Sabato 19/02/2022, al mattino, gli iscritti di Rifondazione Comunista di Vigevano hanno raccolto in poche ore, al mercato, quasi 100 firme contro il caro bollette di luce e gas. Le firme saranno inviate al Governo per chiedere che riduca i profitti delle aziende erogatrici, come hanno fatto quelli di Spagna e di Francia, e che diminuisca le tariffe ormai insostenibili dati gli attuali redditi dei ceti popolari.
Si tratta una “stangata” delle aziende erogatrici che colpisce duramente i già magri redditi di pensionati, precari, disoccupati, lavoratrici e lavoratori che percepiscono stipendi tra i più bassi in Europa.
Abbiamo constatato la cruda realtà di una parte, sempre più consistente, di società civile che si impoverisce, che fatica a raggiungere la fine del mese, che vive anche sotto la soglia di povertà. C’è un diffuso malcontento nei confronti delle classi dirigenti, per le politiche antipopolari attuate dai governi precedenti e da quello attuale. C’è molto disincanto per le chiacchiere del governo Draghi perché i provvedimenti adottati finora favoriscono solo la finanza, la Confindustria, i possessori di grandi capitali, a scapito dei ceti popolari. Le dichiarazioni rassicuranti diffuse a vuoto con ripetute conferenze stampa esasperano gli animi di chi non è più in grado di assicurarsi un futuro economico sereno e tranquillo e si avvicina inesorabilmente alla soglia di povertà.
Avvertiamo un pericolo per la democrazia perché se non c’è un sindacato di classe, se non c’è una sinistra vera pronta a intercettare questo malessere e a indirizzarlo verso forme di lotta collettive, si rischia che siano le destre ad approfittarne facendo leva sul razzismo, sull’egoismo, incrementando la guerra tra poveri.
I soldi ci sono, basta colpire gli evasori fiscali, ridurre le spese militari, bloccare le grandi opere devastanti e inutili -come il TAV in Piemonte, che succhia miliardi alla Stato per finanziare i soliti noti potentati legati ad organizzazioni criminali-, promuovere grandi interventi pubblici per mettere in sicurezza il territorio e le strutture pubbliche, curare il dissesto idrogeologico, cessare il consumo di energie fossili e non ecologiche, privilegiare e scegliere fonti energetiche rinnovabili per salvaguardare il Pianeta dai disastrosi cambiamenti climatici in corso.
La mobilitazione deve continuare con tutte le forme di lotta democratiche, proteste, manifestazioni, scioperi nei luoghi di lavoro e nella società. Basta con rapine sui redditi bassi. Creiamo con la lotta il cambiamento del modello di sviluppo economico e sociale. Basta con governi che rubano ai poveri per dare ai ricchi.
Ci sentiamo in dovere di ringraziare tutti coloro che hanno generosamente firmato le nostre petizioni, pur sapendo che i tempi del cambiamento non sono immediati ma che vanno costruiti. Solo una nuova coscienza diffusa e il protagonismo dei ceti popolari colpiti e delle nuove generazioni può garantirne uno sbocco positivo. Siamo comunque molto soddisfatti del primo risultato ottenuto anche qui a livello locale.
Partito della Rifondazione Comunista – Circolo “Hugo Chavez Frias” di Vigevano
Anche la sinistra non compatibile radicalmente con le politiche governative, ha trovato da oggi modo di strutturarsi in parlamento. Annunciato in Aula lunedì 7 febbraio, il nascente gruppo si è presentato mercoledì 16 in conferenza stampa. La scelta di quattro deputate, uscite dal M5S molto tempo fa e approdate al gruppo misto, di costituirsi in componente, rappresenta una vera novità politica. L’esordio è stato immediato.
La settimana scorsa, di fronte al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, venuta a riferire in aula, la portavoce del gruppo, Simona Suriano, a nome anche delle altre, ha duramente pronunciato un j’accuse verso la responsabile del governo, in merito alla repressione attuata in numerose piazze italiane, contro gli studenti che manifestavano dopo la morte di un loro coetaneo ucciso dallo sfruttamento imposto con l’alternanza scuola – lavoro. Il gruppo delle 4 parlamentari ha scelto di chiamarsi ManifestA, un invito tanto ad esprimersi, a riappropriarsi dei territori rimasti vuoti della democrazia e della partecipazione, quanto ad evidenziarne il carattere ad oggi totalmente femminile della composizione.
