Intervista a Giuseppe Abbà che annuncia la nascita del suo nuovo libro. Un libro che narra fatti e vicende conosciute e sconosciute

L’Informatore lomellino ha raccontato in un anteprima del tuo prossimo libro: di quella volta che gli amministratori di Mortara andarono a soccorrere i popoli terremotati dei Friuli.

Ecco io partirei da qui, perché questo episodio che hai scelto per parlare del tuo nuovo libro non è banale, ma certifica una profonda visione solidale tra paesi e tra persone nel momento del bisogno. La scelta che ho fatto è stata quella di parlare di episodi della nostra città, naturalmente in modo alternativo rispetto alle narrazioni fatte da altri storici. Ho cercato di essere molto rigoroso nel riportare fatti ed accadimenti avvenuti e poi anche di dare voce a tutti i personaggi che hanno dato lustro alla nostra città. Nel libro ho voluto raccontare episodi che mi hanno coinvolto in prima persona quale Sindaco di Mortara. Un’esperienza che ho sempre ritenuto personalmente utile e interessante e che ci ha permesso di affrontare diversi problemi della città. Una città che cercava la sua strada verso un futuro migliore, ma che aveva bisogno di indirizzi e di scelte politicamente forti.

Quali i capitoli che stai scrivendo e cosa di essi ci puoi anticipare?

Ho iniziato a scrivere a mano perché, come ho detto mille volte, io non riesco a pensare se non scrivo di pugno le cose. Poi il libro sarà costruito in versione tipografica con l’aggiunta di foto d’epoca che lo renderanno anche un documento storico. Avevo iniziato a scriverlo nella primavera scorsa, al tempo dell’isolamento per il Covid. Poi, quando avevo già scritto due terzi circa dell’opera, ho dovuto sospenderlo per diversi mesi in quanto io stesso sono stato colpito dalla malattia e l’ho ripreso solo poco tempo fa. Mi mancano ora solo pochi capitoli. Posso parlare di quelli già scritti. L’Informatore Lomellino ha pubblicato già nel mese di dicembre un primo capitolo che parla della solidarietà del Comune di Mortara verso altre comunità che erano state colpite dal terremoto e dei nostri viaggi in Friuli ed in Irpinia per portare aiuti e solidarietà. I capitoli già pronti parlano della metanizzazione della città, dell’emergenza idrica, di opere particolari realizzate in città. Opere anche controverse come l’intervento sull’area di Viale Dante, si parla anche di urbanistica, di case popolari e poi della cultura e degli spettacoli.

La cultura come strumento per maggiore consapevolezza e capacità di critica e di partecipazione?

Si, la cultura era concepita in un certo modo, c’erano spettacoli pubblici che si svolgevano in piazza. Con compagnie d’eccellenza come l’orchestra sinfonica di Budapest e poi anche spettacoli teatrali. Il titolo era Settembre Culturale – Si va per cominciare-, organizzato dalla provincia di Pavia a cui i comuni avevano dato disponibilità per ospitare gli spettacoli itineranti. Nel 1976, ricordo, ci fu l’esibizione del balletto dell’Azerbaigian che coinvolse circa mille persone, tutti assiepati nella piazza antistante Piazza del Municipio. Poi Severino Gazzelloni che portammo ad esibirsi nella scuola Media Travelli in Palazzo Lateranense. In origine avrebbe dovuto suonare nella Chiesa di san Lorenzo, ma non fu possibile perché il Vescovo proibì il suo utilizzo.

Quale il significato di questa raccolta di memorie?

