Autore: Rino

La memoria nelle pietre

Aned Provincia di Pavia e Anpi Vigevano

Per celebrare il Giorno della Memoria in questo tempo così difficile l’ANED provinciale e l’ANPI di Vigevano hanno proposto alla Rete Cultura del Comune un video realizzato compiendo un tour tra le quattro pietre d’inciampo posate in città e precisamente quelle dedicate a Teresio Olivelli davanti al portone del liceo “B. Cairoli”, ad Anna Botto in via del Popolo al n. 11, a Santino Bonafin ed Ermes Testori in piazza Martiri della Libertà. Il tour, è stato accompagnato dalla lettura di testi e poesie: per Olivelli un suo brano tratto dal giornale clandestino “Il ribelle”, per la Botto una poesia della francese Charlotte Delbò, deportata come lei al lager femminile di Ravensbrück, per Testori una poesia di Mirco Camia, pure deportato al campo di Flossenbürg, infine per Bonafin, il “giuramento di Mauthausen” (il campo dov’è morto), sottoscritto dai deportati di varie nazionalità alla liberazione del lager. Una lezione di storia e poesia all’aria aperta.

On-line lunedì 25 gennaio alle ore 21, dal sito di Rete Cultura o da quello della Biblioteca Civica di Vigevano.

Quest’anno sono arrivate dall’artista tedesco Gunther Demnig quattro pietre d’inciampo: a Pieve Albignola per i due deportati lì arrestati: Aldo Locatelli e Guido Panigadi; e a Lomello per Giuseppe Loew e Giuseppe Zaltieri.. Per la loro posa si deciderà in base alle disposizioni governative, rimandando eventualmente a qualche data utile l’evento (25 aprile, 2 giugno) In ogni caso il Giorno della Memoria sarà presentato e distribuito un libro dedicato a questi due deportati di Lomello.

Come è noto le “pietre d’inciampo” sono un’installazione ideata dall’artista tedesco Gunther Demnig (che quest’anno non sarà presente personalmente in Italia) che ha lo scopo, dopo anni di oblio, di permettere ai deportati di ritornare virtualmente ad abitare per sempre i luoghi che li hanno visti protagonisti di una pagina importante, forse la più significativa, della storia d’Italia. Le pietre con i loro nomi ci ricorderanno, attraverso le loro storie, che la democrazia è fatta di partecipazione, di conoscenza e sacrificio.

Il comune di Cilavegna ha sofferto durante la guerra la deportazione di diversi suoi cittadini e, negli ultimi anni, ha allestito mostre su aspetti della Shoah. Quest’anno la biblioteca comunale, vista l’impossibilità di farlo dal vivo, presenterà on-line agli studenti di Cilavegna e Cassolnovo i pannelli della mostra dell’ANED di Pavia “In treno con Teresio” sul trasporto che ha visto partire per il lager di Flossenbürg 432 prigionieri, tra cui 15 pavesi con Teresio Olivelli.

Infine, sempre sui deportati di tutta la provincia di Pavia, il giorno 27 gennaio sarà presentato, ancora on-line, dalla biblioteca Universitaria di Pavia e dall’ANED in collaborazione con l’Istituto per la storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Pavia, il sito internet che accoglie l’aggiornamento dell’elenco di tutti i deportati nati, residenti o catturati in provincia, con un apparato di schede biografiche, documenti, foto e audio con le voci di alcuni dei sopravvissuti.

Come scriveva il filosofo tedesco Max Horkheimer dall’esilio a New York nel 1944: “I martiri anonimi dei campi di concentramento sono i simboli dell’umanità che lotta per venire alla luce. Il compito della [storia] sta nel tradurre ciò che essi hanno fatto in parole che gli uomini possono udire, anche se le loro voci mortali sono state ridotte al silenzio dalla tirannia”.

La salute non è una merce, i brevetti dei vaccini anti Covid siano di proprietà pubblica. Nessun profitto sulla pandemia

Erano state garantite entro l’autunno, oltre 100 milioni di dosi di vaccino per immunizzare, considerando anche il richiamo, i 51 milioni di italiane/i over 16, secondo il Commissario Arcuri, utilizzando i prodotti di Pfizer – BioNTech, Moderna e da febbraio, forse, Astra Zeneca. Per giungere al traguardo, considerando la “doppia dose”, bisognerebbe poter vaccinare 360mila persone al giorno. La Pfizer, ha dichiarato che non garantirà le dosi pattuite, a causa del rallentamento della produzione (o più probabilmente per dare la priorità ad altri stati come USA ed Israele (esclusi i palestinesi dei territori occupati). In alcune regioni come il Lazio, è stato annunciato che i vaccini slitteranno di una settimana, e resta nel Paese il rischio che non ci siano le necessarie seconde dosi senza le quali le prime sono insufficienti.

