“Il lavoro nel mondo contemporaneo”. E’ questo il tema al centro della prima conferenza pubblica del ciclo di tre incontri a ingresso libero organizzati per le prossime settimane dal collettivo culturale “Rosa Luxemburg” – Rete delle alternative di Vigevano. L’appuntamento è per sabato 9 aprile con inizio alle ore 15:30 presso la Sala polivalente “Giuseppe Franzoso” della Biblioteca Civica “Lucio Mastronardi” in corso Cavour 82 a Vigevano.
Per accedere sono obbligatori il green pass e la mascherina ffp2. Si parlerà in particolare di precarietà, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, salario minimo, reddito incondizionato, lavoro di cura e riproduzione sociale.
I relatori saranno Andrea Fumagalli, docente all’Università di Pavia, la saggista Cristina Morini e Nadia Rosa, responsabile regionale lavoro Prc-Se Lombardia.
In tale occasione, la ricercatrice Cristina Morini presenterà il suo recente libro su donne e lavoro “Vite lavorate”, edito da Manifestolibri.
La seconda conferenza è invece in programma sabato 14 maggio, sempre con inizio alle ore 15:30, e sarà dedicata a Pier Paolo Pasolini nel centenario dalla nascita. «Queste tre conferenze – spiega il collettivo nel comunicato stampa di presentazione – sono raggruppate sotto un significativo titolo: “Dignità umana, dignità del lavoro, dignità della natura. Cultura, movimenti sociali, politica” e hanno l’obiettivo di far conoscere ed approfondire alcune dinamiche importanti del nostro tempo. Questi temi sono declinati nel mondo contemporaneo come “crisi globali”, come crisi economica, crisi ecologica-climatica e crisi epidemiologica. La conoscenza delle suddette dinamiche viene proposta come premessa culturale necessaria per un agire sociale e politico efficace».
Oggi il circolo mortarese si riempie di facce. Non è questo un pomeriggio di pioggia adatto al dibattito politico, è invece un’occasione speciale. Al posto delle bandiere e dei volantini, ecco che sul tavolo apparecchiato compaiono torte e spumante.
Il festeggiato è lui, il Sandro. Detto il Farinin. Conosciutissimo in città. Novantaquattro anni. Lo guardo, mentre mi guarda. Riservato come sempre, è felice. Si siede su di una sedia e non finisce più di ringraziare i compagni. Non se l’aspettava probabilmente questa festa. Festa che poi è anche un modo per dirgli, che lui fa sempre parte di una grande famiglia, che gli vuole bene. Oltre alla sua personale, naturalmente.
Fuori grandina. Palline bianche e vento freddo scuotono le persiane. Finisce la tempesta, si esce fuori. Nel cortile ironicamente chiamato il kolkotz. Max e Sandro si fanno immortalare da uno scatto fotografico. Insieme. Il meno giovane e il più giovane a rappresentare la continuità di un’idea. Giuseppe lo racconta. Racconta di quando ha lavorato per decenni alla Sacic e ha lottato per i diritti di tutti. Per essere solidale con la classe operaia, nel tempo eroico ed alienante della catena di montaggio.
Di quando raccoglieva firme per i diritti del lavoro, di quando volantinava al mercato e del fatto che c’erano, e ci sono tuttora, persone che il volantino lo prendono soltanto da lui. Non da altri. Il Sandro oggi non è per nulla stanco o affaticato. È più arzillo di me. Non si arrende e cerca sempre di comprendere le cose del mondo, di un mondo che è diventato purtroppo tutt’altra cosa, rispetto a quello che lui aveva sempre sognato e per cui aveva lottato.
Non importa. A differenza di tanti ragazzi giovani che oggi hanno perso la dimensione del futuro, lui la speranza invece la possiede ancora forte. Dentro al cuore. Brighitte gli regala un quadro. Un quadro con una frase di Bertolt Brecht.
Arrivano anche i compagni di Vigevano, gli auguri si diffondono ovunque. I bicchieri si riempiono. La festa non può finire così, sotto un cielo nero di nuvole minacciose. Si affaccia improvviso un sole imbronciato. Poi la luce prende forza e a me sembra che ad un certo punto entrambi, il sole e Sandro, si guardino e si riconoscano.