Il libro non vuole assolutamente essere celebrativo, facendo solo un elenco di opere realizzate e di scelte vincenti. Ho cercato, pur sottolineando l’attività amministrativa, di fare emergere l’anima della città, il coinvolgimento delle persone e il forte desiderio di suscitare partecipazione. In quegli anni infatti la partecipazione dei cittadini, anche su sollecitazioni precise da parte dell’amministrazione comunale e delle stesse forze politiche e sociali, era molto forte ed era un elemento fondamentale. Pensa che riuscivamo anche, lo ricordo qui, ma questo capitolo non l’ho ancora scritto, a discutere del bilancio facendo assemblee pubbliche per spiegarlo nei particolari e sottoponendolo poi anche al giudizio dei consigli di fabbrica cittadini. Oggi si parla di bilancio partecipato, messo in atto da alcuni comuni virtuosi, ma forme di bilancio partecipato lo avevamo già ipotizzato allora, in un certo senso eravamo degli antesignani. Ci piaceva l’idea che i cittadini potessero conoscere come venivano spesi i soldi pubblici e dire la propria. All’epoca, e recentemente ne ho parlato in occasione della morte della compagna Mirella Balzaretti che era assessore al bilancio, noi concepivamo il bilancio anche come un atto di lotta. Chiedevamo al governo di venire incontro alle esigenze della città. Una politica fatta insieme ad altre realtà territoriali che portò fondi importanti ai comuni che così poterono affrontare questioni sociali. Poi negli anni successivi i bilanci si sono irrigiditi e tagli pesanti hanno impedito grandi spazi di manovra. In quegli anni però era così: discutevamo con la gente delle entrate e delle spese fatte o da effettuare.

Tu mi ricordi del resto che uno di questi incontri si è svolto al Teatro Comunale in una sala gremita di persone.

Due accadimenti in particolare mi sono rimasti in mente: la prima è l’emergenza per inquinamento delle falde, la seconda la questione urbanistica che non è un argomento di poco conto perché un giusto rapporto di spazi, di costruito, di verde, di servizi può rendere bella da abitare una città.

L’emergenza idrica fu un fatto molto traumatico per la nostra città. Era la fine del maggio del 1986, quando dal Pmip di Pavia che poi diventerà Arpa, che faceva le analisi, mi viene comunicato che avevamo l’acquedotto inquinato da molinate. Mi telefonarono a casa sul fisso all’ora di cena, perché allora non esistevano i cellulari, mi chiamò questo responsabile del Presidio annunciandomi che avevamo dieci volte il livello di molinate consentito dalla legge nell’acquedotto. Gli chiesi che cosa era questo prodotto di cui non ero a conoscenza e fui informato che era un diserbante usato nelle risaie. Gli chiesi allora come avrei dovuto comportarmi. Mi rispose semplicemente: io gliel’ho detto, poi deve decidere lei. Convocammo una riunione d’emergenza della giunta con l’ufficiale sanitario, il maresciallo dei carabinieri, i vigili urbani e annunciammo alla città che non si poteva consumare l’acqua, se non per lavarsi e che era nostra intenzione trovare contenitori per ovviare all’emergenza. Mi ero rivolto alla Prefettura in quanto allora non esisteva alcuna forma di Protezione Civile. Mi passarono al telefono un colonnello che disse “ il mio ufficio consiste solo di una targa sulla porta”. Così cercai una soluzione. In particolare grazie al lavoro svolto dal vice sindaco Giorgio Farina, morto purtroppo in un incidente d’auto un paio di anni dopo, ci rivolgemmo a Casale Monferrato che aveva avuto un’emergenza simile anche se non dovuta all’uso della chimica in agricoltura ma ad un inquinamento industriale. Portammo a Mortara di notte dei grandi contenitori di vetroresina che mettemmo in vari punti della città. Contenitori pieni d’acqua, dove i cittadini poterono rifornirsi. Dovevano essere riempiti di acqua buona e chiedemmo a Pavia, a Vigevano ed ai comuni limitrofi di fornirci il liquido prezioso. Attraverso i pompieri ci mandarono autobotti di acqua potabile. La sera dell’emergenza non riuscii a parlare col Prefetto perché era al ballo della Festa della Repubblica, ma il giorno dopo questi mi convocò a Pavia. Mi recai in Prefettura e mi trovai alla riunione del comitato per l’ordine pubblico. Feci una relazione su come avevamo agito e fummo lodati per le misure prese. Chiesi di poter avere la vigilanza ai contenitori perché temevamo atti vandalici. Il Prefetto si consultò con il Comandante dei Carabinieri, il quale disse che ci sarebbero volute quaranta persone, ma che non le aveva a disposizione. Il Prefetto, a questo punto con un sorriso che mi irritò profondamente mi guardò e disse: “cosa temete? Gli untori?” Al che non ci vidi più e ribattei: due anni fa avete tenuto quaranta carabinieri per due mesi davanti alla fabbrica della Parein, contro una lotta operaia ed ora mi negate la vigilanza ai contenitori. Me ne andai sbattendo la porta e facendo interviste alle varie radio e televisioni locali. Ci fu anche un’interpellanza parlamentare che chiedeva la rimozione del Prefetto.

E poi come andò a finire la vicenda dell’acqua?

Feci immediatamente un’ordinanza che proibiva l’uso dei diserbanti e dei fitofarmaci in agricoltura. Fui l’unico sindaco che prese questa posizione, gli altri sindaci dei paesi limitrofi non ebbero il coraggio di seguire questa strada. Ci furono polemiche da parte dell’imprenditoria agricola perché questo comportava per loro un danno. Il nostro era un atto altamente simbolico che segnalava un problema complesso che non era solo del nostro territorio, che comunque non è un territorio piccolo misurando cinquantadue chilometri quadrati. Poi gli agricoltori locali, pur mugugnando, almeno nel primo periodo, si adattarono abbastanza bene ai provvedimenti presi. Facemmo una campagna politica contro l’abuso dei prodotti di chimica di sintesi nei campi. La questione idrica fu poi risolta in questo modo. Scoprimmo, facendo le analisi, che l’acquedotto vicino a Sant’Albino, che pescava a cento metri di profondità, non aveva problemi. Dunque erano inquinate solo le falde più superficiali e questo riguardava in particolare l’acquedotto vicino alle Scuole Elementari, che era stato costruito negli anni prima della guerra. Staccammo il prelievo dell’acqua dalle finestre più superficiali e immettemmo acqua da quelle più profonde. Non accettammo il decreto Donat Cattin che alzò con decreto legge i parametri di riferimento, rendendo potabile l’acqua aumentando di dieci volte il limite tollerabile di molinate.

Se l’acqua non è buona ora, dicevamo, non lo può diventare con una legge. Così continuammo per qualche tempo ad utilizzare i contenitori, fino a quando immettemmo nelle condutture l’acqua dell’acquedotto di Sant’Albino che non aveva problemi. Con una delegazione andammo da Zamberletti, che allora era ministro e che aveva seguito il terremoto in Friuli e riuscimmo ad avere fondi sufficienti per scavare e trovare una falda molto potente a 240 metri di profondità. C’erano per la verità delle perplessità, perché come si sa Mortara è a 108 metri sul livello del mare e quindi temevamo di trovare acqua salmastra. C’era una falda invece molto buona. Chiudemmo le finestre superficiali e con i lavori necessari riuscimmo a trovare e a rifornire di acqua buona la città. Approfittammo dei lavori per portare la rete idrica anche alle frazioni che ne erano sprovvista e utilizzammo gli scavi per estendere la metanizzazione della città fino alle più lontane frazioni, dotandole così di acqua e gas . Fu una delle prime lotte ambientali: un precedente ed un riferimento obbligato sulla conservazione dell’ambiente naturale. In quei mesi ci furono poi incontri e convegni che iniziarono a porre sul piano del dibattito i temi dell’economia, del lavoro, della salute, dell’ecologia. Ci fu una coda alla vicenda: potenti multinazionali chimiche (veri benefattori dell’umanità) promossero una causa legale contro il sottoscritto. La cosa non ebbe poi seguito, ma è chiaro che quando si pestano i piedi a determinati poteri, c’è da aspettarsi ogni sorta di reazione. – Consumo di suolo, piani regolatori: spesso una città piace se si è pensato ad uno sviluppo urbano ordinato e coerente.

Su questo tema c’è qualcosa nel libro che hai scritto?

