Autore: Rino
Intervista a Giuseppe Abbà che annuncia la nascita del suo nuovo libro. Un libro che narra fatti e vicende conosciute e sconosciute
L’Informatore lomellino ha raccontato in un anteprima del tuo prossimo libro: di quella volta che gli amministratori di Mortara andarono a soccorrere i popoli terremotati dei Friuli.
Ecco io partirei da qui, perché questo episodio che hai scelto per parlare del tuo nuovo libro non è banale, ma certifica una profonda visione solidale tra paesi e tra persone nel momento del bisogno. La scelta che ho fatto è stata quella di parlare di episodi della nostra città, naturalmente in modo alternativo rispetto alle narrazioni fatte da altri storici. Ho cercato di essere molto rigoroso nel riportare fatti ed accadimenti avvenuti e poi anche di dare voce a tutti i personaggi che hanno dato lustro alla nostra città. Nel libro ho voluto raccontare episodi che mi hanno coinvolto in prima persona quale Sindaco di Mortara. Un’esperienza che ho sempre ritenuto personalmente utile e interessante e che ci ha permesso di affrontare diversi problemi della città. Una città che cercava la sua strada verso un futuro migliore, ma che aveva bisogno di indirizzi e di scelte politicamente forti.
Quali i capitoli che stai scrivendo e cosa di essi ci puoi anticipare?
Ho iniziato a scrivere a mano perché, come ho detto mille volte, io non riesco a pensare se non scrivo di pugno le cose. Poi il libro sarà costruito in versione tipografica con l’aggiunta di foto d’epoca che lo renderanno anche un documento storico. Avevo iniziato a scriverlo nella primavera scorsa, al tempo dell’isolamento per il Covid. Poi, quando avevo già scritto due terzi circa dell’opera, ho dovuto sospenderlo per diversi mesi in quanto io stesso sono stato colpito dalla malattia e l’ho ripreso solo poco tempo fa. Mi mancano ora solo pochi capitoli. Posso parlare di quelli già scritti. L’Informatore Lomellino ha pubblicato già nel mese di dicembre un primo capitolo che parla della solidarietà del Comune di Mortara verso altre comunità che erano state colpite dal terremoto e dei nostri viaggi in Friuli ed in Irpinia per portare aiuti e solidarietà. I capitoli già pronti parlano della metanizzazione della città, dell’emergenza idrica, di opere particolari realizzate in città. Opere anche controverse come l’intervento sull’area di Viale Dante, si parla anche di urbanistica, di case popolari e poi della cultura e degli spettacoli.
La cultura come strumento per maggiore consapevolezza e capacità di critica e di partecipazione?
Si, la cultura era concepita in un certo modo, c’erano spettacoli pubblici che si svolgevano in piazza. Con compagnie d’eccellenza come l’orchestra sinfonica di Budapest e poi anche spettacoli teatrali. Il titolo era Settembre Culturale – Si va per cominciare-, organizzato dalla provincia di Pavia a cui i comuni avevano dato disponibilità per ospitare gli spettacoli itineranti. Nel 1976, ricordo, ci fu l’esibizione del balletto dell’Azerbaigian che coinvolse circa mille persone, tutti assiepati nella piazza antistante Piazza del Municipio. Poi Severino Gazzelloni che portammo ad esibirsi nella scuola Media Travelli in Palazzo Lateranense. In origine avrebbe dovuto suonare nella Chiesa di san Lorenzo, ma non fu possibile perché il Vescovo proibì il suo utilizzo.
Quale il significato di questa raccolta di memorie?
Il libro non vuole assolutamente essere celebrativo, facendo solo un elenco di opere realizzate e di scelte vincenti. Ho cercato, pur sottolineando l’attività amministrativa, di fare emergere l’anima della città, il coinvolgimento delle persone e il forte desiderio di suscitare partecipazione. In quegli anni infatti la partecipazione dei cittadini, anche su sollecitazioni precise da parte dell’amministrazione comunale e delle stesse forze politiche e sociali, era molto forte ed era un elemento fondamentale. Pensa che riuscivamo anche, lo ricordo qui, ma questo capitolo non l’ho ancora scritto, a discutere del bilancio facendo assemblee pubbliche per spiegarlo nei particolari e sottoponendolo poi anche al giudizio dei consigli di fabbrica cittadini. Oggi si parla di bilancio partecipato, messo in atto da alcuni comuni virtuosi, ma forme di bilancio partecipato lo avevamo già ipotizzato allora, in un certo senso eravamo degli antesignani. Ci piaceva l’idea che i cittadini potessero conoscere come venivano spesi i soldi pubblici e dire la propria. All’epoca, e recentemente ne ho parlato in occasione della morte della compagna Mirella Balzaretti che era assessore al bilancio, noi concepivamo il bilancio anche come un atto di lotta. Chiedevamo al governo di venire incontro alle esigenze della città. Una politica fatta insieme ad altre realtà territoriali che portò fondi importanti ai comuni che così poterono affrontare questioni sociali. Poi negli anni successivi i bilanci si sono irrigiditi e tagli pesanti hanno impedito grandi spazi di manovra. In quegli anni però era così: discutevamo con la gente delle entrate e delle spese fatte o da effettuare.
