Categoria: Politica

IL NO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA A MAASTRICHT

8 Febbraio 2022

A TRENTA ANNI DAl TRATTATO DI MAASTRICHT LE RAGIONI DEL NOSTRO NO

Rivendichiamo con orgoglio il no del Partito della Rifondazione Comunista al trattato nel 1992. Era un no in nome della #Costituzione e contro il neoliberismo.

Vi proponiamo nell’anniversario della firma la dichiarazione di voto di Giovanni Russo Spena al Senato e quella di Lucio Magri alla Camera.

La nostra posizione di fondo non è mai cambiata: contro i trattati europei non “contro l’Europa” come ben spiega Giovanni. E una cosa va sottolineata: la posizione che illustrarono Russo Spena al Senato e Magri alla Camera non era individuale, ma espressione del dibattito e dell’elaborazione collettiva del partito. I fatti hanno ampiamente dimostrato che #avevamoragione.

“Noi abbiamo la sgradevole sensazione che si stia andando, con frenesia suicida, con immotivata fretta con pressappochismo, ad un voto espresso per mero simbolismo politico, al quale ci costringe il Governo Amato. Stiamo rischiando di svolgere una discussione sul nulla, il che è sempre aberrante sotto il profilo politico e pericoloso per le sorti della democrazia…Ci troviamo, colleghi, di fronte all’ennesimo golpe istituzionale…Noi impugniamo la costituzionalità di un siffatto processo decisionale!

Questo è il vero deficit di democrazia. Ai lavoratori, alla gente si racconta ogni sera dagli schermi televisivi, da parte di compiacenti giornalisti, che occorre stringere la cinghia in nome di Maastricht, che lo Stato sociale universalistico deve diventare residuale in nome di Maastricht, che il salario nominale, per la prima volta dal dopoguerra, deve scendere in nome di Maastricht, senza che i soggetti sociali e politici possano discutere apertamente e collettivamente e dire la propria, esprimere quindi il proprio punto di vista…Siete voi, signori del Governo, i veri antieuropeisti, perché in nome della finanza, della valorizzazione del capitale, dell’intreccio tra profitti e rendite finanziarie state distruggendo l’idea forte dell’Europa solidale, dell’Europa dell’autodeterminazione dei popoli, dell’Europa come socialità nuova, come comunità nuova. Non solo, ma state distruggendo anche l’idea di una nuova statualità, tanto più necessaria in un momento nel quale si frantuma drammaticamente l’idea stessa dello Stato nazione, delle identità statuali nazionali, e consuma la sua crisi annunziata nella tragedia quotidiana della frammentazione, del sangue versato, della povertà, degli esodi biblici di massa.

Voi state costruendo un’Europa che sarà insieme l’Europa dei capitali e l’Europa dello sviluppo malthusiano, l’Europa dei razzismi e dei profughi…In secondo luogo, poniamo una riserva di costituzionalità alla ratifica del trattato di Maastricht, già sollevata nel paese ed in dottrina da eminenti costituzionalisti.

L’articolo 11 della Costituzione, infatti, parla esplicitamente di «limitazioni» e non di «trasferimenti» di sovranità, e fu storicamente redatto (basta andare a leggere le relazioni alla Costituente) in vista di una struttura internazionale come l’Organizzazione delle nazioni unite e non sovranazionale come le Comunità, che creano incostituzionalmente norme giuridiche valide direttamente in Italia: può riguardare, dunque, solo obblighi esterni, assunti dall’Italia nelle condizioni – tutte da verificare, peraltro – di cui all’articolo 11, e che limitano la tradizionale sovranità statale nei rapporti internazionali, e non certo invece situazioni incidenti direttamente sui poteri degli organi statali, per assegnare poi gli stessi ad organi esterni, cioè quelli comunitari.

Maastricht incide, colleghi, sino alla sottrazione totale (o forte restrizione di sovranità) di poteri a taluni organi, anzitutto al Parlamento. Un primo gravissimo contrasto con la Costituzione è formale ed è costituito dall’alterazione del circuito sovranità popolare-Stato, sancito dall’articolo 1, secondo comma, che recita: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Solo organi italiani, eletti o risultanti dai procedimenti del sistema italiano e secondo le rispettive competenze, esprimono la sovranità del popolo italiano. Ad essi spetta, tra l’altro, la responsabilità di attuare princìpi di base e diritti fondamentali, dall’articolo 2 sino all’articolo 47 della Costituzione.