Ci mettemmo al lavoro per costruire il piano regolatore della città. Esisteva ancora il piano di fabbricazione del 1971. Le scelte urbanistiche italiane erano fino ad allora andate avanti in modo confuso e irrazionale. Fino al 1967 tutte le costruzioni eseguite, come è evidente oggi guardando la città a partire dal mega condominio di quattordici piani in Piazza Silvabella ed altri manufatti, erano nate in un contesto urbanistico poco vincolante. E’ nota la devastazione ambientale urbanistica in tutta Italia degli anni sessanta. La “legge ponte” del 1967 produceva un incentivo alla speculazione immobiliare perché dava un anno di tempo prima della sua entrata in vigore con la perimetrazione dei centri storici. Ed in quell’anno ci fu un boom di licenze edilizie speculative e non congrue. Poi nel 1971 con il sindaco Maestro Ercole Del Conte si iniziò a creare un piano di fabbricazione che iniziava a regolamentare l’edilizia cittadina. Un indubbio passo in avanti. Ora si trattava di creare un piano regolatore diverso. Il piano dell’architetto Oliva, approvato nel 1978 e che entrò in vigore con l’approvazione regionale due anni dopo, lo ritengo ancora oggi un ottimo piano. Prevedeva di limitare il consumo di suolo, evitare l’espansione a macchia d’olio della città, il recupero del centro storico. Nel piano le costruzioni “terribili” degli anni sessanta erano segnate come “demolizione senza ricostruzione”. Un atto simbolico, perché ovviamente non potevamo certo acquistare il grattacielo di Piazza Silvabella e demolirlo, ma volevamo far capire che non si sarebbe più consentito un uso del territorio fatto in tal modo. Prevedevamo una zona industriale all’esterno della città e case popolari non solo in periferia ma anche in centro. Per questo acquisimmo terreni per l’edilizia popolare ad esempio le vecchie case dell’ospedale cittadino in Via Cortellona. Prevedemmo spazi per il verde e per le attività sportive. Una cosa interessante fu la creazione della cosiddetta “spina dei servizi”. E qui devo rendere omaggio all’architetto Andrea Villa , assessore all’urbanistica, che era molto convinto di questa operazione. La spina dei servizi partiva da Viale Dante dove era previsto il Palazzetto dello Sport e la piscina (costruite durante la mia amministrazione) e le scuole medie che furono poi costruite da amministrazioni successive. Insomma un agglomerato di servizi scolastici e sportivi. Prevedeva anche un ventaglio di verde, un polmone senza costruzione residenziali, che arrivava sino alla circonvallazione in direzione dell’Asilo Vittoria. In questo ventaglio era ipotizzato un grande parco. Facemmo un progetto da realizzare a tappe. La politica urbanistica programmata portò sicuramente ad una nuova visione urbanistica di Mortara. Tutto ciò però è stato demolito dalle amministrazioni successive. Penso al consumo di territorio enorme di oggi e a quel previsto ventaglio di verde attrezzato che è stato distrutto per lasciare spazio a lottizzazioni residenziali sbagliate, anche vicino a corsi d’acqua di pregio come il Cavo Plezza. Ricordarlo però non è inutile perché si sottolinea la necessità di pianificare in modo diverso la Mortara del prossimo decennio.-

Quando uscirà il libro?

Penso che entro l’autunno del 2021 il libro vedrà la luce. Vorrei aggiungere anche foto molto significative al fine di creare un testo storico interessante che parla dello sviluppo della città.

Così termina questa intervista a Giuseppe Abbà che annuncia questo suo nuovo libro, dopo i due precedenti: “La corna dal fabricon” e “Il Mago dalle sette teste”. Un personaggio, Giuseppe che continua ad essere amato ed apprezzato da molti per la sua coerenza, per la sua capacità di guardare sempre oltre l’io, verso la direzione di un’umanità dolente che crede nel riscatto sociale per continuare a danzare la vita.

Il libro in preparazione è anche uno sguardo lungo che parte dal passato e può fornire elementi di studio e di confronto utili per le nuove emergenze di domani: quella sanitaria, la mobilità, il territorio, il cambiamento climatico. Insomma amministrare una città sembra voler dire tra le righe il “vecchio” sindaco non è un’operazione da tecnici o da ragionieri. Bisogna mettere in ogni atto amministrativo il desiderio profondo di maggior giustizia sociale ed ambientale. Ipotizzare una città della cura. Dove cura significa cura di sé, ma anche degli altri, della città, del mondo.

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