Per poi decidere di ballare insieme, nel grande gioco che il tempo della vita riserva, ad ognuno di noi
lo scorso fine settimana, dal 24 al 27 marzo, ho avuto l’occasione di partecipare attivamente, in quanto delegato in rappresentanza del comitato provinciale di Pavia, al congresso nazionale dell’ANPI a Riccione. Diciannovenne, ero tra i più giovani presenti.
Voglio qui riportare alcune mie riflessioni su questo importante appuntamento che ha riscosso l’attenzione anche dei media nazionali.
Innanzitutto, una doverosa premessa. L’ANPI è l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, la casa di tutti gli antifascisti, dei vecchi e nuovi resistenti, di chi crede e difende attivamente i valori della nostra Costituzione nata dalla lotta per la libertà dal regime fascista e nazista che avevano portato alla rovina l’Italia e l’Europa. È doveroso non dare per scontato che tutti i lettori sappiano cos’è l’ANPI, dal momento che le classi dirigenti italiane ci vogliono tutti quanti ignoranti nelle discipline storiche e geografiche per poterci manipolare meglio e portarci a votare il primo idiota qualunquista di turno (sia esso Salvini, Meloni, Renzi, Di Maio o Calenda).
Il congresso di Riccione è stato un importante momento di confronto e di dibattito, un’occasione per conoscere tantissime nuove persone da tutta Italia che condividono i nostri stessi valori, quella della sinistra vera e di lotta.
Abbiamo avviato, come comitato provinciale di Pavia, un gemellaggio con il comitato provinciale di BAT (Barletta-Andria-Trani). Ci lega la figura di un partigiano trasferitosi al Sud dopo aver combattuto contro i fascisti al Nord.
Più dei due terzi degli interventi delle delegate e dei delegati si sono concentrati, com’è ovvio che sarebbe successo, sulla guerra in Ucraina e sulle strumentalizzazioni che alcuni giornali avevano fatto su alcune dichiarazioni dell’ANPI relative al conflitto in corso.
Ciò che è emerso è un ampio consenso, e non una divisione, su questo tema: condanna all’aggressione di Putin, solidarietà al popolo ucraino, no all’invio di armi e all’aumento delle spese militari.
Non mi sembra che siamo filo-Putin come dicono alcuni media, e nemmeno equidistanti. Il partigiano Carlo Smuraglia, ora presidente emerito, pare abbia ritrattato alcune delle sue posizioni (alcune sue parole erano state strumentalizzate per farlo apparire favorevole all’invio di armamenti all’Ucraina). La senatrice a vita Liliana Segre, intervenuta al congresso, non ha criticato l’ANPI per la sua presunta equidistanza, come invece si evincerebbe da titoli usciti su “la Repubblica” negli ultimi giorni. Ha anzi condiviso la condanna ferma dell’aggressione e le posizioni pacifiste della nostra Associazione.
Gli amici di Putin vanno ricercati a destra, nei partiti di Berlusconi, Salvini e della Meloni, come ha ricordato un delegato, e di certo non nella sinistra vera.
Dico sinistra vera perché esiste a parer mio una sinistra un po’ più finta, anch’essa presente al congresso. La sinistra finta del democristiano Enrico Letta, che a Riccione non menziona le posizioni belliciste e atlantiste del suo partito, e di Giuseppe Conte, di cui forse abbiamo dimenticato il suo passato in cui si vantava di essere sovranista e populista. Inviare armi in Ucraina e aumentare le spese militari porta all’escalation, all’intervento attivo, e al prolungamento della guerra. Più armi ci sono in giro e più morti ci saranno.
L’ANPI chiede che i governi europei si impegnino per la pace, per le trattative e per un compromesso dove Russia e Ucraina devono fare un passo indietro e rinunciare ad alcune pretese.
Il paragone tra la lotta di liberazione in Italia e il conflitto in Ucraina non ha senso per ovvi motivi. Ovvi se si apre un qualsiasi manuale di storia, e oltre ad aprirlo lo si legga. Nemmeno il Beppe Grillo dell’Ucraina Zelensky, che sta mandando al macello il suo intero popolo, nel suo intervento al Parlamento Italiano ha fatto questo assurdo paragone, memore forse della figura da cioccolataio che aveva fatto pochi giorni prima in Israele, dove era stato giustamente criticato per aver paragonato l’invasione russa dell’Ucraina al genocidio programmato e sistematico di 6 milioni di ebrei. Semplicemente follia!