Un ulteriore contrasto, sostanziale, è che nel quadro comunitario o dell’Unione europea, gli organi esterni – con partecipazione assolutamente preminente degli esecutivi statali – alterano lo schema di fondo della divisione dei poteri, che è alla base del sistema italiano. Salta, per determinanti e sempre più ampi settori, la garanzia della legge e della stessa Costituzione.

Noi siamo fermamente e duramente contrari al trattato di Maastricht; non già perché siamo contro l’Europa, ma proprio perché vogliamo costruirla davvero, nella democrazia, nella giustizia sociale, in un quadro di rapporti internazionali fra nord e sud diverso da quello attuale.

L’attuale trattato, badate colleghi, già non sta reggendo; sicuramente non reggerà alla prova: con ogni probabilità, incentivando recessione, disoccupazione, povertà (e quindi attacchi alla democrazia e nuove spinte di destra) andrà presto in crisi e questa sua crisi produrrà, di qui a qualche anno, molte macerie e grandi mali. Non facciamo allora gli apprendisti stregoni: facciamo crescere il dibattito, cerchiamo di rompere il cappio monetarista recessivo, antisociale, antidemocratico, che sta strangolando l’Italia e l’idea stessa d’Europa, proprio in nome di un’Europa dei popoli e democratica.

Insomma, colleghi, mi pare non vi sia – e a noi, come gruppo, sembra che non vi sia – motivo alcuno, se non l’affannoso arrancare di Amato dietro ad ogni ancora di salvezza, per non dichiarare l’incostituzionalità del disegno di legge di ratifica del trattato di Maastricht e sospendere questa discussione, che porterebbe ad un’Europa sbagliata, che non piace ai popoli; che porterebbe, quindi, alle macerie d’Europa. Speriamo che perlomeno, questa volta, prevalga il buon senso!”

(Applausi dei deputati del gruppo di rifondazione comunista).

La trascrizione del discorso di Giovanni Russo Spena fatto il 27 ottobre 1992, presa dagli atti parlamentari a pagina 5150, oppure da ascoltare sull’archivio di Radio Radicale, sotto l’audio in questione.

Russo Spena. Solo audio

Trenta anni fa il trattato di #Maastricht
Riascoltate l’intervento alla Camera di Lucio Magri che illustrò le ragioni del no del Partito della Rifondazione Comunista.
Lucio Magri

Inflazione al 4,8%, ridateci la scala mobile

4 Febbraio 2022

Con un’inflazione al 4,8% lavoratrici e lavoratori vedono decurtati salari che già sono tra i più bassi in Europa. E’ ora di reintrodurre la scala mobile per fare fronta al carovita e difendere il potere d’acquisto delle classi popolari. E’ indispensabile un meccanismo di recupero automatico annuale dell’inflazione reale, una nuova scala mobile che tuteli anche il lavoro precario.

Le lavoratrici e i lavoratori più giovani, forse neanche lo ricorderanno ma dal 1945 al 1992 in Italia c’era la scala mobile, un meccanismo di adeguamento di salari e pensioni al costo della vita.
Fu introdotta dopo la Liberazione grazie alla forza che avevano le sinistre e la Cgil guidata da Giuseppe Di Vittorio nei confronti di un padronato ancora debole perché era stato complice e sponsor del regime fascista.

La scala mobile divenne bersaglio del primo taglio nel 1984 da parte del governo Craxi con l’accordo di Cisl e Uil. Fu l’ultima battaglia di Enrico Berlinguer quella per un referendum che fu sconfitto nel 1985. L’economista Federico Caffè si schierò in difesa di questo strumento.

Fu abolita dopo lo scioglimento del PCI quando gli ex-comunisti spinsero tragicamente la Cgil verso una linea di concertazione e di cedimento al governo Amato e a Confindustria che avrebbe inaugurato una lunga stagione di ritirata e perdita di diritti.

Anche per questo l’Italia è diventata l’unico paese europeo in cui il monte salari complessivo è diminuito dal 1990.

Rifondazione Comunista ha sempre proposto la reintroduzione della scala mobile e nel 2006 raccogliemmo le firme per una legge di iniziativa popolare che prevedeva di tutelare anche il lavoro precario. E’ ora di rilanciare questa rivendicazione insieme all’introduzione di un salario minimo orario legale di 10 euro e alla cancellazione delle leggi che hanno precarizzato il lavoro.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale, Antonello Patta, Responsabile lavoro, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

RIFONDAZIONE: BENE A COMO LA CONDANNA AI 13 NEOFASCISTI DEL VENETO FRONTE SKINHEADS. ORA LAVORARE PER LO SCIOGLIMENTO DELLE ORGANIZZAZIONI NEOFASCISTE E NEONAZISTE

2 Febbraio 2022

Si è concluso oggi al tribunale di Como il primo grado del processo ai 13 neofascisti del Veneto Fronte Skinheads che nel 2017, attraverso un’azione squadrista, fecero irruzione nel corso di un’assemblea plenaria della Rete Como senza frontiere, sequestrando i presenti ed obbligandoli all’ascolto di un delirante proclama sulla purezza della razza.

