurrezione a Parigi e quindi anche della Comune. L’essere sempre isolata rispetto alla campagna francese, composta com’era di molti contadini beneficiati prima da Napoleone I e poi da Luigi Bonaparte. La Francia bonapartista e sciovinista per antonomasia.

Il 8 maggio l’esercito versagliese, forte di 160.000 uomini e dei cannoni a esso ceduti dai prussiani, procedette all’attacco e al bombardamento continuo di Parigi. Il 21 maggio i soldati penetrarono in città e si abbandonarono a massacri, fucilazioni e sventramenti di uomini, donne e bambini. Fu la terribile “settimana di sangue” dal 21 al 28 maggio.

Vennero passati per le armi circa 31.000 esponenti del popolo parigino, molti fucilati sul posto, compresi donne e bambini. Più di 38.000 furono fatti prigionieri e deportati con estenuante marcia (simile ad altre “marce della morte” di novecentesca memoria) al campo di concentramento di Satory. Qui ulteriormente decimati, lasciati all’aperto, tra fango e malattie. I sopravvissuti vennero deportati nella Nuova Calendonia, in Oceania. Negli scontri, precedenti la “settimana di sangue”, erano caduti circa 10.000 combattenti della Comune.

Un solo testimone. Non simpatizzante della Comune bensì del governo Thiers. Il corrispondente del Times di Londra scrisse il 29 maggio “I Francesi stanno scrivendo la pagina più nera della storia loro e dell’Umanità”.

Il colpo per il movimento operaio e socialista francese fu mortale. Nel settembre 1871 si tenne a Londra una Conferenza dell’Internazionale. In quell’occasione Marx fece intendere che la Comune costituiva un tornante, un punto di svolta, nella storia del movimento operaio e socialista. Occorreva prenderne atto. “La classe operaia deve costituirsi in partito politico”. Era l’impulso alla formazione di partiti socialisti su base nazionale. Con relativa revisione delle forme politiche e organizzative e delle forme di lotta. Forme aderenti a un percorso di azione politica che tenesse conto delle trasformazioni del capitalismo e della società borghese.

Engels nella famosa Introduzione alla edizione del 1894 dello scritto di Marx Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 espresse questa nuova visione. Le forme di lotta non potevano essere le solite forme ottocentesche dello scontro armato di strada, il cui simbolo era la proverbiale barricata parigina. Detto grossolanamente, i prodromi di una visione che con molti passaggi intermedi giungerà alla concezione gramsciana della “rivoluzione in Occidente”.

Ma qui siamo andati molto avanti.

IV.

Chi tenta lo “assalto al cielo” confida molto sul “fattore soggettivo”, sul volontarismo, sullo spirito di abnegazione e di sacrificio. La generosità umana e la dignità morale sono indiscusse. Nel Novecento il filosofo marxista Ernst Bloch denominerà questa modalità dell’umano con la nozione di “corrente calda” della società e della storia. Essendo la esatta ricognizione del cosiddetto “fattore oggettivo”, delle condizioni oggettive, delle condizioni economiche, sociali e politiche, dei rapporti di forza tra le classi ecc. la “corrente fredda” nella dinamica storica e sociale.

L’esperienza storica successiva alla Comune mostra molte cose.

In primo luogo, la Comune e la Rivoluzione d’Ottobre, l’altro “assalto al cielo”, sono state sconfitte (il socialismo reale nel 1989), ma hanno trasformato il mondo.

In secondo luogo, sempre alla luce dell’esperienza storica, piuttosto che di “rivoluzioni” puntiformi forse occorre parlare di avanzamenti, di incessanti trasformazioni di “lunga durata”, con possibili temporanei arretramenti sociali e politici. Sempre da tenere nel conto. Sempre avendo chiaro l’ammonimento dello stesso Bloch secondo cui il confidare solo sulla “corrente calda” può condurre all’avventurismo, al colpo di mano, all’inutile sacrificio, mentre il confidare solo sulla “corrente fredda” può condurre all’opportunismo, al considerare la realtà storica e sociale non trasformabile, immodificabile.

Per concludere, e perché questa nota nell’anniversario della Comune. La sua lezione rimane come punto fermo della “nostra” storia. Veramente, con le parole di Marx. I suoi martiri hanno per urna il grande cuore della classe operaia. E, noi aggiungiamo, dei movimenti antisistemici e di chi non crede o si adagia alla “fine della storia”.

