Tag: Rifondazione Comunista

Pandemia, guerra e crisi economica. Non vi basta?

Riprendiamo il post-dichiarazione di Edoardo Casati su Facebook

Pandemia, guerra e crisi economica.
Non vi basta?
Sembra di no…

Dopo tutto questo assistiamo all’ennesimo colpo di mano fatto per interessi di partito.
Il Movimento 5 Stelle fa cadere questo governo, che sicuramente non ci mancherà, essendo lui stesso la causa dei problemi economici che stiamo vivendo.

Da subito Draghi ha snobbato il parlamento e la democrazia costituzionale in generale; un premier che utilizza questo passo indietro dei 5S come scusa per scrollarsi di dosso le responsabilità che il suo ruolo comporta, in una situazione così delicata.

Come pensate che, dopo anni e anni di politica fatta per arricchire le proprie tasche, i giovani possano avere ancora fiducia nella politica? Mai come oggi serve una parola fondamentale: CORAGGIO.
Il coraggio di affrontare le proprie responsabilità, il coraggio di ripartire da zero e il coraggio di fare un vero e proprio ricambio generazionale.
Adesso o mai piu.

Rifondazione Comunista vuole avere questo coraggio e si mette in gioco #versounionepopolare

Edoardo Casati – Coordinatore Giovani Comunisti/e Pavia

Abitazioni (im)popolari a Voghera

PRC-SE e GC Voghera: Comunicato sulla questione abitativa a Voghera.

Voghera, 14 luglio 2022

Come Giovani comunisti e Rifondazione Comunista  non possiamo non interessarci alla questione abitativa a Voghera, con un particolare occhio di riguardo per i quartieri popolari quali San Vittore, Via Belli, Pombio e Medassino che vedono diverse problematiche.

Di recente siamo venuti a conoscenza dello sfratto imposto ad una famiglia di 7 persone (di cui 5 figli tutti minorenni) attualmente residente in via del Popolo, non possiamo che esprimere la nostra preoccupazione e vicinanza alla famiglia sopracitata, invitando la giunta ad offrire aiuti sociali a queste persone anziché nascondersi dietro un vergognoso silenzio come ha sempre fatto da quando queste situazioni sono cominciate ad emergere.

Infatti siamo consci del fatto che molte altre persone si trovino in una situazione analoga se non peggiore rispetto a questa famiglia.

Ci sono in ballo questioni abitative verso persone che fanno parte della comunità marocchina locale; emblematico in questo caso è la questione della cittadina che si era ritrovata da un giorno all’altro senza casa per via di un azione del tutto scellerata da parte del proprietario originario dell’appartamento, oppure degli innumerevoli clochard che soprattutto d’inverno non hanno luogo dove riposare e sono costretti a partire il freddo, con il rischio, addirittura, di morire.

Ribadiamo nuovamente la necessità di un pronto intervento sociale da parte del comune per far si che quantomeno queste persone abbiano un luogo stabile e sicuro dove riposarsi e poter vivere con i propri cari.

Giovani Comunisti e Rifondazione Comunista Voghera

Squadrismo a Voghera – il nostro comunicato

PRC-SE e GC Voghera – comunicato sulle derive squadriste della città.

Voghera, 7 luglio 2022

Come Giovani Comunisti e Rifondazione Comunista Voghera non possiamo che essere preoccupati per la crescente violenza politica che si sta verificando nella nostra città negli ultimi mesi.

Infatti, già un mese fa, era stata devastata la vetrina principale della sede della lista civica “Voghera+Libera” di Pier Ezio Ghezzi e dei suoi collaboratori,verso cui esprimiamo la più sincera solidarietà umana prima ancora che politica.

Un episodio analogo, seppur non nei confronti di una sede politica, si è ripetuto nello stesso periodo ai danni della vetrina del commerciante Fabio Tordi, verso il quale, anche in questo caso, esprimiamo la nostra piena vicinanza.

Da comunisti è ovvio che non condividiamo il programma politico né di +Europa da una parte né della sindaca coi suoi assessori dall’altra, e pur facendo una radicale opposizione non ci permetteremmo mai di valicare i limiti della protesta democratica, attaccando le sedi dei nostri avversari politici oppure entrando in Comune minacciando tutti quelli che non ci vanno a genio, facendo un vero e proprio show da circo.

Sia chiaro che questo nostro comunicato non vuole accusare nessuno di nulla e speriamo anzi, pur non condividendo nulla della linea politica comunale, che chi di dovere porti al termine al più presto le indagini per scoprire i responsabili di questo scempio antidemocratico dai vaghi sapori squadristi, propri di un Ventennio che di sicuro nessuno di noi vuole rivivere.

Giovani Comunisti e Rifondazione Comunista Voghera

La vostra generazione ha perso

“La mia generazione ha perso” – così Giorgio Gaber intitolava uno dei suoi ultimi album in un tentativo di autoanalisi. È proprio una colpa che oggi andiamo ricercando, un colpevole, un nome o un gruppo di nomi, qualcuno cui addossare l’intera colpa di questa tragedia climatica che sta investendo il nostro paese e il mondo intero.

In questa vana ricerca la colpa è stata addossata agli allevamenti, alle fabbriche, a chi non fa la raccolta differenziata… Non nego l’influenza di queste azioni, ma mi sento di affermare che non è nulla di più che nascondere la polvere sotto il tappeto, nulla di più che far finta di non vedere l’errore, di non voler accettare che l’essere umano è colpevole di questa tragedia da circa 200 anni a questa parte. Siamo tutti colpevoli, perché – a differenza di come parlano parecchi giornalisti – il pianeta non soffre l’aumento della temperatura, esso continuerà ad esistere anche con 50° C in più, solo non sarà adatto ad ospitare la vita umana, camperanno solo i batteri capaci di sopravvivere anche ad altissime temperature.

Tornando al tema di quest’ articolo, ritengo quindi che ci sia bisogno di un’ammissione di colpa, bisogna smettere di pensare che il riscaldamento globale ed il problema dell’inquinamento ponga le sue radici negli anni ’10 di questo millennio; bisogna rendersi conto che il problema è iniziato quando nessuno si è posto la domanda “E dopo?” durante il miracolo economico, quando si costruivano auto che, dal motore all’esterno, non avevano altro che un tubo vuoto, quando le ciminiere delle fabbriche riversavano nell’aria ciò che oggi, a distanza di circa settant’anni, l’ha resa irrespirabile – per non dire tossica. La colpa è dei miei nonni, che hanno provocato questi problemi, e dei miei genitori, che non si sono opposti e non hanno fatto sentire la loro voce quando era il momento di farlo. Serve solo un’ammissione di colpa, rendersi conto di chi è la colpa davvero, ammettere che ci è stato consegnato un mondo completamente a pezzi e che ora le maniche ce le dovremo rimboccare noi per sistemare tutto – sempre ammettendo una vostra possibile collaborazione, che sembra ogni giorno più distante.

