Autore: Rino

L’Onu contro il blocco economico a Cuba

Fonte: http://www.rifondazione.it/esteri/index.php/2021/06/23/lonu-contro-il-blocco-economico-a-cuba/

CUBA SI, YANKEES NO !!!

L’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha votato oggi la risoluzione presentata da Cuba intitolata “Necessità di sospendere il blocco economico, commerciale e finanziario promosso dagli Stati Uniti contro Cuba”. Con questa risoluzione, Cuba chiede di condannare il decennale blocco economico, commerciale e finanziario che gli Stati Uniti, in modo unilaterale, hanno deciso di applicare all’isola caraibica.

Hanno votato contro il blocco 184 Paesi, 2 a favore (Stati Uniti e Israele), con 3 astensioni.

Il blocco imposto dagli Stati Uniti contro Cuba da 59 anni rappresenta il genocidio più lungo nella storia del genere umano, il culmine di una politica crudele e disumana, priva di legalità e legittimità, deliberatamente progettata per causare fame, malattie e disperazione nella popolazione cubana.

Lungi dal porre fine al blocco, il governo degli Stati Uniti ha mantenuto in vigore le leggi, i regolamenti e le pratiche che ne consentono l’attuazione, mentre sono stati rafforzati i meccanismi politici, amministrativi e repressivi per il suo approfondimento.

Dal 1992, ogni anno Cuba presenta la risoluzione di condanna e chiede la sospensione del blocco che gli Stati Uniti hanno promosso dal 1962. Ogni anno la risoluzione ottiene i voti favorevoli di tutti i Paesi rappresentati all’Onu, ad eccezione degli Stati Uniti e dei suoi sodali, a partire da Israele. Solo una volta, nel 2015, gli Stati Uniti ed Israele hanno modificato il loro voto astenendosi.

Dopo quasi sessanta anni, gli Stati Uniti continuano a voler punire la legittima scelta del popolo cubano di autodeterminarsi e di avere una forma di governo socialista, che non si assoggetta alle politiche che gli Stati Uniti hanno deciso per i loro Paesi satelliti.

Parlare di blocco significa confrontarsi con le mille ristrettezze che il popolo cubano soffre giornalmente. Il blocco impedisce allo Stato cubano di acquistare sul mercato internazionale merci e prodotti che per noi sono normali; significa non poter acquistare medicinali per curare le più comuni malattie; significa non poter portare avanti politiche di sviluppo che, in condizioni “normali”,  permettono allo Stato di fornire servizi di qualità.

Il voto di oggi, è una vittoria politica per Cuba che conferma l’appoggio del mondo per superare il blocco economico, commerciale e finanziario.

Nel congratularsi con Cuba per il voto all’ONU, il Partito della Rifondazione Comunista riafferma la propria solidarietà con il governo ed il popolo cubano nella sua decennale battaglia per l’umanità.

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Roma 23-6-2021

Alessandro Farina, una vita nel segno di falce e martello: si è iscritto al PCI nel 1946

In città è soprannominato “Farinin”, lo conoscono tutti: è il volto gentile del volantinaggio politico

Di Massimiliano Farrell

Fonte: Informatore Lomellino

Alla veneranda età di 93 anni, Alessandro Farina è senza ombra di dubbio uno dei testimoni più longevi della storia di Mortara dal secondo dopoguerra ad oggi. Sopravvissuto non soltanto alla Seconda Guerra Mondiale, quando era poco più che un ragazzino, ma anche al Covid-19 che lo ha colpito qualche mese fa in una forma molto leggera, nei suoi ricordi rivivono tutti i momenti più importanti che hanno contraddistinto la storia della città. Prima bracciante, poi operaio alla Sacic, si è avvicinato giovanissimo al Partito Comunista Italiano, formazione politica nella quale ha sempre militato e di cui possiede quasi tutte le tessere, dal 1946 al 1991. Dopo la dissoluzione del PCI, la sua attività politica non si è mai fermata. Si è iscritto fin da subito al Partito della Rifondazione Comunista, e anche oggi è molto attivo all’interno del partito. Tra un volantinaggio e l’altro, si occupa anche di tenere in ordine e di curare l’orto della sede mortarese del Prc. Il “Farinin”, come lo chiamano i suoi amici e i compagni di partito, è sempre stato un uomo tuttofare e un instancabile attivista politico.

Nato a Dorno nel 1928, lo stesso anno di nascita del rivoluzionario argentino Ernesto “Che” Guevara, si trasferì in giovane età a San Giorgio di Lomellina. Da ragazzo ha fatto il bracciante agricolo, nel ruolo di abbattitore di piante. Era un arrampicatore nato, e non ha mai sofferto di vertigini, nemmeno quando saliva sugli alberi più alti.

“Rischiavo molto con il mio lavoro. – ricorda Sandro Farina – Mi arrampicavo fino in cima agli alberi e facevo un taglio alla pianta da dietro per farla piegare un po’”.

Grazie alla sua attività da bracciante, si è avvicinato molto presto alla politica. Nel 1946 si tesserò al Partito Comunista Italiano, iscrivendosi al circolo di San Giorgio.

“Avrei dovuto iscrivermi già nel 1945, così avrei potuto collezionare tutte le tessere – osserva il “Farinin”, con una nota di rammarico – ma io ho aspettato. Prima di fare la tessera volevo avere le idee più chiare. Mi sono iscritto quindi nel 1946, un anno dopo, e ho quasi tutte le tessere del partito”.

Tra il 1949 e il 1950, fu sostenuto dal PCI il famoso Appello di Stoccolma contro la bomba atomica, per il quale furono raccolte milioni di firme in tutta Italia. Alessandro Farina si occupò di raccogliere le firme tra i braccianti delle cascine lomelline. Nel 1950 aderì agli scioperi bracciantili, con cui i lavoratori chiedevano maggiori diritti e maggiori tutele.

“Nel 1955 mi sono trasferito a Mortara – continua a raccontare il “Farinin” – e fino al 1960 sono andato avanti a fare l’abbattitore di piante. La mia abilità nell’arrampicarmi si è rivelata molto utile durante le campagne elettorali. Quando ancora si potevano mettere fuori gli striscioni, ci pensavo io a legare quelli che appendevamo più in alto, dato che io non ho mai sofferto di vertigini”.

Nel 1960 Farina iniziò a lavorare come operaio alla Sacic, e fu sempre in prima linea nell’attività sindacale e politica, soprattutto durante le lotte per i diritti dei lavoratori combattute tra il 1968 e il 1970. Nelle occupazioni delle fabbriche lui c’era sempre, teneva i collegamenti tra i vari reparti e avvertiva gli operai per gli scioperi a scacchiera.

“Dopo il 1979 – spiega Sandro Farina – la Sacic fu ridimensionata e molti di noi si ritrovarono senza lavoro. Io trovai una nuova occupazione presso una ditta che si occupava della pulizia dei treni. Dal 1980 al 1988 mi sono sempre recato a Casale per pulire i treni, poi sono andato in pensione”.

Dopo oltre quarant’anni di duro lavoro, prima nei campi come bracciante e poi in fabbrica come operaio, negli anni della sua meritata pensione Alessandro Farina non si è mai allontanato dall’attivismo politico. Sempre presente in prima linea durante tutte le iniziative e i banchetti al mercato organizzati dal Partito della Rifondazione Comunista, molti concittadini lo conoscono ormai come il miglior “volantinatore” della città. Un ruolo che senza ombra di dubbio il “Farinin” andrà avanti a ricoprire a testa alta anche negli anni a venire.

DDL ZAN, ABOLIRE IL CONCORDATO

Maurizio Acerbo

Il ddl Zan ha una qualità in più: ricordarci che c’è un concordato da abolire.

Il Vaticano con la nota del cardinale Gallagher contro il Ddl Zan ci ricorda che andrebbe finalmente abolito il Concordato.

L’unico articolo della Costituzione che pare sia intoccabile è proprio quello più obsoleto e figlio di un contesto storico superato.

I neoliberisti hanno manomesso molte parti della Costituzione ma non essendo liberali si sono sempre guardati dal toccare l’articolo 7 che andrebbe abrogato non solo per ragioni di risparmio (costa 6,5 miliardi l’anno) ma perché “quel cappello dell’articolo 7 impedisce all’Italia di essere un Paese laico”.

Sono parole di Lidia Menapace che spiegava: “Dei Concordati non c’è più bisogno dopo il Concilio Vaticano II, sono un relitto del passato. (…) il Concordato è davvero una pecca in una Costituzione peraltro assai bella”.

Il parlamento della Repubblica difenda i principi di laicità dello stato e approvi il ddl Zan.

Se si dava retta al Vaticano non ci sarebbero neanche il divorzio e l’aborto.

Le scuole cattoliche non vogliono insegnare che le persone non vanno discriminate? Rinuncino al finanziamento pubblico.

#Vaticano#ddlZan

BAGGI/CAPELLI (PRC-SE) GIÙ LE MANI DALLA SANITÀ PUBBLICA. BASTA CON LE ESTERNALIZZAZIONI

Giovedì 24 non vi è nulla da festeggiare a Cassano d’Adda (MI), nella ASST Melegnano Martesana e nella Sanità lombarda si dà il tocco finale a un nuovo inaudito furto alla Sanità Pubblica.

L’Assessora Moratti si accinge ad inaugurare, l’ospedale Zapattoni riammodernato con 60 posti letto in più, un centro di riabilitazione specialistica. 

È un esempio di come in Lombardia con la gestione Fontana (sulla scia di Formigoni e Maroni) la sanità pubblica venga in ogni occasione umiliata e depauperata.  

Siamo al massimo dell’assurdo: questo centro, sorge vicino ad un ospedale pubblico dove addirittura le entrate si confondono ed è privato, affidato alla gestione di FERB, Fondazione europea di Ricerca. Gode della vicinanza al nostro ospedale pubblico e delle convenzioni che ha con la Regione. Non deve fare fatica a trovare utenti, perché “naturalmente“ i pazienti li trova vicino all’ ospedale pubblico e magari sono anche ignari della differenza di gestione (non scelgono il privato, ma sono obbligati ad usufruirne)   

Ci chiediamo come mai la riabilitazione in Lombardia sia prevalentemente affidata ai privati. Forse perché è un campo molto remunerativo e produttore di profitto? Ci chiediamo perché questa stessa funzione non possa essere assolta dal pubblico in particolare a Cassano, in un territorio dove ci sono già ospedali, strutture e personale.

Mentre si inaugura la struttura privata mancano medici di medicina generale, i tempi di attesa sono lunghissimi e costringono, guarda caso, i pazienti a rivolgersi ai sempre più numerosi centri privati convenzionati, è inesistente la medicina preventiva (da 4.000 addetti si è passati a 2.000, da 15 presidi a 3). 

Anche questo è il prodotto di una mentalità privatistica: meno previeni più tu ammali, più hai bisogno di riabilitare i malati.

La pandemia ha dimostrato che il modello di sanità lombardo è malato, incapace di difenderci, va annullato.

La Moratti è stata chiamata a difenderlo e a potenziarlo contro ogni evidenza scientifica e politica.

Alle nostre lotte alla nostra voce di verità la responsabilità di smascherare gli inganni e capovolgere il banchetto che stanno apparecchiando in Consilio regionale elaborando la nuova legge sulla Sanità lombarda 

La salute non è una merce, la sanità non è una azienda!

Milano, 22/06/2021

Fabrizio Baggi, segretario regionale Lombardia

Giovanna Capelli, responsabile regionale sanità Lombardia

Partito della Rifondazione Comunista / Sinistra Europea

In Perù, Garabombo non è più invisibile

di Marco Consolo –

Sono ore di alta tensione in Perù. Dal 6 giugno, data del secondo turno delle elezioni presidenziali sono passate più di 2 settimane e l’autorità elettorale peruviana non ha ancora dichiarato ufficialmente vincitore il maestro Pedro Castillo, candidato della formazione di sinistra “Perù libre”. In base al totale dei voti scrutinati, Castillo è in testa per circa 44.000 voti (50,12%), contro Keiko Fujimori, la “candidata della vergogna” e della mafia che si è fermata al 49,88 %. Il risultato consegna un Paese diviso in due come una mela, con una profonda crisi istituzionale, più di 190.000 decessi a causa della pandemia, una corruzione dilagante, un profondo classismo (in particolare conro i popoli originari) e le sequele di un estrattivismo selvaggio con morti, feriti e detenuti.

Ma non c’è 2 senza 3, ed è la terza volta consecutiva che Fujimori viene sconfitta, dopo il 2011 ed il 2016.

Come da copione latino americano (e di Trump), va in scena il sovversivismo delle classi dirigenti: l’oligarchia bianca, il fascismo peruviano e la destra internazionale  non si rassegnano alla sconfitta, gridano ai brogli e da tempo hanno attivato un piano per non riconoscere la volontà popolare. Già prima del ballottaggio, il blocco sociale composto da oligarchia, latifondi mediatici, settori delle FF.AA. e della magistratura, insieme alla Confindustria locale, ha lanciato una campagna di odio anti-comunista e di false accuse di fiancheggiamento al terrorismo contro Castillo ed il resto della sinistra.

La strategia golpista

Nelle settimane scorse, a Washington è cresciuto il nervosismo e, sotto suggerimento a stelle e a strisce,  la “signora K” aveva invitato inutilmente il terrorista venezuelano Leopoldo Lopez a dar manforte nella campagna elettorale contro il “castro-chavismo”. Non sono serviti gli appelli anti-comunisti di Vargas Llosa a favore della signora K, con una giravolta rispetto al passato degna di miglior causa.  Nè era stato utile l’appello di 23 ex-presidenti di destra ad ammettere le “denunce” (fuori tempo massimo) di K per “brogli” e non riconoscere la vittoria di Castillo. Sforzi che non sono serviti ad evitare la sconfitta nel “cortile di casa” statunitense, nell’ennesimo Paese latinoamericano che cerca di sfuggire al controllo imperiale.

Oggi la signora K, la “mafia fujimorista” (e Vargas Llosa), cercano di evitare che Castillo sia proclamato presidente il prossimo 28 luglio, con sfacciate manovre golpiste.  Ed altresì, risparmiare 30 anni di galera per corruzione a Keiko Fujimori, accusata in vari processi a suo carico.

Per far ciò, utilizzano una strategia di “guerra asimmetrica” diretta dal famigerato Vladimiro Montesinos (ex capo dei servizi segreti, oggi nel carcere dorato della base navale del Callo) e dalla CIA.

E’ una strategia che conta su diverse mosse, comprese quelle del puntuale e sanguinoso attacco contro la popolazione attribuito immediatamente a Sendero Luminoso (formazione praticamente scomparsa da anni) a pochi giorni dalle elezioni.

In un elenco non esaustivo, all’inizio hanno provato a ritardare il più possibile, e con qualsiasi mezzo, il conteggio dei voti per evitare la proclamazione di Castillo, cosa che non ha portato a nulla a causa della differenza dei suffragi, ammessa dalle stesse autorità elettorali.

Vista la mala parata, hanno iniziato a chiedere nuove elezioni “per brogli”, senza uno straccio di prova ed in totale disprezzo delle leggi e della Costituzione peruviana (promulgata dal padre di Keiko, Alberto Fujimori, golpista, corrotto e genocida attualmente in galera), cercando di fare pressioni di ogni genere sull’autorità elettorale. Per fare ciò, la signora K ha arruolato i più famosi avvocati, con compensi milionari.

In queste settimane, si è intensificata la campagna di odio, paura e false accuse di “terrorista” contro Castillo, con l’appoggio dei mezzi di disinformazione di massa, innaffiati da abbondanti flussi di denaro. Una campagna rivelatasi contro-producente visto che, viceversa, ha provocato il rifiuto di metà della popolazione, della poca stampa indipendente e non corrotta, degli osservatori internazionali (tra cui la stessa progolpista OEA, diretta da Almagro).

Parallelamente, si agita la piazza con i suoi sostenitori, i poveri ingannati e i ricchi convinti (che obbligano le loro lavoratrici domestiche a portarne i cartelli di protesta contro Castillo e il comunismo, con la minaccia di licenziamento): cercano lo scontro fisico con i “ronderos” contadini, e quanti si sono mobilitati a Lima da tutto il Paese, con l’obiettivo di provocare scontri, caos, morti e feriti,  e fare intervenire le forze dell’ordine. Ma nonostante le provocazioni, neanche questo ha finora prodotto risultati.

Per non farsi mancare nulla, cercano anche di dare un golpe istituzionale per poter annullare le elezioni, attraverso manovre parlamentari e la nomina di un nuovo Tribunale Costituzionale, in mano a  un parlamento il cui mandato scade fra un mese.

Tintinnio di sciabole

Dulcis in fundo, si agita il sovversivismo nelle FF.AA., spingendo militari in pensione (di cui molti avevano appoggiato Montesinos nel marzo del 1999, come l’Almirante Jorge Montoya) a pronunciarsi contro il “caos político”. Puntuale come un buon orologio, lo scorso 15 giugno, un comunicato di ex–militari di destra delle tre armi, faceva appello alla sollevazione militare contro Castillo. Dietro le quinte, la regia del generale in pensione Otto Guibovich, oggi deputato di Acción Popular, partito dell’altro golpista Manuel Merino, cacciato dalle mobilitazioni studentesche nel novembre 2020.  Il comunicato ha provocato la dura reazione dell’attuale presidente Francisco Sagasti, che ha chiesto alla magistratura di procedere contro i firmatari.

Non è da sottovalutare questo tintinnio di sciabole, possibile anticamera di un golpe del XXI° secolo, con l’avallo del Pentagono e della CIA, per rendere impossibile il governo del maestro Castillo, “comunista, terrorista, incapace e confiscatore della proprietà privata”. Una modalità da non scartare, nonostante le difficoltà interne ed internazionali.

Ma piaccia o no alle classi dominanti, Castillo dovrebbe essere  proclamato presidente il prossimo 28 luglio. A differenza di Garabombo,  personaggio del bellissimo romanzo dello scomparso Manuel Scorza, che diventava invisibile agli occhi dei potenti per meglio difendere i diritti della povera gente, oggi gli invisibili, si sono palesati nella candidatura di un maestro elementare delle Ande peruviane.  Sono gli esclusi di sempre, delle campagne e  delle periferie urbane, impoveriti dal modello capitalista, neo-liberale ed estrattivista, che hanno poco da perdere, perchè possiedono poco o nulla. Sono tra i principali protagonisti della rivolta contro i poteri forti, contro i mafiosi che hanno governato il Paese negli ultimi decenni con il “pilota automatico” della Costituzione varata nel 1993 dal golpista Fujimori.

Dietro le quinte, la Casabianca corteggia i falchi golpisti e cerca affannosamente nuove e più efficaci strategie. Lo fa oggi con il “volto nuovo” di Biden, lo strascico “politico-letterario” del pennivendolo Vargas Llosa, la mafia di Miami e i congressisti come Marco Rubio, da sempre in prima fila nell’attacco ai processi di trasformazione del continente, con la trita propaganda di “libertà vs comunismo”.

Le priorità del maestro Pedro Castillo

Se sarà finalmente proclamato presidente, Castillo propone di arrivare ad una nuova Costituzione, che restituisca protagonismo allo Stato, sia in quanto a politiche pubbliche incisive, che come regolatore del mercato, per passare da una “Economia Sociale di Mercato” (secondo la costituzione golpista) a quello che il suo programma definisce  “Economia popolare con mercati”. Si tratta di un cambio di modello che propone misure urgenti per i primi 100 giorni. Tra le priorità, combattere a fondo la pandemia; rilanciare l’occupazione e l’economia popolare; un processo progressivo verso la seconda riforma agraria; una giusta fiscalità verso le grandi imprese (che oggi evadono sfacciatamente); la convocazione di un referendum costituente con un grande dialogo nazionale e popolare. Detto in altri termini, le priorità  immediate del futuro governo di Pedro Castillo saranno la campagna di vaccinazioni, e la riattivazione económica,  con l’obiettivo di creare occupazione, soprattutto nelle campagne e per le piccole e medie imprese.

Lungi dall’essere un “libro dei sogni”, sono misure urgenti e necessarie per cambiare il destino del popolo peruviano.

Ma sono misure che dovranno essere approvate dal nuovo Parlamento (eletto al primo turno), nel quale le sinistre di Perù Libre e della coalizione Juntos por el Perù non hanno la maggioranza.    Su 130 deputati, possono solo contare con i 37 del primo e i 5 della seconda, più pochi altri che potrebbero allearsi, per arrivare forse a 50. Sarà quindi una battaglia durissima, soprattutto rispetto alla possibilità di redigere una nuova Costituzione, che si può solo vincere con una forte mobilitazione sociale, come quella del novembre 2020 e di questi ultimi giorni.

Nel frattempo, l’accompagnamento internazionale contro le manovre golpiste in atto può aiutare a fare la differenza.

Questo articolo è stato pubblicato in America Latina, Perù da Marco Consolo .

Calendario del popolo: ottanta anni fa, 22 giugno 1941. All’alba di quel giorno la Germania nazista aggredì l’Unione Sovietica


GIUSEPPE ABBA’

Più di 5 milioni di soldati (tedeschi, ungheresi, finlandesi, romeni, italiani) con migliaia di carri armati e di aerei si avventarono su tre direttrici di attacco: a Nord verso Leningrado, al Centro verso Mosca, a Sud verso Kiev.

Il governo dell’Unione Sovietica, nonostante si aspettasse l’attacco della Germania (ma lo prevedeva più avanti nel tempo, nel 1943) fu colto di sorpresa. Anche le precise segnalazioni del servizio segreto sovietico (Richard Sorge dal Giappone) furono sottovalutate da Stalin. Ma, nonostante le sconfitte iniziali, il popolo sovietico, guidato dal Partito Comunista, seppe reagire. Celebre fu il discorso di Stalin per radio il 3 luglio dove invitò alla mobilitazione e alla resistenza, come pure il discorso fatto il 7 novembre nella Piazza Rossa.

Tutti i commentatori internazionali prevedevano la disfatta dei sovietici entro tre mesi. In realtà questo non accadde e già nell’inverno 1941-1942 l’offensiva nazista fu respinta davanti a Mosca.

Leningrado resistette ad un assedio di 900 giorni (pagato, purtroppo, con un milione di morti).

Dall’estate 1942 al successivo inverno si svolse l’epica battaglia di Stalingrado dove fu annientata un’intera armata germanica.

In seguito ci fu la battaglia di Kursk (estate 1943) e l’offensiva dell’ armata Rossa si sviluppò nel 1944 fino a liberare tutta l’Europa Orientale per concludersi a Berlino nell’aprile – maggio 1945.

Durante la guerra, nei territori sovietici occupati, si sviluppò un forte movimento partigiano.

Un’altra grande impresa del popolo sovietico fu l’evacuazione delle industrie dalle zone occidentali agli Urali.

L’Unione Sovietica ebbe un numero di morti mai calcolato interamente. Si parla di 25 o 27 milioni di morti.

Per non parlare delle distruzioni di migliaia di villaggi e di città.

Sebbene la maggioranza del Parlamento europeo nel 2019 abbia votato un’infame risoluzione che metteva sullo stesso piano nazismo e comunismo, è la forza dei fatti che smentisce questo assunto.

L’Unione Sovietica e i comunisti nella Resistenza (non solo europea, ma anche asiatica) hanno avuto un ruolo fondamentale per sconfiggere il nazifascismo e l’imperialismo giapponese.

Le truppe sovietiche marciano verso il fronte di Mosca.


Vigevano: Viva la Comune di Parigi e Rosa Luxemburg. Video conferenza pubblica.

Dall’esperienza della Comune di Parigi al 150esimo anniversario della nascita di Rosa Luxemburg. È dedicata a questi temi la conferenza pubblica intitolata “1871-2021: 150 anni di presenze” organizzata dal collettivo culturale “Rosa Luxemburg” di Vigevano presso la Sala polivalente “Giuseppe Franzoso” della Biblioteca Civica “Lucio Mastronardi” in corso Cavour 82 a Vigevano.
Relatore dell’incontro è il saggista Giorgio Riolo, esponente della “Rete delle Alternative”.

Saggista Giorgio Riolo


Basta con la politica dell’intimidazione.

Come Partito della Rifondazione Comunista esprimiamo la nostra piena solidarietà all’associazione Mimoal, associazione che da anni si batte per ottenere quello che in un paese civile sarebbe normale, un servizio di trasporto pubblico decente.

Da anni l’associazione si batte perché sia migliorato il servizio di trasporto sulla linea ferroviaria che collega Mortara a Milano, tratta che è tra le più disastrate dell’Italia settentrionale.

Sono state raccolte migliaia di firme, fatti presidi sotto la Regione Lombardia, incontri con tutte le amministrazioni locali e sempre Trenord e la Regione Lombardia non hanno fatto nulla.

Il centrodestra ha sempre fatto promesse, senza mai rispettare la parola data.

Ora si arriva addirittura ad aprire una vertenza legale contro Mimoal, chiedendo un risarcimento di diecimila  euro, con il chiaro intento di intimidire gli associati per ridurli al silenzio.

Come Partito della Rifondazione Comunista siamo, come sempre, al fianco dei cittadini che si battano per rivendicare diritti legittimi e contro l’arroganza del potere che non accetta nessuna critica al proprio operato.

Partito della Rifondazione Comunista

RIFONDAZIONE: ADIL ASSASSINATO DALLA PROTERVIA PADRONALE

Pubblicato il 18 giu 2021

Il coordinatore del Sicobas di Novara, Adil Belakhdim, è stato travolto e ucciso da un camion che ha forzato il presidio dei lavoratori davanti alla Lidl di Biandrate in occasione dello sciopero nazionale della logistica.
Dopo le aggressioni subite dai lavoratori a Prato, a San Giuliano Milanese e quella violentissima con l’utilizzo di vigilantes di Tavazzano appare chiara la volontà padronale di uno scontro duro per piegare le lotte dei lavoratori e del Sicobas.
L’omicidio del sindacalista è figlio della protervia padronale che non accetta che possano essere messe in discussione le condizioni di sfruttamento, i bassi salari e la precarietà vigenti nella logistica.
E’ l’ennesimo attacco al diritto di scioperare e lottare per tutele e diritti minimi e contro il potere di ricatto dei lavoratori garantito alle aziende da leggi inique e dall’utilizzo a rotazione di finte cooperative sostituite alla bisogna per poter licenziare e ridurre i salari.
Chiamiamo in causa le gravissime responsabilità di padroni che stanno riportando indietro di cento anni le condizioni dei lavoratori riportandoli al rango di sudditi senza parola e senza diritti.
Ma non si possono tacere le vere e proprie connivenze di questo e dei governi degli ultimi trent’anni che hanno approvato e non stanno modificando leggi che hanno trasformato il mercato del lavoro in un suk di braccia.
Nell’esprimere solidarietà alle compagne e ai compagni del Sicobas e alla famiglia di Adil ribadiamo con grande forza la necessità di abolire tutte le leggi che hanno precarizzato il mercato del lavoro e di introdurre un salario minimo orario legale.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Antonello Patta, responsabile lavoro
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea