Fonte: Telepavianews
https://www.youtube.com/watch?v=rBUM72jStqI
Pubblicato il 8 giu 2021
Elena Mazzoni*
“Lavatevi spesso le mani”.
Questo è il mantra ricorrente dei 16 mesi di pandemia Covid 19.
Condivisibile, assolutamente, se non fosse che, secondo i dati ONU, 1 persona su 3 non ha accesso all’acqua pulita e la situazione peggiorerà fino a portare, senza interventi efficaci, 5.7 miliardi di persone a vivere, nel 2050, in zone con carenza idrica per almeno un mese all’anno.
2.2 miliardi di persone al mondo vivono in paesi con problemi di approvvigionamento idrico; 4 miliardi in aree che soffrono di grave carenza d’acqua almeno un mese all’anno e circa 1,6 miliardi di persone hanno a che fare con una scarsità d’acqua “economica”: l’acqua sarebbe fisicamente disponibile, ma mancano le infrastrutture per farla arrivare.
La capacità di stoccaggio dell’acqua negli invasi si riduce dell’1% ogni anno, per l’aumento della popolazione e i sedimenti nei depositi.
L’utilizzo di acqua potabile continua a crescere dell’1% l’anno dal 1980.
L’agricoltura impiega in media il 69% dell’acqua dolce per usi umani (in alcuni paesi questa percentuale sale al 95%).
L’industria assorbe il 19%, le città il 12%. Nel periodo fra il 2009 e il 2019, la siccità ha colpito 100 milioni di persone al mondo, uccidendone 2000 e causando 100 miliardi di dollari di perdite.
L’Italia non è un’isola felice, tutt’altro.
Nel 312 a.C., il primo acquedotto romano, l’Aqua Appia, meraviglia ingegneristica concepita e costruita per garantire alla popolazione un abbondante approvvigionamento di acqua dolce, trasportava oltre 70.000 metri cubi di acqua al giorno nel cuore di Roma.
2.300 anni dopo la sofferenza idrica è un fatto.
Scarse precipitazioni, temperature eccessivamente alte, impermeabilizzazione e consumo del suolo, rete idrica obsoleta, assenza di manutenzione ed investimenti.
A questo si aggiunge la visione capitalista e predatoria che guarda alla risorsa idrica come un bene suscettibile di valutazione economica, arrivando, a fine 2020, a quotarla in borsa a Wall Street.
L’Italia, con le sue grandi multi-utilities, è da anni dentro questi processi grazie alla scelta di entrambi i poli di privatizzare i servizi idrici.
Tutte le forze che sostengono l’attuale governo e i precedenti hanno scientemente tradito la volontà espressa dal popolo italiano nel referendum del 2011 e entrambi gli schieramenti sono uniti dalla condivisione delle politiche neoliberiste.
Per rilanciare con forza, la nostra visione di pubblico e bene comune, dobbiamo essere tuttə a Roma, sabato 12 giugno alle ore 15,30 a Piazza dell’Esquilino, insieme al Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua alla manifestazione nazionale Beni comuni, acqua e nucleare: indietro non si torna! A 10 anni dal referendum, no alle privatizzazioni, per un Recovery Plan dei diritti e per un futuro ecocompatibile.
Siamo state e stati fondatori, fondatrici, animatori, animatrici e fulcro della battaglia referendaria, svolgendo un ruolo centrale nel Comitato Nazionale e nelle sue diramazioni territoriali, senza mai risparmiare il nostro impegno in questi 10 anni.
Eravamo parte 10 anni fa della coalizione che ha portato 27 milioni di Sì ai referendum su acqua, servizi pubblici e nucleare ma in questi 10 anni, nonostante i nostri ripetuti segnali di allarme e le nostre denunce, tutti i governi che si sono succeduti, hanno disatteso quel voto
Oggi più che mai l’acqua deve essere bene comune universale, pubblico e a gestione partecipata
Indietro non si torna.