Se la vostra intenzione fosse di ammettere questa colpa, vi consiglierei di cambiare il modo in cui lo state comunicando. Se crediamo che i giovani siano “persi dietro ai telefoni e ai social network” solo perché li considerate svogliati e/o incapaci credo che il problema sia vostro. Sempre nel mondo che voi ci state consegnando, i valori della forza e della ricchezza sono stati eletti a princìpi unici; l’unico rifugio è dunque un mondo alternativo, completamente immersivo e capace di creare una realtà completamente estranea alla nostra dove le cose non possono andare male.

Dall’alto della vostra bigotteria invece siete solo capaci di dirci cosa sbagliamo, senza capire che la colpa è tutta nelle vostre mani, perché solo guardando avanti e lavorando per il prossimo – e non per se stessi – si può pensare di rivolgere delle critiche. Voi avete lavorato per voi stessi e per nessun’altra generazione, ora noi ne paghiamo le conseguenze. Basta però un po’ di coraggio, ammettere le proprie colpe, chiedere scusa e lavorare seriamente tutti assieme per un domani migliore.

Lorenzo Antibo

Riprendiamo l’articolo scritto da un compagno del circolo di Vigevano sui siti La Spina e La Sinistra Quotidiana.

ManifestA – vertenza parlamentare sulla Maier

Pubblichiamo di seguito il testo dell’interrogazione parlamentare presentata dalla Componente ManifestA in merito alla vertenza della Maier Cromoplastica di Verdellino (BG)

Interrogazione a risposta scritta

Al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, al Ministro dello Sviluppo Economico

per sapere,

premesso che –:

“Maier Cromoplastica S.p.A.”, appartenente alla società multinazionale spagnola “Maier”, è specializzata in stampaggio di materie plastiche e cromatura per componenti automotive;

tra i suoi stabilimenti, vi è quello di Verdellino, in provincia di Bergamo, nel quale operano 92 addetti;

sabato 18 giugno, a locali chiusi, cinque macchinari – corrispondenti al 23% della capacità produttiva totale – sono stati prelevati dalla fabbrica e trasportati all’estero dalla proprietà, a completa insaputa del personale ivi impiegato, senza avvisare né la Rsu né i sindacati dei lavoratori, e dopo aver disatteso nei loro confronti le promesse di nuovi investimenti;

la società comunicò che i beni prelevati erano stati trasportati nello stabilimento sito nei paesi baschi della Spagna;

la Direzione di Maier Cromoplastica S.p.A. annunciò che il 6 luglio si sarebbe tenuta un’assemblea dei soci, nella quale si sarebbe deciso se dismettere oppure no lo stabilimento di Verdellino;

il comportamento dei vertici aziendali ha indotto la protesta e lo sciopero con presidio permanente, dal 23 giugno scorso al 6 luglio, delle lavoratrici e lavoratori di Verdellino, con l’adesione dei Sindacati Fiom CGIL e Fim, per difendere il proprio impiego e per evitare che altri macchinari lasciassero lo stabilimento;

all’indomani dell’assemblea dei soci, la società ha convocato un’assemblea con i rappresentanti sindacali e i sindacati, alla quale si è presentato un dirigente spagnolo del gruppo cui fa capo Maier, comunicando alle rappresentanze l’intenzione di liquidare l’azienda italiana, e che tre liquidatori sono già stati nominati per espletare il lungo iter;

la decisione ha gettato nello sconforto le famiglie dei 92 dipendenti, su cui si profila la drammatica prospettiva del licenziamento collettivo, con ricadute drammatiche dal punto di vista economico e sociale: nuclei familiari, che si troverebbero privi di un reddito sufficiente per garantire il proprio sostentamento e in un contesto di totale incertezza e preoccupazione sul futuro, e in stato di totale impotenza di fronte a tale scenario;

la maggior parte di essi prestano la propria opera presso “Maier Cromoplastica” da oltre vent’anni, ma una minima parte di questi sono prossimi all’età pensionabile;

da quanto accaduto e illustrato poc’anzi, è ben desumibile che si tratti dell’ennesimo caso di delocalizzazione, fenomeno sempre più diffuso su tutto il territorio italiano, che consiste nel trasferimento del processo produttivo, o di alcune fasi di esso, in aree geografiche o Paesi in cui vi sono vantaggi competitivi, quali le agevolazioni di natura fiscale, il minore costo dei fattori produttivi e in particolare della manodopera, con gravissimo pregiudizio di tutti i dipendenti coinvolti in tali operazioni, nonché delle rispettive famiglie;

l’art. 4 della Costituzione stabilisce che «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto», l’art. 35, successivamente, stabilisce che «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni», dopo aver sancito, all’art. 1, il primato del lavoro, principio fondante dello Stato democratico italiano–:

se “Maier Cromoplastica S.p.A. abbia ricevuto finanziamenti pubblici, di quale tipo e di quale entità;

se i Ministri interrogati fossero a conoscenza dello stato economico di Maier Cromoplastica e dell’intenzione dei suoi vertici di delocalizzare e licenziare il personale di Verdellino, e quali iniziative intrapresero per scongiurare tale pericolo;

quali iniziative, per quanto di competenza, intendano intraprendere i Ministri interrogati, al fine di tutelare il diritto al lavoro dei 92 addetti, individuando una soluzione adeguata alla gravità di quanto accaduto loro e alle rispettive famiglie;

Suriano, Benedetti, Ehm, Sarli

La povertà in Italia: una deriva drammatica

8 luglio 2022

Antonello Patta

La fotografia sull’andamento della povertà assoluta in Italia fornita oggi dall’Istat conferma la deriva drammatica che ha vissuto il paese negli ultimi decenni.

Il numero di individui in povertà assoluta è quasi triplicato dal 2005 al 2021, passando da 1,9 a 5,6 milioni; gravissimo e significativo il dato che riguarda i giovani tra i 18 e i 34anni per i quali l’incidenza della povertà è oggi ben 4 volte superiore a quella del 2005.E’ il risultato di anni di attacchi ai redditi dei lavoratori e dei ceti popolari che hanno prodotto salari e pensioni da fame e precarietà selvaggia all’origine della diffusione del lavoro povero tra i giovani, non a caso i più impoveriti.

Un altro dato fornito oggi suona come uno schiaffo a politici e imprenditori che puntualmente all’inizio dell’estate si scagliano contro il reddito di cittadinanza: “le misure di sostegno economico erogate nel 2020, in particolare reddito di cittadinanza e di emergenza, “hanno evitato a un milione di individui di trovarsi in condizione di povertà assoluta”;

E ancora: “L’intensità della povertà, senza sussidi, nel 2020 sarebbe stata di 10 punti percentuali più elevata, raggiungendo il 28,8%, fronte del 18,7% osservato”.

L’altra faccia della medaglia è data dalla continua, spudorata concentrazione della ricchezza nelle mani di un’oligarchia sempre più ristretta di super ricchi che non si è fermata nemmeno durante la fase più acuta della pandemia. Nei 21 mesi della pandemia intercorsi tra il mese di marzo 2020 e novembre 2021 il numero dei miliardari italiani nella Lista Forbes è aumentato da 36 a 49.

Oggi i 40 miliardari italiani più ricchi posseggono l’equivalente della ricchezza netta del 30% degli italiani più poveri (18 milioni di persone adulte).

Soltanto una grande insorgenza ci salverà!

