Autore: Rino

RIFONDAZIONE: LA RIPRESA… DEI LICENZIAMENTI

Un’altra multinazionale dell’automotive, la statunitense Timken, ha annunciato ieri la chiusura dello stabilimento di Villa Carcina, in provincia di Brescia, e il licenziamento di 106 lavoratori.

Dopo la Gianetti Ruote  di Ceriano Laghetto e la Gkn di Campi Bisenzio è la terza azienda del settore che, in pochi giorni, approfitta dello sblocco dei licenziamenti per procedere alla cessazione delle attività e lasciare a casa i propri dipendenti.

E viene fatto con modalità  cui queste società di rapina ci hanno abituato da anni: un totale disprezzo per la dignità delle persone   e la più completa indifferenza  sulla sorte dell’economia dei territori.

Non erano necessarie queste nuove verifiche, sulla pelle dei lavoratori, per capire che la  famosa “presa d’atto”  di governo e parti sociali con annessa raccomandazione alle imprese a non licenziare  era solo una foglia di fico senza alcun effetto.

Dietro questa scelta è evidente la volontà di questo governo di continuare a fidare nelle logiche del mercato e del profitto, le stesse che hanno prodotto il declino economico e produttivo del paese, sei milioni di disoccupati reali e condannato milioni di persone, specie donne e giovani a lavori precari con tutele sempre più scarse e salari da fame.

Non è un caso che il governo non abbia uno straccio di politiche industriali, che di fronte ai rischi enormi che la rivoluzione  della mobilità in atto produrrà sul settore dell’auto e sulla componentistica, nel Pnrr non se ne parli nemmeno.

Salutiamo positivamente  e sosteniamo le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici della Gkn, della Gianetti e ora della timken, ma non si può continuare a difendere una fabbrica alla volta con lotte parziali come avviene da tempo.

Ai piani di ristrutturazione globale del sistema produttivo ai danni dei lavoratori  bisogna rispondere con la ripresa di grandi lotte unitarie per affermare il primato del lavoro e delle persone rispetto ai profitti; per una riconversione ambientale delle produzioni che abbia al centro un grande piano per l’occupazione fondato sulla  riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il rilancio del pubblico, più diritti per tutte e tutti.

Antonello Patta, Responsabile nazionale lavoro
Fabbrizio Baggi, Segretario della Lombardia
Partito della Rifondazione Comunista /Sinistra Europea

Venti anni fa era il 2001

ADRIANO ARLENGHI

La maglietta nera le sta un po’ larga, ma lei non se ne cura. La scritta è facile da leggere e dice no alla repressione. Con i nipoti per mano, bambini curiosi e spaesati ed un cagnolino antipatico al guinzaglio, Haidi gira attorno alla piazza. Piazza Alimonda.

Un luogo che ormai è conosciuto in tutto il mondo. Invecchiata tantissimo, il dolore e il tempo hanno lasciata traccia. Caparbia e decisa come sempre, la stessa grinta di quando venne a Vigevano a parlare ad un palazzetto pieno di gente del suo ragazzo, dei tanti ragazzi pieni di voglia di esistere. Abbraccia e bacia tutti perché oggi è un giorno che le appartiene di diritto. Appartiene a lei e a Carlo. Carlo è morto proprio qui e una mano ignota ha vergato col pennarello nero sul marmo della strada la scritta “semplicemente ragazzo”. Sedici anni fa. Il sole oggi è meno cattivo di allora, nuvole amiche rendono l’aria respirabile, non c’è puzza di lacrimogeni e dai piani alti delle case non scende più acqua fresca.

Oggi le facce sono rilassate, gentili. Eravamo in tanti qui quel giorno anche di Mortara, eravamo in tanti e tutti con l’impressione che si stesse saldando un movimento pacifista e antisistema capace di rompere l’epopea liberista , forze marxiste e cattoliche a braccetto spezzoni di associazioni di volontariato di ogni fattura, mille sigle tutte qui. Da tutta l’Europa e oltre. Con i loro sogni. Con le mani bianche. Con Zanotelli che correva sui e giù instancabile e Vittorio Agnoletto, sempre gentile, portavoce del Genova social Forum.Dal palco dicono che non dobbiamo dimenticare quel giorno, quella sospensione di democrazia, la città violentata dalle barricate per chiudere i quartieri del centro e far posto ai potenti della terra.

Un pomeriggio dedicato agli invisibili. Sul palco ecco un coro partigiano , ecco l’orchestrina del suonatore Jones, ecco i Figli del Vento. Guardo a lungo in faccia Giuliano. Impassibile, la pelle corrosa dal sole e dalla fatica. Attento solo che la mani vada avanti con successo. Con la morte nel cuore. Per questo suo figlio sfortunato, che non sapeva se andare in piazza od al mare. Per le menzogne che hanno inventato su di lui. Per la vergogna delle finte molotov. Per tutte le cose strane che accaddero. Per i poliziotti macellai che hanno fatto carriera , su su fino alle armi vendute al mondo tramite Finmeccanica. Un figlio è sempre un brandello del tuo cuore. Non hai bisogno di nominarlo per sentirlo al tuo fianco. E’ sempre sui tuoi passi, inciampa nel tuo respiro. Alle diciassette e ventisette, nell’ora in cui Carlo uscì dall’inferno, Giuliano chiede un momento di silenzio.

Haidi non vuole, a tre metri da me sempre insieme al suo cane anzianotto che sbanda e lecca tutti, non vuole il silenzio . Reclama dai compagni il nome di Carlo, la consolazione che lui è ancora qui e “ lotta insieme a noi”. Nel cielo sale sotto un sole imperscrutabile un rosario di slogan. Un vecchio partigiano dopo tre ore di attesa si alza improvvisamente e invoca una nuova resistenza ,dopo quella storica che lui ha fatto proprio sulle montagne alle spalle della città.

