Fonte: https://www.cumpanis.net/prometeo-e-il-web-una-relazione-particolare.html
Nunzia Augeri
La scuola si fa a distanza, il lavoro è smart, si acquista via internet, virtuali le riunioni con gli amici, per salutare la nonna ci vuole il tablet, di politica si discute sui social, Trump governa via Twitter (e ne viene estromesso) – a quanto pare tutta la nostra vita ormai si svolge con la mediazione della tecnologia. Complice il Covid 19, ci siamo ritirati nel guscio come lumache freddolose – alcuni trovano comodo lavorare semisdraiati sul divano, in tuta e pantofole, e gli imprenditori trovano molto comodo non doversi accollare i costi di uffici, riscaldamento, buoni pasto. E forse è comodo anche per chi preferisce che la vita pubblica si svolga in questa maniera immateriale, dove l’unica minaccia sono i “leoni da tastiera” paghi di sfogare la loro insofferenza lanciando in rete ingiurie e volgarità. O comodo anche per chi – come si è visto recentemente – pensa di poter mantenere il potere via Twitter, spingendo alla rivolta masnade armate e violente.
Insomma, la tecnologia sembra diventata padrona della nostra vita pubblica e privata. Ma fino a che punto la tecnologia può servire, fino a dove può arrivare?
Tutti ricordiamo l’antico mito greco di Prometeo: egli rapisce il fuoco e lo dona agli esseri umani, e per questo gli dei gli infliggono una crudele condanna: sopravvive incatenato su una rupe, dove ogni giorno un’aquila si reca in volo a rodergli il fegato, che ogni giorno ricresce.
Il fuoco è lo strumento e il simbolo dell’inizio dello sviluppo tecnologico dell’umanità: in un primo tempo serve a cuocere la carne e altri alimenti; con la cottura i cibi diventano più facilmente digeribili e assimilabili, l’organismo deve fare meno fatica per nutrirsi e le energie risparmiate permettono all’ominide – ancora impigliato nell’animalità – di sviluppare il cervello, arricchire il linguaggio e avvicinarsi sempre più allo status di uomo. In un secondo tempo il fuoco permette la cottura dell’argilla, dando la possibilità di fabbricare vasellame adatto a cuocere zuppe e pappe di cereali, quando inizia la rivoluzione agricola, a lavorare il latte per ottenerne formaggio, e per conservare i liquidi, l’olio, il vino e altre derrate. In un momento successivo di sviluppo, il fuoco permette di fondere e lavorare i metalli, e con la metallurgia l’uomo è fuori dall’età della pietra, può fabbricare falci ed aratri che fanno progredire l’agricoltura, inventa lance, spade, frecce da lanciare con l’arco: armi molto più letali del bastone o del sasso. Iniziano le guerre, inizia la storia.
Tornando a Prometeo, dal quale tutto questo comincia, nel mito originale greco la storia è più ampia di quella che tutti conoscono, ed è stata portata alla luce e raccontata in maniera affascinante da quel grande esperto del mondo greco che fu Mario Vegetti. Egli racconta che, secondo i Greci, Prometeo fondò una polis, una società umana regolata dal fuoco, cioè dalla tecnologia. Ma la polis non funzionava, la convivenza era disordinata e conflittuale, non si svolgeva in modo civile e sereno. Per renderla tale, a fianco di Prometeo dovettero intervenire due altre forze, due dee: Aidos e Dike. Aidos è il rispetto, Dike la giustizia. I Greci cioè ci dicono che per organizzare civilmente la convivenza umana la tecnologia non basta: devono necessariamente intervenire l’etica e il diritto.
Aidos rappresenta le norme morali elaborate dal costume e custodite dalla religione, quelle che presiedono ai rapporti fra gli esseri umani, alla vita individuale, dalla nascita al matrimonio, alla morte: “dal dì che nozze e tribunali ed are dier alle umane belve esser pietose” ricorda il grande Foscolo nei suoi immortali “Sepolcri”, riassumendo in forma poetica – breve, icastica ed efficace – il percorso di umanizzazione della specie umana, fino all’alto traguardo della pietas, che non è la pietà passiva e inane del formalismo religioso, ma è il moto di empatia che si fa attivo e porta a operare per il bene degli altri.
Dike rappresenta la giustizia, il piano propriamente giuridico della convivenza, che è ambiguo, può portare a conflitti – ricordiamo Antigone e il contrasto acuto che può sempre sorgere fra la norma scritta, soprattutto se emanata dal tiranno, e la norma più alta, quella della pietas di Aidos. E’ il conflitto fra un diritto “naturale” ed eterno e la norma transeunte del governante di turno. Ne abbiamo avuto ancora recentemente un esempio, quando la norma di un ministro dell’interno ha sollevato l’indignazione di buona parte dell’opinione pubblica italiana ed estera per aver bloccato e punito le navi che, obbedendo a un’antichissima regola diventata precisa norma di diritto internazionale, procedevano al salvataggio in mare dei naufraghi.
Ma a parte conflitti ed eccezioni, la norma, preferibilmente scritta – si consideri che il codice di Hammurabi risale a circa 4.000 anni fa – pone norme precise per la convivenza e stabilisce pene altrettanto precise per chi vi trasgredisce. Maestri in fatto di Dike sono stati i Romani, che in 1.200 anni di gestione di un territorio che è giunto a comprendere tutta l’Europa, dal Regno Unito all’Africa settentrionale al Medio Oriente, hanno messo a punto un sistema giuridico definitivamente fissato nel Codex iuris civilis di Giustiniano del 535 d.C., ed è giunto fino ai nostri giorni, quando è stato adottato come modello di base perfino dalla Repubblica Popolare Cinese. Va ricordato peraltro che uno dei principi fondamentali di quel diritto è il “suum cuique tribuere”, dare a ciascuno il suo, cioè attribuire la proprietà (privata) a chi ne ha diritto. E chi ne avesse diritto lo decidevano loro, i Romani, con la spada in mano, per tutto il mondo di allora. E infine va ricordato che i Romani stessi avvertivano i pericoli derivanti da un’esagerata produzione di norme: loro hanno creato la massima che recita “maxima lex, maxima iniuria”, cioè che l’eccesso di norme porta alla negazione della giustizia. Il greve apparato burocratico italiano, fonte a volte di tante ingiustizie, ha radici antiche.
Dunque la civiltà greca ci ammonisce che la tecnologia non è sufficiente per regolare la vita associata, ma sono necessarie norme etiche e giuridiche. E chi può elaborarle e imporle? La risposta è univoca: solo la società, l’insieme dei e delle (non si tratta solo di uomini ma di uomini e donne) componenti della polis, lasciando l’imposizione e l’applicazione delle pene alla forza organizzata e legalmente esercitata dallo Stato. In termini attuali, la formazione delle leggi spetta ai rappresentanti del popolo riuniti in un Parlamento, e la funzione esecutiva è affidata a un governo che ha la fiducia del Parlamento.
E veniamo al dunque: è accettabile allora che la tecnologia pretenda di avocare a sé e regolare tutta la vita di una società? E quando la tecnologia si presenta concretamente come una impresa commerciale, è accettabile che un’impresa privata al comando di un privato imprenditore possa identificarsi con Aidos e Dike, con l’etica e la giustizia? E dato che il privato imprenditore nella sua attività ha come bussola l’accumulazione di un profitto, è giusto lasciarlo agire senza condizioni, ammettendo perciò che il profitto sia l’ultima, definitiva ratio della storia e dell’umanità tutta?
E’ quanto sta avvenendo oggi. Già negli anni 80 del secolo scorso la Lady di ferro Margareth Thatcher aveva proclamato che “non c’è alternativa”, che la “mano invisibile” del mercato deve diventare l’unico regolatore di tutte le attività della società, e regolare anche la fornitura di beni e servizi che i paesi europei considerano pubblici, come l’acqua, la salute, l’istruzione. Tutto doveva venir sottoposto al mercato, e il profitto dei più fortunati sarebbe filtrato agli strati inferiori della società, distribuendo benessere a tutti. Così non è stato, e le crisi che si sono succedute sia nell’economia che in campo sanitario, provocando diseguaglianze abissali, miseria e morte per miliardi di persone, hanno dimostrato che quello regolato dal mercato non è il migliore dei mondi possibili. E oggi politici, sociologi, economisti e studiosi di varia umanità si stanno domandando se la crisi in cui ci troviamo avviluppati dall’ormai lontano 2008 non sia semplicemente ciclica e quindi superabile, ma investa le strutture portanti del sistema capitalistico.
Attualmente poi il grande sviluppo nell’uso delle tecnologie della comunicazione, incrementato dall’isolamento imposto dalla pandemia, ci pone di fronte a ulteriori interrogativi. Uno dei pilastri del sistema di democrazia liberale è la libertà di informazione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” recita l’articolo 21 della nostra Costituzione, scritta da uomini memori della dittatura fascista che mandava in carcere perfino per una scritta sui muri.
La libertà dovrebbe dunque garantire anche la nuova forma di espressione del pensiero, quella che si svolge sulla rete di Internet. L’unico limite alla libertà è il divieto “delle pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”, come recita l’ultimo comma dell’articolo 21. Nell’Italia democristiana degli anni 50 alle ballerine della televisione veniva imposta una spessa calzamaglia – Dio non voglia che si vedessero oscene gambe nude – ma nelle edicole venivano vendute neanche clandestinamente varie riviste pornografiche. E oggi sulla rete la pornografia non è neppure tanto nascosta, e il suo aspetto peggiore – la pedopornografia – ha trovato un suo posto nel “dark web”, che non deve essere poi tanto oscuro se anche in Italia migliaia di persone trovano il filo di Arianna per accedervi.