Siccità e crisi idrica

29 giugno 2022

Il nostro Pianeta è “ricoperto d’acqua” ma la percentuale di questa utilizzabile per usi umani è circa lo 0,6% considerando laghi, fiumi e falde sotterranee di facile accesso.

Una componente solo in parte “rinnovabile”, poiché le falde hanno tempi di ricarica spesso più lunghi del tasso di sfruttamento cui vengono sottoposte, di conseguenza l’acqua è sempre più scarsa, complici i cambiamenti climatici e la crescente pressione antropica.

La scarsità idrica, che abbiamo sempre considerato come un problema lontano dai nostri confini, ci riguarda molto da vicino, con prospettive per quest’anno peggiori della crisi del 2017.

L’Osservatorio europeo della siccità indica l’Italia tra i Paesi UE considerati più a rischio e secondo l’Associazione nazionale dei consorzi di Bonifica e Irrigazione il livello dei fiumi del Nord è sempre più basso e il rischio desertificazione in aumento, soprattutto in alcune regioni del Sud Italia.

La particolare conformazione geografica del nostro Paese mette ancora più a rischio le fonti di acqua dolce a causa del fenomeno del cuneo salino che mette a rischio intere colture nella zona del delta del Po.

E’ evidente come un simile scenario abbia impatti devastanti sia sugli ecosistemi naturali che sulle attività umane, sia in chiave sociale che economica.

I settori destinati a pagare le conseguenze più gravi della siccità sono quelli dell’agricoltura, della zootecnia e della silvicoltura. In Italia il 20% del territorio rischia di non essere più produttivo e di essere dunque abbandonato e l’Enea stima che a causa di siccità, alluvioni ed erosioni del suolo si rischia di perdere l’1 per cento annuo sulla produzione agricola, con danni per oltre 30 milioni di euro l’anno per il settore.

Siccità: agricoltura e allevamento intensivi.

Prendendo in esame proprio il rapporto tra sistema agroalimentare e consumo della risorsa idrica si scopre che la frazione di gran lunga più grande dell’impronta idrica totale in Europa riguarda il consumo di prodotti agricoli commestibili (84 per cento), con più del 45 per cento di questa imputabile ai prodotti a base di carne e latte.

L’agricoltura europea, dedicata per circa due terzi all’alimentazione animale, utilizza più acqua dolce di qualsiasi altro settore in Europa: il 59 per cento del consumo totale e il modello di agricoltura intensiva impoverisce la frazione organica dei suoli, rendendoli meno efficaci nel trattenere l’acqua (fonte ANBI).

La disponibilità idrica diminuisce dunque, ma i nostri terreni agricoli hanno ancora più sete.

Nel settore zootecnico i volumi d’acqua utilizzati diventano ancora più importanti: per grammo di proteine, l’impronta idrica della carne bovina è sei volte maggiore di quella dei legumi e secondo la stessa Assocarni per produrre un chilo di carne bovina occorrono in media 15.415 litri di acqua.

Nel settore agricolo la risposta è nella riconversione verso metodi agro ecologici perché mentre l’agricoltura intensiva, basata su produzioni specializzate e a bassa diversità, è particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici, al degrado del suolo e alla scarsità d’acqua, l’agricoltura ecologica è la principale strategia di resilienza alla siccità.

Anche nel campo della zootecnia i modelli di allevamento ecologico, compresi i sistemi integrati di allevamento e di allevamento e silvicoltura, possono offrire vantaggi a molteplici processi ecosistemici, inclusa la resilienza alla siccità. Una riduzione molto significativa dell’impronta idrica dei prodotti agricoli in Europa potrebbe essere raggiunta passando a modelli alimentari più sani, ricchi di frutta e verdura e con meno carne e latticini e che porterebbero a risparmiare circa 1.292 litri pro capite al giorno, ossia il 30 per cento dell’impronta idrica rispetto alla situazione attuale.

Per compiere questi cambiamenti sono necessari e urgenti sostanziosi investimenti, sia in termini di ricerca sulle innovazioni agroecologiche, sia di sostegno per aiutare gli agricoltori e allevatori a compiere una vera transizione ecologica e i consumatori ad adottare diete con un minore impatto sulla disponibilità idrica e sulla sua qualità.

Siccità e energia.

In tempi di crisi idrica, è bene ricordare che anche le scelte energetiche, non sono neutre dal punto di vista dello spreco di acqua.

Il consumo idrico a fini energetici è oltre il 20% del consumo idrico totale, e circa un terzo di quello a fini alimentari.

Le centrali termoelettriche a fonti fossili e le centrali nucleari, infatti, consumano enormi quantità d’acqua per raffreddare gli impianti a differenza di eolico, fotovoltaico e geotermia a circuito chiuso, il cui impatto idrico si approssima allo zero.

Si calcola che un sistema 100% rinnovabile abbatterebbe fino al 97,7% il consumo idrico finalizzato alla produzione di energia.

Siccità e gestione privata della rete

La crisi idrica attuale evidenzia inoltre tutte le pecche di una gestione della risorsa idrica piegata a una logica privatistica che punta esclusivamente alla massimizzazione del profitto ed è caratterizzata da una decennale mancanza di pianificazione e investimenti infrastrutturali.

L’Italia detiene il primato europeo del prelievo di acqua per uso potabile. Dal punto di vista degli ecosistemi acquatici, laghi, fiumi, acqua sotterranee, tutte le rilevazioni rivelano uno stato raramente buono e per lo più scarso o cattivo.

La contaminazione più frequente è dovuta agli erbicidi e agli scarichi delle aree industriali attive o dismesse ma non ancora bonificate, come ad esempio quella dovuta ai PFAS in Veneto e ad Alessandria; pesano poi i cosiddetti contaminanti emergenti quali droghe, cosmetici e farmaci.

La contaminazione delle acque di falda, che in Italia sono la principale fonte di approvvigionamento di acqua potabile, determina la necessità di attuare trattamenti per trattenere le sostanze chimiche che diventano sempre più costosi e difficili con l’aumento della complessità delle miscele.

E’ necessario migliorare la qualità delle acque superficiali e di falda, intervenire per rinaturalizzare i versanti collinari e montani, le sponde di fiumi e canali, restituire ad uso ambientale e paesaggistico naturale di aree compromesse da fabbricati ex industriali ora dismessi e abbandonati.

La gestione del servizio idrico integrato attraverso spa e multiutility si è dimostrata un fallimento se consideriamo il drammatico spreco di acqua potabile se consideriamo le perdite di rete (40% dell’acqua distribuita) e la mancata realizzazione di reti duali (il 50% dell’acqua distribuita è utilizzata per fini non potabili). E’ quindi destituita di ogni fondamento la campagna che sui media mainstream cerca di attribuire la responsabilità della crisi idrica alla mancata privatizzazione che avrebbe fatto perdere investimenti privati. Dopo la vicenda delle autostrade bisogna essere davvero in malafede per sostenere una tesi del genere. La realtà semmai è che la gestione attraverso multiutility quotate in borsa ha dirottato risorse verso utilizzi diversi dall’ammodernamento e dalla manutenzione della rete idrica.

In definitiva, si tratta, come propone anche il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, di mettere in campo un intervento pubblico che, nell’arco dei prossimi 5 anni, tramite il Recovery Plan, nella seguente misura:

● 2 mld. di € per la ripubblicizzazione del servizio idrico, da utilizzare nel primo anno di intervento;

● 7,5 mld. di € (cui aggiungere risorse provenienti dai soggetti gestori per circa ulteriori 2,5 mld) per la ristrutturazione delle reti idriche;

● 26 mld. di € (di cui 50% provenienti dal Recovery Plan e il restante 50% da ulteriori fonti di entrata) per il riassetto idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio.

L’intervento economico deve essere accompagnato da un ribaltamento del modello e dalla ripubblicizzazione del servizio idrico, partendo da una serie di interventi immediati:

incentivi all’ammodernamento degli impianti di irrigazione in agricoltura (ad es. irrigazione a goccia) e all’utilizzo delle acque piovane;

la destinazione degli utili delle aziende che gestiscono il servizio idrico alla ristrutturazione delle reti idriche;

incentivi all’installazione di dispositivi per il risparmio idrico nell’edilizia di servizio, residenziale e produttiva;

la depurazione delle acque deve raggiungere il 100% (attualmente è al 50/60%) e vanno privilegiati gli impianti di piccole-medie dimensioni e quelli di fito-depurazione in quanto garantiscono maggiormente la qualità della acque depurate da immettere in natura, nella produzione agricola e nelle reti duali.

Le montagne stanno crollando.

La senatrice Nugnes, in rappresentanza di Rifondazione Comunista in missione parlamentare sui ghiacciai, riferisce di come in montagna il cambiamento climatico stia avvenendo ad una velocità doppia che nel resto del globo, registrando ad oggi una media di aumento delle temperature di + 1,7 gradi.

“Lo scenario 2022 è lo scenario che ci aspettavamo per il 2050″ dicono gli osservatori tecnici di Arpa in Val D’Aosta, a Courmayeur, sul Ghiacciaio di Planpincieux. I ghiacciai sono un grande osservatorio dei cambiamenti climatici. Un terzo di tutti i ghiacciai italiani sono in Val d’Aosta, in 50 anni abbiamo “perso” il 40% dei ghiacciai presenti in regione, in 20 anni ne abbiamo persi 180. Nel 2050 non avremo più nessun ghiacciaio, niente ghiacciai niente acqua. Dovremo attrezzarci per rintracciare e conservare tutta l’acqua possibile, raccoglierla e distribuirla.

Lo scioglimento dei ghiacciai causa un enorme scarico di acqua dolce nell’oceano e aumenta il livello del mare. Attualmente proprio lo scioglimento dei ghiacciai contribuisce come primo protagonista all’innalzamento del livello del mare (sta aumentando il livello del mare di 0,7 millimetri ogni anno) e, entro la fine del secolo, questo numero potrebbe aumentare da quattro a dieci volte.

Il mare invade e sommerge le terre, distruggendo interi territori, che entra nei fiumi, vedi il Po in questi giorni, invadendo le falde di riserva idrica, salinizzando l’acqua dolce, sottraendo altra acqua potabile per i campi, le bestie, gli uomini.

Scioglimento dei ghiacciai, significa crolli e slavine, significa perdita di biodiversità, delle condizioni che rendono possibile la nostra vita su questo pianeta.

Il contrasto alla siccità deve essere affrontato da un punto di vista dell’ecologia integrale quindi chiediamo lo stop immediato della riattivazione delle centrali a carbone, di nuove trivellazioni di gas e dell’installazione dei rigassificatori, delle grandi opere idrovore, della cementificazione, che impermeabilizza il suolo rendendo praticamente impossibile il ciclo naturale dell’acqua, degli impianti di incenerimento rifiuti che necessitano di enormi quantità di acqua per il raffreddamento.

Il nostro è un approccio di classe e ben consapevole che riguarda le scelte collettive e la gestione delle risorse più che quelle individuali. Non si tratta solo di modificare gli stili di vita ma lo stesso modello di sviluppo.

Maurizio Acerbo

Elena Mazzoni

Ordine del giorno approvato dal Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista.

Dieci anni fa la straordinaria lotta dei braccianti marocchini di Castelnuovo Scrivia

Pubblicato il 28 giu 2022

2012 – 2022 Dieci anni fa, la straordinaria lotta dei braccianti marocchini dell’azienda agricola Lazzaro Bruno e Mauro di Castelnuovo Scrivia, una storia che continua finchè giustizia non sarà fatta – 

Era il mese di giugno del 2012, un’estate calda e afosa come questa, quando quaranta braccianti agricoli, tutti di origine marocchina, entravano, per la prima volta, in sciopero per protestare contro le misere paghe, gli orari estenuanti, senza riposi, né pasti, né acqua se non quella delle canaline d’irrigazione. Vittime di continui insulti, derisioni, ricatti ed estorsioni anche per il rinnovo dei permessi di soggiorno, alcune donne alloggiavano in un locale messo a disposizione dai padroni, all’interno dell’azienda: vivevano tutte in un’unica stanza, mangiavano lì, dormivano lì, una sopra l’altra, tra attrezzi e abiti da lavoro.

Scacciati dall’azienda, i lavoratori, dopo aver proclamato uno sciopero ad oltranza, hanno allestito un presidio di tende ai bordi della statale durato 74 giorni, avviato il boicottaggio dei supermercati Bennet, acquirenti dei Lazzaro, si sono opposti al crumiraggio organizzato nei campi dalla cooperativa Work Service di Brescia, in questo sostenuti da decine di cittadini e solidali.

La lotta, iniziata il 12 giugno di dieci anni fa, è stata importante perché, per la prima volta, ha fatto emergere una realtà di grave sfruttamento generalizzato nelle campagne della Bassa Valle Scrivia, tra Tortona e Voghera, una delle tante Rosarno al nord.

In quelle straordinarie giornate è nato il Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia, realtà auto-organizzata composta da braccianti e solidali, impegnata tutt’oggi nel sostegno alle lotte dei lavoratori delle campagne, nelle battaglie antisfratto, e, in generale, nell’aiuto e nella solidarietà alle popolazioni migranti.

Dopo 10 anni, i braccianti della Lazzaro aspettano ancora che giustizia sia fatta. Sfruttati, sottopagati, senza neanche un risarcimento. Alcuni poi sono stati denunciati e processati per aver protestato contro i loro padroni, tutte denunce finite nel nulla.

L’ultima e la più grave. Il 22 dicembre dello scorso anno, il Tribunale civile di Alessandria, ha rigettato le pretese dei Lazzaro di un risarcimento danni di oltre un milione e mezzo a carico dei lavoratori, sindacalisti e solidali che allora avevano osato ribellarsi allo schiavismo di lor signori.