Magone, una ragnatela di tristezza si diffonde attorno. Vedo donne che si asciugano gli occhi. Una ragazza piange silenziosamente di nascosto. Giuliano si gira di scatto e abbraccia il vecchio partigiano.

E’ tardi ormai e devo raggiungere di corsa la stazione di Brignole. Ultimo treno, ultima possibilità del giorno. Vado veloce, un occhiata alla lapide di Carlo che vive tra fili d’erba in un giardino sulla piazza. Ogni anno da quel tragico 2001 io vado il venti di luglio in Piazza Alimonda.

Non è solo un pellegrinaggio laico, una rievocazione dell’anti gi otto. E’ un modo per recuperare la forza delle idee e l’intransigenza dei miei anni migliori. Così ci vado per ritrovare quel mondo che anche oggi sarà a Genova. Molto più vecchio di allora, ovviamente ma non meno ricco di desideri. Ci sono molte cose che mi ricordano quel giorno. Innanzitutto il caldo feroce di quei 34 gradi che oggi come allora, picchieranno sulla mia testa. Poi c’è il ricordo di un amico lomellino che in Liguria era andato a vivere e che il destino ha strappato alla vita. Con il quale senza bisogno di appuntamenti e senza scriverci o telefonarci ci ritrovavano ogni volta in Piazza Alimonda.

Nonostante quel movimento sia oggi disperso in mille rivoli e si sia sfilacciato, mi accorgo che le ragioni di quel tempo, l’entusiasmo e la voglia di cambiare tutto, sono ancora presenti in tanti compagni di allora. C’è ancora nel vento l’ eco delle canzoni di Manu Chao e il sogno che sottolineava quell’antico slogan : “voi otto, noi sei miliardi”. Per sentirlo però è necessario essere lì.

20/7/2001 G8 GENOVA

Racconto dei fatti accaduti in quel terribile 20 Luglio 2001 a Genova scritto pochi giorni dopo da Piero Carcano e successivamente ripreso come una ossessione mai rimossa nel tempo

Sulla decisione di andare a Genova a manifestare non ho mai avuto il minimo dubbio o alcuna esitazione.

Appena si è saputa la notizia che il vertice delle 8 cosiddette “grandi nazioni” si sarebbe tenuto a pochi passi da casa, l’unica incognita poteva essere “come?, con chi? Sotto quale bandiera? Gruppi antiglobal locali? associazioni culturali a cui appartengo? gruppi politici a cui per affinità più che per tessera sento di appartenere?”

Le motivazioni erano infatti tutte molto forti a cominciare dal perché queste poche persone si arrogano il diritto di poter decidere della vita delle popolazioni del mondo?

Perché riunirsi in pompa magna per decidere, bontà loro, di dare qualche briciola a chi hanno tolto 100, 1000 volte tanto e molto, molto di più?

Perché questi, e con loro, sopra di loro, poche multinazionali possono comandare, modificare, usare l’ambiente a loro vantaggio esclusivamente economico, inquinando e affamando intere popolazioni già povere?

E’ per riconfermare a tutto il mondo che i padroni sono loro che si tengono questi incontri, ed è quindi doveroso opporsi sostenendo le ragioni di un mondo più giusto: dall’azzeramento del debito di questi paesi alla ricerca di un’economia più equa nei suoi meccanismi all’investimento in attività umanitarie come il diritto alla salute, i prestiti a sostegno di uno sviluppo compatibile socialmente ed ecologicamente.

Infine ma non per ultimo è giusto cercare di arginare la deriva dei diritti del mondo del lavoro, accentuata dalle politiche della globalizzazione che consentono un uso dei lavoratori come merce. Sfruttamenti, licenziamenti, lavoro precario e flessibile, da poter usare nei tempi, nei modi e nei luoghi a piacimento dell’azienda.

Proprio su questi problemi e perché no anche per trovare nel mio lavoro di bancario un disperato senso etico, mi è sembrato fosse giusto, doveroso schierarsi.

Forse perché ritengo sia più importante manifestare un pensiero in controtendenza partendo proprio dall’altra parte, da quel mondo del capitale, del denaro, del potere che è costituito dalle Banche.

Per questi motivi la bandiera sotto cui stare non poteva che essere quindi quella del sindacato, il FALCRI sindacato autonomo dei lavoratori del credito, l’unico del settore ad aver realizzato (grazie a noi) qui a Milano un anno prima un convegno sulla globalizzazione.

Orgogliosamente lo riterrei uno dei momenti sindacali più attivi, nuovi e propositivi per una categoria spesso chiusa in problemi corporativi.

Lì parlando di poveri, ma anche di ambiente, di diritti negati ai bambini, di libertà e salute aprivamo porte lasciate chiuse. Quello è stato una specie di Social Forum e quindi Genova 2001 non poteva che essere l’ideale continuazione dopo essere stati anche al Social Forum di Firenze dove incontrare Noam Chomski, Vandana Shiva è stato come essere essere protagonisti di idee, di cambiamenti per un Altro Mondo Possibile.

Non solo un sindacato quindi, ma un’anomalia fatta di compagni, gli amici di sempre, non solo di lavoro anzi direi soprattutto di “movimento”.

Con loro non si è mai fermi, che si tratti di discutere un contratto nazionale o di controllare l’igiene e la sicurezza sul posto di lavoro, o che si organizzi una mostra di libri, una manifestazione sull’handicap o un concerto delle “mondariso”.

Su cosa avremmo trovato a Genova nessuno di noi poteva saperlo. Dovevamo esserci e basta! E per fortuna che come noi c’erano centinaia di associazioni, migliaia di persone di diversa estrazione e colore.

Bene abbiamo fatto a scegliere Piazza Manin come punto di ritrovo, il 20 luglio in quella che era stata battezzata “La giornata delle piazze tematiche e della disobbedienza civile”. Proprio lì infatti sarebbero confluite le diverse anime, soprattutto le più pacifiche di quel minestrone dai mille sapori che è la rete di Lilliput, lì riuniti con banchetti, palloncini e striscioni in un clima di festa.

Certo sarebbe stato bello partecipare ai convegni, ai dibattiti dei giorni precedenti, al Genova Social Forum e dialogare con i filosofi, gli scienziati ed i santoni no global, ma soprattutto cantare, suonare e ballare nel coloratissimo corteo dei migranti del giorno prima, ma gli impegni di lavoro e soprattutto  di famiglia non  ci permettevano un  periodo lungo  di assenza  .

Si è deciso così per il venerdì 20 e tutto era cominciato bene, fin dal mattino sul bus che da Nervi ci portava a Genova con i ragazzini gioiosi di Pinerolo arrivati come in gita con magliette gialle originali con scritte no global d’obbligo. Anche noi non eravamo da meno con la nostra maglietta autoprodotta (solo un po’ troppo aderente visto il fisico non più da ventenne) disegnata da Alberto che mostrava una G ricurva seduta a vomitare su un “cesso” a forma di 8 e una scritta “Fuck the Niù Ekkonomy” ispirata dall’ultimo libro di Stefano Benni, che lasciava pochi dubbi sul nostro pensiero.

No, non ci sentivamo vecchi vicino a quei ragazzi dalla parvenza oratoriale emozionati di essere a Genova a manifestare forse per la prima volta.

Una certa emozione c’era comunque anche tra noi, non lo nascondo, motivata dal senso di appartenenza, di fratellanza con tutti quelli che erano arrivati lì per manifestare da tutto il mondo, anche noi parte attiva di quella tribù allegra, variopinta e creativa. Quasi un festival, un happening dalle portaerei di cartone che si trasformavano in scuole e ospedali, alle mutande giganti che prendevano in giro i potenti capi di stato e le “esternazioni” del nostro presidente del consiglio che non voleva vederle perché indecorose; a Don Gallo e Franca Rame vestiti da carcerati e altro tanto ancora.

La sensazione è di quelle giuste, si sta bene con la Rete di Lilliput, Mani Tese, le femministe ed i comunisti turchi, gli amici del centro sociale di Novara e con l’amico Stefano Apuzzo “mitico” animalista a sfilare in corteo con noi.

Con il nostro striscione veniamo accolti con sorpresa e simpatia, qualcuno dei bancari presenti in incognito al seguito di altre associazioni ci incoraggia, ci vuole conoscere, parlare, scambiare indirizzi.

Radio Popolare ci intervista, vuole sapere se abbiamo preparato qualche animazione, qui tutti i gruppi di affinità hanno preparato un intervento da fare nel momento collettivo della protesta.

Noi abbiamo solo una canzone ma verrebbe da dire “i no global per questo G8 è da mesi che si stanno preparando ma noi non ne abbiamo avuto il tempo “Num fin a ier uma lavurà!” ma non mi tiro indietro e a voce nuda accenno, con i miei compagni a rispondere in coro rappando a “cappella” il ritornello “Ma per un bambino non c’è sorriso se lavora quindici ore per un pugno di riso…” di “Diritti e Dignità” composta insieme agli altri amici-musicisti dei Cantosociale che avrebbero voluto anche loro essere li con noi a suonarle. 

Superato il mezzodì si va ad attaccare simbolicamente la “zona rossa” di piazza Corvetto, ma dopo poche centinaia di metri si capisce subito che le cose non andranno come previsto, tronconi di un altro corteo, quello dei “creativi” gli artisti i “pink” tedeschi e francesi, si inserisce nel nostro sospinto dalle cariche della polizia che sta andando giù dura contro chi si avvicina alle gabbie delle altre zone.proibite.

Infatti il sit-in previsto per le 14.00 non si può più fare.

Genova diventa improvvisamente una città maledetta, le strade che prima erano mute e deserte si riempiono di gente che da sola o a gruppi scappa mostrando evidenti segni di scontri, sangue, lividi, teste spaccate e magliette strappate.

Giovani dall’aria spaesata e smarrita si sentono traditi dalle forze dell’ordine “ci hanno attaccato senza alcun motivo”.

In piazza Manin sotto una cortina di lacrimogeni terribili, urticanti al peperoncino, impauriti e sanguinanti alcuni ragazzi piangono proprio davanti ai banchetti che erano festanti solo un’ora fa ed ora sono ridotti a macerie, come se fossero passati dei barbari.

Lì intorno in effetti ci sono ragazzi in tuta nera e poliziotti con bandane nere e tute antisommossa che poco o niente si differenziano, sembrano masnadieri pronti a tutto.

Più in là li vedono, i Black, da vicino saccheggiare un supermercato sfondando la vetrata e depredando tutto e poi incendiando con i poliziotti che vedono e nulla fanno stando a debita distanza lasciando che questi si muovano in gruppo come squadracce fasciste.

La manifestazione non ha più ragion d’essere, la città è in guerra, in stato d’assedio.

Elicotteri sorvolano a bassa quota, fumo e ambulanze riempiono l’aria mentre noi disperatamente cerchiamo di uscire dal labirinto di Brignole risalendo e scendendo vie strette, superando trappole e cambiando spesso percorso cercando di stare uniti usando i cellulari come trasmittenti, due di noi davanti in ricognizione e noi dietro a seguire fermati a volte dai cassonetti bruciati che spostiamo dalla strada per far passare le ambulanze.

Riscendendo verso Nervi, dove avevamo il nostro pulmino, ci mescoliamo al corteo della disobbedienza civile, lo percorriamo al contrario cercando una via di fuga, in testa vediamo ancora fumo, sentiamo colpi e lì a poca distanza verrà ucciso Carlo Giuliani.

Nel corteo numerose ed improvvise fughe sospinti dalle azioni violente dei Black Block, il blocco nero in assetto di guerriglia organizzati come una falange militare, un corpo di guastatori che nonostante venissero respinti, rientravano a lanciare sassi e molotov difficile pensarli come anarchici idealisti nella mia idea romantica e originaria del termine. Qui sembravano mandati apposta a distruggere le nostre intenzioni forse utopiche, a farci del male.

Finalmente dopo oltre 3 ore di cammino e di corse, usciamo dall’inferno e approdiamo come viandanti in fuga al primo “porto franco” aperto nella via per Nervi: un circolo Arci affiancato da una sede dell’ANPI.

Ci è apparso subito come un luogo famigliare e di amici, “siamo venuti in pace!” ho detto entrando con le braccia alzate ed in mano un salame e dal bancone del bar la signora mi risponde con una battuta “Ah! Se siete con Bush qui non si serve niente!”

Ci sediamo al tavolo, la gente si avvicina per sapere, “ma voi con chi eravate?” “Da che zona venite?” “Ma in città è così un’inferno?” Come fosse gente di Beirut, Sarajevo, Roma “città aperta”.

Un portuale simpatico, dai lineamenti duri si avvicina per salutarci prima di andare via, ci dice “Domani ci saremo anche noi a darvi una mano nella manifestazione, ci saranno 15.000 camalli incazzati!” “Però cosa vuol dire bruciare le macchine…..uno magari ha fatto delle cambiali per pagarla e quelli lì gliela bruciano, a un lavoratore come noi!”

Rifocillati e rincuorati prendiamo il bus di ritorno per Nervi dove abbiamo la macchina, sono poche fermate, e lì tra le facce dei giovani manifestanti sudati, stanchi e pestati apprendiamo della tragedia.

Quegli occhi sbarrati, il silenzio irreale, in un luogo così affollato, interrotto da brevi bisbigli, quella parola “un morto” sono ancora molto nitidi nella memoria e chissà se sfumeranno col tempo.

La rabbia, la tristezza, i se ed i ma, le nostre risposte su quello che era successo, i confronti con la storia recente e passata si susseguono confusi con le onde radio sulla macchina nel viaggio di ritorno.

La convinzione è che dopo questa giornata nulla sarà più come prima anche per noi.

La sera tardi mi addormento a casa dopo ore e ore passate con l’orecchio alla radio per catturare notizie, voci, impressioni senza riuscire a dire una parola anche con mia figlia e mia moglie.

Chiudo gli occhi sull’ultima immagine in TV di una Genova buia, notturna con il faro dell’elicottero della Polizia a controllare, cercare, spiare, comandare dall’alto.

Uno shock che si trascina per giorni, così come il dolore inguinale crescente, “regalo” di quella maledetta giornata, che sarebbe culminato in settembre con un’intervento chirurgico all’ernia, e soprattutto una pressante quasi terapeutica esigenza di raccontare, discutere, parlare di quello che è successo, di quello che ci poteva succedere, a chi c’era e soprattutto a chi non c’era e che chissà quale idea si sarà fatto dai tambureggianti media, appositamente “mediati”.

Questo è stato il racconto che una settimana dopo i fatti di Genova ho sentito la necessità di scrivere non necessariamente per essere pubblicato, soprattutto per me stesso, quasi un esigenza psicofisica, e oggi a distanza di anni credo sia giusto metterlo insieme a mille altre racconti che da quei giorni si sono susseguite, orali e scritte. Per testimoniare con le proprie esperienze a tutto quello che ci han voluto dire e scrivere di falso, e rispondere a chi diceva e ancora dice “se uno sta a casa queste cose non gli succedono…si sapeva che quelli li sarebbero andati là per fare casino… ti è andata ancora bene!”. Che non si può sempre stare a guardare.

Incontrando poi recentemente il papà e la mamma di Carlo Giuliani il 25 Aprile scorso a Costa Vescovato su una collina prima di un nostro concerto, a parlare di resistenza e di pace ho sentito l’esigenza di recuperare la poesia che avevo scritto in quei giorni e che nelle intenzioni sarebbe dovuta diventare una canzone ma non ho mai trovato la musica giusta per esprimere in pieno la tristezza, il dolore, la rabbia.

Questo l’ho scritto dieci anni fa …e oggi?

A distanza di vent’anni considero quei giorni e quegli anni un’esperienza che ha aperto e al contempo chiuso molte strade, forse un utopia, quel movimento che è stato volutamente e scientificamente stroncato ma… le idee non muoiono mai… e allora a distanza di anni quell’aria l’ho respirata, almeno questa è stata la mia percezione e non solo la mia nelle manifestazioni sul clima pre pandemia e credo potranno riprendere spero con ancora più forza comprendendo altri temi connessi. Forsa giuinott l’idea l’è mai morta!!!

Questa la poesia

20.7.G8

G8 GENOVA

GIOCOSO GIOIOSO VOCIARE

SOLIDALE                        

BANK ETICO AMBIENTALE

MANIN MANITESE PER INCONTRARE

PIAZZE VICOLI A RIEMPIRE

IN RETE SOLARE MANIFESTARE RADIOPOPOLARE

IN CORTEO INGENUI ASTANTI

LILLIPUZIANI SALTELLANTI

MUTANDE A VELEGGIARE SBEFFEGGIARE

SUPPONENTI NARCISI

CINICI DUCI DI BON TON

IMPROVVISAMENTE  IMPROVVIDO

INFIDO CALDO POMERIGGIO SALE

ALTE PESANTI GABBIE IDRANTI

SIRENE URLANTI 

CAMIONETTE ARREMBANTI

IMPERIALI PROTERVI ELICOTTERI OSSERVANTI

E’ STATO DI POLIZIA

FUMO ACRE DI BRUCIATA VIA

IMPEDITE USCITE IN LABIRINTO DI PAURA

CELERE DURA BANDANE SCURE BARBARE INCENDIARIE FIGURE

CONFUSI FREDDI PRESAGI IN ANSIMANTE CORSA

A PRECIPITARE SUL BUS

STRETTI   

BISBIGLI SOSPETTI

SGUARDI DIRETTI

UNA VOCE

LA RADIO

UN MESTO RICORDO

UN MORTO.

A Genova 20 anni dopo, avevamo ragione e non abbiamo cambiato idea

RIFONDAZIONE COMUNISTA

Tornare a Genova, dopo 20 anni dal G8, dalla meravigliosa ricchezza espressa dai movimenti, dalla brutalità della repressione culminata con l’uccisione di Carlo Giuliani, con la mattanza della Diaz e con le torture a Bolzaneto, non è per Rifondazione Comunista una celebrazione.

Semplicemente non ce ne siamo mai andati da tutti i luoghi, percorsi, tentativi di contrastare il capitalismo neoliberista. Partecipiamo in questi giorni alle assemblee, alle manifestazioni, ai momenti di approfondimento perché convinti che di un movimento forte questo paese e le classi popolari abbiano urgente bisogno.

Perché i danni prodotti dai “grandi” asserragliati 20 anni fa nella zona rossa, continuano a far male, anzi le scelte di austerity, di privatizzazione, di compressione dei diritti e dei servizi essenziali, sono alla base anche dell’emergenza sanitaria da cui ancora non siamo usciti.

Siamo a Genova perché – al contrario di molti – non ci siamo arresi al pensiero unico neoliberista e al capitalismo come religione assoluta, perché in questo paese, nel continente e nell’intero pianeta c’è da fare una rivoluzione, perché quasi ovunque nel mondo, le distanze fra sfruttati e sfruttatori sono aumentate, perché le condizioni ambientali, l’accesso ai generi di prima necessità, a salari decenti, alla salute, alla scuola, alla libertà di movimento, sono negati oggi più di allora.

Siamo a Genova perché un altro mondo non solo è possibile ma è necessario e vogliamo/dobbiamo, costruirlo insieme.

Ma ci siamo anche con Carlo nel cuore, col ricordo delle tante e dei tanti pestati dalle sedicenti forze dell’ordine e con la rabbia per i leader politici e della polizia rimasti impuniti per i crimini commessi.

Oggi parteciperemo alla Gira zapatista perché fu l’Ezln – con cui entrammo subito in contatto – a dare il via al movimento per l’umanità contro il neoliberismo.

Fummo l’unico partito italiano totalmente interno al movimento dei movimenti presente a Seattle, Porto Alegre e a Genova dove partecipammo in decine di migliaia.

A Genova nel 2001 emerse uno spazio sociale e politico radicale che era alternativo nei contenuti ai due poli di centrodestra e centrosinistra.

Nell’Italia di Draghi ce n’è ancor più bisogno.

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

#genova#Genova2001#CarloGiuliani#G8Genova#EZLN#ezlneuropaRifondazione Comunista GenovaRifondazione Comunista Liguria

Immaginate, se ci riuscite, di vivere su un’isoletta sperduta tra l’Oceano Atlantico, il Mar dei Caraibi e il Golfo del Messico.

EMILIANO RUBBI

Immaginate che, sull’isoletta sulla quale vivete, la mortalità infantile sia più bassa che negli Stati Uniti, immaginate che su quell’isoletta nessuno muoia di fame e il popolo abbia il diritto di poter studiare gratuitamente e di usufruire della sanità pubblica, diversamente da quanto accade in tutti i paesi vicini.

Immaginate che, mentre gli altri spedivano soldati e carri armati in giro per il mondo ed “esportavano la democrazia” a forza di bombe, la vostra isoletta mandasse medici e infermieri.

E adesso immaginate che l’isola sulla quale vivete sia sotto embargo da sessant’anni per volontà del paese militarmente più forte del mondo.
La maggior parte della popolazione non era neanche nata, prima dell’embargo.

Poi è arrivato il Covid.
E la vostra isoletta ha spedito medici e infermieri anche in posti lontanissimi, come l’Italia, per aiutare quelli che, in quel momento, se la stavano passando peggio.

Immaginate che, per l’ennesima volta, poco più di un mese fa ci sia stata una votazione all’Onu in cui si chiedeva di rimuovere l’embargo, e in quella votazione ci siano stati solo due voti contrari, ma sufficienti ad annullare il provvedimento: quello di Israele e quello degli USA.

Adesso immaginate che sulla vostra isoletta, ultimamente, il Covid abbia colpito fortissimo.
Ma immaginate anche che, con una sanità sotto embargo e con una popolazione numericamente paragonabile alla Lombardia, la vostra isoletta sia comunque riuscita a produrre autonomamente non un vaccino, ma due: “Abdala” e “Soberana 2”.

E adesso immaginate che, in piena pandemia, quei vaccini non possano essere utilizzati, perché mancano le siringhe.

E immaginate che nessuno ve le possa mandare, quelle siringhe, perché qualsiasi paese che lo facesse incorrerebbe in sanzioni da parte degli Stati Uniti.

Immaginate che una superpotenza abbia così tanta paura di voi e di quello che rappresentate da voler ridurre allo stremo la vostra popolazione, pur di convincerla a ribellarsi.

Immaginate che quella superpotenza, quella degli “esportatori di democrazia”, abbia supportato e appoggiato, negli anni, le più feroci dittature del pianeta, ma di voi abbia ancora una paura fottuta.
E immaginate che faccia di tutto, da anni, per convincere il vostro popolo a scendere in piazza e destituire il governo.
E tutto questo sulla vostra pelle e su quella di chi vi sta accanto, giocando a Risiko con le vostre vite.

Immaginate che degli scontri di piazza violenti, gli stessi scontri che possono essere avvenuti negli USA durante le proteste per l’assassinio di George Floyd, o in Italia durante il G8, diventino istantaneamente un motivo per istigare l’intera opinione pubblica globale contro la vostra isoletta.
E adesso immaginate che nessuno abbia detto nulla della manifestazione successiva, in cui la gente è scesa in piazza per supportare il governo.

E immaginate di dover spiegare il perché di tutto questo a un mondo che, ormai, non si chiede neanche più perché, nonostante siate sotto embargo da 60 anni, ve la passiate comunque infinitamente meglio del 99% dei paesi che vi stanno accanto.

Immaginate di vivere a Cuba.

Festa provinciale di Rifondazione Comunista Pavia

Anche quest’anno a Bereguardo presso la Cooperativa di Consumo via Ticino 23, nei giorni 30 e 31 luglio e l’1 agosto Rifondazione Comunista tiene la sua  consueta festa provinciale.

E’ un appuntamento ora mai fisso, con la quale terminiamo le nostre attività politiche prima della pausa estiva.

Solo l’anno scorso non abbiamo potuto organizzarla a causa del COVID.

Come sempre la nostra festa sarà un momento conviviale e di divertimento, sono previste per tutte e tre le sere musica dal vivo, musica popolare, musica per ballare e musica rock.

Ovviamente non mancherà una cucina di ottima qualità e a prezzi popolari.

Sono previsti anche due iniziative politiche in senso stretto, un incontro, sabato pomeriggio con Nando Mainardi caporedattore della Rivista Su La Testa che presenterà la rivista stessa.

Domenica pomeriggio invece ci sarà un’iniziativa gestita dai Giovani Comunisti che discuteranno di politica con Nicolò Martinelli.

Lo scopo politico di questa nostra iniziativa, come sempre, è quello di offrire a tutta la cittadinanza ma soprattutto a tutte quelle persone che non si riconoscono nelle politiche neoliberiste, tanto condivise sia dal centrodestra sia dal centrosinistra, un luogo d’incontro e di confronto.

Da anni come Rifondazione Comunista lavoriamo in solitudine per costruire un’opposizione di massa a queste politiche economiche e sociali impostaci da un sistema capitalista che sta provocando danni enormi alla società e al pianeta.

Per ultimo, ma non per importanza la festa è per noi una fonte importante di autofinanziamento.

Grazie al lavoro volontario e gratuito dei nostri militanti la festa ci permette di avere risorse economiche per svolgere le nostre attività politiche.

Ringraziamo in anticipo tutti/e quei cittadini che verranno a trovarci.

Partito della Rifondazione Comunista federazione Pavia

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Pavia: privatizzazione dei servizi

PAOLO CATTANEO

Dopo un percorso lungo e tortuoso durato più di dieci anni, opaco e poco pubblicizzato, siamo di fronte all’ultimo passaggio di una alienazione e/o privatizzazione di importanti servizi pubblici a Pavia quali la vendita e distribuzione di gas, la produzione e distribuzione di energia elettrica, il teleriscaldamento, la gestione dei rifiuti.

Un percorso lungo e tortuoso ha portato prima a cedere, col voto contrario di Rifondazione Comunista, servizi comunali propri dell’ASM Pavia alla società per azioni ancora pubblica LGH controllata da vari comuni del sud della Lombardia, poi alla vendita, con l’assenso di tutte i partiti politici presenti nel consiglio comunale, delle azioni LGH alla società A2A, uno dei giganti delle multiservizi, controllata per metà dai comuni di Milano e Brescia e per metà da privati in cambio di azione A2A, infine pochi mesi fa la maggioranza ha deliberato, senza alcuna spiegazione, di cedere al più presto le azioni A2A ai soci rinunciando anche alla debolissima influenza che il Comune potrebbe avere sulle scelte di A2A.

Il controllo dei servizi gestiti da LGH e ceduti a A2A sono già al di fuori dal controllo del territorio e sono gestiti con finalità esclusivamente di profitto.

Fin dai primi passi, durante l’amministrazione Capitelli, Rifondazione Comunista si era opposta alla creazione della società LGH paventando la privatizzazione a cui siamo quasi arrivati con quest’ultimo passaggio.

Ora forse ci sta ripensando, ma l’amministrazione ha ampiamente dimostrato di non avere a cuore il mantenimento di un controllo pubblico sulla gestione dei servizi.

Se la vendita proseguirà la privatizzazione sarà irreversibile.

Partito della Rifondazione Comunista, Circolo di Pavia

Sciopero spontaneo al calzaturificio Moreschi

L’agitazione nel pomeriggio di mercoledì: parlano le lavoratrici

Tratto da: L’Informatore Vigevanese

https://www.informatorevigevanese.it/video/2021/07/14/video/sciopero-spontaneo-al-calzaturificio-moreschi-549479/

14 Luglio 2021 – 23:06

di Bruno Ansani

VIGEVANO – Mercoledì pomeriggio le lavoratrici del reparto orlatura del calzaturificio Moreschi si sono astenute dal lavoro, con una decisione improvvisa e spontanea, indirizzata contro i metodi e le politiche aziendali della proprietà targata Scalfi.

NEL VIDEO: una rappresentante delle orlatrici spiega le ragioni della protesta

Il movimento altermondialista e le vicende di Genova G8. Le necessarie riflessioni a venti anni dagli eventi

Testo a cura di Giorgio Riolo

I.
Scrivevo nel precedente articolo, dedicato ai vent’anni del Forum Sociale Mondiale e
del movimento altermondialista, che si possono avere due modalità. Una è la
semplice rievocazione. Molto importante comunque, poiché la memoria storica è
sempre minacciata nella frenesia neoliberista e postmoderna del tempo brevissimo
del presente e del dileguare di ogni esperienza nell’effimero e nel frammento, negante ogni possibile sedimentazione, antropologica, culturale e politica. A favore
nondimeno di un’altra sedimentazione. Consumistica, improntata alla forma-merce,
al dato, alla superficie, al non porsi domande di senso e di carattere generale del
proprio vivere, della propria condizione, dei propri veri, profondi desideri di una vita
migliore.

L’altra modalità è invece quello di cogliere l’occasione per riflettere e per ponderare
alla luce dei due decenni trascorsi. Per cercare di trarre le lezioni e per proiettare
nell’oggi e nel futuro ciò che necessariamente impariamo nel cammino. Per
progettare, per costruire alternative, per costruire società, comunità, istituzioni e
assetti nazionali e internazionali alternativi al corso dominante.

E per decidere la propria agenda in questo cammino, in questo processo che
necessariamente abbisogna il tempo lungo, tipico delle costruzioni storiche non
effimere, non evanescenti. Nel nostro caso, per non cadere nella strategia dei
dominanti, i quali con la feroce repressione, come avvenuto nei giorni di luglio 2001
a Genova, miravano e mirano a bloccare il processo e a cacciare indietro, a porre
necessariamente i movimenti e le persone nella difensiva. Tragica difensiva,
beninteso. Il modo migliore per i dominanti nel porre all’ordine del giorno la “loro”
agenda. Così come è la loro agenda un vertice qualsiasi, come era allora il G8.

II.
Che cosa avvenne e soprattutto perché la straordinaria esperienza del G8 di Genova.
La chiamata, il proposito di andare a Genova per contestare il vertice dei potenti, non
fu casuale. Fu un passaggio nel processo del risveglio dei tanti soggetti che
chiamammo a suo tempo movimenti antisistemici, novecenteschi e non (il
movimento operaio, socialista e comunista rimonta almeno al secolo XIX). Negli
anni Novanta a misura della sfida totalizzante del capitalismo nell’era del
neoliberismo e della cosiddetta “globalizzazione”, soggetti e correnti del movimento
del lavoro, operaio e contadino, di pezzi del movimento sindacale, del movimento ambientalista, del movimento pacifista, del movimento femminista, del movimento
dei popoli indigeni, del movimento dei diritti civili, del movimento del solidarismo,
cattolico, protestante e laico ecc. cominciarono a dialogare, a porsi in una relazione
efficace, se non di collaborazione. Tutto ciò sfocerà nella protesta al vertice del Wto a
Seattle di fine 1999 e poi nella costruzione delle alternative al sistema con il Forum
Sociale Mondiale, a cominciare dal Fsm di Porto Alegre di gennaio 2001.

Genova non avrebbe avuta quella straordinaria mobilitazione e quella straordinaria
partecipazione di movimenti, associazioni, partiti, semplici persone e famiglie, dai
gruppi di religiosi e di religiose ai gruppi radicalizzati dei centri sociali, se prima non
si fosse svolto il Fsm di Porto Alegre. Sulla spinta di quel straordinario,
impressionante evento, nei mesi dal gennaio 2001 fino al luglio 2001, si tennero
numerose assemblee di analisi del Fsm, da una parte, e di preparazione quindi a
Genova G8, dall’altra. Assemblee partecipate, di grande dibattito, non celebrative e di
contenuti notevoli.

Senonché a tante assemblee vi partecipavano anche alcuni funzionari della Digos. A
uno di loro che si fermò a parlarmi, dopo una di queste assemblee, chiesi perché si
voleva “appiattire” una mobilitazione di popolo pacifica e così profonda di contenuti,
riconosciuti come notevoli questi contenuti dal funzionario stesso, e farne solo una
“questione di ordine pubblico”. “Ordini dall’alto, per evitare disordini”. Fu la
risposta.

Poi capimmo molto bene cosa ciò significava.

Il Genoa Social Forum e i vari organismi che si mobilitarono per l’evento
organizzarono conferenze e dibattiti sui contenuti prima delle giornate fatidiche dal
19 al 22 luglio. Poi tutto precipitato nello stato d’eccezione che si creò volutamente.
Con l’azione repressiva dei cortei di inaudita violenza a opera dei vari apparati
repressivi dello Stato. Con la modalità tipica in quella occasione. L’uso strumentale
delle esibizioni dei cosiddetti Black Bloc, e anche di gruppi mai visti nelle
mobilitazioni, inspiegabilmente non intercettati nei giorni precedenti dalla stretta
sorveglianza nell’arrivo a Genova. Queste attività di detti soggetti in prossimità o
entro i cortei, come giustificazione per attacchi e violenze efferate compiuti contro
gente inerme, compresi anziani e donne di evidente ispirazione pacifista.
Nella mente della catena di comando, dal livello politico italiano (Fini presente in una
caserma a Genova) al livello dei singoli comandi delle forze repressive, l’occasione
per dare una lezione definitiva a un movimento, a ragione ritenuto pericoloso per il
sistema. Pericoloso perché forte di ragioni storiche, di idee, di cultura, di etica, di
partecipazione, di passioni durevoli e non effimere.