Tu mi ricordi del resto che uno di questi incontri si è svolto al Teatro Comunale in una sala gremita di persone.
Due accadimenti in particolare mi sono rimasti in mente: la prima è l’emergenza per inquinamento delle falde, la seconda la questione urbanistica che non è un argomento di poco conto perché un giusto rapporto di spazi, di costruito, di verde, di servizi può rendere bella da abitare una città.
L’emergenza idrica fu un fatto molto traumatico per la nostra città. Era la fine del maggio del 1986, quando dal Pmip di Pavia che poi diventerà Arpa, che faceva le analisi, mi viene comunicato che avevamo l’acquedotto inquinato da molinate. Mi telefonarono a casa sul fisso all’ora di cena, perché allora non esistevano i cellulari, mi chiamò questo responsabile del Presidio annunciandomi che avevamo dieci volte il livello di molinate consentito dalla legge nell’acquedotto. Gli chiesi che cosa era questo prodotto di cui non ero a conoscenza e fui informato che era un diserbante usato nelle risaie. Gli chiesi allora come avrei dovuto comportarmi. Mi rispose semplicemente: io gliel’ho detto, poi deve decidere lei. Convocammo una riunione d’emergenza della giunta con l’ufficiale sanitario, il maresciallo dei carabinieri, i vigili urbani e annunciammo alla città che non si poteva consumare l’acqua, se non per lavarsi e che era nostra intenzione trovare contenitori per ovviare all’emergenza. Mi ero rivolto alla Prefettura in quanto allora non esisteva alcuna forma di Protezione Civile. Mi passarono al telefono un colonnello che disse “ il mio ufficio consiste solo di una targa sulla porta”. Così cercai una soluzione. In particolare grazie al lavoro svolto dal vice sindaco Giorgio Farina, morto purtroppo in un incidente d’auto un paio di anni dopo, ci rivolgemmo a Casale Monferrato che aveva avuto un’emergenza simile anche se non dovuta all’uso della chimica in agricoltura ma ad un inquinamento industriale. Portammo a Mortara di notte dei grandi contenitori di vetroresina che mettemmo in vari punti della città. Contenitori pieni d’acqua, dove i cittadini poterono rifornirsi. Dovevano essere riempiti di acqua buona e chiedemmo a Pavia, a Vigevano ed ai comuni limitrofi di fornirci il liquido prezioso. Attraverso i pompieri ci mandarono autobotti di acqua potabile. La sera dell’emergenza non riuscii a parlare col Prefetto perché era al ballo della Festa della Repubblica, ma il giorno dopo questi mi convocò a Pavia. Mi recai in Prefettura e mi trovai alla riunione del comitato per l’ordine pubblico. Feci una relazione su come avevamo agito e fummo lodati per le misure prese. Chiesi di poter avere la vigilanza ai contenitori perché temevamo atti vandalici. Il Prefetto si consultò con il Comandante dei Carabinieri, il quale disse che ci sarebbero volute quaranta persone, ma che non le aveva a disposizione. Il Prefetto, a questo punto con un sorriso che mi irritò profondamente mi guardò e disse: “cosa temete? Gli untori?” Al che non ci vidi più e ribattei: due anni fa avete tenuto quaranta carabinieri per due mesi davanti alla fabbrica della Parein, contro una lotta operaia ed ora mi negate la vigilanza ai contenitori. Me ne andai sbattendo la porta e facendo interviste alle varie radio e televisioni locali. Ci fu anche un’interpellanza parlamentare che chiedeva la rimozione del Prefetto.
E poi come andò a finire la vicenda dell’acqua?
Feci immediatamente un’ordinanza che proibiva l’uso dei diserbanti e dei fitofarmaci in agricoltura. Fui l’unico sindaco che prese questa posizione, gli altri sindaci dei paesi limitrofi non ebbero il coraggio di seguire questa strada. Ci furono polemiche da parte dell’imprenditoria agricola perché questo comportava per loro un danno. Il nostro era un atto altamente simbolico che segnalava un problema complesso che non era solo del nostro territorio, che comunque non è un territorio piccolo misurando cinquantadue chilometri quadrati. Poi gli agricoltori locali, pur mugugnando, almeno nel primo periodo, si adattarono abbastanza bene ai provvedimenti presi. Facemmo una campagna politica contro l’abuso dei prodotti di chimica di sintesi nei campi. La questione idrica fu poi risolta in questo modo. Scoprimmo, facendo le analisi, che l’acquedotto vicino a Sant’Albino, che pescava a cento metri di profondità, non aveva problemi. Dunque erano inquinate solo le falde più superficiali e questo riguardava in particolare l’acquedotto vicino alle Scuole Elementari, che era stato costruito negli anni prima della guerra. Staccammo il prelievo dell’acqua dalle finestre più superficiali e immettemmo acqua da quelle più profonde. Non accettammo il decreto Donat Cattin che alzò con decreto legge i parametri di riferimento, rendendo potabile l’acqua aumentando di dieci volte il limite tollerabile di molinate.