Invece, i Lazzaro sono stati giudicati colpevoli, ma non troppo!
Il 5 maggio di sei anni fa, infatti, i Lazzaro hanno patteggiato presso il tribunale di Alessandria, insieme a Liliana Battistuta, che era l’incaricata della sorveglianza. La Procura li aveva accusati di estorsione aggravata, perché tra il 2006 e il 2012, minacciavano di non rinnovare i contratti nel caso in cui i lavoratori non avessero accettato paghe di fame o versato tra i 2.500 e i 3.000 euro per il rinnovo dei permessi di soggiorno. Erano infine accusati di maltrattamenti, oltre che per i pochi soldi e per gli orari estenuanti. Alla fine, hanno patteggiato soltanto per i maltrattamenti: 1 anno e 7 mesi per i Lazzaro, 1 anno e 3 mesi per l’addetta alla sorveglianza. Pene sospese. I quaranta braccianti hanno ottenuto soltanto il pagamento delle spese legali e null’altro.

Ma quella dei Lazzaro è una vicenda tuttora aperta. Mancano ancora all’appello i 400 mila euro che i Lazzaro devono pagare ai lavoratori per i mancati salari, a seguito della sentenza del Tribunale di Torino, sentenza già passata in giudicato. 400 mila euro ai quali i lavoratori non intendono rinunciare, nonostante strategie e furbizie messe in campo da questi padroni e dai loro sodali.

Alcuni braccianti, nel frattempo, si sono visti riconosciuti i permessi umanitari che vengono dati a chi denuncia lo sfruttamento lavorativo, mentre i Lazzaro hanno pensato bene di modificare la ragione sociale dell’azienda, divenuta “Castelfresco srl” e di farsi gravare di un’ipoteca bancaria da 840 mila euro su terreni e fabbricati.
Certo, prima le banche, i lavoratori possono aspettare!

Quella di allora è stata una lotta esemplare che, in parte, ha cambiato la condizione bracciantile delle nostre campagne. Vertenze si sono aperte in altre aziende agricole del territorio: da Angeleri a Guazzora, dai F.lli Balduzzi a Isola Sant’Antonio, da Oreste Novelli a Sale. Ci sono state anche varie denunce di caporalato in zona.

Certo, molti problemi restano aperti, però se oggi i braccianti in Bassa Valle Scrivia possono vantare salari un po’ più alti, versamenti contributivi più regolari, possibilità di accedere all’indennità di disoccupazione, tutto questo è grazie a quei lavoratori che hanno osato alzare la testa e ribellarsi, pagando anche di persona.

Dopo 10 anni noi siamo ancora qui. La lotta continua…

Castelnuovo Scrivia, 27 giugno 2022

PRESIDIO PERMANENTE DI CASTELNUOVO SCRIVIA – SEGUICI SU FACEBOOK

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Anche la Federazione PRC di Pavia sostenne quella lotta, con la presenza delle “Brigate di solidarietà” (con il compagno Giuseppone Invernizzi).

Inoltre facemmo intervenire le/ i partecipanti alla lotta alla nostra Festa provinciale di Bereguardo (insieme all’altra esperienza di lotta- la Elnagh).

Anche il compagno Ferrero si recò a portare appoggio alle/ agli scioperanti.

Infine fu importantissimo il fatto che quella lotta fu sostanzialmente diretta dalle donne.

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA – FEDERAZIONE DI PAVIA.

COSTRUIRE LA COALIZIONE POPOLARE CONTRO LA GUERRA

Pubblicato il 27 giu 2022

Documento politico approvato dal Comitato Politico Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista domenica 26 giugno. 

Le profonde contraddizioni del capitalismo dopo decenni di egemonia neoliberista continuano a produrre scenari di crisi e regressione. Un modo di produzione che pone al primo posto l’accumulazione di capitale e non i bisogni sociali sta producendo sempre più conseguenze catastrofiche.  Non avevamo ancora superato la crisi sanitaria, sociale e economica prodotta dalla pandemia che è esplosa la guerra in Ucraina. L’inflazione e il carovita colpiscono i redditi delle classi popolari che pagheranno le conseguenze della guerra, della crisi causata dal covid e della speculazione sull’energia resa possibile dalle “riforme” neoliberiste degli ultimi decenni. La crisi climatica assume dimensioni percepibili ormai anche in un paese come il nostro con la siccità e il PO senza acqua. Negli USA una sentenza cancella il diritto all’aborto riportando indietro di cinquanta anni i diritti delle donne. Guerre e militarismo, disastri ecologici, crescita delle disuguaglianze, svuotamento delle democrazie, risorgere di nazionalismi, razzismi, oppressione di genere e patriarcato non sono residui del passato, ma elementi costitutivi della “modernità” del capitalismo neoliberista. La strage di decine di migranti nell’enclave di Ceuta e Melilla è l’ennesimo orrore, che siaggiunge alle decine di migliaia di vittime dimenticate di leggi razziste e securitarie e dell’esternalizzazione delle frontiere della ‘Fortezza Europa’. 

La guerra in Ucraina prosegue confermando i pericoli che abbiamo denunciato fin dal primo momento. L’invio di armi sempre più potenti e l’inasprimento progressivo delle sanzioni non fermano il massacro e il popolo ucraino è la prima vittima della “guerra per procura” tra USA e Russia. La sciagurata invasione decisa da Putin ha dato occasione agli USA di rafforzare la subordinazione dell’Unione Europea attraverso il rilancio della NATO e di compattare tutto il blocco occidentale nelle scelte di riarmo e nuova “guerra fredda” contro la Cina. La scelta della pace e della trattativa è indispensabile se si vuole evitare il rischio di una terza guerra mondiale e di un conflitto nucleare, fermare la corsa agli armamenti e il proliferare di nuovi conflitti. La condanna dell’azione militare e del revanscismo nazionalista putiniano non comporta nessuna indulgenza verso l’espansionismo della NATO. La lotta per la pace passa attraverso la critica dell’ideologia occidentale che legittima le scelte di guerra e del ruolo della NATO come alleanza aggressiva e fattore di destabilizzazione. La globalizzazione ha messo in crisi l’unipolarismo degli Stati Uniti che cercano di mantenere il dominio globale unipolare sostituendo sempre più la concorrenza economica con la forza militare, secondo la dinamica più classica dell’imperialismo. I popoli europei debbono rifiutarsi di seguire gli Stati Uniti nella loro strategia che compensa il declino economico con l’impiego di una supremazia militare che a livello globale è senza rivali: la spesa militare USA è maggiore della somma degli altri nove paesi con la spesa più alta messi insieme, nessuna altra potenza conta più di 800 basi militari in tutto il mondo. L’opposizione all’aumento delle spese militari in Italia e in Europa è decisiva non solo per recuperare risorse da destinare ai bisogni sociali ma soprattutto per evitare ulteriori scenari di guerra anche nucleare. L’opposizione all’invio delle armi in Ucraina è un no al crescente coinvolgimento diretto dell’Italia nelle guerre USA che ha visto il nostro paese trasformarsi in una piattaforma militare e i nostri piloti addestrarsi al lancio di bombe atomiche nei programmi di nuclear sharing della NATO. Gli F35 pronti all’uso delle armi nucleari sono l’ennesima dimostrazione della sostanziale cancellazione bipartisan dell’articolo 11 della Costituzione.

L’UE appare sempre più incapace di affrontare l’intreccio delle crisi, finanziaria e poi economica e sociale, sanitaria, bellica e climatica, i cui effetti si cumulano. La BCE che ha come obiettivo fondamentale, da noi sempre criticato, il controllo della stabilità monetaria affronta una dinamica inflattiva che viaggia verso le due cifre. Rispetto al passato l’inflazione non può in alcun modo essere ricondotta a dinamiche di crescita dei salari o a eccessi espansivi. A trainare il fenomeno sono gli aumenti dei costi nei campi energetici, alimentari, farmaceutici spinti dalle dinamiche dei mercati borsistici e dagli extra profitti.

Ora la BCE insegue la FED degli USA pensando di raffreddare la tendenza con aumenti del costo del denaro. Verosimilmente questo al contrario determinerà ulteriori riduzioni delle aspettative di crescita e ulteriore indebitamento degli Stati chiamati a fare fronte agli effetti delle crisi senza potere e volere intervenire sulle cause.

L’altra misura presa dalla BCE di terminare l’acquisto dei titoli di debito sovrano ha già determinato effetti negativi sugli spread. La parziale correzione intervenuta in direzione di interventi mirati e selettivi per limitare gli spread stessi è apparsa riparativa a danni già fatti e non si è ancora per altro concretizzata. Come non c’è nulla di fatto in termini di controllo sui tetti dei costi energetici. D’altronde la UE ha già dimostrato sia in termini di vaccini che di acquisto di armi di operare come pura piattaforma di mercato subordinata al sistema delle multinazionali.

La situazione appare ancora più strutturalmente drammatica se si pensa a come la UE secondo i dati forniti dalla stessa Lagarde sia l’area che ha visto crescere enormemente la quota di Pil legato agli scambi commerciali cresciuta di oltre venti punti superando il 50% nello stesso periodo in cui negli USA cresceva di tre punti restando appena sopra il 30%. Non a caso la forza economica del Paese leader europeo, la Germania, sta nei surplus delle esportazioni. Laddove quella USA poggia sul controllo monetario della globalizzazione.

Mentre l’UE schiaccia se stessa nel neoatlantismo che unisce ai guasti della globalizzazione quelli di una sua rottura per linee geopolitiche, i BRICS pongono il tema di un multipolarismo della globalizzazione stessa. La dimensione della proposta avanzata nel loro recente incontro, in particolare per quanto concerne l’uso negli scambi commerciali di uno strumento monetario diverso dal dollaro, ha indubbiamente effetti dirompenti. Nessuno purtroppo pone però il tema di fondo di una critica radicale dell’economia capitalistica finanziarizzata e globalizzata e di un’alternativa sociale ed ambientale che passi attraverso la cooperazione e la giustizia sociale e climatica.

L’Italia in questo quadro sta moltiplicando più che sommando gli effetti delle varie crisi. L’UE e il governo Draghi rispondono con un ritorno all’austerità che colpisce pesantemente l’economia reale e le classi lavoratrici del nostro paese già tartassati dai precedenti aumenti delle bollette e dal carovita. Le conseguenze saranno pesanti con chiusure e/o acquisizioni di aziende da parte di gruppi esteri, licenziamenti e nuova disoccupazione, perdita di potere d’acquisto dei salari e delle pensioni, crescita delle fasce sociali impoverite. E’ bene ricordare inoltre che la crisi in atto colpisce e colpirà ancora più duramente l’occupazione delle donne e sta già creando un aumento di ferite personali e sociali contro tutti i soggetti meno garantiti. Razzismo, odio contro le donne, omofobia e transfobia sono una realtà che va valutata insieme alle questioni dell’oppressione e immiserimento di lavoratrici e lavoratori.

Sul piano ambientale la guerra ha dato l’occasione per rinunciare definitivamente alla transizione ecologica con il ritorno del carbone, delle trivellazioni e l’inserimento di nucleare e gas nella tassonomia europea.

Dal governo Draghi non sono arrivate risposte all’emergenza sociale, al carovita, alla precarietà, ai bassi salari né alcun rilancio del ruolo pubblico. Anzi proseguono i tagli a scuola, sanità e spesa sociale mentre aumentano le spese militari e si elargiscono enormi risorse alle imprese attraverso il PNRR. La pandemia non ha indotto alcuna svolta sostanziale nell’orientamento del governo tanto che viene rilanciata persino l’autonomia differenziata nella versione più estrema con il ddl della ministra Gelmini, un colpo irreversibile all’unità nazionale e all’uguaglianza dei diritti che penalizza fortemente il mezzogiorno.

La guerra in corso, e le politiche del governo Draghi, confermano che il bipolarismo è un gioco truccato e che si procede verso una democratura con governi che teorizzano di non dover essere controllati dal Parlamento. Occorre lavorare per la costruzione di un’alternativa popolare e autenticamente di sinistra ai poli politici esistenti caratterizzati da un nuovo atlantismo militarizzato ed aggressivo che vede in prima fila PD e FdI.Questo lavoro va portato avanti a tutti i livelli, a livello di territori così come a livello nazionale, mantenendo in ogni dove una linearità di collocazione politica alternativa alle forze di sistema. Operando concretamente e coerentemente in questo senso.

La guerra ha reso ancor più evidente la necessità di proseguire sulla linea indicata nel congresso nazionale di costruzione di “uno schieramento, una soggettività, un’aggregazione che, per dimensioni e credibilità, possa rappresentare una alternativa allo stato di cose presente” e che lavori fin da subito per cacciare il governo Draghi, responsabile delle politiche antipopolari che scaricano sulle classi lavoratrici i costi della crisi. La maggioranza del paese non condivide le scelte dello schieramento guerrafondaio e atlantista ma quasi tutto il parlamento si è schierato per l’invio di armi e l’aumento delle spese militari con tardive e incoerenti prese di distanza di M5S e Lega.

C’è bisogno di una coerente proposta politica pacifista che parli a una maggioranza del paese oggi priva di rappresentanza, un programma sociale che parli alle classi lavoratrici e popolari, un programma ecologista conseguente all’altezza delle molteplici emergenze che risponda alla sensibilità sempre più diffusa tra le giovani generazioni, un programma di difesa dei beni comuni e rilancio del pubblico, un programma di libertà e diritti per tutt*.

Lavoriamo per una coalizione di unità popolare – con un profilo pacifista, di classe, ecologista, femminista, solidale, libertario e antifascista – che si proponga di aggregare un blocco sociale su un programma di attuazione della Costituzione, di radicale alternativa per il nostro Paese, per la pace e un eco-socialismo del XXI secolo. Lavoriamo per una proposta che metta al centro le questioni sociali (salari, precarietà, stato sociale, pensioni, fisco) e sia percepibile da larghi settori popolari come necessaria e diversa dalle ricette delle classi dirigenti neoliberiste di centrodestra e centrosinistra.

La proposta di unità popolare va costruita sulla base di un programma di rottura e cambiamento contrapposto alle politiche portate avanti dalle forze di maggioranza che sostiene Draghi e dal partito unico della guerra, della precarietà, della precarizzazione, delle privatizzazioni, della devastazione ambientale.

L’autonomia e l’alternatività rispetto ai poli esistenti – e in particolare al PD – è fondamentale per rendere evidente che proponiamo di ricostruire una sinistra popolare che propone politiche radicalmente diverse da quelle antipopolari che hanno caratterizzato il centrosinistra.