Sulla rete quindi non esiste alcuna censura – o quasi. Ma questo ha cominciato a entrare in discussione quando si sono affacciati e sono cresciuti gruppi variamente e pericolosamente estremisti: odiatori a prescindere, antisemiti negatori dell’Olocausto, cantori del razzismo, nostalgici del nazismo, integralisti musulmani, “machos” assatanati, “sovranisti” e sostenitori delle “democrazie illiberali”: fenomeni che hanno allarmato governi e opinioni pubbliche dei paesi di democrazia “occidentale”. L’ultimo caso che ha allarmato seriamente il governo degli USA e gli organi di informazione è quello dell’ormai ex-presidente Donald Trump, che accampando pretese frodi elettorali, per non lasciare la sua carica ha aizzato le folle di suoi seguaci a compiere manifestazioni armate e violente, fino all’invasione e devastazione del Congresso. Twitter e poi Facebook lo hanno espulso, anche se tardi. Ma questo ha sollevato varie critiche che risultano ampiamente condivisibili: possono degli imprenditori privati, proprietari di questi mezzi di comunicazione, tacitare un’autorità politica? Se si oscura un Presidente degli USA perché presenta atteggiamenti dittatoriali, altri Presidenti potrebbero essere egualmente oscurati, primi fra tutti quei “terribili dittatori” di Cuba e del Venezuela, per non parlare di Putin o Lukashenko, o della Cina popolare. Mentre degli emuli di Pinochet e Videla potrebbero essere considerati come campioni della libertà e quindi in grado di inondare la rete con le loro comunicazioni.
Il problema è di difficile soluzione. Oggi la rete è regolata da una legge degli Stati Uniti, il Communication Decency Act del 1996, varato sotto la presidenza di Clinton, che riguarda appunto la pornografia, ma la norma più discussa è quella contenuta al punto 230 che recita: “Nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet può essere considerato responsabile, come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi”. Il che sancisce l’assoluta irresponsabilità dei padroni della rete per i contenuti messi in circolazione. Altre norme assai discutibili riguardano l’esenzione fiscale alle imprese commerciali che vendono esclusivamente in rete (oggi quasi-monopolio di Amazon), e l’attenuazione dei vincoli antitrust.
Al tempo di Clinton, Al Gore ebbe l’incarico di occuparsi dei lavori preparatori della legge e creò una commissione di diciotto esperti provenienti da tutti i ministeri interessati. A dirigere i lavori della commissione fu posto Larry Irving, allora sottosegretario del Ministero del commercio. Oggi Irving è il primo ad ammettere che è necessario discutere e agire, perché “una democrazia non può resistere a un uso massiccio di strumenti tecnologici per diffondere bugie e disinformazione” e non si può lasciare la questione nelle mani di “pochi miliardari non eletti che abbiano il potere di sbattere fuori chiunque da tutte le principali piattaforme”, come dichiara in una intervista a “Repubblica” del 19 gennaio scorso.
La questione comincia ad allarmare anche gli Stati Uniti, ma più dovrebbe allarmarsi la sinistra mondiale: eventuali Commissioni di controllo o di garanzia costituite all’interno dei singoli stati dovrebbero comunque seguire le indicazioni di carattere politico e ideologico impartite dal governo del rispettivo stato, con il pericolo sempre incombente che le opposizioni vengano bandite da Internet e totalmente oscurate.
Nel 1996 gli utenti di Internet era 30 o 40 milioni su una popolazione di sei miliardi. Oggi gli abitanti del pianeta sono sette miliardi, di cui 4,5 miliardi sono connessi a Internet e 3,8 miliardi sono attivi sui social. La rete è diventata una piovra gigantesca e onnipotente, e si è appropriata dell’informazione che prima passava attraverso giornali, radio e televisioni che potevano rispecchiare la diversità di opinioni e interessi. Andiamo forse verso un sistema di reti che possa ugualmente rispecchiare la diversità del mondo? Sembra difficile scalzare oggi il quasi monopolio di quattro miliardari proprietari privati della rete.
Che fare allora? Ci avviamo verso la barbarie tecnologica? La magistratura interviene quando i messaggi messi in rete configurano reati precisi, previsti dal Codice penale. Peraltro una regolamentazione è considerata ormai necessaria: ma quali i soggetti e le modalità? La discussione da qualche tempo è aperta ed è irta di difficoltà. Di fronte a questo ennesimo problema complesso che agita il mondo capitalistico, la sinistra mondiale ha il dovere di intervenire con autorevolezza, di discutere e proporre delle soluzioni. Perché accanto a Prometeo non restino solo Aidos e Dike, ma possa forse affacciarsi una giovane dea spavalda e pugnace che i greci chiamerebbero Epanastasi (tradotto: rivoluzione).