È finita bene con condanne a 1 anno 9 mesi e 10 giorni per due di loro ed a 1 anno e otto mesi per gli altri 11.

Nel corso di questa lunga vicenda giudiziaria, che ha visto rinvii alle volte incomprensibili, ad ogni udienza la Rete Como Senza Frontiere – della quale la nostra Federazione provinciale è parte attiva dalla nascita – ha organizzato presidi fuori dal tribunale per far sì che non calasse l’attenzione pubblica, ai quali ha sempre partecipato anche Saverio Ferrari, ricercatore storico e fondatore dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre.

Molte sono le riflessioni rispetto all’accaduto a partire dalla colpevole non costituzione in parte civile del Comune di Como tra le altre cose proprietario dello stabile dove sono avvenuti i fatti.

Salutiamo positivamente le condanne di oggi che sono senza ombra di dubbio un piccolo passo in avanti ma, ribadiamo con forza, che il tempo è ora, e che bisogna procedere a fronte delle continue aggressioni e di quanto recitato nelle leggi ScelbaMancino e nella Costituzione stessa all’immediato scioglimento di tutte le organizzazioni neofasciste e neonaziste.

Il Governo Draghi – quello dei “tutti assieme appassionatamente dalla Lega a Leu” , nonostante le continue richieste avanzate anche da varie Associazioni , non ha ancora proceduto,  nemmeno dopo l’assalto alla sede nazionale della CGIL,  ma ora è il momento.

Si sciolgano immediatamente tutti i gruppi e le organizzazioni neofasciste e neonaziste.

Rita Scapinelliresponsabile nazionale antifascismo

Fabrizio Baggisegretario regionale Lombardia

Partito della Rifondazione Comunista / Sinistra Europea

SE NON SEI ATLANTISTA AL COLLE NON CI VAI

28 Gennaio 2022

di Barbara Spinelli

È bastato che Franco Frattini dicesse alcune cose sensate sulla crisi ucraina e sulla russofobia regnante in Occidente, perché il suo nome – suggerito fugacemente da Conte e Salvini nei giorni scorsi –scomparisse come per magia da tutte le rose dei candidati alla Presidenza della Repubblica.

Un grido di sdegno si è subito levato, proclamando che il futuro capo dello Stato o sarà geneticamente atlantista, o non sarà. Dovrà sostenere Kiev contro l’aggressore russo, incondizionatamente. Non dovrà muover dito perché l’inane riarmo dell’Ucraina e la seconda guerra fredda con la Russia – una messinscena geopolitica per Washington, una catastrofe per l’Europa – finalmente cessino.

Dovrà agire e reagire come se l’Ucraina già fosse parte dell’Alleanza atlantica o dell’Unione europea.

Il primo grido di sdegno è venuto da Enrico Letta, forte dell’appoggio zelante di Matteo Renzi: “Sono preoccupato per la situazione tra Ucraina e Russia e dobbiamo difendere l’Ucraina. Abbiamo bisogno di un profilo ‘atlantico’ ”, ha scritto in un tweet, virgolettando per ignoti motivi l’aggettivo atlantico.

Ha ripetuto poi il dolente monito in un’intervista alla Cnbs, come se la candidatura dell’intruso russofilo fosse realmente esistente. È a quel punto che la già pallida figura di Frattini è del tutto svanita, come in certe fotografie ritoccate dei tempi di Stalin.

Per meglio puntualizzare è scesa in campo anche Lia Quartapelle, responsabile Pd per gli affari internazionali ed europei: “I venti di guerra che soffiano dall’Ucraina ci ricordano che all’Italia serve un o una Presidente della Repubblica chiaramente europeista, atlantista, senza ombre di ambiguità nel rapporto con la Russia”.

Si ripete così dopo poco più di tre anni il gran rifiuto opposto dal Colle a Paolo Savona, designato ministro dell’Economia dal Conte-1. Il no di Mattarella fu netto: il Quirinale non poteva digerire un esponente che fosse “visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro”.

Anche in questo caso Savona scomparve in un baleno dalle foto dei ministrabili. Savona non auspicava l’uscita dall’euro, limitandosi a prospettare una profonda revisione dell’architettura economica europea, ma che importa la verità, quel che conta è mostrarsi muscolosi gridando al lupo.

Fin da quando entrò a Palazzo Chigi – e già aspirando al Quirinale – Mario Draghi mise dunque le mani avanti: si disse “convintamente europeista e atlantista”, visto che le alte e altissime cariche si conquistano con questa carta d’identità. È segno che l’Italia non può permettersi critiche, all’Unione europea e ancor meno alle ormai confuse e convulse decisioni della Nato. Non abbiamo sovranità d’alcun tipo, e quale che sia il presidente della Repubblica, quale che sia il governo, restiamo quello che siamo: non uno Stato ma un Dispositivo della Nato.

Della Russia e dell’Ucraina gli atlantisti italiani sanno poco, anzi nulla. Si attengono al copione distribuito dai vertici degli Stati Uniti e della Nato, secondo cui Putin vuol ingoiare l’Ucraina, e l’Ucraina non è nella sfera di interesse russa, ma nostra. Fingono di dimenticare che l’unificazione della Germania e lo scioglimento del Patto di Varsavia furono ottenuti grazie a una promessa che Bush padre e i leader europei (Kohl, Genscher, Mitterrand, Thatcher) fecero a Gorbaciov nel 1990: la Nato non si sarebbe estesa nemmeno di un pollice” a Est, garantì il Segretario di Stato, James Baker. Avrebbe rispettato l’antico bisogno russo di non avere vicini armati ai propri confini. Un bisogno speculare a quello statunitense, come si vide nella crisi di Cuba del 1962.È l’assicurazione che Putin chiede da anni, invano. Washington e Londra hanno imposto il riarmo dell’Est europeo, si sono immischiate nelle rivoluzioni colorate in Georgia e poi Ucraina, e ora inviano ulteriori massicci aiuti militari a Kiev.

Molti governi europei sono contrari, soprattutto in Francia e Germania (la prudenza di Scholz prevale al momento sull’atlantismo dei Verdi). L’Italia invece tace, perché non si sa mai: la Casa Bianca potrebbe innervosirsi, come accadde al vicesegretario di Stato Victoria Nuland nel 2014.L’Europa esitava durante la rivoluzione arancione? “Fuck the EU!”(che vada a farsi fottere), commentò Nuland in un’elegante telefonata con l’ambasciatore Usa a Kiev.

Nei mesi scorsi Frattini ha sottolineato l’evidenza dei fatti, e suggerito vie d’uscita. In primo luogo, occorre dire un no esplicito all’ingresso di Kiev (o della Georgia) nella Nato: “Un Paese come l’Ucraina, che al suo interno conta tre province indipendentiste, non può aderire all’Alleanza. La Nato dovrebbe essere la prima a dirlo. Purtroppo ha perso il ruolo di attore politico di primo piano che aveva in passato”. (L’ingresso nell’Ue è escluso, considerata l’accidentata integrazione dell’Est Europa).In secondo luogo bisogna rilanciare gli accordi di Minsk, nel “Formato Normandia” che include Russia, Ucraina, Francia, Germania e si è tornato a riunire ieri. Dice ancora Frattini che dopo l’occupazione della Crimea il governo Renzi poteva e doveva fare di più: “Allora l’Italia era ancora nelle condizioni di partecipare al Formato Normandia o di esercitare una forte azione su Putin che forse avrebbe ascoltato. Ha scelto invece di acquietarsi su un’acritica politica delle sanzioni di Obama. In diplomazia quando vuoi convincere chi la pensa all’opposto non lo cacci dal tavolo, aggiungi una sedia”.

Terza condizione per smorzare la crisi: spingere perché vengano ascoltate le popolazioni russe in Ucraina, e perché siano conferite vere autonomie a regioni come il Donbass, che nel 2014 si dichiarò unilateralmente indipendente dall’Ucraina (assieme alla Repubblica di Luhans’k) e dove si combatte da otto anni. I cittadini di origine russa in Ucraina sono circa 11 milioni e il loro status linguistico è calpestato: anche questo allarma Mosca.

Di fronte a tali complessità non si può far finta che le manovre Nato nell’ex Repubblica sovietica non esistano (l’ultima risale al settembre scorso) e che solo i russi si esercitino ai confini con l’Ucraina, non oltrepassando peraltro le proprie frontiere.

Forse sarebbe l’ora di dire che la Nato perde senso, essendosi sciolto il Patto di Varsavia. Che l’ascesa della Cina a potenza globale richiede politiche nuove, multipolari. Discuterne è impossibile in Italia.

C’è il copione e se te ne discosti sei un appestato sovranista.

Sussurri e grida sui nuovi convogli Caravaggio

27 Gennaio 2022

Fonte: https://www.facebook.com/associazione.mimoal/

Associazione Mi.Mo.Al.

Nei giorni scorsi Trenord, in una sezione del suo sito internet, ha informato i suoi clienti che dal 1° febbraio 2022 i nuovi convogli Caravaggio entreranno in servizio sulla linea Milano-Gallarate-Varese-Porto Ceresio.

È stata una comunicazione più sussurrata che celebrata come invece è avvenuto in altre occasioni di lancio dei nuovi convogli su altre linee.

Forse un po’ di vergogna si è insinuata nelle menti di Trenord. Perché vergogna? Forse anche Trenord ritiene sfacciato introdurre convogli nuovi su una linea dove l’attuale materiale rotabile circolante (Coradia) ha un’anzianità di soli 5 anni.

Inoltre sulla tratta Milano-Gallarate-Varese circola un’altra tipologia di materiale rotabile (TSR) con anzianità di 8 anni.

Questa comunicazione sussurrata scatenerà le grida di dolore dei viaggiatori della Milano-Mortara-Alessandria che usano ancora convogli che hanno 25 anni di vita media (con punte di 36 anni) ma anche dei viaggiatori della Milano-Piacenza e Milano-Stradella con convogli di 35 e 41 anni, della Milano-Voghera dove i convogli hanno una età media di 37 anni.

Queste ingiustizie l’associazione MI.MO.AL, in solitudine, le dice e le denuncia da anni sui media, agli amministratori locali, a Trenord, all’assessore Terzi, senza che nessuno muova fattivamente un dito per cambiare questo uso del potere vergognoso, irritante e irrispettoso dei viaggiatori tutti e anche dei cittadini lombardi in generale.

Le informazione che abbiamo fornito in questo post nessuno le potrà smentire.

Fino a quando le amministrazioni locali e provinciali di Pavia accetteranno questa situazione per paura di affrontare dialetticamente, e non con il cappello in mano, l’assessore regionale Terzi e il presidente Fontana?

Ormai lo sanno tutti i 10 milioni di abitanti della Lombardia che Trenord agisce su indicazione e con la copertura della giunta regionale.

A partire dal 2019 MI.MO.AL in tutte le sedi di confronto ufficiale ha sempre chiesto a regione Lombardia e a Trenord il cronoprogramma di allocazione dei nuovi treni sulle varie linee ma non abbiamo mai avuto risposta.

I fatti purtroppo danno ragione alla mancata risposta della Regione.

RIFONDAZIONE: IN UCRAINA È LA NATO CHE CERCA LA GUERRA !

25 Gennaio 2022

L’allargamento della NATO fino ai confini della Russia è alla base dell’escalation guerrafondaia in Ucraina.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno sponsorizzato le forze etno-nazionaliste che hanno riabilitato come eroi nazionali i collaborazionisti col nazismo e portato avanti politiche discriminatorie verso la popolazione di lingua russa. 

Non bisogna essere dei sostenitori di Putin per comprendere che la Russia non può accettare di ritrovarsi missili e basi NATO ai suoi confini, né può voltare le spalle alle popolazioni del Donbass a cui l’Ucraina nega persino l’autonomia prevista negli accordi di Minsk, che erano stati condivisi dal consiglio di sicurezza dell’ONU.

L’Ucraina si rifiuta di riconoscere l’autonomia permanente del Donbass perché la regione potrebbe sfruttare la sua posizione costituzionale all’interno dell’Ucraina per bloccare l’adesione all’UE e alla NATO.

È evidente che la neutralità dell’Ucraina ed il riconoscimento dei diritti delle popolazioni delle regioni di lingua russa in uno Stato plurinazionale sono l’unica via di uscita dalla crisi. 

Durante la guerra fredda la neutralità di Finlandia, Svezia e Austria ha costituito un’esperienza sicuramente positiva sotto ogni punto di vista, mentre Unione Europea, NATO e Stati Uniti continuano a fomentare da anni una guerra a bassa intensità dell’Ucraina contro le repubbliche autonome del Donbass.

E’ l’Ucraina, con la copertura occidentale, a violare costantemente gli accordi di Minsk. Andrebbe ricordato il ruolo svolto dalla UE, compresi dei europarlamentari PD, nel sostegno a Euromaidan, presentata come una rivoluzione democratica. Non si può accusare la Russia quando difende le repubbliche autonome del Donbass, visto che la NATO ha fatto una guerra per consentire al Kossovo di dichiararsi indipendente dalla Serbia. 