*Responsabile nazionale Ambiente PRC-SE

Promuove:
Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
Aderiscono: ISDE Italia – Medici per l’Ambiente; Associazione Costituzione Beni Comuni di Milano; WWF Italia; Movimento Consumatori; Medicina Democratica Onlus; CCA dbr Coordinamento dei Comitati e delle associazioni per la depurazione, le bonifiche e la ripubblicizzazione del servizio idrico di Massa Carrara; Associazione per i Diritti dei Cittadini ADiC Toscana Aps; Partito della Rifondazione Comunista; Giuristi Democratici; Associazione Laudato Sì; ARCI; Unione Sindacale di Base – USB; Legambiente; Movimento per il diritto all’abitare
Abbiamo appreso direttamente dai social dell’aviazione israeliana che sei caccia stealth F-35 stanno partecipando a un’esercitazione aerea in Italia denominata Falcon Strike 2021 insieme a forze aeree italiane, statunitensi, britanniche.
L’esercitazione si svolge prevalentemente sui cieli della Sardegna ma riguarda il Tirreno e arriva fino al Golfo di Taranto.
La presenza dell’aviazione israeliana ricorda ancora una volta che Israele è un avamposto della Nato e degli USA in Medio Oriente e che il “mondo libero” è complice e corresponsabile dell’apartheid e dell’occupazione illegale dei territori palestinesi.
Per questo l’Italia non riconosce lo Stato di Palestina e non interrompe la vendita di armi a Israele.
Il governo italiano – tradendo i valori della Costituzione e della Resistenza – si è collocato non in una posizione equidistante ma dalla parte di Israele cioè contro i diritti del popolo palestinese.
Di questa politica di complicità è testimonianza non solo il fatto che PD e M5S non hanno partecipato alle manifestazioni dei palestinesi durante il bombardamento di Gaza e anche all’ultima di sabato scorso a Roma.
Come si potranno indurre governi e forze politiche israeliane al dialogo se si continua a garantire il più totale sostegno ai peggiori misfatti?
Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
Abbà Giuseppe
Calendario del popolo: 7 giugno 1953, una data storica. Quel giorno, nelle urne per le elezioni nazionali fu sconfitta la” legge truffa”. Questa era la legge elettorale voluta dal governo De Gasperi e dal suo ministro ” di polizia” Scelba.
La legge truffa prevedeva, per il partito o la coalizione che avrebbe superato il 50 per cento più uno dei voti una maggioranza di due terzi del Parlamento, quindi la possibilità di modificare la Costituzione (che Scelba aveva definito ” una trappola”).
La Democrazia Cristiana, che nelle elezioni del 1948 aveva ottenuto la maggioranza assoluta, contava, con l’apparentamento con il Partito Repubblicano, Liberale e Socialdemocratico di superare la metà più uno dei voti.
Il pericolo era grande e, per impedire l’approvazione della legge i comunisti e i socialisti (all’ epoca schierati a sinistra) applicarono l’ostruzionismo parlamentare, nonché manifestazioni di piazza e uno sciopero generale indetto dalla CGIL.
La legge fu approvata con un colpo di mano parlamentare, ma nelle elezioni del 7 giugno la coalizione governativa si fermò poco sotto il 50 per cento.
Così la Costituzione fu salvata, la legge truffa fu abolita e De Gasperi si dimise.
Fu una grande vittoria del popolo italiano.
Inutile ricordare che le leggi elettorali odierne sono peggiori della legge truffa di Scelba.
Il Partito della Rifondazione Comunista è a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori della ditta Moreschi, nella loro lotta in difesa del posto di lavoro.
La MORESCHI, famoso marchio calzaturiero Vigevanese da tempo sta attraversando una grave crisi, crisi che invece di essere affrontata con nuovi piani industriali, nuove idee imprenditoriali e investimenti, la nuova proprietà non trova niente di meglio che decentrare a contoterzisti pezzi della produzione lasciando una buona parte delle lavoratrici e lavoratori in cassa integrazione a zero ore.
Come al solito si pensa di risolvere i problemi riducendo il costo del lavoro e i diritti dei lavoratori.
Come al solito i nostri imprenditori nostrani non sanno fare altro che risolvere il loro problemi facendo pagare alle lavoratrici i loro errori.
La nuova proprietà deve presentare un piano industriale che abbia come scopo finale la salvaguardia dei posti di lavoro e la salvaguardia di un marchio che è patrimonio non solo loro, ma di tutta la collettività del Vigevanese.
Occorre rilanciare, anche nella nostra provincia un movimento di lotta che unisca tutti i lavoratori e le lavoratrici, purtroppo molti, che sono coinvolti i progetti di ristrutturazione aziendali per chiedere nuovi piani industriali finalizzati alla difesa dell’occupazione.
Basta con politiche economiche tese a favorire i soliti noti, occorrono politiche economiche atte a favorire la salvaguardia dell’occupazione.
È giunto il momento che le istituzioni politiche non siano solo soggetti passivi che assistono impotenti ai processi economici, ma anche utilizzando le risorse che ci arriveranno dall’Europa svolgano un ruolo attivo di indirizzo economico.
Rifondazione Comunista è impegnata con tutte le sue forze per costruire un movimento di lotta contro queste politiche neoliberiste.
Partito della Rifondazione Comunista
Fonte: Tele Pavia: https://www.youtube.com/watch?v=gvz16UJQru4
PAOLO FERRERO*
La tragedia della funivia di Stresa è vergognosa. Per il comportamento criminale degli imprenditori, per l’ignavia del governo che non ha deciso i funerali di Stato. Eppure, i funerali di Stato sarebbero stati un atto dovuto, non solo per il numero dei morti ma perché il contrasto tra la spensieratezza con cui le famiglie sono andate in gita domenica scorsa e le immagini delle scarpine dei bambini sparse attorno alla cabina frantumata, parla di un problema politico.
Uno Stato che non è in grado di tutelare la sicurezza dei propri cittadini in un momento di relax non è uno Stato, ma un puro accrocchio di potere. Qui non stiamo parlando di un incidente. Qui stiamo parlando di un atto criminale la cui estensione temporale e relativa all’intreccio di responsabilità è ancora da chiarire nei suoi contorni. Un atto criminale che non è il frutto del gesto di un folle, sempre difficile da prevedere, ma un atto criminale costruito nel tempo, probabilmente negli anni, in base all’applicazione di una semplicissima logica: garantire i propri profitti. A Stresa i proprietari dell’impianto – o presunti tali – hanno giocato alla roulette russa con la vita dei passeggeri: hanno sbagliato i calcoli e i passeggeri sono morti.
L’elemento drammatico, che non si può tacere, è che questo azzardo morale sulla vita delle persone motivato dal profitto economico non è un caso, ma la normalità di questo sistema capitalistico fondato sul profitto. Vale per i giochi finanziari, vale nelle attività industriali che inquinano, vale nella tragedia del Mottarone.
Qualche commentatore si scandalizza dicendo che non ci sono più gli imprenditori di una volta. Come se la tragedia del Vajont fosse accaduta per altre ragioni o se il capitalismo, sin dalla sua nascita, non fosse fondato sul maggior sfruttamento possibile, a cominciare da quello dei bambini che tutt’ora producono molte delle merci che usiamo quotidianamente.
Il punto vero è che il sistema capitalistico è fondato sull’irresponsabilità sociale di individui che svolgendo ruoli finalizzati ad ottenere il massimo profitto, fanno scommesse che, se non vanno a buon fine, pagano altri. Questi individui si chiamano imprenditori e fanno i capitani coraggiosi con la vita degli altri. Non perché necessariamente siano cattive persone, ma per una logica sistemica: l’attività economica è fatta per produrre profitto, che sia per il singolo proprietario o per gli azionisti poco importa.