Milano, 16 marzo 2020

LA COMUNE DI PARIGI 150 ANNI DOPO – CONVEGNO ONLINE

«I principi della Comune sono eterni e non possono essere distrutti; saranno sempre rimessi all’ordine del giorno, fin quando la classe operaia non avrà ottenuto la sua liberazione» Karl Marx, 1871-

Giovedì 18 marzo, ore 17,30, convegno on line con Maurizio Acerbo, Francesco Biagi, Chiara Fortebraccio Di Domenico, Dino Greco, Maria Grazia Meriggi, Marcello Musto, Luigi Ferrajoli, Paolo Ferrero, Franco Piperno, Marco Rovelli, Giovanni Russo Spena, Paola Varesi

Ospite speciale Nilufer Koc, co-presidentessa del Congresso nazionale del Kurdistan.

Vigevano: la giunta leghista si schiera contro i pendolari e difende l’operato di Trenord e di Regione Lombardia

La giunta di centro-destra a guida leghista di Vigevano ha respinto, durante la seduta del Consiglio Comunale del 10/03/2021, una mozione presentata dalla minoranza in cui si reclamava il sostegno a favore dei pendolari organizzati nell’Associazione Mi.Mo.Al.

L’Associazione è stata oggetto di minaccia di denuncia per “diffamazione”, con relativa richiesta di 10 mila euro per “danno d’immagine”, da parte di Trenord per un video che in modo ironico proponeva – con dati documentati – i disservizi e i disagi che quotidianamente, da innumerevoli anni, i pendolari sono costretti a subire. L’Associazione ha utilizzato lo stesso video con cui Trenord si autopromuoveva e si autoincensava (senza alcun pudore: decantando il servizio fornito ai pendolari di tutta la Regione Lombardia), sovrapponendo semplicemente i dati reali delle inefficienze e irregolarità che sono di dominio pubblico.

Nonostante la mozione sia stata emendata nel senso richiesto dalle destre, sono stati rigettati sia l’emendamento sia la mozione, dopo sguaiate e strumentali profusioni di sostegno e di appoggio ai pendolari.

I pendolari e i problemi del pessimo stato della linea ferroviaria locale non interessano affatto alla giunta leghista e ai suoi alleati, perché sono contro il trasporto pubblico e contro l’incremento del trasporto ferroviario, se non in campagna elettorale per raccattare consensi.

Loro rispondono – eccome! – agli interessi di chi vuole cementificare e devastare il territorio, di chi ha stravolto il piano regolatore che non c’è più, di chi vuole l’autostrada Broni – Mortara e la superstrada Vigevano-Malpensa.

E naturalmente ben si guardano dal contrapporsi, anche semplicemente con una dichiarazione (come richiedeva la mozione bocciata), alla Giunta Regionale lombarda di centro destra a guida leghista a cui si sono sempre allineati come esecutori supini.

Denunciamo la gravità di questo ennesimo comportamento e invitiamo i pendolari e i cittadini vigevanesi a prendere atto che questa giunta governa contro l’interesse della maggioranza della popolazione, nonostante le demagogiche e roboanti affermazioni verbali.

Pensiamo invece che proprio il Comune – in quanto istituzione pubblica – dovrebbe essere il garante in merito all’efficienza e alla funzionalità della tratta Alessandria – Mortara – Milano, verificando anche la possibilità di avviare un’azione diretta contro l’ente gestore della linea.

Rifondazione Comunista denuncia la provocazione e l’intimidazione di Trenord, non solo per l’inconsistenza delle accuse, che sfiora il ridicolo, ma anche per le gravi implicazioni che riguardano la libertà di espressione e di critica.

Rifondazione Comunista ribadisce con coerenza il proprio sostegno alla lotta dei pendolari e della loro Associazione, per il presente e per il futuro, per migliorare e rilanciare il trasporto pubblico.

Partito della Rifondazione Comunista

Circolo Hugo Chavez Frias Vigevano

15/03/2021

RIFONDAZIONE COMUNISTA CON I LAVORATORI DELLA TNT-FEDEX E I SINDACALISTI DEL SICOBAS CONTRO LA CRIMINALIZZAZIONE DELLE LOTTE

Pubblicato il 14 mar 2021

Prosegue con solerzia degna di miglior causa l’attività repressiva verso lavoratori della Tnt e sindacalisti del SiCobas colpevoli di aver disturbato i tentativi della multinazionale di riportare indietro le condizioni dei lavoratori eliminando tutele e diritti conquistati con la lotta.

Duri i nuovi provvedimenti repressivi: 5 divieti di dimora, almeno 6 avvisi di revoca dei permessi di soggiorno, 21 indagati con possibili misure di sorveglianza speciale, sequestro dei pc, 13.200 euro complessivi di multa, 2 attivisti del SiCobas agli arresti domiciliari.

Se qualcuno pensava che il blitz del 10 marzo fosse casuale deve ricredersi. Quanto accade segnala pienamente l’intenzione del governo Draghi di proseguire sulla strada di quelle politiche liberiste che per difendere la libertà incondizionata dei capitali e delle imprese da 30 anni attaccano i salari, i diritti e il potere contrattuale dei lavoratori.

E l’applicazione dura delle norme liberticide dei decreti Salvini, non a caso non abolite dal Conte 2, mostra proprio l’intenzione di procedere con la linea della tolleranza zero contro tutte le lotte in grado di difendere realmente i diritti delle lavoratrici e lavoratori piegando l’arroganza delle imprese

A sostegno dei lavoratori in lotta e per l’immediato ritiro dei provvedimenti repressivi attuati aderiamo alla manifestazione promossa dal SiCobas per oggi pomeriggio a Piacenza, alle ore 14.30 in piazzale Genova.

No alla criminalizzazione delle lotte!

Antonello Patta responsabile nazionale lavoro
Stefano Lugli segretario regionale Emilia Romagna
Partito della Rifondazione Comunista/SE

ACERBO (PRC-SE): VACCINI, USA E UE BLOCCANO RICHIESTE SUD DEL MONDO ALL’OMC, DRAGHI COMPLICE DI QUESTO CRIMINE CONTRO L’UMANITA’

Pubblicato il 12 mar 2021

La riunione terminata ieri del Consiglio Trips dell’Organizzazione Mondiale del Commercio si è conclusa con un no alla richiesta di moratoria sui brevetti che consentirebbe a tutti i popoli di accedere ai vaccini e alle cure anticovid presto e a basso costo.

Il blocco guidato da Stati Uniti, Unione Europea, Giappone ha bloccato alla richiesta di India e Sud Africa e sostenuta da più di 100 paesi, dal Vaticano e dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità.

Al fianco di USA e UE il Brasile di Bolsonaro.

La Commissione Europea parla in quella sede a nome del Consiglio Europeo e quindi anche il nostro paese e il nostro governo sono complici della scelta di anteporre i profitti delle multinazionali farmaceutiche al diritto alla salute di tutta la popolazione del pianeta.

D’altronde il Presidente del Consiglio Mario Draghi non ha nemmeno risposto alla lettera aperta inviatagli da Vittorio Agnoletto a nome della campagna “Diritto alla cura – Nessun profitto alla pandemia”.

Negare l’accesso ai vaccini ai popoli è un crimine contro l’umanità e Draghi è complice.

La posizione dell’Unione Europea e del governo italiano – a proposito cosa dice il ministro “di sinistra” Speranza? – è molto grave perchè non solo è disumana ma anche stupida.

La sospensione dei brevetti consentirebbe anche al nostro paese di produrre vaccini a basso costo. Ma soprattutto va sottolineato che schierandosi dalla parte delle multinazionali l’Italia e la Commissione Europea danneggiano anche le cittadine e i cittadini del nostro continente,

Se miliardi di persone nel sud del mondo non saranno vaccinate continueranno a replicarsi nuove varianti che renderanno probabilmente inefficaci anche i vaccini.

Ieri abbiamo fatto iniziative in tutta Italia a sostegno dell’Iniziativa Europea dei Cittadini https://noprofitonpandemic.eu/it/

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Rifondazione: Noi sappiamo cosa è successo all’inizio dello scorso anno nella Provincia di Bergamo!

Pubblicato il 11 mar 2021

Noi sappiamo di chi è la responsabilità sulla mancata zona rossa in bassa Val Seriana. Sappiamo chi incitava, in una incredibile campagna pubblicitaria, la produzione a correre a non fermarsi. Sappiamo chi continuava a far fare ai dipendenti avanti e indietro nelle le aree contaminate dal Covid. Sappiamo chi non voleva fermare la produzione nelle aziende anche quando le bare venivano portate via con i camion militari. Sappiamo chi rilasciava dichiarazioni fallaci, pastrugnava con i codici ATECO e vendeva certificati di filiera fasulli pur di continuare a produrre, anche prodotti superflui, per ira di profitto.

Lo sappiamo noi e lo sanno le bergamasche e i bergamaschi, soprattutto le lavoratrici e i lavoratori, che queste cose le hanno viste con i loro occhi.

Non sappiamo chi ha usato minacce e intimidazione nei confronti degli imprenditori e di Confindustria, ma li condanniamo per il regalo che hanno fatto ai padroni. Li condanniamo per avere posto dalla parte del torto chi ha ragione e viceversa. Li condanniamo perché la ragione si afferma con la lotta politica e non con la violenza e l’intimidazione. Chi lo ha fatto, chiunque sia, ha sbagliato.

Oggi giovedì 11 marzo in questo clima già opaco arrivano le perquisizioni nei confronti di una serie di esponenti della sinistra radicale bergamasca. A loro vengono contestati i reati di cui all’articolo 270bis (associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico), 612 (minacce) e 339 (aggravante per lesione minacciate). Il riferimento è a fatti intercorsi tra il 19 giugno e il 23 settembre.

Il 27 giugno venne infatti recapitata alla sede di Confindustria Bergamo una busta con due proiettile e la minaccia di morte al presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti. Il 29 giugno un’altra busta con proiettile e minacce di morte fu recapitata a Stefano Scaglia, presidente di Confindustria Bergamo. Il 23 settembre fu recapitata una bomba carta a Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Brescia.

Tra le persone perquisite vi sono la compagna Pia Panseri, compagna facente parte della segreteria Provinciale del Partito della Rifondazione Comunista di Bergamo, impegnata sui temi dalla salute e della sanità, un esponente del Comitato Popolare Verità e Giustizia delle vittime del Covid e animatore dei presidi, che si sono svolti per mesi davanti all’ospedale di Alzano. Siamo certi della loro estraneità alle accuse mosse nei loro confronti ed esprimiamo tutta la nostra solidarietà.

Il tutto mentre è iniziata un’altra campagna mediatica tesa ad accreditare la tesi che fosse una calunnia, diffusa evidentemente da terroristi, che Confindustria o che alcuni imprenditori abbiano fatto pressione sulla politica perché non venisse istituita la zona rossa in Val Seriana all’inizio di marzo 2020. Tesi che troverebbe anche l’improvvida conferma nella grave dichiarazione della pm Maria Cristina Rota, che senza essere giunta a nessuna conclusione formale nell’inchiesta sulla mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, afferma che “dall’indagine non risulta che Confindustria si sia opposta alla chiusura né ci sono pressioni rivolte alla Regione o al Governo per sollecitarli a non chiudere la zona”.
Forse lei non risulta, ma noi sappiamo.
Se, in linea con i periodi più oscuri della nostra repubblica, si pensa di riscrivere la storia minimizzando le proprie responsabilità, ben si sappia che noi sappiamo…

11 marzo 2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Fabrizio Baggi, segretario regionale Lombardia
Francesco Macario, segretario provinciale Bergamo

La Regione Lombardia finanzia la fabbrica dei fanghi di Mortara

*Giuseppe Abbà

Apprendo, con qualche sconcerto (si fa per dire, perché dalla Regione Lombardia, da Fontana e dalla Moratti c’è da aspettarsi di tutto), che la stessa Regione finanzierà quattro imprese pavesi per “sostenere le idee dei nostri giovani imprenditori” utilizzando fondi europei, statali e regionali.

Così ha annunciato il nuovo assessore regionale allo sviluppo economico Guido Guidesi.

Le imprese finanziate con soldi pubblici (di tutti noi) avrebbero presentate “idee innovative”.

Non entro nel merito di altre imprese che non conosco, ma noto che è stata finanziata, per ben 72mila e 600 euro (su 145mila e 200 richieste), Agririsorse, la contestata “fabbrica dei fanghi” fatta installare in zona Cipal, nonostante la forte opposizione sviluppatasi a Mortara.

Ora, cosa ci sia di innovativo in questa azienda mi è del tutto oscuro.

Mi è però chiara una cosa: sulla nostra zona viene gettato un quarto della produzione nazionale di fanghi, con tutte le conseguenze del caso, dalle puzze ai miasmi, all’impoverimento dei terreni, ai pericoli per le falde acquifere.

Nonostante le proteste, la Regione Lombardia fa “orecchie da mercante” come si può ben vedere dalle sue stesse norme in materia di fanghi, dove permette tutto ciò (ad esempio l’alta percentuale di idrocarburi concessa).

Un’amministrazione comunale come quella di Mortara che, dietro pressione del movimento di protesta contro i fanghi, ha pure presentato ricorsi, dovrebbe chiedere conto alla Regione Lombardia (del medesimo colore politico, leghista) di questo regalo ad Agririsorse, arrivando a chiederne la revoca.

Dico dovrebbe, perché penso proprio che non lo farà, come non ha modificato le norme urbanistiche per vietare questo tipo di insediamenti, come non è rientrata nel Cipal dando modo ad altri di decidere sul nostro territorio, come non è intervenuta in modo deciso contro i tagli alla sanità, sulle case popolari, sui trasporti, ecc.

*Giuseppe Abba’, consigliere comunale del Partito della Rifondazione Comunista.