Nasce in opposizione al governo Draghi e intende essere il punto di partenza “di un dialogo aperto con tutte le realtà che si definiscono di sinistra e che catalizzano istanze sinora ignorate dalle forze in parlamento”, affermano. Non si tratta di una scelta maturata in pochi giorni.
Da quasi un anno le parlamentari collaborano con Potere al Popolo e col Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea ( che saranno sostenitori attivi del gruppo). Lo fanno sui temi del lavoro, dei diritti di tutti, a partire da chi, in quanto immigrato, è più soggetto a violazioni, del contrasto a scelte politiche nazionali e internazionali – si sono opposte alla proroga ad esempio del finanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica – ma tale collaborazione, spesso tradottasi in disponibilità immediata a condividere vertenze, interpellanze e interrogazioni non era sufficiente.
Le parlamentari, oltre a Simona Suriano sono: Silvia Benedetti, Yana Chiara Ehm e Doriana Sarli, partendo dalla costatazione che questo è un periodo di grave sofferenza per le categorie più fragili, hanno scelto di rendere più organica e pubblica la collaborazione con PaP e Prc, individuandole come tra le forze che con maggior vigore non hanno abbandonato le lotte per rivendicar i diritti di chi ha, negli ultimi anni, sempre pagato il prezzo più alto di scelte politiche sbagliate e la cui voce, come quella delle forze politiche suddette, è stata ben poco rappresentata a livello istituzionale.
C’è estrema chiarezza di fondo negli obiettivi: “promuovere e costruire una proposta politica concreta, che metta finalmente al centro il benessere sociale, l’ambiente, il pubblico e che dia vita a un modello di sviluppo che si contrapponga fermamente alle ricette neoliberiste, ai processi di privatizzazione, e al potere economico e politico dominante, che da tempo ignora l’interesse collettivo. Vogliamo realizzare uno spazio, autenticamente di sinistra e ambientalista, che provi a disegnare un percorso unitario e che possa avvicinare la politica ai bisogni reali delle cittadine e dei cittadini” si afferma nel testo con cui si sono presentate pubblicamente.
L’invito che rivolgono è quello di alzare la testa, reagire rivendicando i propri diritti e partecipando attivamente alla costruzione di un modello di società più equo e giusto. E non si tratta di lodevoli quanto generiche buone intenzioni, parlano di redistribuzione della ricchezza attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e una reale progressività delle imposte, di diritti delle lavoratrici e dei lavoratori oggi poco tutelati che debbono riacquisire potere; reclamano il fatto che l’intervento pubblico nell’economia non deve più essere considerato un tabù.
La sinistra che vogliono rappresentare è quella capace di affrontare urgentemente con fatto concreti la crisi climatica e ambientale, che si impegni ad una attuazione della Costituzione ripudiando realmente la guerra, tagliando le spese militari, promuovendo il dialogo e la pace a tutti i livelli rimettendo in discussione anche il ruolo del Paese in ambito multilaterale. Una attenzione particolare – ed è estremamente positivo che la componente nasca come composta da donne – è connesso alla promozione di una reale uguaglianza di genere che combatta, anche su tale fronte ogni forma di discriminazione.
E finalmente una sinistra realmente antirazzista, non solo di fronte alle destre, che si pone l’obiettivo di affrontare in maniera complessiva i cambiamenti strutturali che avvengono nella società attraverso le migrazioni. Quello che un tempo veniva definito fatto sociale totale.
Come si accennava, le quattro parlamentari hanno già da tempo operato in tal senso, contrastando ad esempio l’esistenza dei Centri permanenti per il rimpatrio (CPR) vere e proprie strutture detentive per chi non ha commesso altro reato se non quello di esistere. Intende restare “uno spazio aperto aperto a tutti coloro che intendano contribuire alla costruzione di un progetto collettivo, fermo nei valori e nei principi, per trovare soluzioni concrete, attraverso un processo di partecipazione dal basso” conclude il loro testo di presentazione. «Vorrei essere chiara – afferma Doriana Sarli – Noi non vogliamo capitanare un’organizzazione della sinistra o creare un nuovo progetto politico, magari per formare un partito.