Se l’acqua non è buona ora, dicevamo, non lo può diventare con una legge. Così continuammo per qualche tempo ad utilizzare i contenitori, fino a quando immettemmo nelle condutture l’acqua dell’acquedotto di Sant’Albino che non aveva problemi. Con una delegazione andammo da Zamberletti, che allora era ministro e che aveva seguito il terremoto in Friuli e riuscimmo ad avere fondi sufficienti per scavare e trovare una falda molto potente a 240 metri di profondità. C’erano per la verità delle perplessità, perché come si sa Mortara è a 108 metri sul livello del mare e quindi temevamo di trovare acqua salmastra. C’era una falda invece molto buona. Chiudemmo le finestre superficiali e con i lavori necessari riuscimmo a trovare e a rifornire di acqua buona la città. Approfittammo dei lavori per portare la rete idrica anche alle frazioni che ne erano sprovvista e utilizzammo gli scavi per estendere la metanizzazione della città fino alle più lontane frazioni, dotandole così di acqua e gas . Fu una delle prime lotte ambientali: un precedente ed un riferimento obbligato sulla conservazione dell’ambiente naturale. In quei mesi ci furono poi incontri e convegni che iniziarono a porre sul piano del dibattito i temi dell’economia, del lavoro, della salute, dell’ecologia. Ci fu una coda alla vicenda: potenti multinazionali chimiche (veri benefattori dell’umanità) promossero una causa legale contro il sottoscritto. La cosa non ebbe poi seguito, ma è chiaro che quando si pestano i piedi a determinati poteri, c’è da aspettarsi ogni sorta di reazione. – Consumo di suolo, piani regolatori: spesso una città piace se si è pensato ad uno sviluppo urbano ordinato e coerente.
Su questo tema c’è qualcosa nel libro che hai scritto?
Ci mettemmo al lavoro per costruire il piano regolatore della città. Esisteva ancora il piano di fabbricazione del 1971. Le scelte urbanistiche italiane erano fino ad allora andate avanti in modo confuso e irrazionale. Fino al 1967 tutte le costruzioni eseguite, come è evidente oggi guardando la città a partire dal mega condominio di quattordici piani in Piazza Silvabella ed altri manufatti, erano nate in un contesto urbanistico poco vincolante. E’ nota la devastazione ambientale urbanistica in tutta Italia degli anni sessanta. La “legge ponte” del 1967 produceva un incentivo alla speculazione immobiliare perché dava un anno di tempo prima della sua entrata in vigore con la perimetrazione dei centri storici. Ed in quell’anno ci fu un boom di licenze edilizie speculative e non congrue. Poi nel 1971 con il sindaco Maestro Ercole Del Conte si iniziò a creare un piano di fabbricazione che iniziava a regolamentare l’edilizia cittadina. Un indubbio passo in avanti. Ora si trattava di creare un piano regolatore diverso. Il piano dell’architetto Oliva, approvato nel 1978 e che entrò in vigore con l’approvazione regionale due anni dopo, lo ritengo ancora oggi un ottimo piano. Prevedeva di limitare il consumo di suolo, evitare l’espansione a macchia d’olio della città, il recupero del centro storico. Nel piano le costruzioni “terribili” degli anni sessanta erano segnate come “demolizione senza ricostruzione”. Un atto simbolico, perché ovviamente non potevamo certo acquistare il grattacielo di Piazza Silvabella e demolirlo, ma volevamo far capire che non si sarebbe più consentito un uso del territorio fatto in tal modo. Prevedevamo una zona industriale all’esterno della città e case popolari non solo in periferia ma anche in centro. Per questo acquisimmo terreni per l’edilizia popolare ad esempio le vecchie case dell’ospedale cittadino in Via Cortellona. Prevedemmo spazi per il verde e per le attività sportive. Una cosa interessante fu la creazione della cosiddetta “spina dei servizi”. E qui devo rendere omaggio all’architetto Andrea Villa , assessore all’urbanistica, che era molto convinto di questa operazione. La spina dei servizi partiva da Viale Dante dove era previsto il Palazzetto dello Sport e la piscina (costruite durante la mia amministrazione) e le scuole medie che furono poi costruite da amministrazioni successive. Insomma un agglomerato di servizi scolastici e sportivi. Prevedeva anche un ventaglio di verde, un polmone senza costruzione residenziali, che arrivava sino alla circonvallazione in direzione dell’Asilo Vittoria. In questo ventaglio era ipotizzato un grande parco. Facemmo un progetto da realizzare a tappe. La politica urbanistica programmata portò sicuramente ad una nuova visione urbanistica di Mortara. Tutto ciò però è stato demolito dalle amministrazioni successive. Penso al consumo di territorio enorme di oggi e a quel previsto ventaglio di verde attrezzato che è stato distrutto per lasciare spazio a lottizzazioni residenziali sbagliate, anche vicino a corsi d’acqua di pregio come il Cavo Plezza. Ricordarlo però non è inutile perché si sottolinea la necessità di pianificare in modo diverso la Mortara del prossimo decennio.-
Quando uscirà il libro?
Penso che entro l’autunno del 2021 il libro vedrà la luce. Vorrei aggiungere anche foto molto significative al fine di creare un testo storico interessante che parla dello sviluppo della città.
Così termina questa intervista a Giuseppe Abbà che annuncia questo suo nuovo libro, dopo i due precedenti: “La corna dal fabricon” e “Il Mago dalle sette teste”. Un personaggio, Giuseppe che continua ad essere amato ed apprezzato da molti per la sua coerenza, per la sua capacità di guardare sempre oltre l’io, verso la direzione di un’umanità dolente che crede nel riscatto sociale per continuare a danzare la vita.
Il libro in preparazione è anche uno sguardo lungo che parte dal passato e può fornire elementi di studio e di confronto utili per le nuove emergenze di domani: quella sanitaria, la mobilità, il territorio, il cambiamento climatico. Insomma amministrare una città sembra voler dire tra le righe il “vecchio” sindaco non è un’operazione da tecnici o da ragionieri. Bisogna mettere in ogni atto amministrativo il desiderio profondo di maggior giustizia sociale ed ambientale. Ipotizzare una città della cura. Dove cura significa cura di sé, ma anche degli altri, della città, del mondo.
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Rifondazione: Trump fascista ma è il modello USA che non funziona
Pubblicato il 7 gen 2021
Ieri Trump ha fatto un passo ulteriore nella fascistizzazione del suo movimento.
La sceneggiatura che Trump ha scritto – elezioni rubate e invasione dei palazzi istituzionali – ricorda i golpe made in USA, come quello in Bolivia contro Morales o quelli ripetutamente tentati in Venezuela.
Più che un tentato golpe l’assalto pare aver avuto come scopo quello del gesto/evento fondativo: Trump nei prossimi anni cercherà ancor di più di incarnare il popolo dei veri americani in lotta contro gli usurpatori dell’establishment.
Quelli che hanno invaso Capitol Hill sono patrioti come i rivoluzionari del 1776.
Non è chiara la dinamica ma pare evidente che nella polizia ci sia larga simpatia per il trumpismo.
Metà dell’elettorato repubblicano approva.
Il trumpismo è un sintomo non la causa della crisi del modello oligarchico e neoliberista nordamericano.
Sarebbe ora che la si smetta nel nostro paese, tra i commentatori come nella politica, con l’esaltazione di un modello fallimentare sul piano democratico e sociale.
Non può essere considerato modello il paese che ha il record mondiale di detenuti e di omicidi per mano della polizia, una fortissima disuguaglianza economica e sociale, non garantisce a tutti l’assistenza sanitaria, con milioni di senza tetto e la più stratosferica spesa militare, continuamente teatro di violenze razziste contro la minoranza afroamericana, in cui si comprano liberamente mitragliatori e circolano milioni di armi da fuoco, con la pena capitale che continua ad essere applicata in numerosi Stati.
È più forte la critica di quel modello negli USA che sulla stampa e nella politica italiana che non sono state neanche capaci di schierarsi in difesa di Julian Assange.
L’idea di smantellare il modello sociale e democratico europeo per importare la deregulation neoliberista ha fatto solo danni.
Negli USA la sinistra socialista di Sanders e Cortez si batte per ottenere diritti che in Europa i governi di centrodestra e centrosinistra da anni stanno cancellando.
È ora di smetterla con l’esaltazione del modello istituzionale e economico nordamericano e con l’allineamento con le sue prepotenze imperialiste sul piano mondiale.
Per contrastare i trumpiani di casa nostra sul piano istituzionale sarebbe ora di finirla con la retorica della semplificazione del sistema politico.
Sono evidenti tutti i rischi di un modello presidenzialista in cui purtroppo anche da noi stiamo scivolando e la superficialità con cui sono stati con i sistemi maggioritari dell’ultimo trentennio manomessi gli equilibri costituzionali.
