Categoria: Comunicati stampa

Un ponte intitolato a Gino

Adriano Arlenghi

Intitolare un luogo pubblico di Mortara a Gino Strada, il fondatore di Emergency scomparso pochi giorni fa. Questa è la proposta che la “Mortara che vorrei”, rivolge oggi 28 agosto 2021 al Sindaco e all’Amministrazione Comunale di Mortara.

Nel comunicato si legge: la morte del fondatore Emergency ha colpito profondamente i cittadini mortaresi e in generale l’opinione pubblica e tutto il mondo del volontariato. L’associazione umanitaria, nata dall’idea di Gino Strada nel 1994, ha operato in 17 paesi e ha curato oltre 11 milioni di persone. Anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricordando il fondatore di Emergency ha sottolineato come: “in coerenza con la nostra Costituzione che ripudia la guerra , Gino Strada ha fatto di questa indicazione l’ispirazione delle azioni umanitarie sviluppate in Italia e all’estero, esprimendo, con coraggio, una linea alternativa allo scontro tra i popoli e al loro interno”.

Sappiamo dicono ancora gli attivisti dell’associazione che l’intitolazione di uno spazio pubblico deve passare dalla Giunta comunale e poi dall’autorizzazione del Prefetto e che deve essere motivata da azioni meritevoli compiute dalla persona a cui si vuole intitolare lo spazio e deve essere richiesta per persone decedute da non meno di 10 anni. Sulla prima questione non ci sono dubbi, sulla seconda confidiamo in un’autorizzazione prefettizia, sottolineando che richieste analoghe sono portate avanti in molte città italiane.

Gli amici della “Mortara che vorrei” individuano anche un luogo pubblico. Dicono esso potrebbe essere una strada, ma pensiamo anche ad una intitolazione con targa del ponticello sul torrente Arbogna. Ponte che congiunge Piazza Trento con Piazza Trieste. Dopotutto Gino Strada è stato costruttore di ponti, portando cura e solidarietà in ogni angolo del mondo.

Ricordano infine che l’Amministrazione Comunale di Mortara ha già in passato manifestato la propria sensibilità come Ente Locale promotore di pace approvando con la delibera n.. 8 del 29-02-2016 l’adesione all’organizzazione non governativa “MAJORS FOR PEACE”.

La delibera approvata cinque anni fa proponeva di:

  1. Dichiarare il Comune di Mortara “Comune operatore di Pace” assumendo un’impegno permanente in favore di attività e promozione della pace.

2. Contribuire alla costituzione di una efficace rete nazionale di Comuni Operatori di Pace e di aderire alla campagna internazionale “Majors for Peace” per la totale abolizione dell’uso e della minaccia dell’uso delle armi nucleari nonché di ogni altro strumento di sterminio di massa.

La “Mortara che vorrei” ritiene che le deliberazioni debbano avere una loro forza e costanza, non possono cioè essere solo dichiarazioni d’intenti, abbandonate poi nei cassetti polverosi del Palazzo. Per chiesto chiede, proprio in considerazione della delibera approvata di darle un seguito con l’impegno a intitolare un luogo pubblico a Gino Strada. Di Gino Strada pertanto forniscono una scheda illustrativa.

Gino Strada nasce a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, il 21 aprile 1948. Si laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano e si specializza in Chirurgia d’Urgenza.

Per completare la formazione da medico-chirurgo, negli anni Ottanta vive per 4 anni negli Stati Uniti, dove si occupa di chirurgia dei trapianti di cuore e cuore-polmone presso le Università di Stanford e di Pittsburgh. Si sposta poi in Inghilterra e in Sud Africa, dove svolge periodi di formazione presso l’ospedale di Harefield e presso il Groote Schuur Hospital di Città del Capo.

Nel 1988 decide di applicare la sua esperienza in chirurgia di urgenza all’assistenza dei feriti di guerra. Negli anni successivi, fino al 1994, lavora con la Croce Rossa Internazionale di Ginevra in Pakistan, Etiopia, Tailandia, Afghanistan, Perù, Gibuti, Somalia, Bosnia.

Nel 1994, l’esperienza accumulata negli anni con la Croce Rossa spinge Gino Strada, insieme alla moglie Teresa Sarti e alcuni colleghi e amici, a fondare EMERGENCY, Associazione indipendente e neutrale nata per portare cure medico-chirurgiche di elevata qualità e gratuite alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà.

Il primo progetto di EMERGENCY, che vede Gino Strada in prima linea, è in Ruanda durante il genocidio. Poi la Cambogia, Paese in cui resta per alcuni anni.

Nel 1998 parte per l’Afghanistan: raggiunge via terra il nord del Paese dove, l’anno dopo, EMERGENCY apre il primo progetto nel Paese, un Centro chirurgico per vittime di guerra ad Anabah, nella Valle del Panshir.

Gino Strada rimane in Afghanistan per circa 7 anni, operando migliaia di vittime di guerra e di mine antiuomo e contribuendo all’apertura di altri progetti nel Paese.

Oggi EMERGENCY è presente in Afghanistan con 3 ospedali, un Centro di maternità e una rete di 44 Posti di primo soccorso.