Nasciamo per esserne parte, collettore, per dare realmente ascolto e fare da sponda parlamentare alle istanze delle fasce più deboli, di chi lavora e di chi è emarginato. Per questo abbiamo bisogno di operare con forze quali sono PaP e Rifondazione che hanno già una propria storia e che su queste direttrici hanno da sempre lavorato». Le fa eco Silvia Benedetti, che parte però da un’altra considerazione: «Noi possiamo dimostrare che si può ancora interloquire oltre il mondo dei social, ripartendo dal contatto umano. Stabilendo un rapporto diretto fra realtà anche diverse. Io parto dall’idea di Baumann secondo cui il vero confronto è fra chi non la pensa come te. Ovvio non al ribasso e senza rinunciare ad alcuni principi come quelli per cui ci siamo trovate come parlamentari, ma relazionandoci anche con esperienze diverse come sono quelle delle forze politiche che ci hanno mostrato vicinanza. Credo che sia necessario per far ridivenire vicina alle persone anche la nostra attività».
Marta Collot e Giuliano Granato, Coordinatori di Potere al Popolo, chiosano con nettezza: «Mentre le distanze tra paese reale e istituzioni aumentano di giorno in giorno, la nascita di ManifestA è un’ottima notizia perché può rappresentare un po’ di aria fresca all’interno di un’aula sorda ai bisogni della stragrande maggioranza della nostra gente». «La nascita della componente è un fatto positivo per noi di Rifondazione Comunista che proponiamo da tempo la convergenza di partiti e movimenti per costruire l’opposizione sociale e una proposta politica di sinistra e ambientalista alternativa a centrodestra e centrosinistra che sostengono il governo Draghi. – risponde Maurizio Acerbo, segretario del PRC-S.E.
Ringrazio le deputate che hanno proposto di creare uno spazio a disposizione di lotte e vertenze e di partiti come il nostro che si battono per l’attuazione della Costituzione, per la sanità e la scuola pubbliche per i diritti di chi lavora contro precariato e salari da fame, per la giustizia sociale e ambientale, per la pace». E aggiunge Elena Mazzoni, della segreteria nazionale di Rifondazione: «Io credo che questo sia lo spazio di iniziativa parlamentare a disposizione di chi davvero vuole operare per una società capace di cura e di futuro, ecologista, femminista, pacifista, partigiana e antirazzista»,
La critica forte al governo Draghi, che si dimostra capace, in nome della ripresa che avvantaggia solo le grandi imprese e le banche, di ampliare lo sblocco dei licenziamenti e di rendere ancora più fragili i soggetti che già lo erano, a cui si aggiungono coloro che lo sono divenuti con la pandemia è un altro dei tratti comuni della componente e delle forze politiche che la sostengono.
Le parlamentari sono già intervenute individualmente contro le delocalizzazioni ma la loro riflessione sul disagio non si ferma al presente. Parlano di come dalla crisi del 2008 l’Italia non sia di fatto mai uscita per rientrare nei parametri di Maastricht che hanno fermato i salari da 30 anni, che hanno portato a operare tagli inaccettabili alla sanità, allo smantellamento di quel poco di welfare che esisteva oggi in gran parte esternalizzato e reso precario. Tanti insomma i temi che ManifestA intende portare avanti e su cui vuole spendersi. Che non sia finalmente un bel giorno, atteso da tempo per la sinistra in Italia?
Esprimiamo tutta la nostra rabbia di fronte alla tragica morte di Giuseppe Lenoci un giovanissimo apprendista, vittima di un incidente stradale con il furgone dell’azienda per la quale lavorava e faceva formazione, e sosteniamo con forza gli studenti di nuovo in lotta come per la morte di Lorenzo Parelli.
Una condizione, quella di Giuseppe e Lorenzo, diversa da quella dei coetanei che frequentano le scuole, diversa nel percorso di formazione ma non per il lavoro sempre più insicuro, con condizioni materiali e di insicurezza mortali.
Gli studenti, esprimendo al meglio gli antidoti ancora presenti nella scuola, concentrano giustamente le loro critiche sull’alternanza Scuola Lavoro e l’apprendistato, ovvero ciò che il Jobs Act e la Buona Scuola hanno contemporaneamente e congiuntamente prodotto: l’asservimento di Scuola e Formazione Professionale all’indiscusso primato dell’impresa e del mercato.La Formazione Professionale è sempre stata la Cenerentola dei sistemi di apprendimento, e non è sufficiente giustificarne il ruolo di argine all’abbandono di qualsiasi percorso da parte dei giovani.
È ora di rimettere in discussione la canalizzazione precoce, riprendendo il cammino che, in linea con l’articolo 3 della Costituzione, sessant’anni fa portò all’elevazione dell’obbligo scolastico alla terza media e alla soppressione dell’avviamento professionale. Obbligo scolastico che venne elevato a sedici anni, per un brevissimo periodo, dall’ultimo governo Prodi, per essere poi travolto da quello successivo con l’obbligo formativo, che poteva essere espletato anche nella Formazione Professionale e, dopo il Jobs Act, coperto in gran parte dall’apprendistato.
Elevare l’obbligo scolastico e abolire l’alternanza Scuola Lavoro è dunque urgente e maturo, con quest’obiettivo Rifondazione Comunista sarà in piazza con gli studenti.
Nessuno che cerca di bloccare questa situazione creatasi in Ucraina, le notizie che arrivano da quelle parti non sono per niente buone, a minacce si risponde con altre minacce e nessuno retrocede per arrivare a un accordo. Gli USA e la NATO, si sa, quando c’è da aizzare quella parte di mondo a loro contrari sono maestri e l’Italia, facente parte della Nato, gli obbedisce pur sapendo che potremmo subire conseguenze catastrofiche. Noi di Rifondazione Comunista siamo da sempre contro tutte le guerre e ci auguriamo che qualcuno metta fine a questa escalation dialogando come giusto che sia.
IL PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA ha lanciato una campagna contro l’aumento notevole delle bollette di luce e gas, che si sta sviluppando in tutta Italia con banchetti, volantinaggi, conferenze stampa.
In questo quadro, dove siamo presenti nelle assemblee elettive, cerchiamo di presentare mozioni o ordini del giorno su questo problema.
A Mortara, dove ricopro il ruolo di consigliere comunale per il Partito della Rifondazione Comunista (all’opposizione della giunta leghista), ho presentato una mozione in merito che è stata votata all’unanimità.
La mozione contro l’aumento di luce e gas sarà inviata alla Prefettura di Pavia, alla Giunta regionale, al Presidente del Consiglio dei ministri. MOZIONE CONTRO L’AUMENTO DELLE BOLLETTE DI LUCE E GAS. Il sottoscritto Giuseppe Abbà, consigliere comunale del Partito della Rifondazione Comunista e di “Mortara bene comune” VISTO l’enorme aumento delle bollette gas e luce (del 45 e del 55 per cento) CONSIDERATA la grave ricaduta sui bilanci familiari, sulle attività commerciali e produttive con conseguente aumento dei prezzi. CHIEDE che il Consiglio comunale discuta e voti la seguente MOZIONE Il Consiglio comunale di Mortara, facendosi interprete del disagio della popolazione, colpita da consistenti aumenti delle bollette di gas e luce, con ricadute a catena sull’aumento dei prezzi, anche sui beni di prima necessità, chiede al Governo i seguenti provvedimenti: 1) Tassare adeguatamente i profitti delle grandi aziende che distribuiscono e vendono il gas e l’energia elettrica. 2) Eliminare oneri di sistema obsoleti, dare finalmente un taglio alle accise, alle addizionali regionali e all’Iva, tasse pagate in prevalenza dai ceti popolari.
A TRENTA ANNI DAl TRATTATO DI MAASTRICHT LE RAGIONI DEL NOSTRO NO
Rivendichiamo con orgoglio il no del Partito della Rifondazione Comunista al trattato nel 1992. Era un no in nome della #Costituzione e contro il neoliberismo.