L’ultima cosa la dico sui giovani, sui miei coetanei dentro l’ANPI. I giovani esistono, ce ne erano un po’, sparsi tra tutte le regioni d’Italia. Ho conosciuto due delegati lombardi, un ragazzo di 20 anni di Como e una ragazza di 24 anni di Monza, con i quali cercherò di costituire nelle prossime settimane e nei prossimi mesi un coordinamento (per ora a livello regionale) dei giovani iscritti all’ANPI, per misurare le nostre forze e lavorare su iniziative comuni.
Da parte dei “vecchi” si è parlato dell’importanza di “studiare” il fenomeno giovanile dentro l’ANPI e di lavorare per fare in modo che nuovi partigiani si avvicinino all’associazione. Posso soltanto limitarmi a dire che nessun giovane sotto i 30 anni è entrato a far parte degli organismi nazionali che contano. Per ora l’integrazione tra l’esperienza e l’innovazione rimane solo sulla carta.
Tutti noi giovani siamo concordi su un punto, che è emerso anche dagli interventi: la necessità di una riforma scolastica seria e dell’introduzione nei programmi scolastici anche della storia contemporanea dopo la Seconda Guerra Mondiale, che in nessuna scuola superiore viene studiata.
La storia e la geografia sono le chiavi che aprono le porte alla comprensione del mondo. L’ha dimostrato il conflitto in corso. La riduzione progressiva delle ore di storia e l’abolizione della geografia nelle scuole superiori, che noi studenti abbiamo vissuto sulla nostra pelle, è un’idea partorita dalle classi dirigenti per tenerci ignoranti. Stessa cosa l’allontanamento (o almeno il suo tentativo) degli esperti di geopolitica dal dibattito pubblico (vedi Orsini) e l’affidamento del ruolo che spetterebbe allo storico o allo scienziato politico a un Povia o un Telese o uno Scanzi qualunque.
Massimiliano Farrell
Presidente Sezione ANPI Mortara “Fratelli Capettini”
Ma quando la smetteranno con questa tragica farsa?
Tutti insieme allegramente votano alla Camera e al Senato, un aumento di 38 miliardi di spese per la guerra, e poi non si trovano pochi spiccioli per 7 bambini (di cui non si menziona la nazionalità), perché, per noi TUTTI i bambini che scappano dalla guerra vanno aiutati e non solo quelli biondi con occhi azzurri!
Ancora una volta la nostra città si è distinta per l’acume e il proverbiale razzismo che solo gli opportunisti e neanche tanto intelligenti hanno: li accogliamo … ma il contributo per la mensa devono pagarlo!
Non sarebbe più giusto far pagare le tasse agli evasori?
Non sarebbe più corretto non buttare soldi comprando armi?
Cari bambini ucraini un giorno crescerete e sicuramente vi ricorderete di noi che non vi abbiamo lesinato armi, ma vi neghiamo un piatto di pasta …
La guerra prima o poi finirà ma la stupidità di chi ci governa resta.
Come nel 2018 a Lodi, Melegnano e San Giuliano Milanese le discriminazioni leghiste e del centro destra usando motivazioni pretestuose negarono l’accesso ai bambini stranieri alle mense scolastiche, fortunatamente la legge dette loro torto ravvisando comportamenti razzisti.
Ci uniamo al Santo Padre chiedendo che la logica dell’accoglienza, tanto sbandierata a parole, diventi realtà, senza nessuna distinzione di razza, sesso o religione.
Rivolgiamo un appello affinché si abbandonino quei partiti che come Penelope del XX secolo di giorno sono eco pacifisti e di notte mercanti d’armi.
Nessuno riuscirà a convincerci che con la benzina si spegne il fuoco, né con le armi si costruisce la pace e tantomeno facendo pagare un ticket-mensa si salva il bilancio comunale.
Non vogliamo solo ripudiare la guerra come recita il nostro bellissimo art. 11 della Costituzione.
Vogliamo ripudiare la stupidità e bandire per sempre l’egoismo e la disonestà che in maniera traversale caratterizzano i partiti e la società.
Circolo “Hugo Chavez Frias” del partito della Rifondazione Comunista di Vigevano.
