La diretta Cinquemila lavoratori Alitalia manifestano da questa mattina all’aeroporto di Fiumicino mentre è in corso lo sciopero del trasporto aereo proclamato da tutte le sigle sindacali.
Alla mobilitazione contro il vergognoso piano industriale ITA, supportato da un governo capace di mettere la mordacchia al Parlamento, partecipano delegazioni di altre vertenze in atto, come GKN, ex Ilva, Atitech e i portuali di Genova e Livorno.Dopo gli interventi davanti all’aerostazione, i lavoratori si sono mossi in corteo verso l’autostrada Roma-Fiumicino, raggiunta nonostante le manganellate delle forze dell’ordine, bloccando il traffico verso l’aereoporto.
I lavoratori Alitalia sono determinati a portare avanti la lotta fino a che Altavilla e il governo non ritireranno e ridiscuteranno lo scandaloso piano industriale presentato in ossequio ai voleri di Bruxelles e alla dottrina ultraliberista di Draghi, non a caso omaggiato con una standing ovation dall’assemblea di Confindustria.
USB non lascerà mai soli i lavoratori Alitalia, chiede con fermezza la tutela dei contratti e dei diritti, a partire dal pagamento integrale degli stipendi, dice no ad Altavilla e al suo piano che altro non è se non un esperimento sociale fatto da un’azienda interamente pubblica per smantellare le residue tutele del lavoro.
MORTARA – Doveva diventare un polo di promozione turistica e culturale: di fatto da 19 anni è un bar; aperto in locali di proprietà comunale concessi gratis a un’associazione, “Leonardo”, che in cambio non ha realizzato nulla di quanto promesso.
Non solo: il Comune è nella paradossale situazione di dover pagare un affitto (14 mila euro l’anno) per disporre dei locali di cui è proprietario, necessari alla civica scuola musicale.
A incassare non è Leonardo ma la “Palazzo del Moro srl”, a cui l’edificio è stato girato nel 2012 in sub-comodato.
Per il Consigliere Comunale Giuseppe Abbà, di Rifondazione e Mortara Bene Comune, contrario alla privatizzazione ventennale fin dal 2002, è giunto il momento di dire basta.
In tutto questo tempo, dice, “l’associazione “Leonardo” che doveva, secondo le mirabolanti promesse avanzate, promuovere iniziative culturali ed economiche, non ha prodotto niente di significativo”.
E con una mozione chiede che alla scadenza del contratto (aprile 2022) il Comune si riprenda il palazzo e “inizi immediatamente le operazioni di recupero alla gestione diretta dell’edificio per utilizzarlo a fini scolastici e sociali”.
Dando così magari una soluzione duratura al problema della sede del Centro provinciale d’istruzione adulti.
Sabato 2 ottobre 2021, presso la Cooperativa Portalupi, (Frazione Sforzesca) via Ronchi, 7, si svolgerà il congresso del circolo di Vigevano del Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea. Tale congresso si svolgerà dalle ore 8:45 alle ore 12:30 (seguirà un rinfresco che, come saprete, è anche una ottima occasione per autofinanziare il nostro circolo). L’invito della segreteria è quello di partecipare numerosi e numerose al fine di delineare tutti/e assieme il futuro del partito ed organizzarlo per intraprendere le lotte che ci aspetteranno. Sarà un’ottima occasione per discutere le problematiche del Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea a livello nazionale, regionale e locale; tutto questo per dare il giusto indirizzo al nostro circolo nell’affrontare le battaglie che da sempre ci vedono in prima linea. Al fine del corretto svolgimento dell’evento, invitiamo tutti e tutte ad essere puntuali e a rispettare gli orari prestabiliti. Ovviamente l’intero evento sarà svolto nel più totale rispetto della normative anti-Covid vigenti. L’iniziativa sarà svolta all’interno e, sarà quindi necessario il Green Pass o un tampone eseguito nelle 48 ore precedenti.
Fiduciosi nel fatto che saprete rispondere numerosi/e a questo invito, vi mandiamo SALUTI COMUNISTI!
La segreteria del circolo “Hugo Chavez” di Vigevano del Partito della Rifondazione Comunista
La questione aumenti (fortissimi) delle bollette energetiche (non solo italiana ma europea) è un altro banco di prova della cosiddetta transizione che poi è in realtà una nuova ristrutturazione capitalistica. È una ristrutturazione capitalistica e non una transizione perché ha come capisaldi intoccabili i rapporti sociali dati. Più precisamente quelli che hanno stabilito il dominio totale dei soggetti economici forti. E lo hanno fatto attraverso la centralità del mercato e delle imprese e tramite i giganteschi processi di liberalizzazione e di privatizzazione. Questi processi sono stati spacciati come “dalla parte dei consumatori” perché attraverso la “concorrenza” si sarebbero abbassati i prezzi di accesso. Falso. Si sono semplicemente accresciuti il potere e i profitti dei predatori. Di quelli che prendano l’energia che essendo “natura” dovrebbe essere un bene comune per eccellenza. Moltiplicati impianti e reti moltiplicato il potere dei proprietari e non certo dei cittadini. Gli Stati si sono tenuti un po’ di strumento fiscale. Ed ora contro le tasse sulle emissioni si scatena la guerra tariffaria. Pretestuosa perché ben al di sopra delle tasse stesse. E di potere. Chi paga e chi comanda è il cuore della ristrutturazione capitalistica e la classe predatrice è molto chiara: voi pagate noi comandiamo. È lo stesso che accade sui vaccini e i brevetti farmaceutici. Poi c’è qualche nostalgico nuclearista che ancora pensa che il nucleare sia pubblico e economico e non porti invece ulteriori elementi di dominio. Ma questa è una variante secondaria per i Cingolani. Il grande Risiko è energia e ristrutturazione capitalistica. Diceva Enrico Berlinguer che bisogna lottare sul cosa, come e chi produce. Oggi gli adoratori delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni come gli Enrico Letta smentiti dalla realtà non sanno che proporre riduzioni di tasse per gli Stati. Che le bollette non aumentino è necessario. Bisogna anche riproporre le tariffe sociali. Ma poi bisogna andare al cuore e riappropriare il pubblico di un bene pubblico come l’energia e magari farlo a livello europeo.
Segnaliamo che in Spagna è stata approvata la proposta di legge avanzata da nostre/i compagne/i di Unidas Podemos che blocca, anzi riduce bollette. In questo video la risposta della ministra comunista Yolanda Diaz all’attacco delle destre che ovviamente difendono le multinazionali dell’energia:
I Sindacati FABI, FIRST/CISL, FISAC/CGIL, UILCA/UIL, e UNISIN della Banca Nazionale del Lavoro saranno in presidio martedì 14 settembre 2021 dalle ore 10.30 in piazza LINA BO’ BARDI a Milano davanti a “Palazzo Diamante”, sede di BNL/BNPP, per protestare contro il progetto di cessione di numerose lavorazioni e soprattutto di circa 900 lavoratori e la chiusura di numerose agenzie su tutto il territorio nazionale.
La manifestazione segue una lunga serie di presidi tenutisi in numerose piazze sul territorio nazionale quali Roma, Firenze, Napoli e Bari.
Durante il presidio è prevista una particolare scenografia a rappresentare la prepotente decisione dei vertici di BNL/BNPP di cedere, come già accaduto per l’azienda Axepta, leader nel campo delle carte di credito, intere lavorazioni e numerosi lavoratori (circa il 10%) per mera riduzione dei costi.
La protesta vedrà allegorie sceniche che rappresenteranno la disgregazione dell’integrità aziendale e la minaccia al ruolo stesso del bancario nella sua importante funzione sociale.
La continua riduzione dei lavoratori delle banche e la ulteriore chiusura di numerosi sportelli di prossimità scaricano sulla sempre più indifesa clientela il peso totale di un disservizio annunciato, con il conseguente abbandono del tessuto economico del territorio.
Le Rappresentanze Sindacali Aziendali BNL Milano/Lombardia
Nel sesto rapporto dell’International Panel on Climate Change delle Nazioni Unite, scienziat@ di tutto il mondo ci avvertono che dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni di metano oppure affronteremo la catastrofe climatica.
Il gas metano, prodotto dall’industria zootecnica, dal gas di scisto e dall’estrazione del petrolio, sta giocando un ruolo sempre più importante nel surriscaldamento del pianeta.
Fermare le emissioni di anidride carbonica non è sufficiente per fermare la crisi climatica, è necessario fermare soprattutto le emissioni di gas metano per rimanere entro i 1,5 gradi di surriscaldamento globale.
Un trattato internazionale per una transizione verso un sistema di produzione alimentare a base vegetale è un passo necessario e per questo, mercoledì 1 settembre verrà lanciata in oltre 80 città di tutto il Mondo la campagna #PlantBasedTreaty, progettata per mettere i sistemi di produzione alimentare in prima linea nella lotta contro la crisi climatico-ecologica e ribadire l’insostenibilità sociale, ambientale ed etica dell’attuale sistema economico ed alimentare. Un sistema che causa crisi alimentari e ambientali, che distrugge foreste, ecosistemi e culture locali e che disumanizza il rapporto tra uomo ed animale, trattando quest’ultimo solo come merce, solo come carne da macello.
Dopo aver chiarito i costi in termini ambientali, sociali ed economici di un modello alimentare a base animale, abbiamo deciso di impegnarci attivamente attraverso la cooperazione con le diverse associazioni che si occupano e preoccupano di curare il pianeta dalle scelleratezze del sistema capitalista.
Plant Based Treaty mira a fermare il diffuso degrado degli ecosistemi causato dall’industria animale e a promuovere una trasformazione del sistema di produzione alimentare in un sistema etico, sostenibile, giusto e totalmente a base vegetale per una giustizia animale, climatica ed alimentare.
L’industria alimentare e in particolare quella della carne è responsabile delle logiche consumiste che hanno portando, tra tutte, alla deforestazione della Foresta Amazzonica in favore delle inquietanti distese di mattatoi ed allevamenti superintensivi in Sudamerica.
L’Amazzonia – il tratto più grande e più ricco di biodiversità, di tutte le foreste pluviali tropicali del mondo – è sotto minaccia da molto tempo. Assorbe circa il 15% dell’anidride carbonica nell’atmosfera ed è essenziale per la stabilità del clima globale, oltre che per il raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi. L’Amazzonia attraversa nove paesi dell’America Latina, ma la stragrande maggioranza di essa, il 60%, si trova in Brasile.
Dal 1978 oltre 750.000 chilometri quadrati della foresta pluviale amazzonica sono stati distrutti, principalmente a causa dell’espansione dell’industria del bestiame, seguita dalle miniere e dall’agricoltura su larga scala. Questa tendenza negativa cominciò ad invertirsi durante la presidenza di Lula, quando il tasso di deforestazione venne ridotto della metà, il miglioramento più consistente registrato nell’area, ottenuto grazie ad un monitoraggio più vigoroso e ad una rigorosa applicazione delle norme.
Nel 2012 la Presidentessa Dilma Rousseff, succeduta a Lula, si è scontrata frontalmente, con la potente lobby agroalimentare del Brasile, sulla revisione del codice forestale, la legge che disciplina la percentuale minima e il tipo di bosco che gli agricoltori, le aziende del legname e altri, devono lasciare intatta nelle loro proprietà.
Nonostante non controllasse la maggioranza al Congresso, la Rousseff è riuscita a porre il veto su alcune parti del disegno di legge che tentavano di allentare la protezione della foresta. Il colpo di stato di destra, contro la presidenza di Dilma Rousseff, ha sancito il processo crisi in Amazzonia, culminato con l’ascesa al potere del Presidente di estrema destra del Brasile, Jair Bolsonaro, nel 2018.
L’industria alimentare studiando i nostri comportamenti a tavola ha deciso – al posto nostro – il cibo di cui nutrirci, senza considerare le conseguenze sopracitate.
Attualmente circa il 37% delle emissioni di gas serra sono legate alla produzione di cibo e, secondo Greenpeace, la produzione zootecnia europea ne produce 704 milioni di tonnellate (molte più delle auto). Inoltre, come è stato ampiamente dimostrato e comunicato da organizzazioni internazionali come l’OMS, ad un’alimentazione ricca di prodotti di origine animali, soprattutto se altamente processati, sono legate patologie gravi come la neoplasia colonrettale, tanto da essere inserita dalla stessa OMS nella lista delle sostanze che causano il cancro insieme al fumo, il benzene, l’arsenico e l’alcol. A quest’ultimo aspetto, oltre alle gravi conseguenze causate alla salute delle persone, sono legati alti costi di ospedalizzazione per le persone che si ammalano a causa di un eccessivo consumo di prodotti animali.
Pertanto è necessario intervenire nella produzione di alimenti di origine animale, in quanto ad oggi insostenibile da un punto di vista ambientale, sociale, oltre che etico. In particolar modo si fa riferimento a quei sistemi di allevamento intensivi o super-intensivi che, oltre a contribuire costantemente agli squilibri causati dai cambiamenti climatici, non tengono conto della vita, del benessere e della dignità degli animali.
É inoltre indispensabile indirizzare i finanziamenti verso un piano di transizione agricola in grado di favorire l’implementazione di sistemi colturali e zootecnici che operino rispettando l’ambiente e gli animali, anche per prevenire future epidemie/pandemie. Saranno quindi favorite attività agricole ad economia circolare, o comunque attività che operano riducendo drasticamente l’impatto negativo su atmosfera, suolo, acqua, lavoratori e lavoratrici.
Gli interventi nel settore agricolo dovranno prioritariamente interrompere la condizione di schiavitù in cui migliaia di persone, soprattutto immigrate, vivono nei campi agricoli italiani. Al fine di attuare una “revisione sostenibile” dell’intera filiera agroalimentare è inoltre importante promuovere la riconversione delle attuali filiere agroalimentari in sistemi economicamente più equi, in modo da ridistribuire la ricchezza tra la produzione primaria e la ricchissima GDO.
L’agroalimentare italiano, conosciuto in tutto il mondo, va accompagnato sulla strada dell’agroecologia, rispettando quanto previsto dalla strategia europea “Farm to fork” 2030.
Per questo crediamo che un modo per salvare il pianeta dalla deriva può passare per la lotta in favore del cibo che crediamo sia giusto produrre e mangiare per noi stess@ e per il pianeta.
*responsabile nazionale ambiente Partito della Rifondazione Comunista
Il Presidente di #Confindustria#Bonomi maltratta il ministro Orlando anche al Meeting ciellino. Bonomi rivendica il diritto di delocalizzare e lancia anatemi con la solita arroganza contro la proposta di un decreto.
Il padronato se ne frega degli interessi del paese da cui è abituato a succhiare denaro pubblico. Come per il blocco dei licenziamenti ci sembra la solita pantomima che si conclude con il ministro e il governo allineati con Confindustria. La bozza di decreto che circola è assolutamente inefficace per contrastare le chiusure delle aziende e le delocalizzazioni e salvare contemporaneamente, come sarebbe necessario, posti di lavoro e produzioni strategiche.
La legge, oltre a valere solo al di sopra dei 250 dipendenti, cosa che escluderebbe dal suo ambito di applicazione molte delle aziende attualmente a rischio chiusura(per esempio Gianetti e Timken) si limita a definire procedure meno selvagge per arrivare a chiudere.
La bozza Orlando non mette in discussione la possibilità di chiudere, non distinguendo nemmeno tra attività strategiche e non, semplicemente ne allunga i tempi e introduce penalità assolutamente insufficienti di fronte ai vantaggi economici e finanziari perseguiti da chi decide di delocalizzare.
Le ricollocazioni dei lavoratori restano aleatorie affidate come sono alla buona volontà di aziende che hanno mostrato con i licenziamenti via whatsapp in quale conto tengano i diritti e il futuro dei lavoratori.
Tanto più con un governo che a fronte del dramma occupazionale del paese non ha un piano per il lavoro e per la riqualificazione delle produzioni nazionali.
Non ci stupisce la faccia tosta di Bonomi che attacca il provvedimento come punitivo per le imprese cui attribuisce il merito della ripresa della produzione sputando nel piatto da cui arrivano le valanghe di miliardi che hanno permesso loro di affrontare la crisi e di ristrutturarsi nei prossimi anni.
Siamo a fianco delle lavoratrici e i lavoratori della Gkn che hanno organizzato per giovedì 26 alle 20.30 un’assemblea per costruire dal basso insieme ai giuristi e giuslavoristi democratici una proposta di legge seria.
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