Dallo scioglimento dell’URSS, gli USA e la NATO hanno violato gli impegni assunti con Gorbaciov, assorbendo i Paesi dell’Europa orientale. E non è un caso che l’ex-presidente si sia schierato dalla parte di Putin, come la stessa opposizione comunista. 

È interesse del nostro Paese la risoluzione pacifica della crisi e la ripresa della cooperazione con la Russia. Nessun partito nel parlamento italiano ha il coraggio di dire apertamente che la prepotenza degli Stati Uniti e della NATO anche nel caso ucraino rappresenta una minaccia per la pace.  

Maurizio Acerbo, segretario nazionale

Marco Consolo, responsabile Area Esteri e Pace Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

SIAMO IL QUARTO PARTITO NEL 2×1000 NONOSTANTE OSCURAMENTO MEDIATICO

22 Gennaio 2022

Nella giornata di ieri il Ministero dell’Economia e Finanze ha pubblicato i dati relativi alla destinazione del 2×1000 ai partiti politici per il 2021, sulla base delle scelte di cittadine/i. Registriamo con soddisfazione che il nostro Partito si colloca al quarto posto per numero di opzioni ricevute, guadagnando una posizione rispetto allo scorso anno e superando partiti dotati di grandi mezzi costantemente presenti sulla scena mediatica. Un risultato che conferma il nostro radicamento nel paese, ma che fa risaltare l’antidemocratico oscuramento a cui siamo sottoposti dai media soprattutto televisivi. Da anni siamo cancellati dai talk delle reti pubbliche e private nonostante la nostra presenza costante in tante lotte, campagne e mobilitazioni, la nostra capillare presenza territoriale con sedi e militanti.

In termini di risorse assegnate scendiamo nella classifica perché i 54.844 contribuenti che hanno scelto Rifondazione Comunista hanno un reddito più basso rispetto a quelli di altri partiti. Da un lato, questo dato ci inorgoglisce, qualificandoci come partito di una classe lavoratrice che oggi non ha voce in un Parlamento quasi tutto schierato dalla parte del potere economico.

Dall’altro, viene alla luce il carattere iniquo e discriminatorio di una modalità di distribuzione prevista dalla legge sulla base del censo di risorse pubbliche contro la quale intendiamo batterci anche in sede giudiziaria.

Come mai Rifondazione Comunista riesce a resistere nonostante il pesante ostracismo che subisce? Il motivo forse sta nel fatto che le ragioni della nostra lotta e del nostro impegno vengono ogni giorno confermate dai fatti in Italia e nel mondo.

C’è bisogno più che mai di una sinistra anticapitalista, ecologista e femminista, coerentemente pacifista e antimperialista, schierata dalla parte delle classi lavoratrici e popolari e per l’attuazione della Costituzione.

Di fronte a questi dati, appaiono ancora più sconcertanti gli ostacoli che ancora si frappongono alla conferma anche per l’anno in corso dell’accesso del nostro Partito al 2×1000, anch’essi frutto di una legge discriminatoria; ci auguriamo che la sensibilità democratica degli organi istituzionali preposti possa portare al loro superamento.

Nel ringraziare le compagne e i compagni, le e i simpatizzanti che ci hanno espresso in maniera così forte il loro sostegno confermiamo il nostro impegno per la costruzione di uno schieramento largo di opposizione e di alternativa ai partiti che sostengono il governo Draghi e alle loro politiche neoliberiste e anticostituzionali.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Vito Meloni, tesoriere del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

21 GENNAIO 1921-NASCE IL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA.

21 Gennaio 2022

CALENDARIO DEL POPOLO

Giuseppe Abbà


101 anni fa, dopo che da alcuni giorni era in corso a Livorno il congresso del Partito Socialista, i delegati che avevano votato per la frazione comunista abbandonarono il Teatro Goldoni (sede dell’assemblea) e si recarono in corteo al Teatro San Marco cantando “L’INTERNAZIONALE”.

In quella sede, un teatro che era stato destinato ai depositi dell’Esercito e semidiroccato (pioveva dal tetto, finestre prive di vetri, palchi senza parapetti) i delegati comunisti, con gli ombrelli aperti e in piedi (non c’erano sedie o panche) proclamavano la nascita del PARTITO COMUNISTA D’ITALIA – sezione della Terza Internazionale e ne eleggevano gli organismi dirigenti.