Vi proponiamo nell’anniversario della firma la dichiarazione di voto di Giovanni Russo Spena al Senato e quella di Lucio Magri alla Camera.
La nostra posizione di fondo non è mai cambiata: contro i trattati europei non “contro l’Europa” come ben spiega Giovanni. E una cosa va sottolineata: la posizione che illustrarono Russo Spena al Senato e Magri alla Camera non era individuale, ma espressione del dibattito e dell’elaborazione collettiva del partito. I fatti hanno ampiamente dimostrato che #avevamoragione.
“Noi abbiamo la sgradevole sensazione che si stia andando, con frenesia suicida, con immotivata fretta con pressappochismo, ad un voto espresso per mero simbolismo politico, al quale ci costringe il Governo Amato. Stiamo rischiando di svolgere una discussione sul nulla, il che è sempre aberrante sotto il profilo politico e pericoloso per le sorti della democrazia…Ci troviamo, colleghi, di fronte all’ennesimo golpe istituzionale…Noi impugniamo la costituzionalità di un siffatto processo decisionale!
Questo è il vero deficit di democrazia. Ai lavoratori, alla gente si racconta ogni sera dagli schermi televisivi, da parte di compiacenti giornalisti, che occorre stringere la cinghia in nome di Maastricht, che lo Stato sociale universalistico deve diventare residuale in nome di Maastricht, che il salario nominale, per la prima volta dal dopoguerra, deve scendere in nome di Maastricht, senza che i soggetti sociali e politici possano discutere apertamente e collettivamente e dire la propria, esprimere quindi il proprio punto di vista…Siete voi, signori del Governo, i veri antieuropeisti, perché in nome della finanza, della valorizzazione del capitale, dell’intreccio tra profitti e rendite finanziarie state distruggendo l’idea forte dell’Europa solidale, dell’Europa dell’autodeterminazione dei popoli, dell’Europa come socialità nuova, come comunità nuova. Non solo, ma state distruggendo anche l’idea di una nuova statualità, tanto più necessaria in un momento nel quale si frantuma drammaticamente l’idea stessa dello Stato nazione, delle identità statuali nazionali, e consuma la sua crisi annunziata nella tragedia quotidiana della frammentazione, del sangue versato, della povertà, degli esodi biblici di massa.
Voi state costruendo un’Europa che sarà insieme l’Europa dei capitali e l’Europa dello sviluppo malthusiano, l’Europa dei razzismi e dei profughi…In secondo luogo, poniamo una riserva di costituzionalità alla ratifica del trattato di Maastricht, già sollevata nel paese ed in dottrina da eminenti costituzionalisti.
L’articolo 11 della Costituzione, infatti, parla esplicitamente di «limitazioni» e non di «trasferimenti» di sovranità, e fu storicamente redatto (basta andare a leggere le relazioni alla Costituente) in vista di una struttura internazionale come l’Organizzazione delle nazioni unite e non sovranazionale come le Comunità, che creano incostituzionalmente norme giuridiche valide direttamente in Italia: può riguardare, dunque, solo obblighi esterni, assunti dall’Italia nelle condizioni – tutte da verificare, peraltro – di cui all’articolo 11, e che limitano la tradizionale sovranità statale nei rapporti internazionali, e non certo invece situazioni incidenti direttamente sui poteri degli organi statali, per assegnare poi gli stessi ad organi esterni, cioè quelli comunitari.
Maastricht incide, colleghi, sino alla sottrazione totale (o forte restrizione di sovranità) di poteri a taluni organi, anzitutto al Parlamento. Un primo gravissimo contrasto con la Costituzione è formale ed è costituito dall’alterazione del circuito sovranità popolare-Stato, sancito dall’articolo 1, secondo comma, che recita: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Solo organi italiani, eletti o risultanti dai procedimenti del sistema italiano e secondo le rispettive competenze, esprimono la sovranità del popolo italiano. Ad essi spetta, tra l’altro, la responsabilità di attuare princìpi di base e diritti fondamentali, dall’articolo 2 sino all’articolo 47 della Costituzione.
Un ulteriore contrasto, sostanziale, è che nel quadro comunitario o dell’Unione europea, gli organi esterni – con partecipazione assolutamente preminente degli esecutivi statali – alterano lo schema di fondo della divisione dei poteri, che è alla base del sistema italiano. Salta, per determinanti e sempre più ampi settori, la garanzia della legge e della stessa Costituzione.
Noi siamo fermamente e duramente contrari al trattato di Maastricht; non già perché siamo contro l’Europa, ma proprio perché vogliamo costruirla davvero, nella democrazia, nella giustizia sociale, in un quadro di rapporti internazionali fra nord e sud diverso da quello attuale.
L’attuale trattato, badate colleghi, già non sta reggendo; sicuramente non reggerà alla prova: con ogni probabilità, incentivando recessione, disoccupazione, povertà (e quindi attacchi alla democrazia e nuove spinte di destra) andrà presto in crisi e questa sua crisi produrrà, di qui a qualche anno, molte macerie e grandi mali. Non facciamo allora gli apprendisti stregoni: facciamo crescere il dibattito, cerchiamo di rompere il cappio monetarista recessivo, antisociale, antidemocratico, che sta strangolando l’Italia e l’idea stessa d’Europa, proprio in nome di un’Europa dei popoli e democratica.
Insomma, colleghi, mi pare non vi sia – e a noi, come gruppo, sembra che non vi sia – motivo alcuno, se non l’affannoso arrancare di Amato dietro ad ogni ancora di salvezza, per non dichiarare l’incostituzionalità del disegno di legge di ratifica del trattato di Maastricht e sospendere questa discussione, che porterebbe ad un’Europa sbagliata, che non piace ai popoli; che porterebbe, quindi, alle macerie d’Europa. Speriamo che perlomeno, questa volta, prevalga il buon senso!”
(Applausi dei deputati del gruppo di rifondazione comunista).
La trascrizione del discorso di Giovanni Russo Spena fatto il 27 ottobre 1992, presa dagli atti parlamentari a pagina 5150, oppure da ascoltare sull’archivio di Radio Radicale, sotto l’audio in questione.
Russo Spena. Solo audio
Trenta anni fa il trattato di #Maastricht Riascoltate l’intervento alla Camera di Lucio Magri che illustrò le ragioni del no del Partito della Rifondazione Comunista.
Si è concluso oggi al tribunale di Como il primo grado del processo ai 13 neofascisti del Veneto Fronte Skinheads che nel 2017, attraverso un’azione squadrista, fecero irruzione nel corso di un’assemblea plenaria della Rete Como senza frontiere, sequestrando i presenti ed obbligandoli all’ascolto di un delirante proclama sulla purezza della razza.
È finita bene con condanne a 1 anno 9 mesi e 10 giorni per due di loro ed a 1 anno e otto mesi per gli altri 11.
Nel corso di questa lunga vicenda giudiziaria, che ha visto rinvii alle volte incomprensibili, ad ogni udienza la Rete Como Senza Frontiere – della quale la nostra Federazione provinciale è parte attiva dalla nascita – ha organizzato presidi fuori dal tribunale per far sì che non calasse l’attenzione pubblica, ai quali ha sempre partecipato anche Saverio Ferrari, ricercatore storico e fondatore dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre.
Molte sono le riflessioni rispetto all’accaduto a partire dalla colpevole non costituzione in parte civile del Comune di Como tra le altre cose proprietario dello stabile dove sono avvenuti i fatti.
Salutiamo positivamente le condanne di oggi che sono senza ombra di dubbio un piccolo passo in avanti ma, ribadiamo con forza, che il tempo è ora, e che bisogna procedere a fronte delle continue aggressioni e di quanto recitato nelle leggi Scelba, Mancino e nella Costituzione stessa all’immediato scioglimento di tutte le organizzazioni neofasciste e neonaziste.
Il Governo Draghi – quello dei “tutti assieme appassionatamente dalla Lega a Leu” , nonostante le continue richieste avanzate anche da varie Associazioni , non ha ancora proceduto, nemmeno dopo l’assalto alla sede nazionale della CGIL, ma ora è il momento.
Si sciolgano immediatamente tutti i gruppi e le organizzazioni neofasciste e neonaziste.
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