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L’appello dell’ANPI e noi

Pubblicato il 16 gen 2021

di Maurizio Acerbo

Abbiamo aderito all’appello proposto dall’ANPI “Uniamoci per salvare l’Italia” perché condividiamo da sempre l’impegno per la difesa e l’attuazione della Costituzione repubblicana del 1948, il rifiuto di ogni forma di razzismo e discriminazione, la lotta contro i nuovi fascismi, le idee che il testo propone come base indispensabile per affrontare la crisi che viviamo. 

L’ANPI e le altre associazioni che salvaguardano la memoria della Resistenza e della deportazione sono per noi la casa comune di tutte le antifasciste e gli antifascisti. All’ANPI va riconosciuto che ha sempre coniugato la tensione unitaria propria della tradizione antifascista all’autonomia dai governi e dai partiti, come ha dimostrato negli ultimi due referendum costituzionali o nel mese di novembre con la netta presa di posizione contro l’autonomia differenziata.

Oserei dire che tra i soggetti politici che hanno sottoscritto l’appello forse siamo gli unici che possono dire forte di essere stati sempre schierati dalla parte della Costituzione e che hanno un programma che va nella direzione proposta. 

Proprio per la nostra fedeltà a quei principi abbiamo scelto una linea di alternativa ai poli politici esistenti, alla destra come a quelli che compongono l’attuale coalizione di governo.  

La nostra alterità non ci ha mai impedito e non ci impedisce la convergenza unitaria in tutte le mobilitazioni antifasciste e antirazziste, in tutte le iniziative volte a trasmettere la memoria in un paese in cui è costante il tentativo di riabilitare il fascismo. Sono di altri le contraddizioni tra quel che si dice il 25 aprile e quel che si fa e vota durante l’anno.

Le nostre compagne partigiane Lidia Menapace, Tina Costa e Bianca Braccitorsi hanno mostrato come si possa essere sempre in prima fila in ogni mobilitazione unitaria senza mai cedere di un millimetro rispetto alle proprie posizioni.

Il documento proposto dall’ANPI non riguarda il terreno elettorale e i rapporti tra i partiti, terreni che esulano dai compiti dell’associazione. Altrimenti essa stessa diverrebbe fattore di divisione e non luogo in cui si incontrano e convivono tantissime/i cittadine e cittadini che si riconoscono nell’eredità della Resistenza che fu, soprattutto per iniziativa del Partito Comunista Italiano, un grande movimento unitario e plurale.

Nella lunga stagione del bipolarismo si è abusato della strumentalizzazione dell’antifascismo e dell’appello contro la destra. Un richiamo sempre agitato da chi ha voluto quei sistemi elettorali maggioritari che i costituenti avevano rigettato. A questo ricatto qualsiasi democratico dovrebbe rispondere: se la destra è così pericolosa perché avete voluto i premi di maggioranza che le consentirebbero di stravincere? Questa logica tra l’altro ha contribuito a spostare a destra metà del paese invece di isolare le componenti neofasciste come accadeva fino ai primi anni ’90.

L’unità a cui ci ha chiamato l’ANPI confidiamo innanzitutto che si traduca in un sempre più forte impegno comune per la messa al bando delle organizzazioni neofasciste che era stato oggetto di un precedente appello “Mai più fascismi” su cui sono state raccolte poi centinaia di miglia di firme.

Fu la scomparsa compagna Carla Nespolo a proporre appello e tavolo unitario a partiti, sindacati e associazioni per confrontarsi e condividere le iniziative su questi grandi temi. Il nuovo presidente Gianfranco Pagliarulo, a cui rinnoviamo i nostri auguri di buon lavoro, prosegue su quella strada. 

Non nascondiamo che nel partecipare a questi luoghi unitari ci troviamo a volte in un certo imbarazzo perché la questione ineludibile da anni è quella della contraddizione tra i principi fondamentali della Costituzione nata dalla Resistenza e le politiche neoliberiste e sicuritarie portate avanti anche dai partiti che aderiscono all’appello.

Il testo si richiama a principi che dovrebbero essere condivisi da tutte le formazioni politiche che vogliano definirsi democratiche. Purtroppo non lo sono, apertamente da quelle della destra illiberale e xenofoba, nei fatti assai spesso da quelle ora al governo.

Auspichiamo che l’appello costituisca dunque un richiamo alla coerenza per i partiti che lo hanno sottoscritto a partire dall’approvazione di una legge elettorale proporzionale che garantisca il pluralismo e metta in sicurezza le istituzioni democratiche da nuovi tentativi di stravolgimento della Costituzione.

Antonio Gramsci ci ha insegnato che “la verità è rivoluzionaria”. Ed è doveroso ricordare che le modifiche costituzionali e le leggi elettorali che hanno svuotato il ruolo del parlamento, diviso il paese e alterato gli equilibri dei poteri sono tutte state approvate da partiti che hanno sottoscritto con noi l’appello. E la stessa responsabilità può essere individuata nel gravissimo arretramento sul piano dei diritti sociali sanciti nella Costituzione.

Alle radici della crescita di una destra mai così forte tra le classi popolari ci sono le politiche che accrescono le disuguaglianze, la precarizzazione del lavoro, la perdita di tutele e diritti per chi lavora, le privatizzazioni, lo smantellamento del ruolo del pubblico in economia, i tagli a scuola, sanità, servizi, l’abbandono delle politiche per la piena occupazione, le leggi inaccettabili sull’immigrazione e l’ordine pubblico, la crescita della spesa militare, l’assenza di politiche per la casa, il saccheggio dei beni comuni. E anche la mancata difesa della storia di chi ha dato un contributo essenziale alla nascita e allo sviluppo della nostra democrazia.

Quando cantano Bella Ciao in parlamento quelli che vogliono mandare in pensione la gente a 70 anni è davvero singolare che ci si stupisca della presa di Salvini tra lavoratrici e lavoratori. 

Negli ultimi undici anni – tranne il breve anno del governo Conte1  – il PD è sempre stato al governo. Il risultato è una destra fortissima e a egemonia trumpiana. 

Non si difende la democrazia e la stessa convivenza civile con politiche che ne erodono le basi di consenso e di partecipazione aprendo la strada alla peggiore demagogia di destra e all’imbarbarimento della società.

Non si difende la democrazia se si alimentano il revisionismo storico e la delegittimazione dei comunisti che furono la componente principale dell’antifascismo e della Resistenza votando risoluzioni che li equiparano ai nazisti.

E non ci stancheremo mai di ripetere che la democrazia si riduce a un misero simulacro se sulle grandi questioni decide il “pilota automatico” e si considera come proprio imperativo la zelante attuazione delle raccomandazioni arrivate per anni dalla Commissione Europea e dalla Bce e il rispetto di trattati che contraddicono la nostra carta. Tantomeno abbiamo mai smesso di ricordare che l’indignazione morale e la sensibilità per i diritti umani non possono essere intermittenti, brandite nella polemica contro Salvini e Meloni, attenuate e accantonate quando le responsabilità sono da addebitarsi a PD e M5S.

Per ricostruire l’Italia dopo la pandemia bisogna ridare centralità ai principi fondamentali della nostra Costituzione e farla finita con il neoliberismo.

L’unità più larga possibile nel riferimento ai valori dell’antifascismo va sempre salutata positivamente ma non cancella le differenze politiche che da tempo sono molto forti.

Per noi la Costituzione non è un testo da leggere a messa la domenica, ma un programma di lotta per la trasformazione della società. 

Rifondazione: Crisanti e Galli hanno ragione, lockdown e vaccinazioni subito!

Siamo d’accordo con le dichiarazioni Galli, condivise da Crisanti: “Ci vorrebbero due o tre settimane di lockdown totale in cui viene vaccinato il maggior numero di italiani possibile”
Certo ad oggi non ci sono vaccini a sufficienza ma la scelta è obbligata se si vuole uscire dalla pandemia ed evitare che si scivoli in una terza ondata di contagi, ancora più grave di quella attuale.

Occorre, perciò, predisporre ogni sforzo ed intervento possibile, anche in termini di previsione degli approvvigionamenti di vaccini.

Questo al fine di rendere utile ogni sacrificio richiesto ai cittadini ed efficace, generalizzata e gratuita la vaccinazione.

Consapevoli che ci vorrà il tempo necessario perché la maggior parte della popolazione sia immune, va evitato che gli sforzi e i sacrifici richiesti a tanta parte del mondo del lavoro, ai giovani, alle e agli studenti diventino vani.

Non possiamo rassegnarci né abituarci, né tantomeno essere indifferenti di fronte alle centinaia e centinaia di morti per Covid, alle statistiche sui numeri dei nuovi contagi, perché, appunto non sono numeri, sono persone, sono storie, sono vite spezzate.

Occorrono quindi risorse, personale e vaccini.

Il next generation UE va agito in modo efficace, con le misure necessarie e nell’interesse generale della popolazione, sottraendo ogni spesa superflua e dannosa, come quelle che vanno alle grandi opere o agli armamenti.
Chiudiamo con giudizio!

Garantire il diritto alla salute di tutte/i è una priorità assoluta.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Rosa Rinaldi, responsabile sanità
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

La situazione del Clir, le responsabilità politiche e cosa proponiamo

di Giuseppe Abbà Consigliere comunale del Partito della Rifondazione comunista – Mortara

(CLIR: Consorzio Lomellino Incenerimento Rifiuti, questa era la sigla iniziale, da parecchi anni si occupa solo della raccolta rifiuti e non dell’incenerimento)

1) Innanzitutto bisogna attribuire la responsabilità politica di una gestione disastrosa che ha portato il Clir sull’orlo del fallimento: è indubbio che la responsabilità politica è del centro-destra che ha nominato il Consiglio di Amministrazione e che controlla pressoché tutti i Comuni che fanno parte del Consorzio.

2) Su scala generale la gestione dei rifiuti è stata pessima, come è dimostrato dalla vicenda Berté, dove è stato incaricato un privato di ritirare i rifiuti con le conseguenze che abbiamo visto, dall’accumulo ben oltre il consentito all’incendio. Come pure la questione dell’inceneritore che ritira molti più rifiuti rispetto alla produzione provinciale, anche al di fuori della Regione o i progetti per bruciare i fanghi.

3) Per scongiurare il fallimento del Clir vengono avanti proposte fortemente negative, dal forte aumento delle tariffe che ricadranno sui cittadini a fantomatici “piani industriali” dove non si sa trovare di meglio che rispolverare un progetto già sconfitto vent’anni fa come la gestione del deposito delle ceneri. Come è noto l’inceneritore non distrugge completamente il prodotto conferito, rimane un buon 30% di cenere che, mescolate a cemento, devono essere portate in una discarica. Venti anni fa fu proposta una zona tra Mortara e le Frazioni Orientali, un posto pieno di risorgive e di falde superficiali. Per fortuna la mobilitazione dei cittadini (raccogliemmo centinaia di firme, facemmo presidi e manifestazioni), nonché pareri tecnici negativi affossarono questo tentativo di ulteriore devastazione del territorio. Riproporre ora questa questione è veramente da irresponsabili.

4) Anche la proposta che viene da A2A (la società che gestisce l’inceneritore) che si offre in pratica di subentrare al Clir è negativa. Affidare la gestione ad una società che non si fa scrupolo di bruciare quantitativi di rifiuti molto più alti della produzione locale, che vuole bruciare i fanghi, che apre nuove linee non è una soluzione adeguata al problema. Oltretutto affidare all’A2A vuole dire privatizzare ulteriormente il servizio in quanto A2A è fortemente partecipata da investitori statunitensi, britannici, francesi, italiani, tedeschi e dal Lussemburgo [dati elaborati sulla base del libro soci aggiornato alla data di distribuzione del dividendo del 22 maggio 2019]. Questa società, per sua stessa natura, è evidentemente portata a fare profitti piuttosto che risolvere il problema dei rifiuti.

5) Parimenti la frammentazione in atto da parte dei Comuni che, ognuno per suo conto (o quasi) si affidano a ditte private è pericolosa in quanto, al di là della bontà o meno delle ditte incaricate (abbiamo visto quanto siano facili gli “scivoloni”, come appunto è dimostrato dal caso Berté e da altri casi, non solo nel campo dei rifiuti), si perde il controllo complessivo di una questione ambientalmente e socialmente rilevantissima, quella dei rifiuti.

Cosa proporre:

A) Innanzitutto un’azione che salvaguardi il posto di lavoro e i salari dei dipendenti del Clir.

B) Rilanciare la gestione pubblica con una corretta gestione di riciclo e di riuso dei materiali. Ci sono esempi di enti locali che, lavorando in questa direzione, sono riusciti ad abbassare fortemente i costi e di conseguenza le tariffe.

C) Una sorta di “rivoluzione culturale” nei confronti dell’atteggiamento predominante da cui deriva lo spreco che è poi il “brodo di coltura” dei comportamenti individuali scorretti.

D) In ultimo, ma non meno importante: un’analisi precisa, una vera e propria inchiesta per ricostruire come si è arrivati a questo punto al fine di evitare per il futuro i comportamenti che hanno portato a risultati così drammatici. Demolire il servizio pubblico e favorire in tal modo, inevitabilmente, i privati l’abbiamo già visto nella sanità. Evitiamolo per i rifiuti.

Trump cinico e baro su Cuba

Pubblicato il 12 gen 2021

Marco Consolo*

A pochi giorni dal cambio di governo alla Casabianca, il terrorista Trump qualifica Cuba come Stato patrocinatore del terrorismo.

È il mondo al rovescio.

I fatti dimostrano chiaramente chi è il vero terrorista. I governi statunitensi non hanno alcuna morale per qualificare Cuba come uno Stato terrorista, visto che, da più di 60 anni, istigano il terrorismo contro il popolo cubano.

In queste stesse ore, la stessa Camera dei Rappresentanti statunitense ha annunciato un disegno di legge per l’impeachment contro Donald Trump, definendolo “una minaccia alla democrazia” dopo l’assalto al Campidoglio.

Il Dipartimento di Stato manipola la questione del terrorismo con un opportunismo grossolano, per soddisfare quei settori della destra estrema che hanno fatto dell’aggressione contro Cuba uno stile di vita ed un business.

E invece di vergognarsi, Trump frustrato e sconfitto, cerca di condizionare la nuova amministrazione mettendola di fronte al fatto compiuto.

Rifondazione Comunista respinge al mittente il cinismo e l’ipocrisia dell’amministrazione Trump e si unisce a tutti coloro che nutrono un’onesta preoccupazione per il flagello del terrorismo e per le sue vittime.

Cuba esporta medici, non bombe e terrorismo come i governi di Washington !

*Resp. Area Esteri e Pace PRC-SE

Rifondazione: il governo prepara un piano pandemico con cui si seleziona chi curare?

Pubblicato il 12 gen 2021

A proposito dell’articolo comparso sul Corriere della Sera e diverse altre testate, relativo alla bozza del piano pandemico 2021-2023 che prevederebbe che “In caso di crisi prima le cure a chi ne trae beneficio”.

Un’affermazione ed una indicazione tanto impressionante quanto inaccettabile, un piano pandemico deve prevedere come fare fronte alle esigenze, quali siano gli investimenti dove allocare le risorse.

Il senso di un piano, insomma, è l’opposto di quello che si scrive.

Serve ad essere preparati e a scongiurare condizioni che obblighino a scelte di quel tipo. Sancire in un piano la possibilità di non coprire tutte le esigenze è un precedente terribile, la scelta tra una persona ed un’altra fondata sulla probabilità di efficacia della cura, è immorale e illegale, è anticostituzionale!

Non è solo qualche presidente regionale di Confindustria che fa affermazioni spregevoli, qui si tratta di una barbarie espressa dal governo!

Insomma, un piano pandemico deve quantificare le risorse necessarie per affrontare la pandemia e allocandole affinché il piano possa essere attuato.

Il Governo faccia chiarezza e ripristini il diritto universale alla salute previsto dall’art. 32 della Costituzione, eviti le solite dichiarazioni utili a nascondere la mano dopo aver lanciato un sasso che fa davvero male!

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale Rifondazione Comunista

Rosa Rinaldi, Responsabile sanità, PRC-S.E.

Rifondazione Comunista con gli studenti 11 gennaio

Loredana Fraleone*

Lunedì 11 gennaio in molte piazze italiane, gli studenti delle scuole superiori si sono dati appuntamento per rivendicare il loro diritto allo studio.

Un diritto messo in discussione non solo da una pandemia che ha limitato molte attività fondamentali, ma anche da una gestione da parte della Ministra Azzolina e del governo, che pur di non investire nel sistema d’istruzione quanto sarebbe indispensabile, non hanno provveduto a ridurre il numero degli alunni per classe, non hanno assunto il personale necessario, non hanno predisposto trasporti sicuri, non hanno predisposto un piano di edilizia scolastica non rinviabile specialmente in alcuni territori, non hanno ripristinato la figura del medico scolastico, scomparsa come molte altre della medicina territoriale.

Abbiamo fin dalla primavera scorsa fatto proposte in questo senso e in occasione dell’ultima finanziaria presentato un emendamento sul numero degli alunni per classe, neanche preso in considerazione da maggioranza e opposizione, ma sul quale torneremo appena possibile.

Gli studenti chiedono “fatti”, che garantiscano la possibilità di tornare a scuola in presenza ma in sicurezza, a partire dai mezzi di trasporto, siamo d’accordo con loro e per questo aderiamo alla loro mobilitazione.

*Responsabile Scuola Università Ricerca

Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

BAGGI/CAPELLI (PRC-SE): PESSIMA RISOLUZIONE DEL FALLIMENTO DELLA SANITÀ E DELLA GIUNTA LOMBARDIA. L’AUTOGOOL DI PD E 5STELLE.

Era noto anche a livello internazionale il caso del fallimento della Sanità Lombarda e della necessità di stoppare una giunta e una coalizione politica che ha disarmato la sanità facendo largo ai privati e che non ha mai chiesto scusa a nessuno, ai parenti delle vittime, alla medicina del territorio marginalizzata, alla prevenzione azzerata, agli uomini e alle donne che aspettano Usca, prestazioni ambulatoriali, cure in tempi rapidi e che non hanno i soldi per rivolgersi ai privati.

Era il momento per rispondere alla rabbia e alla indignazione di massa per preparare la rotta del centro destra. Le mobilitazioni avevano indicato con precisione la strada e il percorso: il commissariamento della Sanità Lombarda e la decadenza della Legge 23, tutte richieste percorribili anche dal punto di vista istituzionale.

Invece sia il Governo centrale, sia la strana opposizione di PD e 5 stelle hanno di fatto proposto una assurda mediazione. Il documento AGENAS sulla legge 23 loda il modo con cui si è affrontato in Lombardia il Covid (?), fa alcune critiche di merito e chiede di emendare quei punti.

La risposta è il rifiuto della mediazione, il rimpasto di Giunta e la collocazione di persone utili per la capacità di gestire le politiche neoliberiste nei posti chiave: alla sanità Letizia Moratti e allo sviluppo economico il leghista Guidesi. A loro il compito di gestire i miliardi che arriveranno alla Sanità e agli altri settori dal Recovery fund.

Chi sia la Moratti è noto ai milanesi, ai docenti e ai genitori, agli studenti, che hanno lottato per la scuola pubblica e che nelle piazze hanno contestato la sua opera di smantellamento del tempo pieno, un vero capolavoro pedagogico ed organizzativo che garantiva una scuola inclusiva e capace di trasmettere saperi, senso critico e qualità sociali, non semplici competenze.

Ma né Moratti né Guidesi saranno in grado di produrre l’oblio di ciò che è stato il Covid per la Lombardia, delle sue cause, delle attuali necessità e soprattutto del nodo che in Lombardia va risolto perché ci sia un vero cambiamento: se la salute non è una merce e la sanità non è una azienda bisogna interrompere il flusso di denari pubblici che alimenta la sanità privata in Lombardia sempre più rappresentata da grandi gruppi imprenditoriali che mirano al massimo profitto.

Milano, 08/01/2020

Fabrizio Baggi – Segretario regionale Lombardia

Giovanna Capelli – Responsabile sanità Lombardia

Partito della Rifondazione Comunista / Sinistra Europea

Intervista a Giuseppe Abbà che annuncia la nascita del suo nuovo libro. Un libro che narra fatti e vicende conosciute e sconosciute

L’Informatore lomellino ha raccontato in un anteprima del tuo prossimo libro: di quella volta che gli amministratori di Mortara andarono a soccorrere i popoli terremotati dei Friuli.

Ecco io partirei da qui, perché questo episodio che hai scelto per parlare del tuo nuovo libro non è banale, ma certifica una profonda visione solidale tra paesi e tra persone nel momento del bisogno. La scelta che ho fatto è stata quella di parlare di episodi della nostra città, naturalmente in modo alternativo rispetto alle narrazioni fatte da altri storici. Ho cercato di essere molto rigoroso nel riportare fatti ed accadimenti avvenuti e poi anche di dare voce a tutti i personaggi che hanno dato lustro alla nostra città. Nel libro ho voluto raccontare episodi che mi hanno coinvolto in prima persona quale Sindaco di Mortara. Un’esperienza che ho sempre ritenuto personalmente utile e interessante e che ci ha permesso di affrontare diversi problemi della città. Una città che cercava la sua strada verso un futuro migliore, ma che aveva bisogno di indirizzi e di scelte politicamente forti.

Quali i capitoli che stai scrivendo e cosa di essi ci puoi anticipare?

Ho iniziato a scrivere a mano perché, come ho detto mille volte, io non riesco a pensare se non scrivo di pugno le cose. Poi il libro sarà costruito in versione tipografica con l’aggiunta di foto d’epoca che lo renderanno anche un documento storico. Avevo iniziato a scriverlo nella primavera scorsa, al tempo dell’isolamento per il Covid. Poi, quando avevo già scritto due terzi circa dell’opera, ho dovuto sospenderlo per diversi mesi in quanto io stesso sono stato colpito dalla malattia e l’ho ripreso solo poco tempo fa. Mi mancano ora solo pochi capitoli. Posso parlare di quelli già scritti. L’Informatore Lomellino ha pubblicato già nel mese di dicembre un primo capitolo che parla della solidarietà del Comune di Mortara verso altre comunità che erano state colpite dal terremoto e dei nostri viaggi in Friuli ed in Irpinia per portare aiuti e solidarietà. I capitoli già pronti parlano della metanizzazione della città, dell’emergenza idrica, di opere particolari realizzate in città. Opere anche controverse come l’intervento sull’area di Viale Dante, si parla anche di urbanistica, di case popolari e poi della cultura e degli spettacoli.

La cultura come strumento per maggiore consapevolezza e capacità di critica e di partecipazione?

Si, la cultura era concepita in un certo modo, c’erano spettacoli pubblici che si svolgevano in piazza. Con compagnie d’eccellenza come l’orchestra sinfonica di Budapest e poi anche spettacoli teatrali. Il titolo era Settembre Culturale – Si va per cominciare-, organizzato dalla provincia di Pavia a cui i comuni avevano dato disponibilità per ospitare gli spettacoli itineranti. Nel 1976, ricordo, ci fu l’esibizione del balletto dell’Azerbaigian che coinvolse circa mille persone, tutti assiepati nella piazza antistante Piazza del Municipio. Poi Severino Gazzelloni che portammo ad esibirsi nella scuola Media Travelli in Palazzo Lateranense. In origine avrebbe dovuto suonare nella Chiesa di san Lorenzo, ma non fu possibile perché il Vescovo proibì il suo utilizzo.

Quale il significato di questa raccolta di memorie?

Il libro non vuole assolutamente essere celebrativo, facendo solo un elenco di opere realizzate e di scelte vincenti. Ho cercato, pur sottolineando l’attività amministrativa, di fare emergere l’anima della città, il coinvolgimento delle persone e il forte desiderio di suscitare partecipazione. In quegli anni infatti la partecipazione dei cittadini, anche su sollecitazioni precise da parte dell’amministrazione comunale e delle stesse forze politiche e sociali, era molto forte ed era un elemento fondamentale. Pensa che riuscivamo anche, lo ricordo qui, ma questo capitolo non l’ho ancora scritto, a discutere del bilancio facendo assemblee pubbliche per spiegarlo nei particolari e sottoponendolo poi anche al giudizio dei consigli di fabbrica cittadini. Oggi si parla di bilancio partecipato, messo in atto da alcuni comuni virtuosi, ma forme di bilancio partecipato lo avevamo già ipotizzato allora, in un certo senso eravamo degli antesignani. Ci piaceva l’idea che i cittadini potessero conoscere come venivano spesi i soldi pubblici e dire la propria. All’epoca, e recentemente ne ho parlato in occasione della morte della compagna Mirella Balzaretti che era assessore al bilancio, noi concepivamo il bilancio anche come un atto di lotta. Chiedevamo al governo di venire incontro alle esigenze della città. Una politica fatta insieme ad altre realtà territoriali che portò fondi importanti ai comuni che così poterono affrontare questioni sociali. Poi negli anni successivi i bilanci si sono irrigiditi e tagli pesanti hanno impedito grandi spazi di manovra. In quegli anni però era così: discutevamo con la gente delle entrate e delle spese fatte o da effettuare.

Tu mi ricordi del resto che uno di questi incontri si è svolto al Teatro Comunale in una sala gremita di persone.

Due accadimenti in particolare mi sono rimasti in mente: la prima è l’emergenza per inquinamento delle falde, la seconda la questione urbanistica che non è un argomento di poco conto perché un giusto rapporto di spazi, di costruito, di verde, di servizi può rendere bella da abitare una città.

L’emergenza idrica fu un fatto molto traumatico per la nostra città. Era la fine del maggio del 1986, quando dal Pmip di Pavia che poi diventerà Arpa, che faceva le analisi, mi viene comunicato che avevamo l’acquedotto inquinato da molinate. Mi telefonarono a casa sul fisso all’ora di cena, perché allora non esistevano i cellulari, mi chiamò questo responsabile del Presidio annunciandomi che avevamo dieci volte il livello di molinate consentito dalla legge nell’acquedotto. Gli chiesi che cosa era questo prodotto di cui non ero a conoscenza e fui informato che era un diserbante usato nelle risaie. Gli chiesi allora come avrei dovuto comportarmi. Mi rispose semplicemente: io gliel’ho detto, poi deve decidere lei. Convocammo una riunione d’emergenza della giunta con l’ufficiale sanitario, il maresciallo dei carabinieri, i vigili urbani e annunciammo alla città che non si poteva consumare l’acqua, se non per lavarsi e che era nostra intenzione trovare contenitori per ovviare all’emergenza. Mi ero rivolto alla Prefettura in quanto allora non esisteva alcuna forma di Protezione Civile. Mi passarono al telefono un colonnello che disse “ il mio ufficio consiste solo di una targa sulla porta”. Così cercai una soluzione. In particolare grazie al lavoro svolto dal vice sindaco Giorgio Farina, morto purtroppo in un incidente d’auto un paio di anni dopo, ci rivolgemmo a Casale Monferrato che aveva avuto un’emergenza simile anche se non dovuta all’uso della chimica in agricoltura ma ad un inquinamento industriale. Portammo a Mortara di notte dei grandi contenitori di vetroresina che mettemmo in vari punti della città. Contenitori pieni d’acqua, dove i cittadini poterono rifornirsi. Dovevano essere riempiti di acqua buona e chiedemmo a Pavia, a Vigevano ed ai comuni limitrofi di fornirci il liquido prezioso. Attraverso i pompieri ci mandarono autobotti di acqua potabile. La sera dell’emergenza non riuscii a parlare col Prefetto perché era al ballo della Festa della Repubblica, ma il giorno dopo questi mi convocò a Pavia. Mi recai in Prefettura e mi trovai alla riunione del comitato per l’ordine pubblico. Feci una relazione su come avevamo agito e fummo lodati per le misure prese. Chiesi di poter avere la vigilanza ai contenitori perché temevamo atti vandalici. Il Prefetto si consultò con il Comandante dei Carabinieri, il quale disse che ci sarebbero volute quaranta persone, ma che non le aveva a disposizione. Il Prefetto, a questo punto con un sorriso che mi irritò profondamente mi guardò e disse: “cosa temete? Gli untori?” Al che non ci vidi più e ribattei: due anni fa avete tenuto quaranta carabinieri per due mesi davanti alla fabbrica della Parein, contro una lotta operaia ed ora mi negate la vigilanza ai contenitori. Me ne andai sbattendo la porta e facendo interviste alle varie radio e televisioni locali. Ci fu anche un’interpellanza parlamentare che chiedeva la rimozione del Prefetto.

E poi come andò a finire la vicenda dell’acqua?

Feci immediatamente un’ordinanza che proibiva l’uso dei diserbanti e dei fitofarmaci in agricoltura. Fui l’unico sindaco che prese questa posizione, gli altri sindaci dei paesi limitrofi non ebbero il coraggio di seguire questa strada. Ci furono polemiche da parte dell’imprenditoria agricola perché questo comportava per loro un danno. Il nostro era un atto altamente simbolico che segnalava un problema complesso che non era solo del nostro territorio, che comunque non è un territorio piccolo misurando cinquantadue chilometri quadrati. Poi gli agricoltori locali, pur mugugnando, almeno nel primo periodo, si adattarono abbastanza bene ai provvedimenti presi. Facemmo una campagna politica contro l’abuso dei prodotti di chimica di sintesi nei campi. La questione idrica fu poi risolta in questo modo. Scoprimmo, facendo le analisi, che l’acquedotto vicino a Sant’Albino, che pescava a cento metri di profondità, non aveva problemi. Dunque erano inquinate solo le falde più superficiali e questo riguardava in particolare l’acquedotto vicino alle Scuole Elementari, che era stato costruito negli anni prima della guerra. Staccammo il prelievo dell’acqua dalle finestre più superficiali e immettemmo acqua da quelle più profonde. Non accettammo il decreto Donat Cattin che alzò con decreto legge i parametri di riferimento, rendendo potabile l’acqua aumentando di dieci volte il limite tollerabile di molinate.

Se l’acqua non è buona ora, dicevamo, non lo può diventare con una legge. Così continuammo per qualche tempo ad utilizzare i contenitori, fino a quando immettemmo nelle condutture l’acqua dell’acquedotto di Sant’Albino che non aveva problemi. Con una delegazione andammo da Zamberletti, che allora era ministro e che aveva seguito il terremoto in Friuli e riuscimmo ad avere fondi sufficienti per scavare e trovare una falda molto potente a 240 metri di profondità. C’erano per la verità delle perplessità, perché come si sa Mortara è a 108 metri sul livello del mare e quindi temevamo di trovare acqua salmastra. C’era una falda invece molto buona. Chiudemmo le finestre superficiali e con i lavori necessari riuscimmo a trovare e a rifornire di acqua buona la città. Approfittammo dei lavori per portare la rete idrica anche alle frazioni che ne erano sprovvista e utilizzammo gli scavi per estendere la metanizzazione della città fino alle più lontane frazioni, dotandole così di acqua e gas . Fu una delle prime lotte ambientali: un precedente ed un riferimento obbligato sulla conservazione dell’ambiente naturale. In quei mesi ci furono poi incontri e convegni che iniziarono a porre sul piano del dibattito i temi dell’economia, del lavoro, della salute, dell’ecologia. Ci fu una coda alla vicenda: potenti multinazionali chimiche (veri benefattori dell’umanità) promossero una causa legale contro il sottoscritto. La cosa non ebbe poi seguito, ma è chiaro che quando si pestano i piedi a determinati poteri, c’è da aspettarsi ogni sorta di reazione. – Consumo di suolo, piani regolatori: spesso una città piace se si è pensato ad uno sviluppo urbano ordinato e coerente.

Su questo tema c’è qualcosa nel libro che hai scritto?

Ci mettemmo al lavoro per costruire il piano regolatore della città. Esisteva ancora il piano di fabbricazione del 1971. Le scelte urbanistiche italiane erano fino ad allora andate avanti in modo confuso e irrazionale. Fino al 1967 tutte le costruzioni eseguite, come è evidente oggi guardando la città a partire dal mega condominio di quattordici piani in Piazza Silvabella ed altri manufatti, erano nate in un contesto urbanistico poco vincolante. E’ nota la devastazione ambientale urbanistica in tutta Italia degli anni sessanta. La “legge ponte” del 1967 produceva un incentivo alla speculazione immobiliare perché dava un anno di tempo prima della sua entrata in vigore con la perimetrazione dei centri storici. Ed in quell’anno ci fu un boom di licenze edilizie speculative e non congrue. Poi nel 1971 con il sindaco Maestro Ercole Del Conte si iniziò a creare un piano di fabbricazione che iniziava a regolamentare l’edilizia cittadina. Un indubbio passo in avanti. Ora si trattava di creare un piano regolatore diverso. Il piano dell’architetto Oliva, approvato nel 1978 e che entrò in vigore con l’approvazione regionale due anni dopo, lo ritengo ancora oggi un ottimo piano. Prevedeva di limitare il consumo di suolo, evitare l’espansione a macchia d’olio della città, il recupero del centro storico. Nel piano le costruzioni “terribili” degli anni sessanta erano segnate come “demolizione senza ricostruzione”. Un atto simbolico, perché ovviamente non potevamo certo acquistare il grattacielo di Piazza Silvabella e demolirlo, ma volevamo far capire che non si sarebbe più consentito un uso del territorio fatto in tal modo. Prevedevamo una zona industriale all’esterno della città e case popolari non solo in periferia ma anche in centro. Per questo acquisimmo terreni per l’edilizia popolare ad esempio le vecchie case dell’ospedale cittadino in Via Cortellona. Prevedemmo spazi per il verde e per le attività sportive. Una cosa interessante fu la creazione della cosiddetta “spina dei servizi”. E qui devo rendere omaggio all’architetto Andrea Villa , assessore all’urbanistica, che era molto convinto di questa operazione. La spina dei servizi partiva da Viale Dante dove era previsto il Palazzetto dello Sport e la piscina (costruite durante la mia amministrazione) e le scuole medie che furono poi costruite da amministrazioni successive. Insomma un agglomerato di servizi scolastici e sportivi. Prevedeva anche un ventaglio di verde, un polmone senza costruzione residenziali, che arrivava sino alla circonvallazione in direzione dell’Asilo Vittoria. In questo ventaglio era ipotizzato un grande parco. Facemmo un progetto da realizzare a tappe. La politica urbanistica programmata portò sicuramente ad una nuova visione urbanistica di Mortara. Tutto ciò però è stato demolito dalle amministrazioni successive. Penso al consumo di territorio enorme di oggi e a quel previsto ventaglio di verde attrezzato che è stato distrutto per lasciare spazio a lottizzazioni residenziali sbagliate, anche vicino a corsi d’acqua di pregio come il Cavo Plezza. Ricordarlo però non è inutile perché si sottolinea la necessità di pianificare in modo diverso la Mortara del prossimo decennio.-

Quando uscirà il libro?

Penso che entro l’autunno del 2021 il libro vedrà la luce. Vorrei aggiungere anche foto molto significative al fine di creare un testo storico interessante che parla dello sviluppo della città.

Così termina questa intervista a Giuseppe Abbà che annuncia questo suo nuovo libro, dopo i due precedenti: “La corna dal fabricon” e “Il Mago dalle sette teste”. Un personaggio, Giuseppe che continua ad essere amato ed apprezzato da molti per la sua coerenza, per la sua capacità di guardare sempre oltre l’io, verso la direzione di un’umanità dolente che crede nel riscatto sociale per continuare a danzare la vita.

Il libro in preparazione è anche uno sguardo lungo che parte dal passato e può fornire elementi di studio e di confronto utili per le nuove emergenze di domani: quella sanitaria, la mobilità, il territorio, il cambiamento climatico. Insomma amministrare una città sembra voler dire tra le righe il “vecchio” sindaco non è un’operazione da tecnici o da ragionieri. Bisogna mettere in ogni atto amministrativo il desiderio profondo di maggior giustizia sociale ed ambientale. Ipotizzare una città della cura. Dove cura significa cura di sé, ma anche degli altri, della città, del mondo.

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