Il Partito Comunista nasceva dalla confluenza degli astensionisti di Amadeo Bordiga, dall’Ordine Nuovo di Antonio Gramsci, da altri gruppi provenienti dal massimalismo socialista. Era la (prima) conclusione della vicenda che vide la crisi del Partito Socialista (diviso tra massimalisti, riformisti, comunisti), nonché il mancato sbocco rivoluzionario dopo L’OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE del settembre 1920.

Il grande riferimento era la RIVOLUZIONE D’OTTOBRE.

Purtroppo il 1921 fu anche l’anno che vide il dispiegarsi della violenza squadrista pagata dagli agrari e dagli industriali.

Già in quell’anno i comunisti ebbero (assieme ai socialisti) numerose vittime per mano dei fascisti. Tra tutti ricordiamo Ferruccio Ghinaglia, primo segretario della Federazione Comunista di Pavia.

Si arrivò poi alla messa fuori legge del Partito con le “leggi eccezionali” del regime fascista nel 1926. La clandestinità, la Resistenza, le lotte del dopoguerra fecero del Partito Comunista Italiano uno dei più grandi partiti comunisti dei Paesi capitalisti.
È vero che oggi siamo in pochi e ci arrabattiamo tra mille difficoltà, ma, sino a che il Mondo è diviso tra sfruttati e sfruttatori, sino a che ci sarà disuguaglianza ed ingiustizia la “necessità storica” del Comunismo permane.

SOCIALISMO O BARBARIE (Rosa Luxembourg).

Vigevano: 27 aprile 1945, assalto dei Partigiani a un convoglio armato tedesco da tre treni blindati

19 Gennaio 2022

Nel video: racconto di Gusberti e immagini dell’assalto al treno alla stazione di Vigevano.

Il 27 aprile 1945 un convoglio armato tedesco composta da tre treni blindati, proveniente dalla Liguria, viene fermato dai partigiani alla stazione di Vigevano, deviando la prima locomotiva su un binario morto e facendo saltare con un colpo di “pugno corazzato” un vagone di munizioni. Si innesca la battaglia che vede cadere, oltre ai partigiani, Franchini e Sacchi, due dei quattro ostaggi posti dai tedeschi davanti al treno per assicurarsi il passaggio e altri 5 civili.

Elenco dei nomi delle vittime civili:

Caterina Buffa, anni 46, Castelspina (AL), res. Vigevano

Cesare Corsico, Vigevano, 6 anni

Giuseppe Costa Giovanolo, 44 anni, Gambolò, res. Vigevano

Natale Franchini, 16 marzo 1888, Gambolò, operaio

Gianfranco Rossini, 1929, Vigevano, calzolaio

Ambrogio Sacchi, 9 maggio 1920, Vigevano, calzolaio

Michele Tamburelli, 58 anni, Ottobiano, res. Vigevano

Partigiani uccisi in combattimento contestualmente all’episodio:

Bruno Bonomi, 19 maggio 1923, Vigevano. Impiegato, partigiano della brg. “Crespi”

Pierino Boselli, 9 giugno 1912, Vigevano, macellaio, partigiano della brg. “Leone”

Felice Chiappani, 15 giugno 1925, S. Felice sul Panaro (MO), res. Vigevano, operaio, partigiano della brg. “Crespi”

Angelo Guaita, 27 agosto 1897, Olevano, res. Vigevano, 1897, panettiere, partigiano della brg. “Crespi”

Cornelio Palmenti, 11 settembre 1922, Rosasco, res. Vigevano, 1902, meccanico, partigiano della brg. “Beato Matteo”

Battista Pazzi, 9 dicembre1919, Garlasco, res. Vigevano, partigiano della brg. “Leone”

Roberto Pelucelli, 28 luglio 1915, Vigevano, calzolaio, partigiano della brg. “Leone”

Natale Pisani, 17 luglio 1896, Cassolnovo, partigiano della brg. “Leone”

Angelo Tambussi, 24 febbraio 1893, Mede, res. Vigevano, 1893, calzolaio, partigiano della brg. “Leone”

E poi alla fine

18 Gennaio 2022

Adriano Arlenghi

E poi alla fine si sono arrabbiati per davvero. E così hanno scritto al presidente della regione Lombardia. E sono andati giù durissimi, chiedendo le dimissioni dell’assessore che dei trasporti dovrebbe occuparsi.

Gli scrivono e gli dicono che “il Trasporto Pubblico Lombardo ed in particolare quello su ferro, di cui la programmazione e funzionamento ricadono nella piena competenza e responsabilità dell’Esecutivo Regionale, sta conoscendo uno dei suoi più cupi periodi, degradando continuativamente ed in maniera ormai non più sostenibile”

Insomma va bene la pazienza, ma a tutto c’è un limite. E così l’associazione Mi.Mo.Al. capitanata dal suo Presidente, uomo senza macchia e senza paura e con lui da un elenco telefonico di comitati pendolari, prende carta e penna e dice: ” anche se la presente pandemia costituisce un ulteriore motivo di peggioramento, non ne costituisce affatto la causa esclusiva e nemmeno la principale. Il Covid c’è per tutti ma nessuna altra azienda, ferro o gomma che sia, è nelle stesse disastrate condizioni di Trenord, ed ovunque le cancellazioni dei treni rimangono ad un livello molto più basso. In particolare, il peggioramento della qualità e della quantità del servizio è in atto da anni e la pandemia costituisce quindi solo una causa di accelerazione e giustificazione del degrado”

Volete i numeri sembrano gridare gli amici ad alta voce. Eccoli:

“Anno dopo anno, le corse sono state ridotte, passando dalle 2347 corse giornaliere del 2018, alle attuali meno 1800 corse, senza contare la riduzione della lunghezza del percorso di molte altre.

A tale riduzione, vanno sommate le cancellazioni delle corse che, nei giorni scorsi, è arrivata a punte del 25%. Larga parte di queste criticità dipendono dal fallimento del programma di assunzioni di personale, nonché dallo smantellamento dell’Unità Operativa dell’Assessorato Trasporti appositamente dedicata all’SFR”.

E allora?

 Ribadiscono: “ converrà con noi che, in queste condizioni, è impossibile usare il treno, infondendo nella cittadinanza la convinzione dell’esistenza di un consapevole processo di progressivo smantellamento del Servizio Ferroviario Regionale.

Il degrado della situazione ai danni dei cittadini lombardi è ormai tale da rendere necessaria una decisa correzione alla rotta che ha portato a tale disastro e a tale punizione del popolo lombardo, che non merita.

Poiché una tale correzione, per essere credibile, non può prescindere da un cambio della guardia nella gestione del Sistema Ferroviario Regionale, chiediamo esplicitamente le dimissioni dell’Assessore Terzi, che riteniamo largamente responsabile del disastro, attuando scelte politiche e gestionali inadeguate e sottraendosi sistematicamente al confronto con i Rappresentanti degli Utenti.

La lettera prosegue e fa piacere vedere così tanta competenza e determinazione. Tutto l’opposto di quei tanti viaggiatori che si limitano a protestare sui social, ma che non alzano un dito per smuovere le cose. Incredibilmente lungo ed appassionato l’elenco delle firme in calce al documento, dove ci sono tutti, ma proprio tutti i rappresentanti dei Viaggiatori e dei Comitati dei Pendolari Lombardi.

Associazione MI.MO.AL., Associazione Pendolari Novesi , Comitato Pendolari Bergamaschi, Comitato Pendolari Como – Lecco, Comitato Pendolari Cremaschi, Comitato Pendolari della Bassa Bergamasca, Comitato Pendolari del Meratese, Comitato Pendolari di San Zenone al Lambro e comuni limitrofi, Comitato Pendolari Gallarate – Milano, Comitato Pendolari Lecco – Milano, Comitato Pendolari linea S6 Milano – Novara, Comitato Pendolari Romano, Comitato Pendolari Busto Nord, Comitato Trasporti Lecchese, Comitato Viaggiatori e Pendolari della Milano – Asso, Comitato Viaggiatori S9/S11, Comitato Viaggiatori TPL Nodo di Saronno, Coordinamento Provinciale Pendolari Pavesi .In Orario: Comitato Pendolari linea Mantova Cremona Milano. Pendolari Como Pendolino della Brianza – S7  Besanino. Rappresentanti della linea Domodossola – Arona – Milano. #sbiancalafreccia UTP  e infine gli utenti del Trasporto Pubblico Regione Lombardia. Rappresentanti Regionali dei Viaggiatori: Franco Aggio, Giorgio Dahò, Stefano Lorenzi, Francesco Ninno, Sara Salmoiraghi.

Insomma se Trenord pensava di spaventare ed impaurire e magari ridurre al silenzio l’associazione mortarese, con l’intimazione di una causa legale e la multa di diecimila euro, richiesta poi soppressa per la solidarietà ricevuta dai pendolari di tutta la Regione, si è sbagliato di grosso. Il punto è che il servizio pubblico su ferro è essenziale oggi, anche dal punto di vista ambientale. Bisognerebbe spenderci energie e denari per farlo funzionare meglio, invece di lasciarlo andare a ramengo e affossarlo.