Per questo ribadiamo la nostra critica non settaria ma determinata alle posizioni di quelle formazioni di sinistra e ai verdi che perseverano nell’alleanza con un PD che si identifica con il governo Draghi. Le posizioni del PD sulla guerra e il riarmo, come sulle principali questioni ambientali e sociali, mostrano che quella della sinistra “coraggiosa” – che abbiamo definito “ornamentale” – è una scelta del tutto inefficace sul piano dei risultati e dannosa sul piano politico perché ostacola la costruzione e la prefigurazione di un’alternativa nel paese. Sono questioni da porre con spirito costruttivo alle aree di sinistra e di movimento che sono state egemonizzate negli ultimi anni dalla logica del “meno peggio” e catturate nella finta alternanza del bipolarismo.

Proprio l’esempio di Melenchon e della NUPES in Francia dimostra per l’ennesima volta che una sinistra radicale può tornare ad avere dimensioni elettorali di massa sulla base di un profilo di netta distinzione dalle classi dirigenti responsabili delle politiche neoliberiste al servizio delle oligarchie economiche. Troviamo contraddittorie le dichiarazioni di entusiasmo per i risultati di Melenchon e la reiterazione dell’alleanza subalterna con i partiti che hanno un evidente profilo macroniano. Né appare assimilabile al “campo largo” italiano l’esperienza delle nostre compagne e compagni di Unidas Podemos in Spagna che pur con grandi difficoltà hanno una dimensione e un potere contrattuale ben diverso dopo una stagione di movimenti come gli “indignados” che ha cambiato negli anni scorsi i rapporti di forza. 

La nostra proposta politica è rigorosamente antifascista, antisessista, contro ogni forma di discriminazione e razzismo, per la difesa della laicità dello stato e contro ogni attacco oscurantista e reazionario ai diritti e alle libertà.

Rifiutiamo l’uso strumentale dell’antifascismo a fini elettorali non solo per l’evidenza che il PD è riuscito a condividere governi con tutti i principali esponenti della destra (anche quelli che vengono da MSI-AN) ma soprattutto per la constatazione che proprio il bipolarismo e i governi di cui fa parte il PD hanno prodotto la crescita inedita nella storia repubblicana del partito della fiamma tricolore.

E’ una grave responsabilità del PD e del centrosinistra quella di aver concorso in maniera determinante allo svuotamento della democrazia costituzionale e persino a iniziative qualunquiste come il taglio del numero dei parlamentari. A tutti gli autentici democratici e antifascisti proponiamo di unirci in una lega per la proporzionale, ponendo fine alle distorsioni della rappresentanza e ai rischi autoritari e di stravolgimento costituzionale propri del maggioritario. 

Abbiamo consapevolezza che una proposta di alternativa dovrà affrontare enormi difficoltà come abbiamo riscontrato da anni nelle elezioni regionali (con l’eccezione della Calabria) e amministrative. Però proprio l’ultima tornata amministrativa – pur evidenziando la persistente rarefazione della presenza della sinistra radicale e del partito nei comuni – ha visto alcuni risultati assai positivi di coalizioni di sinistra e civiche alternative (Cuneo, Carrara, Fabriano, Pistoia e Molfetta per esempio). Il dato principale rimane quello della crescita dell’astensione che va indagato a fondo.

Non basta dunque la riaffermazione della nostra alterità rispetto al centrodestra e al centrosinistra. La crisi di sistema in termini di legittimità e di rappresentanza è un fatto oggettivo. Bisogna intercettare la rabbia e la disaffezione di una larga parte della popolazione senza rappresentanza, che non si riconosce nell’attuale sistema politico e a cui bisogna proporre una prospettiva democratica di cambiamento. Lo possiamo fare nel lungo periodo stando in relazione con i bisogni materiali (sussistenza, lavoro, casa, salute, ecc.) delle fasce sociali che più subiscono le conseguenze del neoliberismo. Dobbiamo saper parlare a questa parte della società oggi largamente esclusa dal sistema politico, dobbiamo farlo non dall’esterno ma stando all’interno delle tante situazioni di disagio, di protesta, di rabbia sociale. Soltanto stando dentro questo campo, non importa se impolitico, riorganizzando una linea critica del basso contro l’alto, contro un sistema oligarchico che concentra il potere e il denaro in poche mani, abbiamo la possibilità di ricostruire le basi di radicamento di una sinistra di alternativa. A tal fine abbiamo la necessità, come già enunciato in un passaggio del documento congressuale, di “operare un deciso salto di qualità sul livello centrale” oltre che a livello di territori, salto di qualità che si deve “sostanziare in un’attitudine all’innovazione in direzione di un maggior radicamento del partito nelle lotte sociali”. Nel breve periodo abbiamo bisogno di un discorso e di una proposta politica che riesca a parlare anche attraverso i media e a suscitare attenzione e interesse in questi settori sempre più vasti del paese. Senza una proposta politica di rottura la stessa crisi del Movimento 5 Stelle sarà in parte capitalizzata dalla destra o determinerà ulteriore crescita dell’astensione. Certo il draghismo non è la risposta alla volontà di cambiamento che si era espressa con l’enorme consenso al M5S soprattutto nelle regioni meridionali.

Se la Nuova Unione Popolare Ecologica e Sociale, guidata da Mèlenchon, ha dimostrato che un programma e un discorso coerentemente di sinistra e ambientalista non sono condannati in Europa al minoritarismo è evidente che nel nostro paese non ci sono stati i cicli di lotte di massa e gli scioperi che hanno in Francia contrastato le misure antipopolari e le “riforme” neoliberiste.

Senza una ripresa delle lotte non cambieranno i rapporti di forza e gli orientamenti di massa, ma una proposta politica di sinistra può aiutare a dare spinta anche sul terreno sociale.

Lavoriamo per la convergenza dei movimenti come abbiamo fatto con la Società della cura, il Forum dei movimenti, il rapporto con il collettivo di fabbrica e il gruppo di supporto Insorgiamo della Gkn, il sostegno agli scioperi dei sindacati di base, le tante campagne e le pratiche sociali in cui siamo impegnate/i.

Il partito deve prestare attenzione al dibattito in corso nelle grandi organizzazioni di massa. Ciò vale, in questa fase, in modo particolare per il prossimo congresso nazionale della CGIL, le cui scelte sono decisive per dare, a una battaglia di opposizione contro la guerra e per una svolta decisa contro le politiche liberiste del governo Draghi, una dimensione di massa. Invitiamo tutti i nostri compagni iscritti alla CGIL a partecipare al congresso portando il nostro contributo. E’ per noi fondamentale che la CGIL recuperi un indirizzo conflittuale di classe che nel tempo si è largamente smarrito a partire dalla lunga stagione della concertazione, quando il dilagare della precarietà del lavoro, la caduta dei salari e l’implosione della capacità contrattuale avrebbero richiesto una forte conflittualità sociale e un altrettanto robusta capacità di mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici. 