Il punto vero è che nei decenni scorsi eravamo riusciti a fissare delle regole, dei lacci e dei laccioli che obbligavano i padroni a fare gli imprenditori, a rispettare delle regole. Invece adesso i padroni sono tornati a fare i padroni, autorità sovrane prive di limiti e controlli. Perché un altro elemento che pare emergere dalla tragedia di Stresa è che i controlli o sono finti o non funzionano. Chi sgarra non paga o paga molto meno dei danni che ha prodotto, questo è il punto. Non è un incidente di percorso ma la normalità prevista e incorporata nei rischi d’impresa.
Se questo è vero voglio avanzare un’ultima considerazione e una proposta. Se la funivia di Stresa fosse stata pubblica e gestita dal pubblico, la tragedia non sarebbe successa. Nessun dirigente o dipendente pubblico avrebbe rischiato la vita di decine di persone e messo a rischio il proprio progetto di vita per il suo stipendio. Una gestione pubblica, che è fondata sul rispetto delle regole e non dalla ricerca del massimo profitto, avrebbe fermato l’impianto. Penso sia una considerazione incontrovertibile.
Se così è bisogna fermare le privatizzazioni e invertire la tendenza. Se le vite valgono più dei profitti privati, pubblicizziamo completamente l’intero settore del trasporto pubblico: dalle funivie agli autobus. Perché si può rischiare la vita delle persone mettendo un “forchettone” o facendo guidare un autista per 12 ore di fila o non facendo la manutenzione dei mezzi. Tutto pubblico e sottratto alla ricerca del profitto. Perché ognuno di noi ha diritto ad andare in gita la domenica con i propri figli senza che qualcuno possa giocare con la nostra vita per riempire il suo portafogli.
*Paolo Ferrero, Vicepresidente Partito della Sinistra Europea
Il Partito della Rifondazione Comunista esprime il pieno appoggio all’azione delle organizzazioni sindacali per salvaguardare i posti di lavoro dei dipendenti del Clir e perché il ciclo dei rifiuti rimanga pubblico.
Gravi sono le responsabilità politiche di Lega e Centro Destra che hanno gestito questo consorzio.
Ancora non è stato chiarito il percorso per cui si è arrivati al grave indebitamento finanziario.
Sarebbe necessaria un’ inchiesta approfondita da parte delle autorità competenti.
Altrettanto grave è l’ atteggiamento di quei comuni (Mortara, Mede, Dorno, Sannazzaro) che, prima avevano siglato un accordo con Cgil-Cisl-Uil per il rilancio del Consorzio e per il mantenimento della gestione dei rifiuti nel perimetro pubblico e poi, con un vergognoso voltafaccia, si sono rimangiati questi propositi.
Sono in pericolo una cinquantina di posti di lavoro e la sostenibilità ambientale del problema dei rifiuti.
Questa è la conseguenza di un atteggiamento che, negli anni, come è avvenuto per la sanità, ha puntato a demolire l’intervento pubblico e ad aprire la strada ai potentati economici.
Affossare un consorzio pubblico e affidare la gestione ai privati apre la strada a problemi seri, come è stato dimostrato dagli impianti privati che si sono occupati negli ultimi anni di rifiuti: ricordiamo l’incendio Bertè, la gestione degli scarrabili, ecc.
Infine: una mozione presentata al Consiglio comunale di Mortara dal sottoscritto e da Paola Savini per salvaguardare i posti di lavoro del Clir è stata, a suo tempo, respinta dalla maggioranza leghista con il pretesto che “era inutile, che ci avrebbe pensato l’amministrazione comunale”.
Anche nel consiglio comunale del 27 maggio scorso la Giunta di Mortara se ne è ben guardata dal parlare della questione.
Giuseppe Abba’- consigliere comunale di Mortara del Partito della Rifondazione Comunista.