C’è bisogno invece di ripristinare la lettera e lo spirito della Costituzione nata dalla Resistenza, a partire dalla legge proporzionale pura voluta da chi il fascismo l’aveva combattuto.
Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
CARBONE ALLA REGIONE LOMBARDIA!
Prc Lombardia
COMUNICATO STAMPA: CARBONE ALLA REGIONE!
La befana arriva a #PalazzoLombardia e porta alla Giunta Regionale un sacco di carbone per la disastrosa gestione dell’emergenza sanitaria.
Ai cittadini e alle cittadine invece vorrebbe donare vaccini celeri e tamponi a prezzi calmierati.
Quest’anno la Befana atterra a palazzo Lombardia per consegnare alla Giunta di Attilio Fonata un sacco di carbone per la pessima gestione dell’emergenza sanitaria costata oltre 25 mila vittime e ritardi imperdonabili, ultimo dei quali quello della somministrazione dei vaccini anti Covid.
Mentre nelle stanze dei bottoni in questi momenti si consuma il siluramento dell’assessore Giulio Gallera, capro espiatorio per nascondere il fallimento della giunta di centrodestra, Rifondazione Comunista sostiene la petizione promossa da Milano in Comune
https://www.change.org/…/giuseppe-sala-tamponi…) per il calmieramento dei tamponi rapidi, strumento indispensabile per lo screening di massa e il tracciamento oggi di fatto completamente saltato.
Martoriata dall’epidemia la popolazione delle Regione si trova oggi in balia di una banda di irresponsabili che ancora oggi gestiscono un settore fondamentale come la sanità che assieme ad altre forze politiche e sociali abbiamo chiesto al Governo di Commissariare.
Con la simbolica consegna di un sacco di carbone sottolineiamo ancora una volta la necessità di un cambiamento radicale nella sanità lombarda, sperando che la scopa della Befana spazzi via questa giunta.
Milano, 06/01/2020
Partito della Rifondazione Comunista
PRC Federazione di Milano#CommissariateLaLombardia#SalviamoLaLombardia#commissariamento#stoplegge23



La paura
ADRIANO ARLENGHI
Da sempre abituati a vedere collocato sul nostro territorio tutte le porcherie prodotte non soltanto dalla nostra Regione ma anche da mezza Italia, quando ieri sono stati diffusi i siti tra i quali sarà scelto il vincitore per creare il deposito nazionale di rifiuti radioattivi, in molti sui social hanno cominciato a tremare.
Vuoi vedere che alla fine sceglieranno la Lomellina? Si sono detti, considerando anche il fatto che una delle venti centrali nucleari del piano di Donald Cattin negli anni ’70 avrebbe potuto essere costruita dalle parti di Sartirana Lomellina.
Io me li ricordo bene quei tecnici venuti da Roma a misurare i parametri del territorio e la rabbia della gente.
Mi ricordo ancora quelle assemblee infuocate e affollate da centinaia di persone, che sostenevano come l’avventura nucleare anche in tempo di pace per generare energia, fosse una scelta sbagliata.
Per mille motivi e non ultimo il fatto che il decadimento dell’uranio o del plutonio si sarebbe verificato lungo l’arco di centinaia di generazioni.
Una presenza costante e spaventosa, considerando i tempi biblici di decadimento delle sostanze radioattive.
Ricordo con molta lucidità ancora il grande movimento antinucleare nascente che anche in questa terra di lomellina si era mobilitata per dire di no all’avventura nucleare e la fatica per raccogliere le firme per proclamare un referendum nazionale.
Vinto infine anche grazie all’emozione collettiva della tragedia, una delle più grandi mai generate dall’uomo moderno di Chernobyl.
Bambini che abbiamo in tanti e per lunghi anni ospitato in città in estate, per ripulire almeno un poco il loro sistema immunitario.
Così grazie all’opposizione di un mondo ecologista ancora in fasce che studiava i testi di Barry Commoner e leggeva della Carson “Silent Spring”, l’Italia non scelse la via nucleare.
Immagino che così i rifiuti radioattivi, che ora per decisione europea dovranno essere stoccati in un solo luogo, siano minimi rispetto a ciò che avrebbe potuto essere.
Ricordo anche le grandi manifestazioni di Montalto di Castro e soprattutto quel serpentone umano che si era messo in cammino all’alba e che da Casale era giunto sino a Trino Vercellese.
Dove esisteva ed esiste tutt’ora una piccola centrale nucleare da 300 Megawatt, le cui scorie in mancanza di un sito ufficiale nazionale per poterle stoccare, sono ancora tutte lì nella centrale stessa.
Il tempo galantuomo ha dimostrato come sia possibile generare energia dal sole, dall’acqua, dal vento, dalle maree.
Forse anche per questo, in un tempo in cui la scelta era complessa e difficile, decisi che aveva un senso farmi anticipare un pezzo dei soldi della mia liquidazione, per installare pannelli solari fotovoltaici sul tetto della mia casa e così azzerare o quasi il costo del consumo di energia.
Ho ritrovato di recente tra vecchie carte i volantini di quel tempo.
Le fotografie di quando con le auto dalle pareti tappezzate di plexiglass e di slogan si girava per Mortara per dire di votare no alla scelta nucleare.
Di quando un’ amministrazione comunale sensibile al tema, decise di piazzare i cartelli “Mortara città denuclearizzata” in tutte le entrate della città.
In Lombardia non è previsto, questa la cronaca di oggi, un sito di stoccaggio.
Il sito ancora da decidere potrebbe così essere vicino ma non vicinissimo.
Le aree scelte sono in Piemonte tra le province di Torino e di Alessandria. Nei comuni di Caluso, Mazzè, Rondissone, Carmagnola, Alessandria, Quargento, Bosco Marengo.
Tiriamo dunque un sospiro di sollievo anche se continuiamo a batterci contro tutto il nucleare sia quello ad uso civile che ad uso militare: il peggior uso possibile di una scoperta scientifica dell’umanità.
Per poter vivere in un mondo non radioattivo.

Legge di bilancio 2021: tutto per il privato, quasi niente per il pubblico. Irresponsabili: si spartiscono il “bottino” invece di usarlo per rilanciare il Paese
Pubblicato il 4 gen 2021
Antonello Patta*
Un’occasione sprecata! È quanto viene da dire leggendo la legge di bilancio per il 2021.
Poteva rappresentare, dopo anni di tagli dettati dall’austerità, l’occasione per avviare un’inversione di rotta rispetto alle politiche neoliberiste che hanno prodotto il ridimensionamento del Pubblico e del comune a vantaggio del privato, la perdita di diritti, il declino dell’economia, la precarizzazione , l’impoverimento del lavoro, il degrado ambientale e la distruzione del territorio.
Invece vediamo che le risorse che il covid ha obbligato a render disponibili , vengono sprecate da una classe dirigente indegna di questo nome, interessata soprattutto a coltivare, con un’ inedito profluvio di bonus, i propri orti elettorali. E ad elargire la gran parte delle risorse, sia quelle legate all’emergenza covid sia quelle di natura espansiva, alle imprese, senza vincoli di sorta, né occupazionali, né salariali, né ambientali.
Oltre all’assenza di un serio progetto di politiche industriali, nel DDL approvato manca totalmente e in modo assolutamente irresponsabile, anche un piano per il lavoro in grado di affrontare seriamente il grave problema occupazionale attuale che diventerà drammatico con la fine del blocco dei licenziamenti che sembra data per certa al 31 marzo 2021.
Le risorse per investimenti, che sono il pacchetto più cospicuo della manovra, sono date per di più a pioggia senza nessun indirizzo che prefiguri un futuro economico e produttivo diverso e migliore dì quello attuale risultato di anni di politiche orientate alla libertà discrezionale dei mercati.
Una parte consistente delle risorse continua a essere erogata alle imprese come incentivi alle assunzioni che non solo come si è già visto, non risolvono il problema, ma perpetuano il vizio di gran parte delle imprese italiane di puntare sulla competizione sul basso costo del lavoro, invece che su innovazioni di processo, di prodotto e gestionali, favorendo quella spirale spinge il nostro sistema produttivo sempre più in basso nella gerarchia delle catene del valore europee e mondiali.
Ma la considerazione più negativa su questa manovra, che induce forti preoccupazioni sulle intenzioni del governo per quanto riguarda la struttura del recovery plan, attiene alla totale assenza di investimenti strutturali sul Pubblico a cominciare da sanità e scuola.
Sulla sanità le cifre stanziate, detratti gli aumenti previsti per il personale, le risorse per i tamponi antigenici, e le assunzioni a tempo determinato già previste, non sono sufficienti nemmeno a coprire i costi di misure già deliberate come l’assunzione degli infermieri di comunità, i piani di potenziamento dei servizi territoriali e di assistenza domiciliare ,i limitati piani di potenziamento degli ospedali.
Anche la Corte dei conti ha segnalato la mancanza di quasi 1,5 miliardi di risorse.
Anche gli incrementi di spesa previsti per i prossimi anni sono assolutamente inadeguati a recuperare il pluriennale definanziamento della sanità pubblica, che vede l’Italia largamente al di sotto della spesa di importanti Paesi europei.
Riguardo alla scuola la situazione è, se possibile, anche peggiore: mancano totalmente misure strutturali che indichino l’intenzione di voler almeno avviare la risoluzione dei gravissimi problemi che affliggono la scuola italiana e negano l’universalità del diritto all’istruzione collocando l’Italia agli ultimi posti in Europa per diplomati e laureati.
Non ci sono risorse per la riduzione di alunni per classe, il tempo pieno, l’estensione della scuola dell’obbligo e la generalizzazione della scuola d’infanzia pubblica.
La straordinaria lezione impartita a caro prezzo dalla pandemia sulla necessità di rafforzare il Pubblico i nostri governanti fingono di averla fatta propria nei talk show o quando cercano consenso a basso prezzo con la retorica sugli eroi, ma poi nei fatti, come dimostra la legge di bilancio, si muovono in direzione opposta.
Rafforzare il Pubblico è una necessità per l’oggi e per il domani, per i cittadini e per il paese, per dare risposte alle domande dei cittadini cui il privato ha mostrato di essere per sua natura insensibile, invertire l’estensione delle disuguaglianze e affrontare i problemi strutturali dell’economia e dell’ambiente con quello sguardo di lungo periodo che è sempre mancato al privato e al mercato orientati al profitto a breve.
Il recovery plan se gestito mettendo al centro i diritti e il bene comune potrebbe essere la grande occasione per ricostruire un Pubblico in grado di affrontare positivamente quelle attuali e le future sfide sul piano della tutela della salute, del diritto all’istruzione, a un reddito dignitoso, del contrasto alla povertà e alle disuguglianze, della ricostituzione delle competenze professionali, progettuali e gestionali delle amministrazioni e degli enti pubblici distrutte da anni di tagli, indispensabili per gestire le risorse e processi oramai irrinviabili come la riconversione ambientale dell’economia e delle produzioni con l’attenzione rivolta agli interessi generali e non di pochi.
E’ urgente e necessario che si facciano contemporaneamente due cose: Investire le risorse necessarie sia per il potenziamento e la riqualificazione di tutto il Pubblico , sia per un deciso ampliamento, con almeno 500 mila assunzioni, dei suoi organici per riportarli progressivamente a livelli “europei”.
Così non solo si rafforzerebbe tutto il paese , ma si metterebbe un tassello importante nella costruzione di un grande piano per il lavoro indispensabile per dare un futuro a milioni di cittadini, specie donne e giovani di cui sono stati privati da decenni di disoccupazione e precarietà.
Sappiamo bene che per fare ciò occorre sconfiggere l’ispirazione neoliberista dei nostri governanti così radicata da non riuscire nemmeno più a vedere, diversamente da altri colleghi europei, come questa contrasti da tempo non solo con i diritti dei cittadini, ma con gli interessi generali del Paese.
Serve subito una nuova stagione di lotte in grado di unificare tutti i soggetti che stanno pagando i costi della crisi e i movimenti che non hanno smesso di lottare, su una piattaforma che, oltre alla richiesta di investimenti che restituiscano centralità al Pubblico assuma tra gli obiettivi la garanzia del reddito per tutte e tutti, l’estensione a tutto il 2021 del blocco dei licenziamenti e degli ammortizzatori sociali accompagnati da un vero piano per il lavoro connesso con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il blocco degli sfratti .
Non è facile ma è il compito di una sinistra degna di questo nome.
*Responsabile nazionale lavoro Prc
Mazzoni (Rifondazione): ENI detta il PNRR al governo
Pubblicato il 3 gen 2021
Altro che transizione verde, altro che sostegni alle categorie in difficoltà.
Nella bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che circola negli ultimi giorni, spuntano gli aiuti per ENI e consorelle, in operazioni che vanno dai progetti di confinamento geologico della CO2 a Ravenna, contro i quali avevamo già espresso la nostra denuncia ai tempi del Piano Colao, a presunte bio raffinerie.
Il governo si prepara quindi a fare del PNRR un piano finanziario a vantaggio di aziende che operano in direzione diametralmente opposta all’obiettivo di definitivo superamento dei combustibili fossili, come si evince chiaramente dall’attuale piano industriale di ENI, assolutamente non in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e che rimanda le riduzioni delle emissioni di CO2 a dopo il 2030.
Se il Governo ha veramente a cuore l’ambiente inizi a tagliare le decine di miliardi di sussidi ambientalmente dannosi invece di usare una finta transizione energetica ed il ricatto occupazionale come scusa per ripetere il vecchio schema della socializzazione dei costi ambientali e delle perdite prodotte da aziende come ENI.
Abbiamo bisogno di investimenti nel settore dei trasporti pubblici sostenibili ed accessibile a tutte e tutti, nella scuola, nella sanità e non dell’ennesimo regalo alle multinazionali predatorie di territori e diritti.
Elena Mazzoni, Resp. Ambiente PRC-S.E.

BAGGI/CAPELLI (PRC-SE): ANCHE SULLE VACCINAZIONI ANTICOVID LA LOMBARDIA È GIÀ IN RITARDO
Ad oggi solo il 2,7% dei flaconi inviati sono stati somministrati, eppure la Lombardia è la prima regione per contagi e numero di deceduti e anche per quantità di vaccini ricevuti.
Malgrado il contesto che spingerebbe ad accelerare il processo di immunizzazione della popolazione, la Lombardia è la quattordicesima regione per lentezza.
Ma mal comune non fa mezzo gaudio quando ci sono di mezzo vite di uomini e di donne.
Il piano vaccinale era già impostato per partire in ritardo, da lunedì.
Dopo il grave flop delle vaccinazioni antinfluenzali dobbiamo subire ancora questa irresponsabile disorganizzazione.
Con chi funzioneranno 65 centri scelti dalla regione?
Sono stati assunti medici e infermieri per un lavoro che impegnerà tutto l’anno?
Per ora si fanno le vaccinazioni negli ospedali con l’organico esistente e mentre si fa quello altre urgenze vengono trascurate.
La misura è colma, ma il governo non interviene, come sarebbe nei suoi poteri e nelle sue responsabilità, anche perché distratto dalla probabile crisi e poco autorevole per la miriade di provvedimenti presi, deboli, complicati, contraddittori e miranti solo a governare la curva dei contagi per non arrivare a situazioni estreme, non a portare l’indice di contagio a zero.
Così la strategia del rallentamento, dello stop and go mette in conto i decessi a lei conseguenti.
È ancora valida e necessaria la richiesta di Commissariare la Sanità Lombarda
Milano, 03/01/2021
Fabrizio Baggi, Segretario Regionale Lombardia
Giovanna Capelli, Responsabile Sanità Regione Lombardia
Partito della Rifondazione Comunista / Sinistra Europea

LA SITUAZIONE REALE SUL PIANO VACCINALE PER IL CORONAVIRUS IN ITALIA.
VITTORIO AGNOLETTO
Ad oggi si sa che, se tutto andrà secondo quanto previsto, senza ulteriori intoppi, la Pfizer fornirà all’Italia 470.000 dosi alla settimana, a queste dovrebbero aggiungersi le dosi del vaccino prodotto di Moderna che dovrebbe avere a giorni l’ok dall’Ema, l’ente europeo regolatorio sui farmaci.
Moderna ha garantito all’Italia circa 1 milione e trecentomila dosi per il primo trimestre, pari a circa 100.000 dosi ogni sette giorni che sommate a quelle della Pfizer renderanno possibile vaccinare circa 300.000 cittadini a settimana considerato che per ogni persona vaccinata va accantonata un’altra dose per il secondo richiamo.
Con questo ritmo al primo di aprile saranno vaccinate circa 4 milioni di persone; una cifra molto distante dai 13 milioni indicati dal ministro della sanità.
Il maggior contributo alle vaccinazioni in Italia avrebbe dovuto arrivare da AstraZeneca dalla quale l’Italia ha già acquistato 40 milioni di dosi; ma l’Ema ha comunicato che l’azienda non gli ha ancora consegnato tutta la documentazione necessaria affinché l’organismo europeo possa esprimere un parere.
Come sì e saputo qualche settimana fa, AstraZeneca ha dovuto ripetere alcune fasi della propria sperimentazione dopo che era emerso come la miglior efficacia, attorno al 94%, sarebbe stata fornita da una dose differente da quella ipotizzata dalla casa produttrice.
Anche ammesso che il vaccino di AstraZeneca riesca ad essere disponibile nel giro di un mese, non pare credibile che l’azienda possa fornire all’Italia entro marzo le dosi per vaccinare 10milioni di cittadini. E non appare nemmeno credibile che tale quantità di dosi possa essere fornita ulteriormente da Pfizer, considerato che non sono state modificate le regole sui brevetti che avrebbero dato la possibilità ad altre aziende pubbliche e private di produrre il vaccino così come avevano chiesto India e Sudafrica; tale proposta è stata bocciata grazie all’opposizione degli Stati Uniti e a dell’Unione Europea che hanno anteposto gli interessi di Big Pharma alla salute dei cittadini.
I numeri forniti dal governo, a meno di informazioni riservate e non rese pubbliche, paiono per ora essere molto lontani dalla realtà.
A tutto questo si aggiunge il silenzio che è calato sul bando indetto, con enorme ritardo, dal commissario straordinario poco prima di Natale, per il reclutamento di 3.000 medici e 12.000 infermieri necessari per la campagna vaccinale.
In questo quadro le polemiche sull’obbligatorietà e sui patentini che dovrebbero garantire dei benefit alle persone vaccinate appaiono, almeno per ora, decisamente fuori tempo.
Vittorio Agnoletto,
1 Gennaio, 2021
Buon anno per un 2021 di lotta e solidarietà











