Autore: Rino

Elenco delle piazze di mobilitazione per il diritto alla salute e alla difesa della sanità pubblica.

📌 SABATO 20 FEBBRAIO 2021 – Ad un anno dal “paziente uno” Per una sanità pubblica, preventiva, sociale, universale, partecipata👉 Ecco l’elenco delle Piazze e degli interventi che domani dalle 10:00 daranno il via alla giornata di mobilitazione per il diritto alla #Salute e per la difesa della #sanitàpubblica indetta dal Coordinamento Lombardo Per Il Diritto Alla Salute.🔴 Tutta l’iniziativa verrà trasmessa in diretta streaming sulle pagine: 👉Coordinamento Lombardo Per Il Diritto Alla Salute👉Medicina Democratica

Rifondazione, Vaccini differenziati: prove spinte di autonomia vaccinale

Come se non bastasse il disastro della sanità regionalizzata, messo drammaticamente in luce dalla pandemia, ecco, affacciarsi, l’autonomia vaccinale.

A fare da apripista sono stati Veneto, Lombardia, Emilia Romagna (non è una novità), a cui si è unito il Friuli Venezia Giulia. Queste regioni intendono rivolgersi autonomamente al mercato internazionale per rifornirsi di vaccini da destinare agli abitanti del proprio territorio, in aggiunta e in parallelo alle forniture nazionali. Tra l’altro non sono chiari gli eventuali canali di intermediazione attivati dai fornitori ai quali i presidenti di regione intenderebbero fare riferimento.

Con questa opaca “autonomia vaccinale” i cittadini italiani avrebbero accesso differenziato alla vaccinazioneia a seconda della regione di appartenenza. Alla faccia della eguaglianza dei diritti.

Anche la Puglia vorrebbe accodarsi: dopo la scuola “a la carte” con cui si è scaricata sulle famiglie la scelta di avvalersi delle lezioni in presenza o a distanza; dopo la scandalosa operazione della struttura covid alla Fiera del Levante, inaugurata il 16 gennaio e a tutt’oggi bloccata per mancanza di bagni (sic!) e di personale sanitario; ora ci si vorrebbe cimentare con lo shopping “fai da te” di vaccini.

Il presidente Draghi ha qualcosa da dire su questa pericolosa deriva separatista o l’unità nazionale e “l’amore per l’Italia” evocati nel suo discorso alla Camera sono solo un esercizio retorico?

Rifondazione Comunista, ribadisce che il diritto alla salute è universale, che i vaccini vanno garantiti a tutte le persone e soprattutto le vaccinazioni debbono avvenire in piena sicurezza!

Segreteria PRC-SE
Tonia Guerra, resp. autonomia differenziata
Rosa Rinaldi, resp. Sanità

Conferenza nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori

📌CONFERENZA NAZIONALE DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI “Uniti per il lavoro, l’uguaglianza di genere, i diritti, l’ambiente”

🕐Sabato 27 febbraio 14:00 – 19:00
🕐Domenica 28 febbraio 9:30 – 13:00
👉L’iniziativa verrà trasmessa in diretta streaming sulla pagina facebook del Prc e su Prima le Lavoratrici e i Lavoratori

Acerbo (PRC-SE): Draghi non ha citato la Costituzione. E’ il governo dell’arco incostituzionale

Nel suo discorso Mario Draghi non ha citato la Costituzione, la Resistenza e l’antifascismo. Forse è meglio così. Ci evita l’ipocrisia di altri.

Il solco su cui nasce il governo è la fedeltà ai trattati europei che vanno in direzione opposta rispetto agli obiettivi programmatici della carta costituzionale.

Questo è un governo che unisce l’arco incostituzionale dei partiti che dagli anni ’90 hanno condiviso – pur litigando per i telespettatori – le politiche neoliberiste che hanno prodotto fine dell’intervento pubblico, devastazione dello Stato sociale

Il suo discorso è stato una minestra riscaldata che echeggiava gli esecutivi dell’ultimo ventennio che si sono più o meno adeguati alla governance europea di cui Draghi è una delle più autorevoli espressioni.

Draghi non ha detto nulla sulla precarizzazione del lavoro né sui bassi salari né sul fatto che il nostro settore pubblico – a partire dalla sanità – ha molti meno dipendenti della media europea, sulle autostrade che crollano grazie ai miliardari a cui quelli come lui le hanno regalate.

Per farlo dovrebbe ammettere che le sue lettere da Bruxelles hanno creato disuguaglianza, precarietà e indebolito la capacità del nostro paese di fronteggiare la pandemia.

Neanche sui vaccini ha avuto la forza morale di schierare l’Italia dalla parte di chi chiede di liberare i brevetti per garantire rapidità e accesso per tutti. Parla di sprechi ma non ha detto che non si possono buttare ancora miliardi per comprare armi mentre mancano medici e infermieri.

Draghi non cita l’antifascismo ma ha rivolto un messaggio di apertura al fascista Erdogan.

Sentiamo puzza di regime. La Questura di Roma ci ha negato il permesso di manifestare davanti a Montecitorio domani.
Non era mai accaduto. Neanche durante l’elezione del Presidente della Repubblica.

Saremo dalle 14 in Piazza San Silvestro per un presidio unitario contro il governo di banche e grandi imprese.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Conferenza nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori del Partito della Rifondazione Comunista

Pubblicato il 17 feb 2021


L’unità della classe contro il liberismo per l’alternativa di società

La pandemia
La tragedia della pandemia, col suo portato di morti, contagiati, distruzione di posti di lavoro, aumento delle povertà e delle marginalità sociali e accelerazione della crescita delle disuguaglianze, ha reso evidente in tutto il mondo il fallimento del capitalismo fondato sul primato dell’impresa e del mercato e su un  modello sviluppistadella crescita che confligge con la finitezza delle risorse e con gli equilibri naturali del pianeta; la stessa pandemia è il prodotto del sistema che per superare le sue crisi ha accentuato il suo carattere predatorio, la spinta a estrarre sempre più valore saccheggiando la società, la natura e il lavoro, mostrando di essere incompatibile con la vita del pianeta e il progresso umano.
E’ un monito per il futuro dell’umanità quando le pandemie rischiano di diventare più frequenti e catastrofi di portata anche più grandi come quella ambientale si trovano già vicine al punto di non ritorno.
Nei paesi ricchi dell’occidente capitalistico dove la sovrabbondanza di beni, risorse e tecnologie avrebbe potuto permettere  di affrontare positivamente la pandemia si sono invece  verificate    gravissime sofferenze sociali  a causa della gestione neoliberista dell’economia e della società.
In Italia a fronte di una  politica condizionata dalla subalternità all’impresa e ai profitti,  conseguenze sanitarie ancor  più gravi sono state evitate da quel che di pubblico è rimasto, ma sul piano economico e sociale l’impatto, finora parzialmente  limitato dalle scelte di UE e  della Bce, rischia di diventare nei prossimi mesi  gravissimo a causa  delle fragilità sociali ed economiche  del Paese prodotte da anni  di austerità  e di politiche neoliberiste tese a smantellare il pubblico a vantaggio del mercato e  del privato giustificate con i  vincoli di bilancio  e il peso del debito . Da decenni queste politiche producono declino economico e produttivo e attacco ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

I costi sociali  delle politiche neoliberiste
Si è pagato a carissimo  prezzo il pesante ridimensionamento  delle strutture sanitarie   e dell’organico del personale medico e infermieristico, la distruzione  del sistema di prevenzione e medicina territoriale, o l’avere una scuola che si regge sui precari, con patrimonio edilizio vecchio e insufficiente, dotazioni didattiche inadeguate,  classi sovraffollate.
Altrettanto gravi sono state le conseguenze del  sottofinanziamento del welfare e della  riduzione  del sistema di protezioni  su pensioni,  diritto alla casa, alla salute, ai servizi sociali. Il risultato sono milioni di persone senza una pensione dignitosa, l’enorme diffusione della povertà che colpisce in modo particolare i giovani e le donne doppiamente penalizzate dal carico del lavoro di cura  e di un lavoro spesso precario, una diffusa  fragilità sociale di fronte alla quale il reddito di cittadinanza ha mostrato  le sue insufficienze.
Nel 2019 restano infatti in condizione di povertà assoluta 4,6 milioni di persone e sono ben 8,8 milioni quelle in povertà relativa mentre l’altissima percentuale della popolazione a rischio povertà (25,6%) testimonia l’estensione della piaga sociale dei lavoratori poveri (working poor)in crescita costante dal 2008 in quasi tutti i paesi europei, dove nel 2019 il 9,5% dei lavoratori era a rischio di povertà.
Il mondo del lavoro arriva all’appuntamento con la pandemia in grandissima sofferenza sul piano materiale e sul piano dei diritti. Il dato statistico sul numero di occupati a fine 2019 apparentemente assimilabile a  quello del 2007, nasconde il fatto che i posti a tempo pieno sono diminuiti di circa un milione di unità mentre sono aumentati i rapporti di lavoro a orari ridotti (Part time per gran parte involontario, unica forma di lavoro in aumento nel 2019, +4%)  e con carattere discontinuo, cresciuti moltissimo nel 2017 e 2019. Il lavoro precario e  part time, che per un terzo delle imprese italiane (549 mila) diffuse nel turismo e nei servizi, spesso esternalizzati dal pubblico, è l’unica forma di rapporto di lavoro, colpisce in modo particolare le donne: su 4,3 milioni di persone impegnate i tre quarti sono donne e  di queste il 60% sono part time involontari.
L’occupazione ne esce fortemente penalizzata collocando l’Italia agli ultimi posti d’Europa con il tasso di occupazione femminile inferiore di 20 punti rispetto a quello maschile ed un “gender pay gap” (differenza di salario a parità di mansioni ed anni lavorati) di circa il 10,5% (in un anno, le operaie guadagnano in media 2.688 euro in meno degli operai),  mentre  per  tasso di disoccupazione  siamo tra i primi: fanno peggio di noi  solo  Grecia e Spagna. Aumentano gli squilibri territoriali  con  disoccupazione al sud tripla rispetto al nord e un tasso di occupazione inferiore di circa 20 punti; il tasso di disoccupazione giovanile in diverse regioni del sud supera il 50%.
I salari delle lavoratrici e dei lavoratori italiani a tempo pieno sono tra i più bassi d’Europa a fronte di un maggior numero di ore lavorate. La precarietà estrema, spesso una forma di disoccupazione mascherata, è diventata esistenziale per milioni di persone specie giovani
Questi i frutti avvelenati di un offensiva neoliberista   che ha fatto della distruzione della capacità contrattuale del lavoro e dei diritti il perno per ridefinire a vantaggio del capitale i rapporti di forza tra le classi.

Globalizzazione e industria in italia
Siamo da trent’anni sotto un attacco sostenuto dalla narrazione delle magnifiche sorti della globalizzazione che avrebbe reso tutti più liberi dalla schiavitù del lavoro operaio grazie allo sviluppo della tecnologia e dell’automazione, del primato del privato rispetto al pubblico, delle virtù vivificanti della concorrenza e della flessibilità rispetto alla morta gora del posto fisso .
Nella prima fase della globalizzazione  le privatizzazioni delle grandi aziende pubbliche, le delocalizzazioni e la deindustrializzazione di vaste aree, la fuga dei capitali privati verso la finanza e le commodities, la perdita di quasi tutte le grandi filiere produttive nazionali, avevano modificato profondamente l’economia nazionale, frammentato e indebolito il mondo del lavoro.
Ne è risultato un sistema economico e produttivo con prevalenza di piccole e piccolissime imprese strutturato per competere sui prezzi, orientato all’esportazione, basato su bassi salari e bassa qualità del lavoro, scarse tutele, che non investe più sull’innovazione di processo e di prodotto, ricerca e formazione; e proprio per questi motivi, oltre che per il nanismo di imprese a gestione familiare, a bassi tassi di produttività e valore aggiunto rispetto al resto d’Europa.
Dopo il 2008: s’intensifica l’offensiva neoliberista
Dopo la grande crisi del 2008-2009 non viene meno l’orientamento neoliberista di fondo dei governi e delle diverse frazioni del capitale, anzi! Il vincolo sul debito e le politiche di austerità vennero  usati, con i governi da Monti a Renzi, seguiti da Regioni e comuni  per smantellare massicciamente il pubblico, estendere le privatizzazioni, colpire brutalmente con la Fornero i pensionati, indebolire ancora di più i lavoratori: sul piano dei diritti delle tutele   con leggi come il jobs act e l’eliminazione dell’articolo 18 che hanno  deregolamentato e frammentato ancor di più il mercato del lavoro per trasformarlo in una merce completamente asservita alle imprese; con un durissimo attacco al salario e alla contrattazione, portata avanti congiuntamente dal pubblico e  dal privato. Un attacco che Invece degli aumenti di crescita e occupazione falsamente promessi produrrà, come l’insieme delle politiche di austerità, un ulteriore calo della domanda interna e l’aggravamento della condizione economica del paese.
Tra il 2002 e il 2018 gli investimenti pubblici e privati calano dell’8% mentre nei paesi europei avanzati aumentano del 20% e le spese in ricerca aumentano del doppio rispetto all’Italia che rimane agli ultimi posti in Europa e a fine 2019 il pil nazionale è ancora sotto il livello del 2007. Alla contrazione dell’economia Italiana concorre dopo il 2008 una nuova fase in cui   la globalizzazione vacilla e la Germania con la crisi delle esportazioni in Cina sposta parte delle filiere dell’auto e delle catene di fornitura nei paesi dell’est e riduce gli scambi col sud Europa   e gli stessi industriali italiani intensificano la delocalizzazione delle produzioni in quei paesi alla ricerca di salari e tasse più bassi. Già nel 2016 secondo la Cgia di Mestre erano 27 mila le aziende italiane nei paesi dell’est  con 1,5 milioni di occupati. Nel periodo considerato si riduce di 4 punti  la quota di pil dell’Italia in Europa, aumenta il divario produttivo e occupazionale tra il sud e il nord del paese.

Covid 19: una nuova crisi
La gravissima crisi economica prodotta dalla pandemia, è di tipo nuovo perché agisce dal lato dell’offerta, promette effetti molto gravi su tutta l’economia a causa della fermata delle attività economiche, del crollo della domanda di beni e consumi, degli scambi a livello nazionale e internazionale. A fine 2020 in Italia, unico paese europeo a non aver recuperato  ancora a fine 2019 i livelli del 2007, si registra il calo del pil più alto dell’eurozona (-8,8%),la produzione industriale cala di 11,4% , tutti gli indicatori macroeconomici  precipitano  ai livelli del 1990. Viene colpito duramente il mondo del lavoro, specie le sue componenti, diffuse nei servizi e nel turismo, meno tutelate ed esposte alle mille forme di precarietà, sottosalari, stagionalità, sfruttamento; enorme è la perdita di reddito per vasti settori della popolazione compresi i lavoratori coperti da cassa integrazione che perdono quote rilevanti di salario. Stime ufficiali sul 2020 nonostante cassa integrazione e blocco licenziamenti danno tra nuovi disoccupati e aumento del numero di inattivi una perdita di più di un milione di posti di lavoro. La disoccupazione ufficiale sfiora il 10%, quella giovanile il 30% mentre calano di 450 mila unità gli occupati, in grande maggioranza donne.

Un nuovo modello economico e sociale
Tutto ci dice che è giunto il momento di mettere in discussione un modello economico e sociale che per sopravvivere e massimizzare sempre più i profitti mette a rischio la salute e la vita, aumenta lo sfruttamento riducendo il lavoro a merce usa e getta , saccheggia il territorio, l’ambiente e i beni comuni, produce enormi  disuguaglianze, precipita masse sempre più grandi di popolazione nella povertà, distrugge forze produttive,  diritti e democrazia.
Il cambiamento è reso ancor più necessario di fronte alle grandi trasformazioni imposte dalla crisi della globalizzazione accelerata proprio dalla pandemia, dalla  necessaria transizione ecologica e dalla rivoluzione digitale;  tre grandi sfide che obbligano  anche  a un riorientamento dell’economia  e a una riorganizzazione  del sistema industriale continentale  da cui l’Italia può uscire in avanti o proseguire verso un declino di proporzioni storiche.
I problemi creati durante il covid dalle filiere globali su cui transitano i due terzi del commercio mondiale in un sistema di relazioni che coinvolge molti paesi, uniti alle tensioni geopolitiche mettono in crisi i modelli export oriented, stanno determinando un riposizionamento sul mercato interno e una riconfigurazione delle catene del valore su tre aree regionali centrate su Usa, Cina, Europa.
Il cambio di marcia dell’Europa con la sospensione dei vincoli di bilancio, le politiche monetarie espansive della Bce e il next generation, non è dovuto a una conversione sulla via di Damasco dei nostri liberisti, ma dall’obbligo a ripensare l’intero sistema europeo per renderlo resiliente rispetto agli shock esterni e a recuperare grossi ritardi rispetto ai competitori mondiali nelle aree tecnologicamente più avanzate e rispetto alle misure imposte dal cambiamento climatico.
In questo contesto di grandi trasformazioni e ristrutturazioni degli assetti economici e produttivi verso nuove forme di integrazione europea è già in atto la competizione intercapitalistica per l’egemonia nelle aggregazioni industriali legate alle economie di scala necessarie per lo sviluppo dei grandi players europei nelle produzioni esistenti e soprattutto nei campi dell’ICT, dell’elettronica, del cloud, dei nuovi propulsori, delle batterie, dell’intelligenza artificiale.
Nel contesto che va prendendo forma non è più rinviabile l’assunzione di una piattaforma di contrasto alle forme di dumping salariale e sui diritti dei lavoratori, fiscale, ambientale  tra i diversi paesi europei su cui unificare le lotte su scala continentale contro l’Europa dei capitali, per un’Europa dei diritti. Il primo obiettivo quello di un salario minimo europeo.
Dai processi in atto  deriverà  una nuova spinta  verso una profonda ristrutturazione del sistema produttivo italiano che potrà prendere due strade:
La prima, quella voluta da Confindustria, di una razionalizzazione modernizzante  del sistema in cui  l’innovazione, il digitale  e la riconversione ambientale siano concepiti come strumenti   per accrescere i profitti, intensificare lo sfruttamento, la precarietà  e il controllo sul lavoro e la società; la seconda,  che noi riteniamo obbligata, quella di porre le basi per avviare il paese verso un modello economico e sociale che metta al centro la piena e buona  occupazione, la redistribuzione della ricchezza, salari e redditi dignitosi, la tutela dell’ambiente, l’eguaglianza di genere e la condivisione del lavoro produttivo e riproduttivo, i diritti di tutte e tutti.

Per il rilancio del Pubblico
Ora con i fondi che l’Ue ha messo a disposizione per tentare di non soccombere nello scontro economico Tra Usa e Cina,  non ci possono dire che i soldi non ci sono e altri ce ne sarebbero se ci si decidesse di introdurre un po’ di giustizia nel sistema fiscale e redistribuire con tasse ad hoc le enormi ricchezze accumulate in decenni di spostamento del carico fiscale dal lavoro ai profitti.Potrebbe essere l’occasione per piantare i primi tasselli di un modello economico e sociale alternativo a questo neoliberista e neomercantilistache rimetta al centro i bisogni e i diritti dei cittadini con l’obiettivo prioritario  di  riportare tutti gli ambiti della riproduzione sociale nell’alveo del pubblico e del comune; che rimetta al centro l’intervento pubblico e una nuova programmazione, con politiche industriali necessarie per  garantire contemporaneamente la risoluzione delle fragilità strutturali del sistema economico, l’inversione del declino  e l’avvio  di quell’ indispensabile riconversione ecologica  dell’economia che salvaguardi   le produzioni strategiche e l’ambiente , mettendo l’innovazione al servizio della società e del lavoro, non dei profitti.Partiamo però da una situazione in cui le strutture, le competenze, le relazioni democratiche interne e le funzioni pubbliche uscite dalle lotte degli anni settanta sono state distrutte o profondamente modificate e vanno ricostruite a tutti i livelli per:
-il rilancio della presenza pubblica su tutti gli ambiti della riproduzione sociale;
-l’assunzione di un forte ruolo pubblico nella  programmazione e direzione  dell’economia
per sottrarla  all’arbitrio del mercato.

Sul primo punto abbiamo avanzato le nostre proposte (documento disponibile) ed è in corso la nostra campagna “Più pubblico più diritti” con gli obiettivi di potenziare la sanità, la scuola e i servizi pubblici con investimenti massicci in strutture e personale e porre fine alla stagione delle privatizzazioni e della mercificazione di tutto ciò che è pubblico e comune per  ricondurre  il soddisfacimento dei bisogni nella sfera dei diritti. La richiesta di assumere 500 mila lavoratrici e lavoratori avvicinando gli organici italiani alla media europea è un pezzo importante del nostro piano per il lavoro.

Il secondo obiettivo, la riconquista di un ruolo centrale del pubblico nell’economia, per non essere velleitario presuppone  una serie di scelte:
1)la ricostituzione, con un piano di assunzioni mirate, sia a livello centrale  che periferico, di   strutture dotate di nuove competenze progettuali, manageriali e gestionali in grado di unire  un nuovo senso del bene comune, visione, capacità di programmazione indispensabili per definire  politiche industriali su scala nazionale  e ricostruire un’economia dei beni comuni (territorio, acqua, energia , rifiuti) centrata sui territori e gestita con nuove forme di democrazia partecipativa. Perciò vanno  definiti, sia per i settori industriali che per quelli relativi all’erogazione di beni e servizi pubblici, dei veri Piani di Settore Nazionali   per l’energia, la mobilità sostenibile,  la casa, la piena e buona occupazione, e piani territoriali per un’economia dei beni comuni
2)Poiché senza impresa pubblica, mancano le condizioni stesse per svolgere una
efficace politica economica è indispensabile il rafforzamento del controllo e della presenza pubblica diretta nelle attività e  nelle imprese  produttive strategiche che non possono e non debbono essere lasciate al mercato e alla proprietà privata (Esempi?….produzioni del bio medicale, reti della comunicazione e dell’energia, gestione dei dati e del cloud, siderurgia, chimica di base..) e la riconquista della gestione   e del controllo democratico pubblici dei beni comuni
3)la costruzione, incrementando significativamente gli investimenti, di un forte sistema nazionale della Ricerca a guida pubblica che connetta ricerca di base, brevettazione, trasferimento tecnologico, industrializzazione dei prodotti, erogazione dei servizi.
4)la costituzione di un forte Polo pubblico del credito indispensabile per politiche di finanziamento alternative a quelle di mercato verso imprese ed enti locali  in sintonia con i programmi di cambiamento e sulla base di precisi indirizzi sociali.
5) c’è anche una quinta condizione per un pubblico che sfugga agli elementi di degrado al quale l’hanno condannato in passato le dipendenze incrociate dalle politiche clientelari, dagli interessi economici  responsabili della corruzione , dalla burocrazia asfissiante: l’istituzione a tutti i livelli del pubblico di forme di controllo democratico dei lavoratori e dei cittadini in grado di connettere qualità del lavoro e qualità dei servizi.

Da conte a Draghi
I primi passi del governo Conte  non sono andati nella direzione giusta;  la legge di bilancio  e il recovery plan hanno mostrato una  netta continuità con le politiche neoliberiste prevedendo grandi risorse alle imprese senza seri vincoli occupazionali,  salariali,  ambientali,  investimenti  sul pubblico assolutamente insufficienti e mancanza di un  piano per il lavoro in grado di affrontare seriamente il grave problema occupazionale attuale che diventerà drammatico  con la fine annunciata del blocco dei licenziamenti
L’ennesima erogazione di risorse pubbliche senza uno straccio di politiche industriali lasciando al mercato piena libertà  sull’allocazione delle risorse: esattamente il modello che in 40 anni ha prodotto la deriva economica e sociale e la  sempre maggiore divaricazione  dalle economie europee che abbiamo davanti oggi.
Con Draghi, uno dei più alti funzionari dell’economia e della finanza internazionale  è il capitale che scende in campo per gestire direttamente a proprio vantaggio i soldi che l’Europa mette a disposizione. L’obiettivo, annunciato anche dalla composizione del governo è quello di modernizzare il sistema  deregolamentando ulteriormente vincoli sociali e ambientali sugli investimenti, subordinando la scuola e l’università alle imprese, privatizzando  i beni comuni, colpendo di nuovo le pensioni, utilizzando le ristrutturazioni  per aumentare la flessibilità e la precarietà, ripristinare la libertà di licenziamento, disgregare e indebolire ancor di più i lavoratori, accentuarne, con l’atomizzazione, la subalternità alle logiche del capitale.

Un nuovo movimento di lotta unitario
Per resistere all’offensiva neoliberista e ribaltare la situazione occorre una grande ripresa di protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori  in grado di unificare le lotte isolate e mettere in campo  un grande movimento dei lavoratori e delle lavoratrici che riunifichi  le figure lavorative e profili contrattuali  che l’offensiva neoliberista ha diviso e messo in concorrenza tra di loro: lavoratori/lavoratrici stabili e precari, pubblici e privati, uomini e donne, nativi e migranti, giovani e meno giovani.
Ma occorre operare con le pratiche e le proposte per saldare in un unico fronte unitario  anche  tutti i settori sociali che oggi soffrono la mancanza di un reddito,  un lavoro, un salario  e  una pensione dignitosi, i tanti e le tante che la mancanza di protezioni sociali relega in condizioni di povertà e di marginalità sociale, tutti coloro i quali la distruzione del welfare  ha privato  dei diritti fondamentali, alla casa, alla salute, all’istruzione, quelli e quelle che aspirano a un ambiente vivibile.
Oggi però facciamo i conti con un mondo del lavoro indebolito da 40 anni di offensiva neoliberista  e di sconfitte che hanno distrutto la soggettività operaia costruita nelle lotte degli anni 70, grazie anche all’adesione da parte dei sindacati e dei partiti di sinistra all’ideologia dei sacrifici prima e alla pratica della concertazione poi , un mondo del lavoro frantumato e diviso  in   una miriade di figure lavorative  e posizioni contrattuali e giuridiche  prodotto di tutte l le leggi che hanno deregolamentato il mondo del lavoro  fino al jobs act;
Una disarticolazione dentro cui il neoliberismo ha avuto buon gioco a far passare le sue idee: la naturalità e immutabilità  del capitalismo, l’individualismo e la concorrenza tra lavoratori/lavoratrici, la guerra tra poveri, l’idea che il conflitto non paghi, la povertà e l’insuccesso vissuti come una colpa. Se aggiungiamo che è riuscito a far passare nel senso comune l’idea che la crisi è dovuta alla  scarsità, che non ce n’è per tutti  si spiegano  la diffusione della passività e del  senso d’impotenza  che paralizza e rende difficile una ripresa delle lotte.

La nostra piattaforma per l’unità
Occorre agire da subito una piattaforma in grado di rappresentare gli interessi di tutto il proletariato, cosa che Marx poneva come tratto distintivo dei comunisti.
Noi per l’oggi avanziamo le seguenti proposte per la cui  realizzazione  chiediamo anche che vengano vincolati tutte le erogazioni di risorse alle imprese:
-estensione del blocco dei licenziamenti e della cassaintegrazione per tutto il 2021: nessun posto di lavoro vada perduto!
-garanzia del reddito per tutte e tutti: nessuno resti senza reddito, nessuna attività economica vada perduta!
-Istituzione di un salario minimo per contrastare la piaga nazionale dei bassi salari
-blocco degli sfratti  per tutto il 2021 e sostegno all’affitto per le persone in difficoltà, piano per l’edilizia sociale per 500.000 abitazioni
-un grande piano nazionale del lavoro  partendo dall’assunzione di 500 mila nuovi dipendenti pubblici e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario
-regolarizzazione delle e dei migranti che lavorano in Italia.
-ripristino dell’articolo 18, l’abrogazione del jobs act e di tutte le leggi che hanno ridotto diritti, tutele e precarizzato il lavoro
-riordino del fisco in direzione progressiva riducendo le aliquote più basse e istituendo una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze
-abolizione della legge Fornero e garanzia della pensione con 60 anni di età o 40 di contributi

Assumiamo come grande questione nazionale il divario tra nord e sud in crescita continua negli ultimi 20 anni. Proponiamo un grande piano di investimenti a guida pubblica in grado di avviare la risoluzione dei gravissimi problemi relativi a elevatissimi tassi di disoccupazione, degrado del pubblico, carenze di infrastrutture materiali e immateriali, desertificazione industriale.

l’inchiesta
Pensiamo queste proposte come un punto di partenza per  rafforzare nel sostegno alle lotte  la nostra internità al mondo del lavoro e avviare  un capillare lavoro d’inchiesta  e coinchiesta  al fine di ricostruire condizioni di lavoro, coscienza di sé  e aspettative di chi lavora e tutta  la complessità e le articolazioni del il mondo del lavoro comunque configurato in termini contrattuali  e/o giuridici; senza tralasciare le diverse figure miste tra lavoro dipendente, autonomo , a progetto che proliferano nel variegato mondo degli appalti, delle finte cooperative, del lavoro stagionale. Avendo come paradigma sovraordinatore la critica della divisione sessuale nel lavoro produttivo e riproduttivo che nasconde sia la funzione insostituibile della riproduzione sociale che la sua totale svalorizzazione con:
-il lavoro di cura non retribuito che permette le più gravi forme di precarietà, di sfruttamento e di discriminazione che colpiscono in modo particolare le donne;
-la femminilizzazione dei lavori pubblici e delle professioni della cura che accompagnano lo smantellamento del welfare universalistico…Va fatta in particolare l’inchiesta su come l’applicazione delle tecnologie digitali e della connettività alle produzioni e alla gestione delle filiere sta cambiando il lavoro col rischio già verificato di   un uso capitalistico della tecnologia per aumentare il comando, il controllo e lo sfruttamento. Cose già visibili nelle fabbriche dove il digitale fa da supporto a una lean production sempre più spinta con intensificazione dello sfruttamento, nel modo in cui viene usato lo smart working che aumenta la produttività, riduce i costi per le aziende aggravando il doppio lavoro delle donne, nelle piattaforme digitali dove il lavoro è ridotto a mera prestazione anonima e milioni di lavoratori disponibili 24 h24 sono resi invisibili.
l’inchiesta è un   passaggio decisivo per l’individuazione delle contraddizioni su cui costruire il disvelamento dei rapporti di sfruttamento e le lotte entro le quali avviare una ricomposizione del mondo del lavoro, riaffermando tra le lavoratrici e i lavoratori un punto di vista di classe premessa indispensabile per la ricostruzione del più ampio blocco sociale del cambiamento.
Questi sono oggi i compiti delle lavoratrici e dei lavoratori comunisti: ricostruire relazioni e internità nel mondo del lavoro in tutte le sue articolazioni, sostenere i conflitti e tutte le forme di mutualismo e solidarietà, fare l’inchiesta, ricostruire nelle lotte l’unità su un punto di vista autonomo di classe.
Così sarà possibile   restituire al lavoro la centralità politica e sociale sancita dalla costituzione e oggi assunta dal capitale;  dentro un processo di lotte per la  liberazione del lavoro produttivo e riproduttivo  dallo sfruttamento e  dall’alienazione.
La riduzione dell’orario di lavoro
In questa prospettiva è centrale la  ripresa del cammino storico del movimento operaio per la riduzione dell’orario di lavoro e la piena occupazione, per la conquista di tempo  per l’arricchimento individuale, per l’esercizio delle proprie vocazioni, per la cura delle persone, degli affetti e delle relazioni, il lavoro sociale gratuito, la partecipazione democratica  per lo sviluppo di uno spazio pubblico, mai come oggi impoverito dalla riduzione della democrazia a delega passivizzante.
Una necessità nel momento in cui  il progresso tecnico determina  un aumento della produttività che confligge con la riproduzione del  lavoro salariato. L’alternativa e quella realizzata dal capitale: la riduzione dell’orario di lavoro non come redistribuzione condivisa dell’accresciuta produttività, ma nella forma barbarica della disoccupazione, della precarietà e della sottoccupazione per una quota della popolazione, mentre a chi è occupato si chiede di lavorare di più, sia attraverso il prolungamento dell’orario su base settimanale che aumentandolo nell’arco della vita, con l’innalzamento dell’accesso all’età pensionabile
Le forme gli strumenti per compiere questa impresa dipenderanno dalle situazioni concrete e dalle contraddizioni prevalenti luogo per luogo e dai soggetti coinvolti ma sempre finalizzati a costruire nuova soggettività e autorganizzazione democratica e conflittuale affinché nelle lotte contro l’oppressione e lo sfruttamento si rafforzino spirito di unione e coscienza anticapitalista.
L’intervento sindacale
L’intervento nei sindacati rappresenta uno degli aspetti centrali del lavoro dei comunisti, ma il panorama sindacale italiano è deludente. Non sottovalutiamo le difficoltà reali determinate dall’offensiva neoliberista e dalle leggi che l’hanno accompagnata e dalla perdita di potere contrattuale dovuta alla globalizzazione; al contempo non dimentichiamo le scelte  delle organizzazioni sindacali maggioritarie che hanno determinato una modifica del ruolo del sindacato e del loro  funzionamento anche sul piano democratico,  le responsabilità  dei vertici delle organizzazioni sindacali dall’Eur alla linea della concertazione e della riduzione al minimo dei conflitti, fino alla tragica subalternità mostrata  in occasione della riforma Fornero.
Esistono poi una miriade di sigle sindacali, talvolta  veri e propri settori di classe organizzati, i cui limiti principali sono la scarsa rappresentativa accentuata da una inveterata tendenza alla scissione e alla frammentazione in tanti  piccoli sindacati  spesso in conflitto tra loro.
In questo panorama partiamo da due assunti: un sindacato non si costruisce dall’alto e dall’esterno né tanto meno può nascere come cinghia di trasmissione di qualsivoglia forza politica; in secondo luogo un partito comunista non seleziona i suoi iscritti sulla base del sindacato di provenienza.
Si parte dalla realtà che c’è e, come diceva Lenin, i comunisti devono  “lavorare assolutamente dove sono le masse” per far crescere, con la tenacia e la pazienza necessari, l’autonomia e l’unità della classe; e quindi i comunisti operano nei  sindacati che, anche in base alla situazione di lavoro, permettono un positivo rapporto con le lavoratrici e i lavoratori.
Nei grandi sindacati e nella Cgil in particolare si opererà per la riaffermazione di un sindacato classista, democratico conflittuale contro la logica concertativa e le tendenze alla moderazione salariale e alla cessione di salario e diritti in nome di un illusorio rapporto tra produttività, crescita, profitti delle imprese e occupazione…
Ai tanti compagni che militano positivamente nei sindacati di base  indichiamo come prioritaria l’iniziativa per l’unità contro la frammentazione delle sigle indispensabile  anche per contrastare con qualche efficacia  le regole escludenti sulla rappresentanza e la crescente tendenza, specie nei settori pubblici a limitare il diritto di sciopero.
Riteniamo di grande importanza l’iniziativa sindacale, in settori collocati nella frontiera più avanzata dell’innovazione come quelli delle piattaforme, tra cui la logistica ad alta presenza di lavoratori migranti, per l’importanza strategica  che rivestono nei processi di ristrutturazione capitalistica e per comprendere e contrastare le forme più moderne di sfruttamento e controllo.
Costruire il soggetto della trasformazione dentro i conflitti
Per i comunisti la ricostruzione dell’unità della  classe e accresce la sua  importanza in funzione di una ricomposizione politica e sociale piu larga. E’ una parte di un più ampio processo di liberazione che deve coinvolgere tutte le soggettività che via via entrano in conflitto con le contraddizioni prodotte dalla tendenza del capitalismo ad allargare la sua riproduzione su scala tendenzialmente infinita. Pensiamo alle donne che con le loro mobilitazioni hanno imposto nel dibattito pubblico il tema del lavoro di cura non pagato, ai nuovi grandi movimenti mondiali  sul tema ambientale come Fridays for future, ai conflitti diffusi in difesa del territorio, alle lotte antifasciste e antirazziste.
I comunisti operano dentro i conflitti per promuoverli ed unirli, assumendo un’ottica intersezionale, cioè facendosi guidare costantemente dall’obiettivo di mettere i soggetti in relazione tra loro affinando le analisi delle contraddizioni e i linguaggi per metterli in comunicazione, trovare proposte e percorsi di lotta comuni.
Proprio per questo non dobbiamo limitarci all’azione sindacale, ma promuoviamo, dove ne esistono le condizioni, tutte le forme di autorganizzazione che promuovano il protagonismo, il mutualismo  e le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori: comitati unitari, di scopo, sportelli sociali, gruppi di acquisto solidale.
l’obiettivo di fondo è la ricostruzione del soggetto della trasformazione che non è dato, ma richiede un lavoro complesso, una costruzione appunto, di natura sociale, politica e culturale che può crescere solo nei conflitti che mentre modificano la società cambiano i soggetti che ne sono protagonisti.
Per questo occorre un partito comunista che non sottovaluti nessuna delle dimensioni della politica, ma sia centrato sul sociale, che ricostruisca circoli e commissioni che organizzano l’intervento nei luoghi e sui temi del lavoro, che rafforzi la formazione per produrre quadri “rossi ed esperti” in grado di stare nei conflitti portando un utile contributo di analisi e proposta e usando l’inchiesta per far avanzare insieme la qualità dell’elaborazione, il livello di coscienza dei soggetti coinvolti  e l’autorganizzazione

Il gioco delle tre carte

ASSOCIAZIONE MI.MO.AL.

La recente notizia che il raddoppio ferroviario Albairate-Abbiategrasso, prima sezione del previsto ed auspicato raddoppio fino a Mortara, è stato inserito nelle opere da finanziare con il PNRR (piano nazionale di resistenza e resilienza) ha avuto poca eco mediatica e nessuna eco nelle Amministrazioni Locali interessate.

Cosa succederà al progetto del raddoppio completo fino a Mortara?

Il raddoppio ferroviario Albairate-Mortara è stato finanziato interamente, sulla carta, all’interno del contratto di programma tra RFI e Ministero delle infrastrutture nel triennio in corso. Il 2020 doveva essere l’anno della progettazione di questo primo tratto, ma non si hanno notizie al riguardo.Il contratto di programma tra RFI e Ministero delle Infrastrutture è una enunciazione di quello che si vorrebbe fare ma che mai, nella pratica, si realizza completamente.

Per concretizzare un’opera ferroviaria prevista nel contratto di programma, bisogna che la stessa sia inserita anche all’interno del piano commerciale della rete di RFI (piano che viene aggiornato con cadenza annuale). Le opere inserite in questo piano sono già finanziate completamente o parzialmente, con progetto definitivo od esecutivo e realizzabili completamente o parzialmente. Il piano commerciale ha un orizzonte temporale di 5 anni. Morale: le opere contenute in questo piano sicuramente vengono realizzate. Il raddoppio Albairate-Mortara è un’opera di interesse regionale. Se Regione Lombardia non la richiede, non verrà mai inserita nel piano commerciale 2021-2025. Per questo l’associazione MI.MO.AL ha sempre sollecitato la regione ad inserire esplicitamente questa opera nelle richieste da inviare a RFI. Al momento solo promesse ed assicurazioni: nelle prossime settimane RFI renderà pubblico il suo piano commerciale aggiornato al 2021 con le richieste delle regioni ed in quel momento i pendolari scopriranno quali carte sono state giocate.

Il tratto Albairate-Abbiategrasso sarà pagato con i fondi europei. Perché la Giunta Regionale, i consiglieri regionali del territorio ed i parlamentari del territorio non fanno massa critica chiedendo l’inserimento di tutta l’opera all’interno del PNRR? Ed il nuovo Governo cosa deciderà in merito? L’inserimento del raddoppio ferroviario Albairate-Mortara nell’elenco delle opere da finanziare con il PNRR sarebbe l’assicurazione finale che l’opera verrà sicuramente realizzata perché finanziata e sotto il controllo della UE.

Scuola: nuovo ministro, vecchio copione

Pubblicato il 16 feb 2021

Loredana Fraleone*

C’è da scommettere che il ministro Bianchi metterà o cercherà di mettere un ulteriore tassello al puzzle, che è stato disegnato alla fine del secolo scorso da Luigi Berlinguer, in consonanza con gli obiettivi per l’istruzione di Confindustria. I danni provocati dall’autonomia scolastica dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti, per l’abbandono e la confusione di cui hanno sofferto le scuole, eppure per alcuni sindacati si vorrebbe ancora puntare su questo “rimedio”, che suggeriscono al nuovo governo, per rispondere alle difficoltà prodotte ancora dal Coronavirus. Per tutti coloro che riponevano speranze di discontinuità sulle politiche per l’istruzione, col nuovo governo, la nomina di Patrizio Bianchi rappresenta una palese smentita, essendo già presente, come consulente di quello precedente, in una posizione chiave, come quella di presidente del comitato di esperti per il rilancio della Scuola nel contesto della pandemia.

C’è da pensare ad esempio che possa essere stata sua l’idea dei banchi a rotelle,  che tanto malumore e al contempo umorismo ha suscitato nei confronti dell’Azzolina, e che risponde non tanto all’esigenza del distanziamento, apparso appunto come provvedimento ridicolo per lo scopo, quanto alla serissima concezione di una trasformazione del gruppo classe in senso “flessibile”, attraverso una rottura di quella piccola comunità nelle diverse fasi di apprendimento, verso il modello anglosassone fondato prevalentemente sull’addestramento, rincorso affannosamente da qualche decennio, nonostante i suoi evidenti fallimenti. È una delle idee presentate nel documento “La scuola del futuro”, della Commissione coordinata da Bianchi e istituita dall’Azzolina.

L’organicità del nuovo ministro all’impresa e al mercato è apparsa subito palese e viene da alcune parti più accorte segnalata, ma va più evidenziato, a mio avviso, il ruolo giocato dal nostro da più tempo. Per stare a quelli recenti, lo troviamo tra gli estensori della “Buona Scuola” del governo Renzi, dove è emersa chiaramente la filosofia della subordinazione all’impresa, con l’alternanza Scuola/Lavoro e non solo, ma anche la necessità, per mantenerne e rafforzarne l’egemonia di disciplinare l’intero mondo dell’istruzione, con la riduzione dei poteri degli organi collegiali, l’accentuazione del ruolo dell’INVALSI per espropriare il corpo docente di una sua fondamentale prerogativa, come quella della valutazione e guidarne così a monte l’azione educativa nei contenuti e metodi d’insegnamento, verso l’acritica acquisizione di “competenze” slegate tra loro.

Alcuni aspetti della “Buona Scuola” sono stati a suo tempo moderati da una forte quanto sconfitta reazione di un mondo da troppo tempo lasciato solo sulle barricate. Sono saltati infatti alcuni provvedimenti della legge tra i più difficili da digerire in quel momento, come l’incarico diretto del personale da parte dei dirigenti scolastici, la cui principale associazione guarda con favore al nuovo ministro, non a caso. Questione che potrebbe tornare in campo insieme al contentino di qualche stabilizzazione in più e di un concorso per titoli e servizio, come richiesto da tempo dalle Organizzazioni sindacali.

La discesa in campo diretta dei più organici rappresentanti dell’impresa e del mercato, come Draghi e il suo ministro dell’istruzione, disvela molto anche dell’uso che verrà fatto dei fondi europei, già indirizzati, dalle linee guida del PNRR del precedente governo, verso un più stretto legame tra scuola superiore e Università con le imprese. Anche il bluff pentastellato verrà presto smascherato, a prevalere sarà la concezione di uno sviluppo quantitativo, funzionale ai profitti, a scapito di ogni idea di riconversione ecologica dell’economia.

*Responsabile Scuola Università Ricerca PRC-S.E.

In difesa della sanità pubblica e della salute dei Lombardi

Rifondazione Comunista, federazione di Pavia aderisce alla giornata di mobilitazione regionale indetta dal COORDINAMENTO REGIONALE PER IL DIRITTO ALLA SALUTE PUBBLICA il giorno 20 febbraio 2021.

La giunta regionale a direzione centrodestra ha ampiamente dimostrato di non essere in grado di salvaguardare la salute dei cittadini Lombardi.

Paghiamo pesantemente tutti gli errori commessi negli ultimi decenni  da questo centrodestra.

La loro politica di favorire la sanità privata a scapito di quella pubblica, il sistema “ospedalocentrico” a scapito della sanità territoriale oltre alla gestione “opaca” delle risorse finanziarie (come dimostrano i molti scandali degli ultimi anni) hanno portato ad una situazione gravissima della gestione della sanità.

Chiediamo il commissariamento della Sanità Lombarda e il superamento della legge 23 che tanti danni a provocato.

Sabato 20 febbraio 2021 a partire dalle ore 10 saremo davanti all’ospedale San Matteo a Pavia per sostenere la necessità di un cambiamento in Regione

Via la Giunta Fontana

Partito della Rifondazione Comunista Pavia

Venezuela: La relatrice speciale dell’ONU, Alena Douhan, sulla situazione dei diritti umani e gli effetti delle sanzioni coercitive e unilaterali sulla popolazione

Diritti umani e misure coercitive unilaterali: La relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, la signora Alena Douhan, conclude la sua visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela
Risultati preliminari della visita Repubblica Bolivariana del Venezuela Caracas (12 febbraio 2021)
La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, Sig.ra Alena Douhan, in visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 1° al 12 febbraio 2021.

La Relatrice Speciale dell’ONU ringrazia il Governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela per aver consentito e sostenuto la sua visita nel Paese. Lo scopo della visita era valutare l’impatto delle sanzioni unilaterali sul godimento dei diritti umani delle persone che vivono in Venezuela e di qualsiasi altra persona colpita. Queste osservazioni preliminari sono il risultato di ampie consultazioni con un’ampia gamma di interlocutori. Il rapporto completo sarà presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite nel settembre 2021.

La Relatrice Speciale ha incontrato il Presidente e il Vice Presidente della Repubblica; Vicepresidenti incaricati dei poteri esecutivo, legislativo, giudiziario, cittadino ed elettorale; i Ministri degli Affari Esteri, della Salute, dell’Istruzione, della Pianificazione, dell’Economia, delle Finanze, del Petrolio, delle Miniere, del Cibo, delle Donne e dell’Uguaglianza di Genere, del Blocco (Bloqueo), della Casa, del Lavoro sociale, della Scienza, Tecnologia, Trasporti, Cultura e Popoli Indigeni; il Coordinatore dei Comitati Locali di Produzione e Fornitura (CLAP); il Segretario generale del Comitato per i diritti umani; il Presidente della PDVSA; il Presidente della Banca Centrale, il Direttore delle Telecomunicazioni, il Presidente della Corte Suprema, l’Ispettore Fiscale, il Procuratore Generale; il Presidente e i membri dell’Assemblea Nazionale; il difensore del Popolo; il Segretario Esecutivo dell’ALBA; rappresentanti di tutto lo spettro di partiti politici, opposizione e sindacati; organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali; del settore privato; della Chiesa cattolica; come degli attori nel governo venezuelano che lavorano nei settori della salute, dei diritti umani, della protezione dell’infanzia, delle donne e dei bambini; medici familiari; docenti universitari; insegnanti scolastici; ricercatori indipendenti e, cosa più importante, vittime di violazioni dei diritti umani.

La Relatrice Speciale ha anche incontrato i rappresentanti del team delle Nazioni Unite nel paese e la comunità diplomatica. Ha visitato l’ospedale pediatrico di Corazón; lo stabilimento farmaceutico di Quimbotiec; il complesso cananeo; la scuola elementare Hugo Chávez e la scuola materna Ciudad Mariche, nella periferia di Caracas. Nello Stato di Carabobo, il Governatore ha facilitato un incontro con i direttori delle aziende pubbliche (acqua, luce, gas e telecomunicazioni), la condizione di maternità registrata all’ospedale statale, uno dei centri di salute primaria provinciali ispirati al modello cubano e diverse organizzazioni nel governo.

La Relatrice Speciale esprime la sua gratitudine a tutti questi interlocutori che hanno generosamente offerto il loro tempo, informazioni, analisi, esperienze e pensieri per aiutarla a capire cosa ha portato a una situazione molto complessa e allarmante. La Relatrice Speciale loda la calorosa accoglienza e la forma costruttiva e collaborativa con cui il Governo ha facilitato la sua visita, che ha consentito un dialogo franco e aperto.

Vorrei esprimere il mio speciale ringraziamento al Ministero degli Affari Esteri per l’efficace collaborazione con il loro staff. Ringrazio anche il workshop del coordinatore residente delle Nazioni Unite per il suo supporto e assistenza durante la visita.

Il contesto della visita al paese

Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro il Venezuela dal 2005, quando hanno introdotto sanzioni selettive contro persone ed entità presumibilmente coinvolte nel traffico di droga. Ha sollecitato un embargo sulle armi nel 2006 perché riteneva che il governo non stesse cooperando a sufficienza negli sforzi antiterrorismo.

Successivamente, una legge statunitense del 2014 dà luogo a sanzioni contro i funzionari venezuelani che, tra le altre cose, sono accusati di repressione violenta delle proteste, persecuzione degli oppositori politici, taglio della libertà di stampa e corruzione.

Nel 2015, gli Stati Uniti hanno dichiarato la situazione in Venezuela come un’emergenza nazionale che ha minato la sicurezza e la politica estera degli Stati Uniti.

Nel 2017, gli Stati Uniti hanno qualificato come illegittime le elezioni legislative venezuelane e hanno imposto sanzioni contro il governo e altre entità, tra cui PDVSA, bloccando le loro transazioni e l’accesso ai mercati finanziari americani.

Nel 2018, dopo le elezioni presidenziali venezuelane, gli Stati Uniti hanno irrigidito le sanzioni contro il governo, citando come causa la gestione economica, la corruzione, la rappresentanza degli oppositori politici e gli sforzi per minare la democrazia.

Nel gennaio del 2019, gli USA riconoscono il leader dell’Assemblea nazionale Juan Guaidó come presidente ad interim del Venezuela, e sollecitato ulteriori sanzioni contro PDVSA, la Banca centrale del Venezuela e funzionari governativi, imponendo un embargo economico totale nell’agosto 2019.

Hanno dato a Guaidó anche il controllo dei beni e delle proprietà del governo venezuelano nelle banche americane, compreso il denaro che va alla PDVSA dalla sua filiale americana, Citgo.

Altre sanzioni degli Stati Uniti nel 2018 e 2019 sono andate ai settori dell’oro e altre miniere, cibo, criptovalute e banche.

Nel settembre 2020 sono state imposte sanzioni americane a cinque legislatori che hanno diretto i partiti che hanno collaborato con il governo.

Dal 2020, gli Stati Uniti hanno cercato di bloccare il Venezuela in modo che non ottenesse carburante dall’Iran includendolo nell’elenco dei corsari del petrolio, vietando l’uso dei porti aerei e marittimi venezuelani e il blocco dei beni della compagnia Rosneft.

Sembra che i funzionari statunitensi abbiano lanciato minacce non ufficiali per impedire le transazioni di stati terzi con il Venezuela.

La Relatrice Speciale ONU prende atto della decisione del governo degli Stati Uniti di rivedere le sanzioni USA del 21 aprile 2020, in modo da ridurre al minimo l’impatto umanitario della pandemia, con la misura del governo degli Stati Uniti, del 2 febbraio 2021, per ammorbidire le sanzioni che influenzano il funzionamento delle operazioni ordinarie nei porti e negli aeroporti venezuelani.

L’Unione Europea ha imposto sanzioni contro il Venezuela nel 2017, tra cui un embargo sulle armi, il divieto di esportare altre merci che potrebbero essere utilizzate per la rappresentanza interna, il divieto di esportare tecnologia e il materiale per la sorveglianza delle intercettazioni delle telecomunicazioni, il divieto di viaggiare in Venezuela e il congelamento dei beni di persone le cui azioni sono state considerate dall’UE come un tentativo contro la democrazia, lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani, contestati dal Venezuela dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione Europea.

È stato anche riferito che 1.200 milioni di dollari di fondi del governo del Venezuela sono stati congelati da una banca portoghese nel 2019.

Sono inoltre congelati circa 2.000 milioni di dollari della Banca centrale del Venezuela e depositati presso la Banca d’Inghilterra, caso preso in considerazione nei tribunali britannici.

Nel 2017 e nel 2018, il Canada ha congelato i beni e vietato le transazioni per le proprietà dei funzionari venezuelani accusati di rappresaglie, gravi violazioni dei diritti umani, corruzione, censura, esecuzioni extragiudiziali e altri atti.

Nel 2018, il Messico ha congelato i beni e imposto restrizioni di viaggio a 13 alti funzionari venezuelani.

Nel 2018 e nel 2019, la Svizzera ha imposto un embargo sulle armi al Venezuela e ha congelato i beni e imposto restrizioni di viaggio ai funzionari venezuelani.

Nel 2019 la Colombia ha vietato l’ingresso di 200 venezuelani legati al governo.

Panama ha imposto nel 2018 sanzioni selettive contro persone ed entità venezuelane considerate altamente rischiose, per partecipare al blocco dei capitali, al finanziamento del terrorismo e alla proliferazione di armi di distruzione di massa.

Nel 2019, 13 dei 14 paesi del gruppo di Lima hanno accettato di vietare l’ingresso di funzionari venezuelani e hanno negato l’accesso ai loro sistemi finanziari.

Sempre nel 2019, la maggior parte delle parti del Trattato di Rio ha approvato una risoluzione che consente l’imposizione di sanzioni selettive, compreso il congelamento dei beni, ai funzionari venezuelani presumibilmente coinvolti in traffico di droga, attività terroristiche, criminalità organizzata e / o violazioni dei diritti umani.

Il 13 febbraio 2020, il Venezuela ha presentato una remissione alla Corte penale internazionale ai sensi dell’articolo 14 dello Statuto di Roma rispetto alle misure coercitive unilaterali.

Situazione economica e umanitaria in Venezuela

Il Venezuela ha una delle più grandi riserve di petrolio del pianeta. Il petrolio è stata la principale esportazione del paese e la principale fonte di reddito e di cambio.

Dal 2000, il governo ha annunciato il lancio di una vasta gamma di progetti sociali nei settori della vita, dell’istruzione, dell’alfabetizzazione, del cibo, dell’approvvigionamento idrico, dell’assistenza sanitaria, della pianificazione familiare, dell’alfabetizzazione informatica e dello sviluppo della comunità, gran parte di ciò che è stato realizzato, a costo zero per i privati, è stato sostanzialmente sovvenzionato dallo Stato.

L’economia mono-orientata è dipesa in gran parte dalle vendite di petrolio; la maggior parte dei prodotti, dai macchinari e dai pezzi di ricambio agli alimenti e ai medicinali, sono stati importati principalmente dagli Stati Uniti e dall’Europa.

La produzione interna si è mantenuta ad un livello abbastanza contenuto e non è stata in grado di soddisfare le esigenze di consumo interno.

Le difficoltà dell’economia sono iniziate nel 2014 con il calo dei prezzi del petrolio.

Tra gli altri fattori che influenzano l’economia venezuelana, si è parlato di gestione, corruzione e controlli statali sui prezzi.

Le sanzioni unilaterali di Stati Uniti, l’Unione Europea e altri paesi si sono accentuate e hanno aggravato i problemi citati.

E’ noto che gli introiti pubblici e il bilancio dello stato si sono ridotti del 99% e che il paese attualmente vive con l’1% del suo reddito precedente alle sanzioni.

I rimedi dall’estero sono stati ridotti a causa del blocco dei beni dello Stato e della complessità dei bonifici e degli impedimenti alla loro esecuzione.

Quattro anni di iperinflazione hanno causato la svalutazione totale della moneta nazionale (1 USD = 1,8-1,9 milioni di bolivar).

I salari mensili nel settore pubblico sono stati ridotti da 150-500 USD nel 2015, a 1-10 USD nel 2020 e un livello di povertà crescente.

Nel 2018-2019, il governo ha introdotto nuove politiche economiche: il controllo dei prezzi è stato revocato e il settore privato è stato liberalizzato.

Tuttavia, l’inasprimento delle sanzioni che il paese deve affrontare dal 2015 ha minato il possibile impatto positivo delle riforme attuali, nonché la capacità dello Stato di mantenere le infrastrutture e realizzare progetti sociali.

Il Venezuela sta attualmente affrontando una mancanza di macchinari, forniture, elettricità, acqua, carburante, gas, cibo e medicinali necessari.

I beni venezuelani congelati nelle banche di Stati Uniti, Regno Unito e Portogallo ammontano a 6.000 milioni di dollari.

Si informa che l’acquisto di beni e pagamenti da aziende pubbliche è bloccato o congelato.

Il settore privato, organizzazioni governative, università, club sportivi e cittadini venezuelani denunciano il rifiuto della reticenza delle banche estere ad aprire i propri conti bancari, compresi quelli delle banche corrispondenti negli Stati Uniti e in Europa; difficoltà nell’ottenere visti e acquistare biglietti; la necessità di agire tramite agenti di paesi terzi; e la necessità di pagare costi assicurativi aggiuntivi.

Il deferimento delle sanzioni economiche e il crescente eccesso di compliance hanno dato luogo all’approvazione della Legge Costituzionale Anti-Bloqueo nell’ottobre 2020.

È stato riferito che le linee elettriche oggi possono funzionare meno del 20% della loro capacità.

Si stima che il numero di venezuelani che hanno abbandonato il Paese in cerca di una vita migliore dal 2015 oscilli tra 1 e 5 milioni e che la popolazione si ridurrà a circa 27 milioni nel 2021.

La maggior parte dei servizi pubblici hanno visto una riduzione tra il 30% e il 50% del suo personale, compresi i più qualificati (medici, infermieri, ingegneri, insegnanti, insegnanti, insegnanti, polizia, ecc.), cosa che ha causato disorganizzazione interna, aumento del carico di lavoro per il resto del personale, una riduzione del servizio e una riduzione della loro qualità.

Si stima che il 90% delle famiglie sia allacciato alla rete idrica nazionale. Tuttavia, molte famiglie riferiscono frequenti tagli a causa di interruzioni di corrente che interessano le pompe dell’acqua e la manutenzione delle infrastrutture e la carenza di personale qualificato per la manutenzione.

La distribuzione dell’acqua può essere attuata solo “a turni” per garantire la consegna a tutta la popolazione, e la maggior parte delle famiglie può accedere all’acqua solo una volta alla settimana per alcune ore.

A causa delle sanzioni commerciali, l’uso di agenti chimici per trattare e purificare l’acqua per l’acqua potabile è stato ridotto del 30%.

Le sanzioni all’importazione di cibo, che costituisce più del 50% del consumo alimentare interno, ha causato una crescita costante della malnutrizione negli ultimi 6 anni, con oltre 2,5 milioni di persone in una situazione di grave insicurezza alimentare.

I meccanismi per affrontare questa situazione includono la riduzione del numero di pasti giornalieri (1 o 2 invece di 3); la riduzione del cibo e della qualità del cibo; la decapitalizzazione / vendita dei casalinghi da mangiare; e la riduzione della spesa per salute, abbigliamento e istruzione; con un correlato aumento di crisi familiari, tensioni, violenze e separazioni; lavoro minorile; partecipazione all’economia sommersa; attività criminale, compreso il traffico di droga e di esseri umani; il buon lavoro; l’emigrazione.

Il programma CLAP (fornitura gratuita di alimenti), varato come iniziativa del governo nel 2017 e che copre 6 milioni di famiglie in tutto il paese, vede diminuire la diversità e completezza dei prodotti necessari.

Il Venezuela ha fatto completamente affidamento sui medicinali importati dall’estero, sebbene la maggior parte dei servizi medici pubblici fossero forniti dallo Stato gratuitamente prima del 2016.

Gli ostacoli all’assistenza sanitaria compresa la grave mancanza o carenza di medicinali e vaccini; l’aumento dei prezzi; la carenza di elettricità per alimentare le apparecchiature; la scarsità d’acqua e problemi di igiene che influiscono sull’igiene; il deterioramento delle infrastrutture dovuto alla mancanza di manutenzione, all’assenza di parti di ricambio, o la mancanza di disponibilità di nuove attrezzature per mancanza di risorse o per la vendita e la consegna; il degrado delle condizioni di lavoro e la mancanza di dispositivi di protezione contro le malattie infettive; la perdita di personale in tutte le aree mediche a causa dei bassi salari; e il mancato completamento della costruzione di ospedali e centri di assistenza primaria.

In particolare, l’Hospital Cardiológico Infantil de Caracas subisce una diminuzione di 5 volte il numero di interventi chirurgici (da una media di 1.000 interventi annuali nel periodo 2010-2014 a 162 nel 2020). I posti di medici negli ospedali pubblici sono vacanti al 50-70%.

Attualmente solo il 20% circa delle apparecchiature mediche è in funzione.

Il paese ha dovuto affrontare una grave carenza di farmaci e vaccini contro morbillo, febbre gialla e malaria nel 2017-2018. La mancanza di cure per l’HIV nel 2017-2018 che ha si suppone abbia comportato, secondo i rapporti, un grave aumento del tasso di mortalità.

Il dirottamento dei beni dalla filiale americana di PDVSA, CITGO, ha impedito trapianti di fegato e midollo osseo a 53 bambini venezuelani; i trasporti per il trapianti sono stati effettuati in Italia e Argentina prima del 2016 con addebito allo Stato.

La Relatrice Speciale ONU osserva anche la crescita della mortalità neonatale e materna dal 2013, con un leggero miglioramento nel 2019, quando è stata attivata la cooperazione umanitaria con l’UNICEF, l’OPS, la chiesa e altre organizzazioni umanitarie.

Altri effetti dannosi della crisi sono il crescente problema delle gravidanze di ragazze adolescenti, che sta raggiungendo un livello critico a partire dall’età di 12 e 13 anni e che sono causati dalla mancanza di accesso alle informazioni e all’uso di metodi contraccettivi; così come l’aumento dell’HIV/AIDS dovuto alle scarsità di relazioni protettive.

L’istruzione scolastica e universitaria ha subito una grave interruzione del sostegno del governo dal 2016, compresa la cessazione delle riduzioni nella fornitura di uniformi scolastiche, scarpe, zaini e forniture per laboratori; e la riduzione del numero di pasti giornalieri nella scuola (da 2 a 1), la riduzione della sua quantità e la diversità degli alimenti o la sua totale cancellazione. L’indisponibilità di risorse finanziarie e la reticenza delle società straniere a commerciare con le istituzioni pubbliche venezuelane e, anche con le società private, ha causato la sospensione del Programma Canaima, iniziato nel 2015 per assemblare computer portatili compatti con finalità educative di cui 6,5 milioni erano stati distribuiti attraverso il sistema scolastico senza alcun costo.

Gli incidenti tecnici nel 2019 hanno paralizzato il satellite pubblico del Venezuela, riducendo sostanzialmente la copertura Internet nel paese e rendendo difficile imparare a distanza durante il corso della pandemia.

Prima della crisi economica e umanitaria, il governo venezuelano ha attivato la cooperazione con UNDP, UNICEF, UNAIDS, OPS, altre agenzie internazionali, nonché con la chiesa, con il settore privato e con le ONG umanitarie che forniscono assistenza umanitaria, facilitando la ricostruzione di impianti e sistemi idrici, la fornitura somministrazione di vaccini, medicinali, analisi e indagini mediche, reagenti, materiale scolastico e cibo.

Tuttavia, i tentativi di riacquisire i fondi congelati presso la Banca d’Inghilterra per l’acquisto di medicinali, vaccini, kit di protezione e attrezzature mediche attraverso UNDP e OPS nel 2020 sono falliti. Non sono stati sbloccati fondi per l’acquisto di COVAX attraverso l’OPS nel 2020 – 2021.

Nonostante l’intensificazione del lavoro con gli attori umanitari, sono stati segnalati alcuni casi di sorveglianza e persecuzione delle personalità di ONG nazionali che partecipano al lavoro umanitario.

Valutazione della base giuridica per l’imposizione di sanzioni

La Relatrice Speciale ONU ritiene che lo stato di emergenza nazionale annunciato dal Governo degli Stati Uniti l’8 marzo 2015 come base per l’introduzione delle sanzioni contro il Venezuela e più volte prorogato, non soddisfa i requisiti di cui all’art. 4 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, come l’esistenza di una minaccia effettiva per la vita della nazione, la limitazione delle misure alle esigenze effettive della situazione, una durata limitata, l’assenza di discriminazioni, la proibizione di derogare al diritto alla vita e il divieto di punire attività che non costituiscono reato, come menzionato nella comunicazione degli esperti in diritti umani del 29 gennaio 2021.

Lo Special Rapporteur sostiene che le sanzioni unilaterali contro il petrolio, l’oro, l’estrazione mineraria e altri settori economici, la compagnia aerea di stato e l’industria televisiva costituiscono una violazione del diritto internazionale e non si esclude la loro illeicità in riferimento alle contromisure.

Il proposito annunciato di una campagna di “massima pressione” – per cambiare il governo del Venezuela – viola il principio di uguaglianza sovrana degli Stati e costituisce un intervento negli affari interni del Venezuela che influenza anche le loro relazioni regionali.

Facendo riferimento alle regole consuetudinarie sull’immunità dei beni dello Stato, la Relatrice Speciale ricorda che i beni della Banca Centrale sono utilizzati dai funzionari pubblici con finalità dello Stato del Venezuela e non a titolo privato o governativo.

Pertanto, il congelamento dei beni della Banca centrale del Venezuela per non aver riconosciuto il suo governo, nonché l’adozione delle relative sanzioni, viola i diritti sovrani del paese e impone che il suo governo effettivo debba garantire i bisogni della popolazione.

La Relatrice Speciale ONU sostiene che l’inclusione di funzionari statali nell’elenco ufficiale dei sanzionati contraddice il divieto di punire un’attività che non costituisce un crimine, impone ai dipendenti la possibilità di rappresentare gli interessi del Venezuela nei tribunali internazionali e in altre istituzioni internazionali e ha minato il principio di uguaglianza sovrana degli Stati.

Allo stesso modo, i ripetuti dinieghi delle banche di Stati Uniti, Regno Unito e Portogallo che si sono appropriati di beni venezuelani necessari per l’acquisto di medicinali, vaccini e kit di protezione, sotto il controllo di organizzazioni internazionali, violano il principio citato e impediscono la capacità di risposta del Venezuela all’emergenza COVID-19.

La Relatrice Speciale è preoccupata che le sanzioni selettive unilaterali nella loro forma attuale violino, come minimo, gli obblighi che derivano dagli strumenti universali e regionali nel settore dei diritti umani, molte delle quali sono di carattere perentorio – garazie processuali e presunzione di innocenza -, in considerazione del fatto che le ragioni della loro introduzione non costituiscano, nella loro maggior parte, crimini internazionali, né abbiano a che fare con l’ambito della giurisdizione penale universale, pur prendendo atto della presentazione del caso dinanzi alla Corte penale internazionale da parte di un gruppo di Stati di una remissione contro il Venezuela il 27 settembre 2018.

La Relatrice Speciale ONU sottolinea che l’applicazione della giurisdizione extraterritoriale a cittadini e società di Stati terzi per la cooperazione con autorità pubbliche, cittadini e società del Venezuela, e le presunte minacce a detti Stati terzi, non è giustificata dal diritto internazionale e aumenta i rischi di eccesso rispetto alle sanzioni. La Relatrice Speciale rileva con preoccupazione le presunte minacce alle società private e ai donatori, partner e organizzazioni umanitarie di paesi terzi, così come l’introduzione di clausole di riservatezza nella Legge Costituzionale Anti-Blocco del Venezuela per quanto riguarda l’identità dei partner corrispondenti.

Impatto sul godimento dei diritti umani

La Relatrice Speciale ONU osserva con preoccupazione che le sanzioni settoriali contro le industrie petrolifere, aurifere e minerarie, il blocco economico del Venezuela e il congelamento dei beni della Banca Centrale hanno esacerbato la situazione economica e umanitaria preesistente impedendo l’uso delle risorse per sviluppare e mantenere le infrastrutture e per i programmi di sostegno sociale, che ha un effetto devastante su tutta la popolazione del Venezuela, in particolare su coloro che vivono in condizioni di estrema povertà, donne, bambini, operatori sanitari, persone con disabilità o malattie croniche o potenzialmente letali e la popolazione indigena.

La Relatrice Speciale sottolinea che le eccezioni umanitarie esistenti sono inefficaci e insufficienti, soggette a procedure lunghe e costose, e non coprono la consegna di pezzi di ricambio, attrezzature e macchinari necessari per la manutenzione e il ripristino dell’economia e dei servizi pubblici.

La Relatrice Speciale teme che l’applicazione di sanzioni extraterritoriali secondarie, nonché le presunte minacce di sanzioni, diano luogo a un eccesso di rispetto dei regimi sanzionatori esistenti, impedendo al governo del Venezuela, al suo settore pubblico e alle società private di acquisire macchinari, pezzidi ricambio, farmaci, cibo, forniture agricole e altri beni essenziali, comprese le licenze concesse dal governo degli Stati Uniti. Esse portano anche a un numero crescente di dinieghi di bonifici bancari, tempi di bonifico estesi (da 2 a 45 giorni), maggiori costi di consegna, assicurazione e bonifico bancario, nonché aumenti di prezzo segnalati per tutte le merci (in particolare le merci importate).

La Relatrice Speciale osserva con preoccupazione che la mancanza di risorse e la riluttanza di partner stranieri, banche e società di trattare con partner venezuelani comporta l’impossibilità di acquistare le necessarie attrezzature mediche e tecnologiche, reagenti e pezzi di ricambio per la riparazione e la manutenzione di elettricità, gas, acqua, trasporti pubblici, telefonia e sistemi di comunicazione, scuole, ospedali, alloggi e altre istituzioni pubbliche, che mina il godimento di molti diritti umani, compreso il diritto a una vita degna.

Nonostante la revisione periodica e l’aumento dei salari in Venezuela, lo stipendio medio nel settore pubblico è stimato tra i 2 ei 3 dollari USA al mese, che copre meno dell’1% del paniere di base del cibo e rende la popolazione sempre più dipendente sul sostegno sociale del Governo sotto forma di CLAP (pacchi di cibo) e periodici trasferimenti di denaro attraverso la “Carta de la Patria”, sovvenzioni multiple per funzionari pubblici, nonché aiuti umanitari esteri.

La Relatrice Speciale ONU osserva che ciò aumenta il livello di emigrazione, facilita la partecipazione delle persone all’economia grigia, interessando in primo luogo gli specialisti di alto livello del settore pubblico, inclusi medici, infermieri, insegnanti, professori universitari, ingegneri, poliziotti, giudici, tecnici e molti altri, violando i loro diritti economici, inclusi i diritti al lavoro, a un lavoro dignitoso, alla sicurezza sociale, inclusa la sicurezza sociale e a un livello di vita adeguato. Il numero di posti vacanti tra il personale necessario a garantire il normale funzionamento dei servizi pubblici sarebbe stato compreso tra 1/3 e 1/2. L’emigrazione di massa in assenza di trasporti a prezzi accessibili mette in pericolo la vita dei migranti e impone oneri aggiuntivi ai paesi ospitanti. Tra gli altri problemi, l’accesso a cibo, medicine e assistenza medica per i migranti venezuelani, la mancanza di documenti di identità per i bambini nati all’estero, la separazione delle famiglie e l’assenza di un’adeguata attenzione ai bambini che soggiornano con i nonni in Venezuela.

La Relatrice Speciale è preoccupata che la mancanza di benzina, con il conseguente aumento dei prezzi di trasporto, violi la libertà di movimento, impedisca l’accesso a ospedali, scuole e altri servizi pubblici, aggravi i problemi di consegna e distribuzione di cibo e forniture mediche – soprattutto nelle aree remote del paese, colpendo, tra le altre cose, la popolazione indigena e causando ritardi nei servizi pubblici, compresa la giustizia penale e civile. La segnalata mancanza di gasolio, utilizzato principalmente per scopi agricoli, industriali e di trasporto, ha un potenziale effetto drammatico sulla produzione e conservazione del cibo, con il rischio di aggravare ulteriormente l’insicurezza alimentare del popolo venezuelano, che sta già affrontando un deterioramento della quantità qualità del cibo e l’aumento della malnutrizione, aumentando così i rischi per la salute e le minacce alla vita.

La Relatrice Speciale rileva con preoccupazione che, a causa della mancanza di disponibilità di nuovi macchinari, pezzi di ricambio e personale competente, il popolo venezuelano ha un accesso limitato all’elettricità, il che impedisce, tra l’altro, il funzionamento delle pompe dell’acqua, con conseguente nella violazione del diritto all’acqua, compresa l’acqua potabile sicura e l’acqua sanitaria, aumentando i rischi di malattie rilevanti.

La Relatrice Speciale sottolinea che i bassi salari, l’assenza o l’insufficienza di materiale scolastico, uniformi scolastiche e cibo a scuola che il governo era solito fornire, i problemi di trasporto, l’assenza di elettricità e la copertura limitata di Internet e della telefonia mobile mettono in pericolo l’esercizio del diritto all’istruzione. Le ragioni di cui sopra, così come l’impossibilità segnalata di utilizzare risorse online con indirizzi IP venezuelani, influenzano l’accesso alle informazioni e la libertà di espressione.

La presunta riluttanza dei partner stranieri a cooperare con le istituzioni venezuelane, comprese le università, le società sportive e le ONG, nonché gli impedimenti ai trasferimenti di denaro, le difficoltà nell’ottenere i visti e il rifiuto di aprire e chiudere conti bancari di cittadini venezuelani o di società pubbliche e private con sede in Venezuela per paura di sanzioni secondarie, pregiudica il diritto all’istruzione, le libertà accademiche e i diritti culturali e impedisce la fornitura di aiuti umanitari.

La Relatrice Speciale teme inoltre che la carenza di gas, che costringe le persone a cucinare con il fuoco di legna, possa violare il diritto a un ambiente favorevole. Osserva che, per la necessità di garantire i bisogni umani essenziali per la sopravvivenza, il Governo ha sospeso tutti i programmi volti al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, compresi i progetti agricoli e sanitari, la tutela dell’ambiente, il miglioramento dell’alfabetizzazione e dell’informatica, la ricostruzione e altri.

La Relatrice Speciale sottolinea che il blocco di proprietà, beni e conti bancari di cittadini venezuelani da parte di banche e corrispondenti stranieri, spesso a causa di un’eccessiva osservanza, implica la violazione del diritto di proprietà. Rileva inoltre con preoccupazione che l’applicazione di sanzioni unilaterali contro il Venezuela incide sui diritti dei cittadini di paesi terzi, in particolare, la risoluzione di contratti con società di paesi terzi ha il potenziale rischio di incidere sui diritti economici e di proprietà dei loro proprietari e dipendenti; e l’assenza di contributi dal Venezuela, che era solito donare a progetti di assistenza regionale (ad esempio, ALBA), sta incidendo negativamente sul diritto all’aiuto umanitario dei suoi beneficiari oltre i confini del Venezuela.

La Relatrice Speciale ONU riconosce che le sanzioni selettive e secondarie violano il diritto al giusto giudizio, le garanzie procedurali, la libertà di circolazione, i diritti di proprietà e il diritto alla reputazione.

Le sanzioni contro i rappresentanti dei gruppi di opposizione per la loro partecipazione alle elezioni violano il loro diritto di esprimere la loro opinione e di partecipare agli affari pubblici.

Mentre il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (art. 275) offre alle persone inserite nell’elenco la possibilità di accedere alla Corte di giustizia delle Comunità europee, anche se non ci sono garanzie procedurali prima che vengano prese decisioni in merito alle sanzioni, La Relatrice Speciale rileva che l’accesso alla giustizia non è invece garantito per quanto riguarda le sanzioni degli Stati Uniti, soprattutto in considerazione delle numerose rinunce denunciate da avvocati statunitensi a presentare casi davanti all’OFAC a causa delle supposte minacce del Governo degli Stati Uniti e il conseguente timore di probabili sanzioni.

La Relatrice Speciale ONU conclude che le sanzioni imposte contro il Venezuela, i suoi cittadini e le aziende colpiscono il popolo del Venezuela e il suo territorio, sia nel settore pubblico che privato; cittadini di paesi terzi e datori di lavoro di società di paesi terzi colpiti da sanzioni secondarie o da timore di ritorsioni; i donatori e le ONG umanitarie internazionali; i beneficiari dell’assistenza di organizzazioni internazionali tradizionalmente finanziate dal Venezuela; le persone a basso reddito, le donne, i bambini e le persone con bisogni speciali o con malattie croniche o coloro che sono gravemente colpiti nell’ ambito di tutti gli aspetti dei diritti umani, inclusi i diritti civili, politici, economici e sociali e le attività culturali e il diritto allo sviluppo.

La Relatrice Speciale accoglie con favore i rapporti sull’accresciuto impegno del governo del Venezuela nei confronti dell’UNDP UNICEF, UNAIDS, OPS, altre organizzazioni internazionali e ONG ecclesiastiche, il settore privato e umanitario, nella fornitura di assistenza umanitaria, facilitando la ricostruzione dei sistemi idrici e la fornitura di vaccini, medicinali, analisi, reagenti, materiale scolastico e cibo, che sta aiutando 4 milioni di persone.

Tuttavia, La Relatrice Speciale è preoccupata per le segnalazioni di cattiva gestione nella distribuzione degli aiuti umanitari, sorveglianza e persecuzione del personale delle ONG nazionali coinvolto nel lavoro umanitario e per l’assenza di regolamenti provvisori per il lavoro delle ONG internazionali.

Raccomandazioni del relatore speciale

La Relatrice Speciale ONU fa affidamento verso tutte le parti sul loro obbligo, in virtù della Carta delle Nazioni Unite, di osservare i principi e le norme del diritto internazionale, inclusi i principi di uguaglianza sovrana, indipendenza politica, nell’intervento negli affari interni degli Stati e per risoluzione pacifica delle controversie internazionali.

La Relatrice Speciale sollecita che qualsiasi controversia venga contestata attraverso le istituzioni giudiziarie e altre istituzioni internazionali competenti.

La Relatrice Speciale sottolinea che le preoccupazioni umanitarie devono sempre prevalere sulle politiche e che le misure unilaterali possono essere prese solo tenendo conto dello Stato di diritto, delle norme dei diritti umani, del diritto dei rifugiati e del diritto umanitario; devono rispettare gli obblighi legali internazionali degli Stati e possono essere applicati solo nel quadro di contromisure legali riconosciute a livello internazionale. La Relatrice Speciale ONU ricorda che le valutazioni d’impatto umanitario preliminari e in corso devono essere effettuate nel corso di qualsiasi attività unilaterale, poiché nessuna buona intenzione giustifica la violazione dei diritti umani fondamentali come “danno collaterale“.

La Relatrice Speciale sottolinea l’inammissibilità di applicare di sanzioni extraterritoriali ed esorta il governo degli Stati Uniti a porre fine all’emergenza nazionale in relazione al Venezuela, a rivedere e revocare le sanzioni settoriali contro il settore pubblico in Venezuela, a rivedere e revocare le sanzioni secondarie contro paesi terzi e astenersi dall’imporre sanzioni sulla fornitura di gasolio e carburanti che provocherebbe una crisi umanitaria di proporzioni senza precedenti.

La Relatrice Speciale esorta tutti gli interlocutori (compresi gli Stati, le organizzazioni internazionali, le banche, le società private e la società civile) ad evitare coercizioni, minacce scritte o orali e qualsiasi altro atto che possa provocare o dar luogo ad un eccesso di adempimento, o che si interpretino tutte le limitazioni in eccessivamente ristretto nel periodo provvisorio prima della revoca delle sanzioni unilaterali, tenendo debitamente in conto che le Linee Guida emesse dal Relatore Speciale nel dicembre 2020.

La Relatrice Speciale chiede a tutti gli Stati di rivedere e revocare sanzioni selettive nel rispetto dei principi del diritto internazionale, dello Stato di diritto, dei diritti umani e del diritto dei rifugiati, che garantiscono la possibilità che i dipendenti dello Stato del Venezuela rappresentino lo Stato sulla base del principio di eguaglianza sovrana degli Stati, e che garantisce i diritti delle persone colpite, di presunzione di innocenza, di garanzie procedurali, dell’accesso alla giustizia e altri diritti fondamentali.

La Relatrice Speciale ONU esorta il governo del Regno Unito, del Portogallo e degli Stati Uniti e le banche corrispondenti a scongelare le attività della Banca centrale del Venezuela per acquisire medicinali, vaccini, cibo, attrezzature mediche e di altro tipo, forniture e altri beni essenziali per garantire i bisogni umanitari del popolo venezuelano e il ripristino dei servizi pubblici in collaborazione con l’UNDP e altri organismi delle Nazioni Unite e attraverso meccanismi reciprocamente concordati e controllati dall’ONU.

Pur riconoscendo l’effetto devastante delle sanzioni unilaterali sull’ampio ambito di applicazione dei diritti umani, in particolare il diritto al cibo, il diritto alla salute, il diritto alla vita, il diritto all’istruzione e il diritto allo sviluppo, il Relatore chiede in particolare al governo del Venezuela e l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani di attuare pienamente l’accordo di cooperazione firmato tra loro, per rafforzare la presenza dell’OHCHR sul terreno per monitorare, tra le altre cose, l’impatto delle sanzioni unilaterali e che organizzino visite delle procedure speciali pertinenti al paese.

La Relatrice Speciale ha invitato il governo del Venezuela, l’UNDP, ed altre agenzie delle Nazioni Unite e all’OACDH in Venezuela a negoziare un accordo che garantisca una distribuzione trasparente ed equa e non discrimini i beni essenziali e gli aiuti umanitari sotto il controllo delle istituzioni internazionali, indipendentemente da razza, sesso, nazionalità, età, credenze religiose o opinioni politiche, tenendo debitamente in conto i gruppi sociali con bisogni speciali.

La Relatrice Speciale fa appello al governo del Venezuela in modo che, in collaborazione con il coordinatore residente delle Nazioni Unite e l’OHCHR in Venezuela, termini di redigere una legislazione chiara e non discriminatoria che consentirà e faciliterà il lavoro umanitario di ONG internazionali e nazionali in Venezuela e garantisca la sicurezza e l’integrità del loro personale. Allo stesso tempo, richiama le ONG umanitarie all’obbligo di agire rispettando le norme dell’attività puramente umanitaria.

(tratto da https://cambiailmondo.org/2021/02/13/venezuela-la-relatrice-speciale-dellonu-alena-douhan-sulla-situazione-dei-diritti-umani-e-gli-effetti-delle-sanzioni-coercitive-e-unilaterali-sulla-popolazione/)

SGHERRI/BAGGI/FABBRI (PRC-SE) – STOP SFRATTI: adesione di Rifondazione Comunista alla giornata di mobilitazione di martedì 16 febbraio.

La crisi economica scaturita dall’emergenza covid 19 é giunta  a un punto cruciale: la fine del blocco dei licenziamenti, previsto a marzo, e la fine del blocco dell’esecuzione degli sfratti rischia di far esplodere uno tsunami sociale: famiglie senza reddito e senza un tetto sulla testa: situazione assolutamente insostenibile e foriero di grandissime tensioni sociali se non rivolte.

Eppure poco si coglie nel recovery found e ancora meno nel nuovo governo che nasce sotto la guida di Draghi.

Forse un attenzione  maggiore sul tema lavoro (ma mal interpretata, si aiuti chi dovrebbe dar  lavoro piuttosto che a chi perde il lavoro!) ma meno che poco sul versante dell’emergenza abitativa.

Il Governo Conti aveva preso provvedimenti “tampone” per fronteggiare l’emergenza, ancorché i fondi destinati erano insufficienti al bisogno, ma nessun provvedimento strategico per risolvere alla fonte il bisogno.  L’unico provvedimento serio, era stato il blocco delle esecuzioni degli sfratti (che non aveva però bloccato, scusate l’ossimoro, la crescita dei provvedimenti giudiziari per il riconoscimento degli sfratti, aumentando così il numero delle esecuzioni da fare).

Un blocco concesso per pochi mesi, e via via reiterato fino all’ultimo (che registra delle restrizioni) che arriva al 30 giugno.

Già al Senato c’era stato un tentativo di restringere drasticamente l’applicazione del blocco dell’esecuzione degli sfratti, ora con la partecipazione  della Lega al Governo c’è da temere   seriamente che nella conversione in legge del DL milleproroghe, si trovasse il modo di cancellare il blocco delle esecuzioni degli sfratti.

Cosa succerebbe? Che entro un mese o due le famiglie in difficoltà economica si troverebbero scaraventate in mezzo alla strada perché private dell’abitazione.

Niente è stato fatto  in più di 20 anni, e ancora niente è stato fatto dopo la gravissima crisi economica esplosa in conseguenza delle misure restrittive adottate per fronteggiare la crisi sanitaria, e ora si può  davvero pensare che sia socialmente tollerabile l’equazione perdi i l lavoro = perdi la casa?

Le organizzazioni dell’inquilinato Sunica, Sicet, Unione Inquilini, Asia, Uniat Conia lanciano una giornata di mobilitazione prevista per martedi 16 febbraio con presidi organizzati sotto Prefetture, Comuni e Regioni.

Con convinzione Rifondazione Comunista aderisce alla giornata di mobilitazione partecipando anche con la presenza dei propri sportelli casa.

Non solo siamo convinti che il blocco degli sfratti non debba esser in alcun modo cancellato ma al contrario pensiamo che debba essere prorogato fino alla realizzazione di un piano straordinario casa.

Le soluzioni ci sono, è possibile ampliare sensibilmente il parco degli alloggi pubblici  riconvertendo velocemente il patrimonio pubblico (a qualunque titolo pubblico) compatibile con la residenza. Senza consumo di suolo, è possibile avviare in pochi mesi programmi di riqualificazioni di aree urbane a partire dal ritorno della residenza per alloggi popolari, social housing e affitti calmierati.

Prorogare il blocco delle esecuzioni degli sfratti facendo distinzione tra i piccoli e piccolissimi proprietari (dalla la grande proprietà immobiliare che vuole continuare a speculare), detassandoli subito per gli affitti non percepiti.  Nessuno cada nella trappola di Salvini che invoca la difesa del  proprietario di un unico appartamento, (che non può rientrare in possesso del suo unico bene, semmai per darlo al nipote che non ha casa) per proteggere invece gli interessi della speculazione immobiliare.

La priorità oggi è quella di evitare lo tsunami sociale che nascerebbe dalla scelta di scaricarsi dalle responsabilità nei confronti delle famiglie più fragile, colpite dalla perdita del lavoro o ridimensionamento del reddito e ora anche dalla  perdita dell’alloggio.

Le soluzioni abitative ci sono, non si può scaricare sui più deboli la soluzione di un’emergenza abitativa che colpevolmente i governi hanno ignorato da diversi decenni.

Monica Sgherri, Responsabile nazionale casa e diritto all’abitare

Fabrizio Baggi, Segretario regionale Lombardia

Maurizio Fabbri, Segretario regionale Lazio

Partito della Rifondazione Comunista / Sinistra Europea