Il terreno sociale e la costruzione di una proposta politica non sono sovrapponibili ma neanche separate. La necessità della riapertura di un ciclo di lotte e la questione del ritorno della sinistra sul terreno della rappresentanza istituzionale non vanno contrapposte. L’assenza nello spazio della rappresentanza e quindi del dibattito pubblico di una sinistra anticapitalista e antiliberista, femminista, ambientalista e pacifista pesa anche sulla capacità di incidere dei movimenti e contribuisce alla passivizzazione e alla spoliticizzazione delle classi popolari.

In questi mesi abbiamo lavorato sul terreno sociale e politico per costruire interlocuzioni in direzione della concretizzazione di una proposta politica di alternativa. La guerra e l’urgenza della mobilitazione hanno in parte rallentato i percorsi in cui eravamo impegnate/i ma ne hanno rafforzato le ragioni.

Il percorso che stiamo avviando deve darsi l’obiettivo di coinvolgere la partecipazione di chi in questi anni si è allontanata/o da ogni prospettiva di politica organizzata.

Intorno all’appello “per la rinascita della sinistra”, promosso da Angelo d’Orsi, si sono raccolte adesioni significative in direzione di una costituente. L’appello rossoverde di Transform ha aperto la riflessione per il rilancio di un progetto e di una pratica ecosocialista di ambientalismo anticapitalista e antiliberista non subalterno. L’appello delle lavoratrici e dei lavoratori indica il bisogno di una proposta politica che sia chiaramente di classe con un programma incentrato sui temi del lavoro e del reddito.

Lavoriamo sui territori per costruire iniziative di partito e/o unitarie di discussione sul tema della guerra e la necessità di un’alternativa di pace, ecologia e giustizia sociale relazionandoci con i promotori degli appelli che aiutano a ricostruire una sfera pubblica di sinistra.

Giudichiamo assai positivo il percorso avviato con la nascita della componente unitaria ManifestA – PAP – PRC alla Camera e salutiamo con gioia la costituzione di analoga al Senato. Anche la ricostruzione di relazioni unitarie con Pap è un fatto positivo. Lavoriamo per la confluenza delle soggettività della sinistra antiliberista e anticapitalista in un progetto che però acquisterà forza e credibilità solo se riuscirà a diventare un movimento popolare ampio e popolare, partecipato e plurale.

Abbiamo registrato forte sintonia con Luigi De Magistris sul progetto di costruire una coalizione politica e sociale, una coalizione-movimento popolare, che coinvolga partiti e soggettività di diversa natura impegnate sul piano sociale e politico. A supporto di questo progetto si è aggregata per iniziativa di Piero Bevilacqua una rete di intellettuali e di competenze per un lavoro di elaborazione di un programma da proporre al paese. Si tratta di primi passi di una possibile riaggregazione di energie e intelligenze.

Riteniamo importante per lo sviluppo del movimento pacifista la scelta di molte realtà del mondo cattolico e cristiano di schierarsi contro la guerra e l’invio di armi. Per la forte sensibilità sui temi della pace, della giustizia sociale, dell’antirazzismo, della consapevolezza ecologica e della solidarietà con il sud del mondo costituiscono un interlocutore importante anche per una coalizione popolare.

Il comitato politico nazionale impegna la segreteria e la direzione a proseguire il percorso intrapreso con Luigi De Magistris, la componente ManifestA, in cui coinvolgere tutte le soggettività politiche e sociali, da quelle della sinistra anticapitalistica, sino alle associazioni cattoliche, pacifiste, ambientaliste, femministe, meridionaliste, sulla base della linea emersa al congresso, allargando e approfondendo tutte le interlocuzioni sociali e politiche, a partire dalle personalità che hanno promosso e aderito agli appelli citati e dalle esperienze territoriali, per definire il profilo e i contenuti della proposta e avviare un processo di partecipazione e discussione che attraversi il paese.

È necessario individuare rapidamente un percorso visibile e riconoscibile, un processo politico aperto a tutti i soggetti interessati: partiti, organizzazioni, movimenti, associazioni, istanze, vertenze territoriali e singole persone. Questo va sostanziato auspicabilmente in tempi brevi, definendo come base di partenza gli obiettivi politici e le regole di funzionamento collettivo per avviare un’ampia discussione – nei territori come a livello nazionale – e declinare a livello di massa il progetto politico. Occorre dare sostanza a una progettualità di lungo respiro, che non nega e non sottovaluta l’appuntamento elettorale, ma si prenda cura della nascita di alleanze strategiche, per essere strumento efficace dell’opposizione sociale. Per dirla con l’Insorgiamo della GKN: non contendersi gli spazi esistenti, ma replicarli, farli crescere, moltiplicarli.

Il CPN impegna la segreteria e la direzione nella prosecuzione dell’impegno per la definizione della coalizione popolare con il coinvolgimento di tutto il partito a cominciare dai suoi organismi dirigenti, anche territoriali, e dai gruppi di lavoro appositamente costituiti.

Il Comitato Politico Nazionale invita circoli, federazioni e regionali al massimo impegno anche durante i mesi estivi nelle campagne contro la guerra e il carovita, contro l’autonomia differenziata e nel rafforzamento del partito con le campagne di tesseramento e autofinanziamento.

LETTERA APERTA E IL DOLORE DELLA MAMMA DI JULIAN ASSANGE

27 giugno 2022

“Non sopporto che non si muova nulla di fronte a tanta ingiustizia 😔

20-12-21

“Cinquant’anni fa, quando ho partorito per la prima volta come giovane madre, pensavo che non ci potesse essere dolore più grande, ma l’ho dimenticato presto quando ho tenuto tra le mie braccia il mio bellissimo bambino. L’ho chiamato Julian.

Ora mi rendo conto che mi sbagliavo. C’è un dolore più grande.

Il dolore incessante di essere la madre di un giornalista premiato, che ha avuto il coraggio di pubblicare la verità sui crimini governativi di alto livello e sulla corruzione.

Il dolore di vedere mio figlio, che ha cercato di pubblicare verità importanti, macchiato a livello mondiale.

Il dolore di vedere mio figlio, che ha rischiato la vita per denunciare l’ingiustizia, incastrato e privato del diritto a un processo equo, ancora e ancora.

Il dolore di vedere un figlio sano deteriorarsi lentamente, perché gli è stata negata l’assistenza medica e sanitaria adeguata in anni e anni di carcere.

L’angoscia di vedere mio figlio sottoposto a crudeli torture psicologiche, nel tentativo di spezzare il suo immenso spirito.

L’incubo costante che venga estradato negli Stati Uniti e poi trascorrere il resto dei suoi giorni sepolto vivo in totale isolamento.

La paura costante che la CIA possa realizzare i suoi piani per ucciderlo.

L’ondata di tristezza quando ho visto il suo fragile corpo cadere esausto per un mini ictus nell’ultima udienza a causa dello stress cronico.

Molte persone sono rimaste traumatizzate nel vedere una superpotenza vendicativa che usa le sue risorse illimitate per intimidire e distruggere un individuo indifeso.

Voglio ringraziare tutti i cittadini onesti e solidali che protestano globalmente contro la brutale persecuzione politica subita da Julian.

Per favore continuate ad alzare la voce ai vostri politici fino a quando non sentirete solo questo.

La sua vita è nelle vostre mani”.

~ Christine Ann Assange

JULIAN ASSANGE