Il culmine di questa esibizione della faccia feroce ed eversiva dello Stato furono i
criminali pestaggi nella caserma di Bolzaneto e nella macelleria messicana operata
alla scuola Diaz. Con l’uccisione di Carlo Giuliani in piazza Alimonda come tragico
suggello. Suggello di questo incredibile, quasi surreale, anche agli occhi di incalliti
oppositori al sistema come eravamo molti di noi partecipanti, forgiati dalla militanza
dal ‘68 e anni Settanta in avanti.

III.
Il problema per i dominanti mondiali, a mo’ di mandanti, nei loro incontri di G8, e
per i loro esecutori nelle strade di Genova è stato che quell’evento alla fine è risultato
uno degli eventi più fotografati, più filmati, più testimoniati da migliaia di giornalisti
e di attivisti della comunicazione, della storia. Migliaia di foto, di video, di
registrazioni, di cronache e di articoli di giornalisti onesti e non asserviti.
Vero problema e saltati tutti i tentativi di creare false prove, false testimonianze ecc.
per giustificare i comportamenti e per scagionare esponenti delle forze dell’ordine
palesemente colti in flagranza di reato.

La verità giornalistica e storica e la verità giudiziaria, grazie anche al lavoro di
squadre di avvocati e di esperti di vari campi, vicini al movimento altermondialista, e
grazie a esponenti della magistratura, obbedienti alla legge e alla Costituzione e non
al potere, alla fine sono state sanzionate, sancite.

Fermo restando che molti capi e funzionari di detti apparati, giudicati colpevoli nelle
varie sentenze di vario grado, la “eterna continuità dello Stato”, ma anche “l’eterno
fascismo italiano”, l’eterna impunibilità di dirigenti del molto avariato Stato italiano,
di cui dirò dopo, addirittura sono stati promossi e hanno continuato il normale, tipico
cursus honorum della vera casta di intoccabili.

IV.
Genova G8 costituì un vero e proprio shock. Nelle manifestazioni, nelle attività di
movimento, successive a luglio 2001, nei gruppi tematici di lavoro e di studio ecc. si
ritrovarono, e ritrovammo, molti attivisti e militanti, molte semplici persone, che non
vedevamo da molto tempo. I tanti e tante delusi dalle dinamiche autoreferenziali e
settarie anche dei vari pezzi della sinistra, storica e nuova, i quali non conducevano
più alcuna militanza o attività pur rimanendo con testa e cuore a sinistra, nel
solidarismo, nei valori di riferimento della loro fase precedente. Un rinnovato
protagonismo si palesò. Una febbrile attività fu lo scenario.

Poi, come è avvenuto nella storia dei Forum Sociali Mondiali e nel movimento
altermondialista, un lento venir meno di questa passione e di questo fervore, di questo
protagonismo e di questo attivismo.

V.
Alcune considerazioni finali.

La ragione (cultura, idee, studi ecc.) e la passione (scelta etica, qualità morali,
volontarismo, attivismo ecc.) sono necessarie, ma non sufficienti. Per dare continuità
a questa grande cosa che pensammo, vale a dire “un altro mondo è possibile”,
occorreva e occorre sempre “forza” e “organizzazione”.

Nozioni completamente diverse dalla forza e dall’organizzazione dei dominanti, da chi esercita e vive di potere. Nozioni aliene dalla gerarchia e dalla burocrazia di organismi abituati a
operare con gerarchia e burocrazia.

Un lavoro paziente di lunga durata per tenere assieme culture, sensibilità, matrici
culturali, di diversa ispirazione e di diversa indole, ma tutte miranti a dare un volto
umano a questo mondo e a questo pianeta, ormai in pericolo nella sua stessa
costituzione di civiltà, a causa delle enormi, incredibili diseguaglianze, e nella sua
stessa costituzione materiale.

È possibile riprendere il cammino interrotto dei Fsm e del movimento
altermondialista. E quindi delle passioni e delle ragioni di Genova G8. Indicavo
alcuni passaggi nel precedente articolo dedicato ai venti anni del Fsm.

Infine, senza riforma dello Stato italiano, senza riforma degli apparati dello Stato,
senza riforma della Pubblica Amministrazione ecc., senza la ferrea selezione
costituzionale e culturale dei dirigenti, ricadiamo nella condizione dell’eccezione e
nell’anomalia italiane. Non solo Genova, non solo Santa Maria Capua Vetere, non
solo Stefano Cucchi, non solo caserma dei carabinieri di Piacenza ecc., ma ogni
episodio eversivo, di quelli noti e di quelli ignoti, per i quali non abbiamo filmati,
testimonianze ecc. perché semplicemente occultati, nel passato, nel presente e nel
futuro, perché quello di cui discutiamo è solo la punta dell’iceberg. Chissà quale
montagna di altri episodi simili.

Dicevo “cultura” e “Costituzione”. Ma anche il livello antropologico di chi
semplicemente porta la divisa, si sente sotto la copertura e la protezione e l’omertà
anche di essere rappresentante dello Stato, della Pubblica Amministrazione. Un
tempo dicevamo “Forti con i deboli e deboli con i forti”. Le frustrazioni di persone
non formate, non educate e che pertanto considerano sudditi i cittadini e le cittadine.
Così come d’altra parte inculcano loro il livello politico e il livello dirigenziale di
detti apparati. Così è. E a farne le spese soprattutto i più deboli, i migranti, gli
stranieri, i “senza documenti”. Attendiamo di sapere, per esempio, che ne è del
detenuto algerino di cui testimonia uno dei reclusi bastonati nel carcere in questione.

Concludo.

Dicevamo “l’eterno fascismo italiano”, “il sovversivismo delle classi dominanti”, lo
“spagnolismo” tipico italiano. Privilegi, status, potere “con qualunque mezzo
possibile”. Todo modo, evocato da Leonardo Sciascia, e “Io so, ma non ho le prove”
negli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini.