Categoria: Resistenza

RICORDO DI UGO SCAGNI

17/05/2021

Abbiamo appreso della scomparsa di Ugo Scagni.

Purtroppo non eravamo più in contatto con lui da alcuni anni, ma lo vogliamo ricordare in quanto, per molto tempo, partecipò all’attività del Partito della Rifondazione Comunista nel circolo di Stradella.

Lo ricordiamo nelle sue partecipazioni alle manifestazioni nazionali quando, nonostante cominciasse ad essere avanti negli anni, si sobbarcava con noi lunghi viaggi in pullman, avendo cura di portare una bandiera del Partito.

Lo ricordiamo negli interventi nelle assemblee del circolo e in quelle provinciali e nella sua attività nella Festa del circolo di Stradella a Canneto Pavese dove gestiva una bancarella di libri usati accanto alla cassa delle offerte all’ingresso.

Una volta, in questa sua attività, fu vittima di una vile aggressione fascista da cui, per fortuna, non ebbe conseguenze fisiche.

La sua opera certamente più nota ed importante fu la sua ricerca storica sulla Resistenza nel nostro territorio.

Furono molti i suoi libri sul movimento partigiano, tutti costruiti con un grande impegno, attraverso le interviste e le ricerche sul posto.

Ne citiamo uno per tutti: “La Resistenza scolpita nella pietra” dove Ugo Scagni ha ricostruito tutti i nomi dei 700 caduti nella Resistenza pavese con ben 330 fotografie delle lapidi e dei monumenti.

Nel centenario di quegli avvenimenti ricordiamo anche “Fascismo e antifascismo nella provincia di Pavia”.

Nei suoi libri erano ben presenti, con rigorosità storica, le radici “di classe” di quelle stagioni e il ruolo dei Comunisti.

Di questi intellettuali abbiamo bisogno anche oggi, soprattutto nella ricerca storica, perché la Storia fa conoscere gli avvenimenti che cambiano il modo di esistere dell’umanità e quindi la prospettiva di trasformare lo stato di cose presente.

Piero Rusconi e Giuseppe Abbà

Partito della Rifondazione Comunista

DONGO (CO): NO AL FASCISMO SUL LARIO, TUTTE E TUTTI AL PRESIDIO ANTIFASCISTA DI DOMENICA 02 MAGGIO DALLE ORE 8:30

Ogni anno i giorni seguenti al 25 Aprile, Festa della Liberazione, si portano dietro le commemorazioni neofasciste dei simboli caduti e dei gerarchi sconfitti, travolti dalla lotta del popolo italiano.

Queste commemorazioni nulla hanno a che vedere con il suffragio dei morti, sono invece il tentativo di riproporre i modelli del passato regime, facendo ricorso agli slogan più truci e ai comportamenti più vieti. Non è una memoria dei vinti, è un oltraggio ai valori della Repubblica Italiana, fondata sulla Costituzione nata dalla Resistenza.

Tale oltraggio è tanto più forte nei luoghi del Comasco che videro le ultime battute del fascismo repubblicano, in fuga dalle città insorte. Dongo e Mezzegra non meritano di vedere ogni anno tali lugubri messinscene, per altro esplicitamente vietate dalla Costituzione e da numerose leggi dello Stato.

Per questo le forze antifasciste e democratiche tornano a chiedere alle Istituzioni locali una forte presa di posizione per impedire il ripetersi di simili atti illegali, e contemporaneamente chiamano all’impegno, alla mobilitazione e alla pubblica manifestazioni tutte e tutti, per rivendicare il ruolo storico di Dongo e Mezzegra, nomi che devono essere iscritti nella memoria della nazione.

Intorno all’ANPI, Associazione che perpetua l’impegno e la memoria della lotta partigiana, le realtà antifasciste e democratiche di Como e del territorio (associazioni, partiti, sindacati) hanno chiesto un incontro urgente al Prefetto di Como, incontro che si svolgerà nella mattinata di venerdì 30 aprile, nella convinzione che le Istituzioni non possano derogare dalla salvaguardia della legalità repubblicana (che si difende anche impedendo l’apologia di fascismo) e propongono una presenza democratica a Dongo in piazza Paracchini, nella mattinata del 2 maggio a partire dalle 8.30 (con osservanza delle norme e cautele sanitarie anti-covid), per rendere evidente che il territorio rifiuta la riproposizione del passato fascista.

Anpi Dongo, Anpi Comitato provinciale Como, Anpi nazionale

Anpi Sassuolo, Anpi Trofarello

ACLI provinciali di Como

ACLI regionali della Lombardia

ARCI provinciale Como

ARCI Lombardia, Massimo Cortesi presidente e coordinatore del gruppo Arci nazionale antifascismo

Auser territoriale Como

Auser Presidenza regionale (Lella Brambilla, Fulvia Colombini, Angelo Vertemati)

CGIL Como (Cgil Como Camera del Lavoro Territoriale)

CGIL Lombardia, Alessandro Pagano segretario generale (CGIL Lombardia)

CGIL nazionale, Maurizio Landini segretario generale (CGIL Confederazione Generale Italiana del Lavoro)

CISL dei Laghi

CISL Lombardia, Ugo Duci segretario generale

CISL nazionale, Luigi Sbarra segretario generale

Civitas – Progetto città

Como senza frontiere

Fondazione Avvenire

Fondazione Villa Emma, Stefano Vaccari presidente

Giovani Comunisti/e Como

Giovani Comunisti/e Lombardia

Istituto di Storia contemporanea “Pier Amato Perretta” Como

Italia – Cuba, Associazione di Como (Italia Cuba Como)

Italia – Cuba, Associazione regionale

Italia – Cuba, Associazione nazionale

Medicina Democratica onlus

Movimento 5 Stelle di Como

Movimento 5 Stelle, on. Giovanni Currò

Osservatorio democratico sulle nuove destre, Saverio Ferrari

Partito Democratico, Segreteria cittadina Como

Partito Democratico, Federazione provinciale

Partito Democratico, on. Chiara Braga

Partito della Rifondazione Comunista – Federazione provinciale di Como (Prc/SE- Federazione Provinciale Como)

Partito della Rifondazione Comunista – Lombardia (Prc Lombardia)

Partito della Rifondazione Comunista – Nazionale

Partito della Sinistra Europea, Paolo Ferrero vicepresidente

Rete Italiana Antifascista, Luca Venneri presidente nazionale

Rete Italiana Antifascista, Gruppo Como e provincia

6000 Sardine Como e provincia

Sinistra Italiana Como

Sinistra Italiana Lombardia

Sinistra Italiana, Tino Magni responsabile nazionale Organizzazione

UIL del Lario Como e Lecco

UIL Milano e Lombardia, Danilo Margaritella segretario generale

UIL nazionale, Pier Paolo Bombardieri segretario generale

Albertini Daniele, Arrigoni Anna, Arrigoni Sonia, Avallone Luciana, Baserga Mario, @Bellotti Stefano “Cisco” (Cisco Bellotti) , Benzoni Rosalba, Bernasconi Cesare, Bertoni Maria, Bertucci Lucia, Bestetti Edoardo, Bianchi Gianmario, Bianchi Silvana, Bobbo Andrea, Boggia Fabio, Bonato Imelda, Bordoli Albertina, Borgatta Alberto, Brenna Marco, Brunati Elide, Buga Piera Maria, Buongiorno Giambattista, Canzani Diego, Capiaghi Valentina, Caruso Lucia, Casagrande Franco, Castelnovo Giambattista, Castiglioni Angela, Cavalli Norma, Chiarini Franco, Civetta Daniela, Cola Silvio, Consonni Erminio, Copes Fulvia, Cordolcini Ferruccio, Corti Daniele, Crippa Carlo, Dalla Francesca Ennio, Dalmasso Dario, Danielli Ilario, D’Apolito Elisabetta, Da Prati Riccardo, Della Bosca Andrea, Dell’Era Ambrogino, Dell’Era Nadia, Della Mano Ines, Denti Franco, Donegana Lorenzo, Eandi Luca, Ferrario Luca, Ferrero Elisabetta, Ferretti Anna, Florio Andrea, Florio Anna, Florio Teresa, Fossati Angelo Eugenio, Frigerio Maria Adele, Fusi Felice, Gabaglio Laura, Galetti Daniele, Galletti Ecclesio, Galletti Filippo, Garlati Angelo, Gatti Eliana, Gecchele Stellina, Gerra Paolo, Geymet Andrea, Giandinoto Giuseppe, Giaquinta Giuseppe, Giovinazzo Gianluca, Gobbi Alessandro Pietro, Gozzi Giuseppe, Greppi Antonella, Lanfranconi Giuseppe, Leoni Gilberto, Levi Daniela, Lietti Mariateresa, Lillia Francesca, Lombardo Maria Teresa, Loni Giancarlo, Luraghi Luisangela, Luraschi Angelo, Luraschi Gianluigi, Maggio Luca, Mainardi Nevio, Malferrari Marco, Maneschi Alessandra, Maniga Paola, Mantero Giuseppe, Marucco Dora, Martinelli Emilio, Marucco Luisa, Massaro Domenico, Mastaglio Paolo Domenico, Mastalli Paola Maria, Meriac, Meroni Vania, Midollino Luciano, Molteni Gianni, Molteni Mauro, Monga Paolo, Monteverdi Antonio, Monti Mariacarla, Morel Remo, Negrini Cristiano, Novello Denis, Oregioni Alfiera, Ortelli Gabriele, Palermo Davide Gaetano, Palo Annamaria, Palo Gianangelo, Patritti Alberto, Pelloni Aldo, Pelusi Fernanda, Penone Mimi, Piazza Antonella, Piccini Teodolinda, Pirotta Maria Grazia, Pisati Luca, Pollini Erica, Poncia Gaetano, Prati Mario, Quadrelli Valentino, Quaglia Robert, Radaelli Carla Maria, Razzi Luciano, Ripamonti Maria, Riva Camilla, Riva Cinzia, Riva Piermaria, Ronchetti Oreste, Ronchetti Paola, Rumi Raffaele, Rumi Roberta, Ruocco Cinzia, Russignaga Dario, Sacco Adelio, Sacco Luca, Selva Maria Grazia, Spelta Maria Luisa, Tabone Aurora, Tassi Eros, Tatti Domenico, Tettamanti Silvia, Tognalli Bruno, Treiber Teresa, Tremari Rosanna, Trione Manuela, Tripodi Davide, Vanoli Adele, Volani Elena, Zambon Paola, Zammarchi Nenina, Zanasi Rossana, Zatta Alessandra, Zoboli Ermanno Antonio, 99 Posse

NB – L’elenco delle adesioni è in continuo aggiornamento.

25 Aprile 2021. Non facciamo confusione

PIERO CARCANO

Son passati tanti anni, 76 da quel 25 d’Aprile e la gran parte di noi non può avere ricordi di quei momenti e man mano che gli anni passano la memoria rischia di annebbiarsi e di confondere quello che è successo.

Ma non si può e non si deve dimenticare la guerra e i 20 anni di dittatura fascista.

Si, vanno usate le parole giuste. Dittatura con ancora più ragioni di quanto ha fatto Draghi recentemente nel definire Erdogan il capo di stato turco.

Non facciamo confusione. Fuma no cunfusion! come diceva mio papà quando voleva puntualizzare in modo chiaro e inequivocabile le cose importanti che voleva dire.

Per esempio bisogna essere chiari con i Negazionisti della Verità, non solo della pandemia ma anche dell’Olocausto e anche del 25 Aprile.

Non si può paragonare la Liberazione dal Nazifascismo con la libertà di uscire invocata in questi giorni di lockdown. Paragonare le limitazioni individuali in questo momento straordinario fatte per salvaguardare la propria salute e soprattutto quella degli altri, con quelle di quell’Italia di 90 anni fa dove vigeva la soppressione di tutte le libertà, ottenuta con l’oppressione, la tortura, la morte che l’occupazione tedesca e la dittatura fascista allo stesso modo sanguinarie hanno messo in campo.

Ed è particolarmente stupido e volgare dire che la Festa di oggi è la festa di quei pochi che una volta all’anno tirano fuori le loro bandiere e in particolare in questi ultimi anni sono liberi di uscire di casa mentre gli altri sono prigionieri nelle loro case.

Il 25 Aprile non è la festa di qualcuno ma di tutti gli italiani che oggi sono liberi, di una nazione che oggi beneficia di pieni diritti; di Libertà, Giustizia e di una Costituzione frutto dello sforzo politico di tutte le forze democratiche e che, visto il modo con cui la applichiamo, forse non ci meritiamo. Forse è troppo lontano il tempo dei sacrifici e della fatica, dei rischi, della paura e del coraggio che ci son voluti per ottenerla e per noi è solo un fatto scontato, come se fosse sempre stato così.

Fuma no confusion! Non è sempre stato così. E anche la vulgata comune che dice “Ci sono stati i morti di qua i morti di la…mettiamoci una pietra sopra”! Tra le camicie nere e tra i partigiani, e poi civili che magari potevano starsene tranquilli senza esporsi e così non gli sarebbe accaduto nulla… No, se è giusto ricordarli tutti in nome della pace e del ricordo della fine della guerra, a proposito quella era una guerra, non facciamo confusione con questa pandemia come i coprifuoco di allora con questo e dovremmo smettere di applicare termini bellici alla situazione odierna. Ma poi Bisogna chiaramente dire che c’è chi è morto per affermare diritti di tutti difendendosi dai soprusi, dalle violenze, dal razzismo da chi torturava e metteva in prigione, fucilava e mandava nei campi di concentramento, discriminava nella vita sociale, nel lavoro, nella scuola nello sport… chi era colpevole di esprimere idee e valori diversi a quelli del regime o perché era ebreo o negri o soltanto non “abbastanza obbediente” ai Tudesc, al Fascio e al Duce.

E poi.. C’è invece chi è morto combattendo per mantenere quel regime.

No non facciamo confusione Il 25 Aprile è Festa perché il popolo italiano si è liberato da tutto questo.

Diciamolo e non stanchiamoci di dirlo ai nostri figli perché non accada mai piu.

Fuma no confusion. Non Facciamo Confusione. W il 25 Aprile, W la Liberazione d’Italia.

Festa della Liberazione. 25 Aprile: letture di Poesie Resistenti in Castello Sforzesco (Vigevano) ore 16.

Fonte: https://www.facebook.com/events/181291723829747

In occasione del 25 aprile 2021 l’ANPI di Vigevano in collaborazione con l’ANED provinciale , ha pensato di organizzare un percorso originale tra Resistenza e letteratura, condotto attraverso le opere di poesia contemporanee ai fatti o di poco posteriori alla fine della seconda guerra mondiale.

Si alterneranno in un reading collettivo alcuni giovani studenti di Vigevano.

Verranno citate poesie dalle opere di Salvatore Quasimodo, Giorgio Caproni, Franco Fortini, Davide Lajolo tra gli italiani, i francesi Louis Aragon e Vercors, lo jugoslavo Ivan Kovacic, i polacchi Tadeus Gajcy e Tadeus Rozewicz, il russo Viktor Nekrasov, il greco Ghiannis Ritsos, il lituano Zvi Kolitz per chiudere col tedesco Bertolt Brecht.

Un percorso non consueto il cui intento è mostrare lo sbocciare di un comune sentimento europeo di Resistenza e di Liberazione dal nazifascismo, composto da una molteplicità di voci spesso poco note, ma tutte aspiranti alla libertà. 

ANPI E ANED VIGEVANO

Il 21 aprile di 100 anni fa, il giovanissimo Ferruccio Ghinaglia cadeva per mano fascista a Pavia

      

Ciao, penso di fare cosa gradita inviandovi un recente scritto di un nostro compagno di Cremona, Ennio Serventi, per ricordare la figura di Ferruccio Ghinaglia, nel centenario della morte, tra pochi giorni.
Il 21 aprile di 100 anni fa, il giovanissimo Ferruccio Ghinaglia cadeva per mano fascista a Pavia. Il nostro Ennio ne tratteggia un forte ritratto che ripercorre il pensiero, l’azione, la vicenda umana e politica del militante e dirigente comunista. Come sempre nei racconti di Ennio al centro c’è una storia, forte e ben tratteggiata da cui si sprigionano tantissimi spunti e si intrecciano altrettante storie. Le riflessioni che maturano sono di grande attualità.
Le nostre città, Cremona e Pavia, sono per sempre unite dalla memoria condivisa del compagno Ferruccio Ghinaglia.
Francesca Berardi segretaria federazione PRC-SE Cremona 

                                                 

ENNIO SERVENTI

                               “CANAGLIA PROLETARIA”

                                                                 “ su canaglia incrudelita

                                                                    che la morte non ci è nuova

                                                                     lo sapete già per prova

                                                                     come muore un spartachian”[1]

                                                                 “Quando Pozzoli                                                                                                                                             discende                                                 

                                                                 pian piano dallo scalon comunal

                                                                   noi di fascisti non né vogliam

                                                                   col manganello in man”[1]


[1]          Tarquinio Pozzoli, sindaco di Cremona fra il 1929 ed il 1920 fu, come Ferruccio Ghinaglia, tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia. La strofa la cantava la sarta del secondo piano sull’aria di una canzone che parlava di un “abajour che diffondi la luce blu” in voga in quegli anni. Raccontava che il canto proletario veniva cantato dalle “guardie rosse”, e che queste attendevano la fine delle riunioni comunali per scortare fino a casa e proteggere da eventuali agguati fascisti il sindaco Pozzoli.

 Di Ferruccio Ghinaglia ci sono rimasti otto articoli riportati a corredo di un  saggio di Clemente Ancona pubblicato sul numero 12 della Rivista Storica del Socialismo nel gennaio/aprile del 1961. Nel 2001, ricorrente l’ottantesimo anniversario della sua uccisione ad opera di sicari fascisti,  saggio e due articoli (“Santa Canaglia” e “Congresso Nostro” ) vennero ripubblicati a cura delle federazioni di Cremona e di Pavia del Partito Rifondazione Comunista. Nel meritorio opuscolo edito dalle federazioni del PRC gli articoli, che riassumono differenti eventi di quei mesi, non sono pubblicati in ordine cronologico: non è dato sapere se frutto di distrazione o di scelta. Il più antico degli opuscoli commemorativi della figura di Ghinaglia che ci è pervenuto è quello edito dalla federazione del Partito Comunista Italiano di Pavia nel cinquantesimo anniversario della fondazione del partito coincidente con quello della uccisione di Ghinaglia. Si avvale di una prefazione di Luigi Longo segretario generale del Partito Comunista Italiano che, un po’ forzatamente, ritrova nella chiusa di uno scritto di Ghinaglia “[…] il germe” della futura politica del P.C.I. Longo commenta alcuni degli scritti di Ghinaglia depurandoli dalle asprezze che l’autore usa nei confronti dei “riformisti”, certamente attento a non inasprire i rapporti con i socialisti di quella seconda metà del Novecento con il rispolvero di polemiche che appartengono alla storia ma che ancora ci accompagnano.  Con la stessa cesura i commenti vengono ripresi nella scheda dell’ANPI curata da Giuseppe Azzoni, edita in occasione del centenario della uccisione di Ghinaglia.

     

  L’opuscolo pavese riporta anche il commento all’ultima opera di Romain Rolland al quale, nel 1915, venne conferito il premio Nobel per il suo libro “ Al di sopra della mischia”. L’articolo in questione venne originariamente pubblicato il 3 gennaio 1917 su “Lo Studente”, giornale studentesco cremonese fondato da Ghinaglia. L’articolo non venne ripubblicato sugli altri opuscoli commemorativi tranne che in quello pubblicato dalla federazione del PCI di Pavia. Clemente Ancona in una nota che riportiamo in calce[3], trascrive la sintesi delle critiche che Ghinaglia muove all’autore del libro.

    Gli scritti di Ghinaglia che ci sono pervenuti sono pochi per uno come lui che, fin da studente, fondò giornali. Alcuni di questi ebbero vita brevissima altri corta, ma il rilevante numero di fogli da lui fondati, altre a quelli con  i quali collaborò, sono sufficienti a tratteggiarne la figura ed il livello del suo partecipare alla battaglia politica. Nei brevi ed essenziali otto articoli che sono giunti fino a noi, possiamo individuare, all’interno di un contesto di forte antagonismo di classe, tre filoni d’idee: l’antimilitarismo, la costruzione del partito rivoluzionario, la lotta al riformismo. Questi rimarranno i cardini ideali della sua azione politica che il sicariato fascista farà breve.

  Contestualmente al dibattito ideale non manca l’impegno concreto di Ghinaglia nel promuovere e attivamente appoggiare le lotte intraprese dal proletariato pavese. Rilevante sarà il suo impegno diretto nel sostenere la lotta  di braccianti e contadini durante il lungo sciopero del 1920 nelle campagne pavesi. “L’astensione dal lavoro si protrasse per ben cinquanta giorni. Fu uno dei più lunghi, aspri combattuti scioperi che la provincia di Pavia abbia conosciuti” . […]  “presto assunse una fisionomia politica, dilagando dopo sei settimane in sciopero generale [ … ] coinvolgendo tutti o quasi tutti i settori della produzione” […] e non solamente quelli agricoli. “Terminò con una notevole vittoria sindacale[4] che però i dirigenti socialisti non seppero trasfondere in apprezzabili risultati politici,secondo le esigenze vive del proletariato”.[5] L’impegno di Ghinaglia nel sostenere lo sciopero fu notevole.

La Plebe sottolinea la sua partecipazione come oratore ufficiale in alcune delle più importanti manifestazioni proletarie che si tennero in quel periodo. […]  A lui si deve il “gran merito della costituzione e della efficienza di due fondamentali strumenti dello sciopero: le guardie rosse e i ciclisti  rossi.[…] Le prime ebbero il compito di impedire il crumiraggio […], di proteggere le manifestazioni popolari […] e gli stessi contadini dagli attacchi e dalle rappresaglie degli agricoltori”[6]. I ciclisti rossi furono un utile strumento per mantenere i contatti fa le varie strutture proletarie impegnate nello sciopero.

   Gli scritti si rivolgono principalmente ai suoi compagni di partito, a quelli  che si riconoscono nella corrente “riformista” e, con minore asprezza, agli “unitari” serratiani, articoli  prevalentemente stesi in preparazione dei congressi della Federazione Giovanile Socialista e del Partito Socialista Italiano che erano due organizzazioni distinte. Fa eccezione, a nostro avviso, l’ultimo dei componimenti: “Santa canaglia”. In questo sembra prevalere una riflessione, un consuntivo fortemente emotivo più che una analisi leniniana.

   Contro i riformisti del PSI  la diatriba è aspra, Ghinaglia preconizza  loro  un percorso politico “osceno” non dissimile a quello di Scheidemann e di Noshe. “Aleggia intorno a noi lo spirito di Karl Liebknecht. L’assassinato non può stare con gli assassini” scrive su “Vedetta Rossa” il 12 settembre 1920.

   La certezza di una imminente rivoluzione che il biennio rosso aveva fatto intravedere volge al termine, gli eventi portano da un’altra parte “L’inizio della dittatura proletaria ha subito un rinvio […] le fabbriche che erano diventate fortezze nelle mani degli operai tornano nelle mani dei padroni […] deploriamo l’abbandono delle nostre fortezze” scrive Ghinaglia già nell’ottobre dell’anno precedente a conclusione dello sciopero nel Pavese, con una evidente critica alla Camera del Lavoro retta da dirigenti che si richiamano al riformismo socialista. 

 Quando Ghinaglia scrive “Santa canaglia”’ il Partito Comunista d’Italia è stato già fondato da un paio di mesi, non tutti i delegati al congresso del PSI che hanno votato la tesi “comunista” partecipano alla fondazione del nuovo partito,  con i riformisti i conti sono stati fatti definitivamente, le polemiche precongressuali appartengono al passato. L’auspicio, la certezza è che i compagni rivoluzionari rimasti nel PSI “quelli che ancora non sono venuti ci verranno presto”.[7] Non, quindi, una compromissione fra posizioni politiche diverse ipotizza Ghinaglia, ma l’abbandono da parte dei rivoluzionari rimasti nel PSI delle motivazioni che li indussero a non lasciare il vecchio partito, condizione indispensabile per la loro adesione al PCd’I.

    In “Santa canaglia”, ultimo suo scritto, non c’è accenno a nessun tipo di organizzazione che possa supportare la rivolta dei proletari. Se pur riprodotto nel fascicolo, Longo non lo cita e non lo commenta nella sua prefazione, la stessa cosa fa Clemente Ancona: viene da chiedersi perché. Giuseppe Azzoni, nella recente ricostruzione degli eventi di quei mesi curata per conto dell’ANPI cremonese, lo definisce come: “grido indignato contro la criminale crescente violenza squadrista”. Certamente c’è anche questa, quella stipendiata degli “incendiari e degli assassini” ma prevalente sembra essere la violenza che “logora i mille polmoni nelle galere” che in quel 1920 non sono nelle disponibilità delle “squadre”, che uccide i difensori delle barricate marchigiane, che assalta la barricata dove si “combatte fino all’ultima cartuccia”. Quelle che resistettero a Italo Balbo vennero più tardi, nell’anno della marcia su Roma.

   Ghinaglia pare sentire la necessità di un consuntivo degli avvenimenti di quei giorni. L’articolo è pubblicato su “Falce e Martello” esattamente due mesi dopo la ormai tardiva fondazione del Partito Comunista d’Italia. Riprende nel titolo e nel testo una formulazione forse coniata da Carducci, il sostantivo è molto usato dall’anarchismo. Il termine canaglia, volgo, e “plebe”,  sarà  spesso presente  nei  canti  del libertarismo, sarà usato in un verso turatiano e, più tardi, anche in inni comunisti. “La Plebe” era in quegli anni il nome del giornale della federazione socialista pavese. Soppressa nel periodo fascista la testata sarà ripresa nel 1945 dopo la liberazione dal fascismo.

   Lo scritto è direttamente rivolto alla “Santa Canaglia”, salta ogni intermediazione con il partito e la Camera del Lavoro che ancora maggiormente la rappresenta. “Santa canaglia” che scendi brandelli della tua carne nella lotta impari ed irridi alla morte mentre cerchi una vita più umana, tu non puoi morire, l’avvenire è tuo”. Nonostante uno sguardo fiducioso all’avvenire  nell’articolo prevale un mesto senso di tristezza, di scoramento per non dire di sconfitta, percepibile fin dalla prima riga: “Giorni tristi, pel canagliume proletario”[..], “La rivoluzione è domata”[…] prosegue,ed l’unica volta in tutto l’articolo che viene citata. Vi è un ripetuto accenno alla “rivolta”, al “ribellismo proletario”, allo spontaneismo, “al sacrificio”. Scrive Ghinaglia: “L’inno della ribellione sale al cielo in quei giorni tristi, pel canagliume proletario. Il borghese sogghigna beffardo. Passano dei funerali, si scavano delle tombe. Si leva al cielo il pianto delle madri e l’imprecazione dei detenuti. Corre sangue per le strade, si versano cocenti lacrime nelle case, si logorano mille polmoni nelle galere. E’ sangue plebeo, sono lacrime proletarie, sono  i polmoni della canaglia”. Un ripetuto richiamarsi alla rivolta, allo spontaneismo, all’istintivo ribellismo, un invito alla rivolta che già fu di quelli che nel beneventano, sotto la pioggia, andarono per propagandare “l’esempio del fatto”. Sembrano lontani i giorni di quando si auspicava una proletaria “rigida disciplina”!

                                                                                                           

   “ […] Davanti ai giudici il bersagliere d’Ancona pronuncia il suo atto di fede, il suo grido di ribellione […]” quasi un inno al liberatorio ammutinarsi dell’undicesimo reggimento bersaglieri in procinto di essere imbarcato per Valona, un canto al solidale insorgere del canagliume anconetano sconfitto dal fuoco delle batterie della cittadella, dai cannoni degli incrociatori ancorati in porto e dall’assalto di guardie regie e carabinieri che lo stato ha mandato contro di lui: “[…] corre sangue per le strade […] è sangue plebeo”!  

   “Soldato proletario/che parti per Valona/non ti scordare il popolo d’Ancona/che impose col suo sangue/la tua liberazione/sol la rivoluzione/ci fa goder la libertà/ Soldato proletario che mamma tua lasciavi/ e schiavo andavi a trucidar gli schiavi/no, non è là il nemico, tra i bei monti e i mari/lungi non lo cercare il tuo feroce tiranno è qui” (Raffaele Mario Offidani, 1920). Dal 1914, con una missione “umanitaria”, l’Italia aveva messo piede a Valona (Vlora). Dopo la fine della guerra costruì attorno alla città un ampio campo trincerato. Fin dalla fine del 1916 la presenza italiana in Albania si era estesa ad altre città.  Lo sviluppo del Movimento di Liberazione Albanese costrinse il contingente italiano, forte di circa ventimila soldati, a ritirarsi sulla costa concentrandosi presso Valona. L’11 maggio il campo trincerato venne attaccato dai patrioti albanesi. In patria la stampa italiana informa che si combatte a Valona. Il generale Piacentini, capo della spedizione italiana, comincia a chiedere rinforzi. A Brindisi, Trieste ed Ancona contingenti di truppe vengono predisposte per soddisfare le richieste del generale. Nei porti delle città adriatiche sono alla rada piroscafi pronti per il loro trasporto in Albania. La contrarietà dei soldati ad essere inviati a Valona, oltre che per la insalubrità della zona infestata dalla malaria,  trova stimolo nella robusta tradizione internazionalista del proletariato italiano  avversa   alle imprese coloniali.  Ad Ancona, nella caserma Villarey, è di stanza l’11 reggimento bersaglieri.  Nelle prime ore del mattino del 26 giugno 1920, prima di essere avviati al porto per l’imbarco, al grido “via da Valona!” i soldati si ammutinano, disarmano gli ufficiali e s’impadroniscano della caserma. Con un’auto blindata tentano una sortita all’esterno ma vengono respinti da contingenti di guardie regie e carabinieri che circondano la caserma impedendone l’uscita. Si accende una sparatoria fra gli assediati e gli assedianti. Il proletariato anconetano, di radicata militanza socialista, anarchica e repubblicana, accorre in sostegno ai bersaglieri. Vengono erette barricate in vari punti della città. Dalla caserma, che rimane circondata ed isolata, gli scontri si spostano ai quartieri popolari che vengono attaccati da contingenti di carabinieri, guardie regie e reparti militari fatti affluire anche da Roma. Con una accentuazione internazionalista dalle barricate proletarie si grida “via dall’Albania!”, contro queste sparano i cannoni della cittadella e delle cacciatorpediniere ancorate nel porto. La rivolta di Ancona, repressa nel sangue, indusse il governo Giolitti a ritirare il contingente militare ed abbandonare l’Albania. Lo scontro è tra il popolo e lo Stato con il suo governo: questo non può essere sfuggito a Ghinaglia quando inserì “ il bersagliere di Ancona” fra i fatti tragici citati in “Santa canaglia”, una citazione che vale una sottolineatura, qui il fascistume non c’entra. Il 19 febbraio del 1921 su “Falce e Martello” ribadì il concetto, “[…] non dobbiamo illuderci che sia solamente il fascismo che terrorizza le piazze d’Italia. E’ la borghesia con il suo governo, le sue spie, i suoi armati [..]”. Constatato il rischioso uso dell’esercito nell’opera di repressione dei conflitti sociali dove i soldati molto spesso solidarizzavano con i dimostranti, nel 1919 il governo Nitti aveva istituito il militarizzato corpo della “ Regia Guardia di Pubblica Sicurezza”. Manifestazioni di solidarietà con i bersaglieri e il popolo di Ancona si svolsero in tutta la Romagna, nelle Marche ed in altre parti d’Italia. A Cremona da parte dei dirigenti sindacali, che “La Tribuna” qualificò come i “soliti Malatestini” con chiaro riferimento all’anarchico Errico Malatesta, fu indetto uno sciopero di quarantotto ore. Nel primo pomeriggio del 27 circa un migliaio di operai abbandonarono il lavoro e si diressero verso il centro; trovandolo sbarrato dai militari si adunarono alla “Casa del Popolo”. Dei bersaglieri individuati come iniziatori dell’ammutinamento di Ancona e processati ricordiamo Tommaso Nasini. Venne condannato a cinque anni di carcere in parte scontati. Nato a Cori (ora provincia di Latina) Tommaso Nasini morì a Cremona nel 1961. Di certo non si sa altro. In città, a Cremona, si ricorda che in via del Giordano all’angolo con via Lungastretta, in una vecchia casa da decenni disabitata, ancora negli ultimi anni del 1940 e forse oltre, esisteva una osteria detta “de Nasìin”. L’uso del nome con terminazione rustica “ìin” in alternativa a quella urbana in “éen” dallo stesso significato di naso piccolo (nasìin=naséen) può forse voler sottolineare la volontà di indicare esattamente il cognome dell’oste – che avrebbe forse potuto essere il bersagliere d’Ancona – troncandolo, come spesso è in uso nel dialetto cremonese, della vocale finale (Serventi=Servènt, Somenzi=Suméens, Nasini=Nasìin). Un tenue indizio che stimola una curiosità.[8]

Cenni storico-biografici. Ferruccio Ghinaglia nacque il 27 settembre 1899 a Casalbuttano in provincia di Cremona, ultimo dei quattro figli di un piccolo commerciante e di una maestra. Iscritto al liceo di Cremona, fondò giovanissimo “Lo Studente”, un foglio antimilitarista di chiara impronta socialista, che gli procurò la prima esperienza di persecuzione poliziesca. L’eccezionale rendimento negli studi lo portò a Pavia nell’autunno del 1917 per sostenere, con esito positivo, l’esame di concorso per un posto gratuito di alunno presso il collegio Ghisleri. Ghinaglia si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Pavia, ma non potè iniziare l’anno accademico: chiamato alle armi, frequentò il corso allievi ufficiali di Modena, dal quale venne espulso per l’aperta professione di idee socialiste e successivamente, tornato a Cremona, fondò e diresse il giornale “Il Bolscevico”, prendendo decisamente posizione per l’ala rivoluzionaria del PSI.

All’inizio del 1920 ritornò a Pavia per riprendere gli studi. La sera del 21 aprile 1921, dopo aver partecipato a una assemblea della lega dei mutilati da lui fondata, Ghinaglia si incamminò con alcuni compagni verso Borgo Ticino dove era stato chiamato a partecipare alla riunione dei soci di una cooperativa. Aveva appena varcato il vecchio ponte coperto: una squadra fascista appostata nell’ombra aprì il fuoco uccidendolo all’istante.

* Le notizie sui fatti di Ancona sono liberamente desunti da :Ruggero Giacomini, “La rivolta dei bersaglieri e le giornate rosse”, centro culturale La città futura, quaderni del Consiglio Regionale delle Marche.


[1]          “Canto dei malfattori” di Pietro Gori. La strofa riportata è come la cantava la sarta del secondo piano. Rispetto al testo originale sono modificate due parole: nel primo verso l’originale “vigliacchi” diventa “canaglia” e, nell’ultimo, “malfattor” è sostituito da “spartachian”. Probabilmente l’anonima modifica si colloca dopo la sconfitta dei moti spartachisti di Berlino del 1919.Due parole che cambiano il senso dell’intera strofa.

[2]          Tarquinio Pozzoli, sindaco di Cremona fra il 1929 ed il 1920 fu, come Ferruccio Ghinaglia, tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia. La strofa la cantava la sarta del secondo piano sull’aria di una canzone che parlava di un “abajour che diffondi la luce blu” in voga in quegli anni. Raccontava che il canto proletario veniva cantato dalle “guardie rosse”, e che queste attendevano la fine delle riunioni comunali per scortare fino a casa e proteggere da eventuali agguati fascisti il sindaco Pozzoli.

[3]          Rivista Storica del Socialismo n. 12, gennaio-aprile 1961. Sull’argomento riportiamo una nota di Clemente Ancona che sintetizza il pensiero di Ghinaglia al riguardo. L’articolo di commento, pur esprimendo chiaramente i sentimenti umanitari dell’autore del libro, è molto cauto quando si riferisce alla ideologia di Rolland. Eccone alcuni tratti: “[… ] non ci stanchiamo (di leggerlo), benché (l’opera) non abbia l’intreccio del romanzo né l’armonica costituzione di un trattato filosofico [….] anche se  dissenzienti  dalle sue opinioni [….]. Il dolore e lo scempio dell’umanità [….] ispirano la sua opera, gli fanno dimenticare di essere francese per sentirsi solamente uomo. Egli solo è e vuol essere efficace antidoto alle più assurde chimere di conquista, alle più velenose teorie di odio […].

[4]          Una delle conquiste che i lavoratori  della terra pavesi ebbero con quello sciopero del 1920 fu l’ottenimento dell’ “imponibile di mano d’opera”. La stessa rivendicazione fu alla base degli scioperi del 1947/48 del bracciantato agricolo cremonese, ben ventotto anni dopo! Oltre all’imponibile venne introdotto, nel patto colonico cremonese di quegli anni, anche un “super imponibile” finanziato per una quota dai lavoratori stessi. Si trattò di una anticipazione di quelli che furono i “contratti di solidarietà” dei nostri tempi stipulati, prevalentemente, nelle categorie dell’industria.

            L’ “imponibile” fissava obbligatoriamente un certo numero di lavoratori per una  stabilita superficie del terreno aziendale. A quel che, con una formulazione un po’ elastica, riferisce Giovanni Chiappani che fu segretario provinciale della Federbraccianti cremonese, tali misure permisero “il collocamento al lavoro di tutta, o di quasi tutta, la mano d’opera (agricola) disoccupata”.

[5]          Clemente Ancona,  in “Rivista Storica del Socialismo”, n.12 gennaio-aprile 1961, pag 192.

[6]          Ibidem.

[7]          “Vedetta Rossa”, organo della Federazione Provinciale Socialista Pavese 11 febbraio 1921. Firmato “Noi”.

[8]          Abbiamo ricercato nel Repertorio dei fascicoli del casellario politico della Questura depositato in Archivio di Stato di Cremona. Lo schedario trascritto sul sito dell’ANPI di Cremona e stampato in un volumetto a cura di Giuseppe Azzoni, conserva i fascicoli attivati principalmente col fascismo, ma con documenti anche precedenti. Riguardano gli anni di fine ‘800 fino al 1945. Non abbiamo trovato nessuna scheda intestata a Tommaso Nasini. Per completarne, quanto più possibile la personalità ed il ruolo che ebbe nella rivolta alla caserma Villarey, trascriviamo la denuncia fatta nei suoi confronti dal generale Tiscornia Comandante della Divisione Militare ed inviata al Procuratore del Re di Ancona. “Nasini Tommaso di ignoti da Cori (Roma) cl.1900 soldato 11° bersaglieri compagnia deposito. Accusato dal Sottotenente Desiderio, dal Capitano De Nicola […] di essere  stato uno dei promotori della rivolta, uno di quelli che maggiormente inveirono contro gli Ufficiali, nonché di avere incitato i compagni a fare causa comune con i rivoltosi, e di essere uscito dalla caserma a bordo della autoblinda. Militava notoriamente nel Partito Socialista  Massimalista”.

Monumento a Ferruccio Chinaglia a Cremona restaurato dall’Anpi.