Categoria: Comunicati stampa

Lettera aperta al Papa

Questa è la lettera indirizzata a Papa Francesco per la sua visita annunciata a marzo in Iraq, di cui ho parlato alla riunione di Rete Kurdistan. Chiediamo che il Papa nella sua visita pastorale ed umanitaria a Bagdad, ad Erbil e a Mosul visiti il Campo profughi di Makhmour e la comunità di Sinjar, vittime di feroci attacchi delle milizie armate presenti nella regione e di bombardamenti di droni turchi, oltre che di un feroce embargo del Campo di Makhmour che persiste da agosto 2019. Chiediamo a chi volesse sottoscrivere questa lettera, di farlo individualmente, inviando una mail a questo indirizzo, indicando qualifica professionale e città. Cari saluti, Antonio

All’attenzione del Santo Padre,

nei giorni scorsi  è stata diffusa la notizia di una Sua visita, prevista per il mese di marzo 2021, nelle martoriate terre irachene, quelle terre percorse tutt’oggi da venti di guerra e da violenze indicibili che hanno mandato in frantumi comunità multietniche e multi confessionali, creando fratture profonde nella millenaria storia di convivenza mediorientale.

Abbiamo appreso che il Suo viaggio avrà come prima meta la città di Erbil, capitale della regione del Kurdistan iracheno dov’è presente anche un’importante comunità cristiana nel quartiere di Ankawa,  toccherà poi Baghdad, la capitale dell’Iraq e la città di Mosul, città rimasta tristemente nota come la capitale del califfato dell’Isis, ma anche per le persecuzioni contro i cristiani di Quaraqosh, antico insediamento assiro, un tempo il più grande centro della cristianità in Iraq. Quelle terre non possono non farci ricordare la figura di Padre Dall’Oglio, esule a Suleymanya, poi rapito o ucciso in Siria.

Santità, noi Le chiediamo che, oltre ad incontrare queste comunità, nell’ambito di un discorso umanitario e di pacificazione, ci sia la possibilità d’incontrare anche i profughi del campo di Makhmour, nella provincia di Mosul, e le comunità yazide di Sinjar, nell’Iraq nord occidentale, al confine con la Siria.

Nel campo profughi di Makhmour vivono oggi 14.000 profughi provenienti dalla regione del Botan, dove l’esercito turco, negli anni’90, aveva evacuato con la forza i villaggi di confine, abitati da contadini e pastori, accusati di aiutare i militanti del Pkk.

Questi profughi avevano attraversato le montagne coperte di neve che separano la Turchia dall’Iraq giungendo nella piana di Ninive. In quella traversata morirono 300 persone e circa 600 rimasero ferite da bombe, gelo e mine.

Costretti  a cambiare  per nove volte destinazione, si sono infine accampati in pieno deserto, in un luogo allora denominato “ valle della morte ”; in questo luogo  , hanno ricominciato a vivere, piantando alberi, dissodando terreni, allevando bestiame, aprendo scuole e cooperative. Oggi, Makhmour è una comunità autogestita, caratterizzata da una forte democrazia dal basso e di genere.

Pur tuttavia, i problemi del campo non sono finiti: abbandonata dall’UNHCR, la comunità è sotto embargo dal 2019. Inoltre, i droni turchi hanno bombardato il campo più volte e l’ISIS ha fatto frequenti incursioni armate uccidendo e seminando il terrore tra la popolazione. A questo, si è aggiunta recentemente la pandemia da coronavirus che ha già mietuto le prime vittime.

Sinjar è stata teatro di scontri violentissimi tra l’ISIS e le minoranze etniche e religiose presenti nell’area, in particolare quella dei kurdi yazidi, vittime di  un vero e proprio genocidio. Gli uomini e gli anziani sono stati trucidati in massa, mentre donne e bambine sono state ridotte a schiave del sesso e vendute sui mercati di Mosul e Raqqa per cifre tra i 5 e i 20 dollari, mentre i ragazzini sono stati arruolati e indottrinati dai miliziani islamisti come bambini-soldato.

La città, dopo diversi tentativi, è stata riconquistata dai peshmerga e dal Pkk il 13 novembre 2015. Negli anni successivi, sono state rinvenute numerose fosse comuni, piene di corpi con  le teste forate dai proiettili sparati alla nuca delle vittime.

Nel 2018, un’attivista yazida, Nadia Murad, è stata  insignita del Premio Nobel per la pace, dopo essere stata rapita e resa schiava sessuale dai miliziani dell’Isis.

Oggi purtroppo, il mondo sembra essersi scordato dei massacri subiti dagli abitanti del campo profughi di Makhmour  e di Sinjar.

Noi, firmatari di questa lettera aperta, Le rivolgiamo un accorato appello affinchè il grido sofferente di queste comunità non resti inascoltato.

Le chiediamo di prestare ascolto, nel corso del Suo viaggio pastorale in Iraq , alle sofferenze di queste popolazioni, visitando le loro povere comunità, e comunque  rivolgendo anche a loro un messaggio di pace, di serenità e di speranza nel futuro.

Grazie !

Alessandria, 25 dicembre 2020

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Ecco le adesioni pervenute finora (15 gennaio 2021):

– Moni Ovadia (attore, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante)

– Carlo Petrini (presidente Slow Food)

– Nandino Capovilla (Pax Christi)

– Padre Alex Zanotelli (missionario comboniano)

– Raniero La Valle  (giornalista, politico, intellettuale

– Mario Agostinelli (Presidente Laudato Si)

– Massimo De Vita (regista, direttore Teatro Officina)

– Silvano Molinari (già dirigente industriale)

– Alessandra Mecozzi (Associazione Cultura è Libertà)

– Vittorio Agnoletto (medico, docente universitario, scrittore)

– Raffaele Salinari (medico, Associazione Terres des Hommes)

– Emilio Molinari (Laudato Si)

– Tonio Dell’Oglio (Presidente Pro-Civitate Christiana Assisi

– Luigi Vinci (già parlamentare europeo)

– Silvana Barbieri (Associazione Fonti di Pace)

– Michele Petraroia (Ass. Padre Giuseppe Tedeschi, presidente Anpi Basilicata)

– Laura Schrader (scrittrice)

– Hikmet Aslan (giornalista kurdo in Italia)- Murat Cinar (giornalista turco in Italia)
– Sandra Cangemi (giornalista, educatrice)
– Marina, Lazzati (pedagogista)
– Don Michele Mosa (delegato per il dialogo interreligioso Pavia)
– Anna Miculan (avvocato)
– Susanna Brambilla Pirelli 
– Francesca Tassi (già professoressa associata di genetica Università di Parma)
– Giovanna Cantarella (psicanalista)
– Franco Borghi
– Camilla Boni – Milano
– Biancamaria Manzini – Milano
– Paola Ciardella – Milano
– Mirella De Gregorio – Milano
– Lia Barone – Parma
– Nando Dalla Chiesa – scrittore, sociologo, politico italiano
– Ileana Mortari – già docente di scuola superiore Mantova
– Francesco Sereni – già docente di scuola superiore Mantova
– Amalia Navoni (coordinamento Nord-Sud)
– Nicoletta Ghizzoli (Casa della cultura Milano)
– Giuliano Gasparotto (già docente universitario Pisa)
– Leo Ceglia (sindacalista)
– Margherita Ortuani (executive assistant)
– Maria Grazia Manzoni (già resp. portafoglio clienti Italia)
– Giannella Sanna (già docente di lettere)
– Giovanni Motta (avvocato)
– Arturo Salerni (giurista, avvocato)
– Giomo Conti (già consigliere reg.le Liguria)
– Piero Basso (storico, scrittore)
– Rossana Papagni (docente)
– Giuliana Barbieri (psicologa infantile)
– Carlo Rodini (psicologo, docente Università Cattolica Milano)
– Federico Venturi (scrittore, docente Università degli studi di Perugia)
– Giovanni Russo Spena (giurista, docente universitario, senatore)
– Laura Quagliolo (cooperante Cisda Onlus)
– Raffaele Taddeo (centro culturale multietnico La Tenda)
– Davide Migliorino (tecnico)
– Fausto Toselli (pensionato) Renazzo  (Fe)
– Mirella De Gregorio – Milano
– Marina Grossi (giornalista)
– Michele Papagna (Acea Onlus)
– Gabriella Di Campli (già dirigente Inps)
– Ivanoe Treu (disegnatore progettista)
– Stefano Giussani (dirigente aziendale)
– Roberta Rabino (dirigente aziendale)
– Martina Villa (avvocata)
– Beatrice Giussani (impiegata)
– Alessandro Villa (impiegato)
– Emma Zufellato (già funzionaria di compagnia aerea)
– Maria Luisa Paroni – Sabbioneta (MN)
– Evanna Sangiorgio  (pensionata) Como
– Giancarla Venturelli (volontaria onlus La Tenda)
– Aldo Sachero (medico cardiologo volontario onlus La Tenda)
– Augusta Pasquero (pubblicitaria)
– Don Virginio Colmegna (presidente della Fondazione Casa della Carità “Angelo Abriani”)
– Daniela Padoan (scrittrice, Laudato Si)
– Davide Scaglianti (insegnante)
– Maria Pia Deaniella (già funzionaria di banca)
– Antonella Doria (poetessa)
– Ausilia Magaudda (docente Conservatorio di Milano)
– Alessandro Giudo (tecnico azienda telecomunicazioni)
– Alessandra Chiappini – Ferrara
– Maria Luisa Paroni (Amnisty Int. – Laudato Si)
– Vincenzo Balzani (docente università di Bologna)
– Silvia Pelizza (psicoterapeuta)
– Amadia Fumagalli
– Maria Cristina Pirani (guida turistica)
– Isabella Colonnello (presidente ass.ne Romano Canosa per gli studi storici)
– Anna Falciola (già docente di lettere)
– Franco Borghi
– Fausto Toselli

Ehssi… che pazzi noi che vorremmo andare a scuola in sicurezza…

EDOARDO CASATI

Per loro la scuola non porta profitto, per loro che sono capaci di immaginare una sola moneta: quella del guadagno ad ogni condizione (anche quando si tratta di sfruttare uomo e ambiente).

Io credo che la scuola porti allo stato una grande opportunità, quella di istruire le nuove generazioni e che quindi porti il guadagno più grande: delle ragazze e dei ragazzi che in futuro avranno le competenze per governare questo paese.

Ricordo che quando manifestavamo con FFF ci ripetevano che la generazione dei nostri genitori aveva fallito, che non era stata capace di cambiare veramente questo paese; ci viene sempre ripetuto che noi siamo l’ultima opportunità prima del disastro irrecuperabile.

Noi ci proveremo, con tutte le forze, ma dovete darci almeno i mezzi per imparare… 

L’appello dell’ANPI e noi

Pubblicato il 16 gen 2021

di Maurizio Acerbo

Abbiamo aderito all’appello proposto dall’ANPI “Uniamoci per salvare l’Italia” perché condividiamo da sempre l’impegno per la difesa e l’attuazione della Costituzione repubblicana del 1948, il rifiuto di ogni forma di razzismo e discriminazione, la lotta contro i nuovi fascismi, le idee che il testo propone come base indispensabile per affrontare la crisi che viviamo. 

L’ANPI e le altre associazioni che salvaguardano la memoria della Resistenza e della deportazione sono per noi la casa comune di tutte le antifasciste e gli antifascisti. All’ANPI va riconosciuto che ha sempre coniugato la tensione unitaria propria della tradizione antifascista all’autonomia dai governi e dai partiti, come ha dimostrato negli ultimi due referendum costituzionali o nel mese di novembre con la netta presa di posizione contro l’autonomia differenziata.

Oserei dire che tra i soggetti politici che hanno sottoscritto l’appello forse siamo gli unici che possono dire forte di essere stati sempre schierati dalla parte della Costituzione e che hanno un programma che va nella direzione proposta. 

Proprio per la nostra fedeltà a quei principi abbiamo scelto una linea di alternativa ai poli politici esistenti, alla destra come a quelli che compongono l’attuale coalizione di governo.  

La nostra alterità non ci ha mai impedito e non ci impedisce la convergenza unitaria in tutte le mobilitazioni antifasciste e antirazziste, in tutte le iniziative volte a trasmettere la memoria in un paese in cui è costante il tentativo di riabilitare il fascismo. Sono di altri le contraddizioni tra quel che si dice il 25 aprile e quel che si fa e vota durante l’anno.

Le nostre compagne partigiane Lidia Menapace, Tina Costa e Bianca Braccitorsi hanno mostrato come si possa essere sempre in prima fila in ogni mobilitazione unitaria senza mai cedere di un millimetro rispetto alle proprie posizioni.

Il documento proposto dall’ANPI non riguarda il terreno elettorale e i rapporti tra i partiti, terreni che esulano dai compiti dell’associazione. Altrimenti essa stessa diverrebbe fattore di divisione e non luogo in cui si incontrano e convivono tantissime/i cittadine e cittadini che si riconoscono nell’eredità della Resistenza che fu, soprattutto per iniziativa del Partito Comunista Italiano, un grande movimento unitario e plurale.

Nella lunga stagione del bipolarismo si è abusato della strumentalizzazione dell’antifascismo e dell’appello contro la destra. Un richiamo sempre agitato da chi ha voluto quei sistemi elettorali maggioritari che i costituenti avevano rigettato. A questo ricatto qualsiasi democratico dovrebbe rispondere: se la destra è così pericolosa perché avete voluto i premi di maggioranza che le consentirebbero di stravincere? Questa logica tra l’altro ha contribuito a spostare a destra metà del paese invece di isolare le componenti neofasciste come accadeva fino ai primi anni ’90.

L’unità a cui ci ha chiamato l’ANPI confidiamo innanzitutto che si traduca in un sempre più forte impegno comune per la messa al bando delle organizzazioni neofasciste che era stato oggetto di un precedente appello “Mai più fascismi” su cui sono state raccolte poi centinaia di miglia di firme.

Fu la scomparsa compagna Carla Nespolo a proporre appello e tavolo unitario a partiti, sindacati e associazioni per confrontarsi e condividere le iniziative su questi grandi temi. Il nuovo presidente Gianfranco Pagliarulo, a cui rinnoviamo i nostri auguri di buon lavoro, prosegue su quella strada. 

Non nascondiamo che nel partecipare a questi luoghi unitari ci troviamo a volte in un certo imbarazzo perché la questione ineludibile da anni è quella della contraddizione tra i principi fondamentali della Costituzione nata dalla Resistenza e le politiche neoliberiste e sicuritarie portate avanti anche dai partiti che aderiscono all’appello.

Il testo si richiama a principi che dovrebbero essere condivisi da tutte le formazioni politiche che vogliano definirsi democratiche. Purtroppo non lo sono, apertamente da quelle della destra illiberale e xenofoba, nei fatti assai spesso da quelle ora al governo.

Auspichiamo che l’appello costituisca dunque un richiamo alla coerenza per i partiti che lo hanno sottoscritto a partire dall’approvazione di una legge elettorale proporzionale che garantisca il pluralismo e metta in sicurezza le istituzioni democratiche da nuovi tentativi di stravolgimento della Costituzione.

Antonio Gramsci ci ha insegnato che “la verità è rivoluzionaria”. Ed è doveroso ricordare che le modifiche costituzionali e le leggi elettorali che hanno svuotato il ruolo del parlamento, diviso il paese e alterato gli equilibri dei poteri sono tutte state approvate da partiti che hanno sottoscritto con noi l’appello. E la stessa responsabilità può essere individuata nel gravissimo arretramento sul piano dei diritti sociali sanciti nella Costituzione.

Alle radici della crescita di una destra mai così forte tra le classi popolari ci sono le politiche che accrescono le disuguaglianze, la precarizzazione del lavoro, la perdita di tutele e diritti per chi lavora, le privatizzazioni, lo smantellamento del ruolo del pubblico in economia, i tagli a scuola, sanità, servizi, l’abbandono delle politiche per la piena occupazione, le leggi inaccettabili sull’immigrazione e l’ordine pubblico, la crescita della spesa militare, l’assenza di politiche per la casa, il saccheggio dei beni comuni. E anche la mancata difesa della storia di chi ha dato un contributo essenziale alla nascita e allo sviluppo della nostra democrazia.

Quando cantano Bella Ciao in parlamento quelli che vogliono mandare in pensione la gente a 70 anni è davvero singolare che ci si stupisca della presa di Salvini tra lavoratrici e lavoratori. 

Negli ultimi undici anni – tranne il breve anno del governo Conte1  – il PD è sempre stato al governo. Il risultato è una destra fortissima e a egemonia trumpiana. 

Non si difende la democrazia e la stessa convivenza civile con politiche che ne erodono le basi di consenso e di partecipazione aprendo la strada alla peggiore demagogia di destra e all’imbarbarimento della società.

Non si difende la democrazia se si alimentano il revisionismo storico e la delegittimazione dei comunisti che furono la componente principale dell’antifascismo e della Resistenza votando risoluzioni che li equiparano ai nazisti.

E non ci stancheremo mai di ripetere che la democrazia si riduce a un misero simulacro se sulle grandi questioni decide il “pilota automatico” e si considera come proprio imperativo la zelante attuazione delle raccomandazioni arrivate per anni dalla Commissione Europea e dalla Bce e il rispetto di trattati che contraddicono la nostra carta. Tantomeno abbiamo mai smesso di ricordare che l’indignazione morale e la sensibilità per i diritti umani non possono essere intermittenti, brandite nella polemica contro Salvini e Meloni, attenuate e accantonate quando le responsabilità sono da addebitarsi a PD e M5S.

Per ricostruire l’Italia dopo la pandemia bisogna ridare centralità ai principi fondamentali della nostra Costituzione e farla finita con il neoliberismo.

L’unità più larga possibile nel riferimento ai valori dell’antifascismo va sempre salutata positivamente ma non cancella le differenze politiche che da tempo sono molto forti.

Per noi la Costituzione non è un testo da leggere a messa la domenica, ma un programma di lotta per la trasformazione della società. 

LA LORO CRISI, LE NOSTRE PROPOSTE

Pubblicato il 16 gen 2021

RIFONDAZIONE COMUNISTA

Documento approvato con tre astensioni dalla direzione nazionale del 14 gennaio 2020. 

La crisi di governo rappresenta un’ennesima pagina della degenerazione del sistema politico del nostro paese, ancora più grave perché si innesta in un quadro di crisi, gravissima, sia sanitaria che sociale, con milioni di lavoratrici e lavoratori, dipendenti o autonomi che siano, che vivono con poche centinaia di euro al mese o sono addirittura senza alcun reddito, con la prospettiva fra qualche mese di doversi confrontare con la fine del blocco dei licenziamenti e degli sfratti.

Dopo due decenni di leggi elettorali incostituzionali, adesione al pensiero unico neoliberista di tutti gli schieramenti, celebrazione del leaderismo e della spettacolarizzazione siamo giunti a una crisi di cui la maggior parte delle italiane e degli italiani non capisce nemmeno l’oggetto.

Chi nella maggioranza critica la deriva personalistica di Renzi dovrebbe riflettere sulle proprie responsabilità. Mentre il “pilota automatico” decide sull’essenziale, la dialettica politica scade nella faziosità e nella polemica becera in cui i vari personaggi e soggetti politici devono ritagliarsi uno spazio che non possono conquistare con la forza della prospettiva ideale e di impianti programmatici alternativi.

Il risultato degli apprendisti stregoni dell’attuale maggioranza è che la vittoria delle destre in caso di elezioni anticipate sarebbe di dimensioni enormi per effetto della legge elettorale in vigore e del taglio del numero dei parlamentari e consentirebbe ai trumpiani nostrani di eleggere il Presidente della Repubblica e di stravolgere la Costituzione con il presidenzialismo e un ancor più forte “regionalismo differenziato”.

Va respinto il riproporsi della polemica contro i “partitini” che ha già condotto dal 1994 al progressivo svuotamento del parlamento e a un sostanziale restringimento del pluralismo e della democrazia nel nostro paese. Mentre con gli sbarramenti sono state estromesse dalla rappresentanza le forze non allineate come Rifondazione Comunista, le leggi elettorali hanno amplificato il trasformismo e la fine dei partiti come organizzazioni popolari con una fisionomia ideale e programmatica e un radicamento nel paese. Il gruppo parlamentare di Italia Viva nasce da una scissione di elette/i nelle liste PD e della sua coalizione guidata dall’ex-segretario di quel partito.

Respingiamo indignati il paragone che in questi giorni è stato brandito in maniera ricorrente tra le battaglie di Rifondazione Comunista e Renzi. E’ un’analogia priva di fondamento. Il renzismo è un prodotto della lunga stagione dell’Ulivo e del centrosinistra, a Prodi ricordiamo che Renzi è figlio della sua politica non della nostra.  Rifondazione Comunista ha rotto con i governi e si è scontrata col centrosinistra per dire no a guerre, privatizzazioni, precarizzazione del lavoro, per difendere scuola, sanità, servizi pubblici e beni comuni. Rifondazione Comunista ha difeso in parlamento gli interessi di lavoratrici e lavoratori, disoccupate/i, pensionate/i i cui diritti sono stati spesso e volentieri massacrati dal centrosinistra.  C’è una differenza abissale tra chi chiede il MES e chi non votò il Trattato di Maastricht mettendo in guardia rispetto a regole europee che tutti oggi ammettono che si debbano cambiare. La nostra proposta di riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali divenne legge in Francia e anticipava un dibattito che oggi è aperto in tutto il mondo. Rifondazione Comunista ha sempre portato in parlamento le istanze dei movimenti sociali e della classe lavoratrice, Renzi è solo uno dei tanti ventriloqui di Confindustria e dei grandi gruppi capitalistici spesso parassitari e certo non ne mancano nelle forze che sostengono il governo. Basti pensare a come hanno affrontato la questione delle concessioni autostradali dopo la strage del Ponte Morandi.

Si esce da questa fase di confusione e trasformismo solo rimettendo al centro i problemi del paese e chiare alternative programmatiche.

Il nostro giudizio su Renzi è di lunga data e le sue proposte a partire dal MES le consideriamo dannose. Ma questo non cancella la nostra critica alla linea del governo.

Nel Palazzo oggi non c’è una proposta politica e programmatica di sinistra.

LA NOSTRA CRITICA AL RECOVERY PLAN

Oggi più che mai è indispensabile riportare l’attenzione sui problemi enormi che vive il paese.

Visto come si sono susseguite le formulazioni, un giudizio definitivo sul Recovery Plan si potrà dare solo alla fine di un percorso ancora molto incerto nelle postazioni delle risorse, nelle strutture operative e gestionali, nei tempi di completamento e nei contenuti delle “riforme” richieste da Bruxelles per la sua approvazione. Possiamo intanto rilevare alcuni gravi limiti.
Il più grave consiste nell’utilizzo di un terzo dei fondi disponibili, la metà dei prestiti, in sostituzione di risorse ordinarie per interventi già programmati invece che in nuovi investimenti. E’ una scelta in linea col pensiero economico neoliberista, clamorosamente smentito dai fatti,  che da molti anni persegue  la riduzione del debito attraverso i tagli con le disastrose conseguenze note sia per le gravi sofferenze sociali che  per il debito e per l’insieme dell’economia.
I fondi già scarsi vanno assolutamente utilizzati tutti per nuovi investimenti se vogliamo cominciare a sanare i danni prodotti dalla pandemia e soprattutto i gravissimi ritardi e storture economiche e sociali prodotti da decenni di politiche neoliberiste.
La destinazione delle risorse poi, fatto salvo il rispetto delle grandi linee indicate dalla Commissione europea, viene fatta in assenza di una politica industriale che definisca gli assi economici e le filiere produttive da privilegiare, confidando in quella discrezionalità dei mercati e delle imprese che sono responsabili delle difficoltà del sistema economico e produttivo italiano.
Sono totalmente insufficienti le risorse destinate al Pubblico nel suo insieme, alla sanità e alla scuola in particolare, che richiederebbero risorse ben più significative sia per le strutture che per il personale.
Manca totalmente un piano per il lavoro che proprio nell’assunzione di almeno 500 mila nuovi dipendenti pubblici avrebbe un punto di forza cui aggiungere almeno:
– la creazione di lavoro in un grande piano di risanamento idrogeologico del territorio,
– la subordinazione dell’erogazione delle  risorse alle aziende a precisi vincoli occupazionali in connessione con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, in sostituzione di politiche attive da rivedere insieme al reddito di cittadinanza e agli incentivi alle imprese che producono impatti negativi in campo ambientale. E’ gravissima la distribuzione non equilibrata dei trasferimenti e degli investimenti tra nord e sud.

Un punto di particolare gravità del Recovery Plan, evidenziato anche dalla scomparsa della parità di genere dalle linee strategiche dell’ultima bozza, riguarda la mancanza di un piano vero per l’incremento della quota di donne occupate per il quale ci si affida a quella che in una sottomissione viene definita inclusione sociale che come è ovvio riguarda sia gli uomini che le donne. Mentre il fatto che i fondi dedicati siano quelli del react eu destinati a copertura di misure urgenti per i danni della pandemia nel sud conferma la mancanza di una prospettiva strategica che sarebbe necessaria.

Manca totalmente un piano per le case popolari la cui urgenza è drammaticamente sottolineata dai numeri allarmanti degli sfratti esecutivi momentaneamente bloccati, delle procedure in corso e delle domande di casa popolare senza risposta.
Un capitolo rilevante, soprattutto per la gestione inaccettabile che si intende farne,  è quello che riguarda le infrastrutture idriche cui sono destinate risorse per circa 4 miliardi ma senza ripubblicizzazione del servizio idrico integrato. L’uso delle risorse destinate in gran parte al sud è legato infatti all’affidamento del servizio a gestori idrici integrati dotati di un organizzazione industriale adeguata con l’obiettivo, sottolinea l’Arera, della “prosecuzione del processo di razionalizzazione e consolidamento del panorama gestionale”. Lo scopo è un ulteriore attacco all’acqua pubblica sottraendo la sua gestione anche ai comuni del sud per affidarla alle grandi multiutility del nord e inferendo nuove gravissime  lesioni alla democrazia  e alla volontà popolare.
Riteniamo infine  gravissimo che in un documento che spende moltissime parole sulle disuguaglianze non ci sia nulla su quella legata alla distribuzione del reddito di cui i salari italiani, tra i più bassi d’Europa, sono la componente principale, quella che deprimendo pesantemente la domanda è la principale responsabile del rallentamento economico.
Al questo riguardo riteniamo indispensabile l’avvio di un percorso complesso in cui si intreccino vincoli precisi alle imprese che ricevono risorse, tra cui i rinnovi contrattuali, lotta vera alla precarietà, all’economia illegale e ai contratti pirata con un provvedimento immediato: l’introduzione di un salario minimo legale di dieci euro al netto di ferie, tredicesima/quattordicesima  e festività.

Nei mesi scorsi abbiamo indicato una serie di misure indispensabili per affrontare l’emergenza sociale e la pandemia.

Ribadiamo la nostra denuncia della gravità di un piano pandemico che esplicitamente legittima la selezione dei pazienti da assistere mentre si ignorano gli appelli a misure coerenti di contenimento del contagio. Riteniamo indecente che si continuino a spendere miliardi in spese militari mentre emerge gravissima la carenza di personale e strutture nella sanità, nella scuola e in tutto il settore pubblico.

In questa situazione mentre in parlamento e sui media si sviluppa una crisi incomprensibile riteniamo doveroso che il nostro partito si mobiliti in tutto il paese avanzando le nostre proposte per affrontare la crisi sociale e sanitaria e difendere la democrazia.

La Direzione Nazionale impegna, in particolare, tutte le federazioni e i regionali una giornata di mobilitazione nazionale per il prossimo 23 gennaio con presidi e iniziative.

Il 18 gennaio si terrà un presidio a Roma in Piazza Montecitorio a partire dalle ore 14.

Sempre a fianco dei lavoratori e delle lavoratrici in lotta

Sabato 16 gennaio, come Rifondazione Comunista, eravamo al presidio dei lavoratori della CLIR di Parona.

La CLIR è la società che gestisce il servizio pubblico di raccolta dei rifiuti in molti comuni della Lomellina.

I lavoratori e le lavoratrici lottano in difesa del loro posto di lavoro messo a rischio dalla gestione scellerata delle amministrazioni di Centrodestra della Lomellina.

Queste amministrazioni, dopo aver portato la società vicino al fallimento, la vogliono privatizzare regalandola alla solita multinazionale, mettendo a rischio molti posti di lavoro.

Era presente al presidio anche il nostro compagno Giuseppe Abbà consigliere comunale di Mortara.

Fonte: Informatore di oggi 16 gennaio 2021

https://www.informatorevigevanese.it/home/2021/01/16/video/clir-presidio-dei-lavoratori-davanti-alla-sede-di-parona-548216/

LA MOBILITAZIONE

Clir, presidio dei lavoratori davanti alla sede di Parona

I sindacati: «Chiediamo di salvare e rilanciare l’azienda. Essenziale puntare sul servizio pubblico».

Ilaria Dainesi

16 Gennaio 2021 – 13:52

di Ilaria Dainesihttps://www.youtube.com/embed/FwStZ07jX0Q?feature=oembed

Questa mattina (sabato) è stato organizzato un presidio davanti alla sede della società, a Parona. Nel video, gli interventi di Antonio Cassinari (Cisl Fp Pavia Lodi) e di Riccardo Panella (Cgil Pf Pavia). Era presente anche il consigliere comunale di opposizione a Mortara Giuseppe Abbà, esponente di Rifondazione Comunista. Sempre oggi, i sindaci-soci si sono riuniti in assemblea al teatro Besostri di Mede.

BAGGI/CAPELLI (PRC-SE): ALTRO CHE VITTIMA ! IL GOVERNO TRATTA FONTANA E LA GIUNTA LOMBARDA COI GUANTI DI VELLUTO LE VITTIME SONO I LOMBARDI.

Fontana considera una punizione la decisione del Governo di dichiarare la Lombardia zona rossa dal giorno 17 e contesta la attendibilità degli indici che portano a questa conclusione, in particolare l’indice RT superiore all’1,5 perché sarebbe poco attendibile in quanto calcolato su dati arretrati.

In realtà ricordiamo che ieri la Lombardia ha avuto 2.587 casi positivi (+9%) e sono aumentati i ricoveri in terapia intensiva. In realtà se si guardano i dati analizzati dalla fondazione Gimbe che li elabora settimanalmente, capiamo in che senso va l’epidemia: dal 12 dicembre la curva dei nuovi casi non cala mai al disotto dei due mila, quando il picco massimo della prima ondata per pochissimi giorni fu intorno ai 2500. Nei grafici le curve si sono fatte meno verticali, ma si linearizzano e non accennano a scendere. Come dicono molti tecnici il virus c’è e circola, rischia di mescolarsi ai sintomi delle influenze e fa presagire nuove impennate, al punto che alcuni esperti suggerivano un fermo totale e risolutore preferibile a un continuo apri e chiudi che, per non scontentare qualcuno, mette in conto con molto cinismo tanti malati, tanti morti, un pezzo di sanità pubblica ferma per fare spazio alla lotta contro il COVID. Il provvedimento del Governo è anzi tardivo e incompleto, l’atteggiamento del Governo nei confronti della Giunta Lombarda è di molta polemica verbale, ma di eccessiva cautela e diremmo di “guanti di velluto “. Altro che punizione!

Dopo il fallimento della sanità lombarda nella prima ondata, dopo il ripetersi delle mancanze nella seconda, con USCA sottodimensionate, con il tracciamento saltato, con i vaccini influenzali insufficienti, la richiesta di commissariamento della Sanità lombarda era un atto dovuto e anche la decadenza della legge 23, la riforma Maroni che è la causa prima di questa caporetto sanitaria. Nulla si muove su questo fronte.

Fontana fa la vittima, ma con il rimpasto di giunta pensa di non dovere rendere più conto a nessuno e di poter proseguire con le politiche liberiste.

Milano, 15/01/2021

Fabrizio #Baggi – segretario regionale Lombardia

Giovanna #Capelli – responsabile regionale sanità Lombardia

Partito della Rifondazione Comunista / #SinistraEuropea

#CommissariateLaLombardia#SalviamoLaLombardia#stoplegge23

Rifondazione: Crisanti e Galli hanno ragione, lockdown e vaccinazioni subito!

Siamo d’accordo con le dichiarazioni Galli, condivise da Crisanti: “Ci vorrebbero due o tre settimane di lockdown totale in cui viene vaccinato il maggior numero di italiani possibile”
Certo ad oggi non ci sono vaccini a sufficienza ma la scelta è obbligata se si vuole uscire dalla pandemia ed evitare che si scivoli in una terza ondata di contagi, ancora più grave di quella attuale.

Occorre, perciò, predisporre ogni sforzo ed intervento possibile, anche in termini di previsione degli approvvigionamenti di vaccini.

Questo al fine di rendere utile ogni sacrificio richiesto ai cittadini ed efficace, generalizzata e gratuita la vaccinazione.

Consapevoli che ci vorrà il tempo necessario perché la maggior parte della popolazione sia immune, va evitato che gli sforzi e i sacrifici richiesti a tanta parte del mondo del lavoro, ai giovani, alle e agli studenti diventino vani.

Non possiamo rassegnarci né abituarci, né tantomeno essere indifferenti di fronte alle centinaia e centinaia di morti per Covid, alle statistiche sui numeri dei nuovi contagi, perché, appunto non sono numeri, sono persone, sono storie, sono vite spezzate.

Occorrono quindi risorse, personale e vaccini.

Il next generation UE va agito in modo efficace, con le misure necessarie e nell’interesse generale della popolazione, sottraendo ogni spesa superflua e dannosa, come quelle che vanno alle grandi opere o agli armamenti.
Chiudiamo con giudizio!

Garantire il diritto alla salute di tutte/i è una priorità assoluta.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Rosa Rinaldi, responsabile sanità
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

La situazione del Clir, le responsabilità politiche e cosa proponiamo

di Giuseppe Abbà Consigliere comunale del Partito della Rifondazione comunista – Mortara

(CLIR: Consorzio Lomellino Incenerimento Rifiuti, questa era la sigla iniziale, da parecchi anni si occupa solo della raccolta rifiuti e non dell’incenerimento)

1) Innanzitutto bisogna attribuire la responsabilità politica di una gestione disastrosa che ha portato il Clir sull’orlo del fallimento: è indubbio che la responsabilità politica è del centro-destra che ha nominato il Consiglio di Amministrazione e che controlla pressoché tutti i Comuni che fanno parte del Consorzio.

2) Su scala generale la gestione dei rifiuti è stata pessima, come è dimostrato dalla vicenda Berté, dove è stato incaricato un privato di ritirare i rifiuti con le conseguenze che abbiamo visto, dall’accumulo ben oltre il consentito all’incendio. Come pure la questione dell’inceneritore che ritira molti più rifiuti rispetto alla produzione provinciale, anche al di fuori della Regione o i progetti per bruciare i fanghi.

3) Per scongiurare il fallimento del Clir vengono avanti proposte fortemente negative, dal forte aumento delle tariffe che ricadranno sui cittadini a fantomatici “piani industriali” dove non si sa trovare di meglio che rispolverare un progetto già sconfitto vent’anni fa come la gestione del deposito delle ceneri. Come è noto l’inceneritore non distrugge completamente il prodotto conferito, rimane un buon 30% di cenere che, mescolate a cemento, devono essere portate in una discarica. Venti anni fa fu proposta una zona tra Mortara e le Frazioni Orientali, un posto pieno di risorgive e di falde superficiali. Per fortuna la mobilitazione dei cittadini (raccogliemmo centinaia di firme, facemmo presidi e manifestazioni), nonché pareri tecnici negativi affossarono questo tentativo di ulteriore devastazione del territorio. Riproporre ora questa questione è veramente da irresponsabili.

4) Anche la proposta che viene da A2A (la società che gestisce l’inceneritore) che si offre in pratica di subentrare al Clir è negativa. Affidare la gestione ad una società che non si fa scrupolo di bruciare quantitativi di rifiuti molto più alti della produzione locale, che vuole bruciare i fanghi, che apre nuove linee non è una soluzione adeguata al problema. Oltretutto affidare all’A2A vuole dire privatizzare ulteriormente il servizio in quanto A2A è fortemente partecipata da investitori statunitensi, britannici, francesi, italiani, tedeschi e dal Lussemburgo [dati elaborati sulla base del libro soci aggiornato alla data di distribuzione del dividendo del 22 maggio 2019]. Questa società, per sua stessa natura, è evidentemente portata a fare profitti piuttosto che risolvere il problema dei rifiuti.

5) Parimenti la frammentazione in atto da parte dei Comuni che, ognuno per suo conto (o quasi) si affidano a ditte private è pericolosa in quanto, al di là della bontà o meno delle ditte incaricate (abbiamo visto quanto siano facili gli “scivoloni”, come appunto è dimostrato dal caso Berté e da altri casi, non solo nel campo dei rifiuti), si perde il controllo complessivo di una questione ambientalmente e socialmente rilevantissima, quella dei rifiuti.

Cosa proporre:

A) Innanzitutto un’azione che salvaguardi il posto di lavoro e i salari dei dipendenti del Clir.

B) Rilanciare la gestione pubblica con una corretta gestione di riciclo e di riuso dei materiali. Ci sono esempi di enti locali che, lavorando in questa direzione, sono riusciti ad abbassare fortemente i costi e di conseguenza le tariffe.

C) Una sorta di “rivoluzione culturale” nei confronti dell’atteggiamento predominante da cui deriva lo spreco che è poi il “brodo di coltura” dei comportamenti individuali scorretti.

D) In ultimo, ma non meno importante: un’analisi precisa, una vera e propria inchiesta per ricostruire come si è arrivati a questo punto al fine di evitare per il futuro i comportamenti che hanno portato a risultati così drammatici. Demolire il servizio pubblico e favorire in tal modo, inevitabilmente, i privati l’abbiamo già visto nella sanità. Evitiamolo per i rifiuti.

Trump cinico e baro su Cuba

Pubblicato il 12 gen 2021

Marco Consolo*

A pochi giorni dal cambio di governo alla Casabianca, il terrorista Trump qualifica Cuba come Stato patrocinatore del terrorismo.

È il mondo al rovescio.

I fatti dimostrano chiaramente chi è il vero terrorista. I governi statunitensi non hanno alcuna morale per qualificare Cuba come uno Stato terrorista, visto che, da più di 60 anni, istigano il terrorismo contro il popolo cubano.

In queste stesse ore, la stessa Camera dei Rappresentanti statunitense ha annunciato un disegno di legge per l’impeachment contro Donald Trump, definendolo “una minaccia alla democrazia” dopo l’assalto al Campidoglio.

Il Dipartimento di Stato manipola la questione del terrorismo con un opportunismo grossolano, per soddisfare quei settori della destra estrema che hanno fatto dell’aggressione contro Cuba uno stile di vita ed un business.

E invece di vergognarsi, Trump frustrato e sconfitto, cerca di condizionare la nuova amministrazione mettendola di fronte al fatto compiuto.

Rifondazione Comunista respinge al mittente il cinismo e l’ipocrisia dell’amministrazione Trump e si unisce a tutti coloro che nutrono un’onesta preoccupazione per il flagello del terrorismo e per le sue vittime.

Cuba esporta medici, non bombe e terrorismo come i governi di Washington !

*Resp. Area Esteri e Pace PRC-SE