Per risolvere il problema sarebbe sufficiente la volontà politica degli Stati di costringere le multinazionali produttrici a bypassare i brevetti affidando la produzione direttamente ai tanti stabilimenti farmaceutici all’avanguardia di cui dispone l’Europa

I governi hanno finanziato con denaro pubblico la ricerca ma devono acquistare i vaccini a prezzo di mercato e poi subire l’umiliazione di essere privati di una parte di quelli pattuiti. La drammatica situazione globale pretende che si sospendano le norme sui brevetti perché si possa assicurare una adeguata distribuzione dei vaccini. Una politica governativa seria dovrebbe farsi carico di tale scelta, per coinvolgere aziende e laboratori farmaceutici in modo da garantire una massiccia produzione fino al termine dell’emergenza pandemica e/o dell’effettiva disponibilità sul mercato delle dosi necessarie all’immunizzazione di massa.

Ma, pensando al futuro e combattendo le logiche dell’autonomia differenziata che producono sciovinismi vaccinali come quello proposto dall’Assessora alla sanità della Lombardia, Letizia Moratti, lo Stato deve impegnare risorse economiche per la ricerca di vaccini e divenire socio di stabilimenti per la loro produzione in Italia.

Al di là dei provvedimenti che stanno portando a contenere i contagi, non ci arrendiamo all’indifferenza con cui si contano le vittime. Occorrono provvedimenti drastici di alterità politica del Governo. Risorse economiche, personale e vaccini.

Siamo tra i promotori e sostenitori dell’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei) per ottenere la proprietà pubblica sui vaccini perchè non ci siano profitti sulla pandemia. L’ICE di cui primo firmatario per l’Italia è Vittorio Agnoletto propone una modifica legislativa alla Commissione Europea. Occorrono 1 milione di firme, per l’Italia 180.000, perché la Commissione debba prendere un’iniziativa in materia.

Questo è il link

www.noprofitonpandemic.eu

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale
Rosa Rinaldi, responsabile sanità, PRC-S.E.

Giunta Fontana: cambiano i suonatori ma la musica è sempre quella.

Circa una settimana fa il ministro Speranza dichiarava la Lombardia zona rossa con il presidente Fontana che gridava al complotto.

Ora veniamo a sapere che i dati sulla pandemia inviati dalla Regione che hanno determinato la collocazione della Lombardia in fascia rossa erano basati su calcoli errati.

Nonostante il rimpasto della giunta regionale, quest’ultima continua a fare acqua da tutte le parti.

Chiediamo al governo di procedere con il commissariamento della giunta unica responsabile del ritorno della Lombardia in fascia rossa e di tutte le conseguenze che esso ha comportato ai cittadini lombardi che adesso sanno chi ringraziare.

Giovani Comunisti/e Lombardia

Lettera aperta al Papa

Questa è la lettera indirizzata a Papa Francesco per la sua visita annunciata a marzo in Iraq, di cui ho parlato alla riunione di Rete Kurdistan. Chiediamo che il Papa nella sua visita pastorale ed umanitaria a Bagdad, ad Erbil e a Mosul visiti il Campo profughi di Makhmour e la comunità di Sinjar, vittime di feroci attacchi delle milizie armate presenti nella regione e di bombardamenti di droni turchi, oltre che di un feroce embargo del Campo di Makhmour che persiste da agosto 2019. Chiediamo a chi volesse sottoscrivere questa lettera, di farlo individualmente, inviando una mail a questo indirizzo, indicando qualifica professionale e città. Cari saluti, Antonio

All’attenzione del Santo Padre,

nei giorni scorsi  è stata diffusa la notizia di una Sua visita, prevista per il mese di marzo 2021, nelle martoriate terre irachene, quelle terre percorse tutt’oggi da venti di guerra e da violenze indicibili che hanno mandato in frantumi comunità multietniche e multi confessionali, creando fratture profonde nella millenaria storia di convivenza mediorientale.

Abbiamo appreso che il Suo viaggio avrà come prima meta la città di Erbil, capitale della regione del Kurdistan iracheno dov’è presente anche un’importante comunità cristiana nel quartiere di Ankawa,  toccherà poi Baghdad, la capitale dell’Iraq e la città di Mosul, città rimasta tristemente nota come la capitale del califfato dell’Isis, ma anche per le persecuzioni contro i cristiani di Quaraqosh, antico insediamento assiro, un tempo il più grande centro della cristianità in Iraq. Quelle terre non possono non farci ricordare la figura di Padre Dall’Oglio, esule a Suleymanya, poi rapito o ucciso in Siria.

Santità, noi Le chiediamo che, oltre ad incontrare queste comunità, nell’ambito di un discorso umanitario e di pacificazione, ci sia la possibilità d’incontrare anche i profughi del campo di Makhmour, nella provincia di Mosul, e le comunità yazide di Sinjar, nell’Iraq nord occidentale, al confine con la Siria.

Nel campo profughi di Makhmour vivono oggi 14.000 profughi provenienti dalla regione del Botan, dove l’esercito turco, negli anni’90, aveva evacuato con la forza i villaggi di confine, abitati da contadini e pastori, accusati di aiutare i militanti del Pkk.

Questi profughi avevano attraversato le montagne coperte di neve che separano la Turchia dall’Iraq giungendo nella piana di Ninive. In quella traversata morirono 300 persone e circa 600 rimasero ferite da bombe, gelo e mine.

Costretti  a cambiare  per nove volte destinazione, si sono infine accampati in pieno deserto, in un luogo allora denominato “ valle della morte ”; in questo luogo  , hanno ricominciato a vivere, piantando alberi, dissodando terreni, allevando bestiame, aprendo scuole e cooperative. Oggi, Makhmour è una comunità autogestita, caratterizzata da una forte democrazia dal basso e di genere.

Pur tuttavia, i problemi del campo non sono finiti: abbandonata dall’UNHCR, la comunità è sotto embargo dal 2019. Inoltre, i droni turchi hanno bombardato il campo più volte e l’ISIS ha fatto frequenti incursioni armate uccidendo e seminando il terrore tra la popolazione. A questo, si è aggiunta recentemente la pandemia da coronavirus che ha già mietuto le prime vittime.

Sinjar è stata teatro di scontri violentissimi tra l’ISIS e le minoranze etniche e religiose presenti nell’area, in particolare quella dei kurdi yazidi, vittime di  un vero e proprio genocidio. Gli uomini e gli anziani sono stati trucidati in massa, mentre donne e bambine sono state ridotte a schiave del sesso e vendute sui mercati di Mosul e Raqqa per cifre tra i 5 e i 20 dollari, mentre i ragazzini sono stati arruolati e indottrinati dai miliziani islamisti come bambini-soldato.

La città, dopo diversi tentativi, è stata riconquistata dai peshmerga e dal Pkk il 13 novembre 2015. Negli anni successivi, sono state rinvenute numerose fosse comuni, piene di corpi con  le teste forate dai proiettili sparati alla nuca delle vittime.

Nel 2018, un’attivista yazida, Nadia Murad, è stata  insignita del Premio Nobel per la pace, dopo essere stata rapita e resa schiava sessuale dai miliziani dell’Isis.

Oggi purtroppo, il mondo sembra essersi scordato dei massacri subiti dagli abitanti del campo profughi di Makhmour  e di Sinjar.

Noi, firmatari di questa lettera aperta, Le rivolgiamo un accorato appello affinchè il grido sofferente di queste comunità non resti inascoltato.

Le chiediamo di prestare ascolto, nel corso del Suo viaggio pastorale in Iraq , alle sofferenze di queste popolazioni, visitando le loro povere comunità, e comunque  rivolgendo anche a loro un messaggio di pace, di serenità e di speranza nel futuro.

Grazie !

Alessandria, 25 dicembre 2020

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Ecco le adesioni pervenute finora (15 gennaio 2021):

– Moni Ovadia (attore, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante)

– Carlo Petrini (presidente Slow Food)

– Nandino Capovilla (Pax Christi)

– Padre Alex Zanotelli (missionario comboniano)

– Raniero La Valle  (giornalista, politico, intellettuale

– Mario Agostinelli (Presidente Laudato Si)

– Massimo De Vita (regista, direttore Teatro Officina)

– Silvano Molinari (già dirigente industriale)

– Alessandra Mecozzi (Associazione Cultura è Libertà)

– Vittorio Agnoletto (medico, docente universitario, scrittore)

– Raffaele Salinari (medico, Associazione Terres des Hommes)

– Emilio Molinari (Laudato Si)

– Tonio Dell’Oglio (Presidente Pro-Civitate Christiana Assisi

– Luigi Vinci (già parlamentare europeo)

– Silvana Barbieri (Associazione Fonti di Pace)

– Michele Petraroia (Ass. Padre Giuseppe Tedeschi, presidente Anpi Basilicata)

– Laura Schrader (scrittrice)