Dal 2005 inizia a lavorare per l’apertura del Centro Salam di cardiochirurgia, in Sudan, il primo Centro di cardiochirurgia totalmente gratuito in Africa. Nel 2014 si reca in Sierra Leone, dove EMERGENCY è presente dal 2001, per l’emergenza Ebola.

EMERGENCY ha curato oltre 11 milioni di persone. L’utilizzo dei fondi e la ripartizione delle spese nei progetti sono da sempre resi pubblici nel Bilancio di EMERGENCY e nel Report di sostenibilità. Gino Strada nel corso della cerimonia di consegna del “Right Livelihood Award 2015”, il “premio Nobel alternativo” ha affermato: “Metteremo fine al genere umano o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?. È possibile un mondo senza guerra per garantire un futuro al genere umano? Molti potrebbero eccepire che le guerre sono sempre esistite. È vero, ma ciò non dimostra che il ricorso alla guerra sia inevitabile, né possiamo presumere che un mondo senza guerra sia un traguardo impossibile da raggiungere. Il fatto che la guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere parte anche del nostro futuro. Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema da risolvere e non un destino da abbracciare o apprezzare. Come medico, potrei paragonare la guerra al cancro. Il cancro opprime l’umanità e miete molte vittime: significa forse che tutti gli sforzi compiuti dalla medicina sono inutili? Al contrario, è proprio il persistere di questa devastante malattia che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per prevenirla e sconfiggerla. Concepire un mondo senza guerra è il problema più stimolante al quale il genere umano debba far fronte. È anche il più urgente. Gli scienziati atomici, con il loro Orologio dell’apocalisse, stanno mettendo in guardia gli esseri umani: “L’orologio ora si trova ad appena tre minuti dalla mezzanotte perché i leader internazionali non stanno eseguendo il loro compito più importante: assicurare e preservare la salute e la vita della civiltà umana”. La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell’immaginare, progettare e implementare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino alla completa disapplicazione di questi metodi. La guerra, come le malattie letali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente.

Parole che ci sembrano di grande importanza e che vengono proposte al Sindaco di Mortara e all’Amministrazione Comunale tutta, a sostegno della richiesta.

Solidarietà Cuba: Cgil, raggiunto risultato straordinario. L’impegno continua

Fonte Cgil: http://www.cgil.it/solidarieta-cuba-cgil-raggiunto-risultato-straordinario-limpegno-continua/

Roma, 26 agosto –

“Un aereo carico di 200 metri cubi di materiale sanitario destinato al popolo cubano è decollato dall’aeroporto di Milano Malpensa. Un risultato straordinario ottenuto in un solo mese grazie alla solidarietà di tante organizzazioni, enti, lavoratori, lavoratrici, iscritti al sindacato, cittadini, studenti, pensionati”.

È quanto affermato dalla Cgil, nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta al Terminal 1 dell’aeroporto milanese al termine della prima fase dell’iniziativa umanitaria ‘Poniendole corazon a Cuba’ promossa dal coordinamento di Aicec, in collaborazione con Cgil, Ctc e Conaci.

“Una grande azione di aiuto reciproco con Cuba che poco più di un anno fa – ricorda la Confederazione – supportò l’Italia, in piena pandemia, con la professionalità e l’esperienza di 61 operatori sanitari della brigata Henri Reeve. Un’azione di sostegno ben riassunta nel nostro slogan ‘Ieri ci avete aiutato voi, oggi tocca a noi’ che ci ha permesso di raccogliere 280mila euro e di comprare: 151 respiratori polmonari; 41 concentratori di ossigeno doppia via in grado di produrre ossigeno per 82 pazienti; 6.000 dosi di Atracurio farmaco monodose per l’intubazione del paziente (farmaco salvavita); 300 maschere CPAP; 5.000 cicli di antibiotici ospedalieri per co-morbilità; 72.000 test rapidi per il Covid-19; migliaia di farmaci generici per adulti e migliaia di farmaci generici per bambini; 80.000 FFP2; 530.000 mascherine chirurgiche; 80.000 siringhe; 40.000 guanti; 30.000 gel mani ospedalieri”.

“Un’importante esperienza di solidarietà e partecipazione che si è potuta realizzare – prosegue la Cgil – grazie alla mobilitazione dei delegati e delle delegate di molti luoghi di lavoro che ci hanno aiutato a superare difficoltà dettate dai tempi e alla Fp Cgil che con la sua competenza ha fornito un prezioso aiuto. Per questo possiamo dire che Cuba non è sola a combattere il Covid e a contrastare l’embargo economico”.

“Il nostro impegno non si ferma, la campagna di solidarietà proseguirà. Prossimo obiettivo: un secondo invio di farmaci e dispositivi sanitari già nel mese di settembre. 

Le donazioni continueranno ad essere raccolte nel conto corrente (IBAN: IT22W0103003201000002777900), intestato a Cgil Nazionale. La causale da indicare è Cgil Cuba”, conclude il sindacato di corso d’Italia.

Il Pd invita alla sua festa nazionale persino i fascisti, ma non la sinistra vera. Solo così riescono a passare per un partito di sinistra

Dobbiamo ringraziare Dora Palumbo, consigliera comunale ex-cinque stelle e candidata sindaca per la lista Sinistra Unita per Bologna sostenuta anche dal nostro partito, per aver denunciato ieri con un comunicato che alla Festa nazionale del PD si invitano esponenti di estrema destra e naturalmente nessuno della sinistra radicale.

Per esempio Galeazzo Bignami, parlamentare di Fratelli d’Italia che qualche anno fa balzò agli onori delle cronache per una foto in cui posava ostentando una svastica sul braccio. Oppure Igor Iezzi, parlamentare leghista sostenuto dai neonazisti di Lealtà Azione.
Ha proprio ragione Dora Palumbo quando segnala che nessun esponente di sinistra è stato invitato alla kermesse suggerendo che il Pd “ha bisogno di confrontarsi con forze di destra per apparire di sinistra ”temendo il confronto“ con chi di sinistra lo è realmente”.

D’altronde cosa aspettarsi dal partito del ministro Franceschini che ha nominato al vertice dell’Archivio di Stato un bibliotecario estimatore di Pino Rauti nonostante la protesta dell’associazione dei familiari delle vittime delle stragi?

Per il PD l’antifascismo serve come le sardine a raccattare voto utile alle elezioni. Poi con la destra si può anche andare al governo come hanno fatto con monti e oggi con Draghi.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista

ULTERIORE ATTACCO AL TERRITORIO: LA REGIONE LOMBARDIA AUTORIZZA L’INCENERITORE DI PARONA A BRUCIARE I FANGHI.

Non ci stupisce affatto che la Regione Lombardia abbia, attraverso l’apposita commissione, autorizzato l’inceneritore di Parona (A2A) a bruciare i fanghi.

Da questa Regione c’è da aspettarsi di tutto, come si è visto nel campo della Sanità, ecc.

L’impatto ambientale sarà enorme: 492.000 tonnellate di rifiuti (tra quelli ordinari, provenienti da ogni parte d’Italia, e i fanghi) bruciate ogni anno.

Ci sarà un incremento notevole della produzione delle aziende che lavorano i fanghi (con ogni probabilità il doppio). Quindi, oltre ai fanghi nei campi, avremo anche quelli “mandati” in atmosfera, senza contare l’aumento consistente dei mezzi di trasporto.

Avevo presentato al Consiglio comunale di Mortara una mozione contro l’incenerimento dei fanghi a Parona.

Mozione, ovviamente, respinta dalla maggioranza leghista e dichiarata addirittura “irricevibile” (!!) da un consigliere comunale della Lega.

Secondo noi la soluzione del problema dei fanghi, in una zona come la nostra che sopporta lo spargimento del 25 per cento dei fanghi prodotti a livello nazionale, consiste in:

1) Diminuzione drastica delle quantità immesse nella nostra zona con un’ adeguata programmazione.

2) Revisione delle pratiche agricole che utilizzano i fanghi.

3) Riconversione inceneritore di Parona in un impianto riciclo rifiuti.

4) Revisione dei depuratori con impianti adeguati per ridurre la produzione dei fanghi e per l’eventuale recupero del fosforo presso gli stessi.

Giuseppe Abba’ consigliere comunale di Mortara del Partito della Rifondazione Comunista

Video fonte Tele Pavia: https://www.youtube.com/watch?v=ZvNSYfSFN9Q

Amministrative 2021 – A San Giuliano Milanese (Mi) l’alternativa c’è e si chiama Partito della Rifondazione Comunista per Gino Marchitelli SINDACO!

“Un altro mondo è necessario, con #Rifondazione è possibile”.

Lettera aperta a Merlo e compagnia

Pubblicato il 22 ago 2021

Franco “Bifo”Berardi*

Il coro di raffinati intellettuali ha ripreso a cantare: esportare la democrazia è un nostro diritto, anzi un nostro dovere!

Cantano nel coro illustri intellettuali come Francesco Merlo, Ernesto Galli della Loggia, Fiamma Nierenstein e naturalmente Giuliano Ferrara.

Colpito da tanta passione democratica sono andato a informarmi, e ho studiato la storia passata e presente del principale esportatore della democrazia, i famosi Stati Uniti d’America.

Ho scoperto che si tratta di un paese nato da un genocidio perfetto, dallo sterminio spietato degli indigeni che abitavano quella terra prima che i democratici arrivassero.

Ho scoperto che si tratta di un paese che ha conquistato la prosperità grazie alla deportazione di decine di milioni di africani, e grazie allo schiavismo sistematico, abolito formalmente dopo una guerra civile, ma poi tranquillamente continuato con la carcerazione di massa e i lavori forzati dei neri.

Ho scoperto che in questo paese la polizia uccide quotidianamente nelle strade persone disarmate, soprattutto se di pelle nera.

Ho scoperto che l’11 settembre del 1973 questo paese finanziò e appoggiò un generale nazista che uccise Salvador Allende e trentamila cittadini cileni.

Ho scoperto che una piccola minoranza possiede una ricchezza immensa mentre la maggioranza della popolazione, nera latina e bianca, vive in condizioni di miseria, sfruttamento e ignoranza.

Ho scoperto che per ottenere un titolo di studio universitario è necessario contrarre un debito che pagherai solo accettando condizioni di lavoro precario e miserabile.

Ho scoperto che le grandi aziende farmaceutiche di quel paese hanno distribuito oppiacei a milioni di poveri bianchi disperati.

Inoltre, approfondendo un poco, ho scoperto che gli orribili assassini talebani non esistevano prima che gli Stati Uniti (il faro della democrazia, appunto) finanziassero l’islamismo radicale per colpire gli occupanti sovietici.

Per giustificare il finanziamento del terrore islamista in Afghanistan, Zbignew Brzezinski, uno dei più importanti intellettuali dell’impero americano disse: “Cosa pensate che sia più importante nella storia del mondo? I talebani o la caduta dell’impero sovietico? Qualche islamista un po’ troppo eccitato o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?”

Ecco, ora sappiamo che Brzezinski sbagliava, su questo punto. L’Unione sovietica è scomparsa, dimenticata. Pace all’anima sua.

Ma qualche islamista un po’ troppo eccitato ha finito per provocare il collasso della credibilità americana, al punto che possiamo dire che adesso è l’occidente che scompare, anche se forse non lo farà così tranquillamente come lo fece l’URSS.

Il punto è che i principali finanziatori del terrorismo islamico, e particolarmente di Al Qaida, furono proprio loro, i difensori della democrazia, e la cosa non è poi tanto sorprendente dal momento che un altro paese dominato dall’orrore islamista, l’Arabia Saudita, strettamente allacciata al grande fratello democratico dal petrolio e dal dollaro, è il principale alleato degli Stati Uniti.

Mi è sorto allora il sospetto che questi intellettuali da bar Messico che scrivono su giornali liberi come La Repubblica, o Il Corriere, (e altri leccatori dei piatti di casa Agnelli) non conoscano la storia. O forse la conoscono.

Ma in questo caso sono costretto a dire che questo genere di leccapiatti mi disgusta. Mi disgustano per il cinismo orrendo con cui chiamano le donne afghane a testimone della superiorità della loro democrazia. Mi disgustano per la mala fede con cui citano la liberazione dal nazismo per esaltare l’intervento armato americano. Solo cinismo e mala fede, infatti, possono far dimenticare a questi intellettuali da Bar Messico che la storia americana è una storia di orrore razzista e nazista che dura da due secoli.

Ma adesso è finita, anche se quelli che scrivono sui giornali di casa Agnelli non sono in grado di capirlo, o forse preferiscono ignorarlo.

E’ finita perché l’America non esiste più. Quel paese, che da due secoli garantisce nel mondo la violenza razzista e imperialista, che da due secoli fomenta guerra, ora è morto.

Non ha un presidente, perché Biden è annichilito dalla vergogna e nessuno può fidarsi più di lui. Non ha alleati perché gli alleati di quel paese se la stanno filando all’inglese.

Non ha un popolo perché ce ne sono due e sono in guerra. Non ha un governo perché non c’è nessuna maggioranza parlamentare. Non ha un futuro perché il suo destino manifesto è quello di dilaniarsi nella disuguaglianza, nella demenza di massa, nell’ignoranza e nella violenza armata.

L’occidente è finito, cari Merlo, Ferrara, Nierenstein, Della Loggia e compagnia bella.

E anche voi siete finiti, nonostante lo stipendio che vi paga la famiglia Agnelli o qualcun altro di quel genere lì.

*da Il Manifesto 21/08/2021

RIFONDAZIONE: BONOMI DIFENDE DELOCALIZZAZIONI, ORLANDO COME AL SOLITO OBBEDIRÀ

Il Presidente di #Confindustria#Bonomi maltratta il ministro Orlando anche al Meeting ciellino. Bonomi rivendica il diritto di delocalizzare e lancia anatemi con la solita arroganza contro la proposta di un decreto.

Il padronato se ne frega degli interessi del paese da cui è abituato a succhiare denaro pubblico.
Come per il blocco dei licenziamenti ci sembra la solita pantomima che si conclude con il ministro e il governo allineati con Confindustria. La bozza di decreto che circola è assolutamente inefficace per contrastare le chiusure delle aziende e le delocalizzazioni e salvare contemporaneamente, come sarebbe necessario, posti di lavoro e produzioni strategiche.

La legge, oltre a valere solo al di sopra dei 250 dipendenti, cosa che escluderebbe dal suo ambito di applicazione molte delle aziende attualmente a rischio chiusura(per esempio Gianetti e Timken) si limita a definire procedure meno selvagge per arrivare a chiudere.

La bozza Orlando non mette in discussione la possibilità di chiudere, non distinguendo nemmeno tra attività strategiche e non, semplicemente ne allunga i tempi e introduce penalità assolutamente insufficienti di fronte ai vantaggi economici e finanziari perseguiti da chi decide di delocalizzare.

Le ricollocazioni dei lavoratori restano aleatorie affidate come sono alla buona volontà di aziende che hanno mostrato con i licenziamenti via whatsapp in quale conto tengano i diritti e il futuro dei lavoratori.

Tanto più con un governo che a fronte del dramma occupazionale del paese non ha un piano per il lavoro e per la riqualificazione delle produzioni nazionali.

Non ci stupisce la faccia tosta di Bonomi che attacca il provvedimento come punitivo per le imprese cui attribuisce il merito della ripresa della produzione sputando nel piatto da cui arrivano le valanghe di miliardi che hanno permesso loro di affrontare la crisi e di ristrutturarsi nei prossimi anni.

Siamo a fianco delle lavoratrici e i lavoratori della Gkn che hanno organizzato per giovedì 26 alle 20.30 un’assemblea per costruire dal basso insieme ai giuristi e giuslavoristi democratici una proposta di legge seria.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Antonello Patta, responsabile lavoro del Partito della Rifondazione Comunista – #SinistraEuropea

L’Afghanistan dietro l’Afghanistan

Pubblicato il 20 ago 2021

Stefano Galieni*

Sono molti gli elementi da prendere in considerazione per cercare di comprendere meglio quanto accaduto e quanto sta accadendo in Afghanistan. Ma ci sono alcune parole che vanno considerate cardine per evitare di cadere nei triti e ritriti commenti attuali. La prima parola è colonialismo, o meglio ennesima riprova di approccio coloniale ad una realtà considerata più “primitiva”, se la si relaziona ai nostri “civili paesi”. Nell’immaginario comune al paese asiatico si associano nell’ordine donne col burka, attentati, uomini armati con barba e sguardo crudele, guerra. Oppio o eroina per i più raffinati. Ma la storia afghana non inizia 20 anni fa con l’occupazione Nato. Raggiunta l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1919, il Paese conobbe un periodo di modernizzazione anche se la sua intera storia moderna era già allora attraversata da attentati, colpi di stato, conflitti. Neutrale durante la Seconda guerra mondiale, restò lontano anche dai tumulti della guerra fredda, divenne repubblica nel 1973 dopo un golpe incruento. Nell’aprile del 1978 andò addirittura al potere il PDPA (Partito democratico popolare dell’Afghanistan (già allora diviso in due componenti). Il resto, dall’invasione sovietica all’uccisione da parte dei taliban (studenti del corano) dell’ultimo presidente Najibullah nel settembre 1996, all’invasione Nato, sono vicende note. Meno noto è il fatto che negli anni settanta il paese, soprattutto nelle sue aree urbane, abbia conosciuto una sorta di Sessantotto con tutto il bagaglio di modernizzazione nei costumi, crescita di coscienza politica, intellettuale e culturale che ha messo fortemente a rischio le basi di una società strutturata sul potere patriarcale, sui legami clanici, sull’intangibilità della tradizione. Un “Sessantotto” nato grazie anche a spinte che provenivano da una parte della società afghana.  Gli stessi mujiaheddin che combatterono contro l’allora Armata rossa, non erano un corpo unico. In alcuni gruppi prevaleva lo spirito nazionalista, altri si sentivano partigiani, altri ancora, quelli che rimasero più coesi e ricevettero i maggiori finanziamenti Usa in chiave antisovietica, avevano come obbiettivo politico quello di riportare il paese a diventare un emirato islamico in cui la sola legge vigente era la più rigida interpretazione della sharia. Queste milizie ben armate e ben addestrate tennero il potere fino al 2001, riportando la vita delle persone indietro di un secolo. Faceva impressione l’odio verso le donne non obbedienti, verso la musica ed ogni altra forma di divertimento, arte, lettura, che non fossero diretta emanazione della propria visione religiosa. Ma quella storia profonda non si è persa e, spesso nascosta o costretta alla fuga, esiste ancora una società civile che cercava anche propria rappresentanza politica, che ha tutti gli strumenti per fermare l’ennesimo ritorno al passato. Ecco, ignorare questa profonda ed endogena capacità di resistere a tutto e a tutti è il più grave insulto che si possa rivolgere a chi vive in questo martoriato paese.

La seconda parola da utilizzare, pensando non solo ad un passato remoto è comunismo, da accompagnare ad anticomunismo. La ragione principale che portò gli Usa e la CIA, dal 1979 con l’operazione Cyclone, a finanziare i gruppi mujihaeddin, privilegiando poi i  taliban, era la destabilizzazione ai fianchi dell’allora Urss. Prima e dopo l’invasione sovietica, dopo le sconfitte subite in Vietnam, Laos, Cambogia, il terrore statunitense era quello di ritrovarsi con un altro importantissimo paese asiatico come spina nel fianco e in Afghanistan c’erano le condizioni per impedirlo. Una parte del paese – quella più tradizionale – non aveva accettato le riforme radicali imposte da Kabul, riguardanti non solo il ruolo delle donne ma la ripartizione delle terre, l’accesso all’istruzione, la diminuzione dell’autorità delle potenti famiglie dominanti soprattutto nelle aree rurali. La guerra al comunismo poteva essere combattuta e vinta e questo venne cinicamente fatto, consegnando il paese al buio più totale. Oggi quello che manca, non solo in Afghanistan, è la proposta di un’alternativa di società, anche da questo è dipesa la schiacciante vittoria taliban. Questa parola è importante, indica in pashtun, lingua maggioritaria nel paese, il plurale di talib, (studente), all’epoca si trattava di giovani che si erano alfabetizzati nelle scuole coraniche in Pakistan e Afghanistan. Solo i migliori di loro potevano aspirare a divenire ulema (teologi o depositari della legge religiosa) o mullah (cultore di teologia musulmana), per gli altri restava solo l’obbligo di imparare le sure (versetti coranici che sancivano alcuni divieti) e di saper applicare la sharia (cammino che conduce alla fonte a cui abbeverarsi). La sharia non è, come spesso si pensa, un codice definito ma un insieme di applicazioni delle sure, che varia da paese a paese, di norme a cui un buon musulmano si deve attenere. In alcuni paesi questa, che costituisce solo una parte del Corano, è divenuta diritto da esercitare anche in maniera coercitiva e la cui interpretazione è affidata a figure in grado di interpretare la norma in relazione alla persona che l’ha violata. Ed è su una rigida interpretazione della sharia che riporta all’affermazione dei valori “tradizionali” che prendono il potere gli studenti.

Il regime che si impose col mullah Omar, nel 1996 nasceva da un contesto profondamente diverso da quello attuale. Allora una parte minoritaria ma ricca del mondo musulmano era convinta che si potesse, anche attraverso il terrorismo, costringere e impedire che si giungesse ad una secolarizzazione già dominante, un tentativo di “fermare la storia” in nome di un dio, di cui in Italia dovremmo  conservare recente memoria. L’alleanza fra il ginepraio di Al Qaeda (la base) che trovò soprattutto in Pakistan e Afghanistan luoghi sicuri, e gli studenti coranici, si rivelò ben presto una scelta fallimentare. L’11 settembre dimostrò, nel suo orrore, di come una politica da “apprendista stregone” tipica degli Usa, aveva consentito ad organizzazioni composte da poche persone di divenire punto di riferimento per milioni di diseredati che si sentivano privi di futuro tanto in occidente che in casa. Senza mettere in discussione il pensiero unico neoliberista, il principe saudita e i suoi adepti avevano costruito un contesto simbolico di appartenenza e di rivalsa che non portò mai – come continuano a dire gli islamofobici di tutto il mondo – ad uno scontro di civiltà. Ogni attentato che dimostrava la fragilità del potere occidentale ha prodotto effetti spesso fra loro in contrapposizione. Da una parte la crescita di popolarità verso chi affrontava un sistema percepito come estraneo ed escludente, dall’altra il rifiuto (maggioritario) di uccidere e/o uccidersi in nome di una interpretazione dell’islam ritenuta blasfema ed errata. I 10 anni trascorsi dall’invasione dell’Afghanistan all’uccisione (peraltro in Pakistan) di Osama Bin Laden, potente e ricco saudita ritenuto, forse non a torto, l’unico in grado di governare Al qaeda e di terrorizzare il pianeta con i suoi videomessaggi, sono stati anni cruciali per indebolire temporaneamente, il potere talebano. I taliban hanno continuato a mantenere il controllo del territorio, finanziandosi anche col fiorente mercato d’eroina. Si continuavano a rappresentare nel paese come elemento di stabilità, in un contesto sconvolto dalla corruzione governativa, dagli occupanti occidentali e dai soprusi perpetrati dai signori della guerra, ma intanto perdevano qualsiasi potere contrattuale di relazione verso l’esterno. Paradossalmente l’impantanarsi successivo dell’occupazione, l’impoverimento del paese, il clima di violenza che nessuno sembrava poter fermare, il fallimento – in gran parte causa corruzione – anche di molti progetti di cooperazione internazionale, ha ridato loro slancio. Già dal 2015, chi non riusciva a fuggire verso il Pakistan dove ormai esistono due generazioni di persone prive di cittadinanza, verso l’Iran, dove si finiva nei campi e nella marginalizzazione, verso l’Europa, che già da alcuni anni, considerando il paese ormai in pace, ha cominciato a rimpatriare chi non aveva diritto all’asilo, beh chi non riusciva a scappare non di rado si rifugiava, con la famiglia, nelle aree controllate dai taliban, in cui le donne dovevano rendersi invisibili, in cui pochi diritti erano garantiti ma dove regnavano quel law and order in cui almeno non si rischiavano rapimenti, furti, uccisioni. L’operazione militare Nato Enduring freedom iniziata nell’ottobre 2001, era durata un mese con la fuga da Kabul dei taliban e la creazione di un governo garantito dall’occidente. Ma le truppe di occupazione – quello erano – sono rimaste 20 anni nel paese che di fatto non sono mai riusciti a controllare. Vaste aree rimasero, come già scritto sotto il controllo taliban, gli attentati si susseguirono e neanche le libere elezioni servirono ad “esportare democrazia”, a cui molti leader politici di oggi rinnegano di aver creduto. Nemmeno la creazione nel 2003 dell’ISAF  (International Security Assistance Force) sistema di controllo del territorio con cui i diversi occupanti si suddivisero le province per garantire l’autorità non solo a Kabul, del governo, ottenne l’effetto desiderato. La missione si concluse con un nulla di fatto nel 2014 lasciando i diversi contingenti in aree spesso isolate del Paese. Esemplare il caso italiano; i 900 uomini mandati nella provincia di Herat a garantire ordine e sicurezza, trascorsero gran parte del loro tempo nel compound assegnato, Ad ogni uscita c’era il rischio di un’imboscata e 53 soldati hanno lasciato la vita in quella assurda missione. Negli anni intanto, milioni di persone, forse 7, hanno lasciato il paese alla ricerca di un futuro, tre anni fa dal Pakistan è iniziata la più grande operazione di rimpatrio mai effettuata. La fuga di persone o compromesse con la passata amministrazione o indisponibili a vivere in un paese dominato dalla sharia, è il pericolo che oggi fa più tremare le cancellerie europee. I richiedenti asilo (altro termine fondamentale) potrebbero essere molti. Sarà possibile a tutti i paesi comportarsi in maniera cinica come l’Austria, intenzionata non solo a rimpatriare chi è già nel territorio e ha avuto il diniego all’asilo, ma anche a non accettare nessun afghano? O si darà un sostegno alla Turchia che sta edificando rapidamente un muro al confine iraniano per impedire ingressi? Ad oggi soltanto paesi come l’Albania, la Nuova Zelanda, il Canada, la Scozia, la Macedonia, persino l’Uganda (terzo paese per numero di rifugiati accolti) hanno assunto impegni chiari. Dichiarazioni generiche di disponibilità giungono da Germania, (a settembre va al voto), Francia e Turchia (dopo aver fatto il muro). Balbetta l’Italia laddove sarebbe invece necessaria una presa di posizione complessiva dell’UE e un piano coordinato che non obblighi chi fugge a pagare 5000 dollari e a rischiare la pelle per arrivare in Europa. A Kabul e nella provincia di Kandahar si concentra per ora il più alto numero di sfollati, (quasi 400 mila) e ha ragione da vendere il portavoce in Italia dell’Unicef, Andrea Iacomini, quando reclama un piano generale di redistribuzione e accoglienza dei profughi. Ma l’UE di Ursula Von Der Leyen, sarà in condizione di rivedere, anzi di stracciare il non ancora discusso in aula New pact on migration and asylum?

Un altro termine importante per capire quanto sta avvenendo è la parola oppio. L’Afghanistan è un paese ricco di metalli e minerali rari, potrebbe avere un enorme potenziale estrattivo, nel suo territorio c’è anche petrolio ma perché scavare quando la ricchezza, ovviamente per pochi si può produrre facendo coltivare papaveri? Nel 2012 – prima dell’avvento dell’energia solare – l’Afghanistan ha prodotto un totale di 3.700 tonnellate di oppio. Nel 2016 la produzione era cresciuta fino a 4.800 tonnellate. Nel 2017 c’è stato un raccolto davvero eccezionale, di gran lunga il più grande mai prodotto: 9.000 tonnellate di oppio. l’Afghanistan è diventato il più grande produttore mondiale di tale prodotto, in buona parte raffinato in eroina. La maggior parte proviene dalle province di Kandahar e Helmand, di cui la seconda è considerata il principale produttore. Si calcola oltretutto che in Afghanistan solo l’uno per cento dell’eroina esportata illegalmente veniva intercettata e distrutta dal governo. Secondo il rapporto Sigar (ispettorato generale per la ricostruzione dell’Afghanistan) e il capo dei servizi antidroga russi Viktor Ivanov,  ogni anno nel martoriato paese vengono prodotte 150 miliardi di dosi. Nessuno durante l’occupazione Nato ha realmente combattuto la guerra all’oppio magari permettendo ai contadini di produrre nei propri terreni altre colture. I taliban, che fino al 2008 consideravano l’oppio contrario all’islam, oggi sanno perfettamente che gran parte del pil del paese dipende da questa produzione e non sembrano interessati a farne a meno. Del resto i proventi della vendita, sono serviti a garantire armamenti e stipendi, quelli che l’esercito regolare spesso non riceveva.

Ma torniamo ai taliban che, diminuito il peso in Asia di Al Qaeda, da tempo deve affrontare anche le nuove aggregazioni che si costituiscono attorno all’idea di Stato Islamico, con cui gli studenti coranici sono in concorrenz. I taliban hanno già, prima di andare al potere, nell’apparenza, cambiato obiettivi e modalità d’azione. Esiste ancora la generazione dei sessantenni che hanno combattuto contro l’Armata Rossa, uno dei quali, Abdul Ghani Baradar, è passato tranquillamente dalla detenzione in Pakistan, da cui lo ha sottratto Trump, al tavolo delle trattative di Doha, del 2020 su cui solo gli ingenui si sono illusi. Oggi potrebbe divenire il nuovo presidente afghano. Altro anziano è Ashraf Ghani, detenuto per 8 anni a Guantanamo, accusato di svolgere un ruolo rilevante nell’intelligence taliban e ora anche lui pronto a nuove cariche. Ma a questa generazione si è affiancata quella dei “figli di”, a partire da Mohammed Yaqoob, figlio del fondatore dei taliban il Mullah Omar, trentenne laureato a Karachi. Questi nuovi taliban, che padroneggiano l’inglese sembrano aver compreso gli errori del passato. Perché imbarcarsi in crociate contro gli infedeli quando è possibile divenire elemento di stabilità di una regione e in quanto tale goderne dei benefici? Mentre partecipavano agli accordi di Doha che prevedevano una fase di transizione e un “cessate il fuoco” mai attuato, i taliban 2.0 come qualcuno li ha ben definiti, hanno aperto colloqui con la Russia di Putin che esercita un certo controllo sulle repubbliche caucasiche confinanti pur non essendo più (a qualcuno va ricordato) l’Unione Sovietica. Ma anche con il nuovo governo conservatore in Iran, con la Cina, che si è affrettata a riconoscere il governo taliban a condizione che ovviamente questo non pregiudichi la delicata situazione uigura, fonte di preoccupazione per Pechino. Già a luglio la Cina aveva rilasciato dichiarazioni di disponibilità dimostrando consapevolezza anche nei tempi di quanto sarebbe avvenuto in Afganistan, a condizione che la popolazione uigura, in maggioranza nella provincia confinante dello Xinjiang, non ottenga sostegno alla causa indipendentista. Non a caso le ambasciate di questi paesi, dopo l’arrivo dei taliban, sono rimaste aperte. L’impressione che si trae dalle prime dichiarazioni dei nuovi padroni dell’Afghanistan, improntate all’amnistia, ai diritti garantiti alle donne – nei limiti imposti dalla sharia – alla volontà di intrattenere relazioni pacifiche col mondo intero in cambio della non interferenza nei propri affari interni, è che il nuovo governo, che magari includerà anche qualche figura femminile e qualche personaggio non di rilievo del passato governo, intende pacificare il paese e a farlo crescere.

Crederci? Difficile ma non stupirebbe che anche dagli Usa giungano presto segnali di distensione per non lasciare l’importante nodo strategico sotto il controllo di potenze nemiche. Le reazioni politiche peggiori giungono per ora proprio dall’Europa che non solo non chiarisce cosa fare per l’accoglienza dei profughi ma, dove alcuni esponenti politici di diversi partiti, chiedono di riprendere “la guerra al terrore per difendere le donne”. Gli stessi che per venti anni hanno prorogato le missioni militari spacciandole per atti umanitari. Già le donne, ecco il penultimo termine su cui fermare l’attenzione. Utilizzate da un regime misogino come merce, e dai governi occidentali come simbolo per cui combattere, a ben pochi sembra interessare cosa siano veramente le donne in Afghanistan. Le varie organizzazioni in cui agiscono da tanti anni pressoché in clandestinità, mostrano un mondo sconosciuto fatto di professionalità, cultura politica, intelligenza, coraggio e determinazione. Per coloro che decidessero di fuggire sarebbe obbligatorio garantire corridoi di ingresso sicuri, magari con figlie e figli, possibilmente con l’intero nucleo familiare. Ma alcune, raggiunte in via rocambolesca per telefono, dopo che si sono messe per ora in sicurezza,  non intendono lasciare il paese. “Non spegnete i riflettori puntati su di noi solo in questi giorni. Almeno questo. Continuate a informare il vostro paese. I vostri governi sono responsabili quanto e più dei taliban delle nostre sventure. Noi restiamo a fare quello che potremo fare, consapevoli di quanto rischiamo”. Ed è questa l’ultima parola che si impone parlando di Afghanistan e non solo, “Resistenza”, non solo contro le teocrazie, i regimi dittatoriali sparsi per il pianeta, le violenze imposte da un neoliberismo che accomuna ogni simbologia dominante, ma anche contro i diversi imperialismi che sovrastano la spartizione del mondo. Le responsabilità sono diverse fra le grandi potenze perché diverse sono le strategie, le prospettive, le culture di base a cui afferiscono, i mille caratteri che li differenziano. Ed è scontato che, non riconoscendoci nella “notte in cui tutte le vacche sono nere”, i principali responsabili della catastrofe afghana da portare sul banco degli imputati siano i governi dei paesi Nato, Usa in primis. Ma con altrettanta nettezza va affermato che se un auspicato multilateralismo rischia di trasformarsi, come nel caso Afghanistan, nella spartizione di una torta, nulla di buono potrà mai venirne per nessun popolo.

da https://transform-italia.it/lafghanistan-dietro-lafghanistan/

* Stefano Galieni: responsabile immigrazione del Partito della Rifondazione Comunista

AFGHANISTAN, DISGUSTOSA CAMPAGNA DEL PD. LETTA SI TOGLIE L’ELMETTO QUANDO LO ORDINA WASHINGTON

Pubblicato il 19 ago 2021

Troviamo disgustosa la campagna del Pd per aiutare il popolo dell’Afghanistan. Un modo per far dimenticare di aver sostenuto questa e altre guerre “umanitarie”, un’operazione per non rimettersi in discussione e salvaguardare l’immagine di bravi boy scout dai buoni sentimenti.

Ancor più disgustosa perché il governo di cui fa parte il Pd non ha nemmeno organizzato per tempo l’evacuazione degli afghani che hanno collaborato con le truppe italiane (interpreti, ecc.).
Il Pd è un partito guerrafondaio, allineato con la Nato e gli Usa come nessun partito della prima repubblica.
Mentre il commissario europeo Gentiloni rivendica la giustezza della guerra il partito fa finta di essere umanitario. Letta si toglie l’elmetto solo quando lo ordina Washington.

Non siete i “buoni”, siete cinici e ipocriti. Abbiate almeno il buon gusto di chiedere scusa e tagliare le spese militari.

Il travestirsi da ong appare un modo per non mettere in discussione la propria politica di guerra che nulla ha più a che fare con i valori della sinistra e i principi della Costituzione.

Tutta questa retorica serve a nascondere il fatto che la Commissione Europea ha già annunciato che bisogna impedire a chi fugge dall’Afghanistan di arrivare in Europa.

Chiediamo corridoi umanitari e accoglienza per chi fugge dall’ Afghanistan.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea