6 Febbraio 2025
Martedì 28 gennaio 2025 è avvenuto l’ennesimo suicidio in carcere.
Di questo, sembra colpire e creare particolare indignazione la storia che sta dietro.
L’uomo aveva sofferto di alcolismo e ludopatia, aveva già manifestato atti di autolesionismo e da tempo aveva “un marcato stato depressivo”. È stato condannato dopo una rapina da 55€ commessa in un momento di “profondo disagio” (dice la sentenza); aveva restituito i soldi alla vittima e versato il risarcimento.
Allarghiamo però la vista alla situazione in generale, non solo al caso specifico.
COMPRENDERE NON SIGNIFICA GIUSTIFICARE.
Significa che nell’ottica rieducativa del carcere questa morte e tante altre potevano essere evitate, prevedendo ad esempio un’alternativa alla reclusione.
Significa rendersi conto dello stato in cui versano le carceri italiane: sovraffollate e con pochi agenti; non riescono ad assicurare un’assistenza sanitaria adeguata. Un contesto simile rende impossibile il lavoro all’interno.
Significa avere chiaro che le istituzioni servono per andare oltre quelle reazioni -comprensibili- che chiunque può avere di fronte ai crimini (rabbia, paura, insicurezza…) e per assicurarsi che non si commettano più. Questo non solo tramite una pena, insufficiente da questo punto di vista, ma tramite un percorso che miri alla reintroduzione nella società.
Finché vedremo il carcere sempre e solo come un luogo in cui rinchiudere più gente possibile, non diminuiranno questi casi e nemmeno la criminalità.
Iara Savoia
Rifondazione Comunista Vigevano