– Hikmet Aslan (giornalista kurdo in Italia)- Murat Cinar (giornalista turco in Italia)
– Sandra Cangemi (giornalista, educatrice)
– Marina, Lazzati (pedagogista)
– Don Michele Mosa (delegato per il dialogo interreligioso Pavia)
– Anna Miculan (avvocato)
– Susanna Brambilla Pirelli 
– Francesca Tassi (già professoressa associata di genetica Università di Parma)
– Giovanna Cantarella (psicanalista)
– Franco Borghi
– Camilla Boni – Milano
– Biancamaria Manzini – Milano
– Paola Ciardella – Milano
– Mirella De Gregorio – Milano
– Lia Barone – Parma
– Nando Dalla Chiesa – scrittore, sociologo, politico italiano
– Ileana Mortari – già docente di scuola superiore Mantova
– Francesco Sereni – già docente di scuola superiore Mantova
– Amalia Navoni (coordinamento Nord-Sud)
– Nicoletta Ghizzoli (Casa della cultura Milano)
– Giuliano Gasparotto (già docente universitario Pisa)
– Leo Ceglia (sindacalista)
– Margherita Ortuani (executive assistant)
– Maria Grazia Manzoni (già resp. portafoglio clienti Italia)
– Giannella Sanna (già docente di lettere)
– Giovanni Motta (avvocato)
– Arturo Salerni (giurista, avvocato)
– Giomo Conti (già consigliere reg.le Liguria)
– Piero Basso (storico, scrittore)
– Rossana Papagni (docente)
– Giuliana Barbieri (psicologa infantile)
– Carlo Rodini (psicologo, docente Università Cattolica Milano)
– Federico Venturi (scrittore, docente Università degli studi di Perugia)
– Giovanni Russo Spena (giurista, docente universitario, senatore)
– Laura Quagliolo (cooperante Cisda Onlus)
– Raffaele Taddeo (centro culturale multietnico La Tenda)
– Davide Migliorino (tecnico)
– Fausto Toselli (pensionato) Renazzo  (Fe)
– Mirella De Gregorio – Milano
– Marina Grossi (giornalista)
– Michele Papagna (Acea Onlus)
– Gabriella Di Campli (già dirigente Inps)
– Ivanoe Treu (disegnatore progettista)
– Stefano Giussani (dirigente aziendale)
– Roberta Rabino (dirigente aziendale)
– Martina Villa (avvocata)
– Beatrice Giussani (impiegata)
– Alessandro Villa (impiegato)
– Emma Zufellato (già funzionaria di compagnia aerea)
– Maria Luisa Paroni – Sabbioneta (MN)
– Evanna Sangiorgio  (pensionata) Como
– Giancarla Venturelli (volontaria onlus La Tenda)
– Aldo Sachero (medico cardiologo volontario onlus La Tenda)
– Augusta Pasquero (pubblicitaria)
– Don Virginio Colmegna (presidente della Fondazione Casa della Carità “Angelo Abriani”)
– Daniela Padoan (scrittrice, Laudato Si)
– Davide Scaglianti (insegnante)
– Maria Pia Deaniella (già funzionaria di banca)
– Antonella Doria (poetessa)
– Ausilia Magaudda (docente Conservatorio di Milano)
– Alessandro Giudo (tecnico azienda telecomunicazioni)
– Alessandra Chiappini – Ferrara
– Maria Luisa Paroni (Amnisty Int. – Laudato Si)
– Vincenzo Balzani (docente università di Bologna)
– Silvia Pelizza (psicoterapeuta)
– Amadia Fumagalli
– Maria Cristina Pirani (guida turistica)
– Isabella Colonnello (presidente ass.ne Romano Canosa per gli studi storici)
– Anna Falciola (già docente di lettere)
– Franco Borghi
– Fausto Toselli

Ehssi… che pazzi noi che vorremmo andare a scuola in sicurezza…

EDOARDO CASATI

Per loro la scuola non porta profitto, per loro che sono capaci di immaginare una sola moneta: quella del guadagno ad ogni condizione (anche quando si tratta di sfruttare uomo e ambiente).

Io credo che la scuola porti allo stato una grande opportunità, quella di istruire le nuove generazioni e che quindi porti il guadagno più grande: delle ragazze e dei ragazzi che in futuro avranno le competenze per governare questo paese.

Ricordo che quando manifestavamo con FFF ci ripetevano che la generazione dei nostri genitori aveva fallito, che non era stata capace di cambiare veramente questo paese; ci viene sempre ripetuto che noi siamo l’ultima opportunità prima del disastro irrecuperabile.

Noi ci proveremo, con tutte le forze, ma dovete darci almeno i mezzi per imparare… 

L’appello dell’ANPI e noi

Pubblicato il 16 gen 2021

di Maurizio Acerbo

Abbiamo aderito all’appello proposto dall’ANPI “Uniamoci per salvare l’Italia” perché condividiamo da sempre l’impegno per la difesa e l’attuazione della Costituzione repubblicana del 1948, il rifiuto di ogni forma di razzismo e discriminazione, la lotta contro i nuovi fascismi, le idee che il testo propone come base indispensabile per affrontare la crisi che viviamo. 

L’ANPI e le altre associazioni che salvaguardano la memoria della Resistenza e della deportazione sono per noi la casa comune di tutte le antifasciste e gli antifascisti. All’ANPI va riconosciuto che ha sempre coniugato la tensione unitaria propria della tradizione antifascista all’autonomia dai governi e dai partiti, come ha dimostrato negli ultimi due referendum costituzionali o nel mese di novembre con la netta presa di posizione contro l’autonomia differenziata.

Oserei dire che tra i soggetti politici che hanno sottoscritto l’appello forse siamo gli unici che possono dire forte di essere stati sempre schierati dalla parte della Costituzione e che hanno un programma che va nella direzione proposta. 

Proprio per la nostra fedeltà a quei principi abbiamo scelto una linea di alternativa ai poli politici esistenti, alla destra come a quelli che compongono l’attuale coalizione di governo.  

La nostra alterità non ci ha mai impedito e non ci impedisce la convergenza unitaria in tutte le mobilitazioni antifasciste e antirazziste, in tutte le iniziative volte a trasmettere la memoria in un paese in cui è costante il tentativo di riabilitare il fascismo. Sono di altri le contraddizioni tra quel che si dice il 25 aprile e quel che si fa e vota durante l’anno.

Le nostre compagne partigiane Lidia Menapace, Tina Costa e Bianca Braccitorsi hanno mostrato come si possa essere sempre in prima fila in ogni mobilitazione unitaria senza mai cedere di un millimetro rispetto alle proprie posizioni.

Il documento proposto dall’ANPI non riguarda il terreno elettorale e i rapporti tra i partiti, terreni che esulano dai compiti dell’associazione. Altrimenti essa stessa diverrebbe fattore di divisione e non luogo in cui si incontrano e convivono tantissime/i cittadine e cittadini che si riconoscono nell’eredità della Resistenza che fu, soprattutto per iniziativa del Partito Comunista Italiano, un grande movimento unitario e plurale.

Nella lunga stagione del bipolarismo si è abusato della strumentalizzazione dell’antifascismo e dell’appello contro la destra. Un richiamo sempre agitato da chi ha voluto quei sistemi elettorali maggioritari che i costituenti avevano rigettato. A questo ricatto qualsiasi democratico dovrebbe rispondere: se la destra è così pericolosa perché avete voluto i premi di maggioranza che le consentirebbero di stravincere? Questa logica tra l’altro ha contribuito a spostare a destra metà del paese invece di isolare le componenti neofasciste come accadeva fino ai primi anni ’90.

L’unità a cui ci ha chiamato l’ANPI confidiamo innanzitutto che si traduca in un sempre più forte impegno comune per la messa al bando delle organizzazioni neofasciste che era stato oggetto di un precedente appello “Mai più fascismi” su cui sono state raccolte poi centinaia di miglia di firme.

Fu la scomparsa compagna Carla Nespolo a proporre appello e tavolo unitario a partiti, sindacati e associazioni per confrontarsi e condividere le iniziative su questi grandi temi. Il nuovo presidente Gianfranco Pagliarulo, a cui rinnoviamo i nostri auguri di buon lavoro, prosegue su quella strada. 

Non nascondiamo che nel partecipare a questi luoghi unitari ci troviamo a volte in un certo imbarazzo perché la questione ineludibile da anni è quella della contraddizione tra i principi fondamentali della Costituzione nata dalla Resistenza e le politiche neoliberiste e sicuritarie portate avanti anche dai partiti che aderiscono all’appello.

Il testo si richiama a principi che dovrebbero essere condivisi da tutte le formazioni politiche che vogliano definirsi democratiche. Purtroppo non lo sono, apertamente da quelle della destra illiberale e xenofoba, nei fatti assai spesso da quelle ora al governo.

Auspichiamo che l’appello costituisca dunque un richiamo alla coerenza per i partiti che lo hanno sottoscritto a partire dall’approvazione di una legge elettorale proporzionale che garantisca il pluralismo e metta in sicurezza le istituzioni democratiche da nuovi tentativi di stravolgimento della Costituzione.

Antonio Gramsci ci ha insegnato che “la verità è rivoluzionaria”. Ed è doveroso ricordare che le modifiche costituzionali e le leggi elettorali che hanno svuotato il ruolo del parlamento, diviso il paese e alterato gli equilibri dei poteri sono tutte state approvate da partiti che hanno sottoscritto con noi l’appello. E la stessa responsabilità può essere individuata nel gravissimo arretramento sul piano dei diritti sociali sanciti nella Costituzione.

Alle radici della crescita di una destra mai così forte tra le classi popolari ci sono le politiche che accrescono le disuguaglianze, la precarizzazione del lavoro, la perdita di tutele e diritti per chi lavora, le privatizzazioni, lo smantellamento del ruolo del pubblico in economia, i tagli a scuola, sanità, servizi, l’abbandono delle politiche per la piena occupazione, le leggi inaccettabili sull’immigrazione e l’ordine pubblico, la crescita della spesa militare, l’assenza di politiche per la casa, il saccheggio dei beni comuni. E anche la mancata difesa della storia di chi ha dato un contributo essenziale alla nascita e allo sviluppo della nostra democrazia.

Quando cantano Bella Ciao in parlamento quelli che vogliono mandare in pensione la gente a 70 anni è davvero singolare che ci si stupisca della presa di Salvini tra lavoratrici e lavoratori. 

Negli ultimi undici anni – tranne il breve anno del governo Conte1  – il PD è sempre stato al governo. Il risultato è una destra fortissima e a egemonia trumpiana. 

Non si difende la democrazia e la stessa convivenza civile con politiche che ne erodono le basi di consenso e di partecipazione aprendo la strada alla peggiore demagogia di destra e all’imbarbarimento della società.

Non si difende la democrazia se si alimentano il revisionismo storico e la delegittimazione dei comunisti che furono la componente principale dell’antifascismo e della Resistenza votando risoluzioni che li equiparano ai nazisti.

E non ci stancheremo mai di ripetere che la democrazia si riduce a un misero simulacro se sulle grandi questioni decide il “pilota automatico” e si considera come proprio imperativo la zelante attuazione delle raccomandazioni arrivate per anni dalla Commissione Europea e dalla Bce e il rispetto di trattati che contraddicono la nostra carta. Tantomeno abbiamo mai smesso di ricordare che l’indignazione morale e la sensibilità per i diritti umani non possono essere intermittenti, brandite nella polemica contro Salvini e Meloni, attenuate e accantonate quando le responsabilità sono da addebitarsi a PD e M5S.

Per ricostruire l’Italia dopo la pandemia bisogna ridare centralità ai principi fondamentali della nostra Costituzione e farla finita con il neoliberismo.

L’unità più larga possibile nel riferimento ai valori dell’antifascismo va sempre salutata positivamente ma non cancella le differenze politiche che da tempo sono molto forti.

Per noi la Costituzione non è un testo da leggere a messa la domenica, ma un programma di lotta per la trasformazione della società. 

LA LORO CRISI, LE NOSTRE PROPOSTE

Pubblicato il 16 gen 2021

RIFONDAZIONE COMUNISTA

Documento approvato con tre astensioni dalla direzione nazionale del 14 gennaio 2020. 

La crisi di governo rappresenta un’ennesima pagina della degenerazione del sistema politico del nostro paese, ancora più grave perché si innesta in un quadro di crisi, gravissima, sia sanitaria che sociale, con milioni di lavoratrici e lavoratori, dipendenti o autonomi che siano, che vivono con poche centinaia di euro al mese o sono addirittura senza alcun reddito, con la prospettiva fra qualche mese di doversi confrontare con la fine del blocco dei licenziamenti e degli sfratti.

Dopo due decenni di leggi elettorali incostituzionali, adesione al pensiero unico neoliberista di tutti gli schieramenti, celebrazione del leaderismo e della spettacolarizzazione siamo giunti a una crisi di cui la maggior parte delle italiane e degli italiani non capisce nemmeno l’oggetto.

Chi nella maggioranza critica la deriva personalistica di Renzi dovrebbe riflettere sulle proprie responsabilità. Mentre il “pilota automatico” decide sull’essenziale, la dialettica politica scade nella faziosità e nella polemica becera in cui i vari personaggi e soggetti politici devono ritagliarsi uno spazio che non possono conquistare con la forza della prospettiva ideale e di impianti programmatici alternativi.

Il risultato degli apprendisti stregoni dell’attuale maggioranza è che la vittoria delle destre in caso di elezioni anticipate sarebbe di dimensioni enormi per effetto della legge elettorale in vigore e del taglio del numero dei parlamentari e consentirebbe ai trumpiani nostrani di eleggere il Presidente della Repubblica e di stravolgere la Costituzione con il presidenzialismo e un ancor più forte “regionalismo differenziato”.

Va respinto il riproporsi della polemica contro i “partitini” che ha già condotto dal 1994 al progressivo svuotamento del parlamento e a un sostanziale restringimento del pluralismo e della democrazia nel nostro paese. Mentre con gli sbarramenti sono state estromesse dalla rappresentanza le forze non allineate come Rifondazione Comunista, le leggi elettorali hanno amplificato il trasformismo e la fine dei partiti come organizzazioni popolari con una fisionomia ideale e programmatica e un radicamento nel paese. Il gruppo parlamentare di Italia Viva nasce da una scissione di elette/i nelle liste PD e della sua coalizione guidata dall’ex-segretario di quel partito.

Respingiamo indignati il paragone che in questi giorni è stato brandito in maniera ricorrente tra le battaglie di Rifondazione Comunista e Renzi. E’ un’analogia priva di fondamento. Il renzismo è un prodotto della lunga stagione dell’Ulivo e del centrosinistra, a Prodi ricordiamo che Renzi è figlio della sua politica non della nostra.  Rifondazione Comunista ha rotto con i governi e si è scontrata col centrosinistra per dire no a guerre, privatizzazioni, precarizzazione del lavoro, per difendere scuola, sanità, servizi pubblici e beni comuni. Rifondazione Comunista ha difeso in parlamento gli interessi di lavoratrici e lavoratori, disoccupate/i, pensionate/i i cui diritti sono stati spesso e volentieri massacrati dal centrosinistra.  C’è una differenza abissale tra chi chiede il MES e chi non votò il Trattato di Maastricht mettendo in guardia rispetto a regole europee che tutti oggi ammettono che si debbano cambiare. La nostra proposta di riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali divenne legge in Francia e anticipava un dibattito che oggi è aperto in tutto il mondo. Rifondazione Comunista ha sempre portato in parlamento le istanze dei movimenti sociali e della classe lavoratrice, Renzi è solo uno dei tanti ventriloqui di Confindustria e dei grandi gruppi capitalistici spesso parassitari e certo non ne mancano nelle forze che sostengono il governo. Basti pensare a come hanno affrontato la questione delle concessioni autostradali dopo la strage del Ponte Morandi.

Si esce da questa fase di confusione e trasformismo solo rimettendo al centro i problemi del paese e chiare alternative programmatiche.

Il nostro giudizio su Renzi è di lunga data e le sue proposte a partire dal MES le consideriamo dannose. Ma questo non cancella la nostra critica alla linea del governo.

Nel Palazzo oggi non c’è una proposta politica e programmatica di sinistra.

LA NOSTRA CRITICA AL RECOVERY PLAN

Oggi più che mai è indispensabile riportare l’attenzione sui problemi enormi che vive il paese.

Visto come si sono susseguite le formulazioni, un giudizio definitivo sul Recovery Plan si potrà dare solo alla fine di un percorso ancora molto incerto nelle postazioni delle risorse, nelle strutture operative e gestionali, nei tempi di completamento e nei contenuti delle “riforme” richieste da Bruxelles per la sua approvazione. Possiamo intanto rilevare alcuni gravi limiti.
Il più grave consiste nell’utilizzo di un terzo dei fondi disponibili, la metà dei prestiti, in sostituzione di risorse ordinarie per interventi già programmati invece che in nuovi investimenti. E’ una scelta in linea col pensiero economico neoliberista, clamorosamente smentito dai fatti,  che da molti anni persegue  la riduzione del debito attraverso i tagli con le disastrose conseguenze note sia per le gravi sofferenze sociali che  per il debito e per l’insieme dell’economia.
I fondi già scarsi vanno assolutamente utilizzati tutti per nuovi investimenti se vogliamo cominciare a sanare i danni prodotti dalla pandemia e soprattutto i gravissimi ritardi e storture economiche e sociali prodotti da decenni di politiche neoliberiste.
La destinazione delle risorse poi, fatto salvo il rispetto delle grandi linee indicate dalla Commissione europea, viene fatta in assenza di una politica industriale che definisca gli assi economici e le filiere produttive da privilegiare, confidando in quella discrezionalità dei mercati e delle imprese che sono responsabili delle difficoltà del sistema economico e produttivo italiano.
Sono totalmente insufficienti le risorse destinate al Pubblico nel suo insieme, alla sanità e alla scuola in particolare, che richiederebbero risorse ben più significative sia per le strutture che per il personale.
Manca totalmente un piano per il lavoro che proprio nell’assunzione di almeno 500 mila nuovi dipendenti pubblici avrebbe un punto di forza cui aggiungere almeno:
– la creazione di lavoro in un grande piano di risanamento idrogeologico del territorio,
– la subordinazione dell’erogazione delle  risorse alle aziende a precisi vincoli occupazionali in connessione con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, in sostituzione di politiche attive da rivedere insieme al reddito di cittadinanza e agli incentivi alle imprese che producono impatti negativi in campo ambientale. E’ gravissima la distribuzione non equilibrata dei trasferimenti e degli investimenti tra nord e sud.

Un punto di particolare gravità del Recovery Plan, evidenziato anche dalla scomparsa della parità di genere dalle linee strategiche dell’ultima bozza, riguarda la mancanza di un piano vero per l’incremento della quota di donne occupate per il quale ci si affida a quella che in una sottomissione viene definita inclusione sociale che come è ovvio riguarda sia gli uomini che le donne. Mentre il fatto che i fondi dedicati siano quelli del react eu destinati a copertura di misure urgenti per i danni della pandemia nel sud conferma la mancanza di una prospettiva strategica che sarebbe necessaria.

Manca totalmente un piano per le case popolari la cui urgenza è drammaticamente sottolineata dai numeri allarmanti degli sfratti esecutivi momentaneamente bloccati, delle procedure in corso e delle domande di casa popolare senza risposta.
Un capitolo rilevante, soprattutto per la gestione inaccettabile che si intende farne,  è quello che riguarda le infrastrutture idriche cui sono destinate risorse per circa 4 miliardi ma senza ripubblicizzazione del servizio idrico integrato. L’uso delle risorse destinate in gran parte al sud è legato infatti all’affidamento del servizio a gestori idrici integrati dotati di un organizzazione industriale adeguata con l’obiettivo, sottolinea l’Arera, della “prosecuzione del processo di razionalizzazione e consolidamento del panorama gestionale”. Lo scopo è un ulteriore attacco all’acqua pubblica sottraendo la sua gestione anche ai comuni del sud per affidarla alle grandi multiutility del nord e inferendo nuove gravissime  lesioni alla democrazia  e alla volontà popolare.
Riteniamo infine  gravissimo che in un documento che spende moltissime parole sulle disuguaglianze non ci sia nulla su quella legata alla distribuzione del reddito di cui i salari italiani, tra i più bassi d’Europa, sono la componente principale, quella che deprimendo pesantemente la domanda è la principale responsabile del rallentamento economico.
Al questo riguardo riteniamo indispensabile l’avvio di un percorso complesso in cui si intreccino vincoli precisi alle imprese che ricevono risorse, tra cui i rinnovi contrattuali, lotta vera alla precarietà, all’economia illegale e ai contratti pirata con un provvedimento immediato: l’introduzione di un salario minimo legale di dieci euro al netto di ferie, tredicesima/quattordicesima  e festività.

Nei mesi scorsi abbiamo indicato una serie di misure indispensabili per affrontare l’emergenza sociale e la pandemia.

Ribadiamo la nostra denuncia della gravità di un piano pandemico che esplicitamente legittima la selezione dei pazienti da assistere mentre si ignorano gli appelli a misure coerenti di contenimento del contagio. Riteniamo indecente che si continuino a spendere miliardi in spese militari mentre emerge gravissima la carenza di personale e strutture nella sanità, nella scuola e in tutto il settore pubblico.

In questa situazione mentre in parlamento e sui media si sviluppa una crisi incomprensibile riteniamo doveroso che il nostro partito si mobiliti in tutto il paese avanzando le nostre proposte per affrontare la crisi sociale e sanitaria e difendere la democrazia.

La Direzione Nazionale impegna, in particolare, tutte le federazioni e i regionali una giornata di mobilitazione nazionale per il prossimo 23 gennaio con presidi e iniziative.

Il 18 gennaio si terrà un presidio a Roma in Piazza Montecitorio a partire dalle ore 14.

Sempre a fianco dei lavoratori e delle lavoratrici in lotta

Sabato 16 gennaio, come Rifondazione Comunista, eravamo al presidio dei lavoratori della CLIR di Parona.

La CLIR è la società che gestisce il servizio pubblico di raccolta dei rifiuti in molti comuni della Lomellina.

I lavoratori e le lavoratrici lottano in difesa del loro posto di lavoro messo a rischio dalla gestione scellerata delle amministrazioni di Centrodestra della Lomellina.

Queste amministrazioni, dopo aver portato la società vicino al fallimento, la vogliono privatizzare regalandola alla solita multinazionale, mettendo a rischio molti posti di lavoro.

Era presente al presidio anche il nostro compagno Giuseppe Abbà consigliere comunale di Mortara.

Fonte: Informatore di oggi 16 gennaio 2021

https://www.informatorevigevanese.it/home/2021/01/16/video/clir-presidio-dei-lavoratori-davanti-alla-sede-di-parona-548216/

LA MOBILITAZIONE

Clir, presidio dei lavoratori davanti alla sede di Parona

I sindacati: «Chiediamo di salvare e rilanciare l’azienda. Essenziale puntare sul servizio pubblico».

Ilaria Dainesi

16 Gennaio 2021 – 13:52

di Ilaria Dainesihttps://www.youtube.com/embed/FwStZ07jX0Q?feature=oembed

Questa mattina (sabato) è stato organizzato un presidio davanti alla sede della società, a Parona. Nel video, gli interventi di Antonio Cassinari (Cisl Fp Pavia Lodi) e di Riccardo Panella (Cgil Pf Pavia). Era presente anche il consigliere comunale di opposizione a Mortara Giuseppe Abbà, esponente di Rifondazione Comunista. Sempre oggi, i sindaci-soci si sono riuniti in assemblea al teatro Besostri di Mede.

BAGGI/CAPELLI (PRC-SE): ALTRO CHE VITTIMA ! IL GOVERNO TRATTA FONTANA E LA GIUNTA LOMBARDA COI GUANTI DI VELLUTO LE VITTIME SONO I LOMBARDI.

Fontana considera una punizione la decisione del Governo di dichiarare la Lombardia zona rossa dal giorno 17 e contesta la attendibilità degli indici che portano a questa conclusione, in particolare l’indice RT superiore all’1,5 perché sarebbe poco attendibile in quanto calcolato su dati arretrati.

In realtà ricordiamo che ieri la Lombardia ha avuto 2.587 casi positivi (+9%) e sono aumentati i ricoveri in terapia intensiva. In realtà se si guardano i dati analizzati dalla fondazione Gimbe che li elabora settimanalmente, capiamo in che senso va l’epidemia: dal 12 dicembre la curva dei nuovi casi non cala mai al disotto dei due mila, quando il picco massimo della prima ondata per pochissimi giorni fu intorno ai 2500. Nei grafici le curve si sono fatte meno verticali, ma si linearizzano e non accennano a scendere. Come dicono molti tecnici il virus c’è e circola, rischia di mescolarsi ai sintomi delle influenze e fa presagire nuove impennate, al punto che alcuni esperti suggerivano un fermo totale e risolutore preferibile a un continuo apri e chiudi che, per non scontentare qualcuno, mette in conto con molto cinismo tanti malati, tanti morti, un pezzo di sanità pubblica ferma per fare spazio alla lotta contro il COVID. Il provvedimento del Governo è anzi tardivo e incompleto, l’atteggiamento del Governo nei confronti della Giunta Lombarda è di molta polemica verbale, ma di eccessiva cautela e diremmo di “guanti di velluto “. Altro che punizione!

Dopo il fallimento della sanità lombarda nella prima ondata, dopo il ripetersi delle mancanze nella seconda, con USCA sottodimensionate, con il tracciamento saltato, con i vaccini influenzali insufficienti, la richiesta di commissariamento della Sanità lombarda era un atto dovuto e anche la decadenza della legge 23, la riforma Maroni che è la causa prima di questa caporetto sanitaria. Nulla si muove su questo fronte.

Fontana fa la vittima, ma con il rimpasto di giunta pensa di non dovere rendere più conto a nessuno e di poter proseguire con le politiche liberiste.

Milano, 15/01/2021

Fabrizio #Baggi – segretario regionale Lombardia

Giovanna #Capelli – responsabile regionale sanità Lombardia

Partito della Rifondazione Comunista / #SinistraEuropea

#CommissariateLaLombardia#SalviamoLaLombardia#stoplegge23