Calendario del popolo: 76 anni fa, il 27 aprile 1945 gli insorti vigevanesi, dopo un’ eroica e cruenta lotta, distruggevano il treno blindato tedesco.
Il treno blindato era potentemente armato con cannoni da marina, ma i partigiani, a colpi di bombe a mano e usando un” panzer faust”(pugno corazzato, un’ arma anticarro) riuscirono a perforare la blindatura e ad avere la meglio.
Sempre il 27 aprile del 1945 veniva catturato Mussolini e molti gerarchi fascisti che, il giorno dopo, venivano giustiziati. Innumerevoli furono gli episodi dei giorni dell’ insurrezione di Aprile a conclusione di venti mesi della lotta della Resistenza, condotta con molti mezzi, dalle armi, agli scioperi, all’ aiuto ai prigionieri alleati fuggiti dopo l’8 settembre, ecc.
Mentre va avanti la sceneggiata sull’orario del “coprifuoco” la maggioranza di governo si prepara ad approvare un PNRR che non risponde ai bisogni sociali e ambientali del paese.
Un’elaborazione priva di trasparenza per un “piano” che nonostante le chiacchiere sulla finzione ecologica consegnerà una valanga di miliardi ai soliti noti interessi forti con persino la beffa di ben 17 miliardi destinati alla spesa per armamenti.
Emblematico che le risorse destinate alla sanità siano largamente insufficienti a colmare i danni causati dai tagli.
Rifondazione Comunista parteciperà al presidio che si terrà oggi davanti alla Camera dei Deputati a partire dalle 15 con le altre organizzazioni e associazioni aderenti a “La società della cura” per proporre un’alternativa a questo PNRR.
Rosa Rinaldi, responsabile sanità Elena Mazzoni, responsabile ambiente Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
Son passati tanti anni, 76 da quel 25 d’Aprile e la gran parte di noi non può avere ricordi di quei momenti e man mano che gli anni passano la memoria rischia di annebbiarsi e di confondere quello che è successo.
Ma non si può e non si deve dimenticare la guerra e i 20 anni di dittatura fascista.
Si, vanno usate le parole giuste. Dittatura con ancora più ragioni di quanto ha fatto Draghi recentemente nel definire Erdogan il capo di stato turco.
Non facciamo confusione. Fuma no cunfusion! come diceva mio papà quando voleva puntualizzare in modo chiaro e inequivocabile le cose importanti che voleva dire.
Per esempio bisogna essere chiari con i Negazionisti della Verità, non solo della pandemia ma anche dell’Olocausto e anche del 25 Aprile.
Non si può paragonare la Liberazione dal Nazifascismo con la libertà di uscire invocata in questi giorni di lockdown. Paragonare le limitazioni individuali in questo momento straordinario fatte per salvaguardare la propria salute e soprattutto quella degli altri, con quelle di quell’Italia di 90 anni fa dove vigeva la soppressione di tutte le libertà, ottenuta con l’oppressione, la tortura, la morte che l’occupazione tedesca e la dittatura fascista allo stesso modo sanguinarie hanno messo in campo.
Ed è particolarmente stupido e volgare dire che la Festa di oggi è la festa di quei pochi che una volta all’anno tirano fuori le loro bandiere e in particolare in questi ultimi anni sono liberi di uscire di casa mentre gli altri sono prigionieri nelle loro case.
Il 25 Aprile non è la festa di qualcuno ma di tutti gli italiani che oggi sono liberi, di una nazione che oggi beneficia di pieni diritti; di Libertà, Giustizia e di una Costituzione frutto dello sforzo politico di tutte le forze democratiche e che, visto il modo con cui la applichiamo, forse non ci meritiamo. Forse è troppo lontano il tempo dei sacrifici e della fatica, dei rischi, della paura e del coraggio che ci son voluti per ottenerla e per noi è solo un fatto scontato, come se fosse sempre stato così.
Fuma no confusion! Non è sempre stato così. E anche la vulgata comune che dice “Ci sono stati i morti di qua i morti di la…mettiamoci una pietra sopra”! Tra le camicie nere e tra i partigiani, e poi civili che magari potevano starsene tranquilli senza esporsi e così non gli sarebbe accaduto nulla… No, se è giusto ricordarli tutti in nome della pace e del ricordo della fine della guerra, a proposito quella era una guerra, non facciamo confusione con questa pandemia come i coprifuoco di allora con questo e dovremmo smettere di applicare termini bellici alla situazione odierna. Ma poi Bisogna chiaramente dire che c’è chi è morto per affermare diritti di tutti difendendosi dai soprusi, dalle violenze, dal razzismo da chi torturava e metteva in prigione, fucilava e mandava nei campi di concentramento, discriminava nella vita sociale, nel lavoro, nella scuola nello sport… chi era colpevole di esprimere idee e valori diversi a quelli del regime o perché era ebreo o negri o soltanto non “abbastanza obbediente” ai Tudesc, al Fascio e al Duce.
E poi.. C’è invece chi è morto combattendo per mantenere quel regime.
No non facciamo confusione Il 25 Aprile è Festa perché il popolo italiano si è liberato da tutto questo.
Diciamolo e non stanchiamoci di dirlo ai nostri figli perché non accada mai piu.
Fuma no confusion. Non Facciamo Confusione. W il 25 Aprile, W la Liberazione d’Italia.
Salvini, come già ha fatto M5S, svendera’ quota 100? Dicevano che il governo non era neoliberista invece come prevedevamo continua su quella strada.
Ancora una volta si seguono le raccomandazioni della Commissione Europea sulle linee guida per il recovery fund già approvate dal governo Conte 2: “Attuare pienamente le passate riforme pensionistiche onde ridurre il peso della spesa pensionistica”.
Quota 100 è un provvedimento limitato perché non garantisce donne, chi non ha continuità contributiva e chi ha cominciato a lavorare presto.
Ma si prospetta il peggio: ripristino dell’età pensionistica, tranne per i lavori usuranti, a 67 anni, che per chi non ha 20 anni di contributi, o non ha raggiunto il montante contributivo previsto diventano indefinitamente di più.
La drammatica crisi occupazionale del nostro paese richiederebbe misure urgenti tra cui il pensionamento a 60 anni o con 40 anni di contributi, invece si persiste in una scelta che colpisce duramente sia chi lavora da una vita sia chi il lavoro non lo trova.
Ricordiamo che in Francia i sindacati sostenuti dalla sinistra radicale hanno bloccato la riforma delle pensioni di Macron e si va ancora in pensione col retributivo. La vera riforma da fare è l’abrogazione definitiva della legge Fornero.
Bisogna assumere i giovani non tenere in ostaggio chi lavora fino a 67 anni.
Mentre si allunga l’età lavorativa non si fa nulla per garantire alle future generazioni un assegno dignitoso che attestandosi ormai su circa il 50% del salario, viste le retribuzioni odierne, produrrà un dramma sociale enorme.
Maurizio Acerbo, segretario nazionale Antonello Patta, responsabile lavoro Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
“Bisogna riassaporare il gusto del futuro” ha detto il Presidente del Consiglio Draghi illustrando il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per l’accesso ai 200 miliardi del Next Generation Eu. Di quale futuro parla, con un piano scritto da una piccola task force di “esperti”, presentato al Parlamento cinque giorni prima del suo invio all’Unione Europea, senza nessun coinvolgimento della società?
Non c’è futuro senza una democrazia reale e partecipativa, nella quale tutte e tutti concorrano a decidere quale modello di società è necessario.
Il PNRR del governo è orientato da Crescita – Concorrenza – Competizione. Prevede grandi investimenti, ma nessuna conversione sociale ed ecologica della società, solo una modernizzazione green e digital dell’attuale modello fondato sulla mercificazione e predazione della natura e su una sempre maggiore diseguaglianza. Con l’aggravante di destinare fondi diretti e indiretti a infrastrutture inutili e dannose, a partire dal Tav, all’industria bellica e ai sistemi d’arma, di riaprire la porta al nucleare, proprio nell’anniversario del disastro di Chernobyl e del decennale del referendum su acqua e nucleare. Autorizzare nuove trivellazioni, finanziare alcune filiere dell’idrogeno, possibili solo con la permanenza del metano, è astorico, come non affrontare il tema delle bonifiche e liberare i territori dalle tante “Ilva” d’Italia. Il PNRR dovrebbe finanziare l’agricoltura contadina e agroecologica, la riconversione graduale dell’agroalimentare verso il plant-based, rigettando finte soluzioni come gli schermi e la produzione di biometano dagli allevamenti. Il punto per noi è ridurre e cambiare tipo di produzione e consumo, agevolando e incentivando il cambiamento, e non mettere “cerottoni” che non curerebbero tutti i danni attuali a persone, ecosistemi e animali.
Non è questa la strada da seguire. Serve un cambio di paradigma e un nuovo modello di convivenza: la società della cura, che sia cura di sé, delle altre e degli altri, dell’ambiente, del vivente, della casa comune e delle generazioni che verranno.
Il PNRR del governo parla di ripresa e resilienza. Con la difesa a oltranza dei brevetti, il rilancio delle liberalizzazioni commerciali e delle privatizzazioni, a partire dall’acqua, ha in mente gli interessi delle grandi imprese e delle lobby finanziarie, dai quali dovrebbe dipendere il benessere delle persone e della società. Infatti, allo stato, non si prevedono che interventi marginali per sostenere la sanità pubblica territoriale, il welfare e le infrastrutture sociali, tantomeno per assicurare il diritto alla casa. Ma senza casa non c’è cura.
Non vi sarà alcuna ripresa e resilienza senza garantire un reddito di base e un lavoro degno, la trasformazione ecologica della produzione e della società, beni comuni tutelati e sottratti al mercato, diritto alla casa, alla salute, alla formazione e alla sicurezza sociale garantiti per tutte e tutti. Per uscire dalla logica del “ristoro” concesso a questa o quella categoria, e curare nel suo insieme una società in cui nessun* sia lasciat* indietro.
Il 26 aprile il Presidente del Consiglio Draghi porterà alla discussione delle Camere il PNRR. Sarà poco più che una ratifica, con tutti i partiti in spasmodica attesa del bastimento carico di miliardi che arriverà dall’Europa.
Il 26 aprile saremo davanti al Parlamento per presentare il nostro Recovery PlanET, un piano alternativo che contrapponga il prendersi cura alla predazione, la cooperazione solidale alla solitudine competitiva, il “noi” dell’eguaglianza e delle differenze all’”io” del dominio e dell’omologazione.
Con la chiusura delle indagini sulla strage del Ponte Morandi emerge la miseria e l’indecenza della politica italiana. Centrosinistra e centrodestra sono corresponsabili della privatizzazione delle autostrade, di regole confezionale a favore dei concessionari, dei mancati controlli.
Persino dopo 43 morti le forze politiche di governo, dalla Lega al Pd, non hanno voluto togliere la concessione ai privati responsabili del disastro.
Bisognerebbe processare – alla Pasolini – tutti coloro che hanno votato per la privatizzazione.
È un’offesa alle vittime e all’intero popolo italiano che i governi Conte1 e 2 e lo stesso governo Draghi abbiano lasciato a Atlantia la concessione pensando a tutelare gli azionisti non il diritto dei cittadini alla sicurezza.
La privatizzazione è stata un fallimento e un furto ai danni degli italiani.
Il governo ha il dovere di togliere la concessione ai privati e di ripubblicizzare le autostrade.
Noi di Rifondazione Comunista rivendichiamo di essere stati gli unici ad opporsi alla truffa della privatizzazione.
Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea
Lo scorso 11 aprile, in Perù si sono tenute le elezioni per eleggere un presidente, 2 vicepresidenti e 130 deputati e deputate. Nessuno dei candidati ha passato il primo turno e il ballottaggio sarà il prossimo 6 giugno.
Il candidato “sorpresa” Pedro Castillo di Perù Libre è stato il più votato con il 19,1% dei voti, ridando fiato alla sinistra. Al secondo posto, su posizioni apertamente neo-liberiste, si è piazzata Keiko Fujimori (Fuerza Popular) con il 13,3 %. Keiko è la pluri-indagata figlia di Alberto Fujimori, l’ex-presidente dittatore attualmente in galera per corruzione.
Solo sesta con il 7,9 % è arrivata Veronika Mendoza, esponente della coalizione di sinistra “Juntos por el Perù” (che comprende i 2 partiti comunisti), e che sperava passare al ballottaggio, mentre rimane in fondo l’ex presidente Ollanta Humala (Partido Nacionalista), con solo 1,6 % dei suffragi.
Su 24 milioni di elettori, circa il 30 % non è andato a votare, mentre l’astensione nelle precedenti elezioni presidenziali non aveva superato il 18%. Tra coloro che hanno votato, il 18 % ha votato scheda bianca o nulla che, sommato al 30% di astensione dà un totale del 48 % dei votanti che non ha espresso nessuna preferenza.
C’è da dire che chi è andato a votare lo ha fatto nel momento più pericoloso della pandemia, con il record dei decessi il giorno prima delle elezioni, vincendo la paura e mettendo a rischio la salute.
Al di là dei singoli risultati, in generale è stato il voto di un Paese stanco, depresso, frustrato e stufo. È il risultato di come il Paese si sente e si mostra. Tuttavia, queste elezioni hanno presentato un’importante sorpresa.
La sorpresa Pedro Castillo ?
Per chi non conosce a fondo la politica peruviana, Pedro Castillo è stata la sorpresa di queste elezioni, dato che la maggioranza dei sondaggi o non lo calcolavano, o lo davano al quarto o quinto posto.
Nato a Cajamarca, città del nord del Paese, Castillo è un insegnante rurale con un master in psicologia dell’educazione. È attivo in politica dal 2002, prima con Perú Posible (partito di centro dell’ex presidente Alejandro Toledo), e dal 2017 con Perú Libre.
Proprio nel 2017, è stato alla testa di uno dei più importanti scioperi nazionali degli insegnanti, durato tre mesi.
Foto:www.nodal.am
Perù Libre è un partito recente, fondato a livello nazionale nel 2012, nato nel dipartimento di Junín, anch’esso lontano dalla capitale Lima. È un partito che si dichiara socialista, marxista-leninista-mariateguista, con posizioni conservatrici su questioni come il matrimonio egualitario (Castillo ha dichiarato che non è una questione prioritaria in un suo possibile governo) ed è contro la libera interruzione della gravidanza. Durante la campagna elettorale, ha cercato di differenziarsi dalla “nuova sinistra di Lima” (in riferimento a Juntos por el Perú), e di rappresentare gli interessi dei contadini e degli esclusi del “Perù profondo” in un Paese fortemente centralista, ma diviso tra la costa, la selva e la sierra.
Rispetto alla moderazione di altri candidati di sinistra, Castillo ha saputo esprimere chiaramente la richiesta di una nuova costituzione, di una nuova riforma agraria e della nazionalizzazione delle risorse, in particolare quelle minerarie sottoposte ad uno spietato saccheggio multinazionale.
Il tema dell’industria estrattiva è uno dei punti più controversi, che ha provocato distruzione dell’ambiente, della fragile struttura produttiva delle zone interessate, duri conflitti sociali (Las Bambas, Conga e Tía María solo per citarne alcuni) e una violenta repressione a difesa degli interessi delle multinazionali straniere.
La miniera di Cajamarca
Anche in politica internazionale, Castillo si è apertamente schierato a favore di Cuba, Nicaragua e Venezuela, nonostante la violenta polemica nel Paese in particolare contro il processo bolivariano.
Divide et impera
La frammentazione politica è da anni una caratteristica peruviana, e lo si è visto nel primo turno, sia per l’alto numero di partiti e candidati, sia per i risultati, con basse percentuali di appoggio, un indicatore chiaro della mancanza di connessione con il ventaglio di proposte politiche.
I primi due arrivati, Castillo e Fujimori, insieme rappresentano poco più del 32% dei voti, mentre il restante 68% è diviso tra ben 16 candidati, di cui 6 hanno superato il 5%.
Anche in base alla grande percentuale di indecisi a una settimana dalle elezioni, ci si aspettava una dispersione del voto, espressione della disaffezione della popolazione nei confronti della politica. Ma non si era mai arrivati a un ballottaggio con due candidati i cui risultati sommati non arrivano alla metà dell’elettorato. E’ parte della crisi istituzionale, delle caratteristiche dei partiti che sono in gran parte “contenitori personali”, del mancato funzionamento del sistema elettorale, dell’assenza di democrazia che non sia quella formale. Ed è proprio lo svuotamento della democrazia che conduce al fujimorismo, perchè da lì viene.
Destre e sinistre
Settimane prima delle elezioni, le previsioni indicavano un possibile ballottaggio tra due candidati conservatori, come risultato della frammentazione della destra peruviana in almeno cinque diversi candidati. Anche tenendo conto di quello che era successo 5 anni fa, quando erano andati al ballottaggio un candidato che rappresentava la destra neoliberale, Pedro Pablo Kuczynski (PPK), e una candidata che rappresentava la destra pro-Fujimori (altrettanto neoliberale), Keiko Fujimori. Viceversa, la dispersione del voto, insieme all’approfondimento della crisi politica, ha propiziato l’ascesa di settori più legati alla sinistra, che anch’essa però si presentava divisa.
A sinistra, Castillo è stato colui che ha saputo incanalare e dare un senso alla crisi politica. Ciò ha marcato la differenza con Verónika Mendoza, che poco a poco ha moderato il suo discorso in campagna elettorale, e incluso la proposta di una nuova Costituzione è rimasta in secondo piano. Castillo non ha ricevuto quasi nessuna rimostranza diretta ed è stato chiaro nelle sue proposte sollevando la necessità di una nuova Costituzione e proponendo di portare al 10% del PIL le risorse per salute ed educazione.
Parlamento e presenza territoriale
Sono 10 le forze politiche che hanno ottenuto seggi al parlamento, ma nessuna con la maggioranza. Perù Libre con 37 seggi, Fuerza Popular 24, Acción Popular 17, Alianza Para el Progreso 15, Renovación Popular 13, Avanza País 7, Podemos Perú 5, Somos Perú 4, Juntos por el Perú 5 e il Partido Morado 3 seggi. Le elezioni hanno rivelato la debolezza dei partiti peruviani e la scomparsa di alcuni partiti tradizionali come l’APRA. Chiunque vinca al ballottaggio, non ha comunque la maggioranza al Congresso e sarà costretto ad allearsi con risultati tutti da vedere.
Al primo turno, Castillo ha vinto in 16 dipartimenti (Cajamarca, Amazonas, San Martin, Ancash, Arequipa, Moquegua, Ayacucho, Tacna, Puno, Cusco, Apurímac, Huancavelica, Junín, Pasco, Huánuco e Madre de Dios), mentre Keiko ha vinto in 7 (Callao, Ica, Lambayeque, Loreto, Piura, Tumbes e Ucayali). Le regioni dove Castillo ha ottenuto una percentuale più alta (specialmente il sud e gli altipiani centrali), sono territori con un forte voto anti-neoliberale e anti-Fujimori: nel 2011 avevano votato per il “nazionalista” Ollanta Humala e nel 2016 per Verónika Mendoza (allora al terzo posto con il 18,7%).
Foto: El Polvorìn
Una visione binaria ?
La complessità del panorama rende difficile pensare alla disputa del secondo turno solo come una “semplice” disputa tra destra e sinistra. Le elezioni sono anche un riflesso della crisi politica, della crisi di rappresentanza, della mancanza di leadership e del disincanto della popolazione nei confronti del ceto politico tradizionale e delle istituzioni. Da decenni ormai, il Perù è testimone di un agire deplorabile del ceto politico, sia di governo, che di opposizione. Tutti i governi hanno concluso il loro mandato con una grande disapprovazione. Nessun partito è riuscito a fare eleggere due volte un suo candidato a presidente e, da 30 anni, tutti i governanti sono indagati per corruzione. Ci vuole poco a capire perchè i cittadini-elettori non solo si allontanano dalla sfera politica istituzionale, ma la rifiutano in blocco. Il voto è una continua frustata al ceto politico, alla ricerca di qualcuno che sembri “nuovo”, che indichi la luce in fondo al tunnel, o che appaia con la frusta della vendetta o del castigo in un Paese messo in ginocchio da decenni di neo-liberismo sfrenato.
Oggi, risuona la discussa frase attribuita ad Antonio Raimondi, esploratore e naturalista italiano che arrivò nel Paese nel 1850, : “Il Perù è un mendicante seduto su di una panca d’oro”
A questo si deve aggiungere la situazione della pandemia che ha reso visibili le disuguaglianze e ha approfondito la crisi: più di 2 milioni di persone hanno perso il lavoro nel 2020. Il risultato del primo turno segna una polarizzazione tra figure politiche antagoniste che a modo loro hanno saputo esprimere le preoccupazioni rispetto alla crisi. Keiko Fujimori ha fatto campagna evocando la stabilità, cioè mantenere la costituzione del 1993 e tornare alla crescita economica degli anni precedenti con il cosiddetto “miracolo economico” peruviano degli anni 2007-2015, con una grande crescita che non ha ridistribuito quel benessere). Viceversa, Pedro Castillo ha fatto una campagna elettorale tra gli ultimi, gli esclusi ed i colpiti dalla crisi. In particolare con un occhio rivolto al Perù profondo, alle zone rurali ed ai suoi ronderos campesinos, cercando il consenso per un’Assemblea Costituente e una nuova Costituzione, una richiesta avanzata con determinatezza dalle mobilitazioni di piazza di pochi mesi fa.
Disegno: Giovanni Tazza. Fonte: El Comercio
Che succederà al ballottaggio ?
E’ la terza volta che Keiko Fujimori arriva al ballottaggio. Nelle due precedenti, ha pesato di più la sua immagine negativa e lo slogan ” Mai più Fujimori” è stato sufficiente perchè gran parte dello spettro politico le votasse contro.
Nel 2011, il “nazionalista” Humala vinse al secondo turno con il 51,45%, mentre Keiko ottenne il 48,55%.
Nel 2016, PPK ha ottenuto il 50,12% e Keiko il 49,88%. La differenza era sempre piccola.
In questa terza opportunità lo scenario potrebbe favorirla. Da un lato la frammentazione della destra nel primo turno può far convergere quei voti su di lei. Dall’altro, è difficile che appoggino Castillo i settori tradizionalmente conservatori della popolosa Lima, che concentra circa un terzo degli abitanti del Paese. Parallelamente, i media e la stessa Keiko usano l’immagine del vecchio conflitto armato interno, battendo sulla idea falsa, ma presente nel senso comune peruviano, che i militanti di sinistra sono tutti terroristi, il cosiddetto “terruqueo”.
Da parte sua, Castillo conta sull’appoggio dichiarato al ballottaggio di Nuevo Perù (partito di Veronika Mendoza), del Partito Comunista Peruviano e di altre forze sociali. Ma soprattutto, conta sulla volontà di rottura della popolazione, stanca di essere esclusa e presa in giro. Ad oggi, i soliti sondaggi da prendere con le pinze, lo danno in vantaggio, ma gli indecisi sono ancora molti e mancano quasi due mesi al voto.
Come sempre, il ballottaggio tra Pedro Castillo e Keiko Fujimori sarà polarizzato e ci si attende una battaglia durissima e senza esclusione di colpi. Ma chiunque vinca non potrà mantenere interamente le promesse del suo programma, e avrà bisogno di stringere accordi in parlamento (con partiti che non garantiscono neanche coesione nelle loro file) per offrire un minimo di stabilità politica, fattore ancor più importante in questa fase di crisi sanitaria e socio-economica.
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