Roberto Guarchi :
Ricordo quando ci siamo mobilitati in piazza (unica forza politica) per il diritto alla mensa scolastica per tutti i bambini e le bambine. Era il 2012… Che rabbia: https://www.informatorevigevanese.it/…/mensa…/Dobbiamo avere “la certezza che la vergogna esista solo quando sbagliamo un passo di danza e non ogni volta che ci guardiamo allo specchio” (Subcomandante Marcos)
Ciao, vi invito a firmare e a far girare questa petizione contro l’aumento delle spese militari lanciata dal Comitato Pinerolese contro la guerra, le spese militari e il carovita.
Al Parlamento italiano
Petizione lanciata dal Comitato pinerolese contro la guerra, le spese militari e il carovita.
La scelta di portare la spesa militare da 25 a 38 miliardi di euro – immediata o spalmata negli anni che sia – è completamente sbagliata e dannosa per il popolo italiano.
Si tratta di una somma enorme, destinata a ripetersi negli anni, che toglie risorse alla spesa sociale. Da notare che il risparmio che lo stato ottiene con la sciagurata Legge Fornero – che manda la gente in pensione a 70 anni e produce milioni di giovani disoccupati – è meno di 8 miliardi all’anno. In pratica, se non aumentassimo la spesa militare, potremmo portare le pensioni a 60 anni, fare una vera assistenza per le persone non autosufficienti, migliorare il reddito di cittadinanza per i disoccupati, rendendola una misura stabile ed universale, aumentare la spesa per la sanità e l’istruzione pubblica. Con 13 miliardi di euro si possono fare un mucchio di buone cose mentre le spese militari possono solo portare morte e distruzione.
In secondo luogo questi soldi prima o poi dovremo restituirli. E’ assurdo buttare dalla finestra 13 miliardi di euro per poi, nei prossimi anni, essere nuovamente obbligati a fare sacrifici per restituire i soldi con cui il governo vuole comprare armi.
L’Italia non deve comprare armi per fare guerre offensive vietate dalla Costituzione. Queste spese servono solo a finanziare il complesso militare-industriale che produce pochi posti di lavoro, lauti profitti per gli azionisti e grandi benefit per i politici riciclati a dirigere queste imprese. Bene che vada sono uno spreco, male che vada un danno.
Per questo chiediamo che il governo italiano:
– Tagli le spese militari invece di aumentarle.
– Riduca le tariffe del gas e blocchi i prezzi dei generi alimentari di largo consumo.
– Reintroduca la scala mobile, aumenti le pensioni al di sotto dei mille euro e introduca il salario minimo a 10 euro l’ora.
– Si adoperi per l’immediato cessate il fuoco, per la pace, per la trattativa tra le parti e cessi subito la fornitura di armi in Ucraina.
Il Comitato pinerolese contro la guerra, le spese militari e il carovita.
La scelta del governo italiano di portare la spesa militare da 25 a 38 miliardi di euro è completamente sbagliata e dannosa per il popolo italiano.
In primo luogo perché si tratta di un mucchio di soldi sprecati. Stiamo parlando di una spesa che è destinata a ripetersi ogni anno e che equivale quasi ad un punto di PIL. Una cifra enorme che con ogni evidenza viene tolta alla spesa sociale. Faccio notare che il risparmio annuale che lo stato ottiene con la sciagurata legge Fornero che manda la gente in pensione e 70 anni e produce milioni di giovani disoccupati, è meno di 8 miliardi.
In pratica se non aumentassimo la spesa militare potremmo portare le pensioni a 60 anni, fare una vera assistenza per gli anziani non autosufficienti, migliorare il reddito di cittadinanza per i disoccupati rendendola una misura stabile e universale, aumentare la spesa per la sanità e l’istruzione pubblica.
Con 13 miliardi all’anno si possono fare un mucchio di buone cose.
Invece il governo sceglie le spese militari che possono solo portare morte e distruzione.
In secondo luogo perché questi soldi prima o poi dovremmo restituirli. Com’è noto Draghi è stato messo a fare il presidente del Consiglio perché doveva garantire l’Europa e i poteri forti sulla spesa dei 200 miliardi arrivati dall’Europa. Draghi ha fatto il suo lavoro usando questi soldi non per sviluppare lo stato sociale ma per finanziare – senza vincoli – il sistema delle imprese. Adesso sta continuando nel suo lavoro con l’aumento delle spese militari. Mentre negli anni scorsi il Draghi presidente della BCE continuava a predicare ed imporre sacrifici, il Draghi Presidente del Consiglio ha speso come se non ci fossero problemi. Ma tutti sappiamo che i due terzi dei soldi che Draghi ha speso saranno da restituire. Non è pensabile che adesso buttiamo dalla finestra 13 miliardi di euro per le spese militari e poi nei prossimi anni ci verranno a dire che dobbiamo nuovamente fare i sacrifici perché dobbiamo restituire i soldi con cui abbiamo comprato armi…
In terzo luogo è del tutto evidente che con la guerra e le sanzioni boomerang che i governi della NATO hanno fatto, l’economia italiana crescerà molto di meno di quanto previsto. Quindi il rapporto deficit PIL è destinato a peggiorare e tra breve i rigoristi dell’unione europea ci porranno nuovamente il problema di tagliare.
Da ultimo queste spese militari sono in larga parte inutili anche sul piano strettamente militare: Non siamo una potenza nucleare, non siamo in grado di sviluppare tecnologie in grado di mettere fuori gioco gli armamenti altrui (come i missili ipersonici russi che faranno rottamare miliardi di difese antimissile della NATO) e non dovremmo fare guerre offensive che sono palesemente vietate dalla Costituzione del nostro paese. Per difendere il suolo patrio servirebbe un serio programma sulla difesa popolare che poco o nulla ha a che vedere con il nostro esercito inquadrato nella NATO e con queste spese militari miliardarie. Queste spese servono solo a finanziare il complesso militare industriale che produce pochi posti di lavoro, lauti profitti per gli azionisti e grandi benefit per i politici riciclati a dirigere queste imprese. Bene che vada sono uno spreco, male che vada un danno.
L’aumento delle spese militari non si deve fare perché è una misura contro il popolo italiano: bisogna tagliare la spesa militare e non aumentarla!
Draghi, forte dell’appoggio del sodale Mattarella ha detto che sarebbe andato avanti. Conti, che da premier ha impegnato i suoi Governi con la Nato a raggiungere una spesa militare pari al 2% del Pil – e che anche nel primo anno della pandemia ha aumentato i fondi per la difesa – adesso dice che è contrario.
Conti ha quindi messo in campo un comportamento altalenante, tipico di quella furbizia, di quella demagogia politica contro cui era nato il movimento cinque stelle. Altri tempi…..
Non possiamo quindi affidarci ai nostri governanti, che o hanno l’elmetto in testa oppure sono così ondivaghi da risultare meno credibili di un ubriaco.
L’unica strada è quella che il popolo italiano, che nella sua maggioranza è totalmente contrario all’aumento delle spese militari, faccia sentire la sua voce, in modo che il governo e il parlamento ne debbano tener conto.
Ieri a Napoli Draghi è stato contestato.
Costruire la mobilitazione in tutta Italia contro questo scempio dell’aumento delle spese militari non solo è giusto: è un vero e proprio dovere civile di ogni cittadino responsabile.
A Mortara, nel consiglio comunale del 24 marzo scorso il gruppo consiliare della Lega ha presentato un ordine del giorno sull’Ucraina inaccettabile.
Difatti si sosteneva il “pieno appoggio” all’azione del governo, dell’Unione Europea, della Nato.
Ho contrapposto un diverso ordine del giorno, basato sulla posizione sostenuta dal nostro Partito con il seguente testo:
“Il Consiglio comunale di Mortara condanna l’inaccettabile intervento militare russo contro l’Ucraina, che ha provocato una drammatica estensione della guerra, in corso già da 8 anni nelle regioni del Donbass, che aveva già provocato 14 mila vittime.
Parimenti il consiglio comunale di Mortara, richiamandosi all’art.11 della Costituzione “l’Italia ripudia la guerra”, è nettamente contrario alla decisione del governo italiano di mandare armi all’Ucraina, in quanto il fuoco non si spegne con la benzina ed è contrario all’aumento della spesa militare decisa da quasi tutto il Parlamento italiano fino a raggiungere il 2 per cento del PIL (38 miliardi di euro) come richiesto dagli Stati Uniti e dalla Nato.
Richiede al governo italiano di adoperarsi diplomaticamente per ottenere:
1) IL CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO
2) L’APPLICAZIONE DEI DISATTESI ACCORDI DI MINSK
3) BLOCCARE L’ESPANSIONE DELLA NATO AD EST.
Inoltre il Consiglio comunale di Mortara invita il governo a rivedere la questione delle basi militari straniere (statunitensi e Nato) sul territorio nazionale, quantomeno allontanando i pericolosi depositi di bombe atomiche (presenti nelle basi di Ghedi ed Aviano).
Infine il Consiglio comunale di Mortara impegna l’Amministrazione comunale ad adoperarsi per l’aiuto a tutti coloro che fuggono dalle guerre, sia dall’Ucraina che dagli altri teatri di guerra.
Giuseppe Abba’
Consigliere comunale del Partito della Rifondazione Comunista.
Ovviamente ho votato contro l’ordine del giorno leghista (votato invece da tutti gli altri gruppi consiliari, Lega, PD, Fratelli d’Italia) e ho depositato agli atti il mio ordine del giorno che ha ottenuto solo l’appoggio di UN consigliere comunale (il sottoscritto).
LAVORO, PASOLINI, AMBIENTE: TRE CONFERENZE DEL COLLETTIVO CULTURALE “ROSA LUXEMBURG” Il lavoro oggi, Pier Paolo Pasolini, la questione climatica. Sono questi i temi al centro del ciclo di tre conferenze pubbliche organizzate per le prossime settimane dal collettivo culturale “Rosa Luxemburg” – Rete delle alternative di Vigevano.
Tutti gli incontri saranno a ingresso libero e si svolgeranno nei pomeriggi di sabato con inizio alle ore 15,30 presso la Sala polivalente “Giuseppe Franzoso” della Biblioteca Civica “Lucio Mastronardi” in corso Cavour 82 a Vigevano.
Saranno applicate le disposizioni anti-Covid vigenti al momento di ogni singola iniziativa. «Le conferenze – spiega il collettivo nel comunicato stampa di presentazione – sono raggruppate sotto un significativo titolo: “Dignità umana, dignità del lavoro, dignità della natura. Cultura, movimenti sociali, politica” e hanno l’obiettivo di far conoscere ed approfondire alcune dinamiche importanti del nostro tempo.
Questi temi sono declinati nel mondo contemporaneo come “crisi globali”, come crisi economica, crisi ecologica-climatica e crisi epidemiologica. La conoscenza delle suddette dinamiche viene proposta come premessa culturale necessaria per un agire sociale e politico efficace».
Il primo appuntamento è in programma sabato 9 aprile con inizio alle ore 15,30 e sarà dedicato al tema “Il lavoro nel mondo contemporaneo: precarietà, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, salario minimo, reddito incondizionato, lavoro di cura e riproduzione sociale”.
I relatori saranno Andrea Fumagalli, docente all’Università di Pavia, la saggista Cristina Morini, e Nadia Rosa, responsabile regionale lavoro Prc-Se Lombardia. Sabato 14 maggio (sempre con inizio alle ore 15,30) si svolgerà la seconda conferenza, dedicata a Pier Paolo Pasolini nel centenario dalla nascita. La sua “presenza profetica” sarà analizzata ed approfondita dai saggisti Francesco Muraro e Giorgio Riolo.
Infine, sabato 21 maggio (ore 15,30) verrà affrontato l’argomento “La giustizia ecologico-climatica e la giustizia sociale, la confluenza dei movimenti.
Dai movimenti antisistemici e dai Forum Sociali Mondiali ai nuovi movimenti”.
Ne parleranno Ilaria Falossi e Bjork Ruggeri, studentesse di Pavia e attiviste di “Fridays For Future”, insieme a Giorgio Riolo, esponente dalla “Rete delle alternative”.
Sabato 26 marzo a Firenze è stata una bellissima giornata. Oltre 40.000 persone hanno sfilato per le vie della città in quella che è stata la prima grande manifestazione nazionale della convergenza dei movimenti.
Non era facile, per certi versi era sembrato persino un azzardo: una data collocata a inizio primavera senza una scadenza di per sé mobilitante, dentro una situazione precipitata da più di un mese nel nuovo e drammatico scenario della guerra.
Ma il futuro è di chi lancia il cuore oltre l’ostacolo e il collettivo di fabbrica Gkn ha dimostrato di saperlo fare sin dal primo momento, quel 9 luglio 2021, quando, con una semplice email, il fondo speculativo d’investimento Melrose aveva comunicato la chiusura dello stabilimento e la fine del lavoro per oltre 500 lavoratrici e lavoratori. Quel giorno nessuno di loro ha fatto appello ai vertici sindacali per ottenere il solito tavolo al Ministero dello Sviluppo Economico, qualche mese di cassa integrazione e vane promesse di reindustrializzazione.
Si sono invece rivolti alla città, al territorio e alla società, chiedendo “Voi, come state?” e dichiarando da subito che la forza della loro lotta stava tutta nella condivisione della sua vulnerabilità. E’ stato questo passo a far aprire un dialogo orizzontale, sincero, intenso e articolato, che ha posto tutte e tutti di fronte al compito, non tanto di solidarizzare con la loro vertenza, ma di moltiplicarla in ogni territorio e in ogni settore sociale. Con la consapevolezza che “nessuna si salva da sola” e che si vince solo cambiando i rapporti di forza dentro la società.
Una società investita dalle multiformi crisi sistemiche del capitalismo, scaraventata da una crisi eco-climatica e sociale dentro una pandemia e da questa dentro una guerra senza soluzione di continuità.
Hanno fatto due incontri importanti le lavoratrici e i lavoratori della Gkn in questi mesi di intensa mobilitazione.
Hanno incontrato il percorso della “Società della Cura” ovvero un insieme molto ampio di realtà sociali che, dalla fine del primo lockdown, rifiutandosi di trasformare il necessario distanziamento fisico in distanziamento sociale, hanno deciso di farsi attraversare dagli insegnamenti che la pandemia ha portato con sé e che, contro il mito liberista dell’individuo indipendente che si afferma a scapito degli altri, hanno assunto la vulnerabilità delle esistenze, l’interdipendenza tra le stesse e con la natura, l’idea che nessun* si salva da sol*, come assi portanti per la costruzione di un nuovo paradigma e di un altro orizzonte sociale.
Un percorso che oggi vede oltre 450 realtà sociali e oltre 2000 persone individualmente attive riconoscersi nell’orizzonte del “prendersi cura di”e del “prendersi cura con” come pratica antagonista rispetto al trittico “crescita, concorrenza, competizione”, riproposto dai poteri dominanti come faro delle scelte politiche, economiche, ecologiche e sociali.
E, all’interno di questo percorso, hanno incrociato la giovane generazione ecologista in campo da alcuni anni contro la crisi eco-climatica e per un’inversione di rotta radicale nell’organizzazione della produzione, riproduzione e relazioni sociali dentro le quali si organizzano le vite delle persone.
Il coloratissimo corteo di sabato 26 a Firenze è stato l’epifania di questi processi e un grande salto di qualità nel superamento delle parcellizzazioni imposte dai poteri dominanti per dividere la società.
Un corteo promosso insieme dal collettivo di fabbrica della Gkn e dai Fridays For Future, ovvero la messa in comune di due nuove consapevolezze –il diritto al lavoro comprende il diritto a che il lavoro sia ecologicamente e socialmente orientato / nessuna transizione ecologica può essere davvero fatta senza il coinvolgimento di lavoratrici e lavoratori– che finalmente fanno carta straccia di tutti i conflitti costruiti sulla contrapposizione artificiale fra ambiente e lavoro, per ricollocarli come conflitti fra lavoro e ambiente da una parte e profitti dall’altra.
Un corteo stracolmo di giovanissime e giovanissimi, e nel contempo attraversato da tutte le età anagrafiche e politiche: un plastico superamento di tutti i conflitti intergenerazionali artificialmente agitati dai poteri dominanti per mettere giovani contro anziani, precari contro lavoratori a tempo indeterminato, invisibili contro garantiti.
“Fine del mese e fine del mondo, stessi colpevoli, un’unica lotta” hanno detto, cantato e gridato i 40mila di Firenze.
E tutte e tutti contro la guerra, contro ogni guerra, quella di chi invade e di chi riarma, quella di chi pratica il dominio e di chi chiude gli spazi di dissenso, perché ogni guerra è agita e usata dai potenti contro i popoli.
A Firenze abbiamo fatto tutte e tutti un primo importantissimo passo, ma abbiamo di fronte ancora un lungo e difficile cammino.
Non hanno ancora paura di noi i poteri dominanti, nonostante la ferocia delle loro politiche e azioni ne dimostri l’intrinseca fragilità: possono ancora contare su una grande area di popolazione, attonita e angosciata, immersa nella solitudine competitiva, e in un panico che chi comanda spinge perché diventi rancore.
E’ un’area vasta di persone che dobbiamo saper coinvolgere per trasformare insieme il panico in preoccupazione e il rancore in una molto più creativa rabbia.
Oggi possiamo farlo con molta più fiducia di ieri.
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